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Una riforma sbagliata
Sbagliare è umano, insistere è renziano
Senza scomodare i Costituenti, i quali, pure, ebbero legittime preoccupazioni di rappresentanza politico-territoriale e di equilibri fra le istituzioni, esistono (ed esistevano) due alternative decenti al pessimo testo Renzi-Boschi che verrà fatto ingoiare ai senatori, ma che i giornalisti italiani, ignari di altre esperienze e da sempre poco interessati alle questioni istituzionali, hanno già metabolizzato. Da veri riformatori era possibile procedere verso l’abolizione pura e semplice del Senato rispondendo non soltanto alle sirene populiste e antipolitiche, quelle che vogliono risparmiare sul costo delle istituzioni e della casta, ma anche a chi ritiene che semplificare i circuiti istituzionali rende la politica più trasparente e più responsabile. Naturalmente, questo avrebbe comportato anche un ridisegno della legge elettorale che, già pessima di suo, sarebbe diventata intollerabile dal punto di vista della rappresentanza degli elettori (incidentalmente, le leggi elettorali si valutano avendo come criterio sovrastante il potere degli elettori) e della concentrazione di poteri in una sola camera e in un solo partito. Certo, ci voleva coraggio e sapienza istituzionale. Forse Diogene dovrebbe essere richiamato in servizio: non è fiorentino, ma una consulenza non gliela si dovrebbe negare. Oppure si poteva e si doveva guardare alle seconde Camere che funzionano in sistemi politici simili a quello italiano, per esempio, al Bundesrat con i suoi 69 rappresentanti nominati (l’elettività diretta proposta e negata è un falsissimo problema, non una soluzione) dalle maggioranze al governo nei 16 Länder della Germania (un sistema politico che funziona. Lo sanno anche i molti siriani che cantavano “We want Germany”. No, non scherzo più di tanto).
Comunque, adesso i problemi sono due. Il primo è che una riforma fatta male come questa rimarrà sul groppone degli italiani a lungo, ma c’è il tempo per migliorarla. Secondo, magari il presidente Emerito Giorgio Napolitano e il presidente in carica Sergio Mattarella dovrebbero chiedere a Boschi e Renzi e anche al sottosegretario Pizzetti che c’azzeccano con la Camera delle Autonomie cinque senatori nominati dal presidente della Repubblica. Nel frattempo, mi permetto di chiedere rispettosamente (so che si dice così) ai presidenti se non sia il caso di rinunciare alla carica di Senatore a vita. Sto rilanciando? Sì, ma, come si dice, “non da oggi”. Attendo qualcuno che venga a “vedere” (magari, mi cito?: eccome, no, leggendo Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate, Egea, 2015) perché per riformare un sistema politico-istituzionale le riforme, compresa quella della seconda Camera (Senato), vanno viste, impostate, fatte e valutate, non come fossero spezzatini con piselli, ma in chiave sistemica. E, allora?
Pubblicato il 09 settembre 2015
Insicurezza e tracotanza del premier
La decisione di Renzi di porre la questione di fiducia sugli articoli della legge elettorale è, al tempo stesso, un segno di insicurezza e un messaggio di tracotanza. E’ lecito porre la fiducia sulle leggi ordinarie che un capo del governo consideri essenziale per la sua attività e per gli impegni presi con gli elettori, anche se l’Italicum non è mai stato presentato agli elettori. E’ sbagliato vedervi aspetti di incostituzionalità e prodromi di derive autoritarie. Tuttavia, di fronte ad un dissenso sia delle minoranze interne al PD sia del contraente dell’oramai dissolto Patto del Nazareno, Renzi avrebbe potuto ascoltare e forse cambiare alcuni meccanismi discutibilissimi e tutt’altro che “europei”. Non c’era, non c’è nessuna fretta poiché, comunque, la legge stessa contiene una cosiddetta clausola di salvaguardia. Entrerà in vigore il 1 luglio 2016 quando anche la riforma costituzionale del Senato sarà definitivamente approvata.
Evidentemente insicuri delle loro scelte e delle loro argomentazioni, Renzi e Boschi hanno preferito tappare la bocca ai dissenzienti, facendo, grazie alla richiesta di fiducia, cadere gli emendamenti e rinunciando a migliorare una legge alquanto imperfetta che dà la garanzia di consegnare una maggioranza parlamentare ampia al partito vittorioso, ma non di produrre effettiva governabilità. Renzi ha usato del voto di fiducia anche per dimostrare, per l’appunto, con tracotanza, di essere in controllo non soltanto della Camera dei deputati, ma soprattutto del suo gruppo parlamentare e del suo cosiddetto Partito della Nazione. Nei confronti delle minoranze, il segretario del Partito Democratico/Capo del governo ha applicato un metodo che chiamerò della tenaglia. Da un lato, con una lettera assolutamente inusitata ai segretari dei circoli del PD ha richiesto sostegno e disciplina in nome della “dignità” del partito (meglio tutelabili escludendo subito tutti, ma proprio tutti gli inquisiti). Forse voleva dire della “responsabilità” del partito di governo nei confronti, presumo, dei suoi declinanti e mutevoli iscritti e dei votanti alle primarie che lo incoronarono. Dall’altro, ha fatto balenare chiaramente la possibilità di non ricandidare i dissenzienti, cosa che potrà fare data l’ampia maggioranza di cui gode nell’Assemblea nazionale del PD, ponendo termine a carriere politiche di lungo, ma anche di breve corso.
Dal canto loro, le minoranze non hanno saputo costruire una visione condivisa delle riforme necessarie. Inoltre, non sono riuscite a sconfiggere quello che è attualmente il senso comune: è ora di fare le riforme. Chi non le fa oppure le impedisce non giova agli interessi del paese. Anche se i sondaggi indicano, inesorabili, che gli italiani si dividono quasi a metà fra i favorevoli e i contrari all’Italicum, Renzi sa che la convinzione che una nuova legge elettorale è indispensabile è molto più diffusa. Non gli è stato difficile spingere gli oppositori nell’angolo dei conservatori fannulloni istituzionali che portano la responsabilità di anni di riforme non fatte. Ha anche potuto criticare con successo Forza Italia per la sua incoerenza: favorevole al Senato, contraria al testo nella stessa stesura adesso in votazione alla Camera. Insomma, Renzi ha dimostrato grande astuzia e enorme capacità di manovra. Certamente, continuerà con le stesse tattiche e con simili rivendicazioni di riformatore anche nei due prossimi voti di fiducia. I numeri della prima fiducia sono appena inferiori a quelli sperati. Il rischio si paleserà nel voto segreto sul testo complessivo della legge sul quale il governo non può porre il voto di fiducia.
Qualcuno pensa di continuare la battaglia chiamando in causa il Presidente della Repubblica, ma probabilmente all’orizzonte l’unico ostacolo vero che si intravede è la valutazione che potrebbe venire dalla Corte Costituzionale. L’Italicum è una brutta legge, ma non è né la prima né l’ultima brutta legge approvata dal Parlamento italiano. Per adesso, quello che conta è vedere quanto grande sarà lo sconquasso interno al Partito Democratico e quanto e come influenzerà le prossime scelte/riforme del Presidente del Consiglio.
Pubblicato AGL 30 aprile 2015
Resistenza e memoria offuscata
La Resistenza ha compiuto 70 anni, o sono 70 giorni? Sì, il 25 aprile è la data ufficiale in cui si celebra la liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Appunto, lo si fa ogni anno in quel giorno. Il resto dell’anno è solo silenzio. I testimoni di quel tempo e i partigiani scompaiono inesorabilmente e inevitabilmente la memoria si offusca. La storia non s’insegna cosicché sempre meno italiani conoscono il significato di quella data. Non sanno che cosa precedette il 25 aprile; non hanno imparato che cosa seguì il 25 aprile. Di tanto in tanto, qualcuno formula un auspicio per la costruzione di una memoria condivisa. E’ un auspicio assolutamente vano per i troppi che di memoria non ne hanno affatto, che hanno soltanto, nel migliore dei casi, ricordi di famiglia, nel peggiore, pregiudizi che sarebbe persino troppo lusinghiero definire ideologici.
Nessuna memoria condivisa può essere costruita senza una conoscenza adeguata della storia d’Italia, del fascismo e dell’antifascismo, della Repubblica di Salò e della Resistenza. I fatidici “programmi di storia” nelle scuole italiane raramente giungono al fascismo, quasi mai alla Resistenza e all’Italia repubblicana. Quando qualche insegnante si avventura nella nient’affatto oscura selva del fascismo e dell’antifascismo, le probabilità che qualche genitore non gradisca quello che gli viene riportato dai figli diventano altissime. Ne consegue uno scontro che i docenti imparano presto a evitare tralasciando la storia contemporanea. Ognuno si terrà i suoi ricordi, con le sue preferenze, le sue superficialità, i suoi errori, anche clamorosi. Qualcuno potrà anche far finta di credere, o credere davvero, che coloro che si unirono, volontariamente oppure perché coartati, alle bande nazifasciste, meritano di essere messi sullo stesso piano, nel giudizio storico e morale, di quelli che diedero vita alle brigate partigiane. I primi, volenti o, più raramente, nolenti combattevano per mantenere/restaurare il dominio nazifascista sull’Italia. I secondi volevano contribuire a cacciare lo straniero, ma anche eliminare quei fascisti che avevano oppresso l’Italia e l’avevano portata in guerra. Opportunamente e molto chiaramente, il Presidente della Repubblica Mattarella ha detto che né i repubblichini né i ragazzi di Salò possono essere equiparati ai partigiani. Naturalmente, non ne consegue che i partigiani tutti siano stati esenti da errori, da eccessi, talvolta da crimini. Qualsiasi guerra abbrutisce, ma il suo obiettivo può fare capire gli errori anche senza condonarli.
Forse non riflettiamo abbastanza su una domanda che il grande filosofo torinese Norberto Bobbio ci ha lasciato: “e se avessero vinto i nazisti?” Se avessero vinto i nazisti, non avremmo avuto la Repubblica democratica e la sua Costituzione che per molti italiani continua a essere un oggetto misterioso, da riformare, sull’onda di qualche campagna propagandistica artificiosa, senza necessariamente conoscerla. Anche se fra i conservatori costituzionali si trovano posizioni di mummificazione degli articoli della Costituzione che neppure i Costituenti riterrebbero accettabili, tantomeno condivisibili, almeno un punto dovrebbero essere chiaro e fermo: la Costituzione democratica è uno dei prodotti, quasi sicuramente il più importante, della Resistenza. Senza l’antifascismo e senza la Resistenza non sarebbe stata scritta nessuna Costituzione. Di più, i valori della Resistenza sono stati tradotti nei principi fondamentali della Costituzione, ma non di ogni soluzione istituzionale relativa al governo, al Parlamento, alla Presidenza della Repubblica, alla magistratura e, ancor meno, alla legge elettorale che neppure si trova nella Costituzione. Onorare la Resistenza in maniera non retorica, ma fortemente pedagogica, significa insegnare quei principi, nelle scuole e nel Parlamento della Repubblica, e praticarne le conseguenze. Qualcuno ha sicuramente tradito la Resistenza, nei suoi comportamenti e nelle sue omissioni. Troppi la celebrano soltanto una volta l’anno. La maggioranza degli italiani non sa, forse non vuole, coniugare i due valori centrali della Resistenza: la libertà e l’eguaglianza. Il 25 aprile serve a ricordare coloro che, in Italia e in Europa, combatterono per la libertà e per l’eguaglianza.
Pubblicato AGL 26 aprile 2015
Le pentole e i coperchi dell’Italicum
La secca dichiarazione del Ministro Boschi: “il testo dell’Italicum è corretto e funziona, non c’è la necessità di modifiche” chiude, forse, la parta in faccia anche alle minoranze dialoganti del PD. Non è dato sapere su quali elementi il Ministro basi le sue certezze di “correttezza” e di funzionalità dell’Italicum. Sappiamo, invece, che altri esponenti, altrettanto renziani della Boschi, sostengono una tesi meno perentoria: “nelle condizioni date, l’Italicum è la migliore legge possibile”.
Non è chiaro in base a quali criteri, l’Italicum sia considerato migliore di altre leggi elettorali che le democrazie parlamentari europee hanno da tempo e che si tengono senza nessuna nervosa preoccupazione. Inoltre, è lecito osservare che i riformatori veri sono coloro che non accettano le condizioni date, di qualsiasi tipo siano, ma cercano proprio di creare condizioni migliori. Incidentalmente, le condizioni per una buona riforma sono cresciute nel corso del tempo da quando l’altro contraente del patto del Nazareno, ovvero Silvio Berlusconi, ha perso qualsiasi capacità di condizionamento delle riforme. Tuttavia, nell’Italicum è rimasto un elemento per lui di grandissimo interesse: la possibilità di nominare i suoi prossimi parlamentari poiché Forza Italia non riuscirà a eleggere nessuno in aggiunta ai capilista “bloccati”.
La minoranza del PD ha fatto due conti, o forse qualcuno in più, e si è resa tristemente “conto” che: 1) Renzi nominerà tutti i capilista bloccati, che saranno una falange di 100 (tante sono le circoscrizioni) combattenti per lui e con lui; 2) se non saranno concesse le preferenze, e la Ministra Boschi ha espresso il suo parere negativo, Renzi deciderà anche la graduatoria dei candidati in ciascuna circoscrizione. Potrà, di conseguenza, procedere ad una sorta di paventatissima “pulizia etnica”. Naturalmente, Renzi sarà in grado di mostrare un po’ di generosità non rottamando qualche leader particolarmente visibile, ma l’esito dell’Italicum nella sua struttura attuale è che il PD diventerà davvero e del tutto il Partito Di Renzi. Un’eventuale scissione indebolirà solo marginalmente il PD. Non gli impedirà sicuramente di rimanere il partito più grande dello schieramento attuale. Non lo priverà della vittoria al ballottaggio contro, se i numeri dei sondaggi non sono (e non lo sono) un’opinione, il Movimento Cinque Stelle.
Come tutti i casi precedenti di scissioni nella sinistra italiana, dal PSDI nel 1947 allo PSIUP nel 1964 a Rifondazione Comunista nel 1991, potrà forse fare la sua comparsa un partitino delle minoranze, in una deriva che lo porterà nei pressi della Coalizione sociale di Landini, ma non avrà nessuna influenza sul governo guidato Renzi, sulle sue politiche, sulla sua capacità operativa. Infatti, il premio di maggioranza darà a Renzi tutto il potere che vuole e, fatto non marginale, indebolirà tutti i partiti di opposizione nel centro-destra consegnando il ruolo di alfiere di un’altra politica alle Cinque, incattivite, Stelle.
I riformatori renziani sembrano anche un po’ troppo sicuri che la riforma del Senato giungerà in porto nonostante i dissensi nel PD che dall’Italicum finiranno per trasferirsi anche sulla struttura, sui poteri e soprattutto sulle modalità di selezione dei prossimi Senatori. Forse peccano di presunzione; forse pensano che le minoranze del PD non saranno abbastanza coordinate e coese, come ha suggerito loro, finora inascoltato, D’Alema. Forse, hanno un piano per accontentarne alcune con promesse a futura memoria dei molti seggi che il premio di maggioranza renderà disponibili. Sì, la politica, senza farne troppo scandalo, è anche questo. Non è neppure uno scandalo formulare e difendere una legge elettorale brutta, sicuramente la peggiore nel panorama delle democrazie europee. Però, con buona pace dei renziani e di quelli che si sono fatti abbindolare dalla narrazione del Presidente del Consiglio, le riforme brutte, tagliate su misura di due contraenti, Renzi e Berlusconi, senza tenere conto del loro impatto sistemico, sono un errore. Rischiano di durare poco, come il Porcellum, predecessore dell’Italicum. Qualcuno potrebbe anche concluderne con un proverbio azzeccato: “il diavolo fa le pentole, non i coperchi”.
Pubblicato AGL 14 aprile 2015
Passaggi o improvvisate manipolazioni? #bdem15 @BiennaleDemocr
Da un Senato eletto a un Senato nominato, malamente, dai Consigli regionali, dai Comuni e persino dal Presidente della Repubblica, il passaggio è grande e brutto. Esistono almeno due formule migliori nelle democrazie occidentali.
Da una legge elettorale che consentiva ai leader di partito di nominare tutti i loro parlamentari ad una formula che consente la nomina soltanto del 70, forse l’80, per cento di loro, il passaggio è corto, non migliorativo, sostanzialmente inutile.
Da un premio di maggioranza alla coalizione vincente ad un premio al partito/lista (della Nazione, ma non dell’opposizione che rimarrà frantumata), il passaggio è fortemente peggiorativo. Esclusivamente coloro che non conoscono i governi delle democrazie parlamentari contemporanee, tutti, tranne, al momento, la Spagna, rigorosamente di coalizione, possono vantarsi di un esito che darà molto potere ad un solo gruppo di politici autoreferenziali.
Non sono passaggi. Sono improvvisate manipolazioni. Sono capriole e scivolate. Si riforma in questo modo un sistema politico? Proprio no. Quando un governo annuncia che chiederà una legittimazione referendaria per le sue mal congegnate riforme, allora il passaggio si fa delicato e rivelatore. Non importa se l’errore è già stato compiuto dal centro-sinistra nel 2001. Il passaggio non si configura più come referendum confermativo o ostativo, ma come plebiscito.
Ne parlerò sabato 28 marzo 2015 alle ore 11 a Torino presso il Piccolo Regio Puccini in piazza Castello, 215, nell’ambito della BIENNALE DEMOCRAZIA 25-29 marzo 2015
PASSAGGI DI REPUBBLICA E PASSAGGI DI DEMOCRAZIA
Dialogano Lorenza Carlassare e Gianfranco Pasquino.
Coordina Marco Castelnuovo
28 marzo 2015 ore 11
Piccolo Regio Puccini, piazza Castello, 215 Torino
Passaggi di Repubblica e passaggi di Democrazia #bdem15 @BiennaleDemocr
Save the date: 28 marzo 2015 alle ore 11 a Torino presso il Piccolo Regio Puccini in piazza Castello, 215
BIENNALE DEMOCRAZIA 25-29 marzo 2015
Sul tema Passaggi di Repubblica e passaggi di Democrazia dialogano Lorenza Carlassare e Gianfranco Pasquino.
Coordina Marco Castelnuovo
Prima, seconda o terza: in quale Repubblica viviamo? Sono all’esame del Parlamento riforme istituzionali di grande rilievo. In una fase di crisi economico-sociale, ridurre la distanza fra cittadini e rappresentanti può essere un antidoto a pericolose derive antidemocratiche. Qual è il segno che portano i progetti in discussione? Come cambierà la seconda parte della Costituzione? E come si delinea la nuova legge elettorale? Un confronto fra punti di vista diversi sulle “regole del gioco” di una democrazia che si sta trasformando. In meglio?
Se il premier stravince ma esagera
Non è chiaro se il (patto del) Nazareno abbia portato agli italiani un promettente Presidente della Repubblica che, forse, non si meritano, ma del quale sicuramente hanno bisogno. Esistono versioni contrastanti date dai due contraenti esclusivi del patto. Non posso definirli “sottoscrittori” perché, purtroppo, sembra che non ci sia un documento scritto. Eppure, quanto contratto al Nazareno ha consentito di fare un lungo percorso alle riforme elettorali e istituzionali. Soprattutto, ne è consapevole Berlusconi, gli ha consentito di rimanere a galla, visibile e di mantenere un ruolo politico nonostante la condanna e i servizi sociali. Adesso, il fondatore, padrone e leader di Forza Italia si accorge che, in quel patto, è Renzi che ha il coltello dalla parte del manico. Alcuni dei suoi più stretti collaboratori, ma anche lo sfidante per l’impossibile eredità politica, Raffaele Fitto, dopo essere andati in ordine sparso all’elezione presidenziale, vorrebbero il ritorno a una battaglia aperta di opposizione, pura, dura e senza paura. Però, nessuna delle riforme pattuite al Nazareno è diventata definitiva. La trasformazione del Senato deve passare attraverso due complicate letture e deve fare i conti con la necessità di una maggioranza assoluta che proprio al Senato soltanto la convergenza di Forza Italia appare in grado di garantire, a meno che il soccorso dei pentastellati dissidenti non sia già sufficiente. Mi pare dubbio.
E’ sulla legge elettorale, però, che nell’ambito di Forza Italia, ma anche da parte di non pochi commentatori indipendenti si nutrono molte riserve. Berlusconi non è riuscito ad avere una soglia di accesso al Parlamento abbastanza alta da scoraggiare il Nuovo Centro Destra a correre da solo e da obbligarlo a tornare all’ovile. Non è riuscito a impedire l’introduzione delle preferenze anche se, comunque, i suoi parlamentari continuerà a nominarli tutti lui, a meno di un’imprevedibile avanzata di Forza Italia, Soprattutto, Berlusconi ha dovuto ingoiare, lui che è stato un brillante artefice di coalition-building, della formazione di coalizioni anche fra protagonisti molto distanti, che il premio in seggi vada alla lista e non alla coalizione, in pratica accettando la sconfitta annunciata (e, secondo alcuni critici, correndo il rischio, incalcolabile, di non riuscire neppure ad andare al ballottaggio).
Dopo lo “sgarbo” o schiaffo presidenziale, al quale con grande classe il Presidente Mattarella ha cercato di porre rimedio con l’invito al Quirinale, è probabile che Berlusconi abbia dei legittimi ripensamenti. Gli piacerebbe ancora co-intestarsi qualche riforma importante e diventare, anche se non sono convinto che basti, lo statista di cui parlano i suoi. Però, la sottomissione alle riforme di Renzi è un costo che gli appare molto elevato e il cui rendimento, se mai verrà, è posticipato, salvo improbabili elezioni anticipate, al 2018. Nel frattempo i commentatori che ritengono che una “matura democrazia dell’alternanza” (il mantra è questo) debba essere l’obiettivo fondamentale delle riforme temono lo spappolamento del centro-destra che aprirebbe la strada a un ballottaggio PD (Partito della Nazione?) e Movimento Cinque Stelle con esito da incubo.
L’esultanza dei renziani che, a partire dal loro Segretario-Capo del Governo, pensano di potere procedere a turbo, li ha portati a maltrattare quel che resta del Nuovo Centro Destra. Il partitino di Alfano non è in ottima salute e non ha grandi prospettive nel medio periodo, ma rimane un indispensabile alleato di governo e anche per le riforme. Trattare l’NCD come cespuglio irrilevante, come “tappetino” nelle parole del Ministro Lupi, significa buttarlo fra le braccia accoglienti di Berlusconi. Implica anche avere fatto più di due conti su quali voti potranno eventualmente sostituire quelli mancanti dell’NCD. In politica è meglio limitarsi a vincere evitando di stravincere.Per fortuna che al Colle c’è chi arbitrerà per sette anni e avrà molto da fischiare, ammonire, espellere (per esempio, i decreti frettolosi e sgrammaticati). La stravittoria di Renzi rischia di produrre un’instabilità politico-governativa di cui sarebbe preferibile fare a meno.
Pubblicato AGL 5 febbraio 2015
Le impronte sul Colle. Sgradevole cifrare il proprio voto
“Questo controllo del voto adottato dai partiti è un esempio di cattiva politica. Sulla scheda si dovrebbe scrivere solo il cognome del candidato“. Il giorno dopo l’elezione di Sergio Mattarella, il professor Gianfranco Pasquino, politologo ed ex senatore dei Ds, condanna il fenomeno dei voti cifrati, che sabato l’ha fatta da padrone nel conteggio delle schede. Voti “firmati” in cui si sono contati i partiti e le correnti al loro interno, come i giovani turchi del Pd. Ma anche i consensi azzurri giunti in soccorso al nuovo capo dello Stato.
Professore, ha visto: “Mattarella”, “Sergio Mattarella”, “Mattarella S.”, ecc?
Paradossalmente le dico che, visti i famosi 101 traditori di Romano Prodi, forse è meglio così. Per lo meno c’è più trasparenza. In realtà, il fatto che i partiti e i parlamentari usino questo sistema per controllarsi a vicenda è sgradevole e poco edificante. Lo accetto, ma prendo atto dell’incapacità dei parlamentari di assumersi le loro responsabilità. È una brutta politica che, però, in questo caso ha dato buoni frutti, perché Mattarella è il miglior presidente possibile nelle circostanze date.
Il fenomeno dei voti riconoscibili non viola la Costituzione, che parla di voto segreto?
Si dovrebbe cambiare il regolamento e obbligare a scrivere solo il cognome. Detto questo, non viola la Costituzione perché il voto non è riconducibile al singolo parlamentare, ma al massimo a gruppi di deputati o senatori.
È giusto su alcune votazioni mantenere il voto segreto?
Assolutamente sì, perché va difesa la libertà del parlamentare, che deve poter votare secondo coscienza. In questo caso difendo il diritto dei forzisti di dare il voto a Mattarella contro l’indicazione di Berlusconi. Inoltre, il voto segreto tutela il votante nei confronti del votato. Il quale, una volta eletto, e dalla sua posizione di potere, potrebbe in qualche modo vendicarsi. Ma le voglio raccontare un aneddoto.
Prego.
Nel 1994, quando ero senatore, a Palazzo Madama si doveva eleggere il presidente. Carlo Scognamiglio prevalse per un voto su Giovanni Spadolini, con una scheda contestata in cui c’era scritto “ScognaMIGLIO”. Tra l’altro, senatore all’epoca era anche il professor Gianfranco Miglio. Era chiaramente una scheda firmata che fu ritenuta valida permettendo a Scognamiglio di essere eletto.
Parliamo dell’elezione. Forza Italia ha contestato il metodo di Renzi…
Il metodo è stato assolutamente trasparente. Sia da parte di Renzi, che ha indicato Mattarella. Sia da parte di Berlusconi, che ha scelto di votare scheda bianca. Le obiezioni del leader di Forza Italia sono fuori luogo. Se il premier avesse proposto una rosa di nomi, avrebbe concesso all’ex Cavaliere, che sta all’opposizione, di scegliere il capo dello Stato. Le sembra giusto?
Dopo l’elezione di Mattarella, il patto del Nazareno continuerà?
Innanzitutto credo che il patto non contenesse il nome del capo dello Stato, ma il fatto di discuterne. Il Nazareno è al capolinea non per i fatti di questi giorni, ma perché ha già dato tutto quello che doveva dare: le riforme istituzionali e la legge elettorale. Si è, come dire, esaurito.
L’Italicum arriverà a breve al vaglio del Quirinale…
Oltre ad avere la solida cultura politica della sinistra DC, Mattarella dà garanzia di autonomia e indipendenza, anche rispetto a Renzi. Quando dovrà dire dei no, lì dirà, ma non in maniera rumorosa e senza rompere il delicato equilibrio tra le istituzioni. Vedremo come si comporterà nel giudicare una legge elettorale nettamente inferiore alla sua.
Quanto durerà la ritrovata unità nel Pd?
Il premier ha fatto bene a ricompattare il partito su una scelta importante come quella del capo dello Stato. Ora dipenderà dalle scelte del governo. Non credo che le diverse minoranze del Pd faranno sconti a Renzi perché è stato eletto Mattarella.
Professore, il suo giudizio su Renzi è migliorato?
Io rimango antropologicamente anti renziano. Non mi piace il suo modo di fare e non mi piace il lessico mediocre. Ho sempre apprezzato, invece, la sua sfida alla vecchia classe dirigente del Pd. Alla cosiddetta “ditta”. Il premier è un abile equilibrista. Bisogna però dargli atto che finora è riuscito a ottenere tutto quello che voleva e ha inanellato una serie di successi non marginali. Tra cui l’elezione di Mattarella.
Intervista raccolta da Gianluca Roselli
Pubblicata il 2 febbraio 2015
Partiti che vanno e Riforme che vengono
Sembra un modo provocatorio di porre la questione ma in realtà forze politiche sull’orlo della scissione ed elette in Parlamento con una legge elettorale delegittimata si stanno affannando e affrontando in un’ansia riformistica che sconvolgerà il quadro istituzionale.
Verrebbe sommessamente da suggerire: ma perché non eleggiamo un nuovo Parlamento con la legge elettorale proporzionale con sbarramento sopravvissuta ai tagli della Consulta e lasciamo a questa nuova compagine, dotata di ben altra legittimazione, il compito di se e cosa riformare?
Qualcuno è convinto che non ce lo possiamo permettere: la governabilità…gli impegni con l’Europa…
23 gennaio 2015 ore 18
Bologna – Sala Marco Biagi, Conservatorio del Baraccano via S.Stefano 119
intervengono
Sandra Bonsanti, presidente di Libertà e Giustizia e
Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica
Invito(clicca per ingrandire)






