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SCENARIO “Elezioni a marzo 2018 e governo ai 5 stelle”

Intervista raccolta da Federico Ferraù per ilSussidiario.net

” Il voto? nel 2018 – secondo GIANFRANCO PASQUINO – con una legge elettorale migliore di questa (ci vuole la preferenza). Renzi, Grillo e B. credono di condizionare il Colle ma si sbagliano”

Altro che voto subito: si va alle urne nel 2018. Non solo: “una settimana dopo il voto, il presidente Mattarella dà l’incarico di formare il governo a un esponente di M5s. Un esecutivo di minoranza appoggiato da tutti coloro che convergono sulle proposte dei 5 Stelle, a cominciare dal reddito di cittadinanza”. È la previsione che Gianfranco Pasquino fa al sussidiario; “glielo dico per scherzo, questo lo scriva, mi raccomando”, dice in modo malizioso il politologo, professore emerito di scienza politica nella Johns Hopkins University a Bologna. Il resto delle sue considerazioni sono però molto serie, e viene il sospetto che lo sia anche la chiusa finale.

Le piace la legge elettorale, professor Pasquino?

Ci sono alcuni elementi comprensibili e accettabili, che mi piacciano è un altro discorso. La soglia del 5 per cento per accedere al parlamento va bene, perché porta a ridurre la frammentazione dei partiti e in qualche modo obbliga le piccole formazioni ad aggregarsi.

E che cosa invece non le piace?

Il fatto che riduce la libertà di scelta dei cittadini. L’elettore ha un unico voto: se sceglie un candidato o se sceglie la lista di un partito automaticamente vota o la lista del partito o il candidato. Si dà a chi vota il potere di scegliere solo quello che offre il convento, e il convento dei politici non mi pare frequentato da frati molto saggi.

Quando ci dicono di avere tolto i capilista bloccati, vuol dire che scegliamo noi elettori?

No. La realtà è che dei capilista bloccati non c’è bisogno, perché non essendoci il voto di preferenza la lista è comunque bloccata.

Qualcuno rimpiange le preferenze. Ha ragione?

Le rispondo così: bisognerebbe che ci fossero due voti, perché è giusto che i candidati nei collegi uninominali vincano il seggio, anche se ottengono solo la maggioranza relativa dei voti, ma l’elettore dovrebbe avere un secondo voto con cui esprimere una preferenza. Perché una? Nel 1991, è importante dirlo, votammo un referendum per l’abrogazione della preferenza plurima (affluenza 62,5 per cento, Sì 95,57 per cento, ndr) in modo da evitare le cosiddette cordate di candidati, cosa che avviene, potenzialmente, non appena si introducano anche due sole preferenze.

In sintesi lei che cosa vorrebbe?

Sono favorevole a una preferenza per la lista proporzionale, ma al tempo stesso che ci siano due voti e che un voto vada al candidato nel collegio uninominale. Non è l’unico aspetto problematico: vorrei sapere come vengono disegnati i collegi uninominali.

Ci spieghi perché è così importante.

Perché conosciamo bene la distribuzione dei voti e siamo in grado di stabilire che disegnando in un certo modo il collegio di Mirafiori diamo la vittoria al candidato del Pd, disegnandolo in un altro modo favoriamo il candidato di M5s. Lo stesso accade nel quartiere Colli a Bologna: nel solo Colli il candidato di centrodestra è competitivo, se il quartiere lo si mette insieme a una parte della pianura, è favorito il candidato Pd.

Cosa si deve fare?

Bisogna che i collegi vengano tracciati in maniera equilibrata rispettando quelli che chiamo i confini naturali. Non ha senso a Torino un collegio che comincia sul versante destro del Po e comprende anche il versante sinistro; il Po è un confine naturale.

Per fare presto, invece di ridisegnare i collegi ci si è basati su quelli del Mattarellum, elaborati nel 1993 sulla base del censimento del 1991.

Sarebbero da rifare.

Renzi, Grillo, Berlusconi e Salvini vogliono votare al più presto.

Penso che sia irresponsabile andare al voto prima della scadenza naturale. Una cosa è l’accordo sui principi fondamentali della legge elettorale, un’altra è l’accordo sul voto, che solo incidentalmente è nelle loro mani perché ci sono ancora, ne sono convinto, quelle molto più sagge del presidente della Repubblica.

Mattarella finora ha taciuto.

Tace perché non ha motivo di intervenire. Almeno per ora.

Se il governo Gentiloni dovesse cadere, a quel punto il capo dello Stato avrebbe la via tracciata?

Non nel senso che intende lei. Mattarella si atterrebbe a quanto previsto in Costituzione: verificherebbe la possibilità di un governo che faccia la legge di bilancio e porti il paese al voto in maniera decente. Purché naturalmente la legge elettorale sia stata approvata.

Insomma Renzi, Berlusconi, Grillo e Salvini sbagliano i conti se pensano che per il fatto di spedire a casa Gentiloni, Mattarella li assecondi nella volontà di andare al voto anticipato.

È un conto che non dovrebbero fare; ma lo fanno, secondo me sbagliando.

Pensa che il voto ci darà un governo stabile?

Per fortuna il comportamento degli elettori non è mai del tutto prevedibile, né da noi né dai partiti. E poi c’è una campagna elettorale in mezzo, fatta di candidature, di idee, di proposte. Voglio pensare che le persone e i programmi, nonostante tutto, facciano la differenza, e quindi quello che ipotizziamo oggi non è necessariamente quello che avverrà – le darò una data – l’8 marzo 2018.

L’8 marzo dell’anno prossimo? Allora faccia la sua previsione, professore. L’hanno fatta, la stanno certamente facendo Renzi e Berlusconi.

Gliela faccio, però riporti che Pasquino stava scherzando… una settimana dopo il voto dell’8 marzo, il presidente Mattarella dà l’incarico di formare il governo a un esponente di M5s. Un esecutivo di minoranza appoggiato da tutti coloro che convergono sulle proposte dei 5 Stelle, a cominciare dal reddito di cittadinanza.

Altrimenti?

Altrimenti, un governo di minoranza guidato da un esponente di Articolo 1 il quale dice che è disposto ad avere i voti sia del Pd che del Movimento 5 stelle.

Pubblicato il 7 giugno 2017 su ilsussidiario.net

Le interviste della Civetta: “D’Alema si dia da fare o scissione ridicola. Pisapia non è Prodi”

L’accordo tra le quattro forze politiche maggiori (Pd, Movimento 5 Stelle, Forza Italia e Lega) sulla riforma elettorale è un fatto positivo, nel metodo se non nel merito. Lo sbarramento al 5 per cento è legittimo: sta alle forze minori organizzarsi sul territorio e trovare le alleanze necessarie per entrare in Parlamento. In particolare, sta a D’Alema e Bersani dimostrare che la loro non è stata una scissione “ridicola”. Quanto a Pisapia, di certo non è “il nuovo Prodi” ma dovrà cercare di costruire “una sinistra plurale” che comprenda il centro progressista e che ambisca a governare il Paese. È il parere consegnato a Intelligonews da Gianfranco Pasquino, professore di scienza politica ed ex senatore della sinistra.

L’accordo tra i quattro partiti più grandi per una nuova legge elettorale può essere una cosa buona?

In generale, l’intesa a quattro sulla riforma elettorale è una cosa buona: una volta fatta, non assisteremo a contestazioni particolaristiche e non si ricomincerà daccapo. L’accordo non è buono in sé ma il modo in cui è stato fatto è positivo.

Con lo sbarramento al 5 per cento i partiti minori rischiano però l’esclusione: quali spiragli di manovra restano per esempio ad Alfano, che ha lanciato la sfida sulla costituzionalità della riforma?

Alfano deve raggiungere un accordo con qualcuno che presenti almeno alcuni dei suoi candidati nei collegi uninominali: lui stesso può ritornare in Parlamento se trova qualcuno che lo appoggi. Lo sbarramento al 5 per cento è legittimo: impedisce la frammentazione, che la maggior parte di noi considera non positiva, e incoraggia le aggregazioni.

Il ragionamento fatto per Alfano vale anche per Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani?

Certamente. Anche loro devono darsi una regolata, organizzare la politica sul territorio, trovare alleati per superare il 5 per cento. Una scissione da 2,8 per cento sarebbe ridicola.

Che cosa pensa del progetto di un “nuovo centrosinistra” guidato da Giuliano Pisapia? Può essere davvero lui il nuovo Prodi?

Innanzitutto, va sottolineato che Romano Prodi non c’è. In secondo luogo, Pisapia non è il nuovo Prodi. Terzo, l’Ulivo era una cosa molto diversa da quella tratteggiata da Pisapia: aveva dentro i due partiti maggiori del centrosinistra, Margherita e Pds. Pisapia non deve ricercare un dialogo prima del voto col Pd quanto piuttosto cercare i voti sul territorio in maniera intensa e incisiva – il dialogo si fa dopo. Ci vorrebbe uno schieramento ampio, quella che un tempo avremmo chiamato “sinistra plurale” in cui trovino posto anche i cosiddetti “centristi progressisti”. Nella sinistra plurale francese c’era Jacques Delors, un socialista che in partenza era stato democristiano, o forse – diremmo oggi – un cristiano sociale. Non vorrei un centrosinistra sempre tentato dal “grande centro” quanto piuttosto una sinistra plurale in cui si accettano posizioni diverse e animato da un dibattito in cui chi dissente non è un traditore da cacciare e chi vince non è necessariamente un dittatore. Sul territorio i voti ci sono, basta non scoraggiare e non deprimere gli elettori. Non è vero che una sinistra plurale non può essere maggioranza in questo Paese.

Pubblicato il 6 giugno 2017 su Intelligonews

Modello tedesco: doch, certamente sì

Sento l’obbligo di avvisare i lettori di questo forum che non sono fra i primi venti esperti italiani di leggi elettorali. Almeno, così ha deciso senza ripensamenti la Commissione Affari Costituzionali della Camera che non mi ha invitato alle audizioni in materia tenute fra la fine di marzo e l’inizio di aprile di quest’anno. Cercando di recuperare propongo qui di seguito la scheda elettorale usata in Germania, di qualche interesse per chi volesse importare il sistema elettorale tedesco che si chiama, non a caso, “proporzionale personalizzata”.

Fac-simile della scheda per l’elezione del Bundestag
Fonte http://www.bundestag.de

Si trova a p. 149 del mio Nuovo corso di scienza politica (Il Mulino 1997, 2004). I curiosi possono trovare anche le modalità di attribuzione dei seggi con il sistema elettorale australiano (delle cui mirabili qualità si parlò nel corso della discussione sul non mirabile Italicum) a p. 153.

Tre elementi sono irrinunciabili se davvero si vuole importare il sistema tedesco: la soglia del 5 per cento; il doppio voto, per il candidato nel collegio uninominale e per la lista di partito; la possibilità di voto disgiunto, vale a dire che l’elettore può votare il candidato di un partito per il collegio uninominale e scegliere la lista di un partito diverso con il suo secondo voto.

La soglia serve a evitare la frammentazione del sistema dei partiti. Infatti, in Germania, certamente un paese politicamente molto diversificato, il numero dei partiti rappresentati nel Bundestag ha oscillato da tre a cinque (facilitando la formazione di coalizioni di governo). Il doppio voto attribuisce notevole potere agli elettori che possono anche dare una forte indicazione della coalizione che preferirebbero vedere al governo, incrociando/scambiando i voti per il candidato e per la lista. L’esistenza di collegi uninominali consente, da un lato, a candidati particolarmente significativi, noti, bravi (sic, ve ne sono davvero) di verificare quanto consenso hanno, e dall’altro, agli elettori di scegliere e avere un effettivo e consapevole rappresentante di collegio (meglio se con residenza in quel collegio). Infine, come tutti i (migliori) sistemi elettorali proporzionali, la legge tedesca garantisce buona rappresentanza politica, non attribuisce una maggioranza artificiale a chi vince e non ‘deprime’ chi perde.

In definitiva, cari (e)lettori, non dovete assolutamente credere a chi sostiene che la proporzionale tedesca produce Grandi Coalizioni. Sono i dirigenti di partito che, visti gli esiti elettorali, contati i seggi, confrontati i programmi, decidono se formare una coalizione di quel tipo oppure altra (incidentalmente, nell’attuale Bundestag SPD, Verdi e Linke avrebbero una maggioranza parlamentare numerica, ma, data la distanza fra SPD e Linke, non politicamente praticabile).

Dunque, sistema elettorale tedesco? Sì, ma nella su interezza/integrità, purché non sia imbastardito da clausolette all’italiana. Ad esempio, imponendo il voto ‘unificato’: candidato e partito, chiara limitazione del potere degli elettori. Oppure abbassando la soglia d’accesso così consentendo l’accesso a partitini che vorranno lucrare sulla loro miracolosa presenza in Parlamento. Il resto lo valuteremo contando i seggi e guardando le facce degli eletti.

Pubblicato il 31 maggio 2017 su PARADOXAforum

 

Tutti al voto Mattarella permettendo

Una legge elettorale concordata fra quelli che, Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Forza Italia, sono considerati i tre poli attualmente esistenti sarebbe buona cosa. Il condizionale è d’obbligo per due ragioni. La prima è che sembra che l’accordo già scricchioli in parte sul versante del Movimento 5 Stelle in parte all’interno del PD. Essendo il più debole dei tre poli, Berlusconi non può permettersi e non vorrebbe sentire/vedere nessuno scricchiolio. La seconda ragione del condizionale è che più la si guarda dentro più la legge elettorale presenta elementi problematici tanto per i contraenti quanto, soprattutto, per gli elettori. Fermo restando che è difficile effettuare un esame tecnico approfondito, ma, al tempo stesso, semplice da riferire, dei meccanismi della nuova legge (che, comunque, non è la legge tedesca che si chiama “rappresentanza proporzionale personalizzata), un paio di punti sono assolutamente criticabili e già criticati persino dai contraenti. Rischia di essere addirittura anticostituzionale il meccanismo che impedirebbe al vincitore di un collegio uninominale di occupare il suo seggio in Parlamento a causa della prevalenza dei candidati nelle liste bloccate, per di più con candidature multiple, già fortemente criticate dalla Corte Costituzionale. Qualcuno vorrebbe la possibilità di usare almeno un voto di preferenza. Nell’apposito referendum del 1991 l’elettorato italiano si espresse a favore della preferenza unica nominativa. Inoltre, contrariamente al doppio voto di cui gode l’elettore tedesco, l’elettore italiano potrà soltanto tracciare una crocetta o sul simbolo del partito o sul nome del candidato (e se votasse disgiunto si vedrebbe annullare il voto) comunque scegliendo il partito e ratificandone l’intera lista delle candidature.

Dopo l’esplicita orgogliosa accettazione da parte di Alfano, leader di Alternativa Popolare, della soglia del 5 per cento per accedere al Parlamento, almeno su questa clausola, a mio parere utile per evitare la frammentazione del sistema dei partiti (e da accompagnare con una riforma dei regolamenti delle Camere affinché quello che è stato tenuto fuori dalla porta non ritorni dalla finestra), l’accordo potrebbe reggere. L’esito sarebbe sostanzialmente una legge elettorale proporzionale (ma anche Porcellum e Italicum erano leggi proporzionali seppur con un premio in seggi per il partito/coalizione di maggioranza), che offre troppo potere ai capi dei partiti che praticamente nomineranno ancora una volta tutti o quasi i loro parlamentari. A questo punto, molti commentatori e politici danno per scontate due conseguenze. La prima è che, approvata la legge elettorale, si andrà rapid(issim)amente a elezioni anticipate. La seconda è che dal prossimo parlamento dovrà uscire un governo costruito su una difficile coalizione.

La probabilità di elezioni anticipate dipende da due fattori: i tempi necessari all’approvazione della nuova legge elettorale e le valutazioni del Presidente della Repubblica, l’oste con il quale bisogna fare i conti anche perché non ha soltanto il potere di sciogliere o no il Parlamento, ma anche quello di firmare o no, se rilevasse qualche profilo di incostituzionalità, la legge elettorale. Per ragioni di opportunità, ad esempio, l’approvazione urgente di misure economiche oppure l’aumento dello spread, segnale di nervosismo dei mercati che non gradiscono l’inevitabile incertezza di una campagna elettorale, l’assurdità, mi permetto di scrivere, di una campagna elettorale svolta sulle spiagge del Bel Paese, Mattarella potrebbe suggerire di giungere a scadenza naturale dell’attuale Parlamento: fine febbraio 2018.

Quanto all’esito, poiché siamo in una democrazia per quanto di modesta qualità, saranno gli elettori a deciderlo. È lecito che ci interroghiamo sulla composizione del prossimo governo, ma allora le variabili sono molte. Allo stato della distribuzione delle preferenze politiche, una coalizione PD-Forza Italia non avrebbe la maggioranza assoluta alla Camera. PD e Cinque Stelle avrebbero sicuramente abbastanza seggi per formare un governo di maggioranza, ma non conosciamo la disponibilità del PD e sappiamo che, almeno finora, le Cinque Stelle negano qualsiasi volontà di fare coalizioni, anche se hanno aperto, bontà loro, a un governo di minoranza composto esclusivamente da pentastellati o da personale “tecnico/cratico” da loro reclutato. Non è affatto detto che, arrivando a scadenza naturale, il problema di chi e come formerà la prossima coalizione di governo diventerà più facile da risolvere. È chiaro, però, che chi ha fretta di andare alle elezioni dovrebbe cercare di fugare alcuni legittimi dubbi relativi a esiti che non servirebbero al paese. Dovrebbe anche dire agli europei che il governo post-Gentiloni-Padoan rispetterà tutti gli impegni presi.
Pubblicato il 3 giugno 2017

Legge elettorale “alla tedesca”: imitazioni e manipolazioni

Sostenere che la proposta di nuova legge elettorale fatta da coloro che avevano spergiurato sull’Italicum equivalga all’attuale legge tedesca, che si chiama “rappresentanza proporzionale personalizzata”, è un’ennesima manipolazione dell’opinione pubblica e dei commentatori che non sanno e non vogliono sottoporre a verifica quanto dicono i politici. La nuova legge sarà poco proporzionale e niente personalizzata.

Purché sia davvero tedesca

“Conoscere il vincitore la sera delle elezioni”. “Avere un governo eletto dagli italiani”. “Il premio di maggioranza assicura la governabilità”. All’insegna di queste frasi, altrove, nelle democrazie parlamentari, assolutamente prive di senso, i berlusconiani e i renziani hanno fatto ampia opera di cattivi maestri elettorali e costituzionali. Giunti sull’orlo dell’abisso, che per loro sarebbe una vittoria elettorale e conseguente governo del Movimento 5 Stelle, Renzi e Berlusconi hanno cambiato rotta. Predicatori del maggioritario si sono buttati nelle braccia di una legge elettorale proporzionale. Qualcuno è forse riuscito a spiegare a entrambi che con la proporzionale nessuno vince mai tutto e nessuno perde mai definitivamente. Sembrano avere scelto la legge tedesca che si chiama rappresentanza proporzionale personalizzata. Certamente, nel panorama dei sistemi proporzionali, la legge tedesca è una delle miglior. Ha funzionato ottimamente per oramai quasi settanta anni. In Germania nessuno ne chiede l’abbandono poiché garantisce condizioni eque a tutti i partiti esistenti e scalpitanti. Ha dato buona rappresentanza politica ai cittadini tedeschi, prima e dopo l’unificazione. Grazie al doppio voto attribuisce loro significativo potere. Metà dei parlamentari sono eletti in collegi uninominali metà su liste di partito. È il voto per il partito, purché superi la soglia del 5 per cento, che serve a stabilire quanti seggi quel partito nel Bundestag: tot voti tot seggi. Consente anche a minoranze concentrate, se vincono tre seggi uninominali, di portare in Parlamento il numero di eletti pari alla percentuale di voti ottenuta. Non è affatto vero che la proporzionale personalizzata tedesca conduce inesorabilmente a Grandi Coalizioni che sono, invece, l’esito possibile, ma non obbligato, di una scelta dei dirigenti di partito. Infine, rivelatisi privi dei voti necessari, ma anche miserevolmente formulati dal punto di vista tecnico tutti gli altri improvvisati tentativi di scrittura di sistemi elettorali con chiari intenti particolaristici, la legge tedesca è un ottimo approdo. Purché.

Il “purché” merita di essere argomentato. I sistemi elettorali sono, per l’appunto, sistemi, non supermercati nei quali i consumatori scelgono secondo le loro mutevoli preferenze. Sistema vuole dire che le diverse componenti si tengono insieme, si influenzano, funzionano per l’appunto in relazione con ciascuna delle altre componenti. Dunque, chi vuole la legge elettorale tedesca deve fissare la soglia di accesso al Parlamento al 5 per cento, non per cattiveria, ma per incentivare i partiti piccoli ad associarsi per non scomparire (salvo ritornare nel Parlamento se e quando avranno saputo riacquisire abbastanza consenso). I due voti debbono potere essere disgiunti, vale a dire per un candidato nel collegio uninominale e per la lista di un partito, anche diverso da quello del candidato. Non debbono essere agganciati alla legge elettorale tedesca vagoncini come un piccolo, forse inutile premio di maggioranza, un diritto di tribuna e altri regalini che distorcano la rappresentanza politica proporzionale.

È molto probabile, sulla base delle preferenze rivelate dagli elettori nei sondaggi, che il primo posto se lo giocheranno le Cinque Stelle e il PD, a meno che si compia il miracolo di un centro-destra che si riaggrega. Dunque, il prossimo governo, se si voterà (meglio a scadenza naturale) con la legge tedesca presa nella sua integrità e senza stravolgimenti, sarà di coalizione. I voti degli elettori decideranno a chi toccherà iniziare, sotto la guida del Presidente della Repubblica, la complessa operazione di formazione del prossimo governo. Nulla di inusitato, né per l’Italia né, tantomeno, per le democrazie parlamentari. I governi nascono, vivono e, talvolta, muoiono in Parlamento in maniera trasparente intorno ad un programma condiviso e concordato fra coloro che di quella maggioranza faranno parte. Dopo vent’anni di scorribande particolaristiche, l’Italia avrà la possibilità di tornare a fare parte a pieno titolo delle democrazie parlamentari nella speranza, ahinoi, al momento non proprio fondatissima, che i politici italiani abbiano finalmente imparato abbastanza.

Pubblicato AGL il 31 maggio 2017

Il sistema tedesco è l’unica soluzione. Però le urne anticipate sono un pericolo

Intervista raccolta da Luca De Carolis per Il Fatto Quotidiano

Se lo lasciano così, il sistema tedesco è la soluzione migliore nelle condizioni date. Ma guai se lo snaturassero

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna, spiega pregi e caratteristiche dell’ipotesi di legge elettorale in discussione alla Camera. Con una premessa: “Quella per il voto anticipato è una campagna balorda”.

Diversi partiti sembrano essersi convertiti dal maggioritario al proporzionale.

Lo hanno fatto per convenienza, non certo per convinzione. Questa legge servirebbe sia a Matteo Renzi che a Silvio Berlusconi, perché entrambi temono che vincano i Cinque Stelle, e con il proporzionale anche la sconfitta sarebbe addolcita. E poi c’è la soglia del 5 per cento, con cui il capo di Forza Italia potrebbe punire Angelino Alfano. Mentre per Renzi potrebbe essere la tagliola contro gli scissionisti di Articolo Uno.

Questa legge però sta bene anche al M5s.

E lo credo. I 5Stelle avranno più o meno il 30 per cento dei seggi, e potranno comunque pesare. Senza dimenticare che è possibile anche un governo di minoranza, a patto che facciano un grande risultato: qualcosa tra il 35 e il 40 per cento.

Ma a chi chiederebbero l’appoggio in aula? Alla Lega?

Non credo. Magari al Pd, che potrebbe dare i suoi voti in cambio di concessioni sul programma e sul governo.

Lo crede davvero possibile?

Sì, anche a parti invertite. Il M5s potrebbe votare un governo dem in cambio del reddito di cittadinanza.

La certezza è che i 5Stelle hanno chiesto di inserire nella legge un premio di maggioranza, o comunque di governabilità. Condivide?

No, sbagliano. Il grande pregio del modello tedesco è che garantisce la rappresentanza. Correttivi come il premio di governabilità o il diritto di tribuna lo farebbero diventare un’altra cosa, snaturandolo.

Va lasciato così com’è?

Va preservato il suo carattere di proporzionale puro. Mantenendo anche caratteristiche come la possibilità del voto disgiunto, prevista in Germania, che rappresenta un potere per i cittadini. Due voti contano più di uno.

A lei il modello tedesco piace?

Lo ripeto, nella situazione in cui siamo non si potrebbe fare di meglio. Dopodiché mi sembra una buona legge.

Ma chi potrebbe favorire di più?

Non è un tema che si può porre. I cittadini giudicano le persone e i programmi, a prescindere dalla legge elettorale. Piuttosto, il problema è il voto anticipato.

Non la convince?

Per nulla, è pericoloso. Piuttosto che correre verso le urne, immaginando una campagna elettorale in pieno agosto, bisognerebbe preoccuparsi di lavorare a una buona legge di stabilità, e aspettare la naturale scadenza del prossimo anno. Altrimenti si rischia di esporre il Paese alla speculazione.

Il Quirinale proverà a fermare tutto? Dicono che Sergio Mattarella abbia sempre ostacolato l’ipotesi del voto anticipato.

Innanzitutto, va ricordato che il presidente della Repubblica si esprime sulla costituzionalità delle leggi. E che Mattarella è un ex giudice costituzionale.

Il sistema tedesco potrebbe vacillare sul piano costituzionale?

No. Però in Germania il numero dei seggi in Parlamento è variabile. Mentre in Italia è fissato in Costituzione.

Quindi?

Va trovata una soluzione. E non sarà semplice.

Mettiamo che la trovino. Mattarella farebbe comunque resistenza?

Penso che stia già contattando le varie parti. Detto questo, di fronte all’ipotesi di urne prima della scadenza, farà presente di aver raccolto grande preoccupazione fuori del Paese per il voto anticipato. Interverrà. Dirà determinate cose, anche se noi non lo sapremo. Però ne vedremo gli effetti.

Pubblicato il 30 maggio 2017

 

Pasticcio elettorale per due

Berlusconi e Renzi hanno due obiettivi in comune: escogitare un sistema elettorale che consenta loro di nominare i propri parlamentari e, in subordine, andare a elezioni anticipate (che il Presidente Mattarella ha già fatto sapere di non consentire). Quando, nel 2014, andò al governo (dove aveva affermato di voler giungere solo dopo una vittoria elettorale) Renzi dovette fare i conti con parlamentari quasi tutti selezionati da Bersani. Anche se molti, nella peggiore tradizione italiana, si trasformarono subito in zelantissimi renziani, altri, quelli, non tutti, della “ditta Bersani”, fecero opposizione, peraltro sterile, fino alla loro fuoruscita/scissione. Ad abbandonare Berlusconi al quale, pure, erano debitori delle loro cariche e carriere, ci pensarono fin dall’ottobre 2013 gli alfaniani, poi qualche anno dopo i verdiniani, tutti, oggi, alla ricerca di una “nomina” da Renzi e da Berlusconi che non vogliono consentire agli elettori italiani di scegliere i parlamentari: quindi, liste bloccate. Però, queste liste possono fare capolino anche in leggi elettorali molto diverse fra loro. Qui cominciano i dissensi.

Preso atto che difficilmente sarà in condizioni di vincere, l’ex-Cavaliere del maggioritario è diventato uno strenuo sostenitore di una legge proporzionale, forse quella tedesca (che, incidentalmente, sarebbe, comunque, nella sua integralità, ottima). Vagando alla ricerca della legge che gli prometta i risultati numericamente e politicamente migliori, Renzi ne ha disinvoltamente dette/fatte di tutti i colori: dall’Italicum, largamente dichiarato incostituzionale dalla Corte, alla reviviscenza della legge Mattarella, che porta il nome del suo relatore nel 1993, al sistema elettorale tedesco, mai precisato nelle sue cruciali componenti, a qualcosa formulato da Denis Verdini (le cui qualità di esperto elettorale non erano precedentemente note) fino alla più recente proposta, detta Rosatellum (sconsiglierei caldamente l’uso del latinorum, ma qui lo faccio per brevità), poiché elaborata da Ettore Rosato, capogruppo del PD alla Camera dei deputati. Con questa legge praticamente tutti gli eletti sarebbero designati dai rispettivi partiti che li candidano nei collegi uninominali e nelle liste proporzionali.

“Nominare” i parlamentari non è un peccato secondo nessuna fede, neanche quella “francescana”, appena abbracciata da Beppe Grillo, tranne quella, laica, che vuole un parlamento composto da uomini e donne che hanno conquistato il voto degli elettori, che eserciteranno il loro mandato tenendo conto delle preferenze e degli interessi degli elettori, del collegio uninominale e del paese, e del programma del loro partito. Non soltanto queste sottigliezze non sono gradite né a Renzi né a Berlusconi, ma sfuggono anche all’etica politico-parlamentare dei grillini che vogliono il mandato imperativo che toglierebbe qualsiasi autonomia agli eletti, francescani o no che si dichiarino. Se, però, Renzi vuole un sistema con forti effetti maggioritari, a partire dai collegi uninominali, allora, no, Berlusconi non può essere d’accordo. Forza Italia, ma non la Lega, ha sempre avuto notevoli difficoltà a trovare candidature singole attraenti, destinate comunque a essere schiacciate dalla personalità del leader. Incidentalmente, il Movimento 5 Stelle sa che non importa che i suoi candidati siano noti poiché gli elettori votano il Movimento a prescindere da qualsiasi valutazione delle candidature. Berlusconi vuole una legge proporzionale per perdere poco, ma anche per impedire a Renzi di vincere abbastanza da governare da solo e per tornare a essere l’interlocutore più rilevante. Renzi vuole una legge con componenti maggioritarie anche nascoste per provare a vincere da solo, altrimenti, per arrivare a dettare da posizioni di forza le condizioni per la coalizione di governo. Quello che si preannuncia sarà il prodotto di una forzatura di Renzi grazie al sostegno di senatori alla spasmodica ricerca della ricandidatura oppure un indigeribile pasticcio di formulette elettorali che non porteranno a nulla di buono (e a molto di già visto e non gradito).

Pubblicato il 23 maggio 2017

Leggi elettorali: labirinto in latino

Il direttore mi ha commissionato un articolo per fare chiarezza sulle leggi elettorali con le quali si stanno baloccando i deputati e i loro capi. Sciaguratamente, ho accettato, ma il compito di chiarire l’inchiaribile va oltre le mie forze e la mia capacità di concentrazione.

L’Italicum è stato bocciato dalla Corte Costituzionale nel suo cuore pulsante, il ballottaggio, che serviva a legittimare l’assegnazione di un premio di maggioranza, che poteva risultare abnorme, e a perseguire un obiettivo non meglio definito: la governabilità, oltre che a dare agli elettori la grande gioia di conoscere il vincitore la sera stessa del voto (chiedo scusa: una o due settimane dopo). Quella simpaticona della Corte si è anche inventata il sorteggio per decidere di quale circoscrizione dovranno essere rappresentanti (sic) i plurieletti. E’ sfuggito alla Corte (oh, quanto sarebbe bello conoscere i pareri dissenzienti!) che plurieleggibili e capilista bloccati violano l’eguaglianza (art. 3) sia fra i candidati sia fra gli elettori. Che quel che rimane dell’Italicum possa essere definito “Legalicum” dalle Cinque Stelle e immediatamente utilizzabile è il solito mistero buffo. Dovrà, comunque, essere adattato al Senato. Ridurre il premio in seggi insito nell’Italicum non significa farlo dimagrire, ma, unitamente all’abolizione del ballottaggio, implica castrarlo: triste sorte per un porcellinum (poiché l’Italicum è il discendente diretto del Porcellum).

Memorabilmente, nella conferenza stampa di fine d’anno, dicembre 2015, il Presidente del Consiglio Renzi, non contraddetto da nessuno dei molti giornalisti esperti (sic) di leggi elettorali, annunciò enfaticamente che l’Italicum era “un Mattarellum con le preferenze”, cioè, meglio. Tutto sbagliato, anche, soprattutto, poiché l’Italicum è una legge proporzionale mentre il Mattarellum è una legge tre quarti maggioritaria in collegi uninominali. Grazie al Mattarellum hanno vinto sia l’Ulivo sia il centro-destra. Abbiamo avuto l’alternanza e, con l’aggiunta, per me essenziale, del requisito di residenza, avre(m)mo anche rappresentanti non paracadutati. Tuttavia, poiché sia Renzi sia Berlusconi fortemente vogliono nominare i loro parlamentari, il Mattarellum non sarà resuscitato.

LA MIGLIORE delle leggi proporzionali è quella tedesca che vige, con pochissime non profonde, modifiche, da sessant’anni e più. La ripartizione dei seggi è tutta proporzionale fra i partiti che abbiano superato la soglia del 5 per cento su scala nazionale. Gli elettori hanno due voti. Con il primo scelgono il candidato in 299 collegi uninominali. Chi ottiene anche un solo voto in più vince. Il secondo voto dato alla lista del partito serve a determinare la percentuale nazionale in base alla quale si stabilisce il numero dei seggi che andranno a ciascuno dei partiti che hanno superato la soglia. Due voti sono, ovviamente, meglio di uno. Possono essere utilizzati in maniera strategica, ad esempio, per fare superare la soglia del 5 per cento a un alleato gradito in questo modo dando agli elettori anche l’indicazione dell’eventuale coalizione di governo. Chi (Verdini e piddini) vuole eleggere metà parlamentari in collegi uninominali e metà in liste di partito sta proponendo un sistema misto (non proprio fantasiosamente chiamato Verdinellum) che non esiste da nessuna parte al mondo e che, nel caso italiano, darebbe un buon vantaggio in partenza a PD e Cinque stelle (poi, per fortuna, ci sarebbero, comunque, gli elettori con le loro preferenze).

Oltre (caro Direttore) non posso proprio andare e neppure voglio perché la situazione, come direbbe Bauman, è molto liquida e rende sterile persino l’esercizio di qualsiasi meritoria critica.

Concluderò sottolineando, per l’ennesima, volta che: 1. Alcuni partiti avanzano proposte tarate (taroccate?) sulle proprie fortune; 2. Gli italici hanno dimostrato di non sapere scrivere una legge elettorale originale e funzionante (il Mattarellum è l’esito di un referendum popolare peggiorato dall’intervento dei deputati, genuino è quello applicato al Senato); 3. Sia il sistema tedesco sia il doppio turno francese di collegio, non assimilabile al ballottaggio poiché consente a più di due candidati di passare al secondo turno, sono buoni, anzi, ottimi purché non si consenta una loro furbesca deformazione.

TUTTO IL RESTO sono chiacchiere pericolose che rischiano di condurre a riforme frettolose e controproducenti. Su almeno una di queste chiacchiere mi faccio una domanda, anzi, due e mi do una risposta. In quale sistema politico sono riusciti ad avere governabilità (cioè capacità di governare) diminuendo la rappresentatività? Uno solo decide sarebbe la formula stilizzata della governabilità a scapito della rappresentatività?

Pubblicato il 16 maggio 2017

Alle Primarie è mancata la politica

L’esito percentuale e numerico delle votazioni per l’elezione del segretario del Partito Democratico per i prossimi quattro anni è sufficientemente chiaro. Per capirne di più, anche contro i toni trionfalistici dei sostenitori di Renzi, è opportuno sottolineare che la partecipazione è diminuita di un terzo e i voti del Renzi vincente sono passati da 1 milione e 700 mila del 2013 a circa 1 milione e 300 mila. Non è una buona idea quella dei renziani di sottolineare che la domenica del voto si situava in mezzo a un ponte poiché la data, “rito abbreviato” ha più volte ripetuto il concorrente Michele Emiliano, l’hanno scelta loro. Semmai, si dovrebbero evidenziare due elementi: la vittoria troppo presto parsa praticamente certa di Renzi e, va subito aggiunto, la non eccelsa qualità degli sfidanti e della loro campagna elettorale. In verità, neppure la campagna elettorale di Renzi è stata brillante. Non si sono avute idee nuove da parte di nessuno. Proposte efficaci, intuizioni spettacolari non hanno fatto la loro comparsa: una campagna facilmente dimenticabile.

È giusto recriminare sulle modalità complessive con le quali si è arrivati alle votazioni poiché molti, compresi quasi tutti coloro che se ne sono andati dal PD per dare vita a Articolo 1 Movimento Democratico e Progressista, avrebbero voluto che una Conferenza Programmatica precedesse le votazioni per il segretario. La Conferenza avrebbe potuto essere il luogo della elaborazione sia programmatica sia, soprattutto, culturale del Partito Democratico. Nessuno dei due compiti è stato svolto. Al Partito Democratico che si vantava di avere messo insieme le migliori culture riformiste del paese (ma, in verità, quella socialista non fu mai invitata), manca a tutt’oggi una reale e convincente cultura politica. Questa mancanza si rispecchia sull’assenza di un documento programmatico che indichi problemi e soluzioni, segnalando costi e vantaggi per approdare a una società più giusta con meno diseguaglianze e più opportunità per tutti, ma, ovviamente, soprattutto per gli svantaggiati.

Il paragone del Partito Democratico di Renzi con l’Ulivo di Prodi, per altro mai compiutamente realizzato, è semplicemente improponibile. Nella sua azione di governo, Renzi non ha mai mostrato nessun interesse a sollecitare e coinvolgere la società, nelle sue diverse articolazioni. Al contrario, ha prodotto uno scontro frontale con i sindacati annunciando l’utilità della disintermediazione, ovvero non tenerne più conto, ha criticato i “professoroni”, ha bacchettato i partigiani “cattivi”, ha soffocato la già non proprio vibrante autonomia della Radiotelevisione pubblica. Nel suo discorso della vittoria al Nazareno ha annunciato che farà una Grande Coalizione, non con i partiti(ni) esistenti, peraltro, ad eccezione del Movimento 5 Stelle, piccola cosa e precaria, non con le associazioni, ma con quei cittadini sciolti che sarebbero il popolo vera “alternativa al populismo”. Insomma, anche se ha cercato di passare al “noi” per evitare la critica di stare ricostruendo il Partito di Renzi, ha posto le premesse proprio di quel partito. È l’unico partito che conosce anche se lo frequenta poco e che i suoi sostenitori vorrebbero “normalizzare” sostituendo i segretari non allineati in tutte le aree dove hanno avuto la maggioranza. È un brutto modo di segnalare la disponibilità a praticare la democrazia dentro il partito, vale a dire lasciare spazi alle minoranze e interloquire con loro senza schiacciarle con i numeri.

Adesso, tutti s’interrogano sulle mosse future del leader. Quanto presto desideri (tentare di) tornare a Palazzo Chigi. Proprio perché preoccupato dalla probabile fretta di Renzi, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha, saggiamente, posto un paio di condizioni dirimenti. La prima riguarda la necessità di elaborare due leggi elettorali tali da non condurre a maggioranze prevedibilmente diverse fra Camera e Senato. Sul punto, avendo già prodotto un pessimo Italicum, ed essendosi troppo vantato di una legge in più punti bocciata per incostituzionalità dalla Corte, Renzi è, più che cauto, vago dando spesso l’impressione di non sapere che cosa vuole (tranne vincere). La seconda condizione è quella di fare funzionare il governo fino alla scadenza naturale della legislatura: fine febbraio 2018 con possibilità di svolgere elezioni entro la prima settimana di maggio. Il segretario di un partito dovrebbe appoggiare “senza se e senza ma” il governo guidato da un dirigente del suo partito e con una composizione fotocopia del governo da lui presieduto fino al fatidico 5 dicembre. Invece, perdendo di vista quella che dovrebbe essere la funzione nazionale di un grande partito, vale a dire la governabilità nell’interesse del sistema politico, sembra che la tentazione della spallata sia variamente intrattenuta da Renzi e incoraggiata da molti stretti collaboratori. Insomma, Gentiloni non può proprio stare “sereno”.

Pubblicato il 3 maggio 2017 su La Nuova Sardegna