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Né rappresentanza, né governabilità: la nuova legge elettorale #RosatellumBis

Video dell’incontro pubblico organizzato dal
COORDINAMENTO per la DEMOCRAZIA COSTITUZIONALE
della provincia di Ravenna
24 ottobre 2017
Sala Spadolini della Biblioteca Oriani  – Ravenna

Registrazione video a cura di Gabriele Abrotini

Proiezioni e simulazioni a cinque mesi dalle elezioni? La sorpresa sarà comunque brutta

Proliferano le simulazioni su quanti seggi andranno ai partiti e agli schieramenti con la nuova legge elettorale rosata. Di alcuni simulatori, che hanno già sbagliato alla grande in occasione del referendum costituzionale, non vale la pena di occuparsi. A tutti gli altri la domanda è: ma la campagna elettorale, gli errori dei “campagnoli/e”, le candidature, le priorità di politiche proprio non dobbiamo tenere conto? E ci siamo dimenticati che una percentuale ragguardevole di elettori decide nella settimana prima del voto, se non, addirittura, poche ore prima?

INVITO Né rappresentanza, né governabilità: la nuova legge elettorale #RosatellumBis #24ottobre #Ravenna E #Faenza

Doppio appuntamento

a RAVENNA ore 17,30
Sala Spadolini della Biblioteca Oriani
via Corrado Ricci, 26

a FAENZA ore 21
Sala “Malmerendi” Museo di Scienze Naturali
via Medaglie d’Oro, 51

La cittadinanza è invitata a partecipare
www.salviamolacostituzione.ra.it
ravennaperilno@salviamolacostituzione.ra.it
faenzaperlacostituzione@zerolire.org

 

 

In Parlamento, predestinati più che nominati col #RosatellumBis #leggeElettorale

Dappertutto, tranne gli USA (dove si autonominano e diventano candidati solo se vincono primarie vere vere), i candidati al Parlamento sono “nominati” dai partiti e dai loro dirigenti. Lo scandalo in Italia non è nella nomina pur dalle procedure opache di scambi occulti. È che, in assenza di almeno un voto di preferenza e della possibilità di votare disgiunto, la nomina, in molti collegi accompagnata dalla candidatura plurima, equivale alla quasi certezza della elezione senza le “interferenze” nocive degli elettori. Dunque, candidati nominati e predestinati (all’elezione in Parlamento) rappresenteranno i loro sponsor non i loro sconosciuti elettori.

La legge elettorale di fronte alla “fiducia” #leggeElettorale #Fiducia @RadioRadicale

Intervista realizzata da Lanfranco Palazzolo registrata giovedì 12 ottobre 2017 alle ore 17:53.

Nel corso dell’intervista sono stati trattati i seguenti temi: Elezioni, Fiducia, Gentiloni, Governo, Legge Elettorale, Mattarella, Napolitano, Parlamento, Partito Democratico, Politica, Presidenza Della Repubblica, Renzi, Riforme, Sindaci.

La registrazione audio ha una durata di 8 minuti.

CLICCA QUI E ASCOLTA

 

Questa legge elettorale fa felici leader di partito e capicorrente. E il voto di fiducia è una grave forzatura

Intervista raccolta da Marco Sarti

Il politologo Gianfranco Pasquino: “La richiesta del voto di fiducia viene da Renzi, Gentiloni si è solo adeguato. Ma sulle leggi elettorali è il Parlamento che deve decidere. Questa riforma iniqua e poco democratica toglie il potere agli elettori e lo consegna ai capicorrente.

La scelta del governo di porre la questione di fiducia sul Rosatellum rappresenta una forzatura istituzionale. In tema di leggi elettorali deve essere il Parlamento ad assumersi la responsabilità di decidere. Ne è convinto Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, autore apprezzato e già senatore della Sinistra Indipendente e dei Progressisti. In ogni caso il politologo resta fortemente critico sull’impianto della riforma. “Una legge iniqua e scarsamente democratica – spiega – perché toglie il potere agli elettori e lo consegna a dirigenti di partito e capicorrente”.

Professore, alla fine il governo ha autorizzato il voto di fiducia sul Rosatellum. Troppo alto il rischio dei franchi tiratori. C’è chi denuncia una forzatura istituzionale, ma se questa fosse l’unica maniera per superare lo stallo parlamentare?
Per me si tratta di una forzatura istituzionale. Evidentemente il governo ritiene che la propria maggioranza non terrebbe davanti a una brutta legge. Ma è preoccupante, perché è il Parlamento che deve decidere sulla riforma elettorale.

Sarà anche discutibile, ma il voto di fiducia resta una legittima scelta del governo. Non crede?
Guardi, ci sono decisioni che restano in una zona grigia. La richiesta è lecita, ma la legge elettorale è forse materia del governo? Questa riforma si trovava nel programma elettorale di qualcuno dei partiti che oggi sono in maggioranza?

In realtà non è la prima volta che un governo chiede la fiducia su una riforma elettorale. In questa legislatura l’esecutivo Renzi aveva fatto lo stesso con l’Italicum.
Anche quella è stata un’imposizione del Partito democratico. E allora si trattava di una legge elettorale talmente brutta che, in seguito, la Corte Costituzionale ne ha distrutto le parti essenziali.

Come esce da questa vicenda il presidente del Consiglio Gentiloni? Il premier aveva escluso un intervento del governo nel percorso della riforma, deve aver ha cambiato opinione.
Gentiloni non ha cambiato idea, gliel’hanno fatta cambiare. La richiesta di fiducia viene dal segretario del Partito democratico. Comprensibilmente, Gentiloni si è adeguato.

Professore, non si arrabbi. Ma proviamo a osservare la vicenda dal punto di vista di chi sostiene il Rosatellum: questa legge elettorale nasce da un ampio compromesso politico.
Sono un uomo sempre pacato, perché mai mi dovrei arrabbiare? È vero, questa legge elettorale è frutto di un compromesso. Ma un pessimo compromesso. Si tagliano fuori gli elettori che non potranno più scegliere i loro parlamentari. È un compromesso fondato su liste di nominati e impossibilità di voto disgiunto, che consegna il potere totale a segretari di partito e capicorrente.

Nella scheda gli elettori potranno esprimere un unico voto.
Quindi non potranno scegliere il candidato che preferiscono nel collegio uninominale e la lista di un altro partito nella parte proporzionale. E parliamo di liste bloccate: i candidati saranno eletti in Parlamento secondo l’ordine deciso dai segretari di partito.

I detrattori del Rosatellum puntano il dito anche contro le pluricandidature, possibili fino a un massimo di cinque.
Le pluricandidature servono ai capipartito per essere certi della rielezione. Fondamentalmente servono ad Alfano, che non sa in quale collegio sarà eletto. E servono ad alcuni dei candidati che Berlusconi vorrà portare in Parlamento.

Qualcuno teme che anche questa legge elettorale sia incostituzionale. Eppure, lo ha segnalato anche lei, la Consulta potrà intervenire solo a legge approvata e, probabilmente, già applicata. Il prossimo Parlamento sarà delegittimato in partenza?
Temo proprio di sì. Il ricorso alla Corte costituzionale non potrà essere presentato fino all’approvazione della legge. Calendario alla mano, si può immaginare che sarà accolto tra gennaio e febbraio. Molto vicino alla data delle elezioni. A quel punto, per evitare la patata bollente, la Consulta potrebbe posticipare ulteriormente la decisione.

Tema governabilità. Secondo alcuni questa legge elettorale ci consegnerà un Parlamento senza una chiara maggioranza. È d’accordo anche lei?
Qui il discorso si fa più complesso. Le leggi elettorali servono a scegliere un Parlamento che rappresenti gli interessi, le aspettative, forse anche gli ideali, degli elettori. Usciamo da questa idea che la legge elettorale deve per forza eleggere un governo. Questo non succede da nessuna parte del mondo. La governabilità dipende da altro, semmai: dalle competenze e dalla capacità del presidente del Consiglio di trovare un’intesa con i suoi alleati. Dire che la legge elettorale serve alla governabilità è una frase senza senso. La lascerei ad altri, magari a Fiano e Rosato.

Vesto i panni dell’avvocato del diavolo. Arrivati a questo punto, davanti al rischio concreto di andare al voto con il Consultellum, la legge elettorale su cui il governo ha posto la fiducia non è comunque il male minore?
Guardi, forse il diavolo avrebbe bisogno di un altro avvocato… La legge elettorale deve scriverla il Parlamento, sono i parlamentari che se ne devono assumere la responsabilità. Ecco perché sono contrario al voto di fiducia, ma sono contrario anche al voto segreto. Avrei voluto una legge elettorale diversa, che si poteva fare. Ma se i capi di partito vogliono nominare i loro parlamentari…

Intanto a Montecitorio è scoppiato il caos. I Cinque Stelle gridano al golpe, denunciano la scelta eversiva del governo e chiamano il popolo in piazza per difendere la democrazia. Forse la temperatura è salita un po’ troppo?
Il clima è surriscaldato, certo. Ma li capisco i Cinque stelle, devono alzare la voce. Molti aspetti di questa riforma elettorale sono contro di loro. Questa legge non è fair, come direbbero gli inglesi. È una legge iniqua. Se fossi un avvocato davanti alla Corte costituzionale direi che le candidature multiple e le liste bloccate rompono il principio di uguaglianza. Non è una riforma immorale, come ha detto qualcuno. Ma riconosce più potere ai dirigenti di partito che agli elettori. È una legge scarsamente democratica perché dà poco potere al popolo.

Pubblicato 11 Ottobre 2017 su LINKIESTA

Governabilità, un nodo irrisolto #leggeElettorale

Incassata la botta della dichiarazione di incostituzionalità di alcune parti, nient’affatto marginali, della legge elettorale improvvidamente definita Italicum, gli esponenti del Partito Democratico hanno esplorato strade in verità non molto dissimili per formulare una nuova legge elettorale. Non intendo ripercorrere la brutta telenovela, ma mettere soltanto gli essenziali punti fermi. L’approdo attuale, per il quale mi rifiuto di ricorrere al latino maccheronico, è un testo firmato dal capogruppo del PD alla Camera, Ettore Rosato. Due terzi dei parlamentari saranno eletti con metodo proporzionale su liste corte, non più di quattro candidature, un terzo in collegi uninominali. Tuttavia, gli elettori non avranno due voti, ma uno solo. Quindi, non potranno scegliere il candidato che preferiscono nel collegio uninominale e la lista di un altro partito nella parte proporzionale com’è non solo possibile, ma ampiamente praticato con la legge proporzionale vigente in Germania. Le liste proporzionali sono bloccate, vale a dire che l’elettore non ha nessuna possibilità di scelta cosicché i candidati saranno eletti secondo l’ordine deciso dai capi dei partiti e, in qualche caso, sicuramente per il PD, dai capi delle correnti. Già si parla delle quote da attribuire agli “orlandiani” e ai “franceschiniani”. Poiché sono possibili le pluricandidature, fino a cinque, i capi dei partiti e delle correnti, a cominciare da Alfano, sono praticamente certi della loro rielezione.

Secondo alcuni, in particolare, ovviamente l’on. Rosato, ma anche l’on. Fiano, relatore della precedente legge poi inabissatasi, questa legge elettorale, che non esiste da nessuna parte al mondo, garantirebbe la governabilità. Non è affatto chiaro perché lo farebbe né che cosa sia la governabilità per i suoi sostenitori, a meno che si riferiscano alla fabbricazione di una maggioranza parlamentare ampia a sostegno di un governo. Tutto questo, però, sarà affidato alla formazione di coalizioni, difficilmente prima del voto, inevitabilmente dopo, in Parlamento che è quello che avviene normalmente in tutte le democrazie parlamentari, ma è stato a lungo demonizzato come “inciucio”, consociazione, Grande Coalizione, addirittura paventando, del tutto a sproposito, l’esito tragico di Weimar (1919-1933).

Nelle democrazie parlamentari la governabilità dipende e discende da una buona rappresentanza parlamentare delle preferenze e degli interessi, delle aspettative e degli ideali degli elettori. Stabile e efficace sarà quel governo prodotto da partiti e da parlamentari che rappresentano effettivamente i loro elettorati. Con la legge Rosato, gli elettori non avranno nessuna possibilità di scegliere i parlamentari, i quali, a loro volta, non avranno nessun interesse a rapportarsi ad elettori che non li hanno votati e dai quali non dipende la loro rielezione, tutta nelle mani dei dirigenti di partito che li hanno messi in testa nelle liste oppure in collegi uninominali “sicuri”. Poi, lo sappiamo perché l’abbiamo visto, quando il vento cambierà, questi parlamentari andranno alla ricerca di partiti e dirigenti in grado di ricandidarli. Più di trecentocinquanta parlamentari hanno cambiato gruppo e partito dal 2013 ad oggi.

Alcuni costituzionalisti sostengono che anche la legge Rosato ha molti elementi di incostituzionalità.

È possibile, ma la Corte Costituzionale potrà intervenire soltanto a legge approvata e, forse, già applicata, con un nuovo Parlamento in esistenza, che sarebbe rapidamente delegittimato. Qualcuno si è spinto a scrivere che questa legge è immorale. Si può sostenere che contiene elementi “osceni”, ma questo giudizio mi pare sterile e, naturalmente, non inciderà sull’opinione dei parlamentari che stanno per approvare la legge. Credo che una legge elettorale che dà ai partiti e ai loro dirigenti più potere che ai cittadini-elettori sia sbagliata e, poiché democrazia significa “potere del popolo”, molto poco democratica. Darà cattiva e inadeguata rappresentanza politica e non contribuirà affatto alla governabilità.

Pubblicato AGL 8 ottobre 2017

Leader eterni Italia immobile

È una buona notizia per la Repubblica italiana vedere nella tabella della longevità dei parlamentari, deputati e senatori, tanti nomi molto illustri (anche se non tutti l’hanno “illustrata”): presidenti della Repubblica, capi di governo, pluriministri. Insomma, ecco il Gotha della politica italiana dal 1945 a oggi. Ovviamente, sono numericamente più presenti e visibili coloro che hanno saputo sopravvivere alla crisi e allo sconquasso del periodo 1992-1994, ma ipotizzerei che è solo questione di un paio di legislature e anche non pochi di coloro che erano il nuovo nel 1994 entreranno nella competizione per la durata in carica con il ceto politico-parlamentare che fece la sua comparsa nel 1946.

La longue durée esiste anche in altre democrazie parlamentari europee: Felipe Gonzales fu eletto la prima volta nel 1977 e rimase deputato fino al 2000 (dal 1982 al 1996 Presidente del governo spagnolo); Helmut Kohl, eletto nel 1983 (ma Presidente del Land Renania-Palatinato già nel 1969), deputato fino al 2002, cancelliere dal 1982 al 1998; entrato a Westminster nel 1983, Jeremy Corbyn è stato da allora ripetutamente rieletto; Angela Merkel è deputata dal 1990 e Cancelliera dal 2005, in vista di diventare “longeva” quanto il suo mentore. Però, tutte queste carriere “straniere” sono in qualche misura eccezionali nei loro paesi e, complessivamente, impallidiscono di fronte al numero di legislature che hanno cumulato non una dozzina di parlamentari italiani, ma un centinaio e più. Troppo facile e, almeno parzialmente, sbagliato addebitare queste “carriere” alla legge elettorale proporzionale poiché i longevi sono riusciti a farsi ri-eleggere anche con il Mattarellum, tre quarti maggioritario in collegi uninominali. Per alcuni conta anche essere stati nominati a Senatori a vita, Andreotti, Colombo, De Martino, Fanfani, Taviani o esserlo diventati di diritto come ex-Presidenti Scalfaro, Leone, Cossiga, Napolitano. Altri furono segretari dei loro partiti oppure potenti capi di correnti. Molto conta anche l’assenza di alternanza al governo del paese. In pratica, non risultando mai sconfitti, i numerosi governanti potevano essere sostituiti fisiologicamente quasi soltanto per ragioni d’età. Quanto agli oppositori che non potevano vincere, i missini rimanevano graniticamente nelle loro cariche parlamentari (Giorgio Almirante per 40 anni dal 1948 al 1988), mentre i comunisti procedevano a ricambi periodici dopo due/tre legislature, ma esisteva un gruppo dirigente di trenta-quaranta persone sicure, a prescindere, della rielezione. Politici di professione, nessuno di loro si pose mai il problema del vitalizio. Per lo più, morirono in carica.

Poiché le idee camminano davvero sulle gambe degli uomini e delle donne (incidentalmente, si noti che fra i cento parlamentari più longevi compare una sola donna: Nilde Iotti), il lentissimo e limitatissimo ricambio dei parlamentari italiani in tutta la prima lunga fase della Repubblica portò all’esaurimento di qualsiasi proposta innovativa. Dopo l’impennata del ricambio grazie all’ingresso nel 1994 di rappresentanti di Forza Italia quasi sostanzialmente privi di precedenti esperienze politiche, però, anche dentro Forza Italia hanno fatto la loro comparsa e si sono affermate vere e proprie carriere politiche. La svolta successiva, numericamente persino più significativa di quella prodotta da Forza Italia, è caratterizzata dall’avvento tumultuoso del Movimento 5 Stelle nel febbraio 2013. Con quei “cittadini” che sono diventati parlamentari si poté constatare che il ricambio cospicuo ha un costo, elevato, in termini di competenze e capacità, di funzionamento del Parlamento, dell’attività di opposizione, che, insomma, parlamentari non ci si improvvisa.

Trovare un equilibrio fra esperienza e (capacità di) innovazione non è, comprensibilmente, affatto facile. È un compito che in parte dovrebbe essere nelle mani degli elettori. Non ci riusciranno in nessun modo, però, se le leggi elettorali non hanno collegi uninominali, ma si caratterizzano per l’esistenza di pluricandidature, che tutelano i gruppi dirigenti, e di candidature bloccate. Porre limiti temporali ai mandati parlamentari favorisce il ricambio a spese dell’acquisizione di esperienza e competenza, ma, soprattutto, rischia di ridurre il potere di scelta degli elettori avvantaggiando unicamente i gruppi dirigenti che “nominano” i loro parlamentari. Nessuno maturerà più vitalizi di notevole entità, ma diventeranno pochi coloro disposti a investire le loro risorse personali e professionali nell’attività parlamentare. Non è impossibile fare peggio. Dare più potere agli elettori nella scelta dei candidati, meglio in collegi uninominali, senza vincolo di mandato, e nella bocciatura, è il modo migliore per impedire la ricomparsa di classi politiche tanto longeve quanto immobiliste.

Pubblicato il 24 settembre 2017

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Sinistra: mettere paletti a un campo o aggiungere carri a una carovana?

Quando la sinistra è un “campo” ci sarà sempre qualcuno che vuole marcare i confini e mettere paletti. Qualcuno chiederà che ci sia un capo del campo. Si troverà anche qualcuno che spinge fuori i “sinistri” che dissentono perché hanno idee diverse. La sinistra deve essere, sempre, una carovana che accoglie nel suo cammino, lascia scendere, ma incoraggia chi vuole a “salire” sui suoi carri.

Riforma Boschi e Italicum, non si rassegnano

Gli sconfitti del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 non si sono ancora rassegnati. Non riescono ancora a farsene una ragione poiché continuano a ripetere argomentazioni infondate e sbagliate. Grave per i politici, la ripetitività di errori è gravissima per i professori, giuristi o politologi che siano. Sul “Corriere della Sera” Sabino Cassese esprime il suo rimpianto per il non-superamento del bicameralismo (che, comunque, nella riforma Renzi-Boschi era soltanto parziale) poiché obbliga ad una “defatigante navetta”. Non cita nessun dato su quante leggi siano effettivamente sottoposte alla navetta, sembra non più del 10 per cento, e non si chiede se la fatica sia davvero un prodotto istituzionale del bicameralismo paritario italiano oppure dell’incapacità dei parlamentari e dei governi di fare leggi tecnicamente impeccabili, quindi meno faticose da approvare, oppure, ancora, se governi e parlamentari abbiano legittime differenze di opinioni su materie complicate, ma qualche volta non intendano altresì perseguire obiettivi politici contrastanti. Comunque, i dati comparati continuano a dare conforto a chi dice che, nonostante tutto, la produttività del Parlamento italiano non sfigura affatto a confronto con quella dei parlamenti dei maggiori Stati europei: Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna. Nessuno, poi, credo neanche Cassese, sarebbe in grado di sostenere con certezza che le procedure previste nella riforma avrebbero accorciato i tempi di approvazione, ridotti i conflitti fra le due Camere e, meno che mai, prodotto leggi tecnicamente migliori.

Più volte, non da solo, Mauro Calise ha sostenuto che soltanto un governo forte, identificato con quello guidato da Matteo Renzi, risolverebbe tutti questi problemi, e altri ancora. Non ci ha mai detto con quali meccanismi istituzionali creare un governo forte, ma ha sempre affidato questo compito erculeo alla legge elettorale. Lunedì ne “Il Mattino” di Napoli ha ribadito la sua fiducia nelle virtù taumaturgiche del mai “provato” Italicum. Lo cito:”avevamo miracolosamente partorito una legge maggioritaria” …. “senza la quale in Europa nessuno è in grado di formare un governo”. Come ho avuto più volte modo di segnalare, l’Italicum come il Porcellum non era una legge maggioritaria, ma una legge proporzionale con premio di maggioranza. Con il Porcellum nel 2008 più dell’80 per cento dei seggi furono attribuiti con metodo proporzionale; nel 2013 si scese a poco più di 70 per cento. L’Italicum, non “miracolosamente partorito”, ma imposto con voto di fiducia, non avrebbe cambiato queste percentuali. Quanto alla formazione dei governi, tutti i capi dei partiti europei hanno saputo formare governi nei e con i loro Parlamenti eletti con leggi proporzionali. Tutte le democrazie parlamentari europee hanno sistemi elettorali proporzionali in vigore da un centinaio d’anni (la Germania dal 1949). Nessuno di quei sistemi ha premi di maggioranza. Tutte le democrazie parlamentari hanno governi di coalizione. Elementari esercizi di fact-checking che anche un politologo alle prime armi dovrebbe sapere fare, anzi, avrebbe il dovere di fare, smentiscono le due affermazioni portanti dell’articolo di Calise. C’è di peggio, perché Calise chiama in ballo Macron sostenendo che la sua ampia maggioranza parlamentare discende dal sistema elettorale maggioritario. Però, il doppio turno francese in collegi uninominali non ha nulla in comune né con il Porcellum né con l’Italicum le cui liste bloccate portano a parlamentari nominati. Inoltre, il modello istituzionale francese da vita a una democrazia semipresidenziale che non ha nulla a che vedere con i premierati forti vagheggiati, ma non messi su carta, dai renziani né, tantomeno, con il cosiddetto “sindaco d’Italia”. Il paragone fatto da Calise è tanto sbagliato quanto manipolatorio. Non serve né a riabilitare riforme malfatte né a delineare nessuna accettabile riforma futura.

Pubblicato il 12 settembre 2017