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Come stare nella lunga notte dell’Afghanistan

Anche se ho sempre nutrito dei dubbi sul fatto che noi occidentali “avessimo” l’Afghanistan, adesso è sicuro che l’abbiamo “perso”. Inutile è dare tutta la colpa a Biden. Nei vent’anni di presenza, occupazione mi pare parola eccessiva, si sono succeduti quattro Presidenti USA e Biden ha ereditato una situazione fortemente compromessa. Le lamentazioni sui suoi errori e sulle inadeguatezze culturali e politiche degli occidentali continueranno. Come sono finora state impostate, mi pare che non porteranno a grandi miglioramenti strategici. Meglio, più importante, più politico e, nella misura del possibile, più “etico” concentrarsi su quello che si può e si deve fare adesso. Tatticamente. Naturalmente, la priorità assoluta è salvare le vite di coloro che hanno lavorato per gli occidentali come interpreti, guide, operatori nei vari servizi, ospedali e scuole, centri culturali, che gli occidentali avevano costruito. Su quelle attività si fondava la speranza di dare vita a una società civile afghana in grado di ottenere ordine sociale e sviluppo economico e, soprattutto, culturale.

   Nella loro prima conferenza stampa i talebani hanno affermato che rispetteranno il ruolo delle donne, ma hanno ribadito che applicheranno la sharia che quel ruolo lo vede tremendamente totalmente definito in termini repressivi. Da lontano, possiamo affermare che alle donne afghane debbono essere riconosciuti e preservati i diritti che la presenza occidentale aveva consentito loro di acquisire: avere un lavoro, andare a scuola, muoversi e vestirsi liberamente. Nell’Occidente l’abbiamo imparato un po’ dappertutto, anche se non del tutto: la qualità della vita di tutti si misura sul tasso di partecipazione delle donne alla vita sociale, culturale, economica e, non da ultimo, politico di ciascun paese. Salvare le donne in pericolo è cosa essenziale, ma decisivo è che gli occidentali si adoperino in qualsiasi modo utile ad aiutare le donne afghane a non perdere quanto faticosamente conquistato in un ventennio.

   Concretamente, questo significa che tutti i paesi occidentali, a partire dall’Italia, debbono tenere aperte le loro ambasciate e consolati, luoghi di rifugio e di sostegno. Debbono fare funzionare le scuole che avevano istituito o contribuito a creare al tempo stesso che mantengono gli impegni in tutte le strutture ospedaliere. Debbono continuare a operare in tutte le attività portate avanti dalle cooperative che garantiscono lavoro ad un numero considerevole di donne e uomini afghani. Ciascuna e tutte queste attività sono pericolose e quindi richiederanno la presenza di personale addestrato anche all’uso delle armi. Gli occidentali hanno il dovere di restare in Afghanistan ovviamente negoziando la loro presenza con le autorità talebane, chiarendo compiti e limiti loro propri, ma anche chiedendo agli afghani il rispetto delle vite. La nottata sarà molto buia e certamente lunga, ma una vita degna di essere vissuta non può che essere costruita con pazienza e con la convinzione nei valori di libertà e di eguaglianza. Ricominciamo da lì.

Pubblicato AGL il 19 agosto 2021

L’occupazione ha fatto emergere anche una società civile afghana @DomaniGiornale

In Afghanistan c’erano le truppe americane, ma anche quelle della NATO nonché i soldati italiani che, notoriamente, svolgono solo missioni umanitarie (sic). Prima, con nessun successo ci furono anche i sovietici, sonoramente costretti a ritirarsi dopo alcuni anni di guerra perdente. In Afghanistan gli USA non andarono per esportare la democrazia (il tentativo fu abbozzato in Iraq un paio d’anni dopo), ma per colpire i terroristi di Al Quaeda e distruggerne i santuari. Ci sono riusciti. La maggior parte del tempo e la maggior parte delle risorse, certo, inopinatamente ingenti, furono destinate a compiti definibili di nation-building, di costruzione di strutture in grado di produrre e mantenere l’ordine politico e sociale. Pur avendo rotto i rapporti (o forse proprio per questo) con i suoi colleghi al Dipartimento di Stato, Fukuyama indicò chiaramente gli obiettivi nel libro da lui curato Nation-Building. Beyond Afghanistan and Iraq (2006): addestrare e equipaggiare le Forze Armate, dotare le principali città di forze di polizia efficienti, dare vita a una burocrazia statale capace di fornire i servizi essenziali e di attuare le decisioni del potere politico, costruire ospedali e scuole, garantire il diritto a libere elezioni. Ma, come ha tanto intelligentemente quanto sarcasticamente scritto uno studioso argentino, Fabián Calle, “il potere del voto non potrà mai essere alla stessa altezza del potere dei messaggeri della volontà di Dio”.

   Quella americana non era, dunque, una “semplice” e criticabile, in effetti talvolta criticata (da chi?), occupazione militare. Non aveva inspiegabili obiettivi territoriali quanto, piuttosto, l’obiettivo, idealistico (proprio così) di fare emergere una società civile, a cominciare dalla libertà per le donne e da un loro ruolo, in uno dei luoghi più impervi al mondo. Parte di questi obiettivi, come rivelano le molti voci di donne terrorizzate dalla prospettiva di ripiombare nella sottomissione violenta ai talebani, erano stati conseguiti. Certo, è giusto andare alla ricerca di una spiegazione del collasso degli apparati statali afghani. Non so se tutta la risposta sta nella enorme corruzione soprattutto dei vertici, ma credo che una nazione e i suoi apparati non siano mai facilmente costruibili laddove i gruppi etnici, a cominciare dai Pashtun ai quali appartengono i talebani, non abbiano nessuna intenzione di giungere a compromessi.

   Chi critica l’occupazione militare USA non dovrebbe oggi, in maniera assolutamente contraddittoria, lamentare il “tradimento” degli USA che ritirano le loro truppe. Forse il segretario generale della NATO ha preventivamente espresso il suo dissenso rispetto alla decisione di Trump attuata da Biden? Si è levata alta e forte la voce di Macron, di Merkel e di Di Maio/Guerini? Nessuno degli analisti ha pre-visto un crollo tanto rapido e capillare quanto quello che in pochi giorni ha consegnato il paese ai Talebani. A furia di azioni umanitarie, le varie missioni europee non si erano mai preoccupate di quanti e quanto armati fossero i talebani? La delega data agli americani per i colloqui “di pace” ha implicato tappare le orecchie e chiudere gli occhi dei cooperanti, dei dirigenti, degli ambasciatori europei presenti e attivi in Afghanistan? Nessuno può mettere in dubbio che, adesso, salvare le vite e il futuro di chi ha collaborato con gli europei e gli italiani, sia l’obiettivo prioritario da perseguire. Non aggiungerò “senza se e senza ma” perché credo sia opportuno interrogarsi se la fuoruscita di tutti gli Afghani e Afghane che hanno lavorato con gli occidentali per un esito molto diverso non finisca per privare il paese proprio delle energie di cui ha più bisogno: quelle di coloro che vogliono un paese decente per donne e uomini, non schiacciato da un credo religioso e da leggi crudeli.

Pubblicato il 18 agosto 2021 su Domani

Ma la realpolitik sarà sufficiente? #FormicheRivista n° 168 #Aprile2021 Elogio del Pragmatismo @formichenews

Aprile 2021 Elogio del pragmatismo

Ma la realpolitik sarà sufficiente?

L’insorgenza populista e sovranista sembra terminata. Un po’ dappertutto la pandemia sembra avere richiamato il popolo, pardon, i cittadini-elettori, e i dirigenti politici a atteggiamenti e comportamenti più sobri. Non sono in vista miracoli, ma riflessioni, in parte, purtroppo, in piccola parte, ispirate dalla consapevolezza che la scienza conta e che, dunque, bisogna contare anche sulla scienza. Qualcuno, forse, è andato audacemente e ardimentosamente oltre, vale a dire, pensa e sostiene che la politica possa e debba essere sostituita dalla scienza, persino, attribuendo capacità taumaturgiche agli economisti. Più fragorosamente che altrove, ma anche prima e più lungamente che altrove, è in Italia che la politica, intesa in senso molto lato, ha mostrato gravi inconvenienti. Tuttavia, non sarà affatto la tecnocrazia, neppure nella versione Draghi e i suoi boys, a risolvere le difficoltà di lungo corso dei partiti italiani e dei loro dirigenti. Ricorrerei ad una comparazione che fa leva sulla retorica. Per risolvere i problemi della democrazia ci vuole più democrazia proprio come per risolvere i problemi della politica ci vuole più politica. Sappiamo, è una certezza, che l’anti-politica in Italia è da sempre forte. Ė stata ingabbiata da partiti veri e seri per un periodo di cui è giusto essere fieri, dal 1945 a, scusatemi, ma non trovo una data convincente per segnalare la fine di quell’esperienza, forse al 1989. Poi l’antipolitica è tornata in forza sulle ali prima di un imprenditore, poi di un comico ed è rimasta alimentando copiosamente le Stelle.

   Altrove, la situazione era diversa in partenza ed è rimasta diversa per tutto il tempo con la clamorosa eccezione degli USA e la Presidenza Trump (il Bolsonaro del Brasile è esperienza peculiare, con minor impatto internazionale). Mi viene regolarmente la tentazione di interrogarmi su che cosa rileverebbe Tocqueville come, al tempo stesso, una sorpresa e una correzione rispetto alle sue acutissime osservazioni dell’America degli anni trenta del XIX secolo. Poi, avendo letto le analisi di Robert Putnam sul capitale sociale, capisco che cosa è successo negli USA per aprire la strada a Trump (molto machismo, persistenza del razzismo, terribili semplificazioni che un elettorato con basso livello di istruzione ha dimostrato di sapere e volere apprezzare). Il trumpismo non è, naturalmente, finito, ma è improbabile che negli USA riconquisti i fasti del passato proprio come il populismo europeo non riuscirà ad ergersi come alternativa al ritorno di una politica non urlata, non stravolta. Dagli USA è venuta anche la lezione che le istituzioni e le regole della democrazia costituiscono un baluardo. Ricorderemo l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021 come il canto di un brutto cigno, ma anche come la sconfitta di quei “patrioti” bianchi insurrezionisti.  Joe Biden è, in effetti, qualcosa di più dell’impossibile ritorno ad una normalità pre-2016. Il Presidente democratico è old, ma, consentitemi di aggiungere subito, giocando con le parole, ha dimostrato di essere bold, ovvero audace. Se Biden proseguirà tenacemente la strada del riformismo, economico e culturale, di ampliamento delle opportunità che è il meglio del “sogno americano”, l’impatto si avrà anche sui sistemi politici europei, sull’Unione Europea.

   Oggi è impossibile dire se stiamo assistendo soltanto al ritorno del pragmatismo. Non sappiamo se il pragmatismo sarà sufficiente. Certamente, però, tenere conto dei fatti, delle prassi, costituisce la premessa indispensabile di qualsiasi costruzione di idee e di ideali. Temo che la pandemia offrirà ai politici, agli esperti, all’opinione pubblica nelle sue differenziate espressioni, ai cittadini ancora molto tempo per progettare. Ė un auspicio basato su segni ancora relativamente deboli che con l’impegno potranno rafforzarsi. Insomma, all’orizzonte si prospetta una nuova stagione nella quale politica e conoscenza, potere e sapere avranno modi di interagire liberamente. Voilà.

Joe Biden ha preso le redini degli Stati Uniti e sa cosa fare @POTUS

Un uomo di età certa e avanzata, il Presidente Biden, ha già cambiato alcune delle pessime politiche del suo predecessore Trump. Il senatore di lungo corso, otto anni vicepresidente di Obama, sa dove andare e come. Ha subito ri-conosciuto l’Unione Europea come interlocutore importante da favorire anche come partner commerciale, ma soprattutto come entità che condivide i valori democratici. L’ingente pacchetto di stimoli economici rilancerà gli USA, ma avrà effetti positivi per l’Unione Europe. La replica dei repubblicani, a partire dalla Georgia, consiste nel rendere più difficile l’esercizio del voto. Bruttissima storia che finirà alla Corte Suprema dove i giudici nominati dai repubblicani sono 6 contro 3. Tempi ancora bui e duri.

“Crisi provocata dall’ego di Renzi, megalomane tendente al ricatto. Mercato delle vacche? Quello è più trasparente, qui invece solo fregature” #intervista @LaVeritaWeb

Intervista raccolta da Federico Novella

“Vedo derive non autoritarie ma confusionarie. Si può votare anche in una pandemia.”

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica e accademico dei Lincei: almeno lei ha compreso le ragioni autentiche di questa crisi di governo?

«La ragione fondamentale è una: Matteo Renzi, un megalomane che avendo un ego molto gonfio e una grande invidia nei confronti del premier, ha deciso di acquisire visibilità a qualsiasi prezzo. Evidentemente, rilasciare interviste a quattordici televisioni contemporaneamente lo rende felice».

Quindi è una crisi scaturita dall’ego del senatore fiorentino?

«Sì, poi possiamo condirla con il Mes sulle spese sanitarie, le correzioni al piano europeo, la gestione dei servizi segreti, ma la sostanza è questa: c’è un leader politico che, dopo essersi scisso dal Pd, indebolendolo, ha deciso di far esplodere la crisi».

Un parlamento ricattato da Renzi?

«Ecco, la parola giusta è esattamente questa: ricatto. Con i partiti si può intavolare una trattativa, ma non puoi dire: o si fa come dico io, o faccio cadere tutto » .

In realtà pare di capire che Renzi sarebbe pronto a rientrare in maggioranza. Una retromarcia?

«Si comporta così perché, pur avendo ottenuto alcune cose, ha capito di aver mancato l’obiettivo principale: scompaginare Pd e 5 stelle. E quindi adesso ha paura delle elezioni anticipate, perché se non trova accoglienza in altri partiti, scomparirà dalla scena».

Dunque?

«Dunque Renzi tentenna: teoricamente ha ancora in mano la soluzione della crisi. Ma al momento a Pd e 5 stelle vanno bene i suoi parlamentari: ma non va bene lui».

E quindi prosegue la triste ricerca di voti in parlamento, in cambio di seggiole governative.

«Ma io non criminalizzo le trattative politiche. Se dico a un parlamentare: ti do un ministero se mi porti i voti in aula, non c’è nulla di male. Però sarebbe preferibile trattare con persone capaci e competenti …».

Se in democrazia la forma è sostanza, oggi la forma è quella del mercato delle vacche.

«Ma guardi che il mercato delle vacche è un mercato fantastico e trasparente».

Trasparente?

«Sì, perché le vacche si vedono. Il mercato delle vacche è competitivo. Sono le vacche migliori quelle che si vorrebbero comprare. Se compro una vacca dal contadino Bepi, è perché so che mi vende delle vacche buone. Non la compro dal contadino Matteo, che mi rifila sempre la fregatura».

Parliamo sempre del solito Matteo?

«Il punto è che abbiamo parlamentari eletti con un sistema elettorale pessimo, che devono il loro scranno ai dirigenti di partito. I bolzanini sono contenti di aver eletto Maria Elena Boschi, che abita ad Arezzo? I modenesi e i ferraresi hanno eletto Piero Fassino, ma non lo vedono mai: perché non protestano?» .

Lei riprenderebbe Renzi a bordo della maggioranza, oppure, come dice Zingaretti, il capo di Italia Viva è inaffidabile?

(Profondo sospiro) «Renzi è un mentitore: fossi nel gruppo dirigente di Pd e 5 stelle direi di no».

Però?

«Se trangugiare Renzi fosse il prezzo da pagare per avere stabilità fino alla scadenza della legislatura, sarei disposto a discuterne. Ma dovrebbero fare un patto tra gentiluomini: e il soggetto in questione non garantisce che ci sia un gentiluomo contraente».

Comunque: se Conte si facesse da parte, non sarebbe tutto più semplice?

«Nel Partito democratico ci sarebbero pure delle persone all’altezza del ruolo di capo del governo. Ma Conte adesso è il punto di equilibrio di una coalizione delicata. Togliere Conte significa far esplodere una vera crisi, che finora formalmente non è ancora stata aperta».

Perché Conte non lascia?

«Perché è la sua occasione della vita. Lui stesso non si sarebbe mai aspettato di arrivare a Palazzo Chigi ed entrare in qualche modo nella storia repubblicana. È normale che combatta per rimanere lì. E poi ha un vantaggio politico: per l’Unione europea è lui quello credibile: è da lui che si aspettano un programma di rilancio».

Conte esaltava il sovranismo, adesso lo attacca. Era amico di Trump, e oggi di Biden.

«Per anni tutti hanno ripetuto che le ideologie erano dannose? E questo è risultato. Conte non ha cultura politica, ha imparato in fretta a maneggiare il potere e rappresenta bene la situazione odierna».

Quale situazione?

«Quella nella quale si vive di personalismi, di interviste, sui giornali e in tv. In linea, se vogliamo, con un carattere nazionale che viaggia verso un individualismo estremo. In politica oggi sono gli umori e i malumori personali che fanno la differenza, ma solo perché non abbiamo più culture politiche. Tranne forse una».

Quale?

«Il federalismo, coniugato con l’europeismo. Purtroppo non ci sono personalità politiche adeguate per rappresentarlo.

Oggi Altiero Spinelli non saprebbe da che parte voltarsi. E buona parte della colpa ce l’ha un Pd privo di sostanza politica».

Ci crede al partito personale di Conte? Può avere un futuro?

«Al partito di Conte sono contrario: finirebbe soltanto per frammentare ancora di più il quadro politico. Allo stesso modo, non vedrei bene l’ipotesi di un pezzo di Forza Italia che si stacca per andare per conto suo » .

L’idea è quella di ritrovarsi tutti, in qualche modo, al centro…

«Me ne infischio del centro. Il centro è il luogo degli scambi più sordidi, quelli che inquinano la vita politica. Renzi dice di voler rifondare il centro, ma il suo gruppo parlamentare si chiama “Italia Viva-Socialisti”. Lui e Conte si odiano perché ambiscono allo stesso territorio politico. In più mettiamoci anche Calenda, aggressivo e pronto a tutto. Se non correrà per il Campidoglio, cercherà sicuramente di arrivare a Palazzo Chigi».

E, quindi, il centro le fa così paura?

«Io sogno un quadro bipolare, con sistema maggioritario a doppio turno. E ricorderei al capo dello Stato che quel “Mattarellum” che porta il suo nome non era affatto male …».

Conte invece rilancia il vecchio proporzionale …

«Sì, che produce frammentazione senza una soglia di sbarramento adeguata, ma che pure in molti paesi funziona benissimo. In linea di massima dobbiamo sempre ricordare che non è il sistema elettorale che produce instabilità, ma la sua classe politica » .

Problemi che lasciano il tempo che trovano, visto che quasi nessuno accetta di andare al voto. Non si può andare alle elezioni per paura del Covid, o per paura che vinca il centrodestra?

«Mi fanno sorridere i politici che dicono “non abbiamo paura delle elezioni”, quando alcuni di loro dovrebbero averne eccome. Detto questo, si può tranquillamente votare anche durante una pandemia».

Ma?

«Ma rischieremmo di buttare via il tempo per ritrovarci comunque, dopo il voto, senza una maggioranza solida».

Come mai il capo dello Stato sta concedendo a Conte ciò che negò al centrodestra nel 2018?

«È un po’ diverso. Il centrodestra nel 2018 avrebbe dovuto andarsi a cercare in parlamento qualcosa come cinquanta voti. E comunque Mattarella non ha ancora dato il via libera a nulla: oggi sta alla finestra e aspetta preoccupato. Se Conte non riesce a crearsi un gruppo parlamentare che lo sostenga, sicuramente il Colle punterà su altre soluzioni».

Appunto, se escludiamo davvero le elezioni, quali sono le altri soluzioni sul campo? Tra due giorni si vota sulla giustizia, e il destino di Conte è ancora una volta appeso a un filo.

«Non sono ancora il presidente della Repubblica, e dunque parlo ancora a titolo personale. Mi aspetto però un colpo di intelligenza politica da parte di Sergio Mattarella».

Cioè ?

«Un governo del Presidente, che vada in parlamento e dica: brutti balordi, siamo in un momento cruciale, dovete sostenere un governo che ottenga il massimo dall’Europa, con un programma di lungo respiro, e un premier e ministri capaci. Lo può fare, la Costituzione lo consente».

È un po’ diverso dal governo di unità nazionale…

«Sì, perché con il governo di unità nazionale sono i partiti che decidono di mettersi insieme, e a me non piacciono i contenitori in cui trovi dentro di tutto. No, io immagino che l’impulso arrivi dal Capo dello Stato: sarebbe lui a dettare la linea di fondo e a decidere le poltrone chiave. E sarebbe ovviamente una parentesi straordinaria».

Insomma, a giudicare dallo spettacolo cui stiamo assistendo, possiamo dire che la repubblica parlamentare si sta trasformando in oligarchia?

«Più che derive autoritarie, vedo soltanto derive confusionarie: non sappiamo cosa fare, lo facciamo male, e scarichiamo la responsabilità sugli altri».

Pubblicato il 25 gennaio 2021 su La Verità

Le sfide della Presidenza Biden. Gli Stati Uniti, l’Europa, il mondo #webinar #27gennaio ore 21


introduce Francesco Ruscelli
interventi:
Marina Sereni
Gianfranco Pasquino
L’incontro si terrà in conference call sulla piattaforma LIFESIZE

Il trumpismo prima e dopo the Donald

Faremmo troppo immeritato onore a Trump se attribuissimo il trumpismo tutto alle sue “qualità” personali. Al tempo stesso, finiremmo per nutrire l’improbabile aspettativa che con la sua uscita di scena scomparirà quanto di molto sgradevole e sconveniente ha caratterizzato buona parte della società americana nei quattro anni della sua pessima Presidenza. Invece, il coacervo di risentimenti, rancori, demonizzazioni di cui si è nutrito il trumpismo hanno una storia lunga e si proiettano nel futuro.

  Il suprematismo bianco, versione contemporanea del Ku Klux Klan, non è mai finito. Anzi, gli otto anni della Presidenza dell’afro-americano Barack Obama gli hanno dato una spinta possente. Tuttora sono molti fra gli elettori repubblicani coloro che continuano a negarne la legittimità asserendo, contro tutta la documentazione esistente, che Obama non doveva diventare Presidente in quanto nato all’estero. Le condizioni economiche e sociali dei neri americani sono peggiorate e le straordinariamente ingiuste modalità di trattamento da parte delle varie polizie locali hanno dato una forte spinta al movimento Black Lives Matter visto come una minaccia dai suprematisti bianchi sempre condonati dal Presidente. Peraltro, tutti i gruppi etnici, a cominciare dai latinos, sono stati pesantemente insultati da Trump.

   La mentalità paranoica nella politica USA, analizzata circa ottant’anni fa dal famoso storico di Harvard Richard Hofstadter, ha trovato espressione nelle decine di migliaia di tweet di Trump e dei suoi sostenitori, in particolare di coloro che vedono cospirazioni e complotti dappertutto. La sconfitta nel 2016 di Hillary Clinton, sbeffeggiata per tutta la campagna elettorale, anche al grido “mettetela in galera”, aveva fra le sue componenti l’antifemminismo e l’invidia per una donna colta che era giunta quasi al vertice istituzionale più alto. Il disprezzo per la scienza e per le competenze, anche dei medici, è un’altra delle componenti propriamente populiste del trumpismo, manifestatasi appieno potendo contare sul sostegno del Presidente. La maggior parte degli esponenti politici repubblicani hanno sfruttato consapevolmente questo corposo grumo di emozioni e manipolazioni, influenzando il loro elettorato, ma finendone prigionieri.

   L’assalto al Congresso, “palude” è il termine usato da Trump per definire la politica in Washington, D.C., è stato lanciato dalle parole del Presidente, ma in quel Congresso più di 100 rappresentanti repubblicani e almeno dodici senatori si erano preparati a dichiarare illegittima l’elezione di Joe Biden. Nessuno di questi atteggiamenti, suprematisti al limite del razzismo, maschilisti, antiscientifici, populisti, di risentimento sociale e culturale, è destinato a sparire nei giorni nei mesi negli anni successivi all’uscita di Trump dalla Casa Bianca. Molti resteranno a lungo anche perché largamente tradotti nelle nomine di giudici reazionari, compresi quelli alla Corte Suprema. Biden e i Democratici hanno molto lavoro da fare.

Pubblicato Agl il 8 gennaio 2021

Davvero c’è una crisi della democrazia? Solo le democrazie dimostrano capacità di adattamento e di risposta alle sfide, solo le democrazie sanno riformarsi

Troppo occupati a parlare della crisi “epocale” della democrazia, gli analisti non hanno dedicato abbastanza attenzione a quello che succede nelle democrazie realmente esistenti. Dal 21 febbraio a oggi nessuna protesta significativa (tranne in Francia ma era il seguito di qualcosa), nessun tumultuoso cambio di governo, libere elezioni con la meritata sconfitta di Trump. Le democrazie reali si informano, imparano si riformano.

“Trump perdió las elecciones, pero el trumpismo no desaparecerá”: Gianfranco Pasquino @RevistaSemana

El reconocido politólogo italiano habló con SEMANA acerca de los resultados de las elecciones en Estados Unidos, el estado de la democracia y las consecuencias de la pandemia en el mundo.

Gianfranco Pasquino, politólogo y referente mundial en Ciencia Política, fue el invitado principal de la Semana del Politólogo organizada por la Universidad de San Buenaventura, sede Bogotá. SEMANA habló con el experto.

SEMANA: ¿Qué conclusión dejaron las recientes elecciones en Estados Unidos?

Gianfranco Pasquino (G.P.): Es evidente que, en general, la democracia de los Estados Unidos es de buena calidad, pero sus debilidades quedaron expuestas por Donald Trump, una persona que no respeta las reglas, es individualista y busca el beneficio propio por encima del ciudadano. El problema democrático en Estado Unidos es el sistema electoral, no funciona bien. Eso se debe reformar.

SEMANA: ¿La crisis democrática que vivió Estados Unidos durante el periodo Trump se trasladó al resto del mundo?

G.P.: Diría que las democracias en el mundo funcionan bien por regla general. Aun si no apreciamos los resultados y hay espacio para mejorar, se encuentran en mucho mejor estado de salud que regímenes autoritarios como el de Venezuela. No podemos generalizar con el caso de Estados Unidos. La Unión Europea, por ejemplo, es más democrática de lo que muchos piensan, y hay democracias ejemplares como las de Nueva Zelanda o Dinamarca. Hay problemas en algunos sistemas políticos democráticos, pero no existe una crisis de la democracia como tal.

SEMANA: ¿Qué tiene que hacer el Gobierno de Joe Biden para recuperar la confianza del país?

G.P.: El problema de la democracia en Estados Unidos tiene dos elementos importantes. Primero, que es una república presidencial federal. El federalismo es un problema cuando hay elecciones, el Colegio Electoral es una manera de mantener el poder de los estados y tomar o extraer el poder de los ciudadanos. Es insólito que un candidato pueda tener más votos y perder la elección, como fue el caso de Al Gore en el año 2000 y de Hillary Clinton en 2016. Eso es un problema severo y es producto del federalismo. El segundo elemento importante es que la elección presidencial permite a hombres con recursos no políticos ganar las elecciones. Es el elemento más negativo del presidencialismo. La elección presidencial ofrece una oportunidad a hombres y mujeres sin carrera y conocimientos políticos porque los electores se interesan por la popularidad. Es el caso de Trump, quien tenía una enorme visibilidad televisiva, mucho dinero y se presentó como un candidato contra la política de Washington. En un sistema político parlamentario, los parlamentarios pueden cambiar el gobierno. Pero en un sistema presidencial es más difícil cambiar al jefe de gobierno. El impeachment fue el intento de sacar a Trump, pero no fue posible.

SEMANA: ¿A Trump le queda carrera política?

G.P.: Como ciudadano espero que no, que no tenga otra oportunidad política. Trump tiene problemas jurídicos. En Nueva York, por ejemplo, enfrenta acusaciones de corrupción. Pero hay que fijarse en que 70 millones de norteamericanos han votado a Trump. Eso es increíble, porque Trump perdió las elecciones pero el trumpismo no desaparecerá. Hay sentimientos, comportamientos y muchos elementos emocionales que construyen el discurso de Trump y sus seguidores que no han desaparecido. Hay racismo, individualismo y culto a la violencia, que indican que el trumpismo seguirá siendo un elemento importante de la cultura de los Estados Unidos.

SEMANA: ¿Qué implicaciones tendrán estas elecciones en América Latina?

G.P.: Joe Biden es un hombre bastante moderado, y creo que no tiene un especial interés en América Latina. Creo que solo podrían influir sobre la política de América Latina las organizaciones de latinos en los Estados Unidos. Sabemos que hay dos grupos: los mexicanos, que son bastante progresistas, y los cubanos, que son bastante conservadores y anticomunistas. Podemos comprender las diferentes posiciones de ambos, y sus representantes, como el senador Marco Rubio de Florida, tienen mucho poder para influir sobre la política latinoamericana, ya que los demócratas perdieron ese estado. En todo caso, Rubio puede representar los intereses de los cubanos, pero no veo grandes peligros para América Latina. Creo que Biden debe ver el problema de Venezuela de manera

moderada, sin enfrentarse verticalmente con Maduro, pero eventualmente debería intentar cambiar las situación en Venezuela.

SEMANA: Cuando comenzó la pandemia, se temió que fuera un escaparate para el populismo. ¿Cree que la pandemia dio paso al populismo, o todos estos movimientos serán un paréntesis histórico?

G.P.: La pandemia será un paréntesis y sus consecuencias durarán por mucho tiempo. Producirá muchas desigualdades y una crisis económica que podría prolongarse por varios años. Será muy difícil volver a la situación económica anterior. En todo caso, no creo que la pandemia sea algo positivo para los populistas, porque no existe ninguna solución exclusivamente nacional para la pandemia. La respuesta debe ser internacional, y los estados europeos lo saben muy bien. Se ha demostrado que no es viable cerrar las fronteras, eso no derrota la pandemia. Por otra parte, la pandemia necesita una intervención importante de los estados. Solo si estos coordinan sus políticas económicas y sociales pueden derrotar la pandemia. Si no saben cómo coordinar sus políticas, la pandemia va a continuar. No somos una pequeña isla, no es suficiente cerrar las fronteras, la solución está en las políticas supranacionales.

SEMANA: ¿El mundo cooperó para enfrentar el impacto económico de la pandemia?

G.P.: La Unión Europea sabe que puede ejercer su influencia sobre África y que es necesario ayudar a los países africanos. Eso sí, me sorprende que la Unión Europea no tenga una verdadera política latinoamericana. Solo España tiene más interés en Latinoamérica que la Unión Europea en general. Pero al final tendrán que aparecer políticas a gran escala que sean compartidas. Eso se puede hacer, es muy difícil; creo que deben usarse instituciones como la Organización Mundial para la Salud (OMS) en estos casos. Trump no trabajaba con la OMS. Pero algo está claro: si el terror es mundial, no hay soluciones en manos de los estados. La cooperación es absolutamente indispensable.

11/19/2020 Semana

Quel carisma d’ufficio di Biden che sta già cambiando l’America @DomaniGiornale

La vittoria di Joseph Biden è stata netta per voti e Stati conquistati, ma inferiore alle aspettative e ai sondaggi. La sconfitta di Trump è innegabile, ma il suo risultato in termini di voti ottenuti è stato straordinario e preoccupante. Quasi 74 milioni di americani hanno dato il loro voto a colui che è probabilmente stato in assoluto il peggior presidente degli USA. Certamente Biden cambierà stile e modalità di rapportarsi all’elettorato e al resto del mondo. “America is back” significa il ritorno ad una democrazia che era stata apprezzata un po’ dovunque e che sulla scena mondiale aveva costituito l’asse portante di quello che è stato definito “ordine internazionale liberale”. Di qui, con buona pace di alcuni scettici commentatori nostrani, discenderà anche la ricerca di ristabilire buoni rapporti di cooperazione con l’Unione Europea.

   Sul piano interno, Biden ha più di un problema da affrontare e risolvere. Se gli elettori della Georgia non faranno vincere entrambi i candidati democratici al Senato, sarà difficile anche per il navigatissimo ex-senatore Biden riuscire a fare approvare in un Senato a maggioranza repubblicana le leggi che gli stanno più a cuore e, forse, persino a ottenere la conferma delle nomine che sta effettuando. In maniera sobria e riflessiva, il Presidente-eletto ha già dato alcune indicazioni significative nelle prime nomine ufficiali. In primo luogo, farà affidamento su persone che hanno già avuto precedenti esperienze di governo, ad esempio, durante l’Amministrazione Obama, e nelle quali, avendo già lavorato con loro, ripone molta fiducia. L’esperienza pregressa serve, fra l’altro, anche a minimizzare gli eventuali inconvenienti di una transizione ritardata alla quale Trump e i suoi sodali continuano a frapporre ostacoli. In secondo luogo, Biden ha già reso evidente che la sua squadra includerà molte donne in ruoli rilevanti, dal Tesoro all’Intelligence e alle Nazioni Unite che avranno un’ambasciatrice di colore con lunga esperienza. Biden sa che il Movimento Black Lives Matter si attende molto da lui anche in termini di nomine, ma soprattutto di politiche. Nel passato il senatore del Delaware è stato tutt’altro che progressista nel settore dei diritti civili. Rimangono da soddisfare in qualche modo le richieste portate avanti nelle primarie dal senatore Bernie Sanders e dalla senatrice Elizabeth Warren e, più in generale, dalla generazione delle parlamentari progressiste. Uso il femminile non per ossequio, che non intendo fare, al politically correct, ma perché sono molto più le donne degli uomini che si caratterizzano per posizioni più avanzate. Sono, come si dice, in ballo due nomine specialmente importanti, quella del Segretario al Lavoro e quella dell’Attorney General (Ministro della Giustizia), cariche che i democratici progressisti desidererebbero fossero affidate a loro esponenti. Il quadro complessivo si va componendo, ma, proprio queste due nomine potrebbero mandare molto più che un segnale significativo di cambiamento di prospettiva e di politica.

La Presidenza degli USA è una carica che può essere plasmata in maniera davvero notevole dalla personalità di chi la ottiene, ma che, sua volta, offre al Presidente grandi opportunità di esprimere il meglio (e il peggio) di sé. Notoriamente Biden non è un leader carismatico, vale a dire dotato di qualità personali eccezionali riconosciutegli diffusamente. Troppo brevemente, Obama sembrò essere carismatico. Facendo ricorso ad una antica, ma classica dicotomia, Biden è stato, forse deliberatamente, un broker (mediatore) più che un leader. Tuttavia, intrinsecamente, la Presidenza offre quello che Max Weber ha definito “carisma d’ufficio” che discende non soltanto dalla natura e dai poteri della carica, spesso contrastati, proprio come voleva James Madison, dal duplice meccanismo dei “freni e contrappesi” e della separazione delle istituzioni, ma in modo speciale dall’autorevolezza che viene conferita al detentore della carica. Se l’America deve essere, nella famosa e talvolta abusata espressione tratta dalla Bibbia ad opera dei Puritani guidati da John Winthrop, “la città che splende sulla collina” (espressione di cui fece appassionato uso Ronald Reagan), allora il capo di quella città ha enormi responsabilità (e opportunità). Molto più mondanamente, a causa della sua età, è probabile che il Presidente Biden sappia che dispone di un solo mandato per lasciare il suo segno. L’inizio sembra promettente.

Pubblicato il 25 novembre 2020 su Domani