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Pasquino: «Conte? Un signore, Mattarella poteva dargli un’altra chance» #intervista #Ventuno
Intervista raccolta da Ruggero Tantulli
«Giuseppe Conte è stato sostituito malamente. Il suo governo poteva continuare». A dirlo è il professore emerito di Scienza politica Gianfranco Pasquino, che risponde al telefono alle domande di Ventuno. Il governo Draghi, secondo il professore torinese, «non è il governo dei migliori». E soprattutto non deriva «affatto da una crisi della politica», ma da un «comportamento ricattatorio e irresponsabile di Matteo Renzi». Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella era davvero obbligato a chiamare “Supermario” Draghi, come acriticamente riportato su gran parte dei media? No: avrebbe potuto dare «un’altra chance a Conte».
Professore, è nato il governo Draghi. Qual è il suo giudizio?
«La composizione del governo rispecchia i rapporti di forza dei partiti in questo Parlamento. Sì, è il manuale Cencelli ma esiste in tutte le democrazie parlamentari. I governi si fanno comunque così. Per quanto riguarda i ministri c’è una notevole continuità e penso vedremo anche molti sottosegretari e viceministri che faranno la loro ricomparsa. I tecnici, poi, sono “i migliori”, come si dice con esagerazione? No. Bisogna intendersi sul significato di “migliori” in politica: spesso sono quelli che ottengono più voti o che fanno scelte sagge nei momenti eccezionali. Ci sono certamente buoni ministri: stimo Patrizio Bianchi, Enrico Giovannini e Roberto Speranza».
Rispetto al Conte-2, possiamo dire che c’è stato uno spostamento verso destra?
«No, direi verso il centro. Perché la Lega è stata costretta a capire che bisogna seguire le linee portanti della Ue. Quindi è un successo del sistema europeo nel suo insieme. C’è una conversione opportunista verso il centro di Salvini. Però la conversione vera è quella di Giorgetti».
Giuseppe Conte è uscito da Palazzo Chigi tra gli applausi dei dipendenti e le ovazioni da via del Corso. Cosa vuol dire?
«I sondaggi, che lo davano sopra il 50%, non mentivano. Conte come persona è un signore e si è dimostrato tale anche uscendo da Palazzo Chigi. Io sono d’accordo con chi lo applaudiva e mi auguro recuperi un ruolo politico. Ma voglio aggiungere una cosa: per me è stato sostituito malamente perché quel governo poteva continuare».
Ecco. Nel dibattito pubblico spesso si sente dire che per il presidente della Repubblica chiamare Mario Draghi fosse l’unica scelta possibile. È davvero così?
«La metto in maniera ipotetica. Quando Fico (dopo il mandato esplorativo, ndr) ha riferito che i partiti non erano in grado di convergere su qualcosa, Mattarella aveva due strade: o dire lui cosa fare o prendere atto che Conte aveva ottenuto la fiducia, abbondante alla Camera e risicatissima al Senato, dicendogli di andare avanti. E avvertendolo che, in caso di sconfitta su un disegno di legge come quello sulla riforma della giustizia, allora gli avrebbe chiesto di dimettersi. Poteva dargli un’altra chance. Evidentemente ha ricevuto pressioni da qualcuno oppure non voleva rischiare di rimandare Conte in Parlamento e di ritrovarselo pochi giorni dopo sconfitto in un voto importante».
Visto che ha parlato di “pressioni”: si sente spesso dire, come presupposto incontestabile, che la crisi nasce da una crisi politica di sistema. Non è però nata dalla scelta di un partito che forse si è mosso sulla base anche di altri interessi, come quelli di gruppi di potere?
«La crisi si è aperta per un comportamento ricattatorio e irresponsabile di Renzi e di Italia Viva. Non c’era alcun bisogno di aprirla. Evidentemente Renzi voleva far valere qualcosa contro Conte. Certamente non era solo: i giornali da mesi conducevano una campagna contro Conte, direi da giugno (“È pronto Draghi”, “Poi arriva Draghi” etc.), per ragioni che mi sfuggono. Una parte dei giornali non vuole il M5s: in particolare il Corriere della sera e in una certa misura anche la Repubblica. Loro hanno creato le premesse. Un leader ricattatorio ha avuto un colpo di fortuna e adesso sostiene di aver scelto lui Draghi. Una frase francamente eccessiva. Sostiene anche di aver fatto lui questo governo: nel 2018 poteva fare un governo
con il M5s da segretario del Pd ma buttò il partito all’opposizione senza neanche convocare gli organismi dirigenti. Sento dire che sarebbe un genio della politica: dissento fortemente. La politica, comunque, non è affatto fallita. E nemmeno il sistema. La democrazia parlamentare è sufficientemente flessibile da accomodare diversi tipi di governo e sapersi adattare. Quindi non siamo affatto di fronte a una crisi di sistema, lo rifiuto nella maniera più totale. La Costituzione ha tutte le risposte da dare anche in queste situazioni. Mattarella infatti, anche se secondo me con qualche leggera forzatura, ha utilizzato la Costituzione. Dopodiché sono convinto che ci sia stato un lungo dialogo tra Mattarella e Draghi per scegliere i ministri, perché sono altrettanto convinto che Draghi non conosca bene la politica italiana e i partiti italiani».
Renzi ha portato Lega e Fi al governo. Non un gran risultato, visto da sinistra…
«Renzi non sta guardando da sinistra ma dal centro. Solo che è inchiodato al 2,8% e se si fa una legge elettorale con soglia di sbarramento non entra più. Ma sono sicuro che tratterà per un seggio sicuro per sé e per Maria Elena Boschi».
La “congiura” di Renzi è arrivata proprio quando bisogna pianificare l’investimento dei 209 miliardi ottenuti da Conte con il Recovery Fund. Non è un tempismo sospetto?
«Qui mi chiede dietrologie e su questo non sono particolarmente bravo. Conte sicuramente sapeva in quale direzione andare per usare quei fondi. Credo che lo sappia anche Draghi e che non cederebbe a pressioni. Credo che Renzi non riuscirà a influenzare le scelte di Draghi».
Draghi è stato osannato dalla quasi totalità dei media. Non è stato eccessivo? Inoltre, il parlare di “governo dei migliori” non nasconde una concezione aristocratica della politica volta quasi a svilire la portata della democrazia?
«Chi vuole il governo dei migliori non opera all’interno delle regole della democrazia: il governo è fatto da coloro che sono riusciti ad avere il maggior numero di seggi in Parlamento. Qualche volta sono migliori dei loro cittadini, qualche volta no. Conosco qualche esempio di governo dei migliori: l’amministrazione di John Kennedy(Usa, 1961-1963, ndr), alcuni governi di De Gaulle, il primo governo laburista (1945-1951). Questo non è il governo dei migliori. Anche se devo dire che in questo Paese non ho mai visto un governo dei migliori».
Ma a proposito di democrazia, lasciare solo un partito all’opposizione è normale o è un’anomalia?
«I partiti decidono se andare al governo o all’opposizione. Giorgia Meloni ha giustificato in maniera condivisibile la sua scelta. Io naturalmente preferisco un sistema dove c’è una vera opposizione che si candida come alternativa al governo. Ma sono molto rari i sistemi bipolari eh! In Europa, contrariamente a quanto si pensa, l’alternanza vera è una merce rarissima (dopo l’intervista, anche Sinistra italiana ha comunicato la decisione di non votare la fiducia al governo Draghi, come sostenuto dal segretario Nicola Fratoianni, ndr)».
Il M5s è stato criticato per aver consultato i propri iscritti. E soprattutto per come è stato scritto il quesito, contestato anche al suo interno. Che ne pensa?
«Io preferisco 77mila persone che votano su Rousseau al metodo decisionale di una o poche persone».
Come valuta questa mutazione definitiva del M5s, che ha comportato una spaccatura netta tra l’ala governista e quella di opposizione?
«Credo sia errato dire che ci siano un’ala governista e una di opposizione. Per me ci sono quelli che hanno imparato che se vuoi cambiare le cose devi stare al governo e far passare le tue idee e quelli che si beano di stare all’opposizione e testimoniare».
Pensa che ci sarà una scissione o che i ribelli proveranno a riprendersi il Movimento?
«Se fanno una scissione si suicidano. Mi auguro rimangano nel M5s e in Parlamento combattendo le loro battaglie, anche sugli emendamenti. In politica stare in disparte è un errore».
Il governo Draghi è stato criticato per la scarsa presenza femminile e per aver depotenziato il ruolo del Sud. Che ne pensa?
«La scelta delle donne dipende dai partiti. Sul Sud, da torinese mi sembra che Draghi sia romano: quindi il Sud è ben rappresentato».
Legge elettorale. Ai cittadini suona come un tema inutile ma in realtà non è così. Riuscirà questo Parlamento a farla, soprattutto dopo la riforma costituzionale che ha ridotto il numero dei parlamentari?
«La convinzione secondo la quale ai cittadini non interessa la legge elettorale è sbagliata. E se fosse giusta sarebbe colpa dei politici che devono dire ai cittadini che è importante! Prima i partiti iniziano questa opera pedagogica fondamentale, meglio sarà. Rosato (da cui il Rosatellum, ndr) può dire quello che vuole ma la legge elettorale è pessima. Alcune cose non dovrebbero esserci mai: la possibilità di pluricandidature è assolutamente scandalosa. Sono contrario poi ai candidati paracadutati. Credo che dovrebbero esserci un voto di preferenza vero e la possibilità di un voto disgiunto. Dopodiché se si vuole una buona rappresentanza politica la soluzione è il sistema elettorale tedesco: si chiama proporzionale personalizzato. Se si vuole un buon maggioritario, invece, si può seguire il modello francese. Il criterio principe per valutare le leggi elettorali è: quanto potere hanno gli elettori? Con la legge Rosato gli elettori hanno pochissimo potere. Con il Porcellum di Calderoli ne avevano ancora meno. Con il Mattarellum invece ne avevano. Se non si vuole imitare un modello estero, basta adattare la legge Mattarella con un paio di ritocchi».
Che futuro vede per Conte?
«L’ho visto accompagnato da una bella signora bionda. Lo vedo in vacanza per una settimana, fuori da questa gabbia dove ci si scambia colpi di pugnale. Conte ha dimostrato di avere delle capacità, è cresciuto nella sua carica e secondo me ha fatto bene. Fare politica è una scelta di vita, non so se lo voglia. Potrebbe avere una carriera europea o un futuro anche in questo governo. Ma non gli suggerirei di fare un partito. Comunque do una valutazione positiva di Conte. Il suo futuro è in parte nelle sue mani».
Pubblicato il 15 febbraio 2021 su Ventuno
Draghi, Pasquino ad Affari:”Il M5S stia nel governo. Al lavoro con i Dem-Leu” #intervista @Affaritaliani
Il celebre politologo sui mal di pancia dei 5S: “Cerchino con intelligenza di influenzare le scelte politiche del governo Draghi. Star fuori è scelta sbagliata”
Intervista raccolta da Carlo Patrignani
Il nuovo governo di Mario Draghi, colui che ha salvato l’euro e l’Europa, ha da usare e gestire i 209 miliardi del Recovery Plan: è questa una grossa opportunità e insieme una speranza per il rilancio del Paese, messo in ginocchio dalla pandemia Covid19. Molto dipenderà dalle capacità non solo di Draghi, ma di Colao e di Cingolani di sfruttare al meglio quest’occasione. E’ l’opinione del politologo Gianfranco Pasquino che si dice “relativamente ottimista” sulla possibilità del nuovo governo di poter centrare l’ambizioso obiettivo. Professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna ed Accademico dei Lincei, il politologo ha alle spalle anche la preziosa esperienza di senatore della Repubblica che gli consente analisi più approfondite.
“C’è stata una assordante campagna di stampa, in modo particolare da parte dei giornaloni, nell’invocare Draghi come ‘il salvatore dell’Italia’, appunto dopo aver salvato l’euro e con esso l’Europa, mentre il governo Conte – osserva Pasquino – stava facendo bene, andava nella giusta direzione”. Fatta questa osservazione dovuta, “Draghi – sottolinea il politologo – ha un suo percorso preciso, ma dalla sua ha uno sponsor politico chiaro, autorevole, come il Presidente della Repubblica, Mattarella, che, non v’è dubbio, saprà consigliarlo al meglio in questo passaggio delicatissimo”.
Come dire, pur se Draghi ha sempre operato nel mondo delle banche e della finanza, fino alla presidenza della Bce, “forse potrà essere meno keynesiano del suo maestro Caffe’, forse non avrà sufficiente esperienza politica, però – evidenzia Pasquino – non è un salvatore della Patria, ma è tutt’altro che sprovveduto e saprà essere all’altezza del compito affidatogli dal Presidente della Repubblica“.
Insomma, attorno al neo premier troppi sperticati, eccessivi elogi non richiesti: una enfasi sopra le righe. “Sono relativamente ottimista”, ribadisce Pasquino rispetto all’irripetibile opportunità di rilancio del Paese grazie ai 209 miliardi del Recovery Plan. Eppure dopo il pronunciamento favorevole al nuovo governo di tutte le forze presenti in Parlamento, ad eccezione di Fdl, ci sono fermenti dentro il M5S sul voto di fiducia per la composizione della compagine governativa e sulla distribuzione dei ministeri.
“Mi pare che il M5S si sia pronunciato, abbia già votato e la maggioranza ha scelto di dare il via alla formazione del governo Draghi di cui farà parte – evidenzia Pasquino – Ora lavori bene e cerchi con intelligenza di influenzarne le scelte politiche, quali politiche fare. Star fuori dal governo è, per me, una scelta sbagliata”. Tanto più che in ballo c’è ancora la possibilità di una alleanza più o meno strutturale con Pd e Leu.
“Certamente l’esperienza accumulata con il governo Conte non va dispersa, anzi va rafforzata dal momento che anche Pd e Leu fanno parte del governo che – nota Pasquino – dovrà metter mano alla legge elettorale: occasione per formulare proposte magari comuni“. Poi in primavera ci sono importanti test amministrativi, in grandi città: occasione per dar vita ad alleanze elettorali.
“Si tratta di tanti passaggi importanti – conclude Pasquino – sui quali lavorare, non solo il Recovery Plan, ma la legge elettorale, la lotta alla pandemia, il piano vaccinazioni, per proseguire e migliorare l’esperienza realizzata con il governo Conte“. E con un occhio alla prossima tornata elettorale. I voti contano. Contare tanti voti serve.
Pubblicato il 14 febbraio su affaritaliani.it
Lezioni di Politica @EnricoLetta e @GP_ArieteRosso #BristolTALK
Programma ideato e condotto da Lorenzo Benassi Roversi
“Questa volta parliamo di politica (non di schieramenti politici!): quale legge elettorale può garantire stabilità? Come rinnovare davvero il sistema politico? Le istituzioni europee sono democratiche? Qual è il ruolo dei giovani e di quali linguaggi sono portatori? A farci da guida, saranno i libri Minima Politica e Libertà inutile, i cui temi affronteremo con l’autore, Gianfranco Pasquino, in dialogo con Enrico Letta, fondatore di Scuola di Politiche.”
In onda il 6 Febbraio 2021 su TRC
Le elezioni non bastano a scegliere buoni governi @DomaniGiornale
La debolezza dei governi italiani deriva dal fatto che “non sono usciti dalle urne” (Antonio Polito), il loro assetto non è stato “determinato nelle urne”, non hanno ricevuto “alcun mandato dalle schede elettorali”, non hanno la “forza di legittimazione proveniente da un corpo elettorale” (Paolo Mieli, “Corriere della Sera”, 28 dicembre). Ma, se il governo Conte è debole perché accusare il Presidente del Consiglio di autoritarismo? Peraltro, questa accusa, quando proviene da coloro che volevano il Premierato forte, appare tanto contraddittoria quanto risibile. Quale dei molti governi delle democrazie parlamentari europee ha ricevuto una legittimazione direttamente dalle urne ovvero non si è formato in Parlamento attraverso accordi di coalizione? Quanti elettori tedeschi nel 2017 votarono la Democrazia Cristiana e il Partito Socialdemocratico per “legittimare” la (terza) Grande (oggi alquanto risicata) Coalizione? Stesso discorso per il governo spagnolo guidato dal socialista Pedro Sanchez frutto, direbbe Mieli, di una “scorreria” parlamentare, la costituzionalmente prevista mozione di censura . Potrei moltiplicare gli esempi, ma già so che non servirebbe a nulla poiché i commentatori politici italiani non hanno alcun interesse e nessuna conoscenza comparata. Molti di loro continuano a criticare le leggi elettorali proporzionali che esistono da più di cento anni in tutte le democrazie dell’Europa occidentale, ad eccezione della Quinta Repubblica francese. A proposito della Quinta Repubblica, lì si utilizza un sistema elettorale maggioritario a doppio turno in collegi uninominali. Maggioritario non è un sistema elettorale proporzionale sul quale si innesta un qualsivoglia premio di maggioranza. Dunque, non bisogna mai consentire con Matteo Renzi quando afferma di volere un sistema elettorale maggioritario poiché continua a riferirsi all’Italicum e affini e non vuole affatto i collegi uninominali nei quali si vince e si perde (e, incidentalmente, non è mai consentito a nessuno/a di essere candidato/a in più di un collegio uninominale).
La debolezza dei governi italiani ha due cause: i numeri spesso poco superiori alla maggioranza assoluta dei parlamentari e le differenze programmatiche fra i partiti che compongono la coalizione (nonché le divergenze persino all’interno dei partiti cristallizzate in correnti). Sia chiaro che neppure nelle Repubbliche presidenziali quello che esce dalle urne è il governo. Ne esce soltanto il Presidente il quale, poi, quando si accingerà a scegliere i suoi ministri, dovrà tenere conto di tutte le “sensibilità” dentro il suo partito e delle associazioni dei più vari tipi che hanno contribuito alla sua elezione. Quando, poi, il presidenzialismo di cui parliamo è quello degli USA, allora sarà opportuno non dimenticare tutti gli inconvenienti che derivano dalla possibilità, che si produce con notevole frequenza, del “governo diviso”, vale a dire quando il Presidente non dispone della maggioranza in una o in entrambe le Camere (auguri ai candidati democratici al Senato in Georgia).
La qualità, stabilità politica (magari agevolata dall’esistenza del voto di sfiducia costruttivo, deterrente che blocca i poteri di ricatto e i ricattatori) più efficacia decisionale, dei governi italiani dipende in parte dalla legge elettorale, vale a dire da come vengono selezionati i rappresentanti parlamentari e, dunque, dai partiti, in parte dalla frammentazione della società italiana. Fintantoché le leggi elettorali consentiranno le candidature multiple e non imporranno requisiti di residenza ai candidati/e e dunque avremo parlamentari “nominati” e paracadutati, la rappresentanza politica continuerà ad essere inadeguata. Una rappresentanza inadeguata non è mai in grado di dare vita a governi stabili, produttivi, capaci di rapportarsi alla cittadinanza. Sempre più difficile è diventato ricostruire organizzazioni partitiche decenti, ma solo partiti che si dotino di una cultura politica potranno migliorare il governo, quel “difficile governo” di cui già nel 1972 acutamente scrisse Giorgio Galli scomparso domenica. Infine, soltanto rilevando che la società italiana è frammentata, particolaristica, spesso disponibile ad accettare le pratiche clientelari e, dunque, operando per ricomporla attraverso la ricostruzione di partiti decenti, non con espedienti ingegneristici e trucchetti, sarà possibile migliorare il funzionamento del sistema politico italiano.
Pubblicato il 29 dicembre 2020 su Domani
Renzi sta indebolendo l’Italia #intervista @ilgiornale
“Io non volevo solo partecipare alle feste. Volevo avere il potere di farle fallire”. Matteo Renzi, il promotore del governo giallorosso, veste nuovamente i panni di Jep Gambardella e sembra pronto a far cadere Giuseppe Conte. Abbiamo chiesto a Gianfranco Pasquino, di analizzare l’attuale situazione politica.
Intervista raccolta da Francesco Curridori Domenico Ferrara
Renzi, da leader di un partito “a vocazione maggioritaria” rischia di passare alla storia come un Mastella qualunque o il nuovo Ghino di tacco. Perché è avvenuta questa mutazione e dove lo porterà?
Io credo che la trasformazione sia effettivamente in corso, credo che il suo problema sia che non è mai riuscito a capire esattamente che cos’è la politica a livello nazionale e a questo punto è capo di un partitino e deve fare fruttare quella che è una rendita di posizione perché è in qualche modo il dominus di questo governo coi suoi parlamentari, una volta che si andasse a votare perderà questo ruolo e dunque scomparirà, quindi deve fare fruttare tutto adesso, dipende dalla sua mancanza complessiva di cultura politica.
Qual è l’obiettivo di Renzi? Rimpasto o elezioni?
Adesso apparentemente l’obiettivo immediato è di riuscire a controllare parte dell’ingente somma di denaro che verrà attraverso il Recovery Fund, l’obiettivo successivo probabilmente è un rimpasto anche se credo che non sia il problema di avere più ministri, forse vuole sconfiggere Conte con qualcuno che faccia più attenzione alle sue esigenze.
Il premier ha rilasciato una serie di interviste nelle quale si dice disponibile a trattare. La sua poltrona, stavolta, scricchiola per davvero?
No, io credo che Conte sia molto abile a contrastare queste che sono più che punture di spillo, sono tentativi di spingerlo giù da un burrone, credo che abbia dietro di sé Mattarella perché sa che non sarà facile sostituire Conte come primo ministro, credo che riuscirà a superare questo e lo farà cedendo parte del suo potere di controllo del denaro, credo che sia una buona cosa perché ha accentrato troppo nelle sue mani la gestione di questi ingenti fondi.
Nel merito del problema, sulla cabina di regia, Renzi ha ragione oppure è solo un pretesto per far cadere Conte?
Qualcuno mi accusa di essere prevenuto nei confronti di Renzi, io invece sostengo di essere postvenuto, cioè di aver visto e valutato tutti i suoi comportamenti a partire da quando fece cadere il governo Letta per sostituirlo, le sue affermazioni che poi contraddiceva coi suoi comportamenti, credo che abbia torto perché non sta operando per far funzionare meglio il governo del Paese ma sta intralciando questo funzionamento, sta minacciando, sta ricattando, indebolendo il governo, indebolendo l’Italia perché Conte è il volto italiano a Bruxelles.
Renzi, in caso di elezioni, è destinato a sparire oppure può sperare di avere di nuovo un ruolo centrale nella politica italiana?
Dipende moltissimo dalla legge elettorale, infatti Renzi dice una cosa che è sbagliata ma che contrasta quello che tutti chiamano il ritorno al proporzionale. L’attuale legge Rosato è una legge 2/3 proporzionale e 1/3 maggioritario, quindi nella proporzionale ci siamo già. Se ci sarà una soglia di esclusione del 5% Renzi non entrerà nel Parlamento.
Pubblicato il 11 dicembre 2020 si ilgiornale.it
La rappresentanza politica esiste dove gli elettori hanno potere @DomaniGiornale
Invece di ricorrere a improbabili non divertenti e assolutamente insignificanti parole latine per definire la bozza della prossima legge elettorale, sarebbe molto più utile che i commentatori ne spiegassero e valutassero le caratteristiche. Dire che in Commissione Affari Istituzionali si discute del Brescellum (perché il cognome del Presidente della Commissione è Brescia), ma si intrattiene anche l’idea del Germanicum o, peggio, del Tedeschellum poiché la legge potrebbe avere una soglia d’accesso al Parlamento del 5 per cento (attendo lo Svedesellum se la soglia sarà del 4 per cento come in Svezia), non serve a informare correttamente nessuno. Annunciare che “ritorniamo” alla proporzionale (con grande scandalo di coloro che temono che l’Italia s’incammini verso una Weimar da loro immaginata) senza ricordare che l’attuale legge Rosato è già 2/3 proporzionale e 1/3 maggioritaria, è una manipolazione. Non spiegare che il non precisato maggioritario che vorrebbe il leader di Italia Viva non ha niente a che vedere con le leggi maggioritarie inglese e francese, entrambe in collegi uninominali, la prima a turno unico, la seconda a doppio turno, è un’altra brutta manipolazione. Infatti, almeno a parole Renzi vorrebbe qualcosa di simile al suo amato Italicum: un premio di maggioranza innestato su una legge proporzionale che gli consentirebbe trattative a tutto campo.
Fintantoché nessuno dirà con chiarezza, e sosterrà con coerenza, che le leggi elettorali si scrivono non per salvare i partiti e per garantire i seggi dei loro dirigenti, ma per dare buona rappresentanza politica agli elettori, non sarà possibile scrivere una legge elettorale decente. Quando leggo nel titolo di grande rilievo dell’intervista rilasciata da Sabino Cassese al “Domani” che : “l’attuale classe politica non è all’altezza di governare”, mi sorgono spontanee (sic) tre domande: 1. come è stata reclutata l’attuale classe politica? Che c’entri qualcosa anche la legge elettorale? 2. dove e come troverebbe l’astuto professor Cassese una classe politica migliore, all’altezza? 3. che sia necessaria una legge elettorale diversa per porre le premesse del miglioramento della classe politica? Poi mi vengono in mente tutti coloro che, saputelli e arrogantelli, dicono che non esiste una legge elettorale perfetta, magari mentre vanno in giro criticando il bicameralismo italiano proprio perché “perfetto” (non lo è).
La classe politica migliore verrà, da un lato, dalla competizione vera fra partiti e fra candidati, proprio quello che la legge Rosato non può offrire, e dalla possibilità per gli elettori scegliere davvero fra partiti, ma anche fra candidati/e non nominati non paracadutati. Se il collegio è uninominale (e la legge maggioritaria), no problem: gli elettori valuteranno anche i candidati, la loro personalità, la loro esperienza, la loro competenza. Se la legge è proporzionale, la lista delle candidature non deve essere bloccata e agli elettori bisogna assolutamente garantire la possibilità di esprimere un voto di preferenza (perché non due lo spiegherò un’altra volta). Trovo, da un lato, risibili, dall’altro, prova sicura di ignoranza profonda, dall’altro, ancora, offensiva per la grande maggioranza degli elettori italiani, sostenere, come viene spesso fatto, che il voto di preferenza apre la strada alla mafia e alla corruzione. Oggi esiste una Commissione parlamentare che serve a individuare preventivamente quali sono le candidature impresentabili e c’è una Legge Severino che punisce severamente la corruzione. La mafia e la corruzione non si combattono, e meno che mai si vincono, sottraendo agli elettori la possibilità di scegliere il loro candidato/a e non consentendo ai candidati/e di andare a cercarsi quei voti, interloquendo con gli elettori per farsi eleggere, e di tornare da quegli elettori per ottenere la rielezione spiegando il fatto, il non fatto, il malfatto. Dunque, le leggi elettorali si valutano in base alla possibilità di stabilire e mantenere un legame di rappresentanza politica fra elettori e candidati attraverso il collegio uninominale oppure il voto di preferenza e dando per l’appunto agli elettori il potere di scegliere. Non mi pare proprio che queste esigenze siano tenute in conto in Commissione alla Camera. Credo che almeno i commentatori (e qualche professore di Scienza politica non servo del suo partito di riferimento) dovrebbero farne tesoro o, quantomeno, tenerle presenti e discuterne.
Pubblicato il 8 dicembre 2020 su Domani
M5S, gli Stati Generali sono una buona notizia. Pasquino spiega perché @formichenews
Non è successo poco agli Stati Generali di M5S. Al contrario, governisti e ribellisti si sono contati e pare che i primi abbiano vinto. Avanti tutta, anzi, no: adelante con juicio. Il commento di Gianfranco Pasquino
Barcamenarsi. Potrei anche scriverlo in inglese: muddling through. Ė una pratica spesso onorata e riverita. In paesi dove la politica non è veloce, barcamenarsi può anche essere una strategia, saggia. Vero è che non sembra che i Cinque Stelle abbiano la capacità di elaborare una strategia di lungo termine, che, comunque, personalmente, sconsiglierei. Allora, finché la barca va e, in effetti, la barca, sia quello del Movimento sia quella del governo, di cui il Movimento è parte essenziale, va, è il caso apportare solo piccole correzioni di rotta. Rimanendo in metafora, la barca continuerà ad andare paradossalmente spinta dal brutto vento del Covid-19. Soltanto gli irresponsabili cambierebbero il timoniere, che continua ad avere un alto grado di gradimento, e i suoi collaboratori, in piena tempesta Covid (-19, 20, 21) Soltanto i perfezionisti vorrebbero restringere la scelta fra il movimento che fu, ma ancora in parte è, e il partito che difficilmente sarà anche perché in Italia non si fa più politica con partiti veri e propri da almeno tre lustri.
Però, ci sono delle falle chiudere. La più evidente è quella che ha consentito ai Casaleggio di ottenere non solo una barcata di Euro, ma un notevole controllo sui pentastellati. Il distacco fra il Movimento e Rousseau è cominciato e questo spiega l’irritazione di Davide Casaleggio che sente sfuggirgli, forse definitivamente, il doppio asset: danaro e potere. L’altra falla si trovava nella maledetta clausoletta del limite ai mandati. Chi conosce un po’ di politica e di teoria della rappresentanza sa che fu un errore, ma un errore dettato dal furore anti-casta parlamentare. Quel furore si è un po’ acquietato, ma la correzione dell’errore non sarà affatto facile. I governisti già fibrillano. Alternative occupazionali prestigiose è difficile trovarne. Invece, trovare un seggio per Alessandro Di Battista sarà un gioco da bambini. Non fa problema neanche soddisfare la sua seconda richiesta che il Movimento si presenti e corra da solo. Con una legge elettorale proporzionale, di cui non si sente parlare perché evidentemente è in lockdown con tanto di mascherina, correre da soli è quasi imperativo. Poi, perché mai annunciare alleanze organiche prima del voto quando nelle democrazie parlamentari i governi non escono affatto dalle urne (come Minerva dalla testa di Giove), ma si fanno, contati i voti e i seggi in Parlamento?
Non è successo poco agli Stati Generali. Al contrario, governisti e ribellisti si sono contati. Ancora non sappiamo i risultati, ma per i numeri precisi anche negli USA ci hanno messo una decina di giorni. Ad ogni buon conto, i primi hanno vinto e i secondi si sono resi dolorosamente conto che non hanno abbastanza forza per nessuna spallata. Avanti tutta, anzi, no: adelante con juicio. Attacco a due punte: Di Maio e Di Battista, altrimenti teniamoci Vito Crimi come falso nueve, cioè il centravanti che sbuca quando serve. Se tutto quello che hanno gli altri è l’allenatore Goffredo Bettini che sdogana Silvio Berlusconi per allearsi con il quale certo non avevano votato gli elettori del PD, allora il Movimento 5 Stelle potrà anche sperare, da un lato, che un buon numero di elettori esprimerà la sua insoddisfazione, dall’altro, che il reddito di cittadinanza verrà ricordato dai suoi percettori come, risbuca la metafora marinara, un’efficace ancora di salvezza.
Pubblicato il 16 novembre 2020 su formiche.net
A partire da “MINIMA POLITICA Sei lezioni di democrazia” parliamo della prossima #LeggeElettorale con @SalvaLElefante @UtetLibri

Siamo un’associazione di promozione sociale composta da ragazzi che vogliono scommettere sul riscatto della nostra generazione. Vogliamo essere una comunità; vogliamo unire le migliori menti ed energie per realizzare proposte sia rivoluzionarie che concrete in grado di ribaltare la situazione attuale, aumentando l’occupazione giovanile. Creare una realtà associativa, dove i giovani, ma non solo, possano trovare un supporto nei problemi legati al mondo del lavoro.
Ospite speciale dell’Associazione Salviamo l’Elefante il Prof. GIANFRANCO PASQUINO, politologo e accademico italiano, allievo di Norberto Bobbio e Giovanni Sartori, è professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna, nonché membro del gruppo di studio e di ricerca “Giustizia penale italiana, europea e internazionale” dell’Iberojur. Dal luglio 2005 è socio dell’Accademia dei Lincei. Ci parlerà del suo libro “MINIMA POLITICA Sei lezioni di democrazia” ed affronteremo con lui il dibattito riguardante la prossima legge elettorale.

Il dopo referendum – E ora il potere torni agli elettori
Quali sono le conseguenze del referendum costituzionale che ha ridotto il numero dei parlamentari? Abbiamo chiesto a Gianfranco Pasquino*, docente di Scienza politica, una riflessione intorno alle decisioni politico-istituzionali necessarie per riconsegnare ai cittadini il potere di scelta dei rappresentanti.
da LiberEtà novembre 2020 (pp. 24-27)
Il risultato del referendum del 20 e 21 settembre segna una tappa, a mio parere, non gloriosa, dell’antiparlamentarismo strisciante italiano la cui bandiera è stata sventolata dal Movimento 5 Stelle. Al tempo stesso, potrebbe diventare l’inizio di un processo riformatore indefinito nella quantità di riforme elettorali e istituzionali e nella sua qualità. Tuttavia, non è affatto scontato che quello che si prospetta di fare sia preferibile a quello che già sta scritto nella Costituzione e che condurrà a migliorare il funzionamento del sistema politico italiano e della qualità della democrazia. Significativamente ridimensionati, i parlamentari italiani avranno certamente delle difficoltà sui due versanti nei quali esplicano i loro compiti essenziali che, in una democrazia parlamentare, sono due: dare rappresentanza politica ai cittadini e controllare l’operato del governo.
Sul primo versante, il Movimento 5 Stelle e, soprattutto, il Partito Democratico hanno annunciato il loro impegno alla formulazione di una nuova legge elettorale di tipo proporzionale. Poiché di leggi proporzionali ne esistono numerose varianti, sarebbe opportuno porre, come direbbero i poco fantasiosi politici, dei paletti. Al di là della formula prescelta, la nuova legge dovrebbe consentire l’espressione di un voto di preferenza e non dovrebbe contenere la possibilità di candidature multiple. Il criterio ispiratore deve essere quello del potere degli elettori. La vigente legge elettorale tedesca, se presa nella sua integrità, risponde a questi requisiti. Quanto al controllo che i parlamentari ridotti di un terzo riusciranno ad esercitare sul governo, non per paralizzarlo, ma per evitarne eccessi e errori, sembra che i revisionisti costituzionale si siano messi sulla strada, anch’essa tedesca, del voto di sfiducia costruttivo. Bene, ma bisognerebbe evitare la eccessiva emanazione di decreti legge sui quali il governo pone la fiducia rendendo impossibile in questo modo non soltanto all’opposizione, ma alla sua stessa maggioranza, qualsiasi miglioramento dei contenuti del decreto.
L’inevitabile tecnicismo delle revisioni costituzionali (e dei regolamenti parlamentari) non deve fare passare in secondo piano i problemi politici contemporanei che inevitabilmente incideranno sulle soluzioni di cui si discute e sull’evoluzione a breve e a lungo termine della vita politica italiana. Insieme alla vittoria referendaria, il Movimento Cinque Stelle ha dovuto registrare un suo serio declino elettorale in tutte le regioni nelle quali si è votato. Continuo a pensare che il voto “politico” delle Cinque Stelle potrà comunque essere superiore al 10 per cento, ma la caduta attuale è preoccupante per il loro futuro e, in una (in)certa misura, per il futuro del governo e del sistema politico. Infatti, anche se il Partito Democratico ha ottenuto buoni risultati in tre importanti regioni, le sue percentuali, poco sopra il 20 percento, continuano ad essere insufficienti a garantire qualsiasi vittoria nazionale prossima ventura. Il PD avrà sempre bisogno di alleati anche qualora riuscisse a delineare un suo “campo largo”. Di qui la proposta di un’alleanza organica con le Cinque Stelle che, però, primo, potrebbe non essere affatto numericamente sufficiente; secondo, al momento non sembra politicamente accettabile ad una parte consistente, peraltro non maggioritaria, degli aderenti pentastellati.
In verità, il governo Conte trae la sua forza dalla popolarità del Presidente del Consiglio il cui operato è apprezzato giustamente da più del 60 per cento degli elettori, per quanto criticato, a mio parere con incomprensibile faziosità e pochezza di argomenti, da “Repubblica” e dal “Corriere della Sera” nonché, ovviamente, dalla stampa di destra. È soprattutto grazie alla intransigenza e alla credibilità di Conte e, in misura leggermente inferiore, del Ministro Gualtieri e del Commissario Gentiloni che l’Italia ha ottenuto dalla Commissione Europea un pacchetto di prestiti e di sussidi di gran lunga superiore a quello di tutti gli altri paesi. Adesso, come giustamente dichiarato da Conte stesso, bisognerà riuscire e spenderli presto e bene su progetti nel solco delle direttive europee per digitalizzare l’Italia, farne un’economia verde, con trasformazioni strutturali nella sanità, nella scuola e nella amministrazione della giustizia. I rapporti con l’Unione Europea sono e possono rimanere il punto di forza di Conte e del suo governo al tempo stesso che sono il vero tallone d’Achille dell’opposizione di centro-destra.
Nessuno può immaginare neppure per un momento che un governo sovranista Salvini-Meloni, o viceversa, sarebbe stato e sarà in grado di negoziare efficacemente con gli europeisti. Al contrario. Naturalmente, se il governo Conte riuscirà a trasformare l’Italia è possibile che il futuro politico-elettorale del Partito Democratico e del Movimento 5 Stelle riservi sorprese positive. Al momento, però, anche se è possibile vedere non pochi scricchiolii in quella che sembrava la potente macchina da guerra di Salvini e della Lega, è indubbio che il centro-destra continua ad essere numericamente e percentualmente più forte del centro-sinistra nelle sue varie articolazioni.
Né le revisioni costituzionali né le alleanze fra partiti possono fare dimenticare quello che, a mio parere, è il vero problema italiano a partire dal crollo del muro di Berlino: la debolezza dei partiti e la disgregazione del sistema dei partiti. Partiti nascono, si trasformano, s’indeboliscono, illudono gli elettori, diventano irrilevanti. Non consentono progetti e azioni di governo di un qualche respiro. Inevitabilmente, gli elettori cambiano i loro comportamenti di voto contribuendo a vittorie improvvis/ate e a declini bruschi. C’è un senso di precarietà nella politica italiana alla quale, per fortuna, anche per la dura della loro carica, si sono contrapposti i Presidenti della Repubblica: Scalfaro, Ciampi, Napolitano, Mattarella. Ecco perché l’elezione del successore di Mattarella all’inizio del 2022 sarà particolarmente importante. Ecco perché i Cinque Stelle e il PD non debbono bruciare la grande opportunità che si offre loro.
*Gianfranco Pasquino è Professore emerito di Scienza politica, Università di Bologna. Il suo volume più recente è Minima Politica. Sei lezioni di democrazia (UTET 2020).
Partiti, movimenti, riforme istituzionali. Diagnosi, in prospettiva comparata, sullo stato di salute della democrazia italiana, delle sue istituzioni e delle forze che ne costituiscono l’ossatura imprescindibile #intervista @Policlic_it
Intervista raccolta da Riccardo Perrone per
“Policlic l’informazione a portata di clic” n 5
Nel pieno di un periodo drammatico, segnato dall’esplosione globale della pandemia di COVID-19, si è svolto in Italia un importante referendum confermativo, inerente alla riforma costituzionale per la riduzione del numero dei parlamentari, che ha sancito la vittoria dei Sì con il 69,6%. Delle conseguenze di questo responso e di molto altro – dall’evoluzione di partiti e movimenti alle riforme istituzionali, con riferimenti all’attualità politica – abbiamo avuto il piacere di parlare con Gianfranco Pasquino, Professore emerito di Scienza politica presso l’Università di Bologna, autore di numerosi e importanti volumi, l’ultimo dei quali – Minima politica. Sei lezioni di democrazia (Utet, 2020) – è da poco nelle librerie
Negli ultimi decenni abbiamo assistito alla nascita e alla proliferazione di una serie di movimenti collettivi, che rappresentano un importante strumento di partecipazione dei cittadini alla vita pubblica: si pensi ad esempio ai movimenti femministi, ambientalisti, o a quelli più recenti quali il movimento “Black Lives Matter” negli Stati Uniti e quello delle “Sardine” in Italia. La nascita e il successo di questi movimenti sono determinati esclusivamente da una spontanea iniziativa di cittadini che si uniscono per perorare una determinata causa, o sono invece dovuti anche all’azione “dall’alto” da parte di qualcuno che dà origine ai movimenti, conferendo loro organizzazione e visibilità?
Ci sono due interpretazioni che considero importanti per analizzare come nascono i movimenti. Da un lato c’è l’interpretazione classica weberiana, secondo cui i movimenti sono in qualche modo il prodotto di insoddisfazioni diffuse, alle quali dà inizio un imprenditore politico, che trasforma questa “effervescenza” – termine utilizzato da Max Weber – in qualcosa di più concreto, in un movimento. Sono persone che si mettono insieme per un qualche scopo. Poi lo scopo può essere preciso, o può essere invece abbastanza vago, e quindi naturalmente può attrarre diverse persone a seconda della chiarezza dello scopo. Questa interpretazione mi pare adeguata. Naturalmente, Weber procede sostenendo che il movimento deve riuscire poi a istituzionalizzarsi, altrimenti o consegue lo scopo e finisce lì, oppure non consegue lo scopo e i suoi componenti si disperdono.
L’altra interpretazione è quella di Alain Touraine, grande sociologo francese, secondo cui in tutte le società vive nascono movimenti. Se una società è viva e vivace, produrrà dei movimenti. Ci sono persone che si incontrano, sulla base di identità, interessi, ideali comuni, e che danno vita a un movimento che può essere più o meno grande. Nel caso di “Black Lives Matter” ci sono alcuni elementi che sono certamente weberiani, nel senso che c’è un’insoddisfazione abbastanza diffusa. È difficile trovare un leader in questo caso, perché l’America è un Paese geograficamente vasto e perché i grandi leader di colore in questo momento non ci sono. Questi sono movimenti che nascono qualche volta all’interno di situazioni specifiche e che vengono rappresentati, per esempio, attraverso la televisione. Non c’è in questo momento un vero e proprio leader del movimento, che è frammentato, cioè si trova in più zone a seconda dei casi, dei contesti, delle sfide.
Con riferimento alla situazione italiana, possiamo osservare come negli ultimi venticinque, trent’anni si sia verificato un sostanziale cambiamento delle caratteristiche e del ruolo dei partiti. Un tempo erano strumenti e organizzatori della vita sociale dei propri iscritti, attualmente invece sono percepiti come “insegne elettorali” o poco più, che contemplano in misura notevolmente minore la partecipazione di iscritti e simpatizzanti alle loro attività. Quali sono a suo parere le cause di questi mutamenti?
I partiti italiani sono declinati in maniera visibile a partire dal 1992-94, ma la loro crisi era iniziata già prima, quando non si erano in nessun modo rinnovati, quando non avevano capito fino in fondo che cosa significasse, non solo per il mondo occidentale, ma soprattutto per l’Italia, la caduta del muro di Berlino. E da allora, soprattutto dopo l’ingresso in politica di Silvio Berlusconi, buona parte dei partiti è entrata in una dimensione di crisi, di difficoltà che non era soltanto organizzativa, ma anche e soprattutto culturale. Oserei dire che è scomparsa la cultura politica di ciascuno di quei partiti, e la maggior parte di essi si è trasformata in partiti personali – cioè sono quello che il leader, popolare nella fase di conquista, è o vuole essere. E oggi ci troviamo di fronte a uno schieramento partitico in cui c’è un unico componente che si chiama partito, il Partito Democratico, mentre tutti gli altri hanno deciso di prendere altri nomi perché l’elettorato non gradisce più i partiti. Questo è il punto fondamentale: nessuno gli ha spiegato a cosa serve un partito, che tipo di compiti svolge, che è indispensabile per la democrazia, perché raggruppa opinioni che si fanno anche politiche pubbliche.
Per di più non c’è più nessuna cultura politica. Adesso vediamo qualcosa che sta maturando, ma è difficile dire che sia già una cultura politica, in particolare sulla destra dello schieramento. Da un lato c’è Salvini, che peraltro ha abbandonato l’idea del federalismo e della indipendenza della Padania, e quindi ha ridotto la sua cultura politica semplicemente ad atteggiamenti anti-europei, anti-migranti – Salvini è contro qualcosa, non è chiaro a favore di cosa sia. Dall’altro c’è un atteggiamento sotterraneo, in Salvini e forse un po’ di più in Giorgia Meloni, che definiamo “sovranismo”; ma che il sovranismo rappresenti una vera e propria cultura politica, è difficile dirlo. Io direi che è improbabile che lo sia in questa fase: deve probabilmente essere meglio declinato, e non vedo nemmeno il teorico del sovranismo.
Vedo anche determinate frange di sovranismo nelle file della sinistra che sta al di fuori del PD. Il PD è coerentemente europeista, e quindi potrebbe vantare quella cultura, se qualcuno la elaborasse. Invece al momento è soltanto un atteggiamento, o meglio una sensibilità. Il PD ha sensibilità europeiste, e questo va benissimo. Che abbia una cultura politica complessiva è difficile dirlo. Quando nacque nel 2007, sostenne che era “il meglio delle culture politiche” e che avrebbe messo insieme ambientalismo, riformismo, cattolicesimo democratico e così via, dimenticandosi ad esempio del socialismo che in questo Paese ha rappresentato una storia di riformisti veri, e non è riuscito a dar vita a una cultura politica. Di volta in volta è “il partito di”: è stato forse il partito di Veltroni, è stato forse un po’ di più il partito di Renzi, fa fatica a diventare il partito di Zingaretti perché quest’ultimo non ha la capacità comunicativa che avevano sia Veltroni sia Renzi.
Questa è la situazione italiana, nella quale i partiti cambiano poco a seconda del tipo di leadership che hanno, ma non riescono in realtà a strutturarsi: sono spesso evanescenti, salgono e scendono dal punto di vista elettorale, vanno al governo o perdono ruoli di governo, ma non lasciano traccia. Siamo in una situazione, come direbbe Bauman, sostanzialmente liquida, e questo naturalmente non è un bene, perché i partiti nascono con la democrazia, e possiamo dire che la democrazia nasce con i partiti, si regge sui partiti; e se i partiti sono deboli, la qualità della democrazia è naturalmente abbastanza bassa.
Per quanto si è appena detto, mi sembra evidente che gli attuali partiti italiani non possano essere definiti “partiti di massa”. Come possiamo definirli, “partiti di quadri”, “partiti pigliatutti”? O invece è necessario teorizzare una nuova categoria ad hoc?
Questi sono partiti personali, che si reggono soprattutto sulle qualità, sulle caratteristiche – perché qualche volta non sono vere e proprie qualità – dei leader, e quindi si spostano a seconda del modo con il quale il leader si sposta, a seconda del successo che ha. E i partiti personali sono inevitabilmente legati alla persona del leader, e quindi possono diventare sufficientemente forti, sempre dal punto di vista elettorale, ma anche perdere consenso in maniera molto rapida. Questa è la situazione di fondo. Non c’è più nessun legame con il passato, con quelle categorie che lei giustamente evocava, perché quelle categorie sono finite. Certamente nessuna delle organizzazioni esistenti oggi in Italia può essere definita di massa. Se c’è un’organizzazione ancora di massa, forse è il sindacato CGIL, e tutte le altre sono organizzazioni al massimo di quadri, peraltro non particolarmente preparati, oserei dire. In qualche caso più che politici direi burocratici; questo è il caso anche della CGIL.
Secondo la fondamentale teoria dei cleavages, elaborata a metà degli anni Sessanta da Rokkan, i partiti politici riflettono “fratture sociali” ben definite. Possiamo considerare tuttora valida questa teoria? Quali sono le divisioni, i conflitti all’interno della società di oggi, che i partiti provvedono a rappresentare e in qualche modo a istituzionalizzare?
Rokkan raccontava una storia europea, che secondo me va bene fino ad un certo punto. Infatti si riferiva all’Europa occidentale: non poteva raccontare quella storia per l’Europa orientale e naturalmente non poteva raccontarla per i Paesi anglosassoni al di fuori del continente europeo – ma in realtà neanche per la Gran Bretagna. Quindi una teoria che era affascinante, ma da parecchi punti di vista limitata geograficamente.
Quello che è successo è che la maggior parte di quei cleavages sono fondamentalmente scomparsi. Oggi non parliamo più, ad esempio, del cleavage città-campagna: semmai il cleavage è nella città, tra i centri cittadini e le periferie; questo possiamo dirlo anche per gli Stati Uniti, ad esempio. Oggi è difficile dire che ci sia un cleavage che riguarda la religione nei Paesi occidentali, perché la religione è diventata molto meno influente dal punto di vista politico. Ci sono ancora partiti che hanno un aggancio alla religione, per esempio i partiti democristiani, che fondamentalmente sono gli ultimi rimasti. Non sono partiti marginali, sia chiaro – si veda su tutti il caso tedesco – però per il resto il cleavage tra i laici e i religiosi in Italia è sostanzialmente inesistente, nonostante i ripetuti richiami alla necessità di un partito cattolico.
Per quanto riguarda i cleavages attuali, a Rokkan contrapporrei Altiero Spinelli, il quale ha sostenuto nel “manifesto di Ventotene” che a un certo punto non ci sarebbe stata più una distinzione classica tra destra e sinistra, ma la vera distinzione sarebbe stata tra i sostenitori di un’Europa politica unificata e federale e coloro che invece sono contrari. Quindi potremmo dire che il cleavage che sta sorgendo, e che potrebbe caratterizzare alcune competizioni politiche, è quello tra i sovranisti, che vogliono mantenere il potere all’interno della propria nazione, e gli europeisti, che sono invece disposti a condividere la sovranità a livello europeo. Questo è quello che mi pare in corso, e mi pare più importante rispetto alla categoria di “populismo”. Marine Le Pen non è una populista, ma è certamente una sovranista.
Anche Orban secondo me è molto meno populista di quel che si dice, ed è invece un sovranista, e così via. Potremmo andare alla ricerca di questo in molti contesti: in Svezia c’è un partito, chiamato “Democratici Svedesi”, che è sicuramente un partito sovranista; in Finlandia, credo si chiamino “Veri Finlandesi”. Credo si possa dire che non ci sono più i cleavages tradizionali, e anche quello economico tra i lavoratori e i proprietari dei mezzi di produzione mi pare molto ridotto nel suo impatto. Oggi dobbiamo preoccuparci più dei finanzieri e dell’accentramento di risorse nelle loro mani.
Quali sono i principali fattori che hanno determinato negli ultimi anni l’ascesa del Movimento 5 Stelle? Quali elementi di novità ha apportato al sistema politico italiano?
In un sistema politico nel quale l’elettorato era già privo di convinzioni molto forti, i 5 Stelle portano un attacco deciso al sistema in quanto tale, alle élites, e da questo punto di vista contenevano ovviamente un corposo grumo di populismo. I 5 Stelle hanno inoltre sfruttato e strumentalizzato l’insoddisfazione nei confronti della politica, che c’è sempre stata in Italia, ma che era ben visibile alla fine degli anni Duemila e agli inizi dello scorso decennio. Naturalmente hanno usato con successo, come abbiamo visto, la loro critica al Parlamento. Tutto questo nasce dalla famosa battuta di Grillo: “Apriremo il Parlamento come una scatola di tonno”, e porta a tutto quello che ne consegue, dal limite dei mandati all’imposizione di un vincolo di mandato. Usavano dunque tutti gli elementi di anti-parlamentarismo, anch’essi molto diffusi nel contesto italiano. Quindi l’insoddisfazione secondo me è il cardine di questo tipo di propaganda, non la proposta di soluzioni, che sono state tutte semplicistiche e, tranne pochi casi, assolutamente inattuabili. Su molti elementi, infatti, i 5 Stelle al governo hanno poi cambiato posizione.
Quest’insoddisfazione è destinata a rimanere. Trovo curiosi i commentatori secondo cui ci sarà una scomparsa del Movimento 5 stelle: non ci sarà una scomparsa, e in realtà non ci sarà neanche una scissione, perché sia Di Maio che Di Battista condividono l’insoddisfazione nei confronti di quelli che i commentatori considerano i due poli, e c’è un’insoddisfazione politica nei confronti del funzionamento del sistema. E allora qui l’elemento paradossale è che Conte – a cui mi riferisco come persona e come capo del governo – riesce a far funzionare il sistema, ma nella misura in cui il sistema funziona, si riduce l’insoddisfazione e quindi si riduce il numero di persone che vanno a votare per il M5S. Il paradosso è che perde voti perché ha successo a livello nazionale, come partito di maggioranza relativa, e ha successo il loro candidato, colui da loro prescelto per guidare il Governo. Però l’insoddisfazione continuerà a rimanere, non più al 33%, che è quello che hanno ottenuto nelle elezioni del marzo 2018, ma intorno al 15-16%, che è quello che i sondaggi danno loro fino a questo momento. Se poi ci fossero altri motivi di crisi, allora forse potrebbe crescere la percentuale di elettori, perché crescerebbe l’insoddisfazione.
Il Movimento, trovatosi alla prova del governo, sta tenendo fede ai propri valori [il termine sia inteso nella sua accezione neutra, NdR] e propositi delle origini?
Non lo so. Non lo so perché faccio fatica a vedere i valori delle origini. Qualcuno dovrebbe riprendersi le 5 Stelle e dirci che cos’erano esattamente, perché non me lo ricordo più. Ma per esempio sull’ambiente – se il Governo finalmente farà un piano ambientale per l’Italia, anche per avere i fondi europei – lì terranno fede alla loro impostazione. Hanno anche tenuto fede a cose che ritengo abbastanza marginali, ad esempio la riduzione del numero dei parlamentari o l’abolizione dei vitalizi – cioè alcune cose che riguardano sì la politica, ma in un certo senso anche la “pancia” dei cittadini italiani. E io non sono mai dell’idea di alimentare la pancia: bisogna alimentare il cervello, qualche volta anche il cuore, la passione, ma non la pancia; è meglio stare a dieta, magri, agili, capaci di cambiare idea, capaci di imparare.
Ciò detto, al governo hanno fatto delle cose che hanno certamente soddisfatto i loro elettori, e altre che non hanno avuto lo stesso effetto. Su alcune cose in realtà si impuntano perché non hanno abbastanza conoscenze: ad esempio sul MES per le spese sanitarie dirette e indirette insistono a dire “No”, e sbagliano sicuramente. Hanno anche cambiato atteggiamento nei confronti dell’Unione Europea, e questo è stato molto positivo. Però non si può dire se abbiano tradito i valori delle origini. Se i valori delle origini consistevano nello scaraventare il sistema nell’abisso, erano valori da non condividere, e soprattutto impossibili da attuare. Per il resto un po’ di cambiamenti li hanno anche introdotti: credo che facciano bene, ad esempio, a rivendicare il reddito di cittadinanza, anche se si poteva tradurre molto meglio in maniera concreta, e probabilmente verrà riveduto. Ci sono alcuni passaggi sui quali possono dire di aver fatto delle cose importanti, altri sui quali possono semplicemente dire: “Questo era impossibile, ce ne siamo resi conto, adesso cambiamo in buona misura quello che avevamo promesso”.
Non molto tempo fa, ho avuto occasione di leggere sul “Corriere della Sera” un interessante editoriale di Paolo Mieli, secondo cui la possibile alleanza strutturale tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle può rappresentare in prospettiva una riedizione del compromesso storico tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano. Nonostante ci siano molte differenze, soprattutto di carattere storico e internazionale, coglie delle analogie tra i due tentativi di avvicinamento?
No, non ne colgo proprio nessuna. Come diceva lei, ci sono delle differenze straordinarie nel quadro internazionale, tra allora e oggi. Non vedo il PD come un vero successore del PCI, è un’altra cosa, molto più disorganizzata. E non credo che i 5 Stelle possano essere definiti come democristiani; sono anzi molto distanti da quel tipo di cultura e da quel tipo di insieme di classe politica che, le ricordo, era comunque una classe politica molto preparata, che arrivava in Parlamento dopo aver fatto un cursus honorum, aver ottenuto cariche, governato a livello locale e così via. No, mi pare un’analogia sbagliata, e soprattutto credo che siamo in un sistema partitico molto diverso. Allora il PCI era tecnicamente un partito anti-sistema che cercava una sua legittimazione attraverso il compromesso storico, mentre il M5S è stato in parte anche anti-sistema, ma non ha bisogno di legittimazione. E quindi siamo in una situazione di una democrazia parlamentare nella quale i partiti fanno alleanze; il M5S ha fatto un’alleanza di un anno con la Lega, dopodiché ha trovato un altro interlocutore e ha fatto un’altra alleanza. Per cui non vedo nulla di organico: in una democrazia parlamentare non ci sono cose organiche, strutturate, che rimangono lì per sempre. Più che al compromesso storico, dovremmo invece guardare per esempio alla Germania, dove i democristiani hanno fatto un’alleanza molto duratura con i liberali, poi questi ultimi si sono alleati con i socialdemocratici, che a loro volta si sono in seguito alleati con i verdi. Quindi le alleanze si fanno in Parlamento, non c’è nulla di organico, tutto è legato a programmi, a persone, a momenti storici, e naturalmente ai voti. Per andare al governo bisogna avere voti e seggi, e questo rende alcuni partiti potenzialmente di governo, mentre altri non ce la faranno mai.
Il recente referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari ha decretato la vittoria del Sì. Nella conseguente situazione che si è venuta a creare, quali sarebbero le principali riforme istituzionali da attuare?
È un discorso molto ampio e complesso, che non posso fare in questa sede. Però la premessa è: ci sono alcuni che sostengono che bisogna ritoccare la Costituzione, e altri che sostengono il contrario, perché non c’è una necessità vera in questo senso, e perché i riformatori sono inadeguati e farebbero solo pasticci. Questi ultimi esprimono una posizione alla quale sono sufficientemente vicino. Dopodiché si può fare riferimento a un passaggio che è stato suggerito, cioè accettare la riduzione del numero dei parlamentari in quanto si è in tal modo aperta una breccia nella Costituzione, attraverso la quale passeranno altre riforme. Se qualcuno crede a questo, deve poi naturalmente mettere mano ai guai che ha combinato con la riduzione del numero dei parlamentari. Alcuni dicono che a questi guai si può porre rimedio, ad esempio con la riforma dei regolamenti parlamentari. Mi pare abbastanza ovvio, però non sono convinto che non si potesse fare la riforma dei regolamenti parlamentari anche prima del referendum e della conseguente riduzione dei parlamentari. Se il Senato e la Camera non funzionano bene per colpa dei loro regolamenti, potevano essere riformati a prescindere dalla riduzione del numero dei parlamentari.
Qualcun altro dice che è venuto il momento di intervenire finalmente sul bicameralismo paritario, simmetrico ed indifferenziato; poi sento invece che ci sarà la riduzione dell’età dei votanti che eleggono i senatori, e quindi sostanzialmente l’elettorato sarà lo stesso, e quindi ciò non differenzia un bel niente. Non ho ancora capito se differenzieranno qualche funzione, qualche compito. Ma non vedo la proposta. Sento dire che finalmente la fiducia verrà data da Camera e Senato in una seduta congiunta, per evitare che il Presidente del Consiglio parli prima in un’aula, mandando lo stesso testo nell’altra, con due dibattiti diversi, ma mi pare una “riformetta” da niente. O il bicameralismo lo si prende sul serio, e allora serve per avere una doppia lettura dei disegni di legge, oppure non lo si prende sul serio, e allora si dovrebbe decidere di passare al monocameralismo.
Infine, si apre quella che in latino è detta vexata quaestio, ossia il tema della legge elettorale. La legge elettorale Rosato è pessima, punto. Deve essere riformata a prescindere da qualsiasi altro pasticcio sia successo nel sistema politico italiano. Abbiamo ridotto il numero dei parlamentari, e quindi bisogna modificare la legge elettorale: certo, bisogna cambiare quella legge elettorale, ma qui poi si apre naturalmente il discorso di quali principi, criteri e obiettivi dovrebbero essere alla base di tale riforma, e quello che sento circolare è di nuovo una “riformetta”. Si vuole passare a un sistema elettorale proporzionale che non viene neanche definito bene; qualcuno si esercita nell’utilizzo di termini latini o presunti tali – germanicum, tedeschellum, adesso addirittura brescellum perché il presidente della Commissione Affari costituzionali si chiama Giuseppe Brescia.
In tutto questo c’è il fatto che in realtà i riformatori non vogliono darci una legge elettorale decente, e quindi vanno alla ricerca di questi piccoli meccanismi che favoriranno alcuni e sfavoriranno altri. Ma non sanno bene cosa sia la proporzionale, perché fra l’altro ci sono diverse varianti di sistemi elettorali proporzionali; e ricordo a tutti che quella che abbiamo usato in Italia dalle elezioni del 1946 a quelle del 1992, peraltro modificata con l’introduzione della preferenza unica, non era una brutta legge elettorale proporzionale, anzi era una delle migliori dal punto di vista della rappresentanza. Nessuno prende più in considerazione il maggioritario a doppio turno francese, in collegi uninominali, che invece è un’ottima legge elettorale. E quindi rimango qui contento, perché tutto questo mi consente di criticare, di scrivere articoli, ma come cittadino mi sento esasperato. Datemi una legge elettorale attraverso la quale il mio voto conti qualcosa.
Per quanto riguarda il rapporto tra sistema dei partiti e legge elettorale, ritiene che sia la legge elettorale a dover cambiare ogniqualvolta di registri un mutamento del sistema dei partiti, o viceversa deve essere quest’ultimo a doversi strutturare sulla base di una legge elettorale che resti il più possibile invariata?
Giovanni Sartori diceva che chi conosce un solo sistema politico, non conosce in realtà neppure quello, perché non può dire cosa è eccezionale e cosa è normale, se non è in grado di fare delle comparazioni adeguate. Andiamo allora a vedere quali sono gli altri sistemi politici, quelli di lunga durata, le democrazie che chiamerò ininterrotte. Le democrazie ininterrotte in Europa occidentale usano lo stesso sistema elettorale da quando hanno cominciato a votare: la Svezia, la Norvegia, la Danimarca, usano sistemi elettorali proporzionali da quando hanno cominciato a votare, cioè tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Anche su questo Rokkan ha scritto delle cose memorabili, perché conosceva benissimo la Scandinavia, e conosceva anche la lingua di quei Paesi, dunque era in grado di scoprire molte cose rilevanti per il sistema elettorale e per quello che lui chiamava molto semplicemente “traduzione di voti in seggi”; e poi le varie clausole, dalla D’Hondt alla Hare alla Sainte Laguë e così via, anche qui c’è una varietà notevole.
Ma nella sostanza quei Paesi hanno iniziato a votare con una legge elettorale proporzionale, e continuano ad averla. Qualche volta hanno fatto dei piccoli ritocchi, per esempio alla clausola di esclusione, che in Svezia è del 4%, però non molto di più. La Gran Bretagna ha sempre utilizzato il suo sistema elettorale maggioritario a turno unico, in collegi uninominali. E questo serve naturalmente a dare certezze, sia ai partiti e ai candidati, sia agli elettori. Non richiede lo sforzo di imparare in continuazione come maneggiare un nuovo sistema elettorale che viene dato loro. Dopodiché sappiamo che la proporzionale è sostanzialmente debole dal punto di vista degli effetti che ha; può essere naturalmente rafforzata, non sappiamo però che tipo di impatto abbia sulla struttura dei partiti.
Di impatto notevole è sicuramente il sistema maggioritario inglese a turno unico; impone però l’organizzazione dei partiti? Credo sia sostanzialmente difficile dirlo, ma lo dirò nel seguente modo: i partiti si organizzano sulla base del collegio, è lì che devono essere forti, è lì che devono saper scegliere bene il candidato, è lì che devono saper convincere gli elettori. Diventano quindi dei forti constituency parties. Nel caso inglese i partiti sono relativamente forti perché i constituency parties trovano poi il modo di agganciarsi gli uni agli altri – questo non da adesso naturalmente, ormai è da almeno un secolo che lo fanno.
Nel caso italiano non so cosa succederebbe. Ma se mi si chiede che cosa preferisco, dico che preferisco i partiti organizzati su base locale, perché lì sono in grado di avere un rapporto vero con il loro elettorato. Non riesco a rispondere in maniera molto precisa, perché dovrei analizzare caso per caso. Sappiamo peraltro che i partiti nel resto dell’Europa sono prevalentemente migliori e più forti di quelli italiani: la Francia si è distrutta come sistema partitico, e infatti lì c’è un partito personale, quello di Macron; la Spagna è durata abbastanza a lungo, ma nel frattempo oggi è in una fase di transizione; restando in Europa meridionale, i partiti portoghesi hanno tenuto piuttosto bene, mentre nel caso greco c’è stato un collasso del sistema partitico, ed è ancora evidente il prodotto di quel collasso.
Come spiega il declino o comunque la flessione elettorale che i partiti socialisti hanno conosciuto negli ultimi anni?
Questa è una domanda tremenda. Il problema è molto grave. Non è del tutto corretto parlare di declino. Per fare degli esempi, il partito dei lavoratori svedese continua a essere partito di governo; il partito socialista è al governo in Finlandia, in una coalizione di cinque partiti; il partito laburista norvegese è spesso al governo, così come il partito socialdemocratico danese. Le ricordo che i socialdemocratici tedeschi, pur declinati in maniera considerevole, sono oggi un partito di governo, nella grande coalizione con i democristiani di Angela Merkel. I laburisti stanno probabilmente risorgendo, e oggi potrebbe persino essere che siano competitivi per vincere le elezioni. I socialisti portoghesi sono al governo, ed esprimono il capo del governo. Una parte di socialisti in Francia sono finiti nello schieramento organizzato da Macron, En Marche!. I socialisti in Austria sono un partito potenzialmente di governo.
Quindi i socialisti ci sono ancora. I socialisti e i comunisti sono spariti soltanto in questo Paese, è questo il punto. E la sparizione è stata, come dire, un “omicidio” [ride]. È stato un omicidio causato da coloro che hanno voluto il Partito Democratico. Hanno rinunciato esplicitamente alla tradizione socialista. Qualcuno potrebbe dire che Craxi aveva cooperato molto a far sparire il partito socialista. Però la sostanza è che l’Italia è il Paese che non ha più un partito socialista, di nessun tipo: socialista, laburista, di sinistra, riformista. Non posso contare quelli che un tempo venivano chiamati i “cespugli”, o i “gruppuscoli”, come Potere al Popolo o Rifondazione Comunista. Sono irrilevanti, naturalmente. Anche Sinistra Italiana è fondamentalmente irrilevante. Quindi dovremmo chiederci che cosa è successo qui, e le risposte sono abbastanza chiare. Da un lato i comunisti non si erano rinnovati, e con la caduta del Muro di Berlino si sono trovati in enorme difficoltà. Dall’altra i socialisti hanno subito il contraccolpo del declino del loro leader e del suo trasferimento in Tunisia. Infine, hanno rinunciato deliberatamente al socialismo, coloro che hanno dato vita al Partito Democratico.











