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Macron-LePen al voto con l’ombra degli hacker

Il confronto televisivo fra Emmanuel Macron e Marine Le Pen è stato, secondo il vecchio Jean-Marie, “noioso e incomprensibile”. Forse “malconsigliata”, Marine non è stata, secondo suo padre, “all’altezza”. Comunque, bontà di genitore, escluso, sostituito e emarginato dalla figlia, alla fine il duello si è risolto in un pareggio. L’invidia del risultato elettorale ottenuto da Marine, 5 per cento e 1 milione e 2000 mila voti in più del suo massimo, e delle prospettive che la danno addirittura al 40 per cento nel ballottaggio, hanno spinto il padre a giudizi severi, non condivisi da buona parte dell’elettorato. Tuttavia, Marine è, da un lato, la candidata che ha un elettorato molto fedele, che sicuramente tornerà a votarla al ballottaggio, ma, dall’altro, elettori molto ostili che la temono e che dichiarano di non volerla assolutamente vedere vittoriosa. Grazie all’alleanza siglata con Dupont-Aignan, al quale ha promesso di nominarlo Primo ministro, Marine Le Pen gode in partenza di una base di voti superiore al 26 per cento, in numeri assoluti più di 9 milioni e 350 mila.

Non sappiamo chi abbia “hackerato” i computer del quartier generale di Macron: i soliti russi di Putin, la destra americana, altri che cercano di impedirgli di compiere l’ultimo passo verso la vittoria? Chiunque sia stato segnala che questa elezione presidenziale francese è davvero importante e che, per dirla con le parole di Marine, la globalizzazione è diventata effettivamente selvaggia. In tutto questo si staglia un dato in una certa misura sorprendente e abbastanza rassicurante per Macron: due terzi dei francesi dichiarano che l’Unione Europea è positiva per la Francia. Se, dunque, ha ragione Marine Le Pen nel dire che la linea distintiva più profonda fra i due candidati è data dall’atteggiamento nei confronti dell’Europa, allora Macron ha un grande motivo per stare sereno. Tuttavia, vi sono due elementi che bisogna prendere in seria considerazione in attesa dei risultati. Il primo elemento è, per dirla con le ricerche elettorali italiane, che il voto per Macron, candidato senza partito, è sostanzialmente un voto di opinione, quindi, non incardinato, ma fluttuante e mutevole.

Senza la convergenza di elettori che, come i socialisti e i gollisti, non hanno più il loro candidato in lizza, Macron vedrebbe ridursi significativamente le sue chances. Inoltre, chi l’ha votato al primo turno afferma di averlo fatto più in mancanza di meglio (il 60 per cento) che per convinzione (40 per cento). Le motivazioni dei voti dati Marine sono quasi specularmente opposte: molto più per convinzione. Il secondo elemento è che, dunque, Macron ha assoluta necessità dell’apporto dei socialisti piuttosto indeboliti, e dei gollisti, rimasti senza candidato, ma soprattutto memori che il Gen. de Gaulle fu sempre intransigente nel chiudere la porta alla destra francese. Quasi la metà degli elettori gollisti ha dichiarato ai sondaggisti di volere seguire l’indicazione di voto a favore di Macron data da François Fillon e da Alain Juppé, già Primo ministro, oggi sindaco di Bordeaux, ma il comportamento dell’altra metà farebbe una notevole differenza se si traducesse nel voto a Marine piuttosto che nella più probabile astensione.

Bella sorpresa per Macron è che più di un terzo degli elettori di Mélenchon (che al primo turno sono stati 7 milioni e 126 mila) sceglieranno di votarlo non seguendo l’esiziale suggerimento di equidistanza espresso dal loro candidato. La conquista della Presidenza ad opera di Macron sarà un’ottima notizia soprattutto per coloro che pensano che la politica debba essere fatta con argomentazioni razionali contro chi manipola gli elettori facendo appello alla paura e ai risentimenti. Sarà anche una buona notizia per tutti gli europeisti. Però, per sapere come sarà governata la Francia per i prossimi cinque anni bisognerà attendere le elezioni legislative di giugno quando si vedrà quanta forza è rimasta a socialisti e gollisti e quanta disponibilità a collaborare con il Presidente eletto.

Pubblicato AGL il 7 maggio 2017

Ora il compito di fare il vero democratico

Ancorché parecchio inferiore alle consultazioni comparabili finora svolte dal PD, la partecipazione al voto di poco meno di due milioni di elettori ha evitato un pericoloso e temutissimo flop (che avrebbe anche coinvolto lo strumento “primarie” in quanto tale). Tirato un profondissimo sospiro di sollievo, tutti i sostenitori di Renzi, che aveva scaramanticamente fatto scendere l’asticella a un milione di voti, si sono subito lanciati nel trionfalismo “grandissima, unica, insuperabile prova di democrazia”. Certo, esiste anche la democrazia numerica che, in questo caso, è servita a eleggere il segretario del Partito con una percentuale superiore al 60 (nel 2013 era stata 68). Ciò detto, la democrazia è faccenda molto più complessa e molto più ricca di qualsiasi conta numerica. Si intesse di comportamenti e di azioni, si nutre di politiche e di critiche. La democrazia è, in special modo, riconoscimento delle opposizioni e del loro diritto di critica e di controproposta. I democratici hanno da tempo imparato che, molto spesso, gli oppositori hanno idee buone e proposte utili. Ascoltano entrambe e, nella misura del possibile, le mettono in pratica.

C’è molto di nuovo da mettere in pratica da parte del non più tanto nuovo segretario del Partito Democratico. Per esempio, dovrebbe forse dire, finalmente, visto che in campagna elettorale non l’ha fatto proprio, che tipo di partito vuole, al centro e nelle aree locali. Dovrebbe chiarire se davvero ha una proposta di legge elettorale che risponda non solo alle sacrosante esigenze espresse dal Presidente della Repubblica, di essere applicabile in maniera armonizzata sia alla Camera sia al Senato, ma che elegga un Parlamento rappresentativo in grado di dare vita a un governo. Dovrebbe, quel segretario, spiegare se preferisce alleanze con il centro-destra di Berlusconi et al o se vuole (ri)costruire un tessuto connettivo con tutto il Campo Progressista di Giuliano Pisapia. Dovrebbe immediatamente ritirare l’appellativo “traditori” per Bersani e Speranza e tutti coloro che dal Partito Democratico sono stati spinti fuori dai suoi collaboratori e da lui stesso. Il primo compito di un segretario di partito e tenere quel partito unito, anche nelle difficoltà e nelle divergenze, spesso giustificate, di opinione.

Dovrebbe, infine, non pronunciare mai giudizi sommari sul governo guidato da un autorevole esponente del PD, per di più da lui suggerito e al quale ha imposto praticamente tutti i ministri del suo precedente governo. Fra l’altro, non è affatto vero, come Renzi ha dichiarato, che l’Italia è ferma dal 4 dicembre. È vero che l’Alitalia non è affatto decollata, come lui aveva trionfalmente dichiarato, ma non certo per responsabilità di Gentiloni. È altrettanto vero che, seppure molto, troppo, lentamente, la crescita economica c’è e che quel che manca è la riduzione del debito pubblico operazione contro la quale è proprio lui che si oppone per motivazioni puramente elettoralistiche. Pensare che, sta qui l’errore non soltanto semantico, avendo riconquistato la carica di segretario del Partito Democratico, adesso può muovere a tutta velocità verso elezioni anticipate che lo riporteranno a Palazzo Chigi non è soltanto avventurismo. È un errore politico, ma anche, usando un eufemismo, uno sgarbo istituzionale nei confronti del Presidente Mattarella che ritiene, giustamente e costituzionalmente, che la stabilità del governo è un bene da non mettere imprudentemente a rischio. Inevitabilmente, si sono riaperte alcune partite. Forse conterà anche molto la partita delle elezioni amministrative di giugno. Avere di mira il buon funzionamento del sistema politico, non producendo strappi per ambizioni personali, è il miglior modo di tradurre la democrazia dei numeri in democrazia dei comportamenti. Sapranno Renzi e i suoi sostenitori mostrarsi all’altezza di una sfida che nel passato hanno perso?

Pubblicato AGL il 1°maggio 2017

Avanza chi capisce la lezione #Francia

C’è qualcosa di patetico nei commenti, di politici e giornalisti, al primo turno (sottolineo primo), delle elezioni presidenziali francesi. No, non ha vinto Marine Le Pen, come sembra sostenere Salvini. No, non è andato bene neppure Jean-Luc Mélenchon, come pensa Stefano Fassina, che suggerisce l’astensione al ballottaggio come se fra Le Pen e Macron la (sua) sinistra potesse/dovesse dichiararsi equidistante. No, Emmanuel Macron non è Renzi (meno che mai un giovane Berlusconi). Non è né il nuovo che avanza né un politico senza esperienza. Ha soltanto capito, ma questa è una lezione importantissima, per tutti, che era cosa buona e giusta sfidare chi non si mostrava sufficientemente europeista e che, in Francia, esiste un elettorato che vuole una guida di centro-sinistra, rassicurante e non aggressiva, competente e non improvvisata. Poiché in un’elezione presidenziale conta anche e molto la personalità del candidato, Macron ha goduto di tre elementi positivi. Primo, la sfida più credibile alla sua persona era/è rappresentata da Marine Le Pen, destra estrema, nazionalista, sovranista, xenofoba prima ancora e più che semplicemente populista. Secondo, i socialisti hanno pagato il prezzo, alto, delle troppe inadeguatezze della Presidenza di François Hollande e della non brillante candidatura di Benoît Hamon, piombato a una percentuale simile a quella che, nel 1969, con l’allora sindaco di Marsiglia Gaston Defferre, segnò la fine di quella che si chiamava Sezione Francese dell’Internazionale Operaia (SFIO). Su quelle ceneri, due anni dopo, François Mitterrand costruì il Parti Socialiste. Dunque, non è affatto detto che il socialismo sparirà dalla faccia della Francia. Terzo, la mancata rinuncia alla candidatura del gollista François Fillon, troppo disinvolto nel suo nepotismo (soldi alla moglie e ai figli per collaborazioni parlamentari mai effettuate), ha spinto non pochi elettori a preferirgli proprio Macron.

Sembra abbastanza scontata la vittoria di Macron al ballottaggio, che si svolge fra due candidati alla Presidenza della Repubblica e non ha quindi nulla da vedere con l’ex-ballottaggio dell’Italicum, sperabilmente defunto per sempre, che si sarebbe svolto fra due partiti per ottenere più seggi in Parlamento. Tuttavia, poiché i voti contano, anche se bisogna saperli contare, l’esito numerico avrà grande importanza. Il ballottaggio 2017 è significativamente diverso da quello che ebbe luogo nel 2002 quando la sinistra, esclusa per suoi enormi errori di calcolo e politici, fu obbligata a convergere sul gollista Chirac contro Jean-Marie Le Pen, più estremo e più sgradevole di sua figlia Marine. Non è affatto detto che tutti gli elettori del gollista Fillon andranno a votare Macron. Potrebbero semplicemente astenersi, in questo modo, però, indirettamente favorendo Marine che gode di quello che è un consenso consistente, fortemente motivato e stabile. Sono possibili, anche prevedibili, ma non calcolabili, astensioni di sinistra, di alcuni/molti elettori di Mélenchon. Insomma, Macron ha ancora molto da lavorare. Lo deve fare anche in prospettiva delle elezioni legislative, di cui si dovrà parlare a suo tempo, poiché, essendo praticamente privo di un partito organizzato, avrà qualche difficoltà, a meno che non stringa molti accordi con i socialisti, nel presentare suoi candidati (o candidati concordati) in tutti i 577 collegi uninominali della Francia e dei territori d’oltremare.

È vero che il sistema partitico francese sembra essersi sostanzialmente sfaldato, ad eccezione del Front National, ma la ricomposizione potrebbe essere incentivata proprio dall’imperativo, che il centro-sinistra francese non potrà eludere, di candidature comuni in molti/ssimi collegi uninominali. Questa, probabilmente, è la lezione più importante che i tuttora incerti e maldestri riformatori elettorali italiani dovrebbero imparare. A meno che vogliano tenersi un sistema partitico malamente destrutturato senza nessuna leadership legittimata, come sarà il prossimo Presidente francese, dal voto dei cittadini.

Pubblicato AGL il 25 aprile 2017

25 aprile: il senso etico della Resistenza

L’immagine riproduce l’ultima lettera scritta da Paolo Braccini al fratello Fabio. Il documento è vergato su un foglietto con il timbro delle “Carceri giudiziarie di Torino”

Chi avesse bisogno, ancora oggi (e sembrano essere in molti in Italia, ma anche in alcuni paesi europei, specialmente all’Est), di capire qual era e continua a essere il significato della Resistenza, dovrebbe assolutamente leggere le Lettere dei condannati a morte della Resistenza europea (in Italia pubblicato da Einaudi). Noterebbe, anzitutto, che la Resistenza non fu, in nessun paese europeo, un fenomeno esclusivamente di classe. Certo, furono i settori medio-bassi delle diverse società ad attivarsi. Erano anche stati i più oppressi dai rispettivi regimi autoritari, ma nel complesso l’aggettivo “interclassista” si attaglia ottimamente alla Resistenza. Dunque, per chi ha una visione equilibrata di che cosa è un popolo, la Resistenza fu guerra di popolo. In quelle lettere, scritte da combattenti di tutti i paesi europei, invasi e travolti dal nazismo, è possibile, anzi, facilissimo riscontrare alcuni elementi comuni, in particolare riguardo alle motivazioni e alle aspirazioni. La motivazione più forte e più diffusa è la (ri)conquista della libertà. È in nome della ricerca della libertà che milioni di uomini e donne europee presero le armi e rischiarono consapevolmente la vita, perdendola, come rivelano molte struggenti lettere, con grande serenità.

In queste lettere, i desideri di vendetta e le manifestazioni di odio sono sostanzialmente assenti. Sono, invece, molto presenti e visibili gli auspici che le loro morti siano utili, che contribuiranno a preparare un mondo migliore. Ancora una volta, in maniera sorprendente, certo con toni e accenni diversi che derivano, sì, dalle diversificate sensibilità e culture dei condannati a morte, si notano straordinarie somiglianze concernenti il mondo che quei resistenti avrebbero voluto costruire. Sullo sfondo, per tutti, sta ovviamente l’aspirazione alla pace, vale a dire a porre termine alle ricorrenti guerre. Tuttavia, ancora più chiara è la richiesta di giustizia sociale nella consapevolezza che nessuna pace può essere duratura se non è una pace riconosciuta come giusta ovvero basata su un assetto che protegga e promuova i diritti dei cittadini e che stabilisca criteri condivisi per la suddivisione delle risorse. No, non è né ricerca né anelito alla prosperità, ma l’obiettivo indicato è anche l’accesso ai frutti del proprio lavoro. Infine, ma assolutamente non come elemento marginale, questi condannati a morte condividono un elemento, forse embrionale, ma che si affaccia alle loro menti: il superamento dei gretti nazionalismi guerrafondai. L’idea che una pace giusta debba essere costruita superando, se non abolendo del tutto i nazionalismi, circola in molte lettere. È l’idea alla quale daranno sostanza fortissima Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni con il Manifesto di Ventotene (1941) redatto nel mezzo della guerra civile europea. Gli Stati nazionali sono fonti di guerre. Per renderle impraticabili è essenziale costruire un’Europa dei popoli che, naturalmente, è molto di più di un grande mercato. È uno spazio di diritti civili, politici, sociali, di convivenza, per l’appunto, nella pace, dove il perseguimento di politiche di potenza non ha più nessun senso.

Celebrare degnamente la Resistenza oggi (e domani) obbliga a riconoscere il messaggio delle lettere dei condannati a morte. Sono le loro ultime, nobili, solenni, mai retoriche, mai vendicative, parole. Quelle parole hanno un senso storico che, quindi, esclude dalle celebrazioni tutti coloro che allora stavano con i repressori e che oggi riadattano alcuni slogan di quei repressori. Hanno un senso politico che riguarda la costruzione di condizioni che impediscano il ripetersi dei fenomeni che portarono all’oppressione dei popoli europei. Hanno, infine, un potentissimo senso etico: cercare la pace nella giustizia sociale. Celebrare la Resistenza significa anche adoperarsi per un’Europa che sappia perseguire la giustizia sociale per i suoi cittadini e per tutti coloro, da dovunque vengano, che ripongono molte speranze nella giustizia.

Pubblicato AGL il 23 aprile 2017

notte 3-4 aprile 44
Fratello mio, sono morto sereno, anzi quasi con gioia.
All’altare della Patria e della Fede occorre immolare vittime. La mia vita è stata necessaria e l’ho data.
Negli ultimi momenti ho avuto tutti in mente, tutti a me davanti, ma tra tanti giganti, giganteggiava il Babbo.
Sarai orgoglioso anche di tuo fratello.
Tu conservati: pensa a Mammetta nostra: pensa a Gianna e a Marcella.
Addio, un bacio
tuo fratello

Cosa si può imparare dalla Francia

Le elezioni presidenziali francesi possono offrire molte lezioni importanti anche per l’Italia. Prima lezione: non bisogna identificare il populismo con Marine Le Pen. Certamente, la candidata del Front National usa argomenti che sono anche populisti, ma il suo consenso elettorale dipende da due elementi. Da un lato, Marine Le Pen rappresenta l’estrema destra francese che ha una lunga, qualche volta brutta, storia di nazionalismo, di sovranismo, anche se non si chiamava così, di anti-semitismo. Dall’altro, sfrutta, proprio grazie all’esaltazione dello sciovinismo (Chauvin era francese) sovranista, tutte le pulsioni contro l’Unione Europea. Più che fare appello al popolo, chiama a riscossa la nazione. Seconda lezione: dopo la deludente esperienza presidenziale di François Hollande, i socialisti si sono nuovamente divisi andando a sinistra con Benoît Hamon e occupando una parte del centro con Emmanuel Macron, già ministro in un governo socialista. Nel 2002, la divisione dei socialisti impedì addirittura a Lionel Jospin che, pure, era stato un buon Primo ministro, di andare al ballottaggio. Anche questa volta, i sondaggi dicono che il candidato socialista ufficiale non andrà al ballottaggio superato da Emmanuel Macron, mentre parte della sinistra, quella “non sottomessa”, farà convergere i suoi voti sul 65enne Jean-Luc Mélenchon che, per l’appunto, usa quello slogan elettorale. In buona sostanza, terza lezione, dal centro-sinistra alla sinistra finirebbero per esserci circa il 60 per cento di voti divisi fra tre candidati. Peggio di tutti sembra stare il candidato gollista, Françosi Fillon, appesantito dalla sua personale e familiare (prebende a moglie e figlio) modica, ma non per questo scusabile, corruzione e, forse, dal peso della storia di un partito gollista che, quarta lezione, non si è rinnovato in programmi e in facce. Il gollismo senza de Gaulle sembra davvero giunto al capolinea.

La competizione fra cinque candidati andrà sbrogliata dagli elettori che grazie a un ottimo sistema elettorale, quinta importante lezione, hanno un doppio voto molto pesante. Al primo turno avranno la possibilità di votare per la candidatura che davvero preferiscono. Si comporteranno in questo modo certamente e compattamente tutti gli elettori del Front National cosicché è possibile che Marine Le Pen risulti la più votata. Lo faranno anche i gollisti sperando in qualche molto improbabile imprevisto che consenta a Jacques Fillon di piazzarsi secondo. Saranno gli elettori socialisti quelli obbligati a riflettere se correre il rischio, votando Hamon, non solo di non riuscire a farlo andare al ballottaggio, ma di fare mancare a Macron quel pugno di voti che renda lui secondo. Dopodiché, tutti i sondaggi dicono che se il ballottaggio sarà fra Le Pen e Macron, al candidato di centro-sinistra la maggioranza degli elettori offrirà la chance di (ri)mettere “in marcia” (questo è il suo slogan elettorale) la Francia. Qui sta il grande pregio, ultima lezione, del sistema elettorale francese usato per le elezioni presidenziali: quello di consentire agli elettori di votare “sinceramente”, per la candidatura preferita, al primo turno, e “strategicamente”, vale a dire, eventualmente per la candidatura meno sgradita, al ballottaggio. Per di più, fra il primo e il secondo turno, gli elettori ottengono dai candidati, dai loro partiti, dai mass media una grande quantità di informazioni aggiuntive che consentirà loro di formarsi un’opinione più rispondente alla competizione e alle conseguenze della vittoria dell’uno o dell’altra. Questa crescita delle informazioni grazie alle clausole del sistema elettorale è qualcosa che un po’ tutti vorremmo e apprezzeremmo. Sarebbe consigliabile che i dirigenti di quel che rimane dei partiti italiani e i parlamentari guardassero alla Francia invece di affannarsi a cercare una legge elettorale che dia loro vantaggi, magari anche a scapito del potere degli elettori. Non la troveranno. Dunque: Vive la France républicaine!

Pubblicato AGL il 19 aprile 2017