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Né martire né furfante, per ora #gregoretti

Con il voto dei suoi cinque senatori leghisti, Matteo Salvini ha ottenuto quel che, dopo qualche giravolta, voleva. La Giunta delle autorizzazioni a procedere ha deciso di inviare all’aula del Senato la raccomandazione di consentire l’apertura del processo nei suoi confronti per sequestro di persona. Il 17 febbraio saranno, dunque, i senatori a stabilire, non la colpevolezza oppure no del loro autorevole collega, ma l’esistenza di materiale sufficiente a che quel processo si tenga. Finora, l’intera vicenda non è stata edificante. Si è svolta, non all’insegna dell’analisi dei fatti e dei documenti, ma dell’uso più o meno favorevole di quell’evento. Da un lato, Salvini si è fatto guidare dalla sua convinzione di poterne trarre comunque un qualche tornaconto elettorale. Dall’altro, la maggioranza che sostiene il governo ha mirato, disertando la riunione, a evitare che si giungesse alla decisione. In estrema sintesi, il Movimento 5 Stelle e, soprattutto, il Partito Democratico hanno pensato che fosse preferibile procrastinare qualsiasi decisione affinché non “interferisse” con le cruciali elezioni in Emilia-Romagna.

L’ex-Ministro degli Interni, impegnato pancia a terra in queste elezioni, ha prima proclamato di avere difeso gli interessi degli italiani e che, quindi, un eventuale processo avrebbe coinvolto tutti gli italiani. Poi, ha scelto, sempre con lo sguardo rivolto alle elezioni, di presentarsi come vittima di quei “giustizialisti” dei Cinque Stelle e del PD, quasi un martire. In qualche misura, mi pare, ma il mio giudizio non può che essere soggettivo, che Salvini abbia ecceduto –comportamento che gli è alquanto congeniale. Ha addirittura annunciato, in maniera del tutto prematura, che nelle carceri italiane, a lui ex-Ministro degli Interni ben note, si dedicherà a un libro, Le mie prigioni, proprio come quello scritto dal patriota Silvio Pellico, gettato in inospitali carceri austriache. Il lato più sgradevole della “difesa” di Salvini è l’appello al popolo, quasi una chiamata di correo a coloro che lo hanno votato e lo sostengono, contro la magistratura, contro le esistenti norme e regole dei procedimenti giudiziari. Questo elemento non deve essere perso di vista, ma fortemente criticato.

Criticabile, però, in una certa misura, è anche la strategia di entrambi i partiti di maggioranza. Le date erano note perché fissate da parecchio tempo e le intenzioni dell’opposizione e del Presidente della Giunta, Gasparri, chiarissime fin dall’inizio. Votare motivatamente a favore dell’autorizzazione a procedere, ovvero a consentire che prima il Senato poi il Tribunale dei ministri si esprimessero, era procedura più lineare, inoppugnabile. Adesso la parola passa agli elettori emiliano-romagnoli che sanno che l’oggetto della sfida di domenica 26 gennaio non è stabilire se Salvini è un martire o un furfante, ma decidere chi governerà la regione: il presidente in carica Bonaccini o la candidata leghista Borgonzoni (non Salvini)? Il resto a suo tempo.

Pubblicato AGL il 21 gennaio 2020

Perché l’Emilia, non il Mattarellum, dovrebbe preoccupare il governo. Parla Pasquino #Intervista @formichenews

Il politologo a Formiche.net: nessun contraccolpo sul governo dalla decisione della Consulta, le leggi elettorali riguardano il Parlamento e non l’esecutivo. Se in Emilia vincerà Bonaccini il governo dovrà stappare un prosecco. E non chiamatelo Germanellum

Intervista raccolta da Maria Scopece

Le discussioni sulla nuova legge elettorale proporzionale, cosiddetta “germanellum”, e le decisioni della Consulta su due quesiti referendari, la proposta Calderoli e il taglio dei parlamentari, agitano le acque della politica italiana. Allo stesso tempo il voto regionale in Emilia Romagna e in Calabria mettono alla prova la tenuta della coalizione governativa giallorossa. Di queste nuove sfide per l’esecutivo ne abbiamo parlato con il prof. Gianfranco Pasquino, professore emerito di scienza politica all’Università di Bologna.

Il germanellum può essere una buona legge per la cultura politica italiana?

Prima di tutto io sconsiglio in maniera più assoluta di ricorrere al latino per definire le leggi elettorali italiane. Queste espressioni sono tutte fondamentalmente sbagliate e quando va bene sono fuorvianti, quindi da buttare. Questa elegge elettorale non la chiamiamo germanellum e nemmeno germanicum perché in comune con il sistema elettorale tedesco questa legge ha solo la clausola di esclusione, il 5%, tutto il resto sono prerogative italiane e fatte abbastanza male. Per esempio il diritto di tribuna con il sistema elettorale tedesco non c’entra nulla, inoltre il sistema tedesco ha metà dei parlamentari eletti in collegi uninominali mentre nella legge proposta in Italia non c’è nulla di tutto questo. Funziona? Non lo so. C’è il voto di preferenza? Non lo so ma se non c’è quello che so è che una brutta legge proporzionale.

Quali sono i partiti che ne potrebbero trarre giovamento?

Non so chi può avere interesse e spesso chi ha interesse sbaglia perché non sa come perseguire l’obiettivo che vuole. Certo una legge proporzionale consente a molti partiti di tornare in Parlamento, se qualcuno vuole di più deve proporre un maggioritario fatto bene.

Come potrebbe cambiare il sistema partitico italiano nel caso in cui entrasse in vigore una legge di tipo proporzionale?

Nel caso in cui entri in vigore una legge proporzionale non cambia nulla. I partiti che ci sono tornano tutti in Parlamento a esclusione di Leu per via della clausola di esclusione del 5% e forse a esclusione di Italia Viva perché non ha ancora raggiunto la soglia del 5%.

E secondo lei non ha possibilità di raggiungerla nel tempo che ci separa dalle prossime elezioni?

Potrebbe raggiungerla ma la legge elettorale non va costruita né per fare entrare in Parlamento Italia Viva né per tenerla fuori. La clausola del 5% sta bene in un sistema proporzionale perché cerca di limitare la frammentazione del sistema partitico. Se però a questa legge si aggiunge il diritto di tribuna allora viene incentivata la frammentazione perché alcuni partiti cercheranno di entrare in Parlamento anche con quelle clausole che, tra l’altro, sono cervellotiche. Quindi ci si troverà con sette, otto, dieci parlamentari che appartengono a qualche schieramento piccolissimo.

Quindi il cavillo che favorisce la frammentazione è nel diritto di tribuna.

Sì, il diritto di tribuna favorisce la frammentazione, ma una legge elettorale proporzionale fotografa l’eventuale frammentazione non spinge all’aggregazione. Questo è sicuro.

Una legge proporzionale di solito prevede che le alleanze si facciano una volta acquisito il risultato delle urne mentre il Pd ha posto il tema di un’alleanza pre-elettorale con il M5S. Come si risolve questo rebus? Come possono comportarsi il M5S e il Pd in relazione alle alleanze nel caso in cui dovesse essere varata una norma proporzionale?

Tutte le leggi proporzionali nelle democrazie parlamentari che conosciamo dell’Europa occidentale hanno delle coalizioni di governo che si formano in Parlamento. È stato così anche in Italia tra il 1946 e il 1994, non c’è nulla di cui stupirsi. Se noi vogliamo che vinca un partito solo è necessario varare un sistema elettorale maggioritario che, probabilmente, è quello inglese ma sbaglieremmo a pensare a una traduzione automatica del sistema inglese in Italia perché nel sistema inglese funziona così perché ci sono solo due grandi partiti che possono raggiungere la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento. Altrove non succederebbe così e la mia previsione è che il sistema inglese in Italia troverebbe un sistema con tre-quattro partiti in Parlamento ancora costretti a fare una coalizione. Intendiamoci non c’è nulla di male a fare le coalizioni in Parlamento.

Perché fare coalizioni preventive, come dice il Pd con il M5S, se si ha un sistema elettorale proporzionale?

Secondo me è un errore perché bisognerebbe riuscire a ottenere il massimo dei voti e quindi è meglio che il M5S corra da solo senza dire con chi si alleerà ed è meglio che il Pd corra da solo per dire “votate noi perché siamo la garanzia che faremo un governo decente”. Fare un’alleanza precedente alle elezioni rischia di far perdere voti a un versante, tutti gli elettori M5S che non vorrebbero mai un governo con il Pd, e all’altro, gli elettori del Pd che voterebbero Pd ma non per farli andare al governo con il M5S. È semplicemente sbagliato.

La Consulta è chiamata a prendere due decisioni importanti, da una parte c’è il referendum sull’eliminazione della quota proporzionale dalla legge elettorale e dall’altra il referendum contro il taglio dei parlamentari. Secondo lei le decisioni della Consulta possono avere effetto sulla durata del Governo o, in vista delle politiche, in termini di alleanze?

Nella mia infinita ingenuità mi auguro sempre che la Consulta decida sulla base del quesito che le è stato presentato, se il quesito è accettabile o meno, e non si chieda se accettando il referendum la vita del governo viene allungata o accorciata. Io credo che il referendum contro la riduzione del numero dei parlamentari sia accettabile, coglie dei punti che sono rilevanti. Se i cittadini votano contro la riduzione del numero dei parlamentari la situazione resta immutata e non c’è alcun problema giuridico.

Più problematico potrebbe essere il quesito posto dal senatore Calderoli.

Qui la situazione è più delicata. La legge Rosato è una legge proporzionale per due terzi e maggioritaria per un terzo, l’eventuale riforma punta a rendere il sistema ancora più proporzionale. Di solito la Consulta risponde, anche se non sempre in maniera troppo convinta e convincente, che bisogna che la legge che rimane sia immediatamente applicabile. La legge che rimane dal quesito di Calderoli è quasi immediatamente applicabile ma poiché richiede collegi uninominali richiede una stesura, una riflessione, un ritaglio dei collegi quindi la Consulta potrebbe rilevare che legge non sia direttamente applicabile. Al che, se fossi un sostenitore di Calderoli, penserei che dovrebbe essere il Parlamento, in caso di esito positivo del referendum, a disegnare i collegi e nel mentre varrà la legge elettorale vigente.

Il governo subirà contraccolpi dalle decisioni della Consulta?

Il governo dovrebbe essere totalmente disinteressato, succeda quel che succeda, le leggi elettorali guardano al Parlamento e non al governo.

Invece le prossime elezioni in Emilia Romagna che effetto possono avere sul governo?

Se vince Bonaccini il governo dovrà necessariamente brindare, trovare prosecco buono ed essere contento. Se vince Salvini invece dovrà preoccuparsi. Però dal punto di vista sostanziale l’esecutivo non ha nulla da temere perché quelle sono le elezioni per eleggere il presidente dell’Emilia Romagna per i prossimi cinque anni. Il Governo si fonda sulla maggioranza parlamentare che ha attualmente, quei numeri non vengono intaccati. Certo è un brutto segno se in Emilia Romagna passa il centro destra ma i numeri in Parlamento ci sono. Potrei aggiungere che, in caso di vittoria del centro destra, il governo potrebbe pensare che è necessario rinsaldare l’alleanza governativa e andare avanti con le riforme proprio per convincere gli italiani a riconfermarli e per far scoppiare la bolla del consenso elettorale di Salvini.

Pubblicato il 14 gennaio 2020 su Formiche.net

Emilia-Romagna, il politologo Pasquino a @tpi: “Bonaccini senza carisma, Salvini ignorante, Borgonzoni incapace”

Intervista al politologo sulle elezioni del 26 gennaio: “Vince chi fa meno errori. Le sardine? Possono spostare voti a vantaggio del centrosinistra” di Enrico Mingori


A Bonaccini “manca il carisma”, Salvini è “un ignorante” e Borgonzoni “non saprebbe da che parte cominciare per governare l’Emilia-Romagna”. Gianfranco Pasquino ci va giù pesante quando parla dei protagonisti delle elezioni regionali più attese degli ultimi anni. Il 26 gennaio in Emilia-Romagna si decide il nuovo governatore, ma – forse – anche il futuro del governo giallorosso.

“Vince chi fa meno errori nell’ultima settimana di campagna elettorale”, riflette il politologo, professore emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna ed ex senatore (fu in parlamento con la Sinistra Indipendente e i Progressisti tra gli anni Ottanta e Novanta).

Professore, per oltre cinquant’anni le elezioni in Emilia-Romagna sono state poco più di una formalità per il centrosinistra. Adesso per la prima volta la partita sembra davvero aperta. Perché?

La partita è aperta perché la destra è cresciuta in questo paese e, in maniera un po’ sorprendente, anche in Emilia-Romagna: c’è un leader trascinante al quale piace fare campagna elettorale, che è Matteo Salvini, e c’è l’aspettativa che lui riesca a sconvolgere gli equilibri dell’Emilia-Romagna all’insegna di uno slogan ben scelto: “Liberate l’Emilia-Romagna dal controllo esercitato sulla regione prima dal Partito comunista e poi dal Partito democratico”.

In questa campagna elettorale, oltre ai candidati, c’è un nuovo protagonista: il popolo delle sardine. Che ruolo gioca questo movimento? E può spostare dei voti?

Il popolo delle sardine probabilmente sposterà dei voti, se – come sembra – è essenzialmente un movimento di giovani. I giovani generalmente non sempre votano la prima volta: se le sardine riusciranno a portare a votare una parte di questi giovani, potrebbe essere un vantaggio per Bonaccini.

Le elezioni dell’Emilia-Romagna non sono mai state così attese a livello nazionale. Se vince la Lega, cade il Governo?

Bonaccini fa bene a sottolineare che si vota per la Regione. Ma è chiaro che se il centrodestra riuscirà a ottenere questa vittoria insperata aumenterebbero le pressioni sul presidente della Repubblica e da parte dell’opinione pubblica per  andare a verificare il consenso dell’attuale governo nel paese. In queste elezioni regionali c’è, eccome, una valenza nazionale. E sarebbe sbagliato non sottolinearla.

Qualche anno fa si parlava molto della crisi del modello emiliano, oggi non se ne parla quasi più. Ma cos’è esattamente il modello emiliano? E oggi questo modello è in crisi?

Non ho mai pensato che il modello emiliano fosse in crisi. Quello che è in crisi è il partito che dovrebbe attuare questo modello: il Pd – come ha detto D’Alema in una memorabile espressione – è un’amalgama mal riuscito. Ed è mal riuscito anche in Emilia-Romagna.

Com’è cambiata Bologna negli ultimi trent’anni?

Bologna secondo me è peggiorata nella qualità della vita. Non c’è stata nessuna innovazione significativa: la città è un po’ seduta sugli allori del passato. La qualità della vita a Bologna non mi soddisfa più. E credo che questo si rifletta anche nella mediocrità dei governanti della città.

Qual è – se c’è – il punto debole di Bonaccini? E qual è – se c’è – il punto debole di Salvini?

Il punto debole di Bonaccini è il carisma: Bonaccini non è riuscito a comunicare in maniera efficace tutto quello di buono che ha fatto. Salvini, invece, è uno straordinario comunicatore. Il suo punto debole è che è un ignorante. Molto spesso dice cose che non hanno nessuna corrispondenza con la realtà: è bravissimo a fare campagna elettorale, ma non mi pare abbia dimostrato di sapere fare anche il ministro. Non dimentichiamo, però, che la sfida non è tra Bonaccini e Salvini, ma tra Bonaccini e Borgonzoni. Per lei sono tutti punti deboli: la Borgonzoni non saprebbe da che parte cominciare per governare questa regione.

Faccia un pronostico: come finisce il 26 gennaio?

Manca troppo tempo. Molto conta la campagna elettorale, che può cambiare le preferenze di molti elettori: negli ultimi dieci anni l’elettorato è diventato estremamente volatile, per non dire volubile e quindi cambia il suo comportamento di voto, anche negli ultimi giorni. Chi commette meno errori nell’ultima settimana ha migliori possibilità di vincere.

Pubblicato il 28 dicembre 2019 su TPI NEWS

Lo scontro in atto sul #MES, tra politica interna e rapporto con l’Europa

Lo scontro in atto sul Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) merita più di una riflessione perché riguarda il modo di governare (e di fare) opposizione in Italia e il modo di rapportarsi all’Europa. Sul primo punto abbiamo appreso e non dobbiamo dimenticare che il precedente governo giallo-verde aveva sostanzialmente accettato il MES e che, pertanto, ha ragione il Presidente del Consiglio Conte a criticare duramente l’opportunismo di Salvini che, andato all’opposizione, smentisce se stesso.Tuttavia, Conte fa male quando eccede nelle critiche facendone un fatto di scontro personale con Salvini, nel quale si inserisce con notevole grinta Giorgia Meloni per trarre il meglio di visibilità a fini elettorali. Lo scontro politico ha in qualche modo posto rimedio alla mancanza di conoscenze. Però, è almeno in parte vero che alla sostanza del MES non era stata data sufficiente attenzione. In estrema sintesi, il MES non è un meccanismo inteso primariamente a salvare le banche tedesche, come dicono gli oppositori, ma tutte le banche le cui difficoltà si ripercuoterebbero in maniera più pesante sui paesi con un alto debito pubblico, come l’Italia.

Adesso, con il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, già importante europarlamentare, il governo giallo-rosso andrà a discutere e negoziare nelle sedi europee. Gualtieri ha immediatamente comunicato che lo spazio è minimo e un’affermazione simile è stata fatta dal portoghese Centeno alla presidenza dell’Eurogruppo. Come in troppe altre occasioni, la posizione italiana non appare forte dal punto di vista negoziale poiché i rappresentanti degli altri paesi hanno ricevuto sufficienti informazioni sulle resistenze italiane e sulle divisioni anche in ambito governativo. Non possono fare a meno di preoccuparsi che l’Italia allunghi i tempi dell’approvazione del MES per ragioni di politica interna senza nessuna proposta operativa e migliorativa di un testo già lungamente discusso.

La posizione negoziale italiana è inevitabilmente inficiata proprio dalla inaffidabilità dei suoi governi e dall’oscillazione delle sue posizioni e preferenze (in questo caso, in particolare quelle del Movimento Cinque Stelle). Incredibilmente, troppi esponenti italiani dimenticano che il paese è costantemente sotto osservazione per un motivo strutturale: l’altissimo livello raggiunto dal debito pubblico, il 138 per cento del Prodotto Nazionale Lordo. Gli europei hanno visto con favore, sarebbe stupido negarlo, la fuoruscita dal governo italiano dei sovranisti della Lega e l’ingresso degli europeisti del PD. Si attendono che dalle apprezzabili posizioni di principio conseguano comportamenti pratici altrettanto apprezzabili. Il MES è la prima importante occasione per mostrarsi coerenti e sulla base di quella coerenza essere poi in grado di fare valere le proprie preferenze, le proprie valutazioni e i propri interessi nella consapevolezza che gli interessi italiani coincidono con un’Europa potenziata nei suoi meccanismi economici.

Pubblicato AGL il 6 dicembre 2019

Le sardine anti Salvini hanno un futuro nel mare della politica? @sputnik_italia

 

Intervista raccolta da Tatiana Santi per Sputnik Italia

Le “sardine” manifestano nelle piazze italiane e incentrano la propria protesta contro Matteo Salvini. I promotori del movimento si definiscono apartitici, ma si scagliano solo contro la destra e il leader del Carroccio. Le sardine anti Salvini hanno un futuro nel mare della politica?

Tutto inizia a Bologna in concomitanza con la campagna elettorale della Lega in Emilia Romagna. Una sfida lanciata sui social da 4 ragazzi riesce a riunire migliaia di persone in piazza. Il movimento delle sardine nasce quindi in opposizione a Matteo Salvini, il quale è all’opposizione. Parliamo di un fenomeno originale, visto che di solito si protesta contro chi governa.

Secondo gli organizzatori delle proteste non si tratta di un possibile partito né di un movimento vero e proprio. Una cosa è certa: il collante che unisce le sardine è la loro posizione anti Salvini. Quali sono però le loro idee e i loro obiettivi? Il progetto potrebbe diventare col tempo un soggetto politico, com’è successo per il Movimento 5 stelle? Sputnik Italia si è rivolto ai ragazzi fondatori delle sardine richiedendo un’intervista, senza ottenere per ora risposta positiva. Nel frattempo per analizzare questo originale fenomeno abbiamo intervistato Gianfranco Pasquino, professore emerito di scienza politica all’Università di Bologna.

– Professore Pasquino, qual è il suo punto di vista sul movimento delle “Sardine”? Crede che resterà una protesta di piazza o potrà diventare un vero movimento politico?

– Naturalmente per qualche tempo ancora resterà una protesta di piazza che però è riuscita a mobilitare un numero veramente consistente di persone. C’è qualcosa di inusuale ed abbastanza straordinario. Non sono in grado di prevedere i passaggi successivi. Vedremo come andranno le elezioni in Emilia Romagna: se perderà il PD vorrà dire che le Sardine non hanno avuto alcun effetto positivo ed andrà quindi ripensato. Al momento si tratta di una protesta diffusa e ben organizzata.

– Le sardine dicono di non appartenere a nessuno schieramento. Possiamo dire che però nella protesta si intravede il Partito Democratico … Lei cosa ne pensa?

– A mio giudizio il Partito Democratico non c’entra niente, nel senso che non ha la capacità di organizzare proteste di questo genere. Il PD potrebbe essere il beneficiario di questa situazione, però non è certamente colui che ha dato vita a questo, anzi, molti di quelli che partecipano alle varie manifestazioni non hanno alcuna precedente esperienza con il Partito Democratico. Il PD potrà certamente trarne vantaggio, ma se cercherà di controllare questo movimento ne perderà il sostegno che gli arriva.

– Crede che si possano fare dei parallelismi con il Movimento 5 Stelle dei primi giorni?

– Credo che abbiano qualcosa in comune poiché esprimono insoddisfazione, le sardine esprimono una posizione di cambiamento poiché vogliono cambiare lo schieramento di sinistra. Il movimento che ora riempie le piazze è fatto in gran parte, ma non esclusivamente, da giovani e quindi ha alcuni elementi in comune col Movimento 5 Stelle. Ci sono però almeno due elementi di differenza che sono importantissimi: il primo è che non c’è un leader riconosciuto come Beppe Grillo, questo è un elemento di grande importanza poiché è stata la personalità di Grillo che ha prodotto il Movimento 5 Stelle all’inizio. Il secondo punto di differenza è che si va sviluppando anche in base alle caratteristiche dei luoghi dove si organizza, con i 5 stelle la mobilitazione viene diretta dall’alto, mentre qui avviene luogo per luogo: Bologna, Modena e qualche città siciliana.

– Crede sia un movimento propositivo o è sostanzialmente anti – Salvini? Non crede siano solo una opposizione all’opposizione?

– Loro protestano contro Salvini, cosa che a me sembra già importante, sostengono inoltre di essere antifascisti e quindi questa è già una posizione di campo. Perché dovrebbero fare delle proposte? Non sono mica un movimento di governo … Si muovono all’interno della società e raccolgono quello che la società va dicendo. La proposta la devono fare i partiti, in questo caso se cerchiamo la proposta è quella di far vincere i candidati delle elezioni regionali che sono contrari alle politiche di Salvini. Se parliamo di proposte credo che sia veramente troppo presto. Come si fa nel giro di 4 settimane ad avere una proposta? Se io fossi uno di loro direi: < ma che proposta volete da noi?>. Certo vogliono cambiare e vogliono evitare dei cambiamenti in peggio, cioè un cambiamento con Salvini.

– Quindi sono contro Salvini, ma non vogliono proporre alcuna idea?

– Esatto, non devono fare nessuna proposta specifica. Poi dalla storia dei movimenti, sappiamo che possono avere un’unica questione rilevante. In seguito potrebbe succedere qualcosa di rilevante ed il movimento potrebbe prendere una posizione su quella questione.  Ci sono tante materie sulle quali credo che le “Sardine” sarebbero in grado di prendere posizione: per esempio sul testamento biologico di cui si sta discutendo, sul clima poi hanno preso le posizioni di Greta. Ci sono quindi elementi di protesta, ma non essendo un partito non devono governare.

Pubblicato il 27 novembre 2019 su it.sputniknews.com

 

Unione Europea in movimento

I numeri contano. La Presidente Ursula von der Leyen e l’intera Commissione hanno ricevuto dal Parlamento europeo un vero e proprio voto di fiducia: 461 voti a favore (contro i 423 ottenuti dalla Commissione Juncker) 157 contrari (contro i 209 precedenti). Abbiamo assistito a un limpido confronto fra gli europeisti e i sovranisti dei più vari colori. La sconfitta dei secondi, fra i quali si sono, naturalmente e coerentemente collocati la Lega di Salvini e i Fratelli d’Italia di Meloni, è stata molto netta. Adesso, la Commissione potrà affrontare i problemi dell’Unione, quelli urgenti, immigrazione e mutamenti climatici, e quelli strutturali, rilancio della crescita e contenimento/riduzione delle diseguaglianze, sapendo di godere di ampio sostegno dal Parlamento europeo e, al tempo stesso, nella consapevoIezza che quel Parlamento la stimolerà all’azione e ne controllerà l’operato. Molto opportunamente, la Presidente von der Leyen ha sottolineato che la composizione della Commissione è quasi giunta alla parità uomini/donne e che questa parità è un obiettivo da perseguire e conseguire nei prossimi cinque anni in tutte le situazioni rilevanti, lavoro e compensi inclusi. A fronte dei molti, troppi critici preventivi pieni di pregiudizi che comunicano spesso molto malamente quello che fanno parlamento e Commissione, e sostengono una sorta di immobilismo delle istituzioni europee, la realtà è, dunque, molto diversa. Il Parlamento europeo ha continuato a conquistare spazio, non solo in termini di rappresentanza dei cittadini europei, ma di influenza sulla Commissione. Formalmente, non possiede il potere di iniziativa legislativa, ma i potenti Presidenti delle Commissioni parlamentari sanno come comunicare le loro preferenze a Commissione e Commissari che, a loro volta, sono molto ben disposti poiché sono le loro convergenze e i loro accordi a consentire di superare le eventuali obiezioni e resistenze del Consiglio dove seggono i capi dei governi degli Stati membri. Dal punto di vista istituzionale, la situazione è in movimento poiché è oramai diffusa la consapevolezza che l’Unione sarà in grado di procedere alle molte scelte necessarie, fra le quali non bisogna affatto sottovalutare quelle della politica estera, della difesa e della sicurezza, soltanto superando malposte visioni nazional-sovraniste. Poiché su quelle materie, il Consiglio è tuttora obbligato a decidere all’unanimità, il prossimo passaggio sicuramente conflittuale consisterà proprio nel tentativo di superamento dell’unanimità. Dando enorme potere a un solo qualsiasi stato, che può bloccare tutti, ad esempio, impedendo, come ha fatto Macron, di aprire la procedura di adesione a Albania e Macedonia del Nord, l’unanimità è una regola non democratica: uno conta più di qualsiasi maggioranza. La sua abolizione consentirà non soltanto di dare maggiore rapidità e efficacia alle procedure decisionali dell’Unione, ma anche di proseguire il cammino verso un’Unione più stretta, un’Europa federale.

Pubblicato AGL il 28 novembre 2019

Il Pd, il M5S e le Sardine: il caso Emilia Romagna #Intervista @RadioRadicale

ASCOLTA

A due mesi dalle elezioni, l’Emilia Romagna è il centro dell’attualità politica dove, con l’apertura della campagna elettorale della Lega al PalaDozza, emerge per la prima volta il fenomeno delle Sardine (migliaia di cittadini riuniti dallo slogan “Bologna non abbocca”), si riunisce la “costituente delle idee” del Partito Democratico, scoppia il caso nel M5S con un voto allestito sulla piattaforma online Rousseau in cui la base vota contro la “pausa elettorale” annunciata dal vertice per il 26 gennaio prossimo, mettendo a repentaglio la vittoria del partito alleato di governo.

Ne abbiamo parlato con il professor Gianfranco Pasquino, docente emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna.

Intervista di Roberta Jannuzzi raccolta alle 10 di sabato 23 novembre 2019
durata 10' 32"

Dal movimento delle Sardine un messaggio al PD: “Contrastate meglio Salvini” #intervista @LaPresse_news

Intervista raccolta da Laura Carcano

Il fenomeno delle ‘sardine’, la mobilitazione di piazza che sfida il leader della Lega Matteo Salvini, si allarga oltre i confini dell’Emilia Romagna fino al centro e sud Italia. “Quando i cittadini si attivano, si mobilitano e manifestano bisogna prenderli sul serio. Soprattutto quando sono numerosi e quando il loro messaggio è chiaro”. A dare a LaPresse una lettura al nuovo fenomeno di protesta ‘anti Lega’ è il politologo Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna e docente di studi europei e eurasiatici alla Johns Hopkins.

Quello delle ‘sardine’ è solo un movimento ‘contro’: contro Salvini, contro la Lega?
Non condivido la critica di alcuni oppositori di questi movimenti, secondo cui non ci si può organizzare ‘contro’. In tutto il mondo gran parte dei movimenti sono contro: contro l’estradizione in Cina dei condannati a Hong Kong, contro Maduro in Venezuela, contro l’aumento della metropolitana a Santiago del Cile.

Nicola Zingaretti esulta per il fatto che in 10mila cantino ‘Bella ciao’, ma le ‘sardine’ che messaggio mandano alla sinistra e al Pd?
Alla sinistra stanno dicendo che non fa abbastanza per contrastare Salvini. Per movimenti come le ‘sardine’ contarsi è importante, ma conta anche quanto poi riescono a mobilitare altre persone e a informare l’opinione pubblica. Quante più persone si mobilitano, quanto più si possono trovare modalità intelligenti di fare politica. Dopo la piazza devono creare occasioni per mantenere il movimento in vita, attività divertenti e originali, ma che comunichino informazione politica.

Quale errore i dem e la sinistra non devono fare con le ‘sardine’ e nella campagna elettorale in Emilia Romagna e Toscana?
Il Pd ha sempre avuto dei problemi a rapportarsi coi movimenti. Non è stato capace di trovare il messaggio in termini di cultura politica e di creare rapporti abbastanza flessibili con le persone che si mobilitano, come stanno facendo le ‘sardine’. Qualcuno magari pensa di cooptarli, di usarli a fini elettorali. E spero che nessuna delle ‘sardine’ pensi a un simile esito. È difficile per un partito organizzato riuscire a entrare in sintonia con loro. Ma non è un problema di voti: il 99% di chi è sceso in piazza a Bologna o a Modena voterà per il candidato del Pd o in quell’area politica. È invece una questione di modalità di comunicazione e di come costruire una politica diversa. E fino a questo punto il Partito democratico non ha costruito nulla di particolarmente originale.

Il leader della Lega, invece, ha detto di non temere nulla per il suo consenso dalle piazze anti Salvini …
Può anche darsi invece che queste manifestazioni facciano capire agli elettori emiliano-romagnoli che la sfida è arrivata a un punto di non ritorno e che è il caso di andare alle urne a votare contro Salvini e quindi per il candidato del Pd.

Una eventuale sconfitta per il Partito democratico in Emilia Romagna cosa significherebbe?
Non solo l’Emilia Romagna è una regione simbolo, ma è ben governata dalla sinistra dal 1970 ininterrottamente. E grazie alle amministrazioni socialiste e comuniste è diventata la seconda o terza regione per Pil, per presenza di imprese all’estero e per le università prestigiose.

Dopo l’anti Berlusconismo, l’anti Salvinismo può essere un errore fatale per la sinistra?
L’anti Berlusconismo era sacrosanto, ma è stato fatto male perché non ha colpito al cuore il Berlusconismo, cioè il conflitto di interessi, consentendo così a Berlusconi di rimanere al potere per vent’anni. Anche l’anti Salvinismo è sacrosanto, a patto che non sia solo contro Salvini, ma contro le sue politiche dannose. Non basta dire che bisogna aprire i porti, ma sul tema immigrazione bisogna poi dare una risposta a chi entra nel Paese.

Pubblicato il 20 novembre 2019 su lapresse.it

L’Emilia Romagna? Un test nazionale che il Pd non può perdere. Firmato Pasquino @formichenews

Sì, le elezioni in Emilia-Romagna sono un test nazionale, ma la Lega può permettersi di non vincere. Il Partito democratico e i suoi sostenitori non possono permettersi di perdere. Il Movimento 5 Stelle, invece, non sa più cosa può o non può permettersi. Il commento del politologo Gianfranco Pasquino

Lo sanno tutti che il 26 gennaio 2020 si voterà per eleggere il Presidente della regione Emilia-Romagna. Che c’è un Presidente in carica, Stefano Bonaccini, giustamente ricandidato dal Partito Democratico, e che c’è una sfidante della Lega, Lucia Borgonzoni. Sanno anche, gli elettori, mentre i commentatori si esibiscono in spericolate arrampicate sugli specchi, che molti pensano che la sfida abbia sapore, ma, quel che più conta, effetti nazionali. Infatti, vincendo l’Emilia-Romagna, regione simbolo della sinistra, anche più della Toscana, la Lega e il centro-destra rivendicheranno la guida del paese. Sosterranno, lo scrivo con parole colte, che il governo legale, quello prodotto dal Parlamento eletto nel marzo 2018, non rappresenta più il paese reale, quello che, elezione locale dopo elezione locale, dimostra l’esistenza di una maggioranza numerica (probabilmente anche politica) del centro-destra.

Non c’è nessuna contraddizione a pensare che in un’elezione importante si possano ritrovare ed esprimere due significati. Il balletto della, non so come chiamarla, dirò sinistra (almeno fino quando non irromperà Renzi…) che mira a restringere l’effetto delle elezioni al solo ambito locale, è scomposto e mal posto. Lo è soprattutto, ma attendo le autorevoli parole di Dario Franceschini, per coloro che vorrebbero costruire un’alleanza “organica” fra PD e Cinque Stelle, che numeri alla mano, è la sola potenzialmente in grado di impedire una prossima vittoria nazionale del centro-destra.

In preda a sue convulsioni politiche e personali, Di Maio non sa decidere che cosa sia meglio: appoggiare esplicitamente il candidato del PD (convintamente mi pare troppo per lui e per i Cinque Stelle emiliano-romagnoli che hanno prosperato sulle passate difficoltà del PD e sulla insoddisfazione grande di parte dell’elettorato di sinistra, insoddisfazione non terminata che sta parzialmente confluendo nella Lega) oppure fare altro, al momento del tutto imprecisato, fino al suicidio non assistito di non presentare liste. Nel caso della non presentazione delle liste pentastellate, già di per sé brutto messaggio, e della successiva sconfitta del candidato del PD, non resterebbe che prendere atto che la coalizione nazionale Cinque Stelle-Partito Democratico non soltanto è del tutto occasionale, ma non ha, almeno fintantoché Di Maio rimarrà capo politico del Movimento, nessuna probabilità di estendersi e rafforzarsi.

La notizia potrebbe persino essere buona per il governo Conte. Disarticolati sul territorio, i due temporanei alleati nazionali sanno che le elezioni politiche sarebbero per loro disastrose. Quindi, fra tensioni e conflitti e un tristissimo stillicidio di noiosissime dichiarazioni tireranno a campare, oramai lo sanno tutti, fino alla lontanissima data dell’elezione del prossimo Presidente della Repubblica (gennaio 2022). Non basteranno le molte “sardine” (dimostranti) in Piazza Maggiore a Bologna e neppure i giornalisti di “Repubblica” che sostengono che il PalaDozza non era pieno come se questo fatto ridimensionasse i voti che andranno alla Borgonzoni. Incidentalmente, il sottoscritto che, tifoso di basket e abbonato Virtus, il PalaDozza lo conosce bene, giovedì sera ci è andato e può assicurare che era sostanzialmente al completo con un centinaio di persone in piedi.

Where do we go from here? Qualcuno direbbe, magari lo dico io, che bisogna ripartire dalla realtà: alzare la posta senza fare paragoni alla Zingaretti fra gli anni Venti del secolo scorso e i “nostri” imminenti anni Venti. Sì, le elezioni in Emilia-Romagna sono un test nazionale, ma la Lega può permettersi di non vincere. Il Partito Democratico e i suoi sostenitori non possono permettersi di perdere. I Cinque Stelle sono forse già allo stadio che non sanno neppure più che cosa possono permettersi e no.

Pubblicato su formiche.net

Chi sta arrivando all’ultima spiaggia?

Milano Marittima che, lo ricordo ai lettori, è una cittadina balneare in Romagna, non ha portato fortuna al Matteo Salvini dell’oramai celebre bagno chiamato Papeete. È molto probabile che ad agosto il Capitano della Lega non pensasse alle elezioni della regione Emilia-Romagna. Dopo la sua dolorosa (auto)esclusione dal governo nazionale e la gioiosa vittoria nella regione Umbria, Salvini ha deciso per molte buone regioni di tentare con una sua candidata di conquistare la Presidenza dell’Emilia-Romagna. Da un paio di settimane “batte” tutto il territorio della regione con una miriade di iniziative. Gli piace fare campagna elettorale, interloquire con chi va ai suoi comizi, prestarsi ai selfie, provocare. È una presenza corposa che i suoi avversari fanno fatica ad arginare. Le elezioni in Emilia-Romagna sono rapidamente diventate un duello “Salvini contro il Partito Democratico”. Per la prima volta dalla nascita dei governi regionali nel 1970 quella che è possibile e corretto chiamare l’egemonia della sinistra è messa seriamente in discussione. La sinistra ha garantito il buongoverno della regione. L’ha fatta crescere e diventare la seconda, prima è la Lombardia, o terza, la competizione è con il Veneto, regione italiana con riferimento agli indicatori che contano: reddito, livelli di occupazione, tessuto industriale, servizi sociali e, naturalmente, benessere.

Nelle elezioni di maggio 2019 per il Parlamento Europeo la Lega è sorprendentemente diventata il primo partito in Emilia-Romagna, superando, seppur di poco, il Partito Democratico. Il Presidente della regione, Stefano Bonaccini, è un politico del PD, sicuramente non-carismatico, ma amministratore capace e esperto. Cerca di portare il confronto proprio sul piano delle sue qualità di governo rispetto a quelle, sostanzialmente ignote, della leghista Lucia Borgonzoni, già sottosegretaria alla Cultura, che tre anni fa obbligò il sindaco del Partito Democratico al ballottaggio.

In un certo senso, il voto degli emiliano-romagnoli che cinque anni fa produssero la sorpresa di un’altissima astensione, votò meno del 40%, come clamorosa protesta contro i non pochi scandali dei rimborsi dei Consiglieri del PD e non solo, conterà doppio. Certo, tutti sanno che si vota per la regione, ma sono anche abbondantemente consapevoli che il loro voto è destinato ad avere conseguenze nazionali. Se vince la candidata della Lega, Salvini si ascriverà la vittoria e sosterrà ancora una volta, ma con più forza, che il governo giallo-rosso è abusivo, non rappresenta la maggioranza degli italiani, deve andarsene. Nelle democrazie parlamentari i governi possono rimanere in carica finché godono della fiducia del parlamento, ma una sconfitta in Emilia-Romagna, dove il Movimento 5 Stelle non ha neppure deciso se presentarsi, sarebbe più che un pessimo segnale per il governo Conte (e per il Partito Democratico). Indicherebbe che la non coesa alleanza che lo sostiene è già quasi arrivata all’ultima spiaggia.

Pubblicato AGL il 15 novembre 2015