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Le promesse sulla legge elettorale #OscuriDesiderideiPolitici
Care (e)lettrici e (e)lettori che sulle spiagge fra un bagno e l’altro e fra una bibita e un gelato vi chiedete con quale legge si andrà a votare, prestate un po’ di attenzione anche saltuaria a quel che dicono i politici. Vogliono farvi credere che preparano una legge buona per voi e per il sistema politico che diventerà finalmente governabile. È l’oggetto di loro oscuri desideri. Per metà non sanno di cosa parlano poiché i meccanismi elettorali hanno sempre qualche elemento di complessità che sfugge loro, per l’altra metà, manipolano.
Primo punto, non credete a chi vi dice che purtroppo stiamo tornando alla proporzionale. Il ritorno è avvenuto già nel 2005 con la legge del centro-destra nota come Porcellum e sarebbe continuato con l’Italicum (non casualmente gradito anche a Berlusconi), entrambe leggi proporzionali “distorte” da un premio di maggioranza. I critici del ritorno, in realtà, desiderano non una legge elettorale maggioritaria come l’inglese o la francese, entrambe applicate in rischiosissimi collegi uninominali, ma un premio di maggioranza per trasformare un consenso elettorale del 30/40 per cento di voti in un gruppo parlamentare con 54 per cento di seggi. Meglio di no, meglio non stravolgere artificialmente la rappresentanza proporzionale, visto anche che né con Berlusconi né con Renzi al governo abbiamo avuto stabilità e efficacia decisionale.
Secondo, è’ tornato in auge, ma non sono sicuro lo sia davvero mai stato, il sistema elettorale tedesco che, con buona pace del Direttore de “Il Foglio” e di troppi altri, non è un proporzionale “puro” non foss’altro perché ha una bella clausola del 5 per cento per accedere al Parlamento. Allo stato dei consensi rilevati da tutti i sondaggisti, quella clausola escluderebbe dal Parlamento Angelino Alfano, Giorgia Meloni, il Movimento Democratico Progressista. Otterrebbero seggi il PD, il Movimento Cinque Stelle, Forza Italia e la Lega Nord (no, non sono sicuro che questa sarà la graduatoria). Sono sicuro che qualsiasi premio di maggioranza fantasiosamente inserito nel sistema tedesco lo snaturerebbe e imporrebbe di chiamarlo in un altro modo.
Terzo, sotto traccia tutti sanno, più di chiunque lo sanno i parlamentari, che quello che interessa davvero sia a Berlusconi sia a Renzi è avere il potere di nominare i propri parlamentari. Il sistema davvero tedesco elegge metà dei parlamentari in collegi uninominali, anche per questo i due leader ne vorrebbe una correzione/stravolgimento. Quanto alla reintroduzione delle preferenze per dare agli elettori un po’ di potere nell’elezione dei parlamentari, è alquanto offensivo per gli italiani sostenere che il voto di preferenza è veicolo di corruzione come se i parlamentari in carica dal 2013, nessuno eletto con voti di preferenza, non fossero incappati in molti casi di corruzione e di altri reati connessi.
Soprattutto, alza la voce Matteo Renzi, quarto punto, niente coalizioni. Lui sostiene che la coalizione la fa(rà) con i cittadini. Peraltro, il governo che Renzi ha guidato da febbraio 2014 al dicembre 2016 era un classicissimo governo di coalizione: Partito Democratico, Scelta Civica, Nuovo Centro Destra. Quel che più conta, però, è che la politica è proprio l’arte di fare coalizioni anche di governo. Non sarà mica un caso se tutte le democrazie parlamentari dell’Europa occidentale, ma anche la democrazia semipresidenziale francese, hanno governi di coalizione? Aggiungo che tutte queste democrazie, ad eccezione di Gran Bretagna e Francia, usano da molto tempo, alcune da sempre, leggi elettorali proporzionali.
Allora, concludo, il compito per le vacanze dei politici che non ne sanno abbastanza e per quelli che fanno furbesche manipolazioni è: non inventatevi nulla. Avete già dato molto e male. Studiate le leggi elettorali europee per importarne il meglio. Al momento opportuno gli elettori vi valuteranno anche con riferimento alla legge con la quale saranno costretti a votare (o no).
Pubblicato AGL 8 agosto 2017
Decurtare i vitalizi ma senza populismi
La premessa è doverosa. Negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso sono stato Senatore della Sinistra Indipendente e dei Progressisti. Dunque, sono il fortunato (e mio figlio aggiunge: privilegiato) percettore di un vitalizio. Denuncio il mio personale conflitto d’interessi poiché, se il testo approvato dalla Camera passasse senza variazioni al Senato, il mio vitalizio sarebbe significativamente decurtato, quasi dimezzato. Non solo perché me lo dice mio figlio, ritengo che i vitalizi siano non diritti, ma privilegi acquisiti che, di conseguenza, possono anche, applicando criteri equi, essere in una certa misura ridimensionati. Naturalmente, se il criterio di fondo è che i parlamentari debbono essere trattati come tutti i cittadini perché cittadini sono e bisogna ricordarglielo, allora emergono subito due enormi problemi. Primo problema, potrebbero, di conseguenza, essere ricalcolate, compito immenso, tutte le pensioni basate sulle retribuzioni e non sui contributi effettivamente versati da qualche milione di nostri concittadini? Il rischio esiste. Forse si richiederebbe qualche precisazione nel testo di legge, anche per evitare che il quasi inevitabile intervento della Corte Costituzionale, poiché è facile prevedere che vi saranno ricorsi, finisca per cassare tutto. Naturalmente, questa eventualità è di scarso interesse per i parlamentari delle Cinque Stelle il cui scopo prominente è di avere una tematica popolare (populista?) con la quale condurre la prossima campagna elettorale. “Abbiamo imposto la decurtazione dei vitalizi” può funzionare altrettanto bene che “la casta ha bocciato la nostra legge moralizzatrice”. Quanto al Partito Democratico, fra i cui parlamentari esistono posizioni più articolate e più sfumate, parerà comunque il colpo sottolineando che il primo firmatario della legge è un suo deputato.
Il secondo problema mi appare molto più grave e denso di pericoli attuali e futuri. Fare il parlamentare non è un mestiere come qualsiasi altro. Richiede preparazione e competenze che non si acquisiscono necessariamente e soltanto nelle università, ma che vengono anche dall’esperienza. Questa è una motivazione della mia contrarietà al limite dei mandati elettivi. Quando fa la sua comparsa un parlamentare bravo, in qualsiasi modo si definisca la sua bravura: competenza, capacità di lavoro, volontà di ascoltare e rappresentare preferenze, interessi, ideali dei suoi elettori, non vedo perché troncargli/le la carriera in maniera burocratico-ragionieristica. Siano gli elettori a decidere se rieleggerlo/a o mandarlo/a a casa. Qui sta la ragione per la quale sono assolutamente favorevole a una legge elettorale fondata sui collegi uninominali nei quali gli elettori vedono i candidati che, a loro volta, cercano di capire le esigenze degli elettori. Accompagnare la decurtazione dei vitalizi con affermazioni che degradano il ruolo e il compito dei parlamentari è assolutamente diseducativo. Blandisce l’antiparlamentarismo di troppi italiani che ha una lunga e nient’affatto venerabile storia. Alimenta atteggiamenti di critica, talvolta pur meritati da alcuni parlamentari, a scapito dell’istituzione parlamento nel suo complesso, della stessa democrazia rappresentativa.
Sottolineo che, invece di parlare di alternative immaginarie alla democrazia rappresentativa, ogni volta smentite dalle pasticciate consultazioni grilline sulle quali si abbatte la frase di Grillo: “fidatevi di me”, poi rivelatasi perdente, l’obiettivo dovrebbe essere quello di fare funzionare meglio, eventualmente, perfezionandola, la democrazia rappresentativa. La certezza di un’indennità che consenta a chi ha solo quell’emolumento di fare il parlamentare a tempio pieno (quindi, maggiormente criticabile quando assente dai lavori) e quella di un vitalizio al termine degli anni di lavoro è essenziale per trovare un’ampia e qualificata, questo è un punto dirimente, platea di aspiranti fra i quali poi saranno gli elettori a scegliere soprattutto se esisteranno i collegi uninominali. Male e incertamente ricompensati, sotto l’eventuale mannaia del limite di mandati (che inevitabilmente spingerà molti di loro nel secondo mandato a dedicare parecchio tempo alla ricerca di alternative occupazionali), additati come profittatori agli occhi di un’opinione pubblica male informata e mal disposta, molti italiani che avrebbero le capacità e la voglia di fare politica potrebbero ritrarsi. Avremo risparmiato sui vitalizi e sull’indennità. Sprecheremo molte energie indispensabili a rinnovare l’asfittica politica italiana e la sua democrazia poco e malamente rappresentativa.
Pubblicato il 28 luglio 2017
Coalizioni e programmi non sono divergenti
Non soltanto perché, improvvisamente privati della diretta streaming, modalità alquanto populista di diffondere informazione politica, non a caso originata dalle Cinque Stelle, sentiamo che quanto succede nel Partito Democratico non sono soltanto “affari loro”. Non possiamo disinteressarci del PD né adesso, poiché è il maggiore partito del governo guidato da un suo esponente, né nel corso della campagna elettorale prossima ventura, poiché avrà la possibilità di dettare l’agenda, né, infine, a votazioni concluse poiché, comunque vada, continuerà a essere un protagonista. Vorremmo, però, vedere adesso un dibattito meno acrimonioso e pieno di risentimenti, meno accuse riguardanti il passato e meno sospetti sul futuro. Ancora una volta Renzi non s’è curato delle minoranze e ha imposto la sua visione: “vocazione maggioritaria” e nessuna coalizione. La vocazione maggioritaria per me è sempre stata qualcosa di misterioso già quando la utilizzò, senza molto successo, Walter Veltroni. Tutti i partiti medio-grandi si pongono l’obiettivo di conquistare la maggioranza. In pratica, soltanto pochissimi di loro ci sono riusciti nel passato e prevedo che sarà sempre più difficile nel futuro. En marche di Emmanuel Macron è l’eccezione che conferma la regola. Nelle democrazie parlamentari di ieri (Italia inclusa alla grande), di oggi (che ricomprende il governo italiano attuale) e di domani, previsione facilissima, nessun partito sarà in grado di conquistare da solo la maggioranza assoluta dei seggi. Non potrà, quindi, governare da solo -salvo in governi di minoranza con appoggi esterni. Vecchia politica? Prima Repubblica? Anche, ma governi di minoranza sono esistiti nelle “vecchie” monarchie svedesi e norvegesi e, persino, in Gran Bretagna, nella patria del parlamentarismo, del maggioritario, del bipartitismo che fu (e che ha molte difficoltà nel tornare a essere). Dunque, la richiesta dei ministri Dario Franceschini e Andrea Orlando che si discuta di coalizioni ha più d’un fondamento. Non è affatto, come ha irriso Renzi, un ritorno ai caminetti e non è assolutamente vanificata dall’esistenza di un segretario che ha ottenuto 1.275 mila voti (non due milioni) in quelle che sono state le meno partecipate votazioni per il segretario del PD dal 2007 a oggi. Parlare di coalizioni agli elettori italiani non significa annoiarli, ma indicare loro che cosa il prossimo governo a partecipazione, probabilmente anche guida, PD desidererebbe e vorrebbe fare. Leggi controverse come lo jus soli sarebbero state discusse e concordate prima consentendo all’elettorato di valutarle. Le coalizioni sarebbero più rappresentative dell’elettorato e delle sue preferenze. Certo, chi guiderà un governo di coalizione dovrà, ecco il politichese, “farsi carico” delle esigenze dei partiti contraenti, ma così si fa in tutte le democrazie parlamentari europee dove, talvolta (oggi sia in Germania sia in Austria) si formano e durano governi di Grande Coalizione. Dunque, quali coalizioni con quali obiettivi sono ritenute possibili e praticabili dal Partito Democratico è qualcosa che molti elettori vorrebbero sentirsi “narrare” dal segretario Renzi. Se, poi, qualcuno dentro il PD e nei suoi folti gruppi parlamentari alla Camera, ma anche al Senato volesse dire qualche, preferibilmente buona, parola su quell'”oscuro oggetto del desiderio” (mio omaggio al maestro Buñuel) che è la legge elettorale, allora il PD potrebbe credibilmente vantarsi di svolgere una funzione nazionale. Non conosco nessun paese democratico al mondo nel quale politici e cittadini a otto-nove mesi dal voto non avessero la benché minima idea della legge elettorale con la quale chiederanno e daranno il voto. La soluzione non si trova nei caminetti. Malauguratamente, non è stata né prospettata né richiesta nelle votazioni per il segretario del PD. Esaurite le formulette e i pasticciotti nostrani, è tempo di guardare al di là delle Alpi e, senza furbescamente manipolare, imitare: Europaeum.
Pubblicato AGL il 10 luglio 2017
Parlamentari a lezione dai francesi
Guardare con invidia ai risultati elettorali francesi e sostenere che in Italia tutto questo sarebbe stato conseguibile con le riforme renzian-boschiane e l’Italicum significa non sapere e non capire nulla né delle forme di governo né delle leggi elettorali. Il semi-presidenzialismo francese si fonda sull’elezione popolare diretta del Presidente della Repubblica. Poiché è assolutamente improbabile che un candidato ottenga la maggioranza assoluta al primo turno si va al ballottaggio fra i due candidati che hanno ottenuto più voti. Il ballottaggio che, inevitabilmente, bipolarizza la competizione, non dà premi in seggi, ma attribuisce la carica. Il grande merito di Macron è stato quello di avere fatto campagna elettorale su una tematica fortemente bipolarizzante: “Europa Sì/No”, conquistando voti dai gollisti, dai centristi, dai socialisti. Nelle elezioni legislative, l’effetto di trascinamento della sua vittoria presidenziale è stato meno grande delle previsioni, ma sufficiente a consegnare la maggioranza assoluta all’Assemblea Nazionale ai parlamentari eletti del suo schieramento: La République en Marche.
Il 75 per cento dei deputati non hanno fatto parte dell’Assemblea eletta nel 2012. Quindi c’è stato un enorme rinnovamento favorito dal sistema elettorale a doppio turno nei collegi uninominali. Gli elettori che sono andati alle urne (l’unico neo della vittoria de La Rèpublique en Marche è il tasso di astensionismo giunto addirittura al 57 per cento) sono riusciti a dare al Presidente una maggioranza assoluta, 308 seggi su 577, ma non hanno, come si temeva, fatto scomparire l’opposizione. Il doppio turno nei collegi uninominali consente agli elettori non soltanto di valutate la personalità del candidato/a, le sue qualità, eventualmente, la sua capacità di rappresentanza, ma anche al secondo turno di votare in maniera strategica, vale a dire di scegliere candidature che operino come contrappeso al Presidente e alla sua maggioranza. È un fenomeno verificatosi più volte nella storia della Quinta Repubblica, in maniera più evidente in occasione della vittoria presidenziale di Sarkozy nel 2007. Insomma, il semipresidenzialismo francese è riuscito fino ad oggi a consentire la formazione di maggioranze di governo, talvolta coalizioni, dando significativo potere agli elettori (incidentalmente, due voti “liberi”, debbo proprio scriverlo, sono più efficaci di uno), rendendo possibile l’alternanza, ma anche favorendo la ristrutturazione del sistema dei partiti.
Il Presidente socialista François Hollande non si è ricandidato nella consapevolezza, corroborata dai sondaggi, che sarebbe andato incontro ad una sonora sconfitta, poi subita dai candidati del suo partito. Ecco, il semi-presidenzialismo francese e la legge elettorale a doppio turno nei collegi uninominali consentono una chiara attribuzione di responsabilità ai detentori delle cariche con gli elettori messi in condizione di premiarli/punirli proprio a seconda delle loro “prestazioni”. Nulla di tutto questo sarebbe stato possibile con le riforme italiane sconfitte dal referendum e con la legge elettorale dichiarata in più punti incostituzionale. Ridicoli sono, pertanto, le sommarie e semplicistiche comparazioni che proliferano sulla rete e nelle dichiarazioni dei parlamentari italiani ai quali è lecito chiedere di imparare qualcosa. Cambiare forma di governo è, naturalmente, un’operazione difficilissima, ma non impossibile. Però, la legge elettorale che il Parlamento deve, comunque, formulare potrebbe ispirarsi al doppio turno francese: più potere agli elettori, rappresentanza politica assicurata nei collegi, spinta alla formazione di coalizioni che daranno vita a governi. Questi sono gli elementi caratterizzanti la dinamica politica francese che è giusto invidiare, che è possibile imitare. Fuori dal chiacchiericcio su occasioni sprecate, che mai furono tali, e proposte che mai sono state fatte. Macron mette in cammino la Francia, mentre i capi dei partiti italiani e i loro parlamentari rimangono in stallo.
Pubblicato AGL il 20 giugno 2017
L’astensionismo è diventato un modo di fare politica
Intervista raccolta da Francesco Grignetti per La Stampa
Il politologo: elettori disorientati dai leader Non ha perso il M5S: ha perso Beppe Grillo
Il professor Gianfranco Pasquino, politologo, direttore della rivista Il Mulino, già parlamentare di sinistra per tre legislature negli Anni Ottanta e Novanta, reduce da una intensa campagna per il No al referendum che lo ha posto apertamente su un versante antirenziano, aveva intitolato un suo ultimo libro “Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate”. E non è meravigliato che gli italiani votino sempre meno.
Professore, perché c’era da aspettarsi tutto questo astensionismo?
“Intanto perché anche l’astensionismo è un modo di votare. Sono quelli che mandano a dire ai politici: non ci piacete, nessuno di voi ci convince. Sono quelli che pensano che, votando, comunque legittimerebbero questa politica. Ci sono poi quelli che sono sfiduciati, si sentono tagliati fuori da tutto, anziani, isolati, periferici, nulla più suscita il loro interesse. Infine ci sono quelli che, all’opposto, sono attivissimi: i giovani che studiano all’estero, pensiamo alla generazione Erasmus, oppure gli imprenditori che stanno delocalizzando fuori dai confini nazionali, o quelli hanno trovato lavoro fuori d’Italia, o ancora chi aveva fissato per tempo le vacanze in mete esotiche. Nell’Italia d’oggi rappresentano una fascia del 5 o forse il 10% dell’elettorato”.
Fin qui, un discorso generale. Eppure ci sono casi clamorosi. A Genova ha votato meno della metà degli elettori.
“Caso molto interessante, non c’è dubbio. A Genova evidentemente c’è stato un doppio astensionismo: gente di sinistra che aveva votato il sindaco Doria, ha rimpianto quel tipo di sindaco e non si è riconosciuta nella nuova proposta del Pd. Non se la sono sentita di fare il salto della quaglia, votando a destra. Si sono rifugiati nel non-voto. E poi c’è la gente del M5S che non ha accettato i pasticci di Beppe Grillo sulla candidata Cassimatis, che è stata defenestrata nonostante avesse avuto il via libera dalla consultazione via Internet”.
Molti sostengono che l’astensionismo del 2017 suoni come campana a morte per i grillini. Sono fuori da tutti i ballottaggi e stavolta non hanno intercettato il voto di protesta.
“Andiamoci cauti con queste conclusioni. Detto dei pasticci di Genova, è vero che a Parma c’era un ex come Pizzarotti che ha dragato i voti di quell’area, oppure che hanno perso il Comune di Mira ma solo perché il sindaco di lì ha preferito saltare un giro perché altrimenti non si sarebbe potuto candidare alle prossime politiche, o che non possono considerare loro Comacchio dove si è imposto un altro sindaco eretico che è stato abbandonato al suo destino perché è un cervello indipendente, ma lo zoccolo duro del M5S è l’antipolitica. E quel sentimento è sempre lì, vivo e vegeto, pronto a ritornare fuori. Come diciamo noi politologi, c’è stato un problema di offerta. Grillo si è dimostrato brillante nel 2013 ad intercettare quel voto; vedremo che cosa farà in futuro. Quindi non condivido affatto l’opinione di chi dice “è stato sconfitto il populismo”. No, è stato sconfitto Grillo”.
Le prime analisi sui flussi del voto segnalano anche forti perdite del centrosinistra.
“Beh, con quel leader del Pd che un giorno dice “Mai coalizioni con gli scissionisti!” e poi fa coalizioni con Mdp quasi in tutti i Comuni, solo per dirne una, non c’è da sorprendersi che ci sia un certo disorientamento del suo elettorato…”.
Anche in Francia l’astensionismo non scherza, ha visto?
“Lì c’è stato un ciclone che si chiama Macron che ha letteralmente frantumato il partito socialista e ha aspirato anche molti voti gollisti. In effetti, in Francia come in Italia, il tramonto dei partiti storici, la scomparsa delle famiglie politiche, e la fine delle ideologie, sta allontanando tanti elettori dalla politica e quindi dal voto. Da noi peraltro credo che l’ultimo chiacchiericcio nazionale sulla legge elettorale, abbia disorientato tanti italiani un po’ di tutti i partiti. Penso in particolare all’area dei grillini dove nessuno ha capito che cosa vuole Grillo e c’è un po’ di delusione e anche di depressione nel loro elettorato. Ma il ragionamento vale anche per l’area del Pd. E alla fine l’elettore-tipo dice: sapete che c’è, ho una vita da vivere piuttosto che impazzirvi dietro…”.
In occasione di elezioni amministrative, però, specie in tante realtà medie e piccole, il voto ha sempre richiamato un gran numeri di votanti. Non stavolta. Come mai, professor Pasquino?
“Molti devono avere pensato che vinca questo o vinca quello, alla fine non fa una grande differenza. E torniamo alla morte delle famiglie politiche e alla crisi dei partiti tradizionali…”.
Pubblicato il 13 giugno 2017
Strada obbligata per la legge elettorale
Fallita la brillante operazione, ispirata da Renzi che diceva: il sistema tedesco non è il mio preferito; il governo Gentiloni durerà fino alla scadenza naturale della legislatura, che cosa resta agli elettori italiani esterrefatti e insoddisfatti? Resta, anzitutto, la sensazione che ancora una volta il segretario del Partito Democratico si sia fatto mal consigliare e sconfiggere dalla sua fretta. In questo modo, ha perso, da un lato, il sostegno di Napolitano, che riteneva le elezioni anticipate una scelta da irresponsabili, dall’altro, una parte non piccola di credibilità nella sua leadership e nelle sue competenze elettoral-istituzionali. Bisognerà ripartire affinché l’Italia abbia una legge elettorale decente, che non favorisca e non svantaggi nessuno dei partiti esistenti e che dia rappresentanza politica ai cittadini e potere agli elettori prima di andare alle urne a scadenza naturale, fine febbraio 2018. Meglio se nessuno procedesse a calcoli più o meno astrusi e non si facesse inventare dai suoi costituzionalisti e politologi di riferimento l’algoritmo vincente sulla base dei risultati delle elezioni amministrative. Temo che questa considerazione rimarrà lettera morta, ma sono sicuro che chi si baserà su quei risultati andrà incontro a delusioni elettorali e politiche.
Come nessun altro paese al mondo, l’Italia rischia di avere una legge elettorale formulata dalla Corte Costituzionale che, per di più, è stata largamente costretta a procedervi ritagliando l’Italicum nelle sue componenti incostituzionali. Tutte le democrazie parlamentari dell’Europa occidentale hanno leggi elettorali (essenzialmente proporzionali) scritte dai loro Parlamenti più di cent’anni fa e appena ritoccate nel tempo. Quella tedesca risale al 1949-56. Negli ultimi venticinque anni l’Italia ha avuto quattro leggi elettorali, la migliore, quella firmata da Mattarella, fu il felice esito di un referendum popolare (di cui sarebbe ancora utile tenere conto). I parlamentari italiani e i dirigenti dei loro partiti stanno dimostrando di non avere la cultura politico-istituzionale in grado di produrre una legge che consenta, lo scrivo nei minimi termini, di “tradurre i voti in seggi”. Troppi si fanno ancora influenzare da commentatori che ritengono il premio di maggioranza, che non esiste in nessuna democrazia parlamentare, una sorta di requisito essenziale per la prossima legge elettorale. Sbagliano. Allora, tutti si meritano il sistema che consegue alla sentenza della Corte Costituzionale. Evitando il deplorevole “latinorum”, non lo chiamerò né Consultellum né, come fanno i pentastellati, Legalicum. Porterà il nome del relatore e sarà una legge elettorale proporzionale con soglia di accesso del 3 per cento alla Camera (non guasta che al Senato la soglia sia diversa, l’importante è che la traduzione dei voti in seggi sia proporzionale) e con la possibilità di esprimere preferenze. A favore di una preferenza da esprimere scrivendo il nome della candidatura preferita, è opportuno ricordarlo, gli italiani si espressero nel referendum del 1991. C’è anche da chiedersi dove vivono quelli che sostengono che le preferenze portano corruzione. In tutti questi tristi anni vissuti senza preferenze è forse diminuita la corruzione politica?
Alte si levano le critiche dei sedicenti maggioritari (che se fossero davvero tali dovrebbero chiedere il sistema inglese o quello francese) perché l’esito complessivo saranno governi di coalizione. Tutte le democrazie parlamentari europee sono governate da coalizioni. Sta per tornarci, dopo l’esperienza del 2010-2015, anche la Gran Bretagna. L’ultimo esito, da chi sarà formato il (primo) governo dopo le elezioni del 2018, non possiamo prevederlo. Lo decideranno i dirigenti di partito, ma quanto potere avranno dipenderà grazie alla legge proporzionale, non da un artificiale e distorcente premio di maggioranza (Matteo Renzi è segretario di un partito che ottenne 25 per dei voti nel 2013 e che alla Camera ha il 54 per cento dei seggi), ma dalla scelta degli elettori, proprio come dovrebbe essere in democrazia.
Pubblicato 11 giugno 2017
“Rassegnatevi, i governi li fa il Parlamento”
Intervista raccolta da Luca De Carolis
Il risultato in Gran Bretagna conferma che le maggioranze di governo le formano i parlamenti, non il voto. Avviene così in tutte le democrazie parlamentari occidentali. Dovrebbero saperlo, quelli che volevano l’Italicum …”. Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica a Bologna, risponde da un aeroporto estero. E infila la battuta:”Certo che da voi in Italia non succede nulla…”.
Partiamo da Oltremanica: neanche con il loro sistema maggioritario si hanno garanzie certe.
Ma non è certo una sorpresa, lì funziona così da oltre cento anni. Quello britannico è un sistema maggioritario a turno unico con collegi uninominali, il cosiddetto first past the post: ossia, quello che rende un voto in più ottiene il seggio. Poi però per la maggioranza servono accordi. D’altronde Theresa May ha sostituito Cameron come premier in base a intese in Parlamento.
La traduzione è che la legge elettorale perfetta non esiste?
Non può esistere. Ma il bello della politica è questo, la capacità di fare coalizioni.
Il maggioritario è comunque meglio del proporzionale?
Le più antiche democrazie del mondo usano il maggioritario, dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti. E 900 milioni di indiani votano così.
Tutti Paesi dove sono passati gli inglesi, che ora dovranno tenersi una May fragile.
Prima delle elezioni il suo bicchiere era piuttosto pieno: ora invece è vuoto per lo più a metà.
Anche per colpa del sistema elettorale, lo ammetta: con un premio di maggioranza sarebbe più forte.
Per vincere bisogna prendere i voti. E poi bisogna costruire maggioranze.
In Italia le Camere non riescono a varare neanche una legge elettorale. Perché?
Semplice, non ne sono capaci. Ma dovrebbero ricordarsi che i collegi uninominali sono previsti in tutti I maggiori Paesi, comprese Germania e Francia. E servirebbero anche a noi: per tornare a partecipare, i cittadini chiedono un volto e un corpo da votare, una persona che spieghi cosa fa e perché.
Nel Tedeschellum erano previsti, seppure in maniera minoritaria rispetto alla quota proporzionale.
Se volessero davvero riprovare ad adottare il sistema tedesco, dovrebbero prenderlo così com’è: ovvero con il voto disgiunto.
Difficile, non crede?
Anche secondo me.
E allora che si fa?
La soluzione può essere quella di leggere bene le sentenze della Consulta e di capirle, per ricavarne una legge elettorale.
Attualmente di leggi ce ne sono due, il Legalicum, frutto della sentenza che ha demolito l’Italicum, e il Consultellum, che riscrisse il Porcellum.
Vanno armonizzate, innanzitutto uniformando le soglie di sbarramento. Non vedo altre alternative, ad oggi.
E il voto anticipato?
Sono assolutamente contrario. Del resto il grande errore di Matteo Renzi è stato proprio quello di legarlo all’approvazione della legge elettorale.
Perché ha stimolato il franchi tiratori nel PD?
È evidente. Anche se il grande franco tiratore è stato Giorgio Napolitano.
Quattro giorni fa li aveva avvisati con quell’attacco alle urne anticipate e alla legge (“patto abnorme”)?
Diciamo che la sua cultura politica è molto superiore a quella di Renzi e di Rosato.
Pubblicata il 10 giugno 2017
«Voto anticipato? Renzi vuole uno stipendio da parlamentare» INTERVISTA @Lettera43
Il politologo a L43 attacca l’ex premier. Vede Mattarella dietro il richiamo di Napolitano. E sui franchi tiratori del Tedeschellum dice: «Sono almeno 100 i dem che sanno che non saranno ricandidati…». Intervista raccolta da Alessandro Da Rold
Per come li conosco io, magari il presidente Sergio Mattarella ha detto a Giorgio Napolitano di farsi avanti, spiegando che le elezioni anticipate sarebbero un colpo alla credibilità del Paese….». Sorride, ma neppure troppo, Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna, politologo, tra i più strenui sostenitore del “No” all’ultimo referendum sulle riforme costituzionali del 4 dicembre scorso. È da poco passato mezzogiorno a Montecitorio. In Aula il Movimento 5 Stelle e il Partito democratico si accusano a vicenda di aver affossato la legge elettorale. Volano stracci. Compaiono tabelloni luminosi con il voto segreto. Di tutto di più.
AL VOTO COL CONSULTELLUM? Nel frattempo sui quotidiani i retroscena dicono che, se il patto a quattro di cui si è parlato in questi giorni saltasse, si potrebbe andare lo stesso a elezioni anticipate con il Consultellum. Il capo dello Stato tace, mentre i quirinalisti spiegano che sarebbe disponibile in caso di approvazione di una legge elettorale a sciogliere le Camere. «Ma l’unico motivo valido per sciogliere il parlamento prima della sua scadenza naturale, alla fine di febbraio del 2018, è che non esista più un governo sostenuto da una maggioranza in grado di funzionare. Non pare la situazione del governo Gentiloni», spiega Pasquino.
«LA LEGGE? BASTANDO DUE MODIFICHE…». Quindi perché Matteo Renzi e i renziani vogliono andare a elezioni anticipate? «Semplice, perché Renzi vuole uno stipendio da parlamentare», chiosa il professore. La situazione è fluida. Per di più a diversi analisti appare improbabile che Renzi faccia cadere un governo di centrosinistra per la terza volta, dopo quello di Enrico Letta e il suo. E poi, appunto, c’è la discussione sulla legge elettorale: «Basterebbero due modifiche, quella sul voto disgiunto e sulle preferenze, per ottenere i voti anche dei Cinque Stelle. Bisogna dirlo, perché c’è chi racconta falsità».
DOMANDA. Anche lei, dunque, è favorevole al sistema tedesco.
RISPOSTA. Ripeto, basterebbe davvero poco per avere una legge elettorale simile a quella della Germania, dove si governa con grande tranquillità da anni.
D. Il 5% è un buon punto di partenza.
R. Assolutamente, ma poi servirebbe la possibilità di voto disgiunto, vale a dire che l’elettore può votare il candidato di un partito per il collegio uninominale e scegliere la lista di un partito diverso con il suo secondo voto.
D. Ora il Pd sostiene che la legge è morta, mentre il M5s accusa Renzi. Solo un gioco delle parti?
R. Matteo Renzi e Beppe Grillo vogliono decidere i parlamentari da inserire nelle liste. Solo su questo si trovano d’accordo.
D. A quanto pare diversi franchi tiratori arrivavano anche dal Partito democratico.
R. Mi pare evidente che sui 300 parlamentari eletti nel 2013 con il premio di maggioranza ce ne siano almeno 100 che sanno di non essere ricandidati. E quindi possono votare contro.
D. Eppure ora tra i renziani sta balenando l’ipotesi di andare lo stesso a elezioni anticipate con il Consultellum.
R. I tempi tecnici per andare al voto a settembre si assottigliano sempre di più. Basta che la legge arrivi al Senato ma poi sia rinviata di nuovo alla Camera. E poi non esiste nessuna relazione pericolosa fra l’approvazione di una nuova e indispensabile legge elettorale e l’indizione di elezioni anticipate.
D. Il presidente emerito Napolitano si è detto contrario alle urne a settembre.
R. Napolitano è consapevole che qualsiasi campagna elettorale anticipata avrebbe un rischio per l’Italia in termini economici e di credibilità.
D. Emanuele Macaluso, storico direttore de L’Unità da sempre vicino al presidente emerito, insiste su un punto: Renzi e i renziani non hanno ancora spiegato perché bisogna andare al voto a settembre.
R. Lo dico io perché: Renzi ha bisogno in fretta di un posto da deputato o da senatore per avere uno stipendio, dal momento che non credo sia stipendiato dal Partito democratico. Su questo vorrei aggiungere un’altra cosa.
D. Prego.
R. Renzi pensa di andare a elezioni anticipate e poi, dopo un accordo con Silvio Berlusconi, farsi nominare premier. È un idea che non sta né in cielo né in terra, perché Berlusconi potrebbe preferirgli tranquillamente qualcun altro. Anzi, di sicuro sarà così.
D. Perché Mattarella continua a non intervenire nel dibattito?
R. Sta aspettando di capire l’evolversi della situazione. È un arbitro e non vuole intervenire: è il suo carattere. Ma guardi, come le ho già detto, se io conosco bene Mattarella e Napolitano, il primo ha detto al secondo di farsi avanti. E il secondo si è fatto sentire.
Pubblicato 8 giugno 2017 su LETTERA 43
La voglia di voto e i mezzi silenzi del Colle
In via di principio non esiste nessuna relazione pericolosa fra l’approvazione di una nuova e indispensabile legge elettorale e l’indizione di elezioni anticipate. Basterebbe riflettere, cosa che nessuno dei protagonisti sta facendo, sull’unico motivo politicamente e costituzionalmente valido per sciogliere il Parlamento prima della sua scadenza naturale (fine febbraio 2018): quando non esista più un governo sostenuto da una maggioranza parlamentare in grado di funzionare. Non sembra questa la situazione del governo Gentiloni rispetto al quale, anzi, ripetutamente, il segretario del Partito Democratico continua ad affermare, però, in maniera un po’ contorta, il suo sostegno. Certo, in nome della governabilità che gli è sì cara, Matteo Renzi non dovrebbe rendersi responsabile di fare cadere tre governi guidati da esponenti del PD (Letta, il suo, Gentiloni) nella stessa legislatura. Ma, si sa, non c’è il due senza il tre. È possibile contrastare questo detto rilevando, lo stanno facendo in molti, che esistono importanti leggi da approvare, quantomeno quelle contro la tortura e per il testamento biologico, ma soprattutto la Legge di Stabilità. Non sembra, però, sufficiente a fare desistere coloro che vogliono elezioni anticipate a prescindere da qualsiasi considerazione: è la posizione apertamente dichiarata di Matteo Salvini, di Silvio Berlusconi e di Beppe Grillo. Forse Renzi aspetta un incidente di percorso del governo Gentiloni che gli tolga le castagne dal fuoco offrendo lo spunto migliore al Presidente Mattarella per, come si dice con un’espressione davvero sgradevole, “togliere la spina al Parlamento” e aprire la campagna elettorale. Si voterebbe, sconfiggendo con una agguerrita campagna elettorale il Generale Ferragosto, alla fine di settembre. Qualcuno addirittura, anche se la nuova legge elettorale italiana non ha quasi più nulla a che vedere con quella vigente in Germania, evoca il 24 settembre, data già fissata per le elezioni del Bundestag tedesco, regolarmente in carica per l’intero suo mandato quadriennale.
Tutte queste voci hanno fatto perdere la pazienza a Napolitano il quale, pure, è responsabile di avere dato a Renzi l’incarico di capo del governo nel febbraio 2014 e di averne sostenuto con ripetuti interventi le riforme costituzionali e il relativo referendum. Non è solo la delusione profonda nel segretario del PD che motiva Napolitano, ma la sua consapevolezza che qualsiasi campagna elettorale anticipata avrebbe un costo elevatissimo per l’Italia in termini economici — è già cresciuto lo spread con i titoli tedeschi–, e in termini di credibilità. Quali impegni possono “credibilmente”, ad esempio, agli occhi della Commissione Europea, dei singoli Commissari e degli operatori economici internazionali, prendere Gentiloni e Padoan se è molto probabile che fra qualche settimana diventino “anatre zoppe” (come i Presidenti USA a fine mandato) e fra pochi mesi non saranno neppure più al governo? Per di più, la grande maggioranza dei commentatori ripete da tempo due considerazioni sull’esito elettorale: non sarà affatto facile formare un nuovo governo; sarà un governo di coalizione fra il PD di Renzi e Berlusconi (per molte ragioni un esito nient’affatto rassicurante per gli investitori stranieri e per le autorità europee).
Temo che il chiacchiericcio sulle elezioni anticipate abbia, comunque, già fatto molti e irreversibili danni. I cosiddetti “quirinalisti” offrono diverse interpretazioni del silenzio del Presidente Mattarella: è pronto a dare il via libera allo scioglimento oppure tace sperando che la finestra temporale dello scioglimento anticipato si chiuda da sola. Credo, invece, che il Presidente che, secondo l’art. 87, “rappresenta l’unità nazionale”, dovrebbe fare sapere con solennità, ovviamente nelle forme e nei modi che preferisce, che l’interesse nazionale sta molto al disopra del miope tornaconto dei singoli partiti e dei loro dirigenti. Quella che sta arrivando è un’occasione da manuale per l’esercizio della moral suasion, anzi, della dissuasione morale, argomentata, anche in un messaggio alle Camere, affinché serva da lezione costituzionale.
Pubblicato AGL 8 giugno 2017





