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Cavalli di battaglia senza fiato #manovra

“Uno per cento, tre per cento, due percento. Non importa basta che la manovra sia approvata così com’è” (Luigi Di Maio, Vice-Presidente del Consiglio e Ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico). Non mi occupo di numerini”, di “decimali“ (Matteo Salvini, Vice-Premier e Ministro degli Interni). “Il dialogo con la Commissione Europea continua intenso” (Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio). Nessuna dichiarazione degna di nota da Giovanni Tria, Ministro dell’Economia che molti danno già sulla via della fuoruscita in un eventuale rimpasto, deprecabile rito della Prima Repubblica, secondo il M5S che evidentemente nulla sa dei “rimpasti” di altri governi parlamentari a cominciare da quello britannico. Nel frattempo, la manovra economica sarà votata alla Camera dei deputati con la fiducia su un maxiemendamento del governo. Poi, passerà al Senato dove sono già stati preannunciati, ma non precisati, alcuni cambiamenti significativi, anche, forse, tenendo conto delle obiezioni fatte, comunicate, ripetute, non cambiate di una virgola dalla Commissione europea.

Se non cambiano i numerini italiani e quei decimali, circa 8, che misurano la distanza fra quel che Di Maio e Salvini vogliono fare, ma Tria non riesce a fare (e Conte non riesce a negoziare, probabilmente anche poiché i Commissari europei pensano, ma non si permetterebbero mai dire, che sia un due di picche), la Commissione inizierà la procedura d’infrazione. Mentre gli imprenditori protestano poiché il paese è fermo in termini di investimenti e attendono di sapere che cosa sbucherà fuori dalla manovra, Di Maio e Salvini insistono sui rispettivi cavalli di battaglia: reddito di cittadinanza e quota cento per cambiare la riforma delle pensioni che porta il nome di Elsa Fornero. Il reddito di cittadinanza non lo si attuerà da subito poiché mancano i dati relativi ai possibili percettori e gli strumenti, a cominciare dalla famosa card che dovrebbe rendere impossibili alcune spese voluttuarie. Neppure la legge Fornero può essere cambiata subito, poiché, anche se non si è candidato alle elezioni (la credenziale populista che Salvini vorrebbe imporre a chiunque in ruoli d’autorità critica il governo), il Presidente dell’INPS Tito Boeri ha messo in guardia dalle conseguenze amministrative, i conti su anzianità e anni di lavoro, e economiche destinate a durare nel tempo appesantendo il bilancio dell’INPS.

La tranquillità apparente con la quale Conte rassicura gli italiani di cui lui sarebbe l’avvocato, sua memorabile interpretazione del compito di capo del governo, cozza contro la durissima lezione dei numeri. Che lo spread sia stabile non toglie che rimane notevole nei confronti del rendimento dei Titoli di Stato tedeschi. La stabilità deriva dalla perplessità degli operatori economici, investitori e speculatori, che si riservano di vedere che cosa succederà. Insomma, per dirla con Dante, che se ne intendeva, siamo un po’ tutti come “color che son sospesi”. Sotto c’è il baratro, l’inferno.

Pubblicato AGL il 7 dicembre 2018

L’inutile mossa del capro espiatorio #manovra

Di ritorno da una cena (a Bruxelles si mangia ottimo pesce) con il presidente della Commissione Europea Juncker, il Presidente del Consiglio Conte ha lanciato, non molto convincentemente, una nuova narrazione per il governo italiano e la sua manovra di bilancio. La Commissione ha dato tempo all’Italia senza procedere alla temuta (e perché mai se, come sostiene Salvini, produrrebbe effetti positivi per 60 milioni di italiani?) bocciatura della manovra del governo. Invece, no. La procedura d’infrazione è talmente in piedi che Salvini ha cominciato a dire che il problema fra Italia e Commissione non è costituito da qualche decimale. La Commissione continua a ritenere che un deficit al 2,4 ben al disopra dell’1,6, che era stato accettato dall’Italia, quindi con 8 decimali da limare, sia, eccome, un problema.

Adesso, i commentatori quasi tutti concordi sostengono e scrivono che la strategia della banda dei Quattro: Salvini, Di Maio, Tria, Conte, consiste nel traccheggiare, nel dilazionare, nel prendere tempo per arrivare fino al fatidico maggio 2019 e all’elezione di un Parlamento europeo e alla nomina di una Commissione che sarebbero a loro più favorevoli. Questa strategia, supponendo che sia tale, non ha quasi nessuna possibilità di realizzarsi. Intanto, nei prossimi giorni il governo deve assolutamente presentare la manovra di bilancio al Parlamento italiano e lì i numeri diranno quanti decimali sono cambiati, ma, soprattutto, se sono cambiati in maniera tale da soddisfare i criteri e le regole della Commissione. Taglia qui, riduci là, sposta più avanti i tempi per la concessione del reddito di cittadinanza e per la riforma della Legge Fornero, sembra abbastanza chiaro che quei decimali sono ballerini perché i conti non tornano e i quattro governanti non sanno che pesci prendere. Mirano a prendere un pesce grosso, vale a dire, giungere, in un modo o nell’altro fino al maggio 2019 sperando nell’elezione di un Parlamento con una, molto improbabile, maggioranza sovranista e la nomina di nuova Commissione disposta a cedere quel che la vecchia non vuole concedere.

La Commissione in carica nel pieno dei suoi poteri non è disposta a farsi prendere in giro da chi fa promesse a Bruxelles e non le adempie a Roma. Nessuno dei quattro governanti, ma soprattutto, nell’ordine, Salvini e Di Maio, vuole rinunciare apertamente agli obiettivi qualificanti, ma tutti e quattro hanno capito che la manovra dovrebbe/dovrà essere riscritta profondamente. Proveranno a fare qualche cambiamento cosmetico cercando di addebitare le responsabilità alla Commissione. Quella del “capro espiatorio” è una mossa già spesso praticata non dal solo governo italiano, ma da tutti i governi europei che, dovendo procedere a interventi dolorosi, hanno regolarmente cercato di scaricare le loro responsabilità: “l’Europa ce lo impone”. Non basterà. Prendere tempo rischia di essere, come ha dichiarato il Primo ministro greco Tsipras, che l’ha imparato sulla sua pelle, molto costoso.

Pubblicato AGL il 28 novembre 2018

Con gli italiani è difficile fare i conti

Perché hanno tanta difficoltà, i giallo-verdi a scrivere la Legge di Bilancio per il 2019? Non dovrebbe essere stato messo tutto nero su bianco nelle lunghe settimane trascorse a stilare il “Contratto di Programma? Dovrebbe essere sufficiente riprendere in mano quel Contratto, leggerlo e tradurlo in cifre: voilà, la Legge di Bilancio sarebbe fatta. Invece, no. Affiorano divergenze su quanto e su come, anche su quando. La prima importante ragione delle difficoltà, che nessun ricorso a parole manipolatorie consente di superare, è che nella campagna elettorale il Movimento 5 Stelle e la Lega hanno promesso troppo, l’hanno promesso separatamente agli elettori che volevano conquistare e adesso non sono in grado di mantenere congiuntamente le loro eccessive promesse.

Non è possibile ridurre le tasse in maniera consistente e, al tempo stesso, introdurre il cosiddetto “reddito di cittadinanza” per cinque milioni di italiani. Non è neppure possibile, anche se di questo si discute meno, cancellare, come proclama Salvini, la legge Fornero sulle pensioni e istituire, come vuole Di Maio, le pensioni di cittadinanza. Costretti a ridimensionarsi, Di Maio sta prendendo in considerazione l’idea di concedere il reddito di cittadinanza inizialmente a un numero parecchio più contenuto di italiani, mentre Salvini ha già accettato che la flat tax, cioè, una tassa davvero “piatta” con un’aliquota uguale per tutte (che, peraltro, sarebbe incostituzionale violando i “criteri di progressività), diventi in realtà una tassa gobbuta con tre scaglioni. Inoltre, questa tassa oramai gobbuta dovrebbe, all’inizio, riguardare soltanto alcune categorie di contribuenti. Difficile dire, ma non è da escludere, che, almeno in parte, siano gli stessi (poco) contribuenti che, avendo evaso le tasse, potranno concludere la cosiddetta pace con il fisco (salvo ricominciare la loro guerriglia appena se ne ripresenti l’occasione). Però, non è pace fiscale, ma un ennesimo condono che, almeno a giudicare dai precedenti, non porterà molti soldi nelle casse dello Stato.

Poiché, fatti e rifatti, i conti non tornano, un giorno Salvini dice che bisogna sforare il tetto dell’impegno preso con la Commissione Europea all’insegna del “prima gli italiani”. Il giorno dopo annuncia che, meglio di no, bisogna soltanto sfiorare quel tetto. Di Maio non sembra riuscito a escogitare verbi migliori cosicché se la prende con il suo Ministro dell’Economia Giovanni Tria, imponendogli di trovare i soldi. Con il Presidente del Consiglio, al quale dovrebbe spettare la parola decisiva, che si barcamena, è possibile una sola conclusione dotata di alta probabilità di realizzazione. Il balletto delle cifre continuerà durante e anche dopo l’approvazione della legge di bilancio, con la previsione di una manovrina primaverile prima delle elezioni europee. Gli impegni presi con gli italiani non saranno mantenuti e Cinque Stelle e Lega andranno alla caccia di un capro espiatorio: l’Unione Europea, i burocrati e tecnocrati di Bruxelles.

Pubblicato AGL il 21 settembre 2018

L’opposizione e suoi doveri

Per chi ha passato la maggior parte della sua vita parlamentare al governo del paese ovvero sostenendo il governo del suo partito, collocarsi all’opposizione è uno scivolamento doloroso. Purtroppo, sembra che i novanta giorni trascorsi dal 4 marzo non sono stati sufficienti a elaborare il lutto. Berlusconi non sarà un’opposizione molto agguerrita contro quello che definisce un governo pauperista e giustizialista. Non potrà tagliare i ponti con Salvini anche perché soltanto mantenendo le coalizioni nelle città e nelle regioni nelle quali la Lega governa con Forza Italia gli è possibile sperare in un futuro migliore. Quindi, assisteremo a qualche dichiarazione più o meno dura, ma a nessun atto concreto di rottura che non sarebbe apprezzato e neppure condiviso dai Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni che già si sono detti disponibili alla prosecuzione di un buon rapporto con Salvini. Di conseguenza, l’onere dell’opposizione cadrà tutto sul Partito Democratico grande sconfitto, fin dall’inizio autocollocatosi sdegnosamente in un angolino. In maniera del tutto rivelatrice, l’ex-ministro PD Graziano Delrio ha già annunciato che il suo partito starà in trincea. Credo che, se proprio bisogna ricorrere a termini militari, sarebbe molto più opportuno che il PD si preparasse a una controffensiva, andando all’attacco.

Infatti, c’è molto da attaccare nelle proposte politiche di Lega e Cinque Stelle, più o meno vagamente recepite nel Contratto di Governo (per il Cambiamento come aggiunge ossessivamente Di Maio). Una buona opposizione ha il compito, anzitutto, di non cadere nella trappola della demonizzazione, nella quale si stanno avviluppando gli operatori dei media. Il governo Lega-Cinque Stelle non è il governo più a destra mai avuto dall’Italia. I governi guidati da Berlusconi 2001-2006 e 2008-2011 sono stati governi nei quali le posizioni e le politiche di destra furono effettivamente dominanti. Più corretto affermare e documentare, soffermandosi appena su inesperienza e incompetenza, che il governo Conte-Di Maio-Salvini è un governo segnato dall’ambiguità e dalla contraddittorietà su molte tematiche. In attesa del discorso d’insediamento del Presidente del Consiglio Conte, la graduatoria delle tematiche discende dalle prime esternazioni di Salvini e, in subordine, Di Maio. “Finita la pacchia”, nella pittoresca espressione del Ministro degli Interni Matteo Salvini, si preannunciano tempi duri per gli immigrati irregolari. L’opposizione ha il dovere di criticare non tanto la durezza delle frasi di Salvini, ma la vaghezza delle sue proposte mettendo l’enfasi sul loro costo e sulla loro probabile impraticabilità. Meglio ancora se l’opposizione fa rilevare che qualsiasi successo si voglia conseguire dipenderà dalla coordinazione e dal sostegno dell’Unione Europea. Ne deriva un’implicita, ma non meno incisiva, critica del sovranismo salviniano: da sola, l’Italia non è in grado di giungere a nessuna soluzione del “problema migranti”. Di Maio si è messo all’opera non soltanto per dare il reddito di cittadinanza, ma anche per le pensioni di cittadinanza. Non basteranno, ovviamente, i soldi eventualmente recuperati da un ricalcolo, pomposamente definito eliminazione, dei vitalizi degli ex-parlamentari. Questo è il terreno sul quale un’opposizione adeguatamente attrezzata dovrebbe dare e ripetere i numeri, evidenziando che i costi sono intollerabili per il bilancio dello Stato per di più se la legge Fornero venisse deformata. I recenti efficaci dati dell’INPS rivelano da quanto tempo qualche centinaio di migliaia di italiani ha goduto di privilegi almeno in parte responsabili delle diseguaglianze che è giusto criticare con l’obiettivo di rimediarle. Sul punto, l’opposizione ha il dovere, che definirei morale ancora prima che politico, di spiegare che la flat tax, anche in due scaglioni, è, prima di tutto anticostituzionale poiché la Costituzione sancisce la progressività delle tasse, in secondo luogo produttiva di ulteriori diseguaglianze a favore dei più abbienti. Grande è lo spazio di un’opposizione sulle cose e propositiva.

Pubblicato AGL il 5 giugno 2018