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Un possibile ago della bilancia? #centro #politicadelricatto

Pubblicato sulla rivista Formiche, novembre 2019, n. 152, pp. 6-7

Dov’è? Come mai non fa la sua comparsa? Tutti (quasi) lo cercano nessuno lo trova. Insomma, quando non raccontano del bipolarismo, competitivo oppure feroce, spesso immaginario talvolta muscolare, i commentatori italiani scrivono che sarebbe proprio bello se anche (?) l’Italia avesse un partito di centro –come se un partito di centro esistesse e fosse essenziale in tutte le democrazie che conosciamo. Sul territorio dello stivale, scrivono i nostri commentatori ripiegati sulle non magnifiche e non progressive sorti dell’Italia, è dispersa una (in)certa quantità di elettori che quel (partito di) centro lo desiderano ardentemente. Senza di lui, si sentono rappresentati male, poco, per niente. I più audaci dei commentatori, sulla scia dello sfrontato Berlusconi, si spingono ad affermare che quell’inesistente, centro, sarebbe il veicolo più appropriato per rappresentare i liberali e i “moderati”, per costringere entrambi i poli, che tali non sono, poiché il sistema partitico italiano è definibile come pluralismo destrutturato, a moderare le loro politiche, i comportamenti e le esternazioni, anche quelle su Instagram.

Il fatto che il centro attualmente non esista potrebbe essere dovuto a molti fattori, ma è difficile sostenere che fra questi non si trovi la pessima legge elettorale Rosato, oggi impegnato a costruirlo quel centro attraverso Italia Viva. È altrettanto difficile affermare che il centro si manifesterà immediatamente grazie alla tanto temuta “proporzionale” perché un conto è lo spazio che, certo, la proporzionale apre, un conto, molto diverso è lo spazio che le organizzazioni politiche realmente esistenti (per non gratificarle del termine “partiti”) lasciano. Naturalmente, un “imprenditore politico” (non se la prenda Max Weber se applico la sua categoria al disastrato contesto italiano) quello spazio centrale, se ne ha le capacità, lo crea e lo occupa per farne buon uso. La precondizione è duplice: 1) che vi siano molti elettori italiani collocati grosso modo al centro; 2) che gli astensionisti siano tali perché i due o tre poli, forse quattro, attualmente esistenti, non sappiamo offrire loro proposte mobilitanti, risposte convincenti. Quindi, il quesito è se gli elettori potenzialmente centristi e parte almeno degli astensionisti siano collocabili fra i “moderati”. Vale a dire, coloro che in Italia non si sentono adeguatamente rappresentati vogliono politiche liberali e moderate che né la Lega di Salvini né le Cinque Stelle di, forse, Di Maio, né il Partito Democratico di, forse, Zingaretti, sono in grado di offrire? Oppure, quegli elettori moderati non gradiscono il securitarismo bellicoso del capitano della Lega, il populismo paesano del ridimensionato capo politico del Movimento Cinque Stelle, l’incertismo programmatico del Partito Democratico?

E se i presunti moderati, anche senza tenere conto delle molte differenze al loro interno, non fossero affatto alla ricerca di moderazione, ma si disperdessero lungo lo schieramento politico in base alle loro preferenze in termini di leadership, di stile, di politiche, desiderando quella modalità di rappresentanza definibile come “agire con competenza e assunzione di responsabilità”? Non è affatto detto che un qualsiasi partito di centro sarebbe il meglio collocato per mostrare e fare valere questa qualità. Al contrario, è nella competizione bipolare, favorita da opportune regole elettorali e istituzionali, che emerge nella maniera migliore la rappresentanza politica in grado di soddisfare le aspettativa di una maggioranza di cittadini, moderati e no. Allora, non chiediamo la comparsa di un partito di centro, e meno che mai, diamo per scontato che sia indispensabile per migliorare il funzionamento del sistema politico italiano. Talvolta sì talvolta no, ma non mettiamolo al centro delle preoccupazioni politiche poiché se diventasse l’ago della bilancia assisteremmo alla politica del ricatto contro gli eventuali due poli non ristrutturati.

Sull’Emilia-Romagna si gioca la tenuta del governo #EmiliaRomagna #Regionali @formichenews

Dopo la conquista dell’Umbria, una spallata vincente all’Emilia-Romagna da parte della Lega di Matteo Salvini potrebbe portare anche al crollo del governo Conte II. L’opinione di Gianfranco Pasquino

Sappiamo (quasi) tutto sull’Emilia-Romagna. Dal punto di vista socio-economico è una delle due/tre regioni più avanzate d’Italia. I suoi ospedali, le sue scuole, atenei compresi, le sue aziende sono all’avanguardia, invidiabili e invidiate. Continuano a progredire e a migliorare le condizioni di vita e le prospettive dei suoi abitanti. Le sue città sono ben governate. Il buongoverno delle sinistre a prevalenza comunista ha portato l’Emilia-Romagna, dall’essere, nella classifica delle venti regioni italiane nel 1945 intorno al 12esimo/13esimo posto, subito dopo la Lombardia e in costante competizione con il Veneto. La regione rappresenta oggettivamente un’alternativa ad entrambe e una sfida come modello politico, amministrativo, organizzativo. Il suo tessuto sociale, numero, attività e vitalità delle associazioni, è variegato e ricchissimo. Il suo capitale sociale (e, in misura inferiore, politico) rimane diffuso e cospicuo. Quello che, invece, appare, agli occhi degli elettori “di sinistra” e, oggi, meno di sinistra, del Partito Democratico, è il comportamento elettorale dei loro concittadini, che risulta poco premiante, anzi, talvolta, forse ingiustamente, ma questo è il punto controverso, punitivo. Qualche anno fa, lo sfidante più pericoloso del PD fu il Movimento 5 Stelle che, infatti, conquistò Parma. Di recente, Il Movimento ha sfondato nella roccaforte rossa di Imola, mentre, a sua volta, la Lega di Salvini ha conquistato la già traballante Ferrara.

Non faccio mai il torto agli elettori, e certamente non a quelli emiliano-romagnoli, di non sapere distinguere fra i tipi diversi di competizioni elettorali. Lo sanno tutti che il voto servirà a eleggere il Presidente della Regione e il consiglio regionale. Sono consapevoli che la sfida è fra il Presidente uscente, il PD Stefano Bonaccini, e la candidata della Lega, Lucia Borgonzoni, già sottosegretaria alla Cultura nel governo Conte 1, ma, in precedenza colei che portò il sindaco PD di Bologna al ballottaggio cittadino. Bonaccini sta facendo la sua corsa sul bilancio, senza dubbio positivo, dei suoi cinque anni. La proposta forte della Lega (e, per quel che si capisce, del centro-destra) è quella di porre fine al predominio della sinistra. Dopo la conquista dell’Umbria, una spallata vincente all’Emilia-Romagna potrebbe portare anche al crollo del governo Conte 2. Naturalmente, gli elettori emiliano-romagnoli sono ampiamente consapevoli che il loro voto potrebbe avere conseguenze nazionali. Mi riesce difficile valutare fino in fondo se questa consapevolezza esiste anche nei dirigenti nazionali e, soprattutto, regionali del Movimento 5 Stelle.

Personalmente, non avrei mai annunciato, come ha fatto, in maniera, credo, prematura, Dario Franceschini, che bisogna estendere automaticamente l’appena nata alleanza di governo M5S/PD a tutte le realtà locali e, comunque, viste le tensioni del passato, l’Emilia-Romagna non è il contesto più promettente. Adesso, però, dovrebbe essere chiaro a tutti che, in assenza di un esplicito sostegno pentastellato a Bonaccini, le probabilità che la candidata della Lega si avvii alla vittoria crescono molto significativamente, forse decisivamente. L’incertezza del Movimento viene dall’alto, dalle perplessità, forse, addirittura, contrarietà mascherate, del capo politico Luigi Di Maio. Il suo calcolo potrebbe essere che il PD, indebolito dalla sconfitta in Emilia-Romagna, diventerebbe più malleabile a livello nazionale. Certo, una sconfitta del PD potrebbe anche fare piacere a Matteo Renzi (i suoi seguaci negheranno tutto e subito, a parole, ma i comportamenti li valuteremo dopo).

Naturalmente, è lecito e persino costituzionalmente corretto sostenere che nessuna vittoria nelle elezioni regionali può servire a rivendicare conseguenze nazionali immediate, sul governo. Anzi, i governanti ne trarranno nuovi stimoli a fare del loro meglio. In una democrazia parlamentare, i governi traggono, recente sorprendente scoperta del dibattito pubblico, la loro legittimità e fiducia dal Parlamento, i cui numeri ne consentono la continuazione dell’attività. Altrettanto certamente il centro-destra può rilevare a gran voce che si allarga la distanza fra la maggioranza nel paese e quella espressasi alle urne un anno e mezzo fa. Quasi una contrapposizione classica fra paese “reale” e paese “legale” che è, almeno in parte, inquietante. La posta in gioco in Emilia-Romagna è, dunque, molto alta. Nessuna previsione è fattibile, tutte essendo facilmente e inevitabilmente influenzabili dalle proprie preferenze. In qualche modo è possibile che sia l’azione del governo giallo-rosé sia la campagna elettorale (tra un quarto e un terzo degli elettori sono volubili e “volatili”), ufficialmente neppure ancora cominciata, facciano la differenza. Tirerò le somme un’altra volta.

Pubblicato il 4 novembre 2019 su formiche.net

È Di Maio che non ha mai creduto all’esperimento, anzi l’ha danneggiato, e dovrebbe dimettersi #Umbria2019

In un altro schieramento politico, un altro leader avrebbe subito rassegnato le dimissioni. Lo ha fatto persino Matteo Renzi

Una alleanza, forse soltanto una convergenza di timorosi sentimenti, non si costruisce frettolosamente. Se fatta come stato di necessità in chiave difensiva e non propositiva, con il capo del governo che se ne serve per criticare ancora, inutilmente e forse in maniera controproducente Salvini, non produce nessun frutto. Se, poi, per farla quella convergenza, bisogna scegliere una figura civica di nessun impatto come candidatura alla presidenza della Regione Umbria per “correre” contro una senatrice della Lega, già sindaco di un comune umbro, quindi, nota e rappresentativa del territorio, allora si delineano con precisione e si comprendono meglio le ragioni della meritata sconfitta dell’alleanza Cinque Stelle-Partito Democratico.

Il più sconfitto di tutti è il capo politico del Movimento. Infatti, Luigi Di Maio in quella alleanza, subito derubricata a “esperimento”, non ha mai creduto e in pratica con i suoi distinguo, le sue perplessità e la sua personale inadeguatezza l’ha profondamente danneggiata. Che gli elettori umbri, accorsi alle urne in una percentuale nettamente superiore a quella di cinque anni fa, lo abbiano punito, è solamente logico e giusto. Altrove, ovvero in un altro luogo e in un altro schieramento politico, un altro leader avrebbe subito rassegnato le dimissioni. Lo ha fatto persino Matteo Renzi. Invece, Di Maio è ancora lì e pensa di dettare condizioni per la prossima battaglia, molto più importante dell’Umbria, che si combatterà in Emilia-Romagna. Correranno da sole le Cinque Stelle?

Certo, dopo avere bollato il Partito Democratico come il Partito di Bibbiano, scandalo certo grave anche se in via di ridimensionamento e che, comunque, riguarda pochissimo la guida nazionale del PD, non sarà facile convincere i suoi elettori che con quel partito è imperativo fare un’alleanza per non lasciare campo aperto ad una scorribanda vincente della Lega. La sconfitta in Emilia-Romagna avrebbe inevitabilmente un impatto pesantissimo sul governo nazionale. Naturalmente, di errori politici significativi ne sono stati fatti anche dal Partito Democratico, da Dario Franceschini e dal segretario Nicola Zingaretti. Il primo ha esagerato a sponsorizzare molto prematuramente un’estensione dell’alleanza di governo nazionale a tutte le realtà locali. Il secondo non ha voluto, forse non ha saputo resistere a quell’affermazione né delineare una prospettiva più cauta e più meditata.

Ciò che mi pare palesemente in una crisi profonda per entrambi, M5S e PD, è la (in)cultura politica che dovrebbe sorreggere la loro proposta politica e la loro azione, al governo e all’opposizione. Il Partito Democratico ha preannunciato una Costituente delle idee di cui, però, sono poche le informazioni disponibili. Comunque, di idee dovrebbe discutere e non di proposte e di soluzioni ai problemi del governo. Le Cinque Stelle non possono pensare di cavarsela con la consultazione degli attivisti attraverso la Piattaforma Rousseau. Nessuna cultura politica può “passare” attraverso la rete. Deve essere iniziata con riflessioni variamente prodotte, anche dall’alto. Poi nutrita di confronti e comparazioni. Infine, delineata con chiarezza e diffusa capillarmente, anche per, eventualmente, riformularne alcuni elementi.

Sono tutte operazioni per le quali certamente Di Maio non ha finora mostrato nessuna consapevolezza e capacità. Al contrario, lui e altri nel gruppo dirigente mostrano fastidio per qualsiasi approfondimento che riguardi la cultura politica. Nel loro regno della post-ideologia non vi è spazio per discussioni concernenti il tessuto culturale che sostiene le democrazie parlamentari e che può consentirne/agevolarne il miglioramento. Al contrario, se ne vorrebbe un imprecisato superamento. Se correre da soli significa anche, forse inevitabilmente, il rifiuto del confronto “culturale” ne conseguirà un ripiegamento che nel migliore dei casi servirà a raccattare un pugno di voti per ritornare e restare all’opposizione. Senza cultura politica non sarà possibile nessun miglioramento della politica e della democrazia italiana. Tutti da discutere e chiarire, gli atteggiamenti e i comportamenti delle Cinque Stelle in Emilia-Romagna sono destinati a produrre conseguenze rilevanti di molti tipi. La situazione non appare affatto promettente.

Pubblicato il 28 ottobre 2019 su huffingtonpost.it

L’Umbria vota e conta #Umbria2019

No, l’Umbria non è l’Ohio, lo stato sempre in equilibrio fra repubblicani e democratici, spesso decisivo per eleggere il Presidente USA. La regione Umbria, che è stata solidamente “rossa” dal 1970 ad oggi, si trova in bilico. È diventata, come si dice con termine tecnico, “contendibile” poiché è emerso un grosso scandalo nel sistema sanitario che ha coinvolto il Partito Democratico. Lasciando alle indagini della magistratura la parte più propriamente legata a reati, si potrebbe sostenere, e sono disposto a farlo senza nessuna difficoltà, che qualsiasi sistema politico, anche regionale, nel quale non si produce alternanza per un lungo periodo di tempo, è destinato a degenerare. È una lezione politica da imparare in tutta la sua pregnanza, valida sempre. Il resto va affidato, come in tutte le democrazie, ai politici e agli elettori dell’Umbria ai quali il (poco)centro-(molta)destra, ricompattatosi, offre proprio la possibilità di mandare a casa coloro che hanno governato per tanto/troppo tempo.

Al fine di evitare una probabile vittoria del centro-destra, tuttora in testa nei sondaggi, il Partito Democratico ha perseguito con determinazione la via dell’unico accordo possibile, quello con il Movimento 5 Stelle che, pur non pienamente convinto, ma consapevole delle sue difficoltà, lo ha accettato. Ne è emersa una competizione bipolare, che molti, ad esempio, il segretario del PD, Nicola Zingaretti, considerano un buon inizio che potrebbe essere esteso un po’ in tutta Italia. A questo punto, il duello centro-destra/PD+5Stelle ha acquisito significati importanti che raramente si trovano nelle elezioni regionali. Ovviamente, l’ elettorato umbro è consapevole che vota per il Consiglio regionale e per il Presidente della Regione. Dunque, si farà guidare anche da questa considerazione. Però, è inevitabile, logico e persino giusto che una parte non piccola di elettori desideri che il loro voto serva a qualcosa di più. Infatti, il centro-destra ha chiesto un voto che serva anche a dare una spinta verso la conquista del governo nazionale, all’insegna del motto (che m’invento)” il centro-destra unido jams será vencido.

Certamente, Salvini rivendicherà l’eventuale vittoria come ennesimo segnale che nel paese esiste una maggioranza opposta a quella rappresentata dal governo guidato da Conte che in questi giorni ha alzato il tiro della critica proprio contro il capo della Lega. La sconfitta della coalizione PD-5 Stelle significherebbe che l’elettorato umbro non ha voluto premiare la strategia del segretario del PD di portare l’alleanza, che non tutti i Cinque Stelle sembrano condividere, anche in altre realtà locali. Tempi brutti si addenserebbero anche sul futuro dell’Emilia- Romagna, altra regione simbolo della sinistra. Insomma, circa settecentomila elettori umbri hanno nelle loro mani (e nelle loro menti) un voto pesante. Non è detto che serva a cambiare il governo, ma obbligherà i governanti a riflettere seriamente su cosa fare e come andare avanti.

Pubblicato AGL il 27 ottobre 2019

Bricolage di regole e istituzioni #HuffPostItalia Sulla legge elettorale proviamo a seguire inglesi e francesi

“… forse è il caso di riflettere più a fondo sull’alternativa fra quale proporzionale e quale maggioritario senza scegliere quello che costa meno

Non so come, dopo avere per tre volte approvato la riduzione del numero dei parlamentari, voterà la Lega. Mi chiedo con quale motivazione approveranno quella riduzione i parlamentari del Partito Democratico che, per tre volte, hanno votato contro. Non potrà essere la motivazione qualunquistica addotta dalle Cinque Stelle: il risparmio di 500 milioni di Euro che, comunque, comincerà soltanto dopo la prossima elezione del Parlamento, 2023? Rimango in attesa di capire quali saranno i freni e contrappesi da introdurre nelle procedure e nelle regole del parlamento e, immagino, dei governi venturi: frenare che cosa? Fare da contrappeso a cos’altro? Si tratta di freni e contrappesi che, già attualmente, in Italia non sarebbero utili? Il contrappeso indispensabile, sostengono i riformatori riduttori di parlamentari, è la proporzionale. Bisognerà, dunque, eliminare la componente maggioritaria della comunque pessima a prescindere (candidature multiple, liste bloccate et al.) Legge Rosato.

Introdurre la proporzionale per “salvare” i partiti piccoli, quanto piccoli?, non mi pare una motivazione particolarmente convincente, meno che mai in chiave di “contrappeso”. Lo sarebbe se i contrappesisti fossero disposti a sostenere che la presenza in parlamento dei tribuni (quelli derivanti dal fantomatico “diritto di tribuna”) servisse soprattutto a rendere difficile e complicata la formazione dei governi, tutti costretti ad essere di coalizione multipartitica, quindi, esposti a frequenti e costanti conflitti interni e poi a fare i conti con un Parlamento frammentato nel quale piccoli drappelli di parlamentari contratterebbero i loro voti. Fermo restando, adesso dovrebbero già saperlo tutti, che “la” proporzionale non esiste, ma esistono numerose varianti di rappresentanza proporzionale: soglie di accesso al Parlamento, dimensioni delle circoscrizioni, premi di maggioranza, le buonanime del Porcellum e di quell’aborto dell’Italicum erano leggi proporzionali furbescamente manipolate e corrette, quale proporzionale? Forse, un giorno si riprenderà a discutere di una legge elettorale che offra davvero potere agli elettori e che migliori la rappresentanza. Questi sono i criteri con i quali valutare la qualità della legge elettorale e giungere a effettivi freni e contrappesi.

Laddove il parlamentare sa che deve rispondere certo al partito (ma ci sono ancora partiti oppure esistono solo strutture sostanzialmente personalistiche e lideristiche?) che lo ha candidato e del quale condivide la linea politica e, parola grossa, la cultura politica, ma, forse soprattutto, agli elettori che lo hanno ascoltato e poi lo hanno votato, saremo in grado di migliorare la rappresentanza politica. Anche le leggi elettorali maggioritarie, sia di tipo inglese sia di tipo francese, offrono rappresentanza politica, che non è mai soltanto questione di numeri, ma è questione di volontà e capacità dei rappresentanti di apprendere e tradurre preferenze in comportamenti, non soltanto di voto. Avete mai sentito dire dagli elettori “non mi sento governato” e “vorrei più governo”? Certamente, li avete sentiti, giustamente lamentarsi di “non essere rappresentati”: “li eleggiamo, se ne vanno a Roma, si dimenticano di noi” (per forza, sono stati/e paracadutati/e, in quel collegio non risiedono, se sono “forti” nel partito la prossima volta verranno paracadutati/e altrove).

Gli eletti nei collegi uninominali inglesi e francesi non si sforzano di dare rappresentanza a tutto il collegio, al maggiore numero di quegli elettori? Una rappresentanza di questo tipo è il prodromo della governabilità, non un suo freno. Si configura anche come contrappeso al governo. In attesa che votino, estemporaneamente chiamati in causa — saranno loro i nuovi freni e gli originali contrappesi?, i sedicenni (quelli nati nel 2013 riusciranno, se passerà il presidenzialismo alla Salvini/Meloni, a eleggere il Presidente della Repubblica nel 2029), nessuno dei quali è stato esposto a qualche forma di educazione civica, forse è il caso di riflettere più a fondo sull’alternativa fra quale proporzionale e quale maggioritario senza scegliere quello che costa meno.

Pubblicato il 3 ottobre 2019 su huffingtonpost.it

Conte ha vinto, il suo governo 2 non ancora. Parla Pasquino #Intervista @formichenews

 

Il prof. Gianfranco Pasquino a Formiche.net: non sarà una stagione riformista, ma si potrebbe aprire una fase di confronto-scontro che arricchisce il Paese. La prima prova del governo? La legge di bilancio

Intervista raccolta da Simona Sotgiu

 

Una stagione riformatrice? Non proprio, ma ci sono buone premesse perché si apra un dialogo su come far crescere il Paese e su come redistribuire la ricchezza prodotta. A patto che sia Pd che M5S si interroghino non solo sugli obiettivi, come il salario minimo o il cuneo fiscale, ma anche su quali mezzi scegliere per raggiungerli. Conte? Da avvocato del popolo è diventato guida politica di un esecutivo, “è un professore che ha fatto una carriera strepitosa, non si può negare che sia già entrato nella storia”. A poche ore dalle dichiarazioni del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, Gianfranco Pasquino, professore emerito di scienza politica analizza con Formiche.net i punti di forza e le debolezze del nuovo esecutivo giallorosso, sottolineando le sfide che lo aspettano, come la legge di bilancio e le riforme strutturali, dal taglio dei parlamentari all’autonomia differenziata.

Professore, cosa l’ha colpita di più del discorso del presidente Conte?

Conte ha fatto nel complesso un compito più che sufficiente, diciamo il compito che gli spettava, con una punta di interesse nella presentazione, cioè la richiesta di un linguaggio della politica tra persone, tra i parlamentari e il Paese reale, che sia un po’ più rispettoso delle varie anime del Paese. Ridare un po’ di dignità alla politica anche attraverso le parole, questo l’ho apprezzato ed è stata una buona introduzione.

E il resto?

Per il resto, ci ha chiesto di essere più buoni, di pagare le tasse, di essere accoglienti, di ricordarci che bisogna osservare le leggi, che bisogna garantire la parità di genere, magari anche negli stipendi (il che non mi pare una brutta idea), aiutare i disabili, cercare di migliorare la formazione attraverso la scuola e infine cercare di essere europeisti, perché se non lo siamo rimaniamo isolati. Tutto questo va benissimo, ma purtroppo sull’immigrazione è stato leggermente più incerto.

Cosa intende?

Ha detto, in fin dei conti, che dovrà essere l’Europa a risolvere questo problema. Mi sarebbe piaciuto sentire, invece, la parola “ius soli”, che avrebbe potuto incontrare il favore del Pd, che dovrebbe ricordare di aver proposto un disegno di legge in materia, e sarebbe stato un atto di accettazione consapevole di una società che sta cambiando e che ha al suo interno persone che fanno gli italiani senza purtroppo poterlo essere dal punto di vista della cittadinanza.

Il presidente Conte ha parlato di un “progetto politico che segna l’inizio di una nuova stagione riformatrice”. Pensa che sia possibile?

Il presidente del Consiglio le può anche dire queste cose, poi noi osservatori esterni disincantati che ne abbiamo viste tante, avanziamo i nostri dubbi. Alcuni di una certa età ricordano una stagione riformatrice, si chiamava “centrosinistra”, il primo centrosinistra del ’62-’65, ed era accompagnato da entusiasmo, da una classe dirigente socialista molto solida e molto inventiva, e una classe dirigente democristiana che si era resa conto che il modo per mantenere il suo potere politico era per l’appunto di guardare avanti, fare riforme. Oggi tutto questo non lo vedo.

Perché?

Perché tra i 5 Stelle non conosco chi siano i riformisti. Apprezzo tre o quattro persone, come Roberto Fico che mi pare un uomo all’altezza della situazione; ho ascoltato con piacere Nicola Morra, perché è un uomo colto, però i veri riformisti non li ho visti. Non conoscono, a mio parere, la storia del Paese, né la storia dei riformismi occidentali. Nel Pd ci sono delle persone che sanno fare politica, senza dubbio, però non ho visto l’entusiasmo che deve accompagnare una stagione riformista. Alla fine la parola che ha usato Zingaretti è stata “lealtà”, e va bene ma non è abbastanza. Si richiede innovazione, impegno profondo, una visione e nel discorso del presidente del Consiglio questa visione non c’è. Ci sono una serie di indicazioni, certamente apprezzabili, ma il disegno complessivo non lo vedo. È una lista di cose da fare. Però, come diceva il mio maestro, se gli obiettivi spesso li condividiamo, sono i mezzi che dobbiamo definire con chiarezza, e i mezzi non li ho visti.

Quindi non vede spazio per le riforme istituzionali?

Ci credo poco. Forse voteranno il taglio del numero dei parlamentari all’interno di un contesto in cui giustamente Conte ha detto che bisogna predisporre nuovi freni e nuovi contrappesi. Ma anche in questo caso, queste misure non si devono predisporre dopo, bisogna prima avere un’idea di dove si va a parare riducendo il numero dei parlamentari. Se bisogna fare una legge elettorale, anche in questo caso bisogna avere delle idee.

Si parla di una legge elettorale proporzionale…

Una riforma proporzionale non esiste. Esistono 5, 6, 7 varianti di un sistema elettorale proporzionale e anche questa sarà un’operazione non facile. L’autonomia differenziata, la vedo una cosa complicatissima, mi chiedo come le regioni a statuto speciali si rapporteranno a questo dibattito. Deve essere chiaro che non è più tempo di giocare con le istituzioni, non si gioca più con la legge elettorale, che deve essere sì cambiata ma senza giochi e dimostrando di aver imparato qualcosa dagli ultimi 25 anni di riforme elettorali.

Quali saranno le maggiori sfide e i maggiori rischi per i neo alleati di governo?

Io credo che non ci siano dei punti di scontro inevitabili, forse se il Pd insiste troppo nel rivedere il passato ci saranno degli inconvenienti, perché M5S ha votato dei provvedimenti e non può semplicemente buttarli a mare. Però Conte è stato bravo, ha detto “recepiamo le indicazioni del Presidente della Repubblica sul decreto sicurezza” e questo è positivo. Mi aspetto però che ci siano delle differenze di opinione, in particolare su tutto ciò che riguarda l’economia e lo vedremo subito con la legge di bilancio.

Su cosa dovrebbero concentrarsi?

Il Partito democratico dovrebbe porsi il problema della crescita, mentre il Movimento 5 Stelle storicamente si è posto il problema della redistribuzione, e per redistribuire bisogna produrre, quindi forse prima bisogna stabilire se e come si cresce e poi che cosa si può redistribuire. Ho sentito gli applausi sulla riduzione del cuneo fiscale e sull’introduzione del salario minimo e ci sono margini di confronto e anche di scontro. Ma perché ciò avvenga bisogna avere idee forti, altrimenti resta tutto in superficie. Uno scontro, anche duro, frontale, su principi molto significativi sarebbe forse più utile, perché insegnerebbe al Paese qualcosa sulle grandi differenze che passano tra una politica davvero riformatrice e una politica che si limita solo alla redistribuzione.

Come cambierà, se cambierà, la dialettica politica ora che si è passati dall’esecutivo gialloverde a quello giallorosso? Il premier Conte ha chiesto toni più sobri, ma dalle opposizioni l’accusa di un governo “nato dentro i palazzi” è già cavallo di battaglia. 

Innanzitutto bisogna chiarire che i governi nascono sempre nel palazzo, dentro il Parlamento. Anche il governo M5S-Lega è nato in Parlamento, preso atto dei numeri. L’unico passaggio vero dal governo precedente a quello attuale è che il presidente del Consiglio, che in precedenza si era definito l’avvocato del popolo, adesso ha capito che deve davvero guidare un governo. E secondo me ha anche manifestato le capacità per farlo ed è certamente un elemento positivo. Se poi evita alcuni accenni di leggera arroganza e superiorità è meglio per tutti, però glieli concedo.

Da professore a professore, lo promuove, quindi?

Diciamo che è giusto che faccia sapere a tutti che è stato bravo, soprattutto nella seconda fase della crisi, e che sarà bravo, essendo più che un semplice punto di equilibrio ma l’elemento che è in grado di spostarlo sempre un po’ più avanti, anche grazie ai suoi rapporti internazionali. È un professore che ha fatto una carriera strepitosa, non si può negare che sia già entrato nella storia.

Ma torniamo alla comunicazione, pensa ci siano margini per passare dalle dichiarazioni gridate a toni più sobri?

Ahimè, io non vedo quasi nessuno capace di comunicare all’altezza della situazione attuale, quindi inevitabilmente alcuni di loro faranno campagna elettorale permanente. Sentono che devono rafforzare le basi di questo governo nella società, però non so se ne sono capaci. Il punto di forza di Salvini è che era capace di farlo, aveva il fisico del ruolo, un incedere imponente e inoltre gli piaceva. Purtroppo spesso i politici capaci dal punto di vista delle competenze e conoscenze non sono così interessati a mostrarsi in pubblico, perché hanno altre specialità. E questo sarà certamente un vantaggio per Conte perché sarà lui a comunicare con i cittadini.

Nella rosa di ministri, chi vede più propenso in questo senso?

Conte ha chiesto ai ministri di tenere basso il livello della loro presenza sulla scena, ma c’è qualcuno a cui piace essere presente, come Paola De Micheli. A lei è sempre piaciuto e ha anche un ministero abbastanza importante che forse le permetterà di essere più visibile. Anche Di Maio, dato il suo dicastero, avrà tante “photo opportunities” e le userà tutte, però il grande comunicatore in questo governo non c’è, se non il presidente del Consiglio.

Cosa pensa di Di Maio alla Farnesina? Ci sono state molte critiche…

Io sono un professore, il che mi fa dire che in un ministero importante come la Farnesina forse dovrebbe esserci uno sbarramento all’ingresso, ossia la conoscenza di almeno una lingua straniera. Poi subentra il politologo, però, che dice che nei governi di coalizione a due – democristiani e socialdemocratici tedeschi o socialdemocratici e verdi – la seconda carica del governo era sempre il ministero degli Esteri ed era sempre affidato al capo del secondo partito, quindi nella logica della distribuzione delle cariche quella poteva giustamente essere rivendicata da Di Maio. E penso anche un’altra cosa.

Prego.

Conte ha delineato una politica estera nella parte finale del suo discorso, per quanto alcuni passaggi sarebbero difficili per chiunque, come il caso della Libia, mettere fine al conflitto interno sarà un’operazione epocale. Però in generale Conte ha detto cosa bisogna fare e se Di Maio ha ascoltato, e immagino di sì, e se si fiderà dei funzionari e degli ambasciatori estremamente preparati della Farnesina senza portare troppi consulenti esterni, potrebbe fare un buon lavoro.

Pubblicato il 10 settembre 2019 su formiche.net

Conte e DUE #GovernoContebis

La crisi di governo si è sviluppata proprio secondo i consolidati canoni delle democrazie parlamentari. Commentatori faziosi e impreparati pensavano/speravano in rotture in corso d’opera fra grullini e pidioti (non ammirevole titolo di un commento di Michele Serra) e auspicavano (il costituzionalista Michele Ainis) un fantomatico governo di decantazione –di cosa mai? Invece, proprio come succede nelle democrazie parlamentari, il partito più grande, Movimento 5 Stelle, ha cercato una convergenza con il secondo partito per seggi in Parlamento, il Partito Democratico. Superati rancori e malumori, offese e anatemi del passato, i due protagonisti hanno trovato un accordo sul nome del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, garanzia per le Cinque Stelle e agli occhi di chi nel PD e fuori sa vedere, anche colui che ha liquidato il protervo alleato Salvini. Rapidamente incaricato dal Presidente della Repubblica, che ha evidentemente ricevuto le necessarie rassicurazioni su operatività e durata del governo, Conte ha subito offerto al PD e al paese un governo all’insegna della novità che andrà verificata anche su alcune pessime politiche del passato. Toccherà a Conte “proporre”, è il verbo usato nella Costituzione italiana, i nomi dei ministri, e a Mattarella “nominarli” non senza averne valutato le capacità e la congruenza con il ministero loro affidato. L’operazione è delicata. Per comprenderla, dimenticando l’inutile totonomi al quale si dedicano testardamente i quotidiani italiani, bisogna partire proprio dalla necessità di premiare i competenti (e, per il passato, coloro che hanno operato efficacemente, ad esempio, Di Maio no, Gentiloni sì) nei limiti delle preferenze dei dirigenti dei due partiti e del loro peso specifico. Questo sarà sicuramente voluto da Conte e si svilupperà sotto la sua, adesso esperta, supervisione. Il governo non ha quasi nulla da temere dall’opposizione scellerata della Lega sovranista e da quella senza peso e senza fantasia di Forza Italia e Fratelli d’Italia. Il problema dei pentastellati e dei piddini consiste nel fare le riforme necessarie seguendo un ordine di priorità e al tempo stesso mantenendo il sostegno delle rispettive basi nelle quali c’è, ma non “regna”, qualche comprensibile inquietudine. Il paese, che si è improvvisamente scoperto grande fruitore di tutti i talkshow televisivi, si attende forse anche uno stile politico meno aggressivo e livoroso. Quel che conta sarà il rilancio della crescita economica senza la quale non si potranno avere né nuovi posti di lavoro né riduzione delle diseguaglianze. Scelte le persone giuste, anche il Commissario di peso nell’Unione Europea che vorrebbe un’Italia stabile, attiva, propositiva, non quella salviniana, aggressiva e assenteista, il governo si concentrerà su alcune priorità, proprio come avviene nelle altre democrazie parlamentari. Non si darà nessun orizzonte. Durerà, uso le parole di Aldo Moro, anche se i commentatori vorranno tutto e subito, fin che avrà filo da tessere.

Pubblicato AGL il 30 agosto 2019

Cosa significa “parlamentarizzare” la crisi

Il presidente del Consiglio Conte parli in Aula, accetti il dibattito, svolga la replica e poi si proceda alla votazione. Questi non sono stanchi rituali della Prima Repubblica

Ottimo il proposito manifestato dal Presidente del Consiglio Conte di parlamentarizzare la crisi. La situazione dei rapporti fra i due alleati che fanno parte del suo governo appare non solo conflittuale, ma contraddittoria e confusa.

Le prospettive sembrano ugualmente avvolte in incertezze e calcoli oscuri. Il governo Conte nacque, non perché “eletto dal popolo”, ma ottenendo la fiducia del Parlamento, come avviene, con modalità leggermente diverse, in tutte le democrazie parlamentari (anche quando il capo dello Stato è un monarca). Al Parlamento il governo deve rispondere dei suoi comportamenti: del fatto, del non fatto, del fatto male.

Quel Parlamento ha il potere di porre termine all’esistenza del governo, ma anche di trasformarlo attraverso rimpasti e persino semi-ribaltoni. Si fa così dalla Germania alla Spagna fino alla madre di tutte le democrazie parlamentari: la Gran Bretagna. É legittimo e nient’affatto scandaloso che i parlamentari tengano al loro seggio (non poltrona) e difendano i loro posti di lavoro proprio come il Ministro Salvini ei sottosegretari leghisti dimostrano di tenere alla loro carica. Infatti, nonostante la sfiducia da loro espressa nel governo di cui fanno parte, non l’hanno ancora abbandonata.

La parlamentarizzazione di una crisi di governo non si può esaurire nel pure importante e forse decisivo discorso del capo del governo. Conte dovrà ovviamente spiegare ai parlamentari che cosa è successo e quali sono le sue valutazioni, ma la parlamentarizzazione vuole qualcosa di più. Se, terminato il suo discorso, Conte subito salirà al Quirinale per rimettere il suo mandato nelle mani del Presidente Mattarella parleremo al massimo di parlamentarizzazione interrupta.

Invece, Conte dovrebbe sentire l’obbligo istituzionale e politico di aprire il confronto con i partiti rappresentati in parlamento, sollecitarne consenso e dissenso, chiederne le spiegazioni, procedere a una replica, al limite, volere dai parlamentari anche un voto esplicito sul suo operato. Non dovrebbe sfuggire/rifuggire dal voto pensando che, se sconfitto, metterebbe a repentaglio un possibile re-incarico. Comunque, con una diversa maggioranza potrebbe senza nessun ostacolo istituzionale riprendere a fare il Presidente del Consiglio.

Tutti questi: discorso, dibattito, replica, voto in parlamento, persino il re-incarico, non sono stanchi rituali della Prima Repubblica, nella quale, incidentalmente, nessuna crisi di governo fu mai parlamentarizzata con i canoni che ho appena delineato. Questi passi corrispondono a qualcosa di molto importante per il Parlamento e per la politica. Governanti e rappresentanti, ministri e parlamentari si assumono visibilmente di fronte all’elettorato il massimo di responsabilità: decidere della funzionalità e della vita di un governo e della formazione di un altro governo.

Il dibattito serve a fare sì che gli elettori acquisiscano un’alta quantità di informazioni rilevanti, si formino un’opinione, giungano a valutazioni adeguate che saranno loro utili nel caso di eventuali nuove elezioni. Certo, nessuno deve avere paura delle elezioni, ma nessuno può pensare che la democrazia, né quella parlamentare né le altre fattispecie, si esaurisca nel voto. Votare è un passaggio importante (meglio quando esiste una legge elettorale non indecente), ma la democrazia è anche informazione e assunzione di responsabilità.

Non mi resta che augurarmi che la concezione di “parlamentarizzazione della crisi” del Presidente del Consiglio sia ricca e articolata e ricomprenda un dibattito chiarificatore. Avrà effetti positivi per la soluzione della probabile crisi, per la formazione su limpide basi del prossimo governo e, comunque, anche per eventuali lezioni anticipate.

Pubblicato il 19 agosto 2019 su huffingtonpost.it

Sembrava la mossa del cavallo ma è solo un ronzino che scalcia

Messo nell’angolo nel corso del dibattito sulla calendarizzazione della, ancora eventuale, ma abbastanza probabile, crisi del governo dal quale non vuole dimettersi, Salvini ha fatto, secondo qualche commentatore, la mossa del cavallo. La proposta rivolta alle Cinque Stelle di votare in via definitiva la riduzione del numero dei parlamentari, complessivamente da 945 a 600, in cambio di elezioni subito dopo, ma con il rinvio degli effetti della riforma costituzionale soltanto alla legislatura che seguirà (cioè, a quella da eleggersi nel 2024!), sembrerebbe piuttosto lo scalciare di un ronzino imbizzarrito. Dal Quirinale è subito “trapelata” l’irritazione del Presidente nei confronti di chi gioca con le istituzioni, le regole, le procedure e ne fa merce di scambio. Giustamente, per molte buone ragioni. Ciascuna e tutte le riforme costituzionali possono dirsi completate soltanto dopo due passaggi importanti. Devono trascorrere tre mesi nei quali gli eventuali oppositori, che possono essere 500 mila elettori oppure cinque Consigli regionali oppure un quinto dei parlamentari non chiedano un referendum contro quella riforma. Se la richiesta oppositiva si materializza si dovrà andare al voto nei tre mesi successivi. Supponendo che, come voluto da Salvini, si andasse subito a eleggere i parlamentari nel numero attualmente sancito nella Costituzione, fra qualche mese, a riforma approvata anche con il referendum, si avrebbe una situazione del tutto anomala. Una Camera dei deputati di 630 componenti e un Senato di 315 (più i senatori a vita) con la Costituzione riformata che ne prevede rispettivamente 400 e 200. Sarebbe inevitabile sostenere che il Parlamento dei 945, non rispondente alle norme scritte in Costituzione, non è più legittimo e, dunque, deve essere sciolto. All’ultima decisiva votazione sulla riforma del numero dei parlamentari, Di Maio ha subito chiesto di aggiungere anche il dimezzamento dell’indennità. Non è chiaro come tagliare le “poltrone” e ridurre i costi migliori la rappresentanza politica. Semmai, Di Maio avrebbe dovuto aggiungere alla riforma costituzionale anche la riforma elettorale. La Legge Rosato è pessima di suo, ma diventa insostenibile con la riduzione di un terzo dei parlamentari abbattendosi come una scure sui partiti medio-piccoli. Anche la riforma elettorale richiede tempo, quel tempo che Salvini non vuole fare passare timoroso che il successo annunciato dai sondaggi degli ultimi mesi si vada riducendo anche per le difficili scelte da fare per l’economia italiana che si ostina a non crescere. Non saranno le mosse di cavalli e ronzini che scalciano la Costituzione a produrre la crescita. Dovrebbe essere una lezione per tutti, tanto per coloro che vogliono la crisi di governo e nuove elezioni quanto per coloro che intendano fare un altro governo, non per continuare la legislatura, ma per risolvere problemi. Sono certo che il Presidente Mattarella richiederà una maggioranza non solo numerica, ma operativa.

Pubblicato AGL il 15 agosto 2019

Pasquino: «Non ci sarà sfiducia. Un Conte bis? perché no…» #intervista

 Intervista di Simona Musco al politologo Gianfranco Pasquino. Per il docente, Salvini «ha agito da giocatore di poker i voti ce li ha, ma non scommetterei su di lui. Si è dimostrato grande nelle sue campagne nelle spiagge, meno da governante»

«Non credo si arrivi alle elezioni subito. Il M5s e il Pd possono trovare dei punti di convergenza, ci sono già. Ma Mattarella, per non sciogliere le Camere, dovrà avere davanti un progetto serio. Se è solo per mantenere le poltrone allora dirà di no». Per Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna, il gioco di Matteo Salvini potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio. Perché se fosse una mano di poker, assomiglierebbe ad un bluff.

Professore, si andrà a votare o arriveremo alla manovra finanziaria con un governo?

Intanto credo sia legittimo, da parte di Salvini, volere le elezioni il prima possibile. Se fosse stato coerente avrebbe dovuto dimettersi subito, assieme agli altri ministri e sottosegretari leghisti, aprendo la crisi. Invece ci ha messo un po’. Ma è pure legittimo cercare una soluzione alternativa, che però non deve durare qualche settimana. Non mi sento di gridare all’inciucio: se qualcuno vuole prolungare la vita del Parlamento fa bene a provarci. Detto ciò, credo prevarrà la seconda soluzione.

Con un accordo M5s- Pd? Nessuno ammette davvero di volerlo.

Il nodo si può sciogliere facendo chiarezza sulle priorità di ciascuno. Su alcune proposte dei 5 Stelle il Pd può convergere, come il salario minimo. La riduzione dei parlamentari la voleva anche Renzi, sarebbe grave se ora si contraddicesse. E poi va trovata una convergenza sull’Europa, ma di fatto c’è già stata con il voto dei 5 Stelle a Ursula von der Leyen.

Poi c’è la manovra economica.

Bisogna vedere cosa diranno gli esperti di entrambi i partiti. Io, al momento, posso solo ipotizzare cosa direbbe Pier Carlo Padoan al Pd e so già che sarei d’accordo con lui. Cioè di rispettare quello che l’Europa ci chiede, cosa che dovremmo fare comunque per mettere il bilancio al sicuro.

Ma è vero, secondo lei, che Salvini ha aperto la crisi per non affrontare la manovra economica?

Salvini non sa nulla di economia, non è questo. C’erano pressioni all’interno della Lega per il problema del rapporto con la Russia. Lui vuole evitare di affrontare questo argomento e anche la mozione di sfiducia. Ha compiuto un atto irrazionale, pensando di incassare subito quello che i sondaggi dicono avrebbe in termini di voti. Ed è tutto da vedere: gli italiani cambiano idea facilmente. Ha agito da giocatore di poker.

Troverà alleati?

Anche Berlusconi ha votato per la von der Leyen. In Europa Salvini sta con Orban, che ha votato allo stesso modo, e Le Pen, che invece ha votato diversamente. Che politica avranno? E poi Berlusconi non è mica finito, resiste e vorrà un numero non marginale di collegi sicuri.

Il Pd, invece? Riuscirà a spaccarsi ulteriormente?

Non so se fosse possibile farlo ma lo hanno fatto. Non hanno mai raggiunto un’unità vera. Renzi lo aveva unificato con la forza, Zingaretti sperava di farlo con una visione ecumenica. Ma non ha funzionato. Solo che l’uno non va da nessuna parte senza l’altro. Forse sarebbe anche il caso che facessero una direzione in cui ognuno dica liberamente come la pensa, individuare un punto di convergenza, fare un patto tra gentiluomini e rispettarlo. Così potrebbe contare qualcosa, altrimenti consegneranno il Paese alla destra.

Come esce il M5s da questo anno e mezzo di governo?

Ha dimostrato di avere un’inadeguatissima cultura politica istituzionale e di non avere una classe dirigente. Ma il vero problema è l’inadeguatezza completa di Di Maio. I voti li ha persi lui, non il M5s, con le cose che dice e come le dice. C’è un problema di leadership. Poi vanno riformulate le regole dicendo che finalmente hanno capito come funziona una democrazia parlamentare e come funziona la politica di un Paese. Grillo invece è una risorsa per il M5s, può essere molto motivante per una parte di elettorato.

E Conte?

In quanto professore, lo invidio, perché ha fatto una carriera strepitosa. Ma è inadeguato. Sapeva poco di politica e mi è parso anche poco di istituzioni. Per esempio, dire “sono l’avvocato del popolo” è stupido, devi essere una guida. Poi ha imparato lentamente. Negli ultimi mesi ha preso ottime posizioni e ha fatto bene a ricordare a Salvini i suoi scheletri nell’armadio. Può svolgere un ruolo, ma il potere politico è un’altra cosa.

Verrà sfiduciato?

Penso che la maggioranza dirà no. Ma anche se ci fosse, dipende da come viene motivata la sfiducia. A quel punto andrà da Mattarella e non escludo che possa esserci un Conte bis, con una nuova maggioranza. Ma non numerica, operativa.

A quel punto Salvini perderebbe tutto?

Non penso, tanto prima o poi si andrà a votare e i voti li avrà. Certo, se io oggi dovessi scommettere non scommetterei su di lui. Ha commesso molti errori. Credo meriti di perdere. Si è dimostrato grande nelle sue campagne nelle spiagge. Meno da governante.

Pubblicata il 14 agosto 2019 su ildubbio.news