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Povero “Corriere”, nessuno gli dà retta sul maggioritario @fattoquotidiano

Dovrebbe essere oramai chiaro che i paesi frugali sono assolutamente ostili all’Italia. Non soltanto nessuno di loro ha imitato, come sosteneva Renzi, l’Italicum. Ma tutti si ostinano a mantenere le loro vecchie leggi elettorali proporzionali che, nella maggioranza dei casi, risalgono addirittura all’inizio del secolo scorso. Nonostante i molti accoratissimi editoriali del Corriere della Sera, sembra che i politici italiani si ostinino a volere, anche se fino ad ora non hanno saputo elaborarla, una legge proporzionale invece di, gravissima colpa, compiere finalmente il passaggio al maggioritario.

   In verità, chi ha letto qualche articolo (non voglio esagerare chiedendo addirittura la lettura di un libro in materia) sui sistemi elettorali, sa che: primo, la legge vigente, Rosato è due terzi proporzionale e un terzo maggioritario, e che la legge precedente, Calderoli, giustamente definita Porcellum, era una legge proporzionale con premi di maggioranza per il Senato in ciascuna regione, nazionale per la Camera. Secondo, è facile constatare che il “maggioritario” voluto dagli editorialisti del Corriere non ha niente a che vedere con il maggioritario di tipo inglese nei collegi uninominali né con quello francese a doppio turno ugualmente in collegi uninominali. Il maggioritario del Corriere non ha nessuna parentela con i due sistemi maggioritari effettivamente esistenti. Invece, è/sarebbe ancora una volta un sistema non meglio definito, tecnicamente “misto”, caratterizzato da un cospicuo premio in seggi per chi (partito? coalizione?; assegnato come?) ottiene più voti.

   Non conta, naturalmente, che un sistema di questo genere non esista, anzi, non sia mai esistito da nessuna parte. L’italiano è un popolo di inventori, come dimostrano il Porcellum, l’Italicum e la Legge Rosato. Peraltro, gli inventori più recenti possono farsi (relativamente) forti di alcuni precedenti. La Legge Acerbo usata nel 1924 era una sistema proporzionale con grande premio di maggioranza.  Non elesse il governo, ma creò una maggioranza davvero stabile. Galli della Loggia (Governi e maggioranza. L’eredità che ci penalizza, in “Corriere della Sera”,27 maggio, p. 1 e 32) dà la colpa del malgoverno e dei mali governi alla proporzionale insita nel Comitato di Liberazione Nazionale e poi alla Costituzione e rivaluta la legge truffa del 1953.Trattavasi di una legge proporzionale con eventuale premio in seggi (per conseguire i 2/3 dei parlamentari) da attribuirsi ad una coalizione di quattro partiti che avessero ottenuto la maggioranza assoluta dei voti. Lo storico non sa, non ricorda, non ritiene importante che quella eventuale maggioranza dei 2/3 avrebbe potuto modificare a piacimento, qui la truffa, una Costituzione all’attuazione della quale stava applicando, come scrisse Calamandrei, “l’ostruzionismo di maggioranza”. Addio, ad esempio, alla Corte Costituzionale.

   Concretamente, sulla scia degli altri editorialisti sedicenti liberali, il bersaglio del della Loggia è la presunta insufficienza dei poteri nelle mani del capo del governo. A me pare(va) che il liberalismo fosse specialmente una tecnica di freni e contrappesi, di controllo e di limitazione del potere, anche dell’esecutivo. Ad ogni buon conto direi che è il caso di affermare con chiarezza che non c’è nessuna legge elettorale nelle democrazie parlamentari intesa a attribuire grandi poteri al capo del governo. Chi vuole questo esito deve chiedere una Repubblica presidenziale. Il problema italiano è la destrutturazione del sistema dei partiti che consegue alla loro frammentazione. Non troppo paradossalmente, a sua volta la frammentazione dei partiti offre buona rappresentanza ad una società molto frammentata. Pretendere di comprimerla con un massiccio premio in seggi è una soluzione semplicemente sbagliata.

Pubblicato il 29 maggio 2021 su il Fatto Quotidiano

Per garantire la stabilità l’Italia dovrebbe imparare da Germania e Spagna @DomaniGiornale

Da qualche anno, il Direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana e quattro autorevoli editorialisti, Aldo Cazzullo, Paolo Mieli, Angelo Panebianco e Antonio Polito combattono due indefesse battaglie. La prima è quella per una legge elettorale maggioritaria. Però, il loro “maggioritario” preferito non è né quello inglese né quello francese entrambi caratterizzati dall’elezione dei candidati in collegi uninominali, ma un’imprecisata legge elettorale che offra un più o meno cospicuo premio di maggioranza. Tale era l’Italicum, ma in quanto leggi proporzionali con premio di maggioranza, che nessuno mai definì maggioritari, si collocherebbero in questa categoria anche la Legge Acerbo, utilizzata da Mussolini nel 1924, e la legge truffa del 1953. La seconda battaglia è per un governo eletto dal popolo, uscito dalle urne e non formato in parlamento. A loro si è finalmente aggiunto anche, last but tutt’altro che least, il più recente degli editorialisti: Walter Veltroni (“Corriere della Sera” 22 maggio, p. 1 e 36).

   La sua lancinante domanda è “come garantire all’Italia di avere governi scelti dai cittadini, che durino cinque anni, siano formati da forze omogenee per valori e programmi e che combattano l’avversario in ragione di questi”? La risposta necessariamente comparata è tanto semplice quanto drastica. Da nessuna parte al mondo esistono governi “scelti dai cittadini”. Nelle repubbliche presidenziali i cittadini eleggono il capo del governo che si confronterà con un Congresso/parlamento dove esistono forze disomogenee e si sceglierà i suoi ministri. Veltroni pone l’accento sulla necessità di un governo stabile, ma, come fece più volte rilevare Giovanni Sartori, la stabilità non è affatto garanzia di efficacia dei governi. Anzi, spesso la stabilità finisce per diventare immobilismo, stagnazione, rinuncia a prendere decisioni. Aggiungo che il governo che vorrebbe Veltroni, sulla scia degli altri editorialisti del Corriere, se fosse l’esito del premio di maggioranza innestato su una legge elettorale, sarebbe anche molto poco rappresentativo delle preferenze e degli interessi dell’elettorato. Potrebbe essere conquistato da un partito del 30 per cento con la conseguenza che il 70 per cento dei votanti sarebbero/si sentirebbero poco rappresentati.

   Certo, la Corte costituzionale potrebbe anche sancire che il premio non viene assegnato se il partito più forte non conquista almeno il 40 per cento dei voti espressi, ma allora il partito grande andrebbe alla ricerca di tutti i partitini possibili necessari per superare la soglia, a prescindere da qualsiasi omogeneità programmatica e valoriale. Ė una brutta storia che possiamo già vedere nella moltiplicazione delle liste e delle listine a sostegno delle candidature a sindaco. La pur impossibile elezione popolare diretta del governo dovrebbe anche comportare, ma Veltroni non ne fa cenno, che, se quel governo perde la maggioranza in parlamento, si torna subito alle elezioni poiché qualsiasi altra coalizione, pur numericamente possibile, non sarebbe legittimata dal voto. A sostegno della sua tesi, Veltroni cita, molto impropriamente, Roberto Ruffilli e Piero Calamandrei i quali, senza dubbio alcuno, avrebbero apprezzato governi stabili, ma, altrettanto certamente, si sarebbero opposti a qualsiasi premio di maggioranza. Per Calamandrei vale la sua campagna contro la legge truffa. E il maggioritario al quale si riferiva Ruffilli non prevedeva nessun premio in seggi.

   La proposta da citare fu quella avanzata il 4 settembre 1946 in Assemblea Costituente in un ordine del giorno dal repubblicano Tomaso Perassi, docente di diritto internazionale a La Sapienza, e che fu approvata da una ampia maggioranza:

«La Seconda Sottocommissione, udite le relazioni degli onorevoli Mortati e Conti, ritenuto che né il tipo del governo presidenziale, né quello del governo direttoriale risponderebbero alle condizioni della società italiana, si pronuncia per l’adozione del sistema parlamentare da disciplinarsi, tuttavia, con dispositivi costituzionali idonei a tutelare le esigenze di stabilità dell’azione di Governo e ad evitare le degenerazioni del parlamentarismo» (c.vo mio, GP).

   In Italia non se ne è fatto niente, ma un anno dopo l’entrata in vigore della Costituzione italiana, i Costituenti tedeschi trovarono proprio il meccanismo stabilizzatore: il voto di sfiducia costruttivo. Il Bundestag elegge a maggioranza assoluta il Cancelliere. Può sfiduciarlo con un voto ugualmente a maggioranza assoluta e sostituirlo con un terzo voto a maggioranza assoluta per un nuovo Cancelliere. Se non vi riesce, il Cancelliere sconfitto può rimanere in carica, con l’approvazione del Presidente della Repubblica, fino ad un anno. Nel 1977-78 gli spagnoli, imitando i tedeschi, hanno introdotto nella loro Costituzione la mozione di sfiducia (costruttiva). Il Presidente del Governo può essere sfiduciato da una maggioranza assoluta dei deputati che automaticamente lo sostituiscono con il primo firmatario della mozione di sfiducia. In questo modo il 2 giugno 2018 è entrato in carica il socialista Pedro Sanchez. Non è casuale che Germania e Spagna siano i due sistemi politici europei che nel secondo dopoguerra hanno avuto il minor numero di governi e di capi del governo, dunque la più alta stabilità governativa. Il voto o la mozione di sfiducia rispondono all’esigenza, tanto accoratamente espressa da Veltroni, di un governo stabile. Richiedono una modifica costituzionale, sicuramente fattibile, di gran lunga preferibile e più promettente dei confusi e manipolatori dibattiti sulle leggi elettorali. Riuscirebbe persino a acquietare gli altri preoccupatissimi editorialisti del “Corriere”.

Pubblicato il 25 maggio 2021 su Domani

Le elezioni non bastano a scegliere buoni governi @DomaniGiornale

La debolezza dei governi italiani deriva dal fatto che “non sono usciti dalle urne” (Antonio Polito), il loro assetto non è stato “determinato nelle urne”, non hanno ricevuto “alcun mandato dalle schede elettorali”, non hanno la “forza di legittimazione proveniente da un corpo elettorale” (Paolo Mieli, “Corriere della Sera”, 28 dicembre). Ma, se il governo Conte è debole perché accusare il Presidente del Consiglio di autoritarismo? Peraltro, questa accusa, quando proviene da coloro che volevano il Premierato forte, appare tanto contraddittoria quanto risibile. Quale dei molti governi delle democrazie parlamentari europee ha ricevuto una legittimazione direttamente dalle urne ovvero non si è formato in Parlamento attraverso accordi di coalizione? Quanti elettori tedeschi nel 2017 votarono la Democrazia Cristiana e il Partito Socialdemocratico per “legittimare” la (terza) Grande (oggi alquanto risicata) Coalizione? Stesso discorso per il governo spagnolo guidato dal socialista Pedro Sanchez frutto, direbbe Mieli, di una “scorreria” parlamentare, la costituzionalmente prevista mozione di censura . Potrei moltiplicare gli esempi, ma già so che non servirebbe a nulla poiché i commentatori politici italiani non hanno alcun interesse e nessuna conoscenza comparata. Molti di loro continuano a criticare le leggi elettorali proporzionali che esistono da più di cento anni in tutte le democrazie dell’Europa occidentale, ad eccezione della Quinta Repubblica francese. A proposito della Quinta Repubblica, lì si utilizza un sistema elettorale maggioritario a doppio turno in collegi uninominali. Maggioritario non è un sistema elettorale proporzionale sul quale si innesta un qualsivoglia premio di maggioranza. Dunque, non bisogna mai consentire con Matteo Renzi quando afferma di volere un sistema elettorale maggioritario poiché continua a riferirsi all’Italicum e affini e non vuole affatto i collegi uninominali nei quali si vince e si perde (e, incidentalmente, non è mai consentito a nessuno/a di essere candidato/a in più di un collegio uninominale).

La debolezza dei governi italiani ha due cause: i numeri spesso poco superiori alla maggioranza assoluta dei parlamentari e le differenze programmatiche fra i partiti che compongono la coalizione (nonché le divergenze persino all’interno dei partiti cristallizzate in correnti). Sia chiaro che neppure nelle Repubbliche presidenziali quello che esce dalle urne è il governo. Ne esce soltanto il Presidente il quale, poi, quando si accingerà a scegliere i suoi ministri, dovrà tenere conto di tutte le “sensibilità” dentro il suo partito e delle associazioni dei più vari tipi che hanno contribuito alla sua elezione. Quando, poi, il presidenzialismo di cui parliamo è quello degli USA, allora sarà opportuno non dimenticare tutti gli inconvenienti che derivano dalla possibilità, che si produce con notevole frequenza, del “governo diviso”, vale a dire quando il Presidente non dispone della maggioranza in una o in entrambe le Camere (auguri ai candidati democratici al Senato in Georgia).

La qualità, stabilità politica (magari agevolata dall’esistenza del voto di sfiducia costruttivo, deterrente che blocca i poteri di ricatto e i ricattatori) più efficacia decisionale, dei governi italiani dipende in parte dalla legge elettorale, vale a dire da come vengono selezionati i rappresentanti parlamentari e, dunque, dai partiti, in parte dalla frammentazione della società italiana. Fintantoché le leggi elettorali consentiranno le candidature multiple e non imporranno requisiti di residenza ai candidati/e e dunque avremo parlamentari “nominati” e paracadutati, la rappresentanza politica continuerà ad essere inadeguata. Una rappresentanza inadeguata non è mai in grado di dare vita a governi stabili, produttivi, capaci di rapportarsi alla cittadinanza. Sempre più difficile è diventato ricostruire organizzazioni partitiche decenti, ma solo partiti che si dotino di una cultura politica potranno migliorare il governo, quel “difficile governo” di cui già nel 1972 acutamente scrisse Giorgio Galli scomparso domenica. Infine, soltanto rilevando che la società italiana è frammentata, particolaristica, spesso disponibile ad accettare le pratiche clientelari e, dunque, operando per ricomporla attraverso la ricostruzione di partiti decenti, non con espedienti ingegneristici e trucchetti, sarà possibile migliorare il funzionamento del sistema politico italiano.

Pubblicato il 29 dicembre 2020 su Domani

La rappresentanza politica esiste dove gli elettori hanno potere @DomaniGiornale

Invece di ricorrere a improbabili non divertenti e assolutamente insignificanti parole latine per definire la bozza della prossima legge elettorale, sarebbe molto più utile che i commentatori ne spiegassero e valutassero le caratteristiche. Dire che in Commissione Affari Istituzionali si discute del Brescellum (perché il cognome del Presidente della Commissione è Brescia), ma si intrattiene anche l’idea del Germanicum o, peggio, del Tedeschellum poiché la legge potrebbe avere una soglia d’accesso al Parlamento del 5 per cento (attendo lo Svedesellum se la soglia sarà del 4 per cento come in Svezia), non serve a informare correttamente nessuno. Annunciare che “ritorniamo” alla proporzionale (con grande scandalo di coloro che temono che l’Italia s’incammini verso una Weimar da loro immaginata) senza ricordare che l’attuale legge Rosato è già 2/3 proporzionale e 1/3 maggioritaria, è una manipolazione. Non spiegare che il non precisato maggioritario che vorrebbe il leader di Italia Viva non ha niente a che vedere con le leggi maggioritarie inglese e francese, entrambe in collegi uninominali, la prima a turno unico, la seconda a doppio turno, è un’altra brutta manipolazione. Infatti, almeno a parole Renzi vorrebbe qualcosa di simile al suo amato Italicum: un premio di maggioranza innestato su una legge proporzionale che gli consentirebbe trattative a tutto campo.

   Fintantoché nessuno dirà con chiarezza, e sosterrà con coerenza, che le leggi elettorali si scrivono non per salvare i partiti e per garantire i seggi dei loro dirigenti, ma per dare buona rappresentanza politica agli elettori, non sarà possibile scrivere una legge elettorale decente. Quando leggo nel titolo di grande rilievo dell’intervista rilasciata da Sabino Cassese al “Domani” che : “l’attuale classe politica non è all’altezza di governare”, mi sorgono spontanee (sic) tre domande: 1. come è stata reclutata l’attuale classe politica? Che c’entri qualcosa anche la legge elettorale? 2. dove e come troverebbe l’astuto professor Cassese una classe politica migliore, all’altezza? 3. che sia necessaria una legge elettorale diversa per porre le premesse del miglioramento della classe politica? Poi mi vengono in mente tutti coloro che, saputelli e arrogantelli, dicono che non esiste una legge elettorale perfetta, magari mentre vanno in giro criticando il bicameralismo italiano proprio perché “perfetto” (non lo è).

La classe politica migliore verrà, da un lato, dalla competizione vera fra partiti e fra candidati, proprio quello che la legge Rosato non può offrire, e dalla possibilità per gli elettori scegliere davvero fra partiti, ma anche fra candidati/e non nominati non paracadutati. Se il collegio è uninominale (e la legge maggioritaria), no problem: gli elettori valuteranno anche i candidati, la loro personalità, la loro esperienza, la loro competenza. Se la legge è proporzionale, la lista delle candidature non deve essere bloccata e agli elettori bisogna assolutamente garantire la possibilità di esprimere un voto di preferenza (perché non due lo spiegherò un’altra volta). Trovo, da un lato, risibili, dall’altro, prova sicura di ignoranza profonda, dall’altro, ancora, offensiva per la grande maggioranza degli elettori italiani, sostenere, come viene spesso fatto, che il voto di preferenza apre la strada alla mafia e alla corruzione. Oggi esiste una Commissione parlamentare che serve a individuare preventivamente quali sono le candidature impresentabili e c’è una Legge Severino che punisce severamente la corruzione.    La mafia e la corruzione non si combattono, e meno che mai si vincono, sottraendo agli elettori la possibilità di scegliere il loro candidato/a e non consentendo ai candidati/e di andare a cercarsi quei voti, interloquendo con gli elettori per farsi eleggere, e di tornare da quegli elettori per ottenere la rielezione spiegando il fatto, il non fatto, il malfatto. Dunque, le leggi elettorali si valutano in base alla possibilità di stabilire e mantenere un legame di rappresentanza politica fra elettori e candidati attraverso il collegio uninominale oppure il voto di preferenza e dando per l’appunto agli elettori il potere di scegliere. Non mi pare proprio che queste esigenze siano tenute in conto in Commissione alla Camera. Credo che almeno i commentatori (e qualche professore di Scienza politica non servo del suo partito di riferimento) dovrebbero farne tesoro o, quantomeno, tenerle presenti e discuterne.

Pubblicato il 8 dicembre 2020 su Domani

Va bene il proporzionale, ma con preferenza unica @fattoquotidiano

La legge elettorale prossima (av)ventura. Premessa: se sarà una legge elettorale proporzionale non dovrà avere pluricandidature e dovrà consentire a elettrici e elettori di esprimere un voto di preferenza. Non due voti poiché non è vero che favoriscono le donne. Al contrario, subordinano le elette all’uomo che abbia fatto scambi con loro. Non tre o quattro preferenze poiché sono propedeutiche, come qualsiasi parlamentare democristiano eletto tra il 1948 e il 1987 potrebbe confermare, alla formazione di correnti. Infine, se si desidera evitare la frammentazione del sistema dei partiti, certamente non produttiva di buona rappresentanza politica, ma di potenziali poteri di ricatto per piccoli gruppi, dovrà contenere una clausola di accesso al Parlamento.

Di leggi elettorali proporzionali ne esistono molte varietà. Due elementi importanti le caratterizzano: la ampiezza della circoscrizione, misurata con riferimento al numero dei parlamentari che vi sono eletti e la formula di assegnazione dei seggi (le tre più utilizzate sono d’Hondt, Hare e Sainte-Lagüe, elemento molto tecnico, ma tutt’altro che irrilevante nel favorire i partiti o i partiti grandi). Ipotizzando che vengano ritagliate quaranta circoscrizioni con dieci deputati da eleggere in ciascuna, non ci sarebbe neppure bisogno di una clausola di accesso. Per vincere un seggio sarà indispensabile ottenere almeno l’8-9 per cento dei voti in ciascuna circoscrizione. Per un senato di 200 componenti eletti in 20 circoscrizioni il discorso sarebbe esattamente lo stesso, ma è complicato dalla statuizione costituzionale che ne impone l’elezione su base regionale.

Fuoruscendo dall’ormai stucchevole ricorso al latino che, al contrario del Mattarellum e del Porcellum, non apporta nulla in termini di conoscenza, chi volesse adottare la legge elettorale tedesca (non Germanicum, non Tedeskellum), dovrebbe farlo nella sua interezza. La clausola del 5 per cento è, ovviamente, importante, ma molto più importante è che l’elettore/rice tedesco/a dispone di due voti. Con il primo sceglie fra i candidati in collegi uninominali su base dei Länder; con il secondo vota una lista di partito. Non soltanto il doppio voto conferisce più potere all’elettore/trice, ma ha spesso consentito loro di incoraggiare e approvare la formazione di coalizioni indicate dai dirigenti di partito (Democristiani-Liberali; Socialdemocratici-Liberali; Socialdemocratici-Verdi).

Ė persino banale affermare che non esiste una legge elettorale perfetta. Certamente, no, ma altrettanto certamente esistono leggi elettorali buone e leggi elettorali cattive. Grazie all’Italicum e alla legge Rosato è oramai accertato e acclarato che esistono leggi elettorali pessime. La legge proporzionale usata in Italia dal 1946 al 1987 era accettabile e funzionò in maniera (più che) soddisfacente. L’alternanza mancò soprattutto poiché l’alternando, il PCI, non ebbe mai voti sufficienti a renderla inevitabile. La legge Mattarella, l’unica della seconda fase della Repubblica ad essere in qualche modo il prodotto di un referendum popolare, ebbe più pregi che difetti e alcuni dei difetti (il cosiddetto “scorporo” e la possibilità di liste civetta) sarebbero oggi facilmente eliminabili.

Sento ripetere da qualche politico che lui/lei preferirebbero il maggioritario, magari con l’aggiunta “il sindaco d’Italia”. Al di là dei problemi di scala: eleggere il sindaco, anche di città grandi come Roma, Milano, Napoli, Torino, non è la stessa cosa dell’elezione del capo del governo, la legge per l’elezione dei consigli comunali è proporzionale. L’elezione diretta del sindaco/a è altra cosa e configura una forma di governo presidenziale con l’eletto/a che non può essere sostituito/a proprio come i presidenti “presidenziali”. Maggioritarie sono le leggi elettorali delle democrazie anglosassoni: vince il seggio in collegi uninominali chi ottiene anche un solo voto in più degli altri candidati. Maggioritaria è la legge elettorale a doppio turno (non ballottaggio) in collegi uninominali utilizzata in Francia. Sono purtroppo consapevole che, al momento, non esiste una proposta a sostegno della legge francese e neppure una maggioranza disposta a votarla. So, però, che una proposta articolata in tal senso sarebbe la vera “mossa del cavallo”. Aprirebbe un campo elettorale inusitato impedendo giochi di partito. Conferirebbe all’elettorato grandi responsabilità incentivandolo a informarsi e a ridefinire con maggiore attenzione le sue preferenze. Obbligherebbe i partiti a selezionare meglio le loro candidature, che è proprio uno dei più importanti obiettivi vantati dai sostenitori della riduzione del numero dei parlamentari: “meno, ma meglio”. Vorrei che l’opzione francese rimanesse viva. Comunque, almeno potrò affermare: “ve l’avevo detto” et salvavi animam meam.

Pubblicata il 29 settembre 2020 su Il Fatto Quotidiano

Riforme, leggi elettorali e Pd. Così il prof. Pasquino ribatte ad Arturo Parisi @formichenews

Ieri, ma soprattutto oggi, ritengo che chiamare maggioritarie le leggi elettorali proporzionali sulle quali viene innestato un premio di maggioranza è sbagliato e manipolatorio. Il commento del prof. Pasquino

Formiche.net mi ha invitato a esplicitare e chiarire le mie critiche variamente espresse (anche con pungenti tweet) ai pensieri politici e istituzionali che il mio amico Arturo Parisi pronuncia di frequente (qui l’intervista). Lo faccio volentieri, non per una resa dei conti personale, ma con l’obiettivo di dare un contributo alla comprensione del sistema politico italiano e alla costruzione di un suo migliore futuro.

Nella stagione referendaria fui presente, eccome, in quanto convinto promotore. Scrissi anche un editoriale per Repubblica: 1 aprile 1990, nel quale lodavo e appoggiavo la proposta della FUCI di un referendum sulla legge elettorale. Ritenevo necessario cambiarla, non perché le leggi elettorali proporzionali sono brutte e cattive (qualche commentatore continua, stupidamente, a ritenerle la causa della tragedia di Weimar), ma perché in Italia quel tipo di PR era uno degli ostacoli più difficili da superare per rendere praticabile il meccanismo all’alternanza al governo fra coalizioni diverse. Fin da allora, però, sostengo che il sistema elettorale preferibile per l’Italia è il maggioritario a doppio turno nei collegi uninominali di tipo francese (a richiesta argomenterei più a fondo).

Ieri, ma soprattutto oggi, ritengo che chiamare maggioritarie le leggi elettorali proporzionali sulle quali viene innestato un premio di maggioranza: Legge del Porcellum Calderoli e Legge dell’Italicum Renzi (con zio D’Alimonte) è sbagliato e manipolatorio. Se Prodi e Parisi sono “maggioritari” perché vogliono un premio di maggioranza, comunque attribuito, sbagliano. Ad ogni buon conto, quel tipo di legge elettorale non deve essere definita “maggioritaria”. Non c’è nessun ritorno alla PR che abbiamo conosciuto. Comunque, se congegnata in maniera tale da dare potere agli elettori, qualsiasi legge PR sarebbe molto meglio della pessima legge Rosato. Fatemi sentire alte e forti le voci di Prodi, di Veltroni e, naturalmente, di Parisi che chiedono che si metta fine all’obbrobrio delle pluricandidature e delle liste bloccate. O la qualità del ceto parlamentare è una variabile irrilevante?

A suo tempo, ho molto apprezzato l’Ulivo la cui definizione, incidentalmente, non può essere affidata in esclusiva a qualche parlamentare prodiana miracolata, senza arte né parte. L’Ulivo fu il benemerito tentativo di rinnovare il ceto politico aprendosi alla società (sì, civile). Riuscì solo parzialmente. È ancora quasi tutto da realizzare. Con il doppio turno francese non è difficile pensare a candidature nei collegi uninominali capaci di vincere e di rappresentare quelle società in modo e misura di gran lunga migliori di quelli dei politici di professione/di cooptazione. Sto aspettando Prodi, Veltroni, Parisi e anche, se lo vorrà, Enrico Letta, sulla sponda del fiume doppio turno. Sono certo che lì non arriverà mai Matteo Renzi, le cui riforme istituzionali, pasticciate, confuse, inadeguate, Prodi e Parisi hanno sostenuto con il loro “sì”. Portavano ad una democrazia maggioritaria, bipolare, dell’alternanza? Ad una tanto vantata (ma inesistente negli studi degli specialisti) democrazia “decidente”? O del decisore unico? Aprivano spazi veri alla società? Contenevano e realizzavano il modello del “Sindaco d’Italia”? Non chiedo a nessuno di esultare per lo scampato pericolo. L’ho fatto io, per molti, mentre Parisi se ne doleva, quella sera del 4 dicembre 2016.

Ma l’Ulivo, poi, è stato il padre del Partito democratico? Proprio no. Eppure né Prodi né Veltroni né Parisi espressero riserve e critiche su quella fusione gelida del 2007 che salvava le poltrone (eh, sì, lo scrivo proprio così) dei dirigenti, ma escludeva quasi programmaticamente e in maniera brutale tutte le associazioni che si erano mobilitate per l’Ulivo d’antan. Il Pd suscitò, raccolse, valorizzò le migliori culture riformiste dell’Italia? E quale cultura politica e istituzionale ha oggi il Pd? Qualcosa di elaborato da Parisi e Prodi? da Veltroni? Da altri, e chi? Quale democrazia hanno voluto i collaboratori di Prodi? Quella che sarebbe sbucata dalla vittoria del sì al referendum? Per usare le parole di Parisi: da chi venne l’ispirazione di una democrazia diversa e verso quale modello si orienta oggi la sua aspirazione?

Da Parisi ho imparato molto nei quasi trent’anni trascorsi insieme fra Mulino e Istituto Cattaneo. Ho imparato soprattutto che è un dovere scientifico, ma anche etico, mettere in discussione le spiegazioni date per acquisite, spesso pappagallescamente ripetute, e le proposte non argomentate. Rovesciare. Oggi mi sembra che Parisi e con lui molti altri commentatori e politici (con me stanno pochi followers, ex-studenti…) si nutrano di luoghi comuni e rinuncino alla critica dell’esistente in nome di qualcosa che non è mai esistito. Dunque e comunque, non finisce qui.

Il libro più recente di Gianfranco Pasquino, non politologo, ma professore emerito di Scienza politica, è Minima Politica (UTET 2020). A qualcuno potrebbe interessare anche Italian Democracy. How It Works (Routledge 2020)

Pubblicato su Formiche.net il 20 febbraio 2020

Dialoghetto edificante sulle leggi elettorali

Studente (bravo) – Ma, davvero, Prof, vuole ancora scrivere sulla legge elettorale? Non è bastato tutto quello che ha scritto ai tempi gloriosi dell’Italicum, nato morto?

Prof – Sembra proprio di no, che non basti mai. Nessuno impara niente. Stanno riemergendo dotti commentatori e giornalisti che continuano imperterriti a dire le stesse cose sbagliate.

– Già, l’ho notato anch’io. Cosa significa che la sera delle elezioni dobbiamo sapere chi ha vinto? Ma già adesso lo sappiamo, vero?

– Certamente, ha vinto chi (il partito) ha aumentato i suoi voti. I commentatori confondono la vittoria elettorale con la formazione del governo e l’attribuzione della carica (non poltrona) di Primo ministro.

– Ma è così importante sapere “chi ha vinto”?

– No, ma anche qui c’è un’altra grande confusione/manipolazione. I commentatori pensano, credono, desiderano una legge elettorale che serva a eleggere il governo.

– E quella legge non esiste da nessuna parte?

– Proprio no, a meno che si confondano le democrazie parlamentari nelle quali, per definizione, non può esistere l’elezione del (capo del) governo con le Repubbliche presidenziali, nelle quali, comunque, non si elegge il governo, ma il Presidente, che è capo dell’esecutivo.

Nemmeno dove si vota con ‘il maggioritario’ si riesce a eleggere il governo?

No, le leggi elettorali, tutte, senza eccezione alcuna, servono a eleggere il Parlamento. Contati i seggi nei Parlamento (di tutte le democrazie anglosassoni, che sono quelle che utilizzano sistemi maggioritari in collegi uninominali), il capo del partito che ha ottenuto la maggioranza assoluta di seggi diventa logicamente automaticamente immediatamente capo del governo. Se perde la carica di capo di quel partito, deve lasciare anche il governo. È appena successo a Malta.

– Addio, governabilità?

Perché, la governabilità si ha quando c’è un partito che, da solo, vince la maggioranza assoluta di seggi? Incidentalmente, in Gran Bretagna quel partito vittorioso non ottiene mai la maggioranza assoluta dei voti. Talvolta gli può bastare il 35-38 % dei voti. Oppure la governabilità è il prodotto della capacità di governare, esprimibile e frequentemente espressa anche da coalizioni di due/tre partiti?

Non c’è dunque un mitico trade-off per cui chi vuole governabilità deve rinunciare a rappresentatività?

Nemmeno per sogno. Un parlamento che dia buona rappresentanza politica agli elettori lo saprà fare, lo farà, anche dando vita a un governo di coalizione. Il caso della Germania, dal 1949 ad oggi, è esemplare. Il caso contemporaneo del Portogallo lo è altrettanto. Per non parlare delle (social)democrazie scandinave, ovviamente, scrisse Montesquieu, favorite dal clima.

– Dovrebbe dunque l’Italia ritornare al passato, alla proporzionale?

– Glielo racconta lei ai danesi e agli olandesi, ai norvegesi e agli svedesi, alle finlandesi (cinque capi di partito donne in un governo di coalizione) che le leggi elettorali proporzionali che loro usano a partire dal 1900 sono passato, passate?

– Sono alquanto perplesso. Infatti, di tanto in tanto sento addirittura qualcuno, prevalentemente a sinistra, che sostiene che le leggi maggioritarie sono poco democratiche e che la proporzionale è la legge delle democrazie.

– Mentre con i maggioritari non si possono manipolare le clausole più importanti, tranne il numero di elettori per collegio uninominale e il disegno (truffaldino: gerrymandering) dei collegi, ‘la proporzionale’ non esiste. Esistono numerose clausole che differenziano le leggi elettorali proporzionali. La migliore di queste leggi è la tedesca, che si chiama proporzionale (NON è un sistema misto) personalizzata. La si trova ampiamente spiegata nel mio Nuovo corso di scienza politica (Il Mulino, 2009, cap. 5).

– E i sistemi elettorali misti?

– Premesso che misti non vuole dire pasticciati, ciascuno di loro richiede precisazioni. Faccio solo due esempi: la legge Mattarella era 75% maggioritaria in collegi uninominali e 25% proporzionale; la legge Rosato è 34% maggioritaria e 66% proporzionale. Metterle nella stessa borsa oscura è scandaloso nonché offensivo per la legge Mattarella. Fermiamoci qui.

– Grazie, Prof. Anche di avere evitato il latino maccheronico dimostrando che si può parlare la lingua degli italiani. Mi permetterò di chiederle approfondimenti nel prossimo futuro. So che lei ritiene che è suo dovere civico vigilare su questi temi. Cittadini non interessati, disinformati, malamente partecipanti si meritano i governi degli incompetenti.

– Oh, yes!  

Pubblicato il 13 gennaio su paradoxaforum

Caro Direttore del @ilfoglio_it di persona personalmente sono per la trasparenza

La notizia è che il direttore del Foglio Claudio Cerasa è un collezionista in the closet. Mi chiede interventi e lettere. Quando contraddicono le sue opinioni li mette nel closet. Di persona personalmente sono per la trasparenza. Quindi, ecco. Proporzionalisti e maggioritari genuini, buona lettura.

Caro Direttore,

cosa (mal)fatta capo ha. Il “taglio” delle “poltrone” dei parlamentari non avrà nessun effetto benefico sul funzionamento del Parlamento e sulla qualità della democrazia italiana. Tranne che con la riduzione delle spese e con una maggiore rapidità del procedimento legislativo, tutta da verificare, i promotori delle Cinque Stelle non hanno saputo giustificarlo. Dirò, invece, che quel taglio è parte integrante, e pericolosa, del loro antiparlamentarismo che è destinato a erodere la già non lussureggiante democrazia parlamentare italiana.

In maniera del tutto curiosa ovvero piuttosto ridicola, appena approvata la riforma costituzionale se ne stanno già cercando i correttivi, ammissione esplicita che la riforma è avventurosa, non in grado di stare in piedi da sola. Tralascio il non semplice fatto che in una democrazia parlamentare chi “tocca” il parlamento ha il dovere imprescindibile di valutarne le conseguenze non solo per gli elettori e la loro rappresentanza, ma anche per il governo, e rivolgo l’attenzione alla sola legge elettorale che per i pochi parlamentari rimasti e per i loro aspiranti successori ha la massima importanza. Mi limito ai due criteri cruciali per una buona legge elettorale, ma mi accontenterei che fosse meno indecente del Porcellum e della legge Rosato nonché dell’abortito Italicum: potere degli elettori e rappresentanza politica. Nessuna legge proporzionale che non dia all’elettore la possibilità di “votare” il suo candidato/a preferito/a, per la precisione, che non abbia il voto di preferenza, è accettabile. Naturalmente, le circoscrizioni dovranno avere dimensioni ridotte, eleggere un numero di parlamentari non superiore a dieci, se vogliamo che gli elettori sappiano chi sono.

Un numero ridotto di parlamentari non richiede affatto una legge proporzionale. Può benissimo essere eletto da un sistema maggioritario davvero (senza il famigerato “diritto di tribuna”), meglio se il doppio turno francese in collegi uninominali. Là gli eletti rappresentano effettivamente tutti gli elettori del loro collegio. Sanno di doverlo fare se mirano a essere rieletti. Suggerirei, sulla scia di quanto scritto tempo fa da Giovanni Sartori, che la clausola di passaggio dal primo al secondo turno non sia definita con una percentuale, ma consentendo l’accesso ai primi quattro candidati. Questo garantirebbe a un’alta percentuale di elettori di vedere la candidatura preferita al secondo turno, di valutarne le chance di vittoria, di scegliere anche sulla base delle indicazioni che i candidati/e daranno di eventuali coalizioni di governo. Infine, sarebbe finalmente il caso che la prossima legge elettorale preveda per tutti i candidati/e il requisito di residenza ponendo fine al fenomeno delle paracadutate/i che, ovviamente, costituisce una ferita profonda alla rappresentanza politica.

Grazie dell’attenzione. Ad maiora.

Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza politica

Il proporzionale non fermerà la Lega #intervista @LaVeritaWeb

AUTOREVOLE Gianfranco Pasquino è docente alla Johns Hopkins school of advanced international studies

 

Intervista raccolta da Alessandro Rico per La Verità

Gianfranco Pasquino è uno dei più noti e stimati professori di scienza politica italiani. È stato tre volte senatore per Sinistra indipendente.

Professore, lei ha criticato la riforma per il taglio dei parlamentari. Perché? Che difetti ci vede?

Quelli che ci vedono gli stessi riformatori, che infatti dicono di voler approvare dei correttivi. Solo che non sanno quali.

Be’, li hanno indicati.

Tutte cose a caso: regolamenti, sfiducia costruttiva, nuova legge elettorale… Non si fanno le riforme dicendo “poi le riformeremo”.

Il principio di rappresentanza ne esce inficiato?

Quello era già stato inficiato dal Porcellum, dalla Legge Rosato e dall’abortito Italicum. E certamente non è stato difeso dall’attuale legge elettorale.

Si riferisce all’abolizione delle preferenze?

Esatto. Gli elettori dovevano scegliere candidati nominati e per di più paracadutati. Questi problemi resteranno se non tornano le preferenze o se non si prevedono collegi uninominali.

Faccio l’avvocato del diavolo. Negli altri Paesi, in rapporto alla popolazione, i deputati sono meno che in Italia.

Be’, si faccia pagare dal diavolo, perché non è vero.

No?

In Germania sono più di 600 i parlamentari nel Bundestag, ma ce ne sono anche 69 nel Bundesrat, che rappresentano davvero i Länder. Il principio di rappresentanza non è affatto intaccato.

E negli Stati Uniti?

Gli Stati Uniti sono una repubblica presidenziale, dove dunque gli elettori votano il presidente. E ci sono 50 Stati con altrettanti governatori e due Camere, tutti eletti.

Sì, ma il Congresso ha 535 deputati totali, per una popolazione di oltre 300 milioni di abitanti.

Però i rappresentanti sono tutti eletti in collegi uninominali. Che sono un altro modo per recuperare il principio di rappresentanza. Allora li diano anche a noi.

Luciano Violante ha rilevato che la riforma italiana creerebbe collegi di 300.000 elettori per un singolo senatore, con enormi aggravi di costi per le campagne elettorali e il rischio che la politica finisca preda delle lobby dei finanziatori.

I senatori americani vengono eletti sulla base di collegi ben più grandi e, naturalmente, le lobby hanno il loro peso. Violante ha ragione a evidenziare questo pericolo. Avrebbe fatto bene a scoprirlo anche prima, quando sosteneva le riforme del governo Renzi.

A proposito di renziani: Roberto Giachetti è uno di quelli che ha votato la riforma e poi ha annunciato l’avvio della campagna referendaria per abrogarla. Siamo così prigionieri dell’antipolitica che dobbiamo inventarci certe circonvoluzioni?

Su Giachetti non commento.

No?

Giachetti e le sue giravolte si commentano da sé.

Ah ecco…

È chiaro che questa riforma ha un alto contenuto antiparlamentare, mascherato da slogan tipo “tagliamo le poltrone”. Il punto è che l’antiparlamentarismo storicamente ha la tendenza a erodere la democrazia.

Vede questo rischio?

Sì, ma d’altronde l’erosione è cominciata da tempo. Quando i grillini dicevano “uno vale uno”… Un parlamentare non vale un cittadino: vale ovviamente molto di più.

Vale di più?

Certo, perché ha il compito di fare le leggi che regolano i comportamenti dei cittadini.

E della ventata giovanilista che pensa? Si parla di voto ai sedicenni. Così non perdiamo quella saggezza antica, che nelle istituzioni prevedeva una sorta di «freno» generazionale?

Chi ha parlato di voto ai sedicenni non avrà fatto tutti questi ragionamenti. Voleva soltanto un attimo di visibilità.

È tutto più prosaico, insomma.

Il voto ai sedicenni lo si dà se si stabilisce che la maggiore età comincia a 16 anni. Altrimenti sarebbe una riforma scombinata.

Quindi lei è contrario?

Qualcuno dice: facciamo votare i giovani perché se no saranno governati dai vecchi, che si ostinano a non morire. Benissimo: ma allora a scuola insegniamola davvero, l’educazione civica. Insegniamola davvero, la storia, non solo fino alla seconda guerra mondiale. Insegniamo che la Costituzione è un documento storico-politico e non solo un insieme di norme.

Citava la repubblica presidenziale. Visto che, alla debolezza del sistema politico e partitico, in questi anni è corrisposto un rafforzamento della figura del capo dello Stato, non sarebbe meglio se potessimo eleggerlo direttamente?

Senza cambiarne i poteri? In Austria il capo dello Stato viene eletto direttamente, ma per certi versi ha poteri persino più limitati del nostro.

Andiamo per ordine. Lei è per l’elezione diretta?

Si può anche fare.

E per quanto riguarda i poteri?

Basta la chiarezza. Bisogna dire se si vuol fare il presidenzialismo all’americana o il semipresidenzialismo alla francese….

Qual è il modello migliore?

Io da anni mi esprimo in favore del semipresidenzialismo alla francese, che prevede anche la figura del primo ministro. Ma sono a favore pure del sistema elettorale francese e contrario al proporzionale, che frammenterebbe il Parlamento, mentre il maggioritario con doppio turno e clausola di accesso al secondo turno incentiverebbe anche la creazione di coalizioni.

La controindicazione: ritrovarsi un presidente di un partito e un premier di un altro.

La coabitazione non mi preoccupa. In Portogallo hanno un primo ministro socialista e un capo dello Stato di centrodestra, ma non ci sono guasti.

I partiti di maggioranza vogliono il proporzionale per neutralizzare il 30% della Lega.

Il 30% della Lega resta il 30% pure nel proporzionale.

Nella prima Repubblica, il Pci, con il 30%, non ha mai governato.

Perché non trovava alleati. La Lega ce li ha. Anzi, sono loro che corrono affannati verso il Carroccio. Per cui, se l’obiettivo del proporzionale è marginalizzare la Lega, è una battaglia persa.

Dice?

Sì. Ma in realtà loro non vogliono il proporzionale.

Che vogliono?

Il proporzionale con qualche premietto. Vogliono pasticciare. Di proporzionali ne esistono diverse varianti. Andrea Orlando ha proposto il modello spagnolo.

Non va bene?

Il punto è che lì inevitabilmente si sono creati due enormi collegi elettorali: Madrid e Barcellona. Da noi sarebbero Roma, Milano e forse Napoli.

Collegi troppo grandi?

Il proporzionale funziona se ci sono collegi medio-piccoli, che non eleggano più di dieci deputati. E se non ci sono giochetti, tipo il recupero dei resti.

E la soglia di sbarramento?

In collegi del genere sarebbe automatica una soglia a circa il 9%. Senza pasticci.

Che pensa di un partito di governo, il M5s, che demanda le decisioni più controverse a una piattaforma Web?

È un segno dei tempi. Ne prendo atto. Credo che gli stessi parlamentari ormai si siano resi conto che qualcosa lì non funziona.

Malumori, defezioni alla festa di partito, onorevoli in fuga…

D’altro canto, non è che altrove il panorama sia migliore.

A che allude?

A un partito personale com’è Forza Italia. A un partito leaderistico, come quello di Giorgia Meloni. A un Capitano della Lega che ha accentrato su di sé poteri enormi, provocando una crisi di governo senza consultare nessuno. Per cui non me la sento di dare addosso solo ai 5 stelle.

Il Pd è percepito come il partito dell’establishment. Governando con il M5s si rifarà una verginità?

In politica le verginità non si ricostruiscono. Il Pd non sa nemmeno che cos’è. Chi ha deciso la svolta giallorossa? C’è stata una discussione aperta? La classe dirigente sa qual’è la sua cultura politica?

Qual è quella di Renzi?

La sua arroganza personale, la sua presunzione, la superficialità, il desiderio di magnificare sé stesso. Però Renzi s’è ritagliato una bella nicchia e ora ha un potere di ricatto sul governo. A lui sì che serve il proporzionale.

Terrebbe in scacco il sistema.

Ma se è vero quello che le ho appena detto sullo sbarramento “naturale”, lui al 9% non ci arriva.

Per giustificare la svolta, invece, Luigi Di Maio aveva parlato di partito postideologico. C’è qualcosa di profondo lì, sul piano della cultura politica? O è trasformismo?

È voglia di restare dove si è arrivati faticosamente. Di ideologia i 5 stelle non sanno nulla. Prendono posizione e la mantengono fin quando sono sulla cresta dell’onda. Sono dei surfisti della politica.

Legge così il loro voto al Parlamento Ue contro la commissione d’inchiesta sulle ingerenze russe, che citava il caso Savoini?

Questa me l’ero persa. La commissione d’inchiesta è passata?

No. E i grillini sono stati decisivi. Hanno votato come il Carroccio.

Mi pare molto grave. Vede? Evidentemente si tengono aperta la porta dell’alleanza con la Lega.

Professore, le devo fare una domanda da un milione.

Le do l’Iban?

Ah ah ah. Era un modo di dire.

Sentiamo.

La globalizzazione ha lasciato dietro di sé ampi strati di malcontento. Gli Stati nazionali sono inadeguati alle grandi sfide geopolitiche. Si rafforzano imperi regionali di carattere autoritario. Dove va questo nostro mondo?

La globalizzazione è un vento fluttuante. Ha accresciuto le diseguaglianze, ma ha pure consentito la democratizzazione e ha ridotto la povertà nel Terzo mondo. Le risposte date al problema delle diseguaglianze sono diverse e ciascuna può funzionare a suo modo.

A cosa pensa?

Ad Australia e Canada. In Australia hanno imposto l’“anglosassismo”. In Canada c’è il multiculturalismo. Una cosa è certa: la globalizzazione dobbiamo imparare a governarla.

Pubblicato il 14 ottobre 2019 su La Verità

Bricolage di regole e istituzioni #HuffPostItalia Sulla legge elettorale proviamo a seguire inglesi e francesi

“… forse è il caso di riflettere più a fondo sull’alternativa fra quale proporzionale e quale maggioritario senza scegliere quello che costa meno

Non so come, dopo avere per tre volte approvato la riduzione del numero dei parlamentari, voterà la Lega. Mi chiedo con quale motivazione approveranno quella riduzione i parlamentari del Partito Democratico che, per tre volte, hanno votato contro. Non potrà essere la motivazione qualunquistica addotta dalle Cinque Stelle: il risparmio di 500 milioni di Euro che, comunque, comincerà soltanto dopo la prossima elezione del Parlamento, 2023? Rimango in attesa di capire quali saranno i freni e contrappesi da introdurre nelle procedure e nelle regole del parlamento e, immagino, dei governi venturi: frenare che cosa? Fare da contrappeso a cos’altro? Si tratta di freni e contrappesi che, già attualmente, in Italia non sarebbero utili? Il contrappeso indispensabile, sostengono i riformatori riduttori di parlamentari, è la proporzionale. Bisognerà, dunque, eliminare la componente maggioritaria della comunque pessima a prescindere (candidature multiple, liste bloccate et al.) Legge Rosato.

Introdurre la proporzionale per “salvare” i partiti piccoli, quanto piccoli?, non mi pare una motivazione particolarmente convincente, meno che mai in chiave di “contrappeso”. Lo sarebbe se i contrappesisti fossero disposti a sostenere che la presenza in parlamento dei tribuni (quelli derivanti dal fantomatico “diritto di tribuna”) servisse soprattutto a rendere difficile e complicata la formazione dei governi, tutti costretti ad essere di coalizione multipartitica, quindi, esposti a frequenti e costanti conflitti interni e poi a fare i conti con un Parlamento frammentato nel quale piccoli drappelli di parlamentari contratterebbero i loro voti. Fermo restando, adesso dovrebbero già saperlo tutti, che “la” proporzionale non esiste, ma esistono numerose varianti di rappresentanza proporzionale: soglie di accesso al Parlamento, dimensioni delle circoscrizioni, premi di maggioranza, le buonanime del Porcellum e di quell’aborto dell’Italicum erano leggi proporzionali furbescamente manipolate e corrette, quale proporzionale? Forse, un giorno si riprenderà a discutere di una legge elettorale che offra davvero potere agli elettori e che migliori la rappresentanza. Questi sono i criteri con i quali valutare la qualità della legge elettorale e giungere a effettivi freni e contrappesi.

Laddove il parlamentare sa che deve rispondere certo al partito (ma ci sono ancora partiti oppure esistono solo strutture sostanzialmente personalistiche e lideristiche?) che lo ha candidato e del quale condivide la linea politica e, parola grossa, la cultura politica, ma, forse soprattutto, agli elettori che lo hanno ascoltato e poi lo hanno votato, saremo in grado di migliorare la rappresentanza politica. Anche le leggi elettorali maggioritarie, sia di tipo inglese sia di tipo francese, offrono rappresentanza politica, che non è mai soltanto questione di numeri, ma è questione di volontà e capacità dei rappresentanti di apprendere e tradurre preferenze in comportamenti, non soltanto di voto. Avete mai sentito dire dagli elettori “non mi sento governato” e “vorrei più governo”? Certamente, li avete sentiti, giustamente lamentarsi di “non essere rappresentati”: “li eleggiamo, se ne vanno a Roma, si dimenticano di noi” (per forza, sono stati/e paracadutati/e, in quel collegio non risiedono, se sono “forti” nel partito la prossima volta verranno paracadutati/e altrove).

Gli eletti nei collegi uninominali inglesi e francesi non si sforzano di dare rappresentanza a tutto il collegio, al maggiore numero di quegli elettori? Una rappresentanza di questo tipo è il prodromo della governabilità, non un suo freno. Si configura anche come contrappeso al governo. In attesa che votino, estemporaneamente chiamati in causa — saranno loro i nuovi freni e gli originali contrappesi?, i sedicenni (quelli nati nel 2013 riusciranno, se passerà il presidenzialismo alla Salvini/Meloni, a eleggere il Presidente della Repubblica nel 2029), nessuno dei quali è stato esposto a qualche forma di educazione civica, forse è il caso di riflettere più a fondo sull’alternativa fra quale proporzionale e quale maggioritario senza scegliere quello che costa meno.

Pubblicato il 3 ottobre 2019 su huffingtonpost.it