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COALIZIONE E CONFUSIONE
A quattro mesi dalle elezioni del settembre 2017, la Germania sembra avviata alla formazione di una Grande Coalizione, la terza in questo secolo, fra Democristiani e Socialdemocratici. Nel frattempo, Angela Merkel, Cancelliere in carica, disbriga non soltanto gli affari correnti, ma partecipa attivamente agli incontri europei e internazionali, prende decisioni. Naturalmente, lei sa che esistono limiti non scritti, ma effettivi, a quanto potere può esercitare e gli altri partiti sanno che non eccederà. Poiché è imperativo riconciliare i programmi elettorali di due partiti tuttora sostanzialmente alternativi, la stesura definitiva del programma di governo richiederà ancora qualche non facile settimana dovendo riflettere nella misura del possibile le preferenze dei contraenti e conseguire un buon compromesso. Tutto questo corrisponde ai risultati elettorali, è richiesto e consentito in situazioni, abituali nelle democrazie parlamentari che danno vita a governi di coalizione rivelando la flessibilità del parlamentarismo. Infine, configurano un esito democratico ovvero basato sulla regola principale delle democrazie: i numeri contano.
La difficoltà maggiore che la Grande Coalizione tedesca deve affrontare in questa fase è che viene costruita fra due partiti diversamente in non buona salute e fra due leader certamente non in ascesa. Per la signora Merkel questa sarà, comunque vada e comunque si concluda, l’ultima esperienza di governo. Per l’età e per la mancata rivitalizzazione della SPD anche il leader socialdemocratico Schulz deve mettere nel conto che difficilmente toccherà a lui guidare il suo partito prossimamente. Entrambi hanno, dunque, un forte interesse a fare funzionare al meglio la Grande Coalizione per uscirne da statisti che, per entrambi, significa con una Germania che abbia dato un grande impulso alla soluzione dei problemi europei (economia e migrazioni) e all’unificazione politica. L’eventuale non formazione di un governo di Grande Coalizione non soltanto sarebbe una sconfitta personale per Merkel e Schulz, che ne porterebbero la responsabilità, ma avrebbe anche gravi implicazioni per l’Unione Europea.
Meno visibile davvero è, invece, il senso di responsabilità dei dirigenti politici italiani in questa campagna elettorale. Certo, in Germania vanno all’accordo due grandi partiti che hanno avuto esperienze di governo e hanno una classe politica dotata di notevole preparazione e cultura. In Italia se la Grande Coalizione dovesse essere tentata dal PD e da Forza Italia è altamente probabile che mancheranno i numeri parlamentari per raggiungere la maggioranza assoluta. Qualsiasi aggiunta di altri partiti che, come suggeriscono i sondaggi, non potrebbero che essere la Lega e Fratelli d’Italia, introdurrebbe un elemento probabilmente indigeribile dal Partito Democratico e, comunque, configurerebbe un “normale” (no, non proprio normale) governo di coalizione multipartitica. D’altronde, mentre il Movimento Cinque Stelle continua nella sua ridefinizione programmatica avvicinandosi, almeno tatticamente, all’accettazione della presenza italiana in Europa, che dovrebbe essere la vera discriminante del patto di governo, rifiuta di dichiararsi pronto a fare una coalizione o ad entrarvi. In Italia, se Grande è la Coalizione fra i due partiti maggiori, dovrebbe discendere da un accordo, al momento politicamente improponibile, fra le Cinque Stelle e il PD.
Non è tanto la diversità programmatica che rende difficile qualsiasi coalizione di governo in Italia, ad esempio, una fatta da soli europeisti oppure l’alternativa di soli “sovranisti”. È la confusione, più, nel centro-destra e, in parte nelle Cinque Stelle, e meno, nel PD, che rende difficile non solo una Grande Coalizione, ma un qualsiasi accordo. La campagna elettorale può ancora cambiare molte cose, anche quei numeri, e servire a chiarire se l’elettorato italiano preferisce un governo effettivamente europeista, un governo né carne né pesce o un’alternativa inesplorata.
Pubblicato AGL il 23 gennaio 2018
In attesa di proposte #Politiche2018
Troppi dicono che la campagna elettorale in corso è “brutta”. Piena di rancori e di risentimenti, con molte vendette da consumare. Mi paiono categorie poco politiche, ma so benissimo che la politica è fatta da persone, elettori compresi, che, inevitabilmente, basano i comportamenti anche sulle emozioni. Nessuno dice quale campagna elettorale italiana è stata bella: quella del 1948 quando, secondo la DC, c’era il fondato rischio che i cosacchi giungessero ad abbeverare i loro cavalli in Piazza San Pietro? Certo, dopo il lungo percorso da Mosca avrebbero avuto moltissima sete. Quella del 1976 con il più fondato rischio, per i democristiani, che il PCI li “sorpassasse”? Quella del 1994, con gli ex- e i post-comunisti ai quali si contrapponeva l’immaginaria rivoluzione liberale di Berlusconi? Quella del 2013 in un paese ancora fiaccato dalla crisi economica al quale il centro-sinistra non sapeva cosa offrire e il Movimento di Grillo prometteva di fare vedere un cielo molto stellato? Ho lasciato fuori la campagna elettorale del 1996 nella quale la novità Ulivo sostenuta da molte associazioni si contrappose abbastanza (non trascuro l’appoggio condizionato, ma decisivo, di Rifondazione comunista) nettamente al centro-destra di Berlusconi privo della Lega che corse da sola. Brutta è stata, se guardiamo oltre Atlantico, la campagna elettorale per le presidenziali USA del 2016, e bruttissimo l’esito.
Cos’è davvero brutto nella campagna elettorale italiana? La mia risposta ferma e tassativa è: la legge elettorale Rosato che obbliga gli elettori a ratificare le alleanze fatte dal partito che intendono votare e ad accettare tutti i suoi candidati. La risposta della quasi totalità dei commentatori e dei conduttori televisivi è, invece, che la bruttezza deriva dalle promesse irrealizzabili che tutti gli schieramenti fanno senza curarsi del costo di quelle promesse e dell’esplosione probabile del debito pubblico, già a livelli insopportabili. È assolutamente giusto e opportuno criticare chi promette in maniera sconsiderata ed evidenziare che mancano le coperture, ma il mio suggerimento è di procedere in maniera diversa. Contrariamente al detto comune che non bisogna guardare al dito di chi indica (promette) la luna, sostengo che è proprio al possessore di quel dito che bisogna guardare.
La maggioranza di noi elettori non guarda soltanto alla luna che ci viene promessa. Ci chiediamo, invece, se chi indica quella luna è credibile. Se ha fatto promesse simili nel passato, le ha poi adempiute una volta al governo? Il suo schieramento è sufficientemente coeso dietro quelle promesse? Lo è stato nel passato?
Al suo interno esistono le competenze per tradurre efficacemente le promesse elettorali in politiche pubbliche? E, eventualmente, a ritoccare quelle promesse per procedere ad una migliore attuazione? I tre governi guidati da Berlusconi hanno fatto quello che avevano promesso? I governi del centro-sinistra guidati da Renzi e da Gentiloni hanno dimostrato tutta la competenza di cui si vanta l’attuale segretario del PD? Come valutare le capacità di governo delle 5 Stelle, solo in riferimento ai casi locali più visibili, Roma e Torino, oppure ampliando lo sguardo ad altre città con sindaci del Movimento? È mia opinione che la campagna elettorale attuale non sia né brutta né, aggettivo impegnativo, bella. Il suo difetto è che le proposte/promesse dei contendenti sono frammentarie, non consentono agli elettori di vedere quale idea di Italia abbiano i tre schieramenti: un’Italia credibile e attivo partner nell’Unione Europea oppure un’Italia sovranista fuori dall’euro e dalla UE? Ci sono ancora cinquanta giorni affinché gli schieramenti facciano chiarezza, individuino il loro tema dominante, formulino la loro idea d’Italia nei prossimi cinque anni. Poi saremo noi a decidere qual è, se non la migliore, la meno brutta.
Pubblicato AGL il 16 gennaio 2018
M5s, strategia a corto raggio
Le acrobatiche contorsioni in materia di Euro di Luigi Di Maio, candidato del Movimento Cinque Stelle alla Presidenza del Consiglio, riflettono, in parte la sua personale incultura economica e monetaria in parte le contraddizioni degli attivisti e dell’elettorato del Movimento. Indirettamente, suggeriscono anche che proprio l’Euro, se si vuole, ma sicuramente l’Unione Europea dovrebbero entrare più apertamente e potentemente nella campagna elettorale italiana. Anche il nuovo governo austriaco, popolari-liberali di destra, ha appena dato il suo contributo alla necessità di discutere dell’Unione e di che cosa significa per gli Stati-membri. L’idea del doppio passaporto per gli alto-atesini di “etnia-lingua” tedesca è provocatoria, nonché pessima. La risposta, però, consiste nel contrastarla con una controproposta più avanzata –già stata variamente ventilata, ma non sufficientemente sostenuta: tutti i cittadini degli Stati-membri dell’UE avranno un solo passaporto, quello Europeo. Già, grazie a Schengen, i cittadini degli Stati che vi hanno aderito, circolano liberamente. Già, gli europei hanno gli stessi diritti che possono fare valere anche contro i rispettivi Stati nazionali. Già diciannove Stati hanno la moneta comune. È persino logico che ottengano un unico passaporto. Quanto all’Euro, certo la moneta comune richiederebbe, ma, forse, sta per arrivare, un Ministro europeo dell’Economia. Esigerebbe maggiore coordinamento delle politiche fiscali campo sul quale, peraltro, la Commissione Europea è già molto attiva.
Di Maio e tutti coloro, Matteo Salvini e Giorgia Meloni inclusi, che vogliono “uscire” dall’Euro, dovrebbero chiarire in che cosa (ri)entreremmo: nella vecchia lira oppure faremmo, non sto scherzando più di tanto, un balzo nei Bitcoin? Tornare alla vecchia lira risolverebbe il problema economico più grande che l’Italia ha, vale a dire un debito pubblico pari al 136 per cento del Prodotto Interno Lordo? Sarebbe più facile con la lira pagare gli ingenti interessi per rifinanziarlo? Quale e quanta credibilità avrebbe la lira italiana sui mercati? Una delle più pesanti conseguenze del referendum britannico che ha portato alla Brexit è già stata il deprezzamento del 20 per cento del valore della sterlina, notoriamente una valuta molto, molto più forte della lira. Supponendo, comunque, che, oltre a votare “sì” personalmente al referendum sull’uscita dall’Euro, il capo del governo italiano Di Maio sia anche riuscito a convincere una maggioranza di italiani, questo esito lo rafforzerebbe quando andrà a Bruxelles a trattare i problemi dell’Unione Europea e dell’Italia e a proporre soluzioni innovative formulate dal Movimento Cinque Stelle oppure si troverebbe più isolato, forse addirittura marginalizzato? L’uscita dall’Euro potrebbe in qualche modo rafforzare i cosiddetti “sovranisti” italiani nelle due versioni, non incompatibili, ma neppure perfettamente sovrapponibili, della Lega di Salvini e dei Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni.
Di che tipo è il “neo [o tardo] sovranismo” di Luigi Di Maio? Saranno quelli di Salvini e di Meloni i voti parlamentari che dovrebbero consentirgli di governare il paese? Mi riesce impossibile pensare come i problemi ai quali l’Unione Europea sta facendo fronte con non poche difficoltà, a cominciare da quello, che è destinato a durare, dei migranti, a continuare con il rilancio delle economie e con il contenimento/riduzione delle disuguaglianze, possano essere meglio affrontati e addirittura risolti dai singoli stati per conto loro, con le loro sole risorse. Il sovranismo mi sembra pericolosamente simile al “socialismo in un solo paese”. In un mondo globalizzato, le soluzioni a tutti i problemi rilevanti sono e saranno sovranazionali. Discutere come potenziare il grande progetto dell’unificazione politica dell’Europa renderebbe la campagna elettorale italiana un fecondo confronto di valutazioni e proposte.
Pubblicato AGL 21 dicembre 2017
Quelle incerte traiettorie
Nessun paletto e nessuna abiura è la linea morbidamente dettata dal segretario Renzi alla Direzione del Partito Democratico. I toni meno cattivi e meno trionfali non intaccano minimamente la sostanza del discorso politico. Renzi non vuole cambiare le politiche da lui imposte quando era Presidente del Consiglio che, però, sono proprio una delle ragioni per le quali Sinistra Italiana si era rapidamente allontanata dal governo e il Movimento Democratico e Progressista ha fatto la scissione. Se non abiure, almeno l’indicazione chiara di quali correzioni di rotta il segretario avrebbe potuto darla. È rimasto nel vago mirando soprattutto a non antagonizzare le minoranze interne al suo partito. All’esterno, Renzi ha delineato una strategia che in altri tempi sarebbe stata chiamata pigliatutti: la formazione di una coalizione (un tempo parola e fenomeno da lui sdegnosamente respinti: è questa, oggi, un’abiura?) che va da MDP e da quel che c’è di Campo Progressista a quel che rimane, pochino pochino, di Scelta Civica più la non troppo in buona salute Alternativa Popolare di Angelino Alfano. Sulla porta restano i radicali e un embrionale raggruppamento pro-europeista. Insomma, anche a causa di una brutta legge elettorale che impone le coalizioni, Renzi disegna qualcosa che sembra soprattutto un cartello elettorale in grado di opporsi, di fare argine a quelli che lui definisce populismi. Ma non tutto quello che non ci piace può essere definito e esorcizzato come “populismo”.
Nel centro-destra fieramente populista, ma anche sovranista, è il leader della Lega Matteo Salvini e, forse, ma, in verità, poco, Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, decisamente più sovranista che populista. Incredibilmente grande è la sottovalutazione del potenziale populismo che Berlusconi scatenerà, altro che “moderati”, al momento opportuno. Alla sinistra del PD, almeno per due terzi, dicono i sondaggi, sta il populismo “felicemente decrescente” a mio modo di vedere, del Movimento Cinque Stelle nel cui consenso politico-elettorale che non accenna a diminuire gioca moltissimo la protesta per le molte cose che non vanno in Italia. Lo schieramento suggerito da Renzi si avvicina moltissimo alla tanto deprecata Unione di Prodi che vinse molto risicatamente le elezioni del 2006, poi non riuscendo a tenere insieme le troppo variegate posizioni e preferenze cadde rovinosamente neppure due anni dopo. Apertamente, sia Prodi, l’Ulivista, sia Veltroni, il primo segretario del Partito Democratico, hanno manifestato forti perplessità sul futuro del partito guidato da Renzi, il primo chiamandosi fuori, il secondo lanciando un appello più sentimentale che nutrito da elementi politici. Naturalmente, il tentativo di trovare punti di convergenza e di accordo in quel che si trova a sinistra –dire che “si muove” mi parrebbe troppo lusinghiero– non finisce qui.
Inevitabilmente, ci sono personalismi che sembrano incompatibili e insuperabili. Ci sono prospettive di carriera, che, senza negare l’esistenza di convinzioni politiche, riguardano anche i presidenti delle due Camere, oltre che i molti parlamentari alla ricerca di quella ricandidatura che Renzi più di altri può garantire. Ci sono, infine, nodi programmatici irrisolti e priorità non dichiarate. Aspettare l’emergenza assoluta e trovare un accordo tecnico esclusivamente per non finire del baratro della sconfitta annunciata non è affatto una buona idea. A meno che, con una buona dose di cinismo, qualcuno nel PD pensi che, tutto sommato, il Partito non andrà così male e dovrà comunque essere preso in considerazione per formare il prossimo governo, da Berlusconi o chi per lui. La traiettoria da altezzoso partito a vocazione maggioritaria ad alleato subalterno dovrebbe turbare i sonni dei Democratici (e dei loro elettori). O no?
Pubblicato AGL il 14 novembre 2017
Gli errori a ripetizione dei Dem
Sconfitta annunciata, sconfitta ammessa, sconfitta archiviata: questa è rapidamente diventata la linea di fuga di Renzi, dei renziani e dei loro commentatori/trici embedded (traduciamo, casalinghi/e). L’aggiunta è che non è il tempo di mettere in discussione il segretario il quale, però, dal maggio 2014, elezioni europee, non ne vince una né quando ci mette, fin troppo, la faccia, come nel caso del referendum costituzionale, né, quando, la faccia ce la mette pochissimo, sembra un’ora sola, in Sicilia per farsi la foto con il candidato del PD Micari che ha perso alla grande. Arrivato terzo, con enorme distacco rispetto al Movimento Cinque Stelle, che ha quasi il doppio dei voti, quattro per cento meno di Forza Italia, sarebbe il caso che il Partito Democratico non archivi un bel niente, ma rifletta sui suoi troppi errori commessi, poco riconosciuti (sbagliato il candidato, sbagliata la campagna elettorale, alleati non convincentemente cercati), mai analizzati. Poi, naturalmente, la Sicilia non è né un laboratorio né un luogo molto ospitale per il PD, ma proprio per questo meritava un impegno maggiore.
Ce l’hanno messo tutto l’impegno gli esponenti delle Cinque Stelle. Volevano vincere non soltanto per assaporare il dolce gusto della vittoria in una regione importante, ma anche per sfruttare l’effetto di immagine del governo della Sicilia in vista delle elezioni nazionali. Candidato Cancelleri e Movimento hanno ottenuto una percentuale elevata di voti, ma è mancato quel quid che separa il secondo piazzato da colui che ha vinto. Probabilmente, il quid è un dato composto da due elementi. Primo, il Movimento non è riuscito a raccogliere una parte abbastanza ampia di elettori che hanno incanalato la loro protesta nell’astensione piuttosto che, come è spesso successo in altre circostanze, nel voto per chi, come le Cinque Stelle, sulla protesta ha costruito parte del suo successo nazionale e non poche vittorie locali. Il secondo elemento discende, invece, da una scelta strategica ovvero ideologica: non fare coalizioni, non cercare alleanze, rimanere puri (e duri). Questa scelta non ha premiato il Movimento, e non potrà premiarlo neppure nelle elezioni politiche. Fra l’altro, la legge elettorale scritta (?) dal capogruppo PD Rosato premia le coalizioni, non nella convinzione che le coalizioni sono più rappresentative dell’elettorato e meglio in grado di governare il paese, ma con la chiarissima intenzione di mettere le Cinque Stelle in una condizione di svantaggio difficilmente superabile. Le reazioni dei dirigenti del Movimento non suggeriscono che hanno davvero capito fino in fondo quanto caro sarà il prezzo della loro intransigenza coalizionale e, francamente, le illazioni su eventuali alleanze con Salvini fondate sull’opposizione all’Euro/pa sono alquanto avventate. Potrebbero avere senso se e soltanto se, ex post, Cinque Stelle più Lega disponessero in entrambe le Camere di abbastanza seggi per superare la soglia della maggioranza assoluta. Non sembra uno scenario probabile.
Esultano i berlusconiani, ma esagerano. Non è la prima volta che la Sicilia si dimostra molto amica del centro-destra e di Forza Italia. Dalla famosa “discesa in campo” del 1994, molti ex-democristiani e molti ex-missini hanno ampiamente contribuito alle vittorie elettorali di Berlusconi, qualche volta agevolate da qualche connessione imbarazzante che porta, per esempio, il nome di Dell’Utri. C’è qualcosa di nuovo e anche di antico nel successo, peraltro, di proporzioni non proprio clamorose, del candidato del centro-destra. Il nuovo è che non è stato Berlusconi a scegliere Musumeci, ma lo ha sostanzialmente imposto con ostinazione Giorgia Meloni e può rivendicarlo. L’antico è che il centrodestra unito è tornato competitivo e vince oltre che per la sua compattezza anche per gli errori, che pure ci sono e hanno tutta la propensione a continuare, delle sinistre. Poiché la Sicilia ha un cospicuo serbatoio di seggi, il centro-destra che già può contare su Veneto e Lombardia, ha molte ragioni per andare verso le elezioni nazionali alquanto ringalluzzito. Rimane in piedi la sfida per la leadership, ma se Berlusconi non tira fuori un asso dalla manica, Salvini, sostenuto dalla Meloni, è oggi ottimamente posizionato. Questo hanno detto quel 46 per cento di siciliani che sono andati a votare. Il resto, in un paese decente (premessa da non sottovalutare), dipenderà da come Grillo e Renzi, se sarà ancora lui l’uomo al comando del PD, sapranno impostare la campagna elettorale e definire o no le eventuali alleanze.
Pubblicato il 7 novembre 2017
Il ritorno delle coalizioni
“Sconfitto il populismo” annunciano trionfanti le prime pagine di alcuni quotidiani e i titoli dei telegiornali. Chini sui dati alcuni pensosi commentatori dicono che sì, è vero, il populismo è stato pesantemente colpito. Fermo restando che nessun populismo deve mai darsi per soccombente in seguito al voto di cinque milioni o poco più di italiani, il fatto è che non tiene l’identificazione assoluta fra Movimento Cinque Stelle e populismo. Da un lato, il populismo abita anche nei toni, nei modi, nello stile di fare politica di Matteo Salvini, della Lega e di non pochi suoi candidati. Fa anche la sua comparsa nelle proposte renziane di rottamare e tagliare poltrone e senatori. Dall’altro, l’affermazione fondante del Movimento Cinque Stelle: “uno vale uno”, primo è sbagliata; secondo è stata rapidamente sostituita nei fatti da “uno vale uno, ma c’è uno che vale di più”. Infatti, quell’uno, cioè Beppe Grillo, è il vero sconfitto del primo turno delle elezioni amministrative. A Genova il candidato da lui imposto (con una frase inquietante:”fidatevi di me” -con il non detto: “che ne so più delle regole democratiche”) contro la vincitrice di regolari primarie è andato malissimo. I due sindaci da lui osteggiati e ostracizzati, quello di Comacchio ha ri-vinto al primo turno; quello, più noto, di Parma arriva al ballottaggio con il vento in poppa. Altrove, nei pure sgangherati raggruppamenti italiani qualcuno chiederebbe un rendiconto. Invece, il verticistico Movimento Cinque Stelle rimane consegnato a Grillo e a Casaleggio figlio. C’è la loro convinzione, non del tutto malposta, che, andate male queste elezioni, rimane uno zoccolo duro sul quale ricostruire il consenso in vista delle elezioni politiche. Quello zoccolo di voti, intorno al 25 per cento, è costituito dai molti italiani, prevalentemente giovani, che accettano e condividono la critica radicale della politica e dei politici. Sull’antipolitica Grillo ha costruito il suo successo. Cercherà di rivitalizzarlo e, poiché è improbabile che a livello nazionale ci siano impennate di miglioramenti (a cominciare dall’elaborazione di una legge elettorale quantomeno decente), il tesoretto, poco populista, molto antipolitico, dei voti grillini non sarà dilapidato.
Grillo non è mai stato l’unico “uomo solo al comando”. Prima di lui Berlusconi, che il comando non intende mollarlo e che di successori ne ha già bruciati non pochi, e, naturalmente Renzi. Andato a sbattere contro il muro dei no al referendum del 4 dicembre, Renzi non ha affatto rinunciato, almeno a parole, alla sua idea centrale, la riverniciatura della “vocazione maggioritaria”. Tuttavia, clamorosamente, gli esiti del primo turno, le cui propaggini arriveranno fino al secondo turno, dicono alto e forte che è tornata la politica delle coalizioni. Dappertutto, il centro-destra si rivela competitivo perché, nel silenzio di Brerlusconi, riesce a mettere insieme le sue sparse e, spesso, anche conflittuali, membra. Il “sogno” maggioritario del Partito Democratico annega in una varietà quasi infinita di liste civiche di sinistra, di centro, di quant’altro a suo sostegno. Altro che correre da soli. Invece di costruirlo dal governo, grazie ad offerte di posti e di (ri)candidature, il Partito della Nazione si materializza sul territorio dove sono state confezionate liste persino con i tanto bistrattati scissionisti, i quali, da soli, ovviamente, non sarebbero andati da nessuna parte, meno che mai nei consigli comunali in lizza.
La coerenza renziana e piddina svanita per ineludibili considerazioni di bottega dovrebbe spingere a rivalutare le coalizioni, la modalità più diffusa con la quale si fa politica nelle democrazie parlamentari. Dovrebbe anche fare riflettere i tuttora improvvisati apprendisti stregoni delle riforme elettorali buone per una sola stagione. La legge per i sindaci, approvata dal Parlamento nel 1993 sotto una possente spinta referendaria, è ottima e funziona poiché fu pensata per dare potere, non a qualche partito o leader, ma agli elettori. Così dev’essere anche per la necessaria legge elettorale nazionale. Il resto ce lo diranno i ballottaggi.
Pubblicato il 13 giugno 2017



