Home » Posts tagged 'la rivista il Mulino' (Pagina 2)

Tag Archives: la rivista il Mulino

Il Lingotto degli sbadigli

C’era una volta un partito, autodefinitosi «democratico», il cui segretario aveva subito tre gravi sconfitte una dietro l’altra: le elezioni amministrative in giugno, un importante referendum in dicembre, un pezzo di dirigenti e militanti alla fine di febbraio. Il segretario, dimessosi dalla presidenza del Consiglio, come aveva promesso parecchio tempo prima, ma non ritiratosi dalla vita politica, come aveva egualmente promesso, lanciò il procedimento statutariamente previsto per l’elezione del nuovo segretario. Da posizione di forza, in quanto segretario uscente, organizzò la sua convention in un luogo simbolo (dove una volta c’erano gli operai metalmeccanici) all’insegna dello slogan «Tornare a casa per ripartire insieme». Trattandosi del lancio della candidatura a segretario di un partito organizzativamente disastrato (giungevano anche rumori di tesseramenti truffaldini e invalidati, di blocchetti di tessere comprate, fenomeni, peraltro, non nuovi), qualcuno si aspettava legittimamente un serrato dibattito sullo stato del partito, sulla sua conduzione, sulla sua presenza sul territorio, sul suo funzionamento, sul suo futuro. Fra gli «attendisti» non si trovavano i commentatori scafati e i giornalisti retroscenisti, troppo difficile per loro chiedersi che cosa è, può essere, dovrebbe diventare un partito in termini di strutture e di personale politico. Ancora più difficile andare a raccogliere numeri, magari in una anche corta serie storica (dal 2007 al 2017? oppure soltanto nel periodo renziano), relativi agli iscritti e al loro andamento, alle loro fasce d’età, alle loro attività lavorative. Quel che non fanno giornalisti e commentari faranno certamente, in un partito decente, i dirigenti, meglio se sono quelli «responsabili dell’organizzazione». Almeno così funzionava un partito predecessore, quello comunista. Talvolta, messi alle strette anche i dirigenti dell’altro partito predecessore, la Democrazia cristiana, raccoglievano e davano i numeri. Nei loro congressi entrambi parlavano dello stato del partito, consapevoli che le politiche sono variabili dipendenti dalla capacità di un’organizzazione di formularle, farle procedere nelle sedi opportune, a cominciare dal Parlamento, portarle ai loro iscritti e militanti che le pubblicizzino, non con uno/cento/mille tweet e like, ma discutendo con altre associazioni e con gli elettori.

Tecnicamente, anche dopo la scissione, il Partito democratico è l’unico organismo che merita in Italia l’etichetta di partito. Toccava al candidato segretario e ai suoi sostenitori cogliere l’occasione del Lingotto per disegnare, in un confronto di idee e di proposte, quale modello di partito desiderano costruire nel prossimo, vicino futuro. Sì, una riflessione autocritica sarebbe stata utile. Qualcosa, o molto, è andato storto proprio nelle attività del partito. Capire che cosa e sapere chi sono i responsabili servirebbe a evitare errori simili e a rimuovere dalle loro posizioni chi li ha commessi. Dopo tanti discorsi e annunci su Partito della Nazione e Partito di Renzi, ascoltare i pro e i contro di ciascuna opzione, magari aggiungendone altre, non già sorpassate, come il partito «leggero», e sentirle discutere, sarebbe stato doveroso. Infine, per tutti coloro che pensano, sulla base di buone letture e di analisi comparate, che un partito diventa e rimane tanto più solido quanto più si basa su una cultura politica condivisa in grado di interpretare la società e il mondo, ascoltare di quale cultura è fatto il Pd, che non è riuscito ad amalgamare le fatiscenti culture cattolico-democratica e comunista, e neppure altri riformismi deboli, sarebbe stato confortante.

Invece, al Lingotto si è eseguita l’unica operazione che Renzi conosce: combinare, sul facsimile delle Leopolde, proposte programmatiche con la passerella per ministri nessuno dei quali ha parlato né di partito né di cultura politica né di come ristrutturare, anche con l’apporto di una legge elettorale adeguata, il sistema dei partiti e le modalità della competizione, né di come dotarsi di un sistema di riferimenti e di valori che ricompattino una società slabbrata, confusa, corporativa: altro che ipocritamente lodata come più veloce della politica! Insomma, al Lingotto sono mancate tutte le riflessioni indispensabili sia per «tornare a casa» sia «per ripartire»: con quale veicolo? «Insieme» a chi? Con quale visione? Non resisto a non citare le parole conclusive del racconto di Marco Imarisio pubblicato sul «Corriere della Sera» (12 marzo, p. 6): «E pazienza per gli sbadigli».

Pubblicato il 15 marzo 2017 su la rivista il Mulino

Scissione e culture politiche

Larivistailmulino

Giornalisti, editorialisti, commentatori, professori concordano: la scissione dal Partito Democratico ha natura personalistica. Discende da uno scontro fra persone. Qualcuno, poi, più intelligentemente, come Angelo Panebianco, suggerisce che potrebbero esserci anche profonde divergenze culturali. Concordo soltanto in parte. Quando si lascia un partito, la prima, spesso la più forte, divergenza è politica. In quel partito, con quel segretario, con quella gestione non esistono più spazi, non soltanto di azione, ma neppure di discussione. Il quesito diventa: discussione su che cosa? La risposta potrebbe essere sia sul tipo di partito, sia sulle politiche, sia sulla visione complessiva. Nel Pd non si vede nulla di tutto questo, tranne un ex-segretario lanciato alla riconquista, il prima possibile, della carica perduta. Quell’ex-segretario non dice come vorrebbe (ri)organizzare il partito, che tipo di presenza vorrebbe avere sul territorio, quale ruolo attribuire ai partiti locali, ai militanti, agli iscritti, di quali modalità di comunicazione, oltre ai suoi personalissimi tweet e alla sua e-news, il partito dovrebbe dotarsi. Dal Lingotto verrà poco o nulla sul partito come organizzazione, «comunità di donne e uomini». Verranno presentate delle slides sulle politiche fatte, ma soprattutto da fare che, inevitabilmente, scaveranno la fossa al governo Gentiloni. Avvenne esattamente così dieci anni fa con la cavalcata di Veltroni che fu causa non troppo indiretta della caduta del governo Prodi II. Misi in evidenza il rischio con un articolo sul «Mulino» scritto già nell’agosto 2007.

Quanto alle motivazioni culturali, bisognerebbe cominciare con il chiedere se la segreteria di Matteo Renzi si sia mai occupata della cultura politica del Partito Democratico. Qualcuno potrebbe anche andare a vedere oratori e contenuti della scuola di politica nazionale e delle scuole locali. Constaterebbe che certo, fra una sfilata e l’altra di ministri e di autorità locali, qualcosa di politica s’è detto: appoggiare «senza se senza ma» le magnifiche scelte e riformiste (è una parafrasi) del governo Renzi. La riflessione e ancor più l’elaborazione culturale sono state totalmente assenti ed è facile prevedere che, se rivince Renzi, continuerà a essere così. Gli esegeti del Pd con qualche new entry che si ricorda dell’Ulivo continuano a battere sullo stesso tasto: la contaminazione che il Pd doveva produrre fra la cultura degli ex-comunisti e quella dei cattolici-democratici. Peccato che nessuno vada a vedere se nei due congressi che portarono al Pd i due gruppi di «ex» avessero ripensato la loro cultura politica per giungere attrezzati e innovatori all’incontro epocale. La verità, che riguarda non soltanto il Pd, è che alla metà degli anni Novanta del XX secolo le culture politiche che avevano fatto la Costituzione e guidato la storia d’Italia erano scomparse (lo registrai e argomentai in un fascicolo intitolato La scomparsa delle culture politiche in Italia della rivista «Paradoxa», 4/2015. Fra gli autori mi limito a citare Giuliano Amato, Agostino Giovagnoli, Achille Occhetto e Marcello Veneziani, ciascuno molto rappresentativo di una cultura politica che non esiste più, è il mio parere, ma nessuno di loro disposto ad accettarne la effettiva e definitiva scomparsa). Soprattutto, nessuna di quelle antiche culture si trova adeguatamente rappresentata in qualche partito italiano e ne informa i comportamenti e le scelte politiche. Non erano, naturalmente, scomparsi gli intellettuali interessati alla politica, con le loro legittime e accertabili preferenze politiche, autori di alcune elaborazioni politiche quasi mai prese in considerazione dai partiti ai quali venivano indirizzate. Il culmine di questa assoluta mancanza di attenzione fu raggiunto con l’etichetta, oggi lo sappiamo, pre-Trumpiana, di «professoroni» affibbiata a diversi intellettuali di alto valore culturale, ma dissenzienti.

Se a qualcuno, a cominciare dall’ex-segretario e dal suo giglio-non-più-magico, interessasse la (ri?)elaborazione di una cultura politica (riformista, che non è un elenco di cose da fare o no, ma cultura), avrebbe dovuto impegnarsi per dare vita a una conferenza programmatica centrata proprio sui principi essenziali di una visione che costruisca, tenga insieme e guidi una comunità e un paese. Qualcosa di non troppo dissimile, sarò provocatorio, fu alla base della Conferenza Programmatica del Partito Socialista Italiano a Rimini nel 1982: Meriti e bisogni. Nelle conferenze programmatiche non si distribuiscono cariche, ma si fanno circolare idee. In quel che resta del Partito Democratico altre sono le priorità.

Pubblicato il 3 marzo 2017 su larivistaIlMulino

Le parole (sbagliate) della politica

Larivistailmulino

«La» proporzionale non esiste. Da più di cento anni esistono molte leggi elettorali definibili «proporzionali» che si distinguono per tre aspetti: per la dimensione delle circoscrizioni (piccole se vi si eleggono meno di 10 parlamentari, medie e grandi a seconda del numero di parlamentari loro assegnati); per l’esistenza o meno di soglie, percentuali o di altro tipo, di accesso al Parlamento; per la formula di traduzione dei voti in seggi (D’Hondt, Hare, Saint Lagüe, che avvantaggiano/svantaggiano i partiti). Sia il Porcellum sia l’Italicum sono leggi elettorali proporzionali, corrette o, a seconda del punto di vista, distorte da un premio di maggioranza. Dunque, abbandonare l’Italicum non significa di per sé «tornare» alla proporzionale perché nella «cattiva» proporzionale con l’Italicum c’eravamo già, alla grande. Poi, dipende da quale proporzionale il Parlamento vorrà/saprà scrivere. Meglio sarebbe che gli anti-proporzionalisti, il cui punto di convergenza sembra essere, senza alcuna fantasia, il premio di maggioranza, si esprimessero in maniera coerentemente maggioritaria (first past the post inglese, voto alternativo australiano, doppio turno francese) e dicessero alto e forte che i collegi uninominali consentono una migliore selezione del ceto parlamentare.
In nessuna delle democrazie attualmente esistenti, meno che mai in quelle parlamentari, è aperto il surrealissimo dibattito su rappresentatività e governabilità. In tutte la rappresentatività è vista come la premessa essenziale della governabilità. Persino laddove i sistemi elettorali sono maggioritari, applicati in collegi uninominali, la rappresentatività è assicurata dall’imperativo per il candidato vittorioso in ciascun collegio di rappresentare non soltanto gli elettori che lo hanno votato, ma anche quelli che non l’hanno votato. Alcuni di questi elettori potrebbero votarlo la volta successiva se avrà ben rappresentato il collegio tutto.

L’elezione del segretario di un partito non è mai una primaria. L’ho già detto, ripetuto e scritto (Le parole della politica, Il Mulino, 2010). Le primarie che, secondo gli apologeti, si troverebbero nel Dna del Partito democratico, servono esclusivamente a fare scegliere a iscritti, elettori, simpatizzanti di un partito le candidature alle cariche pubbliche monocratiche: sindaco, governatore della regione, presidente del Consiglio. L’elezione del segretario del Pd che, con filtri e vagli, può giungere persino a essere decisa dall’Assemblea nazionale non è affatto una primaria. Inoltre, congresso del Partito ed elezione del nuovo segretario hanno scadenze proprie che non debbono tenere e non hanno tenuto conto delle occasioni elettorali. Per di più, sono disponibili le fattispecie di almeno due importanti elezioni del segretario del Pd: quella di Walter Veltroni nel 2007 e quella di Pierluigi Bersani nel 2009. In entrambe le occasioni nessuno dei dirigenti, militanti, iscritti, simpatizzanti, pure se era ampiamente usata la terminologia sbagliata, credeva di stare incoronando il candidato alla carica di presidente del Consiglio (anche se la cavalcata di Veltroni, inconsciamente/subconsciamente, terminò con la sua inevitabile candidatura grazie alla caduta del governo Prodi). Che «primarie» suoni pomposamente bene è un fatto (in parte positivo per le primarie correttamente intese), ma il suo uso per l’elezione del segretario del Pd rimane fuorviante e sbagliato.

Altrove – come negli Stati Uniti, dove non esiste affatto una legge federale che le regolamenti, ma ciascun partito in ciascuno Stato decide a suo piacimento requisiti e regole – attraverso le primarie si designano i candidati alla Camera dei rappresentanti e al Senato, al governo degli Stati, alla presidenza. Sono facoltative, dunque, cosicché ogniqualvolta c’è un unico candidato, rappresentante, senatore, governatore, senza sfidante non si terrà alcuna elezione primaria. Sono anche criticate perché esposte a manipolazioni di molti generi e perché, qualche volta, sono divisive. Rimangono un efficacissimo strumento di mobilitazione, partecipazione, comunicazione e influenza dei cittadini-elettori.

C’è un Paese nel quale sembra non s’insegnino più i congiuntivi e, con grande dolore dei professori, neppure se ne faccia accorto uso. Potrebbero quei professori inquietarsi anche per il cattivo ed erroneo uso di alcune parole chiave della politica e delle istituzioni? Tanto usare le parole sbagliate quanto manipolarle produce confusione che, certo, non giova né alla politica né alla cultura politica.

Pubblicato il 17 febbraio 2017 su la rivista il Mulino

Renzi, drop your guns

Larivistailmulino

La popolarità del governo Gentiloni sembra leggermente in crescita, ma il suo futuro continua a essere oscuro. Tutti i retroscenisti, ma anche troppi commentatori orfani/e di Renzi sondano le intenzioni dell’ex-capo del governo, che aveva annunciato il suo ritiro dalla politica se avesse perso il referendum. Invece, adesso preannuncia il suo ritorno lasciando che in maniera quasi rassegnata i suoi collaboratori sostengano che elezioni anticipate il prima possibile sono l’unica soluzione ai mali prodotti da coloro che hanno votato NO. In un paese decente, giornalisti/e, autorità, parlamentari dovrebbero attenersi ai fatti e alle regole del gioco. Prima fondamentale regola: il governo, qualsiasi governo rimane in carica non ad libitum di qualcuno, neppure a piacimento del segretario di un partito (roba, direbbero molti, spregiativamente, “da Prima Repubblica”), ma fintantoché quel governo è operativo. Comunque, nessun segretario di partito, non nella Prima Repubblica, tantomeno nella “Seconda”, gode della prerogativa autonoma di imporre lo scioglimento anticipato al Presidente della Repubblica, il quale è l’unico ad avere il potere costituzionale di deciderlo. In caso di crisi di governo, il Presidente della Repubblica ha sempre il dovere costituzionale di “sentire” i Presidenti di entrambe le camere per sapere se esiste la possibilità di dare vita a un altro governo, purché non sia un governo qualsiasi, ma prometta di funzionare, di fare “cose”, e molte sono le cose domestiche ed europee che il governo italiano deve fare. Altrimenti, sarà il Presidente a tenere le consultazioni con i capi dei partiti. Non bisognerà mai più assistere a raccapriccianti consultazioni parallele come quelle ostentatamente fatte da Ronzi nel dicembre 2016 (e che, purtroppo, nessuno gli ha dura(tura)mente rimproverato). Un altro governo potrebbe anche diventare, alla prova dei fatti, quello che conduce il paese alle elezioni, meglio se alla scadenza naturale del Parlamento: febbraio-marzo 2018 (data più volte indicata da Renzi stesso).

L’ostacolo ora e, presumibilmente, anche dopo la attesissima sentenza della Corte Costituzionale, è l’inesistenza di una legge elettorale immediatamente utilizzabile, ma, anche se esistesse la legge per la Camera, consultellum o miniItalicum, bisognerebbe pure scrivere quella per il Senato, prematuramente e colpevolmente già dato per defunto dagli improvvidi riformatori costituzionali. Quindi, qualsiasi discussione sul ritorno alle urne appare contare su tempi che non sono né scontati né prevedibili. Allora perché se ne discute fin dal giorno stesso in cui venne creato il governo Gentiloni? L’unica interpretazione possibile, certamente quella con più solide basi, è che l’ex-Presidente del Consiglio Matteo Renzi non stia sereno. Senta che più il tempo passa meno è probabile che l’elettorato lo premi per non si sa quali meriti pregressi e che il suo partito tragga vantaggi da un qualche sussulto post-referendario. Il segretario del Partito Democratico è palesemente meno interessato alla capacità del governo, nel quale lui stesso ha imposto la re-immissione di tutti i suoi ministri e ha addirittura premiato chi aveva contribuito alle riforme bocciate (Maria Elena Boschi e Anna Finocchiaro, la Presidente della Commissione Affari Costituzionali del Senato), di risolvere i molti problemi lasciati aperti dal suo malposto attivismo.

Il segretario del Partito Democratico non desidera nessun miglioramento nell’economia, nella società, nel sistema politico il cui merito finisca per essere attribuito al suo successore Paolo Gentiloni. Renzi guarda esclusivamente al suo interesse personale di rappresaglia/vendetta politica e di riconquista del governo. Tempo fa, Michele Salvati consigliò a Renzi di non prestare nessuna attenzione ai critici delle sue audaci attività invitandolo a insistere (in altri tempi si sarebbe detto a “tirare diritto”): “stick to your guns”. Oggi il suggerimento, che tenga anche conto della [referendaria]”responsabilità repubblicana”, tanto cara a Massimo Cacciari, dovrebbe essere, al contrario, quello di non ostacolare il governo Gentiloni, di sostenerne l’opera, di non minacciarlo con gravi conseguenze per l’Italia. Insomma, per il bene del sistema politico, della patria repubblicana: “Renzi, drop your guns”.

Pubblicato il 16 gennaio 2017 su La rivista il Mulino

ASPETTANDO IL #REFERENDUM 24novembre al Teatro F.Parenti #Milano

banner

Un incontro dedicato al referendum costituzionale a partire dal

numero 4/2016 della rivista il Mulino.

«sì»/«no»: un voto decisivo
Intervengono
Michele Salvati e Gianfranco Pasquino
modera Danilo De Biasio

Giovedì 24 novembre h 18
Teatro Franco Parenti
Via Pier Lombardo, 14
Sala AcomeA

In vista di un appuntamento cruciale come il referendum costituzionale del 4 dicembre prossimo, la rivista «il Mulino» organizza un dibattito pubblico per approfondire le ragioni dei due schieramenti, grazie agli interventi di Michele Salvati e di Gianfranco Pasquino, entrambi soci del Mulino.
L’incontro, moderato da Danilo De Biasio, prenderà spunto dal numero 4/2016 della rivista, la cui sezione monografica riporta opinioni a favore tanto del «sì» quanto del «no». Questa è la modalità di intervento politico cui la rivista si attiene su questioni importanti e controverse, quando – nell’ambito di un consenso raziocinante e orientato a valori di riformismo liberale e solidaristico comuni a tutto il gruppo del Mulino – si manifestano significative differenze di opinione.

Michele Salvati è professore emerito di Economia politica all’Università Statale di Milano. Accademico dei Lincei, socio dell’Associazione «il Mulino», è direttore della rivista «il Mulino» dal 2012 ed editorialista del «Corriere della Sera».

Gianfranco Pasquino è professore emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna e insegna al Bologna Center della Johns Hopkins University. Accademico dei Lincei, socio dell’Associazione «il Mulino», ha diretto la rivista «il Mulino» dal 1980 al 1983.

24-novembre-milano

 

 

 

La legittimità democratica si può perdere

Larivistailmulino

In seguito alla più recente ondata di democratizzazione seguita al crollo dei regimi comunisti non soltanto nei paesi dell’Europa centro-orientale, le democrazie che, pure imperfette, sono, al tempo stesso, elettorali e costituzionali, vale a dire che rispettano i diritti dei loro cittadini, ammontano a poco più di una trentina. A loro si aggiungono all’incirca una quarantina di democrazie elettorali nelle quali i diritti dei cittadini sono poco protetti e ancora meno promossi. La Turchia fa parte di questa seconda categoria, la cui transizione a democrazie costituzionali appare molto complicata. Con riferimento agli avvenimenti in corso in Turchia, è opportuno segnalare che le democrazie elettorali possono retrocedere allo stadio di non-democrazie, di regimi autoritari più o meno blandi, più o meno repressivi.

Da Norberto Bobbio ho imparato che la legittimità a governare può derivare da due modalità: ex titulo e quoad exercitium. Il titolo può essere l’ereditarietà, la nomina ad opera della persona o dell’organismo ai quali è riconosciuto il diritto di effettuarla, i procedimenti elettorali. La legittimità può anche essere acquisita da chi, pur non avendo all’inizio ottenuto il titolo a governare secondo criteri accettabili, dimostri di volere e di sapere governare in maniera tale, con scrupolo, correttezza, equità, a favore del sistema e di tutti, da guadagnarsela. Nelle democrazie elettorali, il titolo a governare è la vittoria conseguita attraverso procedure eque. In qualche, rarissimo, regime autoritario, il leader sostiene di avere acquisito il titolo a governare poiché agisce a favore del popolo, lo rappresenta e opera per il suo benessere. In generale, è lecito dubitarne fino a convincente prova contraria e purché sia garantita la libertà degli oppositori di sfidare i governanti.

Sulla scia del tentato e mancato golpe in Turchia, dopo una breve, non necessariamente preoccupante, esitazione sia i capi dei governi degli Stati-membri dell’Unione Europea sia il Presidente degli Stati Uniti hanno condannato il golpe e ribadito la legittimità del governo del partito di Erdogan. Giusto così. La mobilitazione dei muezzin e dei sostenitori del partito di Erdogan ha fatto il resto contro il golpe, ma, come ha scritto giustamente Luigi Ferrarella (Corriere 18 luglio, p. 31) quella mobilitazione dice qualcosa sulla popolarità di Erdogan, non molto sulla democraticità del suo stile di governo. Anzi, le reazioni successive del governo turco e le dichiarazioni di Erdogan sollevano il quesito se la loro legittimità democratica non meriti di essere messa in discussione.

Gli arresti di massa, presumibilmente, senza mandato e le modalità di detenzione, trasmesse al mondo attraverso ai social, nel non tanto sottile intento di insegnare qualcosa a molti, le estromissioni di migliaia di magistrati dai loro tribunali, i licenziamenti di migliaia di dipendenti pubblici, fintantoché non siano confermate come, immagino, dovrebbero, dalla magistratura, sono tutti comportamenti deplorevoli, probabilmente persino in violazione della legislazione turca vigente. Pertanto, è del tutto lecito sollevare il quesito se Erdogan e il suo governo non stiano perdendo la legittimità a governare quoad exercitium, ovvero a causa delle modalità con le quali esercitano il potere. L’eventuale re-introduzione della pena di morte, “suggerita” dal Presidente al Parlamento, al quale spetta deliberarla, dovrà essere valutata con riferimento ai criteri per la sua applicazione, ma, comunque, blocca, fintantoché durerà, qualsiasi procedura di adesione all’Unione Europea (al momento, non certo una delle preoccupazioni principali di Erdogan).

Senza accondiscendenza e senza ipocrisia, proprio perché gli Stati-membri dell’Unione Europea sono consapevoli di quanto importante politicamente, militarmente, socialmente sia la Turchia, il messaggio sul rispetto dei diritti delle persone deve essere inviato a Erdogan senza indugio. I comportamenti delle organizzazioni da lui guidate e controllate rischiano di diventare rapidamente tali da fargli perdere ai nostri occhi qualsiasi legittimità effettiva a governare il suo paese.

Pubblicato il 27 luglio 2016