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Dacci oggi, ma anche domani, il nostro Commissario

La nomina del Commissario europeo che spetta all’Italia deve essere fatta dal governo. Sarà il capo del governo italiano a comunicare il nome del prescelto/a alla Presidente della Commissione. Dunque, soltanto nei vaneggiamenti della Lega qualcuno potrà sostenere che il commissario deve essere uno, sicuramente non una poiché la Lega è un partito/movimento maschilista senza nessun cedimento, della Lega. Incidentalmente, mi sfuggono del tutto le conoscenze e i meriti europeisti di Giancarlo Giorgetti, del Presidente della Regione Veneto Luca Zaia e del Ministro della Funzione pubblica Giulia Bongiorno, i cui nomi pure sono circolati, molto meglio, invece, Letizia Moratti. Non so se vale la pena complimentarsi con Giorgetti per essersi chiamato fuori da un compito per il quale non aveva/ha nessuna preparazione manifesta. Ad ogni buon conto, si sappia che il Commissario nominato dal governo italiano non avrà come obiettivo costitutivo quello di rappresentare l’Italia nella Commissione e nell’Unione poiché tutti Commissari assumono l’impegno di dimenticarsi degli interessi nazionali e di operare per fare funzionare al meglio l’Unione Europea, al limite anche per cambiarla naturalmente nella direzione di un’Unione più stretta, più coesa, più solida. Ciascuno e tutti questi aggettivi sono, in via di principio, respinti dalla Lega. Nella misura in cui è, dovrei forse scrivere “riesce a essere”, sovranista, la Lega mira a rendere l’Unione più lasca, meno coesa, più dipendente dagli Stati-membri, esattamente il contrario di quello che, curando il fascicolo di “Paradoxa” del Luglio/settembre 2015, intitolato, Europa. Ne abbiamo abbastanza?, argomentò Roberto Castaldi.

La brutta discussione in corso fra i due alleati al governo, sia sull’avere votato o no per la Presidente Ursula von der Leyen sia sulla scelta del Commissario/a italiano/a, è rivelatrice della straordinaria ignoranza di entrambi in materia europea. Ancora non hanno capito, anche perché non è mai stata una loro priorità, che in Europa la “moneta” più forte si chiama “credibilità”. Che, per gli europei, la credibilità si misura sulle parole e sulle azioni, quindi, anche sui voti espressi, sulla coerenza fra impegni presi e adempimenti. Su questo terreno, mai il più importante nella politica italiana, anche per responsabilità degli elettori che non lo usano per premiare e punire i loro rappresentanti e governanti (né potrebbero farlo poiché non si interessano di politica, non si informano sulla politica, meno che mai quella europea, e partecipano poco alla politica, nel migliore dei casi limitandosi a votare e, infine, poiché la Legge elettorale Rosato non li favorisce), gli italiani in Europa sono considerati molto carenti. Naturalmente, esistono eccezioni individuali, come Antonio Tajani e David Sassoli, che vengono adeguatamente premiate. Stessa osservazione vale per Mario Draghi la cui prestigiosa carriera è legata alla sua personale credibilità e enorme competenza.

Come potrà la Presidente della Commissione Europea e come faranno gli europarlamentari che terranno udienze per valutare il tasso di europeismo e il livello di competenza, non solo nel settore specifico di ciascun nominato/a alla carica di Commissario, ad avere un atteggiamento conciliante e comprensivo nei confronti di chi ha ripetutamente bollato la Commissione poiché composta da “burocrati” e “tecnocrati”? Naturalmente, i tecnocrati sono fumo negli occhi dei populisti/sovranisti e i burocrati non possono essere i beniamini della democrazia diretta e della piattaforma Rousseau. Però, il punto è che, da tempo, la Commissione è il luogo dove si trovano uomini e donne che hanno una biografia politica di tutto rispetto, hanno vinto le elezioni nei loro rispettivi paesi, hanno governato, sono stati ministri, hanno acquisito e esercitato competenze. Non è prevedibile quale coniglio uscirà dal cappello del prestigiatore Conte, che qualcosa in materia dovrebbe pur dirla, ma di cui ugualmente non sono note le conoscenze in materia di Europa e di Unione. Dirò subito che condivido per filo e per segno quanto ha intelligentemente scritto Riccardo Perissich, Italia/UE: un commissario e un portafoglio, ma per chi e per che cosa fare (Newsletter dell’Istituto Affari Internazionali, 23 luglio 2019).

So che un governo che vuole contare in Europa avrebbe qualche chance in più se sapesse scegliere come commissario/a non un guastatore a digiuno dell’Unione Europea, della sua storia, dei trattati, degli obiettivi, ma una persona competente, conosciuta, europeista, che sappia indicare soluzioni ai problemi europei tali da avere riflessi positivi anche sulle politiche italiane. È tempo di vacanze per gli europei e per molti italiani, ma l’Unione Europea continuerà a funzionare e, forse, anche a migliorare il suo rendimento, spesso già superiore a quello di alcuni governi nazionali, se i Commissari saranno all’altezza. Auguri.

Pubblicato il 25 luglio 2019 su PARADOXAforum

La propaganda sulla Costituzione

Leggo periodicamente le grida di (finto) dolore emesse da coloro che hanno sonoramente perso il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. Sono quasi tutti accompagnati da vere indignate invettive contro i professoroni e soprattutto contro Gustavo Zagrebelsky, il Presidente del Comitato nazionale per il NO. Avremmo, non rispondo a nome suo, ma mi prendo la mia parte, non so quanto grande, di responsabilità, aperto la strada a infinite (non ancora finite) nefandezze. Per di più, di fronte alle nefandezze staremmo tutti zitti mentre il governo Lega-Cinque Stelle è affaccendato nella distruzione della Costituzione “più bella del mondo” (copyright non mio). Sull’aggettivo “bella” ho già variamente e ripetutamente eccepito affermando, senza timore di smentite, che non esiste un concorso di bellezza per le Costituzioni e che, se ci fosse, vincerebbe la Costituzione mai scritta, quella del Regno un tempo Unito. Dopodiché, contrariamente agli scrittori di stupidaggini seriali sul referendum, sulla Costituzione e sul governo, fra i quali annovero da qualche tempo il Direttore del “Foglio” Claudio Cerasa (si veda la sua risposta Antiparlamentarismo e silenzio dei costituzionalisti, alla lettera di un assegnista, sic, di ricerca in Diritto Costituzionale, pubblicata in prima pagina il 19 luglio), entro nel merito. Metto subito le carte in tavola. Ho scritto su tutte le tematiche attinenti il referendum costituzionale: Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate (Milano, Università Bocconi Edizioni, 2015) . Ho anche criticato le, spesso davvero risibili, motivazioni dei sostenitori del sì in NO positivo. Per la Costituzione. Per le buone riforme. Per migliorare la vita e la politica, Novi Ligure, Edizioni Epoké, 2016 .

 

Credo di essermi abbondantemente conquistato il diritto di spazientirmi a fronte di critiche fondate sull’ignoranza e sulla ripetizione di errori monumentali, squalificanti.

Primo, davvero il governo giallo-verde è il prodotto certo e inevitabile della sconfitta di Matteo Renzi nel referendum da lui pervicacemente voluto? Dunque, molti cadono nella peraltro ben nota fallacia del post hoc ergo propter hoc: quel che viene dopo dipende sicuramente da quello che è avvenuto prima. Un evento del dicembre 2016 ha condizionato, addirittura determinato un evento del marzo 2018? In quindici mesi, il Partito Democratico e il suo segretario non sono riusciti a recuperare (qua il verbo è ballerino, forse ottenere, forse conquistare) abbastanza voti per rendere quella coalizione di governo numericamente impraticabile? Certo, se qualcuno, come il segretario Renzi, mai contraddetto da nessuno del suo cerchio non proprio magico, continua a sostenere che l’intero esercito dei 40 per cento che hanno votato Sì lo hanno fatto per lui e quindi che voti erano suoi, allora ha già deragliato. È diventato irrecuperabile, ancora di più quando paragona quella percentuale con il 24 percento dei voti ottenuti da Emmanuel Macron al primo turno delle elezioni presidenziali francesi nell’aprile 2017. Però, segnala uno, non l’unico, dei giganteschi errori di Renzi (più che dei suoi seguaci): rivelare di avere trasformato il referendum sul pacchetto di riforme costituzionali in un plebiscito sulla sua persona di ineguagliabile, inarrivabile, insuperabile riformatore. Incidentalmente, ai plebisciti su persone, tutti i “veri” democratici hanno l’obbligo politico e morale di rispondere sempre e senza esitazioni NO.

 

Secondo, i sostenitori della tesi che il NO ha reso inevitabile, anzi, praticamente fabbricato il governo giallo-verde, stanno dicendo anche un’altra cosa molto grave. La campagna elettorale del PD, maldestramente guidata dal suo segretario, che non voleva che crescesse il prestigio e l’apprezzamento per il capo del governo Paolo Gentiloni, non ha saputo recuperare neanche un voto. Anzi, se la comparazione viene fatta con Bersani 2013, ha perso il 7 per cento degli elettori, quantità sostanzialmente superiore a coloro che hanno votato per LeU. Inoltre, i renziani dimenticano, non sono neppure sicuro che ne abbiano acquisito piena consapevolezza, che la coalizione Cinque Stelle-Lega non era l’unica numericamente e politicamente possibile. Infatti, Cinque Stelle e Partito Democratico avevano (probabilmente, non si possono mai prevedere tutti gli spostamenti, ancora hanno) la maggioranza assoluta di seggi sia alla Camera sia al Senato. La prematura e dissennata decisione di Renzi di buttare il suo partito all’opposizione ha reso possibile, sostanzialmente inevitabile, la formazione del governo Di Maio-Salvini. Il quesito continua a rimanere questo: il governo Cinque Stelle-Lega è preferibile ad un governo Cinque Stelle-PD? Un partito che dichiara di avere una missione nazionale (remember il Partito della Nazione?) accetta senza neppure un dibattito interno, senza andare a vedere le carte e senza verificare se esistano alternative esperibili di andare all’opposizione? Per starci, poi, alquanto male, senza sapere fare l’opposizione, rivelandosi totalmente irrilevante, paralizzato dal suo due volte ex-segretario e dai parlamentari da lui nominati grazie alla Legge Rosato e maggioritari nei gruppi PD sia alla Camera sia, ancor più, al Senato. Noto tristemente come nessuno che abbia fatto notare quanti governi nelle democrazie parlamentari europee sono fatti da coalizioni fra partiti nient’affatto omogenei.

Terzo, adesso, Cinque Stelle e Lega stanno, sempre secondo i sostenitori del Sì, manomettendo la Costituzione e né Zagrebelsky né i professoroni entrano in campo per difenderla, quella democrazia rappresentativa che, secondo Cerasa, rischia di essere travolta “dalla deriva antiparlamentarista che hanno contributo a generare votando NO al referendum del 2016. Quei “professoroni “, il Chiarissimo, Altissimo, Prestigiosissimo” (sono tutti aggettivi del Dottor Cerasa) Gustavo Zagrebelsky incluso, erano stati opportunamente e immediatamente schedati da due politologi renziani della prima ora: Elisabetta Gualmini e Salvatore Vassallo in un indimenticabile articolo: Cari Professori del NO…, pubblicato ne “l’Unità”, 27 aprile 2016, inteso a screditarli non sul merito delle riforme e delle obiezioni, ma facendo riferimento alla loro età, spesso “avanzata” e alle cariche ed onori, perfetta esemplificazione di character assassination , che è la men che positiva definizione inglese di questo modo di procedere. Vale la pena di documentarsi leggendo il commento devastante di Marco Damilano, Cari professori uscite dalla curva, tempestivamente pubblicato sul blog dell’Espresso. Non discuto delle autonomie regionali differenziate, peraltro, richieste anche dal Presidente Pd della Regione Emilia-Romagna, ma ricordo che la sinistra non ha mai capito in quale direzione stava andando rincorrendo il cosiddetto federalismo della Lega. Era un pasticcio allora, lo rimane adesso. Chi è causa del suo mal pianga se stesso (et voilà: la rima). Vado, piuttosto, sulle due riforme costituzionali già iniziate: referendum propositivo e riduzione del numero dei parlamentari. Sul primo, argomento di sicura importanza, ricordo che la riforma costituzionale renziana andava nella direzione di dare maggiore potere ai referendari. Certo, esistono notevoli differenze, ma il punto riguarda le modalità di legiferare. Le Cinque Stelle vogliono trasferire grande potere ai cittadini a scapito del Parlamento. Noto che manca la riflessione più appropriata, quella riguardante i rapporti Governo/Parlamento. In realtà, potrebbe benissimo risultare che il referendum propositivo toglie potere al governo piuttosto che al Parlamento e che parlamentari capaci e competenti saprebbero come ridefinire i compiti delle loro rispettive Camere e riconquistare il ruolo che i Parlamenti sanno essere il loro, quello che non soltanto possono, ma debbono svolgere: controllo sull’operato del governo, conciliazione di interessi, comunicazione con la cittadinanza e, non da ultimo, last but tutt’altro che least, rappresentanza politica.

Quarto, questo sembra essere diventato il vero (o presunto) punctum dolens. Le Cinque Stelle mirano a ridurre il numero dei parlamentari con le più classiche delle motivazioni populiste: tagliare le “poltrone” per ridurre i costi (incidentalmente, espressione molto simile allo slogan della campagna renziana: “Cara Italia, vuoi diminuire il numero dei politici? Basta un Sì”). Dunque, scendere da 630 deputati a 400 e da 315 senatori eletti a 200. In tutto si passerebbe e da 945 eletti a 600. Ricordo che la trasformazione del Senato secondo la riforma costituzionale fatta approvare da Renzi totalmente eliminava i Senatori eletti dai cittadini (ci sarebbe qualche technicality aggiuntiva qui, ma il ragionamento tiene lo stesso), recuperandone 95 provenienti dai Consigli regionali più i cinque senatori a vita, davvero “cavoli a merenda”. In tutto da 945 parlamentari eletti si sarebbe scesi a 630 più 100, con la classica motivazione populista (e un di più di decisionismo accattone): meno poltrone, meno costi, i senatori di provenienza regionale non avrebbero avuto nessuna indennità, ma solo il rimborso delle spese. Quanto alla rappresentanza è subito opportuno ricordare che non è mai solo faccenda di numeri. La più potente assemblea legislativa e rappresentativa al mondo è senza dubbio alcuno il Senato degli USA. La rappresentanza dipende in misura sostanziale dalla legge elettorale, dalle modalità con le quali i rappresentanti sono eletti e possono essere rieletti. Da questo punto di vista, il vero vulnus, anzi, il colpo mortale alla rappresentanza politica viene, da un lato, dall’eventuale, ancorché fondamentalmente impossibile da praticare, vincolo di mandato, dall’altro, dai limiti ai mandati elettivi.

Ciò detto, dovrebbe essere evidente a tutti che la Legge Rosato con le sue liste bloccate è fatta apposta per rendere impossibile la buona rappresentanza politica. Altre erano le sue priorità. Gli eletti sapranno di dovere la loro carica (chiedo scusa, poltrona) a chi li ha candidati/e e messi in lista nelle posizioni più eleggibili, certamente, non agli elettori di fronte ai quali non avranno nessun interesse e nessun incentivo a tornare per parlare di politica (della vita reale), spiegando quel che hanno fatto, non fatto, fatto male. Eravamo addirittura arrivati al punto di ascoltare dalla voce del Ministro Boschi che i capilista bloccati (più spesso che no paracadutati, come lei stessa sarebbe stata a Bolzano nel 2018), nominati dal segretario del partito, acquisivano il ruolo di “rappresentanti del collegio”. Fin da subito sostenni che erano, invece, i commissari del (segretario del) partito. Insomma, il combinato disposto della profonda trasformazione del Senato, con i nuovi senatori che avrebbero rappresentato non i cittadini delle rispettive regioni, ma i partiti di quelle regioni, vale a dire del suo sostanziale depotenziamento in termini di rappresentanza e di capacità di controllo sull’operato del governo e sulle leggi dal governo proposte/imposte, con la legge elettorale, fosse l’Italicum sia la Legge Rosato, incideva gravemente sulla rappresentanza politica. Con qualche sospiro e un’alzata di spalle i renziani, ma anche un numero impressionante di commentatori politici, giornalisti e professori anche di scienza politica, raccontavano la favola del trade-off: bisogna rinunciare a un po’ di rappresentanza per avere un tot di governabilità (garantita anche da un cospicuo premio di seggi). Alla faccia di coloro che pensano, con notevoli pezze d’appoggio, che la buona, ampia, diversificata rappresentanza politica è la premessa, il fondamento irrinunciabile della governabilità, di qualsiasi governabilità.

No, la riduzione del numero dei parlamentari, magari giustificata con la necessità di maggiore e migliore efficienza, da un lato, non è di per sé un attentato alla democrazia, dall’altro, però, esige una apposita legge elettorale di cui non v’è traccia nel disegno (esagero complimentosamente) riformatore delle Cinque Stelle, del governo giallo-verde. Certo è che le critiche dei renziani e di tutti coloro che hanno sostenuto le riforme del loro capo sono semplicemente opportunistiche e inaccettabili. Le riforme delle Cinque Stelle si muovono sullo stesso terreno. Possono essere contrastate, e lo saranno, con le argomentazioni usate dai sostenitori del NO. Questo è esattamente quanto, se diventerà necessario, cercherò di fare, insieme ai moltissimi “partigiani buoni”, nello spazio che riuscirò a conquistarmi. Nel frattempo, mi auguro, senza farmi illusioni, che i produttori seriali di stupidaggini costituzionali imparino qualcosa e cerchino di essere un po’ più originali e attenti alla realtà effettuale (Machiavelli).

Pubblicato il 25 luglio 2019

Sovranismo azzardato e rischioso

In Italia il miglior amico di Putin rimane Berlusconi che, però, di potere politico proprio non ne ha più neanche un’oncia. Figurarsi se Putin perde l’occasione di influenzare la politica di una democrazia non proprio “vigilante” né vibrante come quella italiana. In qualche modo è persino riuscito a condizionare l’esito delle elezioni USA 2016. Farlo altrove non può che essere, per lui, un gioco da ragazzi, per di più esperti assai. La richiesta di un qualche sostegno venuta da qualche leghista, lasciando da parte il vil denaro che può essere stato versato all’organizzazione che ne ha davvero bisogno, è, però, alquanto contraddittoria nell’ottica sovranista. Nelle elezioni europee gli altri partiti sovranisti hanno ottenuto risultati relativamente buoni, ma chiaramente inferiori alle attese. Sui due più forti, l’ungherese Orbàn capo di governo e l’inglese Farage, probabilmente transeunte con la Brexit, né la Lega che ha bisogno di alleati né Putin possono fare affidamento. Quei due si faranno i fatti loro, senza scrupoli. Invece, a Putin farebbe certamente comodo avere una testa di ponte nell’Unione Europea. Qualcuno che, come ha già fatto Berlusconi, si pronunci contro le sanzioni dell’UE alla Russia poco rispettosa dell’autodeterminazione. Qualcuno che non vada tanto per il sottile e accetti la presenza russa in Ucraina. Qualcuno che, magari anche per disinformazione (la politica estera non è la più nota delle specialità del poliedrico Salvini), intralci i processi decisionali europei e, chi sa, persino, “atlantici”.

Si ha l’impressione che Salvini e qualcun altro nella Lega abbiano sottovalutato la portata di qualsiasi rapporto, anche non economico, con un gigante esigente e sprezzante come la Russia. Non è dalla Russia che i sovranisti europei potranno ottenere qualsiasi legittimazione delle loro attività. Per definizione, i sovranisti tutti guardano ai loro specifici interessi nazionali. Orbàn lo dimostra regolarmente. Possono trovare convergenze occasionali nell’ostacolare le politiche europee, ma pensare che si organizzino in maniera solidale per perseguire obiettivi comuni è davvero molto utopistico. Anzi, è un strategicamente gravissimo. Ad esempio, non è difficile immaginare che sia la Presidente della Commissione Europea sia l’europarlamento saranno molto severi nel valutare le credenziali del Commissario italiano di spettanza della Lega.

Quanto a Putin non è soltanto un sovranista. È prima di tutto e soprattutto un leader autoritario. Non ha bisogno di alleati e non ne vuole. Preferisce vassalli, quinte colonne che è sicuro di sapere come manovrare. Quando sarà chiarito che cosa faceva il leghista Savoini, oltre ad ottenere numerose photo opportunities, in numerosi incontri con delegazioni russe di livello, sapremo se il nervosismo di Salvini è giustificato. Però, già ora è possibile affermare alto e forte che il sovranismo non deve mai mettersi in condizioni da essere manipolato dall’esterno. Questa è la colpa politica più grave.

Pubblicato AGL il 15 luglio 2016

Litigano su tutto, e allora? A chi (non) convengono le elezioni anticipate

La Lega è forte di un grande sostegno dai cittadini, M5S non ha alternative a questo esecutivo. Cosa si nasconde dietro i “litigi” di governo? Il commento di Gianfranco Pasquino

La congiuntura espressa senza una briciola di originalità e ripetuta fino alla noia è come segue. “Litigano su tutto. Non sono d’accordo su niente. Bisogna preparare l’alternativa. Elezioni anticipate: si chiudono le finestre”. Incidentalmente, chi le aveva (mai lasciate) aperte? Sono davvero stucchevoli le dichiarazioni degli oppositori e i resoconti dei retroscenisti. È sicuro che nel governo M5S e Lega hanno forti differenze di opinione e le manifestano anche ad uso dei loro sostenitori. Molto coesa, invece, è Forza Italia nella quale Berlusconi e Toti si abbracciano tutti i giorni, Carfagna e Taiani stanno organizzando le primarie, ma anche no, e a livello locale il deflusso degli amministratori è lento, ma costante. Chi davvero vuole litigare nel Partito Democratico, pacificato e propositivo? I Dem vanno d’amore e d’accordo su tutto. Anche sul fatto che il neo-eletto segretario non ha finora avuto neanche un’idea originale? Comunque, tutti vogliono un partito che si estenda da Calenda a chi? (quesito non proprio lacerante). Grande è l’accordo sulla necessità assoluta e positiva che il due volte ex-segretario Renzi si faccia il suo partitino post-leopoldino. Unanimità sulla costruzione di un’alternativa all’attuale governo, meno promettenti i numeri, ma bisogna gettare il cuore e i sondaggi oltre l’ostacolo. Meno chiari i contenuti, non pervenuti i partecipanti. Remember la sinistra plurale, aperta, inclusiva? Faccenda del secolo scorso. Questo è il secolo della rottamazione, della disintermediazione, della sparizione.

Chi andando a elezioni anticipate potrebbe vantare di avere introdotto il reddito di cittadinanza e conseguito quota cento? Chi potrebbe utilizzare come temi propagandistici il salario minimo e la tassa piatta? Chi potrà chiedere five more years per procedere a tagliare le poltrone garantendo ai cittadini il referendum propositivo e il perseguimento di una effettiva devolution differenziata di potere alle regioni? Quanto deve essere preoccupata la Lega arrembante e crescente se Fratelli d’Italia è pronta tutti giorni a buttarsi nelle sue braccia e se le critiche dell’affievolito Berlusconi (ricordiamolo: “grande amico di Putin”) non sono praticamente mai sulle politiche, ma solo sull’alleanza con il Movimento Cinque Stelle?

Nel contrattare con la Lega, inevitabilmente, come in tutti i governi di coalizione, Di Maio è in parte indebolito dalle tensioni all’interno del Movimento, ma l’inconveniente più grande è che non ha nessuna posizione di ricaduta. Deve, comunque, tirare a campare comprando tempo in maniera resiliente (copyright Luigi Di Maio) per completare un paio di punti programmatici, anche in, attesa delle conseguenze positive del reddito di cittadinanza. Fortissimo è il desiderio del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte di durare, ovviamente per fare. Chi più di lui, avvocato del popolo e mediatore fra i due contraenti del Contratto di Governo, può ambire a diventare Presidente della Repubblica nel gennaio 2022? E il Partito Democratico, non importa se quello di Zingaretti, quello di Calenda, quello, beaucoup déjà vu, di Renzi, non sta neppure a guardare le stelle. Chi guarda dal basso è la crescita economica. Chi guarda tutti dall’alto è il debito pubblico. Né l’una né l’altro rilasciano dichiarazioni, neanche off the record.

Pubblicato il 13 luglio 2019 su formiche.net    

Nell’Unione contano i voti e le capacità #UE #Euco #NominationsUE #NomineUE @EUparliament

No, a Bruxelles non c’è stato uno scandaloso mercato fra capi di governo per l’attribuzione delle cariche -non delle “poltrone”, come scrivono i commentatori succubi del linguaggio populista. Si sono svolti legittimi e fisiologici negoziati fra esponenti politici e istituzionali di alto livello, tutti dotati di legittimità democratica, per scegliere le personalità che governeranno l’Unione Europea e la sua politica monetaria nei prossimi cinque anni. Succede esattamente così in ciascuno dei sistemi politici nazionali. Si vota, si contano i voti e i seggi, si forma una coalizione in grado di avere il consenso di una maggioranza assoluta e si scelgono le persone che di quella maggioranza e delle sue preferenze sono rappresentative e che hanno la biografia politica e professionale tale da garantire un buon rendimento nella carica ottenuta. Qualunque altra interpretazione, in particolare quelle che descrivono litigi e traffici, ricatti e imposizioni, non soltanto sono sbagliate, ma segnalano l’ignoranza dei commentatori riguardo al funzionamento di un sistema politico democratico. Avrebbe vinto la Germania poiché la prescelta a guidare la Commissione è una democristiana ministro nel governo di Frau Merkel? Ha vinto la Francia poiché a sostituire Draghi alla Presidenza della Banca Centrale Europea va la francese Christine Lagarde, certamente non una “macroniana”? Allora ha vinto anche il Belgio poiché alla guida del Consiglio europeo andrà il suo Primo ministro liberale Charles Michel. L’interpretazione corretta, che serve anche a capire meglio come funziona l’Unione, è che le cariche rispondono alla distribuzione del potere politico fra gli Stati-membri e fra le famiglie politiche costituitesi nel Parlamento europeo. Da sempre, per il loro peso politico e economico, Germania e Francia hanno maggiore influenza, ma sempre contano anche le qualità delle candidature e, oggi, con l’ingresso in forze dei sovranisti-populisti nell’europarlamento, si è dovuta formare una maggioranza parlamentare europeista più ampia. Candidato dal gruppo dei Socialisti e Democratici, l’italiano David Sassoli è stato eletto alla Presidenza del Parlamento Europeo. Questa non è certamente una vittoria dell’Italia, anche perché né i leghisti né gli europarlamentari delle Cinque Stelle l’hanno votato. Al suo terzo euro mandato, Sassoli ha vinto grazie alla stima personale di cui gode. Quando l’Europarlamento avrà approvato la nomina di Ursula von der Leyen, la parola passerà ai governi nazionali che debbono nominare ciascuno, tranne i tedeschi, un loro commissario in consultazione con il Presidente della Commissione indicando la preferenza per quale settore di competenza. Infine, la parola decisiva spetterà all’Europarlamento che dopo approfondite audizioni nelle varie Commissioni esprimerà il suo voto sui singoli Commissari e complessivamente sulla Commissione. È una procedura esigente e trasparente che non lascia spazio a ricatti, consente di apprezzare la democraticità dell’UE e non esclude, purché correttamente motivate, le critiche.

Pubblicato AGL il 4 luglio 2019

 

Questo governo durerà, al resto ci pensa Mattarella. Parola di Pasquino

Insieme Lega e M5S continuano a ricevere l’appoggio di quasi il 60 per cento degli italiani. Meraviglia che Zingaretti (Pd) chieda, un giorno sì e l’altro pure, elezioni anticipate che perderebbe alla grande

 

Questo governo di riconciliazione nazionale “Nord (territorio privilegiato della Lega)-Sud (granaio dei consensi alle Cinque Stelle)” mette insieme gli italiani veri e veraci: coloro che hanno lavorato tanto e vanno in pensione a Quota cento e coloro che tanto vorrebbero un lavoro, ma nel frattempo avranno il reddito di cittadinanza, coloro che desiderano una tassa piatta e coloro che vorrebbero un salario minimo, coloro che sventolano la bandiera del garantismo e coloro la cui bandiera è il giustizialismo (p.s.: tertium datur). Nessuna meraviglia che, insieme, Lega e Cinque Stelle continuino a ricevere l’appoggio di quasi il 60 per cento degli italiani.

Meraviglia, invece, che Zingaretti (Pd) chieda, un giorno sì e l’altro pure, elezioni anticipate che perderebbe alla grande e, comunque, dopo le quali dovrebbe faticosamente cercarsi alleati. Che poi dentro il governo e all’interno di ciascuno dei due contraenti ci siano e si manifestino posizioni differenti su molte tematiche può meravigliare soltanto coloro che conoscono esclusivamente la politica italiana degli ultimi pochi anni.

LE TENSIONI ALL’INTERNO DEI PARTITI AL GOVERNO

In tutti i governi di coalizione delle democrazie parlamentari esistono e coesistono differenze di opinione. Debbono anche essere accentuate a favore dei rispettivi elettori estremi, più intensi, quelli che hanno creduto nel programma, tutto e, se non subito, presto. Costoro, però, se sono davvero estremi, non hanno luogo più accogliente del “loro” partito tranne l’astensione che, giustamente, colpisce e preoccupa le Cinque Stelle sovrastate dal Capitano onnipresente e onnifacente. Quanto alle tensioni interne a ciascuno dei contraenti, da un lato, sono un classico gioco delle parti, dall’altro, servono a mantenere i contatti, per l’appunto, con un elettorato fazioso e persino troppo ideologico. Questo dell’attribuzione di un’ideologia sia ai leghisti sia ai pentastellati è un complimento di cui mi pento subito. Faziosità dovrei scrivere, ecco.

Allora, lasciamo il movimentismo a Dibba, Alessandro Di Battista, giustificandolo, “lui è fatto così”. Anzi, lontano dal potere che gli sarebbe stato dato, diventa persino più di “così”, ma che gli riesca di essere destabilizzante proprio no. Sull’altro versante, che il Claudio Borghi, diventato presidente della Commissione Bilancio della Camera, si esibisca nella proposta di dare vita ai mini-Bot è segno di incomprimibile creatività, magari imbarazzante. Allora, arriva il pacato sottosegretario Giancarlo Giorgetti a rimbrottarlo, non proprio subito, magari dopo avere ascoltato qualche imprenditore di riferimento, che quella roba lì è illegale e pericolosa. D’altronde, potrebbe anche essere che il Giorgetti diventerà il candidato di peso ad un portafoglio economico di peso nella Commissione Europea. Deve avere pensato che, forse, il futuro presidente della Commissione potrebbe non gradirlo, ma, peggio, gli europarlamentari, dopo avergli chiesto di giustificare i mini-Bot, potrebbero anche votargli contro. Tutti i Commissari, almeno nell’Unione Europea che conosciamo e che non saranno certamente né il governo italiano né i sovranisti a cambiare, prendono l’impegno ad agire rispettando e applicando i trattati. Il resto, lo sappiamo (tongue in cheek), lo farà il Conte equilibrista poiché se il governo cade può anche essere che Lega e Cinque Stelle ridefiniscano un accordo, pardon, un contratto, ma fosse mai che si cerchino un altro avvocato del popolo.

IL RUOLO DEL QUIRINALE

Non mi esibisco nella recitazione del rosario degli ostacoli che rendono praticamente impossibile andare alle urne in tempi brevi, poi neppure in autunno quando si dovrà stilare la nuova legge di Bilancio, ma neanche in inverno poiché come disse sagacemente il ministro degli Interni Antonio Gava“finché si scia a Cortina, non si vota” (e infatti le elezioni di febbraio e di marzo non hanno dato risultati confortanti). Mi limiterò a ribadire che le distanze fra i due contraenti sono componibili con qualche astuto scambio – tutta roba all’ordine del giorno della Prima Repubblica che, infatti, è durata almeno 46 anni – e al resto ci pensa, certo con qualche irritazione, il Presidente Mattarella, ieri gongolante perché Ilvo Diamanti (la Repubblica, 24 giugno) gli attribuisce l’onore di avere dato vita ad un non meglio precisato “presidenzialismo prudenziale”. Sobrio tripudio al Quirinale.

Pubblicato il 25 giugno 2019 su formiche.net

Auguri, Repubblica non sovranista #2giugno #FestadellaRepubblica

Quest’anno la Festa della Repubblica è stata celebrata in un’Italia scopertasi sovranista. Alle elezioni del 26 maggio per il Parlamento europeo i partiti italiani dichiaratamente sovranisti (Lega, Fratelli d’Italia, Forza Nuova e Casa Pound) hanno superato di non poco il 40 per cento dei voti. Se aggiungiamo i sovranisti dentro le Cinque Stelle, alcuni sovranisti di sinistra, espliciti e camuffati, più Berlusconi che vorrebbe fare una coalizione in Europa con i sovranisti che lui, che vede nel profondo, chiama “illuminati”, è probabile che il sovranismo sia maggioritario in Italia. A fronte stanno gli europeisti non tutti molto convinti, non tutti capace di argomentare un discorso convincente su quello che l’Unione Europea può essere e non soltanto su quello che può dare di concreto al paese e ai suoi cittadini.

I nove decimi dei Costituenti, che avevano visto e sofferto la tragedia dei nazionalismi, i sovranisti di allora, da un lato, inorridirebbero ad ascoltare coloro che dicono “Prima gli italiani”, dall’altro, rimanderebbero tutti a leggere l’art. 11 della Costituzione. Lì si trova la vera risposta preventiva al sovranismo con l’indicazione che limitazioni alla sovranità nazionale sono non solo possibili, ma auspicabili per il perseguimento di obiettivi: “la pace e la giustizia fra le Nazioni” che vanno molto oltre quanto qualsiasi stato democratico potrebbe da solo ottenere. Avendo molti di loro subito la triste sorte dell’esilio in paesi stranieri a causa delle loro opinioni politiche, i Costituenti si premurarono di regolamentare “la condizione giuridica dello straniero” (art. 10) sottolineando, in special modo, che colui “al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo diritto dell’esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge”. Non resisto a sottolineare che i Costituenti fecero riferimento alla necessità di una legge apposita e non alla discrezionalità di qualsivoglia autorità di governo. Aggiungo che mi pare corretto interpretare estensivamente il diritto all’esercizio delle libertà democratiche con riferimento a tutti coloro ai quali i dittatori negano deliberatamente qualsiasi opportunità di lavoro e di vita, affamandoli.

Come sempre, il modo migliore di festeggiare la Repubblica consiste nell’interpretare gli articoli della sua Costituzione che Piero Calamandrei, uno dei più autorevoli Costituenti, giustamente definì “presbite”. Ecco, i sovranisti che guardano soltanto qui e ora, anzi, guardano addirittura all’indietro, stanno con le loro azioni disapplicando e violando la Costituzione italiana. Gli italiani non potranno più e non riusciranno mai a essere “primi”. La loro prosperità e persino quella pace che diamo per scontata, ma che è anche un risultato ottenuto grazie all’Unione Europea, non sono affatto assicurabili con un’Italia che si ripiega su se stessa.

Pubblicato AGL il 3 giugno 2019

Una grande regione, una grande occasione #Emilia Romagna @rivistailmulino

Primum vincere deinde philosophari oppure primum philosophari deinde vincere? Se sia meglio dedicare tutte le proprie energie a conquistare una carica importante come quella di Presidente della Regione Emilia-Romagna e poi ragionare su cosa fare oppure se sia preferibile aprire un grande e approfondito dibattito sulla “filosofia” della politica, sui contenuti del riformismo, su che cosa debba e possa essere un partito del cambiamento nell’Italia sovranista? Già, perché il voto europeo del 26 maggio ha detto alto e forte, chiarissimo che in Italia i sovranisti (la Lega di Matteo Salvini e i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni ai quali si aggiungono alcuni esponente di sinistra e i loro cattivi maestri) costituiscono una ampia maggioranza e che l’alternativa è debole, scompaginata, confusa. Certo, qualcuno potrebbe sostenere che fare della filosofia in prossimità di elezioni dall’esito incerto è una perdita di tempo che rischia di essere decisiva. E’ facile replicare che trovare sedi, organizzare dibattiti, produrre confronti, distribuire documenti sulla cultura e sulla Weltanschauung del partito politico riformista è un modo importante anche di e per fare campagna elettorale. Tutto questo fervere (potenziale) di iniziative sarebbe anche in grado di attrarre l’attenzione di chi giustamente sente la politica politicata, centrata su persone e cariche, malamente raccontata dai commentatori, lontana  e sgradevole (ha ragione!). Bisognerebbe ovviamente anche fare circolare in tempo reale e in maniera gradevole e brillante su twitter, Facebook, Instagram, con una vasta gamma di App, quello che viene variamente prodotto nelle modalità tradizionali. Conosco l’obiezione che sostiene che la cattiva comunicazione è la conseguenza quasi inevitabile di contenuti mediocri, brutti e cattivi,  male pensati, non in grado di riflettere le condizioni di vita e i mondi vitali dei cittadini né di guardare al futuro in maniera empatica e originale. So, però, che qualche volta è possibile fare ottima comunicazione anche senza avere contenuti altrettanto buoni e che la comunicazione è di per sé un fattore politico di grande rilevanza anche autonoma.

Chi vuole semplicemente vincere può anche andare oltre quello che sto suggerendo, con una scrollata di spalle, magari senza accusarmi di elitismo (accusa di sapore populista) e, soprattutto, contro proponendo. Meglio sarebbe se la controproposta fosse argomentata con una narrazione convincente che non si compiaccia degli esiti positivi del passato, ma neppure delle vittorie elettorali in diverse città emiliano-romagnole, e non si arresti lì. Il passato recentissimo della Regione Emilia-Romagna parla di un tracollo della partecipazione elettorale nel novembre del 2014, di qualche lacrima di coccodrillo (al maschile e al femminile) e successivamente di nessuna riflessione seria sul fenomeno. Non merita la definizione di riflessione quello che è un wishful thinking di Zingaretti e dei suoi collaboratori che il PD crescerà a livello nazionale riconquistando gli astenuti. Qui si che è appropriato richiamare l’espressione vaste programme di uno dei grandi statisti europei del XX secolo, il sovranista Charles de Gaulle.  Dai dirigenti poIitici e dai militanti, che ci sono ancora, del PD è lecito aspettarsi e pretendere di conoscere in che modo gli astensionisti saranno raggiunti, persuasi e (ri)portati nell’alveo di un partito che non ha neppure ancora iniziato una qualsiasi riflessione sulle ragioni del suo declino.

A quello che fu il glorioso e pluripremiato partito riformista, nascosto sotto le spoglie del PCI e timoroso di essere preso come esempio nazionale, si chiede di cominciare a delineare proprio un partito del futuro, non di lotta e di governo, ma di elaborazione culturale concernente un sistema politico e sociale (all’economia riescono a pensarci alla grande i molti efficienti imprenditori emiliano-romagnoli) che offra opportunità in ogni momento della vita dei suoi cittadini e che premi i meriti. La buona amministrazione che, con molti sindaci e sindache, il Presidente della Regione Stefano Bonaccini può vantare, rischia di non essere sufficiente per ottenere un secondo mandato. Per questo è mia convinzione che debba essere delineato un futuro che non è la semplice prosecuzione del presente. “Filosofiamo” allora su una sinistra composita e plurale che disegni alleanze non all’insegna della protezione di posizioni acquisite, ma di rappresentanza e governo di preferenze e interessi che si sono diversificati e che tali rimarranno nel futuro prevedibile, che non si nasconda dietro liste civiche, ma rivendichi la sua politicità, che sia disposta e in grado di praticare nel suo ambito la democrazia anche nel dare accesso in maniera trasparente agli interessi di una pluralità di interlocutori, fra i quali, ovviamente, le associazioni del più vario tipo, e in Emilia-Romagna ce ne sono tantissime, che riconosca le competenze non soltanto quando rendono un servizio e coincidono con le preferenze e i pregiudizi dei dirigenti politici, ma proprio quando li mettono in questione e li sfidano senza nessun timore reverenziale.

Questa è la filosofia politica di  chi crede che l’innovazione scaturisce dal conflitto fra idee e persone (sento il dovere di aggiungere “portatrici di idee”) e che in Emilia-Romagna tutto questo è possibile a patto che idee e conflitti non vengano spazzati sotto il tappeto del conformismo al quale, ahiloro, ahitutti, molti nel PD hanno fatto largo e esiziale ricorso. Chi vince dopo avere filosofato avrà anche avuto la possibilità di capire quali delle sue proposte hanno conquistato maggiore consenso, quali sono inadeguate, quali sono da buttare e quali da perfezionare. Tutte le altre strade sono molto corte e non conducono a Roma. L’occasione, grande, è adesso, qui.

Pubblicato il 30 maggio 2019 su rivistalmulino.it

Nello scontro con l’Ue, Salvini non può cavarsela

Il politologo Gianfranco Pasquino analizza il panorama politico italiano alla luce dei risultati delle elezioni europee

Intervista raccolta da Osvaldo Migotto 28 maggio 2019

Sugli ultimi sviluppi della politica italiana, con il crollo dei pentastellati e la forte ascesa della Lega nelle elezioni europee, abbiamo sentito il parere di Gianfranco Pasquino, politologo nonché professore emerito di Scienza politica.

Professor Pasquino, per Matteo Salvini le europee sono state un grande successo. Ciò è dovuto più alla sua astuzia politica o alle ingenuità e contraddizioni del giovane del giovane leader del M5S?

«Direi che sul risultato di questo risultato elettorale ha pesatoContinua la lettura QUI

INTERVISTA Corriere del Ticino. Mondo. 29.05.2019

Pasquino: «Di Maio debole ai 5 stelle serve un leader credibile»

Intervista raccolta da Simona Musco

Per il professore «Il Pd non ha recuperato voti, è rimasto fermo e questo è già un successo. Zingaretti? Ancora non ha sviluppato appieno le sue potenzialità…»

Se il M5s ha perso la metà dei consensi in un anno la colpa non è dell’astensionismo. È, piuttosto, frutto di una posizione vaga e di una leadership debole – quella di Luigi Di Maio – che si scontra con la forza titanica dell’altro vicepremier, Matteo Salvini. Mentre il Pd, dal canto suo, «Si trova esattamente dov’era prima», dice al Dubbio Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna. Che però assicura: «Zingaretti non ha ancora sviluppato appieno le sue qualità…».

Professore, secondo Di Maio il M5s è stato penalizzato dall’astensionismo…

È un’affermazione sbagliata. Il calo dipende piuttosto dal fatto che un certo numero di elettori ha trovato la proposta politica europeista del Movimento da un lato non sovranista, scegliendo dunque di dare il proprio voto a Salvini, dall’altro vaga sul tipo di posizione che avrebbe assunto in Europa. Quindi o hanno optato per il non voto o per il Pd, che ha presentato una proposta più europeista.

Il ribaltamento di posizioni tra M5s e Lega mette in crisi il governo?

Io non credo. Di Maio fa bene a ricordare di avere il 33% dei seggi in Parlamento e di essere, quindi, il partner di maggioranza al governo. Deve rivendicarlo. Ciò che emerge, però, è la sua inettitudine a ricoprire il ruolo di capo politico del M5s. Questa sua sconfitta dipende anche dal fatto che, al contrario, la leadership di Salvini si staglia alta e forte, mentre la sua figura appare debole.

Deve cedere il ruolo di leader politico a qualcun altro?

Se fosse un partito allora si dovrebbe aprire un dibattito interno per ragionare su un cambio alla guida e sul futuro. Ma, come sappiamo, le decisioni sono affidate a Casaleggio e Grillo. La base conta poco, sappiamo come vengono gestite le discussioni tra gli 80 mila iscritti sulla piattaforma Rousseau. Di conseguenza credo che Di Maio rimarrà al suo posto, ancora per un po’. Ma farebbero bene, per il loro futuro, a pensare presto ad un’alternativa.

Tipo Di Battista?

Non so, immagino possa continuare a viaggiare per l’America Latina. Credo che a loro serva qualcuno che riesca ad elaborare autonomamente una linea politica, senza essere subalterno, come finora accaduto, a Casaleggio e Grillo. Chiunque sia, deve essere in grado di dare vita ad un’organizzazione robusta e vibrante, per dirla all’americana. Non si può pensare di poter continuare ad affidare la propria azione politica a messaggini e post sul web.

Il M5s, dunque, che futuro avrà?

Se vuole continuare a sopravvivere deve fare leva su quelli che sono gli indiscutibili successi che ha avuto al governo, come il reddito di cittadinanza o la capacità di introdurre un maggiore controllo sul comportamento dei parlamentari. Le dimissioni di Siri, ad esempio, sono un successo della loro linea politica e per avere ancora quel consenso devono sottolineare i temi forti sui quali hanno ottenuto il risultato del 4 marzo.

Il Pd ha recuperato: merito di Zingaretti o del crollo del M5s?

Mah, non credo si possa dire che abbia recuperato, piuttosto credo si trovi esattamente dov’era il 4 marzo: i voti delle europee sono circa 6 milioni, esattamente come lo scorso anno. Non possiamo dire che sia cresciuto, piuttosto il vero successo è che sia stato in grado di mantenere gli stessi voti.

Nessun mezzo miracolo?

Non possiamo dire che queste elezioni abbiamo rilanciato partito. C’è un lungo sospiro di sollievo, quello sì, ma se non si traduce in azione si rimane fermi lì.

E Zingaretti? Che futuro ha?

Credo che non abbia ancora sviluppato appieno le sue qualità. Dovrebbe essere più propositivo, possiamo dire che si è salvato da questo passaggio così delicato. Però non basta dire ogni giorno che il governo non può reggere perché è litigioso, deve dire con chi vorrebbe cambiare, quali sono le alternative possibili a questa alleanza e come vorrebbe farlo. Inoltre deve trovare i temi giusti per rilanciare il partito.

Che però si è preso Roma, roccaforte del M5s. Cosa ci dice questo dato?

Nelle grandi città il Pd c’è ed è in grado di raccogliere un consenso significativo, perché è lì che si trova parte consistente suo elettorato. Ma non ha risolto il suo problema più importante: come raggiungere l’elettorato disagiato. Se vuole risalire la china deve essere capace di combinare il consenso delle grandi città con quello delle piccole, dove infatti la Lega si afferma in maniera significativa.

Pubblicato il 28 maggio 2019 su ildubbio.news