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Gli abbracci fuori programma
Chi può resistere alle emozioni che suscita l’abbraccio spontaneo di Giuliano Pisapia a Maria Elena Boschi? alle di lui braccia protese mentre le si avvicina accelerando il passo e sorridendo? Sostiene il Pisapia che nella sua giornata politica abbraccia molte persone e che le critiche rivoltegli sono come minimo surreali. Non tutte le persone sono tanto abbracciabili quanto l’attuale sottosegretaria Boschi, rimasta aggrappata a una carica di governo dopo la sconfitta clamorosa delle riforme costituzionali, che erano anche molto responsabilità sua, e che ha aspramente criticato i fuorusciti dal PD i quali, incidentalmente, dovrebbero costituire buona parte di coloro che entreranno nel Campo progressista di Pisapia. Il fatto è che Pisapia ha la facoltà di abbracciare chiunque desideri, ma, a loro volta, coloro che vedono quegli abbracci hanno il diritto di giudicare tutto quello che il body language, il linguaggio del corpo comunica (in quel caso un trasporto sicuramente eccessivo e politicamente rilevante). Che l’abbraccio Pisapia-Boschi abbia ottenuto tanto spazio e suscitato dibattito è perché, fino ad oggi, è stato la cosa più concreta dell’operazione Campo progressista. Adesso, che Pisapia abbia deciso di non incontrare Roberto Speranza, il coordinatore di Articolo 1-Mdp, perché da loro è stato criticato, è indice di eccessiva suscettibilità che, politicamente, non promette nulla di avanzato. Per andare avanti bisogna anche sapere criticare gli errori del passato, e il PD ne ha commessi, per non riprodurli. Il Campo progressista non è una tabula rasa. Chi lo frequenta ha una storia di cui tutti debbono tenere conto, anche criticandola.
Detto che l’operazione meno concreta, ma già acclarata, è la curiosa rinuncia preventiva di Pisapia alla leadership dello schieramento che sta costruendo del quale sostiene di volere agire come federatore, tutto il resto è oscuro e confuso. Un campo dovrebbe avere, se non un perimetro chiaramente delineato, almeno un’estensione di massima alla quale si mira. Pisapia si muove, per così dire, quasi a tutto campo in un vago ambito definito di centro-sinistra. Sembra un predicatore ecumenico, intenzionato a richiamare e raccogliere tutte le sparse membra delle sinistre italiane (uso deliberatamente il plurale) che si agitano in maniera un po’ scomposta sul territorio, mentre di centro se ne vede poco a meno che non sia il grosso del PD di Renzi. Quale sia il principio unificatore non è ancora stato detto. Alcuni esponenti delle sparse membra vorrebbero che fosse un chiaro “no” alla leadership di Renzi, non nemico da odiare né usurpatore, ma ostacolo a una riaggregazione su basi non troppo diseguali. Ovviamente, questo “no” dovrebbe estendersi anche ai collaboratori più stretti del segretario fra i quali figura la Boschi, dunque, a maggior ragione, non abbracciabile. Se il PD è l’interlocutore del Campo progressista non deve esserne né l’unico né quello privilegiato.
I nostalgici dell’Ulivo continuano a pensare, forse, oggi, alquanto utopisticamente, che nella società italiana si trovino numerosi gruppi, associazioni, movimenti disponibili ad attivarsi. Vero o no, il Campo progressista non sembra avere finora fatto molto per suscitare le energie e la vitalità di questo pezzo, di indefinibile importanza, della società. “Il programma, il programma, il programma” è sempre stato il mantra delle sinistre che, poi, per provare a se stesse prima ancora che ai loro interlocutori, i cittadini, finivano per valutare la qualità del programma dalla sua lunghezza. Vincitore indiscusso fu il programma dell’Unione di Romano Prodi: 281 pagine dove c’è quasi tutto, comprese non poche contraddizioni, e che non ha poi condotto a nessuna esemplare “governabilità”. Finora da Pisapia, dal suo Campo e dai suoi frequentatori non s’è visto niente. Il rischio è che il programma finisca per abbracciare troppa roba e per essere la sommatoria delle proposte, delle promesse, delle priorità “irrinunciabili” di tutti i partecipanti e che non raggiunga quegli elettori che vorrebbe sentirsi raccontare soluzioni praticabili, qui e quasi subito.
Pubblicato AGL 26 luglio 2017
Il sistema corrotto che ci infetta
Poco importa se a Roma Carminati, Buzzi e altri abbiano dato o no vita a un’associazione a delinquere di stampa mafioso. Quello che conta è che le loro attività sono state scoperte e che organizzatori e protagonisti sono stati condannati. Certo, non sarà facile per Roma togliersi di dosso l’etichetta “Mafia Capitale”, ma non è un problema di parole. Purtroppo, è qualcosa che affonda le sue radici nel contesto romano e che deriva da quello che è, e forse è sempre stata, la politica in Italia. Non si può e non si deve dimenticare il famoso titolo dell’inchiesta di Manlio Cancogni pubblicata nel 1955 sul settimanale l’Espresso “Capitale corrotta nazione infetta”. La condanna di coloro che si definivano il “mondo di mezzo”, veri procacciatori di affari, operanti fra gli amministratori del comune, la burocrazia romana e imprenditori e cooperative dei più vari generi non può oscurare che quasi negli stessi giorni, ieri e, quasi sicuramente, anche domani altri casi di rapporti che mi limiterò a chiamare impropri sbucavano un po’ dappertutto sul territorio dello stivale. Per quanto ci sia da rallegrarsi per l’operato dei magistrati, anche se, talvolta, manifestano difformità di giudizi non del tutto spiegabili, c’è molto più da dolersi dello stato della politica, locale e nazionale. Se tutte le classifiche internazionali da qualche decennio pongono l’Italia in posizioni elevate quanto alla corruzione politica, cioè dicono che la politica è corrotta, che chi vuole entrare in contatto con i politici sa che cosa deve aspettarsi, che cambiano i politici, persino le generazioni, ma non si vedono miglioramenti, allora il tempo è venuto per la richiesta di soluzioni che vadano al cuore del problema.
Quando i partiti erano forti, i politici giustificavano il loro appropriarsi di risorse per finanziare il partito, l’organizzazione, lo spesso ipertrofico apparato. Il finanziamento statale avrebbe dovuto porre fine al fenomeno. Invece, partiti indeboliti e in molti luoghi sostanzialmente inesistenti, da un lato, non sono in grado di controllare i comportamenti dei loro esponenti e di eliminare rapidamente le cosiddette mele marce; dall’altro, diventano facile preda di persone e gruppi che li usano non soltanto come ascensore per il potere politico, ma come strumento per l’arricchimento personale. Il fenomeno non si limita al livello locale, naturalmente. Anzi, dal livello municipale e regionale, politici di successo si affacciano al Parlamento arrivando, fra favori, scambi, uso di risorse di neanche tanto dubbia origine, persino al governo. Diventano, in questo modo, troppo forti perché un debole raggruppamento possa privarsi di loro, dei soldi che portano, dei rapporti che hanno intessuto, delle reti elettorali che hanno costruito e alimentato. Il fenomeno potrebbe essere contenuto se i burocrati fossero in grado di resistere alle pressioni e, spesso, alle minacce. Se si sentissero protetti e non a rischio di perdere il posto e di terminare la carriera. Sarebbe anche possibile ipotizzare un mondo virtuoso nel quale le associazioni di imprenditori e operatori economici escludessero dai loro ranghi e bandissero tutti coloro che competono non usando qualità e efficienza, ma “entrature”, favoritismi, corruzione. Qui sì la moneta cattiva scaccia quella buona, ma perché chi opera secondo le regole non sente il bisogno di denunciare chi quelle regole platealmente viola?
È vero, ho descritto non “il mondo di mezzo”, ma un altro mondo. Non è, però, un mondo utopistico, irrealizzabile, che non esiste da nessuna parte. Anzi, statistiche più che decennali rivelano che sono proprio le democrazie meno corrotte, senza nessuna sorpresa tutte quelle dei paesi nordici e degli Stati anglosassoni, con gli USA in coda, a presentare gli indici più elevati di qualità della politica e della vita. Per entrare in quel mondo e rimanerci serve uno sforzo collettivo, a cominciare proprio dalla classe politica e a continuare con i cittadini esigenti, vigili, intransigenti. Non è solo la capitale ad essere corrotta, ma il paese che può essere migliorato/salvato esclusivamente con uno sforzo collettivo, intenso, coordinato. Ne siamo molto lontani.
Pubblicato AGL 22 luglio 2017
Il garantismo e l’etica che manca
Siamo tutti garantisti? No, in effetti, proprio no. Molti italiani pensano che ‘sta roba del garantismo sia l’ennesima trovata dei politici per difendere se stessi e i loro amici. Qualche volta quei politici sono anche disponibili a difendere gli amici dei loro avversari sperando che il favore venga prima o poi, meglio presto, restituito. Il che puntualmente avviene con i politici “in trincea” a respingere i magistrati e a contrattaccare. Trovano, anche qui uso il politichese, una sponda da parte dei troppi italiani che hanno avuto esperienze sgradevoli con la (lentezza della) giustizia, e quindi sono inclini ad attribuire tutte o quasi le responsabilità ai magistrati e vorrebbero fargliela pagare. Queste motivazioni incrociate, ciascuna contenente una parte, spesso piccola e variabile, di verità inquina oramai da quasi trent’anni i rapporti fra magistratura e politica, molto più che in qualsiasi altro paese europeo. Non mancano, ovviamente, episodi di politici europei accusati di misfatti e poi riabilitati. Sono, comunque, molto pochi di numero, ma come non rallegrarsi quando i magistrati riconoscono i loro errori magari grazie a prove sopraggiunte? In questi casi, la giustizia avrebbe davvero fatto, positivamente, il suo corso.
La differenza fra il caso italiano e la maggior parte degli altri paesi europei è che, raggiunti da un avviso di garanzia o strumento giudiziario simile, i politici europei quasi sempre lasciano il loro posto. In Italia, quando, ma è rarissimo, i politici inquisiti lasciano la carica che ricoprono, offrono come giustificazione il “potersi difendere meglio”. Ecco, questo è proprio il punto. Possiamo dedurne che i politici che rimangono ostinatamente nel loro seggio in Parlamento, nella loro carica di sottosegretario o ministro, lo facciano proprio perché grazie al potere che deriva dalle loro posizioni possono effettivamente “difendersi ‘molto’ meglio”? Il garantista non può davvero accettare che gli inquisiti e meno che mai i condannati in primo grado rimangano impunemente nelle loro cariche. Un conto è considerare innocenti fino alla sentenza definitiva gli inquisiti e i condannati in primo grado. Un conto molto diverso è consentire loro di trarre vantaggi, incommensurabili, dalle cariche che ricoprono. Qui, al garantismo sarebbe opportuno aggiungere qualcosa. La chiamerò deontologia, ma soltanto poiché etica suona al tempo stesso pomposa e troppo esigente.
Deontologia significa principi di comportamento ai quali attenersi, valori. Se c’è un po’ di etica in politica (ma anche in economia), coloro che operano nell’uno e nell’altro ambito sanno che esistono comportamenti semplicemente inaccettabili che, sosterrebbero gli anglosassoni (prima dell’avvento di Trump), non si fanno. Gli “avvisati” e gli inquisiti lasciano la carica, di partito o elettiva, si sospendono fino a quando saranno dichiarati non colpevoli. In questo modo non coinvolgono il loro partito e non gettano discredito sull’assemblea elettiva: parlamento, consigli regionali o municipali, di cui fanno parte. Con un codice di comportamento rigoroso si eviterebbero ipocrisie, diatribe, scambi di favori e, non da ultimo, situazioni nelle quali i famosi pesci grossi spesso la scampano e i piccoli vengono divorati. Conosco anche l’obiezione dei politici che parlano di magistrati che fanno politica e di giustizia a orologeria e che sostengono che è loro dovere rimanere nella carica alla quale sono stati eletti (in Italia dal 2006 a oggi “nominati”) da migliaia di cittadini ai quali danno rappresentanza politica. Allora, concludo, perché non prendere atto che per il sistema politico, per l’autonomia e dignità della politica, è di gran lunga preferibile, come pochissimi hanno fatto, che i politici si difendano, non dall‘eventuale processo, ma nell‘ancora più eventuale processo? Avvisati, inquisiti, condannati in primo grado: tutti da ritenersi non colpevoli fino alla sentenza definitiva, nessuno, però, in grado di usare la propria carica per difendere meglio se stesso, i suoi collaboratori, i suoi sponsor. Qui sta il “garantismo”, nel non fare un uso improprio del potere politico (e economico).
Pubblicato AGL il 15 luglio 2017
Coalizioni e programmi non sono divergenti
Non soltanto perché, improvvisamente privati della diretta streaming, modalità alquanto populista di diffondere informazione politica, non a caso originata dalle Cinque Stelle, sentiamo che quanto succede nel Partito Democratico non sono soltanto “affari loro”. Non possiamo disinteressarci del PD né adesso, poiché è il maggiore partito del governo guidato da un suo esponente, né nel corso della campagna elettorale prossima ventura, poiché avrà la possibilità di dettare l’agenda, né, infine, a votazioni concluse poiché, comunque vada, continuerà a essere un protagonista. Vorremmo, però, vedere adesso un dibattito meno acrimonioso e pieno di risentimenti, meno accuse riguardanti il passato e meno sospetti sul futuro. Ancora una volta Renzi non s’è curato delle minoranze e ha imposto la sua visione: “vocazione maggioritaria” e nessuna coalizione. La vocazione maggioritaria per me è sempre stata qualcosa di misterioso già quando la utilizzò, senza molto successo, Walter Veltroni. Tutti i partiti medio-grandi si pongono l’obiettivo di conquistare la maggioranza. In pratica, soltanto pochissimi di loro ci sono riusciti nel passato e prevedo che sarà sempre più difficile nel futuro. En marche di Emmanuel Macron è l’eccezione che conferma la regola. Nelle democrazie parlamentari di ieri (Italia inclusa alla grande), di oggi (che ricomprende il governo italiano attuale) e di domani, previsione facilissima, nessun partito sarà in grado di conquistare da solo la maggioranza assoluta dei seggi. Non potrà, quindi, governare da solo -salvo in governi di minoranza con appoggi esterni. Vecchia politica? Prima Repubblica? Anche, ma governi di minoranza sono esistiti nelle “vecchie” monarchie svedesi e norvegesi e, persino, in Gran Bretagna, nella patria del parlamentarismo, del maggioritario, del bipartitismo che fu (e che ha molte difficoltà nel tornare a essere). Dunque, la richiesta dei ministri Dario Franceschini e Andrea Orlando che si discuta di coalizioni ha più d’un fondamento. Non è affatto, come ha irriso Renzi, un ritorno ai caminetti e non è assolutamente vanificata dall’esistenza di un segretario che ha ottenuto 1.275 mila voti (non due milioni) in quelle che sono state le meno partecipate votazioni per il segretario del PD dal 2007 a oggi. Parlare di coalizioni agli elettori italiani non significa annoiarli, ma indicare loro che cosa il prossimo governo a partecipazione, probabilmente anche guida, PD desidererebbe e vorrebbe fare. Leggi controverse come lo jus soli sarebbero state discusse e concordate prima consentendo all’elettorato di valutarle. Le coalizioni sarebbero più rappresentative dell’elettorato e delle sue preferenze. Certo, chi guiderà un governo di coalizione dovrà, ecco il politichese, “farsi carico” delle esigenze dei partiti contraenti, ma così si fa in tutte le democrazie parlamentari europee dove, talvolta (oggi sia in Germania sia in Austria) si formano e durano governi di Grande Coalizione. Dunque, quali coalizioni con quali obiettivi sono ritenute possibili e praticabili dal Partito Democratico è qualcosa che molti elettori vorrebbero sentirsi “narrare” dal segretario Renzi. Se, poi, qualcuno dentro il PD e nei suoi folti gruppi parlamentari alla Camera, ma anche al Senato volesse dire qualche, preferibilmente buona, parola su quell'”oscuro oggetto del desiderio” (mio omaggio al maestro Buñuel) che è la legge elettorale, allora il PD potrebbe credibilmente vantarsi di svolgere una funzione nazionale. Non conosco nessun paese democratico al mondo nel quale politici e cittadini a otto-nove mesi dal voto non avessero la benché minima idea della legge elettorale con la quale chiederanno e daranno il voto. La soluzione non si trova nei caminetti. Malauguratamente, non è stata né prospettata né richiesta nelle votazioni per il segretario del PD. Esaurite le formulette e i pasticciotti nostrani, è tempo di guardare al di là delle Alpi e, senza furbescamente manipolare, imitare: Europaeum.
Pubblicato AGL il 10 luglio 2017
Caso Vaccini. Il peso della responsabilità
Sono arrivati tempi molto duri per la scienza in diverse parti del mondo, le cui conquiste vengono negate attraverso la manipolazione dell’ignoranza dei cittadini e lo sfruttamento di superstizioni antiche e moderne. Alcuni giorni fa, la Turchia del Presidente Erdogan ha deciso di procedere all’insegnamento del creazionismo nelle scuole negando, di conseguenza, la scientificità del darwinismo, dell’evoluzionismo. Da un paio di decenni, peraltro, anche in non pochi degli Stati del Sud degli USA, diverse confessioni religiose premono affinché il creazionismo sia ammesso a pieno titolo come materia d’insegnamento nel curriculum di studi. Triste è questa tendenza, diseducativa e, nel medio termine, almeno altrettanto pericolosa di quella di coloro che si oppongono alle vaccinazioni. Vantando evidenze scientifiche di molto dubbia o, più spesso, inesistente validità, i cosiddetti No vax, sostengono che i vaccini contro le malattie infettive e contagiose, soprattutto, ma non solo quelle dei bambini, sono pericolosi per la salute e per la vita a cominciare proprio da quei bambini. Dunque, li rifiutano.
Tralasciando temporaneamente che in Italia si sono già verificati numerosi casi di decessi di bambini che, se vaccinati, non avrebbero contratto la malattia, ad esempio, ma non solo, il morbillo, è imperativo riflettere su tre elementi che finora non sono stati sufficientemente presenti nel dibattito pubblico italiano. Il primo elemento è che, grazie ai vaccini scoperti e utilizzati negli ultimi settanta-ottanta anni quasi tutte le malattie infettive e contagiose sono state debellate oppure, quantomeno, drasticamente ridimensionate. Sul punto, l’evidenza scientifica è monumentale e inoppugnabile.
Secondo, chi si oppone alle leggi della Repubblica che rendono obbligatori i vaccini sta dichiarando con il suo comportamento che l’art. 32 della Costituzione: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività” è sistematicamente violato dalle autorità, governo e parlamento. Infatti, logicamente, chi segue i No Vax ritiene che la Repubblica non stia affatto tutelando la salute dei suoi cittadini, in particolare, dei più indifesi, vale a dire, i bambini, ma, al contrario, la stia mettendo sistematicamente in pericolo proprio attraverso l’obbligo di vaccinazione. Qualcuno potrebbe anche, di conseguenza, chiedere ai No Vax di intraprendere azioni legali contro le autorità repubblicane ai vari livelli. Saranno poi i tribunali della Repubblica a chiedere che sia presentata da tutte le parti la necessaria evidenza scientifica a supporto.
Infine, qualcuno potrebbe, in via di principio, anche essere d’accordo sulla libertà dei singoli di opporsi ai vaccini così come a qualsiasi modalità di accanimento terapeutico, naturalmente, attendendosi coerenza dai No Vax anche per quel che riguarda le norme sul fine vita. Qui, però, siamo di fronte ad una situazione nella quale sono i genitori a decidere per i figli, sui figli, costretti a subire le conseguenze di quanto deciso per loro, che potrebbero essere letali. Questo già rende difficile affermare egoisticamente “affari loro”. Di più, che è, a mio parere, il passaggio più importante, chi non vaccina i propri figli non mette a rischio esclusivamente la loro incolumità. Attraverso il possibile/probabile contagio che, amplificato dalla vita in una società aperta e mobile, potrebbe condurre a devastanti epidemie, saranno messe in pericolo la salute e l’incolumità di tutti coloro che casualmente entreranno in contatto con bambini infettati perché non vaccinati. Esiste, cioè, una responsabilità sociale enorme a carico di coloro che decidono, violando la legge, di non vaccinare i loro figli. I No Vax finiscono per mettere, più o meno consapevolmente, a repentaglio non solo la vita dei loro figli, ma quella dei figli degli altri. Questo, la Repubblica, che siamo noi tutti, cittadini, non può davvero consentirlo.
Pubblicato AGL il 6 luglio 2017
Il populismo nei giochi di coalizione
Nelle elezioni amministrative succedono molte cose che non necessariamente si ripeteranno nelle elezioni politiche. Però, qualche lezione se ne può trarne in maniera piuttosto chiara. Le propongo in un ordine d’importanza diverso da quello delle prime analisi, spesso influenzate da pregiudizi e tese a definire la situazione in modo favorevole a una specifica parte politica. Prima lezione, sia il sistema elettorale per l’elezione dei sindaci sia, più in generale, la politica delle democrazie, anche locali, spingono verso la formazione di coalizioni. Smentendo affermazioni propagandistiche campate in aria, questo voto amministrativo dice che le coalizioni sono il modo preferibile di fare politica. Un buon leader, ma Berlusconi dovrebbe ricordarsi del suo esordio vincente nel 1994, quando costruì due coalizioni, smussa le differenze, raggiunge accordi, unifica posizioni. Chi sa costruire coalizioni in modo adeguato a sostegno di una candidatura decente viene giustamente premiato dall’elettorato (in Italia e altrove). Dunque, non è corretto sostenere che è “tornato” il centro-destra. Esiste un elettorato di centro-destra al quale, in molti contesti, Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d’Italia hanno fatto una buona offerta di rappresentanza e di governo delle città, risultandone premiati. Se troveranno un accordo simile a livello nazionale, più difficile a causa delle posizioni sovraniste della Lega e di Fratelli d’Italia e del conflitto sulla leadership, il centro-destra sarà competitivo con qualsiasi sistema elettorale. Anche il Partito Democratico, nonostante l’idiosincrasia altalenante del suo segretario, ha variamente costruito coalizioni persino con gli scissionisti pure, spesso, definiti “traditori” dai collaboratori più stretti di Renzi. Dopo il voto e in vista del ballottaggio, quegli stessi collaboratori aggiungono buffamente che il PD si alleerà con i movimenti civici di sinistra, ma anche con quelli di centro. Insomma, alcuni piddini stanno ancora sulla prospettiva del Partito della Nazione. Anche nel loro caso, però, dovrebbe valere la lezione che le coalizioni bisogna cercarle e saperle fare non solo per motivi elettorali.
Il primo turno delle elezioni amministrative ha uno sconfitto sicuro: Beppe Grillo, forse due: Luigi Di Maio. Non è soltanto che gli elettori di Genova, come tutti sanno la città di Grillo, gli hanno risposto che no, non si fidano di lui e del cambio in corsa della candidata che aveva vinto le primarie (una violazione della democrazia sotto tutte le latitudini), ma anche che coloro che Grillo aveva spinto fuori dal Movimento, come il sindaco di Parma (ben piazzato per il ballottaggio) e il sindaco di Comacchio (che ha già rivinto la carica), hanno dimostrato di non avere bisogno di lui (né di Di Maio). Per chi guida un Movimento verticistico questa è più che una sconfitta elettorale. È una sconfessione abbastanza plateale. Tuttavia, le liste del Movimento nel loro insieme non vanno malissimo. Anzi, le elezioni amministrative sono state una buona occasione per continuare il radicamento sul territorio. Il resto l’hanno fatto, in maniera evidentemente non convincente, le candidature.
Gli elettori erano perfettamente consapevoli che stavano votando il potenziale sindaco e che centro-destra e centro-sinistra offrivano alternative talvolta sperimentate e credibili. Qui si apre il problema del reclutamento delle Cinque Stelle per risolvere il quale non potrà bastare un pugno di votanti come quelli che si sono espressi nelle apposite consultazioni. Tuttavia, fanno male i commentatori che scrivono che ha perso il populismo. Tanto per cominciare quello di Salvini, accompagnato dalla presenza sul territorio, è vivo e vegeto e, in secondo luogo, il consenso per le Cinque Stelle a livello nazionale proviene più che da toni e stile populisti, dalla critica dei politici e del loro modo di fare politica. È uno zoccolo che i non buoni risultati nelle elezioni amministrative sfiorano, ma non scalfiscono. Il resto ce lo diranno fra due settimane, con la forza del loro voto, che sanno usare in maniera efficace, gli elettori dei ballottaggi.
Pubblicato AGL 13 giugno 2017
La voglia di voto e i mezzi silenzi del Colle
In via di principio non esiste nessuna relazione pericolosa fra l’approvazione di una nuova e indispensabile legge elettorale e l’indizione di elezioni anticipate. Basterebbe riflettere, cosa che nessuno dei protagonisti sta facendo, sull’unico motivo politicamente e costituzionalmente valido per sciogliere il Parlamento prima della sua scadenza naturale (fine febbraio 2018): quando non esista più un governo sostenuto da una maggioranza parlamentare in grado di funzionare. Non sembra questa la situazione del governo Gentiloni rispetto al quale, anzi, ripetutamente, il segretario del Partito Democratico continua ad affermare, però, in maniera un po’ contorta, il suo sostegno. Certo, in nome della governabilità che gli è sì cara, Matteo Renzi non dovrebbe rendersi responsabile di fare cadere tre governi guidati da esponenti del PD (Letta, il suo, Gentiloni) nella stessa legislatura. Ma, si sa, non c’è il due senza il tre. È possibile contrastare questo detto rilevando, lo stanno facendo in molti, che esistono importanti leggi da approvare, quantomeno quelle contro la tortura e per il testamento biologico, ma soprattutto la Legge di Stabilità. Non sembra, però, sufficiente a fare desistere coloro che vogliono elezioni anticipate a prescindere da qualsiasi considerazione: è la posizione apertamente dichiarata di Matteo Salvini, di Silvio Berlusconi e di Beppe Grillo. Forse Renzi aspetta un incidente di percorso del governo Gentiloni che gli tolga le castagne dal fuoco offrendo lo spunto migliore al Presidente Mattarella per, come si dice con un’espressione davvero sgradevole, “togliere la spina al Parlamento” e aprire la campagna elettorale. Si voterebbe, sconfiggendo con una agguerrita campagna elettorale il Generale Ferragosto, alla fine di settembre. Qualcuno addirittura, anche se la nuova legge elettorale italiana non ha quasi più nulla a che vedere con quella vigente in Germania, evoca il 24 settembre, data già fissata per le elezioni del Bundestag tedesco, regolarmente in carica per l’intero suo mandato quadriennale.
Tutte queste voci hanno fatto perdere la pazienza a Napolitano il quale, pure, è responsabile di avere dato a Renzi l’incarico di capo del governo nel febbraio 2014 e di averne sostenuto con ripetuti interventi le riforme costituzionali e il relativo referendum. Non è solo la delusione profonda nel segretario del PD che motiva Napolitano, ma la sua consapevolezza che qualsiasi campagna elettorale anticipata avrebbe un costo elevatissimo per l’Italia in termini economici — è già cresciuto lo spread con i titoli tedeschi–, e in termini di credibilità. Quali impegni possono “credibilmente”, ad esempio, agli occhi della Commissione Europea, dei singoli Commissari e degli operatori economici internazionali, prendere Gentiloni e Padoan se è molto probabile che fra qualche settimana diventino “anatre zoppe” (come i Presidenti USA a fine mandato) e fra pochi mesi non saranno neppure più al governo? Per di più, la grande maggioranza dei commentatori ripete da tempo due considerazioni sull’esito elettorale: non sarà affatto facile formare un nuovo governo; sarà un governo di coalizione fra il PD di Renzi e Berlusconi (per molte ragioni un esito nient’affatto rassicurante per gli investitori stranieri e per le autorità europee).
Temo che il chiacchiericcio sulle elezioni anticipate abbia, comunque, già fatto molti e irreversibili danni. I cosiddetti “quirinalisti” offrono diverse interpretazioni del silenzio del Presidente Mattarella: è pronto a dare il via libera allo scioglimento oppure tace sperando che la finestra temporale dello scioglimento anticipato si chiuda da sola. Credo, invece, che il Presidente che, secondo l’art. 87, “rappresenta l’unità nazionale”, dovrebbe fare sapere con solennità, ovviamente nelle forme e nei modi che preferisce, che l’interesse nazionale sta molto al disopra del miope tornaconto dei singoli partiti e dei loro dirigenti. Quella che sta arrivando è un’occasione da manuale per l’esercizio della moral suasion, anzi, della dissuasione morale, argomentata, anche in un messaggio alle Camere, affinché serva da lezione costituzionale.
Pubblicato AGL 8 giugno 2017
Purché sia davvero tedesca
“Conoscere il vincitore la sera delle elezioni”. “Avere un governo eletto dagli italiani”. “Il premio di maggioranza assicura la governabilità”. All’insegna di queste frasi, altrove, nelle democrazie parlamentari, assolutamente prive di senso, i berlusconiani e i renziani hanno fatto ampia opera di cattivi maestri elettorali e costituzionali. Giunti sull’orlo dell’abisso, che per loro sarebbe una vittoria elettorale e conseguente governo del Movimento 5 Stelle, Renzi e Berlusconi hanno cambiato rotta. Predicatori del maggioritario si sono buttati nelle braccia di una legge elettorale proporzionale. Qualcuno è forse riuscito a spiegare a entrambi che con la proporzionale nessuno vince mai tutto e nessuno perde mai definitivamente. Sembrano avere scelto la legge tedesca che si chiama rappresentanza proporzionale personalizzata. Certamente, nel panorama dei sistemi proporzionali, la legge tedesca è una delle miglior. Ha funzionato ottimamente per oramai quasi settanta anni. In Germania nessuno ne chiede l’abbandono poiché garantisce condizioni eque a tutti i partiti esistenti e scalpitanti. Ha dato buona rappresentanza politica ai cittadini tedeschi, prima e dopo l’unificazione. Grazie al doppio voto attribuisce loro significativo potere. Metà dei parlamentari sono eletti in collegi uninominali metà su liste di partito. È il voto per il partito, purché superi la soglia del 5 per cento, che serve a stabilire quanti seggi quel partito nel Bundestag: tot voti tot seggi. Consente anche a minoranze concentrate, se vincono tre seggi uninominali, di portare in Parlamento il numero di eletti pari alla percentuale di voti ottenuta. Non è affatto vero che la proporzionale personalizzata tedesca conduce inesorabilmente a Grandi Coalizioni che sono, invece, l’esito possibile, ma non obbligato, di una scelta dei dirigenti di partito. Infine, rivelatisi privi dei voti necessari, ma anche miserevolmente formulati dal punto di vista tecnico tutti gli altri improvvisati tentativi di scrittura di sistemi elettorali con chiari intenti particolaristici, la legge tedesca è un ottimo approdo. Purché.
Il “purché” merita di essere argomentato. I sistemi elettorali sono, per l’appunto, sistemi, non supermercati nei quali i consumatori scelgono secondo le loro mutevoli preferenze. Sistema vuole dire che le diverse componenti si tengono insieme, si influenzano, funzionano per l’appunto in relazione con ciascuna delle altre componenti. Dunque, chi vuole la legge elettorale tedesca deve fissare la soglia di accesso al Parlamento al 5 per cento, non per cattiveria, ma per incentivare i partiti piccoli ad associarsi per non scomparire (salvo ritornare nel Parlamento se e quando avranno saputo riacquisire abbastanza consenso). I due voti debbono potere essere disgiunti, vale a dire per un candidato nel collegio uninominale e per la lista di un partito, anche diverso da quello del candidato. Non debbono essere agganciati alla legge elettorale tedesca vagoncini come un piccolo, forse inutile premio di maggioranza, un diritto di tribuna e altri regalini che distorcano la rappresentanza politica proporzionale.
È molto probabile, sulla base delle preferenze rivelate dagli elettori nei sondaggi, che il primo posto se lo giocheranno le Cinque Stelle e il PD, a meno che si compia il miracolo di un centro-destra che si riaggrega. Dunque, il prossimo governo, se si voterà (meglio a scadenza naturale) con la legge tedesca presa nella sua integrità e senza stravolgimenti, sarà di coalizione. I voti degli elettori decideranno a chi toccherà iniziare, sotto la guida del Presidente della Repubblica, la complessa operazione di formazione del prossimo governo. Nulla di inusitato, né per l’Italia né, tantomeno, per le democrazie parlamentari. I governi nascono, vivono e, talvolta, muoiono in Parlamento in maniera trasparente intorno ad un programma condiviso e concordato fra coloro che di quella maggioranza faranno parte. Dopo vent’anni di scorribande particolaristiche, l’Italia avrà la possibilità di tornare a fare parte a pieno titolo delle democrazie parlamentari nella speranza, ahinoi, al momento non proprio fondatissima, che i politici italiani abbiano finalmente imparato abbastanza.
Pubblicato AGL il 31 maggio 2017
Elettori senza potere
L’ultima, almeno fino ad oggi, proposta del Partito Democratico per la legge elettorale non è né, come preannunciato tempo fa da Renzi, il Mattarellum, né, come detto, più di recente, sempre da Renzi, il sistema elettorale tedesco. Il molto volubile e manovriero segretario del PD è approdato a una legge che attribuirebbe il 50 per cento dei seggi in collegi uninominali (nel Mattarellum i seggi così attribuiti erano il 75 per cento) e il rimanente 50 su una lista corta e bloccata, vale a dire senza la possibilità per l’elettore di dare un voto o più di preferenza (dov’è sparita la parità di genere?) Inoltre, non può esserci difformità fra il voto al candidato nel collegio uninominale e il voto per la lista “proporzionale”. Anzi, questo tipo di voto sarebbe considerato nullo cosicché il voto per il candidato trascinerà il voto sulla lista con effetti, da un lato, maggioritari, dall’altro, di riduzione del potere di scelta degli elettori. I partiti che non saranno riusciti a eleggere nessun candidato nei collegi uninominali entreranno in Parlamento esclusivamente se avranno ottenuto almeno il 5 per cento dei voti su scala nazionale. Nel Mattarellum la soglia era 4 per cento; nel sistema tedesco è 5 per cento, con la possibilità di ingresso nel Bundestag anche per minoranze di qualsiasi tipo purché concentrate, quindi, in grado di eleggere almeno tre candidati nei collegi uninominali.
Nel complesso, la distribuzione dei seggi nel sistema elettorale tedesco è del tutto proporzionale fra i partiti che hanno superato la soglia del 5 per cento. Inoltre, gli elettori possono utilizzare i loro due voti come desiderano, scegliendo il candidato di un partito e la lista di un altro partito, spesso dando in questo modo una significativa indicazione della coalizione di governo che preferiscono. In sostanza, Renzi ha scelto, sembra su indicazione di Denis Verdini (però, eviterei di chiamare questo sistema “verdinellum”), una legge elettorale con effetti considerevolmente maggioritari. Se il centro-destra non procede a candidature unitarie nei collegi uninominali rischia di non vincerne nessuno tranne, forse, quelli che in alcune zone del Nord potrebbero essere appannaggio della Lega. Il Movimento 5 Stelle è competitivo e, forse, la scelta, tutt’altro che facile, di candidati anche non particolarmente conosciuti per i collegi uninominali, non lo penalizzerà troppo (ma un po’ probabilmente sì). Con il 30 per cento circa dei voti, il PD otterrà sicuramente molte più del 30 per cento di vittorie nei collegi uninominali. Sommandovi il 30 per cento e più (quanti di più dipenderà dal numero di partiti che superando la soglia del 5 per cento avrebbero accesso alla distribuzione dei seggi proporzionali) di seggi ottenuti con le liste proporzionali, il PD potrebbe avvicinarsi alla maggioranza assoluta sia alla Camera sia, più probabilmente, al Senato.
Quanto all’approvazione della legge alla Camera, nella cui aula la discussione è previsto inizi il 5 giugno, non sembrano esservi dubbi data la maggioranza gonfiata di cui gode il Partito Democratico. Al Senato, la maggioranza il PD dovrà costruirsela (è un eufemismo), magari con la promessa di un pugno di seggi sicuri a chi andrà in suo soccorso. Dopodiché, toccherà ai “tecnici” disegnare e ritagliare i collegi, operazione tutt’altro che facile e che richiederà tempo, ma non è comunque il caso di continuare con il tormentone delle elezioni anticipate. Purtroppo, gli elettori italiani continueranno ad avere pochissimo potere poiché le fatidiche crocette non potranno passare dal candidato “uninominale” di un partito alla lista di un partito diverso anche se preferibile (o viceversa). La scelta della potenziale coalizione di governo, prodotta da accordi pre-elettorali, potrà anche non essere loro comunicata in anticipo. Tutto il “gioco” resta nelle mani dei partiti, dei loro dirigenti e, naturalmente, dei parlamentari paracadutati e trasformisti. Non finisce qui.
Pubblicato AGL 22 maggio 2017
Premiato chi ha giocato in nome dell’Europa
Prima di buttarsi a capofitto nei paragoni sbagliati Francia-Italia, che denotano un misto di ignoranza e malafede, è opportuno mettere in evidenza gli insegnamenti importanti dell’elezione presidenziale francese. Al ballottaggio ha vinto il candidato che ha fatto dell’Europa, così com’è, ma anche come vorrebbe che fosse, il cuore della sua campagna elettorale e del suo messaggio politico. In maniera persino commovente il suo discorso della vittoria di fronte al Louvres è stato accompagnato dalle note dell’Inno alla Gioia della Nona Sinfonia di Beethoven che è anche l’Inno ufficiale dell’Europa. Il 66 per cento dei francesi hanno segnalato con il voto che credono che il loro futuro migliore si costruirà dentro l’Unione Europea e che Emmanuel Macron è l’uomo più credibile per rappresentare le loro preferenze, i loro interessi e i loro ideali a Bruxelles. Fino ad ora, sulla scena politico-elettorale europea non s’era visto nulla di tanto esplicitamente e coerentemente europeista. Anzi, i candidati a cariche elettive usa(va)no abitualmente l’Europa come capro espiatorio di quello che non va nel loro paese oppure come alibi delle riforme che dovrebbero fare se rispettassero gli impegni presi a Bruxelles. Altrove, ad esempio, in Italia, l’Europa è identificata con gli Eurocrati, i Burocrati e i Tecnocrati che applicano regole senza pietà e non conoscono le condizioni di vita degli europei. Quasi tutti quegli Eurocrati, se parliamo dei Commissari, sono stati capi di governo e ministri dei loro paesi, avendo vinto e governato. Con loro e con gli altri capi di governo, il Presidente Macron sarà in grado di utilizzare la carta del grande consenso elettorale ottenuto e della sua personale credibilità, diversamente da chi, criticando e non adempiendo agli impegni presi, si aliena qualsiasi potenziale alleato.
Il ballottaggio francese, che non ha nulla a che vedere con il ballottaggio previsto nell’ormai defunto Italicum, è servito, non a dare un cospicuo premio in seggi a un partito, ma a eleggere il Presidente. In quel ballottaggio, a sostegno dei due candidati si sono schierati anche i partiti i cui candidati erano stati sconfitti al primo turno, mentre le coalizioni erano/sono vietate nell’Italicum. È molto probabile che quelle coalizioni si riproducano nei collegi uninominali per le elezioni legislative. Non ci saranno pluricandidature e, naturalmente, neppure candidati privilegiati. Ciascuno e tutti dovranno conquistarsi i voti offrendo sia rappresentanza al collegio sia sostegno alla maggioranza di governo o all’opposizione. Il sistema maggioritario a doppio turno nei collegi uninominali garantisce competizione politica e avvicina la politica agli elettori e viceversa. Chi non vuole un sistema elettorale proporzionale (e l’Italicum è proporzionale, peggiorato dal premio di maggioranza) sa dove guardare.
Il Presidente Macron non può fare affidamento su un partito, ma su migliaia di entusiasti sostenitori e su molti parlamentari uscenti, specialmente del Parti Socialiste, che potranno essere ottimi candidati nei collegi uninominali. D’altronde, neanche in Francia mancano coloro che, come scrisse memorabilmente Ennio Flaiano, corrono in soccorso del vincitore. È un bene che sia così poiché al vincitore toccherà anche l’arduo compito di operare per la ristrutturazione del sistema dei partiti francesi. No, la destra e la sinistra non sono scomparse. Marine Le Pen non è principalmente una populista. Rappresenta la destra nazionalista francese che ha una lunga, non sempre onorevole, storia. I gollisti debbono la loro crisi, non mortale, alla cattiva selezione del candidato Fillon e alla sua mediocrissima campagna elettorale. È la sinistra francese il luogo della divisione e della conseguente debolezza politica. Forse sul territorio, nei collegi uninominali si formeranno utili alleanze di centro-sinistra. Dall’Eliseo Macron avrà modo di inviare consigli e aiuti. Nel frattempo, che tutti imparino che la politica in Francia ha dimostrato che né la Brexit né il trumpismo possono fermare chi predica e agisce in nome della libertà e dell’Europa.
Pubblicato AGL il 9 maggio 2017