Home » Posts tagged 'Lega' (Pagina 16)
Tag Archives: Lega
Dare i numeri per fare coalizioni
In politica i numeri contano, ma, come ha sempre convincentemente sostenuto Sartori, bisogna saperli contare. Nel contesto attuale, quelli che contano sono i numeri dei voti e i numeri dei seggi. Per formare un governo i numeri dei seggi debbono, abitualmente, raggiungere una maggioranza. Nel caso tedesco, ad esempio, la maggioranza che elegge il/la Cancelliere/a deve essere assoluta con riferimento al numero dei deputati. Nel caso italiano, lo scarno dettato costituzionale “il governo deve avere la fiducia delle due Camere” (art. 94) lascia ai regolamenti parlamentari di stabilire quale debba essere la maggioranza, non degli aventi diritto, ma dei votanti (i contrari potendo astenersi oppure, come al Senato, uscire dall’aula per non farsi contare). La teoria delle coalizioni, un campo di ricerca della scienza politica sviluppato con molto successo, ha chiarito che possono esistere tre tipi di coalizioni: di minoranza, minimo vincenti, sovradimensionate. Nel corso del tempo, l’Italia ha avuto governi di tutt’e tre i tipi, con una leggera prevalenza di governi che si reggevano su coalizioni sovradimensionate (come, per lo più, il centrismo, il centro-sinistra e, soprattutto, il pentapartito).
Sovradimensionata è qualsiasi coalizione che comprenda anche partiti non necessari per conseguire la maggioranza assoluta in Parlamento. Pertanto, le Grandi Coalizioni di stampo tedesco non appartengono alla categoria delle coalizioni sovradimensionate, essendo entrambi i partiti contraenti assolutamente necessari per conseguire la maggioranza assoluta dei seggi. La teoria delle coalizioni rileva poi come più plausibili siano le coalizioni fra partiti contigui, fra partiti programmaticamente compatibili, fra partiti che già abbiano formato una coalizione fra loro e che, di conseguenza, sono in grado di ridurre le incertezze sui rispettivi comportamenti e i tempi delle inevitabili contrattazioni sul programma di governo.
Le elezioni italiane del 2018 hanno consegnato un Parlamento nel quale dal punto di vista numerico sono possibili più coalizioni, nell’ordine: Movimento 5 Stelle più Centro-destra; Centro-destra più PD; Movimento 5 Stelle più Lega; Movimento 5 Stelle più PD, qui sotto presentate.
*Da aggiungere 4 Senatori e 14 Deputati di LiberieUguali. Non tengo conto delle affiliazioni dei cinque Senatori a vita.
Poiché, almeno temporaneamente, il Partito Democratico si è chiamato fuori affermando di volere fare un’opposizione (a un governo che ancora non esiste) seria e responsabile (anche se alcune posizioni già sembrano ridicole e irresponsabili), restano in campo, per usare il politichese, quella che sarebbe una coalizione notevolmente sovradimensionata (forse anche preoccupantemente tale poiché con i due terzi dei voti è possibile riformare la Costituzione senza correre il rischio di un referendum oppositivo) e una coalizione davvero minimo vincente: Cinque Stelle e Lega.
Toccherà al Presidente della Repubblica sciogliere la matassa che, in verità, non è neppure troppo ingarbugliata. E’ probabile che il Presidente ponga due condizioni: la compatibilità programmatica e l’operatività effettiva, condizioni che stanno insieme. Rimane aperto il problema della leadership della coalizione. Teoricamente, se tutto il centro-destra partecipa compatto alla coalizione, allora le quotazioni di Salvini crescono significativamente. Altrimenti nella coalizione Cinque Stelle-Lega il candidato naturale a Presidente del Consiglio è Di Maio. Tuttavia, il prezzo della coalizione potrebbe essere la rinuncia di entrambi alla carica più elevata e la loro convergenza, incoraggiata e favorita dal Presidente, su una persona terza accettabile da tutt’e due e magari tale da avere un consenso parlamentare persino più ampio. Sì, le democrazie parlamentari hanno un grande pregio: la loro flessibilità. Il resto dipende, ahivoi, dalla qualità della classe politica.
Pubblicato AGL 5 aprile 2018
I piani dei leader e le regole del Presidente
L’attenzione politica è giustamente rivolta alle consultazioni con i dirigenti dei partiti e dei gruppi parlamentari che il Presidente Mattarella inizierà domani. Il Presidente è consapevole che dovrà confrontarsi con i portatori di troppe affermazioni errate relative al funzionamento di una democrazia parlamentare. Quindi, certamente, dirà a tutti i suoi interlocutori che gli italiani non hanno eletto nessun governo. Nelle democrazie parlamentari i governi nascono, vivono, si trasformano e, con non auspicabili eccezioni di crisi extraparlamentari, muoiono in Parlamento. Dirà anche, a chi ne ha molto bisogno, che gli italiani non hanno eletto nessuna opposizione e che, lui, il Presidente, prima di procedere a dare qualsivoglia incarico, vuole vedere le carte (vale a dire, i programmi e le priorità) e le candidature a capo del governo presentate da tutti i partiti. Preso atto che effettivamente ci sono due “vincitori” delle elezioni, il Presidente terrà nel massimo conto sia la richiesta di Luigi Di Maio di ottenere l’incarico in quanto capo designato del partito più grande, quello che ha ottenuto più voti e che dispone di più seggi in Parlamento. Al tempo stesso, il Presidente vorrà sapere se Matteo Salvini, che è riuscito a moltiplicare voti e seggi della Lega, è unanimemente riconosciuto da Forza Italia e da Fratelli d’Italia come capo della coalizione di centro-destra. Preso atto di quelle dichiarazioni, il Presidente comunicherà ad entrambi che prima di procedere a dare l’incarico all’uno o all’altro, è assolutamente imperativo che tutt’e due dicano quali sono gli alleati potenziali che con i loro seggi sarebbero in grado di garantire la formazione di un governo basato su una maggioranza parlamentare non risicata, stabile, sufficientemente coesa e operativa. Questo sarà il passaggio più delicato. Infatti, come stanno attualmente le cose, né il Movimento Cinque Stelle né la coalizione di centro-destra sono in grado, da soli, di offrire al Presidente la certezza di dare vita alla maggioranza necessaria.
Nessuno deve scandalizzarsi se, per le ragioni che ho indicato sopra, sia Di Maio sia Salvini insisteranno nel loro desiderio di ottenere l’incarico. Dipenderà da loro se mettere un veto reciproco sulle rispettive candidature, magari consegnando al Presidente la possibilità di individuare un terzo uomo (il nome di una “terza donna” non è finora emerso), oppure se dare inizio all’indispensabile confronto sui programmi e sulle relative priorità. Con ogni probabilità il Presidente Mattarella si asterrà dal valutare i programmi eventualmente presentatigli limitandosi a pochissime parole che riguarderanno certamente un’esigenza irrinunciabile: che qualunque governo nasca si impegni a mantenere saldamente l’Italia nell’Unione Europea e non faccia nessun giro di valzer con ipotesi, atteggiamenti, politiche neppure lontanamente sovraniste. Questa posizione potrebbe creare più di un problema per Salvini e Giorgia Meloni.
Probabilmente, il Presidente ricorderà anche a tutti suoi interlocutori che non ha nessuna intenzione di avallare la formazione di un governo di scopo, meno che mai se quello scopo dovesse essere unicamente fare un’altra legge elettorale. Infine, Mattarella concluderà il primo giro di consultazione con un’altra affermazione molto chiara. Qualsiasi governo si cerchi di costruire dovrà essere un governo politico, espressione dei partiti rappresentati in Parlamento, e legittimamente tale poiché entrerà in carica, a norma di Costituzione, ottenendo “la fiducia delle due Camere” (art. 94). Nessun governo è a termine. La sua vita dipende dalla sua coesione e dalle sue capacità di rispondere ai compiti da svolgere e alle riforme da fare. Meglio utilizzare qualche settimana in più per conseguire specifiche e precise convergenze partitiche e programmatiche piuttosto che affrettarsi a fare un governo che nasca con nodi irrisolti e contraddizioni destinate a destabilizzarlo.
Pubblicato AGL il 3 aprile 2018
“M5S-Lega, prima si tratta e poi si governa assieme” #intervista
Intervista a Gianfranco Pasquino raccolta da Lorenzo Giarelli
Il politologo: “Occorre tempo per un accordo”
“Ci vorrà tempo”. Ma il tempo, in questi casi, aiuta. Cambia gli umori di eletti e elettori, fino a rendere possibili scenari che sembravano irrealizzabili. Ne è sicuro Gianfranco Pasquino, politologo e Professore Emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna. Chiuso l’accordo sulle presidenze delle Camere, c’è chi adesso dà per certo un’intesa tra Lega e Movimento 5 Stelle anche per la formazione di un governo.
Professor Pasquino, secondo lei si arriverà a un’intesa?
La presidenza delle camere e il governo sono due partite separate, ma il risultato della prima mi fa pensare che la lega e 5 Stelle arrivino alla seconda con qualche vantaggio in più. In questo momento però credo che i giochi non siano fatti. Dovessi dire una percentuale, sarebbe un 50 e 50.
Ma a Salvini e Di Maio converrebbe? Non perderebbero parte del proprio elettorato?
I passaggi di questa trattativa non sono banali, servirà un po’ di tempo. Ma il tempo passa e più sarà facile accettare un accordo. E non dimentichiamo che le basi condividono una forte critica alla politica tradizionale, quella che ha dimenticato parti del Paese che Lega e 5 Stelle hanno saputo intercettare.
In ogni caso Salvini dovrebbe rinunciare a Berlusconi.
Non credo che i 5 Stelle accetterebbero mai di stare con Berlusconi. Se facessero un governo con Forza Italia, gli elettori grillini sarebbero sconvolti, oltre che molto preoccupati. Dopo tutto quello che gli hanno detto in questi anni-spesso a ragione-non se lo possono permettere. Anche perché sono stati determinanti per la sua ultima sconfitta politica, con il veto su Paolo Romani alla presidenza del Senato.
Nei programmi di lega e cinque stelle però ci sono parti poco conciliabili.
Mi sembra che i 5 Stelle abbiano un po’ alzato il piede dall’acceleratore sul tema del reddito di cittadinanza, così come la Lega potrebbe rinunciare alla flat tax. Una discriminante sarebbe il tema dell’Europa: se il Movimento accettasse una linea più sovranista, dovremmo aspettarci una reazione da parte degli organismi internazionali. A questo si collega alla gestione dell’immigrazione, su cui comunque i 5 Stelle mi sembrano più malleabili rispetto a Salvini. Detto questo, è evidente che un programma comune nasca dai negoziati: sforbiciate, compromessi.
Entrambi il leader dovrebbero rinunciare a fare il premier?
Salvini credo abbia meno problemi. Di Maio alla fine potrebbe anche farsi da parte, condividendo la scelta di una terza persona con il leghista.
Ci sono alternative, se non il ritorno al voto?
No se il partito democratico rimarrà ancora seduto sulla riva del fiume ad aspettare. I cadaveri dei nemici non stanno passando: passano soltanto gli elettori che chiedono conto di questo immobilismo.
I dem sperano che Lega e M5S vadano a sbattere.
Mi pare difficile che si schiantino, perché l’intesa potrebbe anche non valere per tutta la legislatura e non è detto che gli elettori valutino in maniera negativa quanto faranno Lega e 5 Stelle. Il PD fa opposizione a un governo che non esiste. Forse sperano che durante le consultazioni possano tornare in gioco, sempre che allora siano ancora vivi. Non è vero, come continuano a ripetere i dem, che gli elettori li hanno mandati all’opposizione: gli elettori hanno bocciato gli ultimi governi.
Occorre superare Renzi?
Anche in questo caso serve tempo, anche perché gran parte del partito e lì grazie a Renzi e ancora non se la sente di mollarlo. Non credo manchino le persone capaci di prendere in mano il cambiamento, manca solo un po’ di coraggio.
Pubblicato il 28 marzo 2018
After Italy’s vote: The case for a deal between the Democratic Party and the Five Star Movement
Italy’s election produced a fragmented result and there has been intense speculation over the potential government that could emerge from negotiations. Andrea Lorenzo Capussela and Gianfranco Pasquino argue that in a tri-polar parliament dominated by populists of different descriptions, a cabinet centred on some form of understanding between the Democratic Party and the Five Star Movement would be the least bad option from the perspective of both Italy’s and Europe’s interests. At the very least, the logic of parliamentary democracy requires the two parties to engage in serious talks.

Palazzo Montecitorio, seat of the Italian Chamber of Deputies, Credit: David Macchi (CC BY-NC-ND 2.0)
The Italian election produced three surprises. The centre-right coalition came first, as predicted, but within it voters largely preferred the anti-establishment rhetoric of Lega – the radical-right party formerly known as the Northern League, which recently shed its original secessionism to embrace sovereignism – to the more ambiguous liberal-populism of Silvio Berlusconi’s party, Forza Italia. They punished the ruling Democratic Party (PD) more harshly than expected, and rewarded the anti-establishment Five Star Movement (M5S) more generously than expected.
Like the PD, Berlusconi’s party scored the worst result of its history. Except in 2011-13, when both supported a non-partisan executive, those two parties or their predecessors – the alliance that merged into the PD in 2007 – have either led the government or the opposition ever since 1994. Although much divided them and their policies, they jointly presided over the country’s singular and remarkable decline, which began then. Suffice it to say that during the 2000s average per-capita real growth was the lowest in the world, and average real disposable income is now at about the same level as it was in 1995: in Italy’s closest Eurozone peers – France, Germany, and Spain – it is about 25% higher. Their joint defeat suggests that an opportunity might have opened for the country to gradually shift toward a fairer and more efficient equilibrium.
Before turning to the implications for the formation of the next government, however, a brief look at the composition and policy orientation of the three poles that dominate parliament, shown in the table below, might be useful. For two of these poles are fairly loose coalitions, and the solidity of the third cannot be taken for granted, especially when one considers that during the 2013-18 parliament, 36.7 per cent of MPs switched sides, often more than once (347 out of 945 elected MPs officially switched sides, and 566 switches were recorded).
Table: Selected results from the 2018 Italian election

Note: The seats shown in the table are preliminary figures. Two seats are as yet unassigned in either chamber; in the Senate, the count covers elected seats only. † In a slightly different composition between the two elections. ‡ With a different name and composition between the two elections. Source: Official data
Besides Lega and Berlusconi’s party, the centre-right coalition comprises a post-fascist grouping (‘Brothers of Italy’ in the table) and a smaller cartel of patronage networks. It is held together by history (they governed together in 1994, 2001-6, and 2008-11), by an equally long tradition of tolerance for illegality and clientelism and impatience for pluralism and constitutional democracy, by varying degrees of opposition to immigration, nationalism, and Euroscepticism, which only Berlusconi’s party muted during the campaign, and by a fairly extreme flat-tax proposal (the suggested rates are 15 or 23 per cent). But Lega’s virulent anti-establishment rhetoric, which undoubtedly contributed to the quadrupling of its votes, distances it markedly from its partners.
The Five Star Movement deliberately ran alone. But its lack of either a recognisable political culture or a reliable method for selecting candidates, its weak internal democracy, and its short history suggest that exits are possible (it lost 32.7 per cent of its parliamentarians in 2013-18). Although it too seems impatient with pluralism, its anti-political views do not extend to a rejection of constitutional democracy and the checks and balances system. On the contrary, its overall stance is couched primarily in terms of transparency and public integrity, and its support for judicial and political accountability survived the first large scandals in which the party was implicated. To this foundational message the M5S recently added the proposal of a form of universal basic income, it softened its Euroscepticism, and seems to have shelved its opposition to the common currency.
The centre-left coalition is far less balanced than its ideological alternative. None of the PD’s three allies reached the 3 per cent threshold, and within them only two figures carry some influence: Emma Bonino, who led a grouping of pro-European libertarians, and the former leader of a centrist party that was allied to Berlusconi until the 2010s. The coalition ran on the record of the 2013-18 PD-led cabinets, promising greater efforts on unemployment, poverty, and equality of opportunity. It advocated further European integration, ever a pillar of the PD’s stance, but gave this issue modest prominence. More importantly, several choices of candidates, especially in the South, appeared to indicate that the weight of clientelism has grown within that party.
Arithmetic and policy compatibility suggest that the next government could be built upon three alternative majorities, whether formal (coalition cabinets) or informal (parliamentary support for minority executives): the M5S and the PD, with or without the latter’s allies or, in their stead, a small leftist grouping (‘Free and Equal’ in the table); centre-right and centre-left; and M5S and Lega. A non-partisan government supported by most parties is a fourth option, which would probably be pursued if those three fail, as an alternative to snap elections. But such a cabinet would presumably have the mandate merely of steering the country while parliament designs a better electoral law: one, for instance, which allowed citizens to select their representatives.
The background against which these alternatives must be set is well known. Domestically, the growth acceleration of 2017 is likely to slow down, and the exceptionally favourable external macroeconomic environment of the past few years will gradually revert to normality. In Europe, the renewed Franco-German alliance does seem set to give impetus to EU and Eurozone reform, but faces both risks and obstacles – such as, for example, an unhelpful US administration, a hostile Russia, and dangerous relations between the two. It will also have to address the (legitimate) demands and reservations of an informal grouping of mainly Northern and North-Eastern smaller member states. Italy must choose a strategy and can indeed influence the outcome of this debate, which could shape the future of the continent for a decade or more.
Let us assume, for simplicity, that the centre-right’s interests are on the whole less aligned to the needs of Italy’s material and democratic development than those of the other parties, as recent history arguably suggests, and that greater European integration is desirable, at least if greater doses of democracy and accountability will infuse the common institutions. On these assumptions, admittedly subjective, it can readily be shown that only the first alternative (a deal between the M5S and the PD) could potentially advance both Italy’s and Europe’s needs.
With inverted roles, a left-right coalition would resemble the 2013-18 ones, which included either Berlusconi’s party or, de facto, segments of it. They achieved little on either front. A right-led coalition would likely do worse. Meanwhile, Lega’s flat tax (15 per cent) and the Five Star Movement’s universal basic income proposals are mutually incompatible. An alliance between them could thus lead the populists within the M5S to follow Lega’s example in the search for scapegoats: immigrants, Brussels, the euro, and others. Italy and probably also the EU are highly unlikely to survive unscathed.
Conversely, the M5S and the PD could find common ground on a genuinely universalistic, sustainable, and pro-growth reform of social insurance, on the fight against corruption and tax evasion, and, possibly, also on public administration reform and a pro-growth public expenditure review. Over five years, a meaningful degree of implementation of almost any plausible programme built along these lines would make Italy a distinctly better country.
The pre-conditions for such a compact are that the M5S pledges support for greater European integration, upon a sufficiently clear platform, and that the PD distances itself from collusion with the economic elites, clientelism, and the other unethical practices that increasingly permeated it. Cooperation could improve both sides of the deal, in other words. The main risks are friction, deadlock, and break-up. They are serious, of course, but could be reduced by following the German example: a detailed and transparent coalition agreement, made after comprehensive negotiations and public intra-party discussion and deliberation. The PD and even more the M5S have a lot to learn for such a demanding process to work, but nothing prevents them from giving it a try.
Having narrowly won the 2013 election, the PD offered a roughly similar alliance to the M5S but was mockingly rebuffed. Stung by defeat and by that precedent, the PD has so far, perhaps tactically, rejected the Five Star Movement’s informal overtures. The reasons offered boil down to these: cooperation with the M5S is not what voters want and would damage the party. It could harm the existing party, arguably, but might make it a better one. Above all, both Italy’s and Europe’s interests and the very logic of parliamentary democracy require the two sides to engage in serious talks. Talks held according to established practice (the largest party should lay down the platform), with reasonable safeguards (an adequate mixture of transparency, on strategic choices, and confidentiality, on tactical ones), and an open horizon (leading to either a formal coalition or external support for a minority government, and potentially encompassing also other parties or figures).
Note: This article gives the views of the authors, not the position of EUROPP – European Politics and Policy or the London School of Economics.
March 22nd, 2018
***
About the authors
Andrea Lorenzo Capussela led the economic and fiscal affairs office of Kosovo’s supervisor, the International Civilian Office, and is the author of State-Building in Kosovo: Democracy, Corruption, and the EU in the Balkans (I.B. Tauris, 2015), and of The Political Economy of Italy’s Decline (Oxford University Press, 2018). He tweets @AndreaCapussela
Gianfranco Pasquino – University of Bologna
Gianfranco Pasquino is Emeritus Professor of political science at the University of Bologna and member of the Accademia dei Lincei. He has published a number of books on Italian politics and is co-editor of the Oxford Handbook of Italian Politics. He tweets @GP_ArieteRosso
Questa è Democrazia. Non sono giorni persi
Difficile dire quanto l’opinione pubblica italiana sia preoccupata per la formazione del prossimo governo. Sicuramente molto preoccupati sono alcuni capi di governo europei, a cominciare da Angela Merkel e Emmanuel Macron, e nella Commissione Europea, il Presidente Jean-Claude Juncker e il Commissario all’Economia Pierre Moscovici. Sono un po’ tutti caduti in una trappola. Come molti commentatori anche italiani, considerano “populismo” tutto quello che non piace loro e hanno appiccicato l’etichetta sia al Movimento 5 Stelle sia alla Lega. Innegabilmente “vincitori” delle elezioni, hanno, seppure in maniera differenziata, delle strisce di populismo, ma nel primo la carica anti-establishment e nel secondo il “sovranismo” prevalgono nettamente sul populismo tant’è vero che entrambi stanno facendo la loro parte non contro le istituzioni, ma dentro e attraverso le istituzioni. Finora non è stato tempo perso, come qualche terribile censore della politica italiana vorrebbe fare credere. La ventina di giorni che separa il voto del 4 marzo dall’inaugurazione del nuovo Parlamento il 23 marzo è utilmente servita a svolgere in maniera positiva alcuni compiti importanti: consentire l’analisi del voto, fare circolare sia dentro sia fuori i partiti le valutazioni, sondare le preferenze. lanciare proposte.
Al netto delle inevitabili affermazioni propagandistiche, di alcuni silenzi, come quello, rattristato e deluso, di Berlusconi, e di alcune reazioni stizzite innervosite, come quella di Renzi e dei suoi declinanti sostenitori, questi giorni hanno contribuito a un processo di apprendimento collettivo. Dopo avere detto dall’alto del loro straordinario risultato elettorale, 32,8 per cento, che tutti avrebbero dovuto andare a parlare con loro, le 5 Stelle hanno capito che l’iniziativa la debbono prendere loro chiarendo che cosa davvero vogliono fare e con chi. Hanno persino annunciato che i Presidenti delle Camere debbono essere figure di garanzia che sappiano fare funzionare al meglio il Parlamento e che, pertanto, la loro elezione non prefigura la maggioranza che andrà al governo. Inopinatamente messo all’opposizione, non dai suoi elettori, i quali ovviamente avrebbero voluto tutt’altro, ma dal suo segretario dimissionario, il Partito Democratico sta lentamente scendendo dall’Aventino, da un’inutile e sterile posizione pregiudiziale. Sembra che una parte considerevole dei dirigenti democratici abbiano capito che il loro partito può essere indispensabile alla formazione di una maggioranza di governo. Prima è opportuno ascoltare che cosa proporranno gli altri, a cominciare da Di Maio. Forme e modi di eventuali coalizioni verranno dopo. Sappiamo che grande è la varietà di governi concepibili, lasciando da parte quello il cui scopo sia la sola riscrittura della pessima legge elettorale Rosato, e nel passato già concepiti e attuati. Il leader della Lega, Matteo Salvini, pur inorgoglito dal sorpasso su Berlusconi, anche grazie alla nettezza delle sue posizioni su immigrazione, sicurezza, anti-europeismo, mostra un “volto” nazionale, ma appare leggermente innervosito. Non c’è vittoria senza capacità di attrarre altri parlamentari e gliene mancano almeno una cinquantina, per formare una coalizione maggioritaria.
Quanto al decisore ultimo, vale a dire il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, invece di scrutarne le intenzioni, compito al quale si dedicano con ardore i cosiddetti retroscenisti, è meglio considerarne le esternazioni e ricordarne i poteri. Fin da subito Mattarella ha per ben due volte richiamato tutti i protagonisti al senso di responsabilità cosicché partiti e leader hanno appreso di avere grande responsabilità non soltanto nei confronti dei loro elettori, ma anche del paese. Il Presidente, che è “il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale” (art. 87 della Costituzione), ha più volte fatto variamente conoscere sia la sua contrarietà a nuove ravvicinate elezioni sia la sua intenzione di varare un governo politico. Eletti i Presidenti delle Camere, da queste due premesse si partirà senza perdere tempo.
Pubblicato AGL il 19 marzo 2018
Ora bisogna fare politica #ElezioniPolitiche2018
Sarà anche stata brutta, come hanno sostenuto, senza troppa fantasia, la quasi totalità dei giornalisti e commentatori italiani (e stranieri), ma, fermo restando che le campagne elettorali non debbono essere valutate in base a criteri estetici, molti elementi suggeriscono che è stata una campagna elettorale molto utile. Ha comunicato un sacco di informazioni agli elettori, in materia di immigrazione e del suo eventuale, difficile controllo; di tasse, con una pluralità di proposte; di mercato del lavoro e delle modalità di renderlo, non tanto più flessibile quanto più accogliente; di leadership, persino con l’indicazione, non soltanto propagandistica, di eventuali ministri; infine, con riferimento alle possibili (e impossibili) coalizioni di governo e al ruolo importante e persino decisivo che sarà svolto dal Presidente della Repubblica. Certo a fronte di tutte queste innegabilmente importanti informazioni, gli elettori si sono trovati con uno strumento, la scheda elettorale, molto spuntato. Ciononostante, hanno capito l’importanza della posta in gioca non facendosi scoraggiare né dai commentatori che continuavano a paventare la fuga dalle urne né dai bizantinismi della legge elettorale. È ipotizzabile che sia stata l’incertezza dell’esito a funzionare come fattore mobilitante scacciando il troppo temuto fenomeno dell’astensionismo. Gli elettori hanno consapevolmente deciso che vogliono contare.
Gli exit poll, basati sulla compilazione di schede da parte di elettori che hanno appena votato, sembrano confermare le tendenze di fondo individuate dai sondaggi. Al momento, i tre dati più importanti sono, primo, che il Movimento Cinque Stelle risulta largamente in testa, arrivando forse addirittura oltre il 30 per cento. Secondo, il Partito Democratico appare in chiaro declino rispetto al 2013, giungendo all’incirca ac poco più/poco meno del 20 per cento. Terzo, Forza Italia e la Lega sembrano essere in una situazione di pareggio tecnico, con Forza Italia un po’ al disotto delle previsioni, forse superata dalla Lega. Le liste minori, fra le quali probabilmente va collocata anche Liberi e Uguali, hanno un andamento piuttosto insoddisfacente. Approfondendo l’analisi e scandagliando le probabili motivazioni degli elettori, appare plausibile sostenere che il voto per le Cinque Stelle è il prodotto della combinazione fra la perdurante insoddisfazione per la politica italiana di un alto numero di elettori e la disponibilità a perseguire la strada indicata da Di Maio e altri per un governo mai sperimentato, ma adesso possibile. L’esito certamente deludente per il Partito Democratico viene probabilmente da lontano: dagli errori del suo segretario, Matteo Renzi, dalla sua arroganza che ha spinto fuori dal partito persino alcuni dei suoi fondatori, dalla incapacità, forse impossibilità di valorizzare il governo di Gentiloni e la crescita economica, vera ancorché limitata.
Anche il centro-destra ha di che dolersi dell’esito complessivo. Rimane parecchio lontano dalla maggioranza assoluta di seggi che Berlusconi aveva annunciato come praticamente conseguita. Non gli basterà scovare una manciata di parlamentari disponibili, cosiddetti “responsabili”. Non potrà neppure lanciarsi sulla strada che, forse, avrebbe preferito, vale a dire quella di un fruttuoso incontro di “medie” intese con il Partito Democratico di Renzi. Mancherebbero almeno un centinaio di seggi. A questo punto, la palla va tutta nel campo, costituzionale, del Presidente Mattarella. Utilizzando i suoi tutt’altro che marginali poteri, il Presidente opererà affinché sia il Parlamento a produrre una soluzione stabile e operativa. Altrimenti, procederà a dare vita a un governo cosiddetto del Presidente, comunque, costituzionale e certamente politico poiché dovrà ricevere la fiducia dal Parlamento come l’hanno eletto i cittadini italiani.
Pubblicato AGL il 5 marzo 2018
Alle urne con quel che passa il convento #ElezioniPolitiche2018
Quello che ha passato il convento, anzi le conventicole partitiche e movimentiste, nella campagna elettorale, non è stato granché e, tuttavia, dal punto di vista delle offerte di programmi e di persone, è stato abbastanza variegato, più di un passato che molti hanno dimenticato o non vissuto. Abbiamo rivisto un po’ di usato, nient’affatto sicuro, ma ripetitivo e costantemente mendace (Berlusconi); abbiamo ascoltato molte promesse che non potranno essere mantenute, talvolta condite con persistente, incomprimibile arroganza; abbiamo notato pochissimo nuovo che avanza con passo di gambero (il Movimento Cinque Stelle); abbiamo sentito una sgradevole insistita richiesta di voto utile (Renzi). Difficile dire se tutto questo è risultato attraente per l’elettorato. Neppure il malposto paragone con le elezioni del 1948 che si svolsero in condizioni irripetibili: in piena guerra fredda e con una vera competizione bipolare per il governo del paese, può essere mobilitante.
Gli italiani che conosciamo sanno che il loro voto è sempre utile sia quando premia un partito o un candidato sia quando intende punire candidati e partiti (e molti la punizione se la meritano, eccome). Sanno che il loro voto serve anche a esprimere chi sono, con quali amici si rapportano, che società e che politica desidererebbero. Sono consapevoli che non otterranno tutto questo, ma saranno contenti di averci provato, di avere rinsaldato i loro legami con chi ha votato in maniera simile, di essersi riconquistato il diritto di criticare che cosa i politici, i parlamentari, i partiti, i governi faranno, non faranno, faranno male. Gli elettori italiani sanno che non hanno praticamente nessuna influenza diretta sulla formazione del governo, e se ne dolgono. Non servirà a nulla ascoltare e/o leggere le parole di un pur autorevole professore, anche emerito, di scienza politica, che spiega loro che nelle democrazie parlamentari i governi si fanno, si disfanno, si rifanno in Parlamento.
Gli elettori che andranno a votare vorrebbero che almeno fosse detto loro con chiarezza e senza sicumera per quali ragioni nascono quei governi e come formulano il programma della coalizione che dovrà impegnarsi a sostenerlo e ad attuarlo. Certo, quel professore di scienza politica continuerà imperterrito a sostenere, perché lo ha letto nella Costituzione (il cui impianto lui a contribuito a salvare con un rotondissimo NO al referendum), che il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio e, su proposta di questi, i ministri. Tuttavia, i partiti non fanno nessuno sbrego alla Costituzione quando mettono “in campo”, i nomi dei loro candidati alla carica sia di capo del governo sia di ministro. È un’indicazione aggiuntiva che può servire all’elettorato a farsi un’idea di che cosa ci si può aspettare da quel partito poiché da tempo sappiamo che le idee camminano sulle gambe degli uomini e delle donne (abbiano ricevuto o no endorsement più o meno autorevoli). Un po’ di chiarezza su chi attuerà concretamente un programma concordato fra più protagonisti e su quali saranno le priorità è certamente utile.
Non viviamo nel migliore dei mondi, ma neanche nel peggiore. Quando avremo contato il numero dei seggi conquistati dai partiti e dalle coalizioni avremo la certezza che alcune delle ipotesi accanitamente e noiosamente discusse non sono numericamente praticabili. Il centro-destra non avrà ottenuto la maggioranza assoluta di seggi e non sarà in grado da solo di conseguire il voto di fiducia. La somma dei seggi del Partito Democratico più quelli di Forza Italia non supererà l’indispensabile soglia del 50 per cento: addio alle non sufficientemente larghe intese. Forse, nonostante la generosità di Berlusconi non ci saranno abbastanza parlamentari già insoddisfatti al momento del loro ingresso a Montecitorio e Palazzo Madama per “puntellare” in cambio di qualche carica una coalizione che contenga Berlusconi e tutto o parte del suo centro-destra.
Evitando gli ormai stucchevoli piagnistei sul referendum perduto e sull’Italicum caduto e le critiche, pur doverose, alla pessima legge Rosato (che, però, avrà probabilmente salvato il seggio del suo relatore,di un’indispensabile sottosegretaria, dell’ex-Presidente della Commissione Banche e della new entry Piero Fassino), smettendo di pettinare le bambole e rimboccandosi le maniche ai parlamentari spetterà il compito di dare vita ad un governo, di scopo, per l’appunto lo scopo di governare una società frammentata, corporativa, egoista, ma talvolta anche capace di impennate di innovazione, di impegno, purché chi si pone alla guida sia competente e, soprattutto, credibile. Con un po’ di fortuna e molta virtù, si può fare. The best is yet to come.
Pubblicato il 3 marzo 2018
Centro destra a caccia dei puntelli
Stanno diventando tutti preveggenti i leader dei diversi partiti e schieramenti politici italiani. Si preparano a governare negando, con maggiore o minore intensità, il cosiddetto “inciucio”, ma incamminandosi verso quelle che chiamano “convergenze” programmatiche, larghe intese, governi di scopo e altre amenità (che, però, non fanno ridere). Anche come conseguenza di una pessima legge elettorale, peraltro fortemente voluta da loro, sono Renzi e Berlusconi che cercano il modo di disinnescare il Movimento Cinque Stelle. Alla ricerca di personalità politiche che diano una buona immagine di possibile compagine governante, le Cinque Stelle devono fare i conti con un reclutamento un po’ superficiale e disinvolto. Non hanno la struttura in grado di filtrare le candidature cosicché già devono annunciare che un certo numero, circa una decina, dei loro probabili eletti, in odor di massoneria e di altri inconvenienti, non saranno accettati nei gruppi parlamentari del Movimento.
Il Partito Democratico di Renzi appare lontano sia dalla possibilità di essere il primo gruppo parlamentare sia dalla probabilità di costruire una coalizione più grande di quella del centro-destra. Tuttavia, salvo che nei sondaggi personali di Berlusconi e in qualche ardita proiezione di studiosi non proprio impeccabili, al centro-destra dovrebbero mancare almeno una trentina di deputati e una quindicina di senatori per conseguire la maggioranza assoluta alla Camera e al Senato in assenza della quale nessun governo può entrare in carica. Nel prossimo Parlamento, poi, non ci sarà neppure più Denis Verdini, che sapeva come spostare non pochi parlamentari a sostegno di operazioni governative. Pertanto, Berlusconi sarà costretto a fare affidamento soltanto sulla sua fantasia e sulla sua generosità.
Tantissima acqua è passata sotto i ponti da quando, nell’autunno del 1994, Berlusconi, “tradito” dalla metà circa dei parlamentari della Lega, che poi appoggiarono il governo presieduto da Lamberto Dini, levò alte grida contro il “ribaltone”, ovvero la sostituzione della sua maggioranza parlamentare, che aveva vinto, seppur risicatamente, le elezioni, con una maggioranza fatta prevalentemente da coloro che quelle elezioni le avevano sonoramente perse. Pur costituzionale, il ribaltone che implica il cambiamento di posizione e di voto di non pochi parlamentari, è un fenomeno politicamente criticabile, non gradito alla maggioranza degli elettori italiani, i quali, peraltro, ne hanno viste di tutti i colori. Fra questi colori si situa il nomadismo da un gruppo parlamentare a un altro, il cosiddetto cambio delle casacche, vale a dire il notissimo vizio dei parlamentari italiani definito trasformismo. Più di un terzo dei 945 parlamentari italiani ha cambiato gruppo parlamentare nel periodo 2013-2018, anche come effetto delle scissioni sia da Forza Italia sia dal PD.
Berlusconi ha deciso in anticipo di valorizzare i parlamentari potenzialmente trasformisti lanciando l’appello a coloro che si sentiranno a disagio nei gruppi parlamentari costituiti dai partiti che li hanno sconsideratamente candidati. Ha promesso che non chiederà contributi per Forza Italia, ma lascerà loro l’indennità piena, mentre i Cinque Stelle quasi la dimezzano ai loro eletti e il PD chiede a tutti soldi che spesso non riesce a riscuotere. Potranno essere i loro voti a rendere possibile la formazione del governo e a “puntellarlo”. Di volta in volta quei voti saranno anche utili, forse indispensabili per approvare alcuni provvedimenti legislativi. Sarà il loro senso dello Stato, Berlusconi li blandisce, a evitare l’instabilità e un pericoloso rapido ritorno alle urne, da molti e, qualche tempo fa, persino da lui, invocato, ma improbabile senza una revisione profonda della legge elettorale.
Bisogna essere grati a Berlusconi (spero che la mia ironia sia percepibile). Ha già fatto sapere agli elettori, rassicurando anche tutti coloro che, sbagliando, ripetono che ci vuole un governo scelto dagli elettori, quale maggioranza condurrà a governare: il centro-destra più un imprecisato numero di puntellatori e, per parità di genere, puntellatrici. Faites vos jeux.
Pubblicato AGL il 22 febbraio 2018
Lupo solitario ma l’allarme resta alto
No, a Macerata, contrariamente ai clamorosi titoli di alcuni quotidiani e ai “pensosi” articoli di più o meno (la seconda che scrivo) autorevoli commentatori, non è nato nessun Klu Klux Klan. C’è stata la sparatoria criminale di un individuo che ha tentato di fare giustizia dell’uccisione, per cui, al momento, è imputato un uomo di colore di origine nigeriana, di una ragazza (italiana). Che l’individuo sia stato qualche anno fa candidato della Lega è un fatto che dovrebbe fare riflettere la Lega, ma il suo non avere ricevuto neanche un voto di preferenza significa che non aveva nessuna popolarità in quell’ambiente. Più significativo è il suo spostamento a destra, verso un nazionalismo identitario estremista rivelato dall’avvolgersi nella bandiera tricolore e dal saluto fascista. Non risultano complici. Non si vede dietro di lui una struttura, non c’è sostegno organizzato, non fanno capolino seguaci. Insomma, manca un qualsivoglia “klan”. Quello che non manca, invece, sono le espressioni, da un lato, di apprezzamento per il gesto, dall’altro, di odio nei confronti degli stranieri, che hanno subito cominciato a circolare sulla rete accompagnate da deprecabili fotomontaggi macabri riguardanti la Presidente della Camera Laura Boldrini. Sarebbe meglio che il leader della Lega, Matteo Salvini prendesse nettamente le distanze da questa modalità di attaccare la Boldrini, non dirò perché gli fa perdere (o guadagnare , non lo so) voti né perché consolida un consenso, ma perché, semplicemente, non è questo il modo di fare politica, neppure in campagna elettorale.
Tornando al fatto, non è per niente sufficiente affermare una volta di più che gli immigrati sono brave persone, in fuga dalla repressione politica e socio-economica di regimi autoritari, in cerca di occupazione, desiderose di procurare un futuro a sé e ai loro parenti e figli in Italia, che fanno lavori che gli italiani non vogliono più, che sono utili al PIL e che con i loro contributi pagheranno le nostre future pensioni. È tutto vero, ma è anche vero che, per un insieme di ragioni, il tasso di criminalità dei migranti, quelli giovani e senza lavoro, è superiore a quello degli italiani. Che, per esempio, anche nei pressi di Macerata, ma non solo là, alcuni migranti facevano i pusher, vendevano/vendono droga. Che, qualche volta, come in questo specifico caso, vi sono avvenimenti imprevedibili dovuti a un impazzimento personale senza precedenti, dunque, lontanissimo da qualsiasi reazione organizzata tipo Ku Klux Klan.
Ecco, dovrebbero tutti essere molto più cauti nella definizione delle situazioni evitando gli allarmismi, ma non sottovalutando gli allarmi. Non sottovalutando neppure lo stato di disagio di alcune zone a grande affollamento di migranti spesso tenuti in condizioni deplorevoli. C’è molto che preoccupa la vita degli abitanti di alcune aree del paese, ma, attenzione, Macerata non sembra affatto essere una delle aree a più alto rischio. Anzi, è probabilmente proprio stato un fatto inusitato che ha “armato” la reazione di chi ha compiuto la sparatoria. Le autorità, in questo caso, anche il ministro degli Interni hanno certamente il compito, lo scriverò nel linguaggio burocratico, di consegnare i responsabili dei crimini alla giustizia. I commentatori devono evitare di eccedere alimentando o creando allarmismo con sospetti e reazioni esagerate. Probabilmente, però, il volto opposto dell’allarmismo è molto più preoccupante: non capire che molti cittadini desiderano rassicurazioni su quello che è successo e su quello che temono potrebbe succedere. Vorrebbero sapere se il governo ha soluzioni affidabili e applicabili non solo nel breve termine, ma le appronta anche per il futuro. Che, quanto alla presenza dei migranti, capisce le legittime preoccupazioni dei cittadini, che non ne fanno dei razzisti. Che, insomma, le autorità si curano in maniera equa di garantire la convivenza senza cercare capri espiatori e senza mettersi da una sola parte. Su questo difficilissimo compito vanno concentrate l’attenzione e l’azione.
Pubblicato AGL il 5 febbraio 2018
Attenti, voi che personalizzate
“C’erano una volta i partiti che ascoltavano i cittadini e reclutavano persone. Oggi si offre il ‘corpo’ del leader per raggiungere elettori, ma il declino dei partiti personalisti può essere molto rapido” (BLOG di G. Pasquino)
Già da qualche tempo i partiti erano partiti, sostituiti da leader i quali, per quanto bravi, non potevano in nessun modo svolgere gli stessi importanti compiti di strutture con effettiva presenza sul territorio. Ascoltare le esigenze dei cittadini, interloquire con loro, parlare di politica e, chi sa, persino della vita, reclutare uomini e donne capaci di amministrare un comune e, persino, di fare i parlamentari. Alcuni leader italiani, a cominciare, lui sì, con buone ragioni, da Berlusconi hanno pensato e continuano a pensare di saper fare tutto meglio delle strutture che molti di loro e dei loro seguaci definiscono “ottocentesche”. Ne sono derivate organizzazioni, ma il termine è troppo nobile, dirò, quindi, aggregazioni di persone intorno ad un leader che può ricompensarle: partiti personalistici e personalizzati. Non è un salto di qualità mettere il nome del leader nel simbolo del partito da presentare alle elezioni. Da un lato, è la manifestazione d’insopprimibile, spesso, ingiustificato, narcisismo, dall’altro, è una scorciatoia per raggiungere elettori ai quali non si sa parlare di politica, ma si offre il “corpo” del leader: qualcuno che ha fatto qualcosa (nel caso di Berlusconi, nelle sue parole, tutto e con grande successo), che, proiettato nel futuro come Matteo Renzi, rottama (i vecchi dirigenti e la Costituzione); che è “uno di noi” (Salvini), che rappresenta gli italiani (Meloni), che, last but not least, dà voce con il suo “vaffa” ai nostri sentimenti più profondi e più sinceri nei confronti dell’establishment politico.
Se non esistono strutture che consentono a coloro che desiderano fare politica di apprendere, praticare, addestrarsi, nessuno potrà essere valutato con riferimento alle sue qualità e capacità. Le primarie del PD sono certamente servite a vedere chi aveva più consenso fra elettori reali e potenziali, ma con molte critiche, oltre che da commentatori poco informati, persino dall’interno del Partito. Le parlamentarie e affini delle Cinque Stelle si prestano a manipolazioni dei più vari tipi e qualche volta è stato il leader stesso, Beppe Grillo, a stravolgerne l’esito. Negli altri partiti personalistici, anche se la parola decisiva spetta al leader, spesso sono state premiate figure che qualche attività politica l’avevano svolta, che qualche rappresentanza politica, territoriale, di interessi l’avevano data. Infatti, non è nella Lega e neppure nei Fratelli d’Italia che le procedure per la scelta delle candidature al Parlamento hanno rivelato le maggiori contraddizioni e le indecorose prevaricazioni dei leader e dei più stretti collaboratori fidatissimi, fedelissimi, servilissimi.
Il leader di un partito personalizzato non può permettersi di avere intorno a sé, tantomeno in Parlamento, persone che rappresentano effettivamente qualcosa e che, di conseguenza, sono anche in grado, per la loro storia e per la loro competenza, di rivendicare autonomia di giudizio. Troppo rischioso anche per il presunto prestigio del leader che non vuole essere contraddetto. Berlusconi non ha certamente gradito né la miniscissione di Alfano né le fin troppo brillanti manovre parlamentari di Verdini. Sul versante del Partito Democratico, più e più volte Renzi aveva fatto sapere con tono ultimativo che le liste le avrebbe fatte lui: segnale minaccioso per tutti i non allineati e i dissenzienti, ma anche per i capicorrente, ad esempio, il Ministro Andrea Orlando. Riportato dai giornalisti, non solo quelle di rito renziano, questo segnale è stato seguito dalla prova dei fatti. Sì, l’esperienza è stata come descritta da Renzi: devastante. Infatti, ha devastato gli oppositori interni riducendoli ai minimi termini, ma soprattutto ha devastato qualsiasi relazione fra la rappresentanza politica e il territorio.
A Berlusconi il consenso dei suoi parlamentari è sempre giunto per il suo indiscusso ruolo di fondatore e finanziatore di un’esperienza vincente, Forza Italia. Il suo partito personale è insostituibile. Renzi ha conquistato un partito, quello Democratico, che non si è mai consolidato. Il suo consenso veniva da coloro che, per molte buone, ma anche cattive ragioni, si erano stancati della nomenklatura della ditta. Non è affatto detto, al contrario, che neppure la maggior parte di coloro da Renzi reclutati e promossi siano migliori degli esclusi in “odor di ditta”. Privi di una storia politica e di competenze insostituibili, saranno, però, molto attenti e molto ossequienti. Non contraddiranno il leader almeno fintantoché garantisce e ottiene successo. Il declino dei partiti personalisti può essere molto rapido.
Pubblicato il 28 gennaio 2017 su huffingtonpost.it





