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Federatore cercasi nella politica italiana #beemagazine

Nelle democrazie parlamentari i governi sono il prodotto di coalizioni fra partiti. Le leggi elettorali utilizzate sono sostanzialmente proporzionali.

Non essendo le coalizioni pre-elettorali necessarie, i dirigenti dei diversi partiti preferiscono non impegnarsi e sono i segretari dei partiti a impostare e fare la campagna elettorale. I partiti con correnti spesso “giocano” con più punte. Capo del governo diventerà colui il cui partito ha conquistato il più alto numero di seggi in parlamento. Questa è la prassi nei sistemi politici europei: dalle democrazie scandinave alla Germania e all’Olanda.

Non viene effettuata nessuna ricerca di un federatore poiché i partiti desiderano mantenere la loro piena autonomia in previsione della formazione di coalizioni differenti nel corso del tempo e non sono disposti a sacrificare le loro specificità e la loro visibilità.

Nel molto complicato e tuttora non consolidato caso italiano hanno fatto la loro comparsa, necessitata e facilitata dalla legge elettorale Mattarella, due federatori: per il centro-destra Silvio Berlusconi nel 1994 (rimasto tale nel 1996 e nel 2001), per il centro-sinistra Romano Prodi nel 1996 (nel 2006 fu più che un federatore un revenant).

Federatore è colui che ha l’autorità e la capacità di mettere insieme diversi partiti ponendosi al vertice della coalizione pre-elettorale indispensabile per sfruttare le opportunità offerte da una legge elettorale che assegna i seggi in collegi uninominali (tre quarti del totale con la legge Mattarella).

Entrambi, Berlusconi e Prodi, provenivano dall’esterno del mondo partitico, ma non del mondo politico con il quale avevano intrattenuto, diversamente, molti rapporti importanti e continuativi.

La questione del federatore si pone oggi in Italia sia per il centro-destra sia per il centro-sinistra a causa della debolezza di entrambi gli schieramenti, aggravata per il centro-sinistra dalla sua, peraltro tradizionale, frammentazione (derivante anche dalle ambizioni di troppi piccoli leader).

Perduto Berlusconi, federatore strategico, astuto e spregiudicato, dotato di risorse in grado di soddisfare molti appetiti, il centro-destra sa che la sua “compattezza” è quasi obbligatoria e relativamente facile data la vicinanza politica delle priorità dei dirigenti e delle preferenze e interessi degli elettorati.

Stabilito che il leader, ovvero la persona da candidare alla Presidenza del Consiglio sarà chi ha ottenuto più voti, il federatore sarà l’elettorato. Nel nucleo grande della, a sua volta molto necessitata coalizione Partito Democratico- Cinque Stelle, i secondi sanno che non possono acconsentire senza colpo ferire alla candidatura “federante” di un esponente del PD. Il ceto dei professionisti della politica del PD si ritiene legittimato a guidare la coalizione e, contestualmente, a scegliere un eventuale federatore.

Molto improbabile è che faccia la sua comparsa un altro uomo come Prodi, che, per di più, godette della autorevolissima, irripetibile sponsorship di Nino Andreatta.

Per un brevissimo periodo fu l’ex-sindaco di Milano Giuliano Pisapia a accarezzare l’idea di agire come federatore della sinistra. Oggi, qualcuno potrebbe suggerire, anzi, suggerirà il nome di Beppe Sala, esempio di grande successo di un “civico” diventato amministratore efficace, potenzialmente in grado di unificare le sparse membra della sinistra.

Chi non crede negli uomini della Provvidenza, Prodi non fu presentato così e, comunque, quella potenziale aureola il cardinale Ruini si affrettò a negargliela, chi si chiede perché la Provvidenza o anche semplicemente l’ambizione non provveda a lanciare una figura di donna con qualità, deve giungere ad una constatazione accertabile con l’analisi comparata. Le donne di successo in politica dal Cile (Bachelet) alla Nuova Zelanda (Ardern) da Angela Merkel alle Prime ministre di paesi scandinavi, hanno tutte ingaggiato, combattuto e vinto (qualche volta anche perso come Ségolène Royal) battaglie decisive contro gli uomini. Fra le donne italiane in politica proprio non è possibile vedere nessuna simile propensione ad una sana conflittualità politica.

Ferma restando la mia diffidenza nei confronti di un federatore/trice della sinistra che venga incoronato dai dirigenti dei partiti federandi, il discorso non può essere spinto più avanti e meglio congegnato fintantoché non si saprà quale legge elettorale verrà congegnata e adottata.

Nella maniera più facile da apprezzare, se ci saranno molti collegi uninominali, la sinistra dovrà trovare, anche in un federatore, le modalità per dare vita ad alleanze. Comunque, il federatore (o la federatrice) dovrebbero iniziare presto a fare conoscere la loro disponibilità. Potrebbero anche chiedere la verifica del sostegno dei potenziali elettori in primarie organizzate in maniera decente. L’unica cosa sicuramente da evitare è il tentativo di trascinare Mario Draghi nel frastagliato campo della sinistra.

Pubblicato il 15 novembre 2021 su beemagazine

Legge elettorale: tutti ne parlano senza sapere @fattoquotidiano

Si è detto che i partiti avrebbero approfittato dell’interludio garantito dal governo Draghi per procedere ad una loro raccomandabile ristrutturazione politica e programmatica. Ingenuamente ho sperato che anche i parlamentari e i giornalisti utilizzassero questo tempo per leggere e per imparare. Invece, leggo sul “Corriere della Sera” (29 ottobre), un occhiello in bella evidenza: “Berlusconi è il padre del maggioritario, è lui che ha creato il sistema bipolare. La legge elettorale deve restare maggioritaria”. Questa frase, non commentata, in buona parte riflette il pensiero politico-istituzionale di Antonio Tajani, ma anche di chi ha scelto di evidenziarla. Contiene almeno quattro errori gravi e fuorvianti. Il primo è che il padre dell’unico sistema elettorale quasi maggioritario, vale a dire la Legge Mattarella, fu il referendum elettorale del 18 aprile 1993 (osteggiato dagli amici politici di Berlusconi). Mai davvero gradita a Berlusconi poiché attribuiva tre/quarti dei seggi in collegi uninominali nei quali i candidati di Forza Italia, spesso poco conosciuti (ah, già: i “civici”), non ottenevano prestazioni brillanti, la Legge Mattarella venne sostituita dalla Legge Calderoli nel 2005. Una legge elettorale proporzionale con un più o meno ingente premio di maggioranza non è, secondo errore, un “maggioritario”. Nel migliore dei casi, che non è quello della Legge Calderoli, è un sistema misto a chiara prevalenza proporzionale. No, terzo errore, non è Berlusconi che ha “creato” il sistema bipolare. Il bipolarismo, al quale se, seguendo gli accorati appelli dei commentatori del Corriere, Direttore incluso, facesse la sua comparsa un centro di buone dimensioni, non arriveremmo mai, è stato incoraggiato e quasi conseguito dalla Legge Mattarella. Vero è che i premi di maggioranza incentivano una competizione bipolare, ma il rischio in questo caso è che, invece di due poli, si facciano strada due coalizioni eterogenee (qualcuno ha usato il termine “ammucchiata”, ma non mi permetterei mai espressioni così antipolitiche!) nelle quali i piccoli, ma indispensabili contraenti farebbero valere il loro potere di ricatto, che sperimenterebbero non pochi problemi di governo.

   Il quarto errore consiste nel sostenere che la legge elettorale vigente, Legge Rosato, sia maggioritaria e, peggio, che debba restare. Tanto per cominciare, a prescindere da qualsiasi altra considerazione, la Legge Rosato dovrà comunque essere ritoccata e molto poiché il numero dei parlamentari da eleggere è stato ridotto di un terzo. Inoltre, da qualsiasi parte la si rigiri, la Legge Rosato non è maggioritaria. Infatti, poco più di un terzo dei parlamentari sono eletti in collegi uninominali, mentre quasi due terzi sono eletti con riferimento proporzionale alle percentuali di voti ottenute dai loro partiti che abbiano superato una bassa soglia percentuale di accesso alla Camera e al Senato. Dunque, ripeto: la Legge Rosato non è maggioritaria. Per la precisione, in tutti i testi sui sistemi elettorali solo due di loro vengono definiti maggioritari: l’inglese applicato in collegi uninominali dove vince la candidata che ottiene un voto più dei concorrenti, e il francese, dove, nei collegi uninominali vince al primo turno chi ottiene il 50 per cento più uno dei voti espressi, e al secondo turno chi ottiene la maggioranza relativa.

Temo che fare chiarezza sulla definizione dei sistemi elettorali, pur assolutamente indispensabile, non sia sufficiente, non lo è stato finora, per influenzare la necessaria stesura di una nuova, sperabilmente buona a duratura, legge elettorale. L’ossessione, intrattenuta dai politici, alimentata dai commentatori, non contrastata dagli studiosi, alcuni dei quali, anzi, ne sono complici, è che la legge elettorale serva/debba servire a eleggere il governo (meglio se la sera stessa del voto). Invece, come tutte le democrazie parlamentari del continente europeo, alcune da più di cent’anni, e lo stesso Regno Unito confermano con la forza dei dati, il compito delle leggi elettorali consiste nell’eleggere bene un Parlamento, nel dare buona rappresentanza politica all’elettorato, alla società. Poiché l’ho già detto e scritto una pluralità di volte sono certo di essermi salvato l’anima. Vorrei, però, che i legislatori andassero nella direzione giusta che è quella, non di governi di larghe intese al massimo ribasso, ma della rappresentanza politica degli italiani, con i parlamentari che rispondono in maniera responsabile ai loro elettori (non ai dirigenti dei partiti che li hanno nominati in collegi sicuri o collocati ai vertici delle liste elettorali) di quanto fanno, non fanno, fanno male e con gli elettori che hanno la possibilità di premiarli e di punirli con il loro voto. Guardando fuori dei confini dello stivale si può fare. Questo è il momento.

Pubblicato il 2 novembre 2021 su Il Fatto Quotidiano           

Il Pd di Letta e una sinistra federazione. Ricordi e riflessioni di Pasquino @formichenews

Mentre Letta festeggia il suo Pd che diventa primo partito nei sondaggi, risulta ancora più evidente che una coalizione effettivamente inclusiva è indispensabile. Magari Conte bloccherà l’emorragia delle 5 Stelle, ma non sarà sufficiente allearsi con il Pd a superare la non-Federazione del Centro-Destra saldamente intorno al 45 per cento

Mio nonno sostiene di avere già ascoltato e letto qualche centinaia di dichiarazioni simili a quelle del Ministro Orlando: “Il Pd, sulla base di un asse chiaro, deve lavorare a un modello Unione, per mettere insieme tutte le forze possibili che si trovano nel centrosinistra, senza escludere nessuno”. La parola Unione gli evoca la più infausta delle esperienze, quello del pasticciaccio brutto del 2006. Allora, non soltanto Prodi non seppe sfruttare tutto l’abbrivio offertogli dalle primarie, ma l’Unione fu un patchwork davvero mal riuscito, raffazzonatissimo.

Senza tornare al Fronte Popolare del 1948 che mio nonno ricorda non proprio con entusiasmo, sarebbe forse preferibile guardare all’Ulivo, quello sì fu un tentativo intelligente di mettere insieme tutte le non ancora logore e logorate sparse membra della sinistra e del riformismo.

No, mio nonno non vuole proprio parlare della fondazione del Partito Democratico anche se qualcosa da imparare da quei molti permanenti errori ci sarebbe. Sostiene anche che dall’Ulivo si possono trarre due lezioni non solo importanti, ma decisive. La prima è che un buon contributo alla formazione di quello schieramento venne dalla legge elettorale Mattarella. Nei collegi uninominali consentire la presentazione di più di un candidato sarebbe stato un suicidio, lo capirono persino i democristiani memori della batosta del 1994. Però, nessuno dimentichi mai i guasti della desistenza con l’inaffidabile Bertinotti che pose le basi per la caduta del primo governo Prodi.

La seconda lezione è che, con buona pace di non poche vestali uliviste irriflessive, dopo la vittoria elettorale, il capo dello schieramento pensò di dovere soltanto governare senza mai innaffiare politicamente l’Ulivo (forse era consapevole della sua inadeguatezza, ma allora avrebbe dovuto subito cercare un suo uomo/donna di fiducia). Adesso, mentre Letta festeggia il suo PD che diventa primo partito nei sondaggi grazie alla meritata retrocessione della Lega (Fatima ha smesso tempo fa con i miracoli), risulta ancora più evidente che il “campo largo”, il “perimetro ampio”, una coalizione effettivamente inclusiva è indispensabile poiché con il 20 per cento virgola non si va da nessuna parte, meno che mai a Palazzo Chigi. Magari Conte bloccherà l’emorragia delle 5 Stelle, ma non sarà sufficiente alleato con il PD a superare la non-Federazione del Centro-Destra saldamente intorno al 45 per cento.

Mio nonno non vorrebbe sentirsi raccontare la favola dei programmi. Non ha mantenuto un buon ricordo della Fabbrica dell’Unione e del suo inutile volumone di 283 pagine. Continua a credere, sfogliando qualche libro di scienza politica, che la politica si fa organizzandosi sul territorio e che i meccanismi elettorali sono dispensatori di opportunità politiche. Sa che il territorio in seguito alla riduzione del numero dei parlamentari è diventato più complicato, ma anche più disponibile a chi riuscisse a conoscerlo meglio. Ė assolutamente convinto che qualsiasi “federazione” Cinque Stelle-Partito democratico non porterebbe nessun valore aggiunto se operasse in una situazione elettorale caratterizzata da un sistema proporzionale (proprio al contrario, come dimostrò il Fronte Popolare). Continua a guardare alla Francia dove il doppio turno, senza bisogno di nessun furfantino premio di maggioranza, diede un suo formidabile contributo alle vittorie della gauche plurielle non solo con Mitterrand, ma anche con Jospin nel 1997.

E, mi chiede, ci piaccia o no Macron, il suo En marche non è forse stato un importante movimento di aggregazione di forze del cambiamento? Annuisco, ma non elaboro. Silenziosamente, prendo atto che l’anima è impalpabile e il cacciavite bisogna volerlo e saperlo usare anche riformando per necessità e con intelligenza la legge elettorale –che nei comuni, non dovremmo dimenticarlo mai, è una variante del doppio turno. All’inclusività ci penseranno gli elettori quando vedranno l’offerta dei partiti (di centro, trattino sì e no, sinistra).

Pubblicato il 13 giugno 2021 su formiche.net

PD e M5S, ora patti chiari dopo l’alleanza lunga @fattoquotidiano @pdnetwork @Mov5Stelle

Enrico Letta tenta di rivitalizzare il suo PD che alla vocazione maggioritaria ha da tempo preferito la presenza nella maggioranza (anche al plurale) di governo. A sua volta, Giuseppe Conte ha deciso di impegnarsi nella ristrutturazione del Movimento 5 Stelle, operazione difficile, ma non mission impossible. Entrambi sembrano convergere su una aspirazione molto importante: dare vita ad un’alleanza “organica” fra le due organizzazioni che guidano. Hanno già incontrato qualche opposizione, sia vocale sia nascosta, ma il poco dibattito che si è aperto non ha gettato luce sui pro e sui contro di questa eventuale alleanza, soprattutto in vista delle elezioni politiche che al più tardi dovrebbero tenersi nel marzo 2023. Come stanno le cose, l”organicità” della alleanza, se “organica” significa: stretta, profonda e duratura, mi pare alquanto prematura. Tralascio le molte differenze di opinione attualmente esistenti forse più nella base e nei rispettivi elettorati che fra i gruppi dirigenti, che hanno già dato prova di essere più manovrieri e disinvolti. Tuttavia, dovrebbe essere chiarissimo che se gli attivisti e gli iscritti del Movimento e del PD non sono convinti della bontà e della fecondità di una alleanza “organica”, ai rispettivi elettorati giungeranno messaggi non sufficientemente positivi e incoraggianti, non mobilitanti con il rischio classico che la somma dei due sarà inferiore alla combinazione delle percentuali attuali.

   Esiste una opportunità positiva che M5s e Partito Democratico potrebbero e dovrebbero sfruttare: le elezioni amministrative in non poche grandi città da Torino a Napoli, da Roma a Bologna. Da quello che riesco a leggere, in ciascuna di queste città esistono fattori locali, litigi pregressi, incomprensioni, diffidenze personalistiche di cui, inevitabilmente, bisogna tenere conto. Però, è proprio ricomponendo un discorso comune e riducendo le distanze, anche perché le dinamiche del centro-destra dicono che si presenterà unito, che diventa possibile mandare più che un messaggio efficace all’elettorato. Quel che si riuscirà a fare non soltanto nelle grandi città che ho menzionato, ma in comuni di dimensioni inferiori, comunque politicamente rilevanti, dal punto di vista delle candidature e delle campagne elettorali, può porre migliori premesse per l’eventuale alleanza organica del futuro prossimo. Può anche consentire di individuare con precisione i punti di contrasto, eventualmente smussarli oppure prendere atto che in alcuni contesti sono insormontabili. Patti chiari, come si dice, amicizia (chiedo scusa) alleanza lunga.

   Le elezioni amministrative si svolgono con una legge elettorale proporzionale e contemplano l’elezione diretta del sindaco. Consentono, quindi, ai partiti di misurare il loro consenso elettorale e anche quello personale delle candidature alla carica di sindaco. Al tempo stesso, elemento da non sottovalutare e da non dimenticare, offrono all’elettorato importanti informazioni sui partiti, sulle candidature, sulle alleanze: appropriatezza, solidità, efficacia. Per tutte queste ragioni appare opportuno che i fautori dell’alleanza organica fra Movimento 5 Stelle e PD scelgano i luoghi dove e come sperimentare l’alleanza. Inevitabilmente, a livello nazionale, il Movimento 5 Stelle e il Partito Democratico dovranno porsi il problema di quale legge elettorale sia meglio in grado di incoraggiare alleanze prima del voto. In generale, le leggi proporzionali implicano che i concorrenti si presenteranno da soli salvo poi, contati i voti, decidere, se ne hanno avuti abbastanza, di dare vita alla coalizione di governo. Avviene così in tutte le democrazie parlamentari europee.

    Ascolto una sorta di rivalutazione della Legge Mattarella, che era una legge buona, migliore nella versione per il Senato, ma con qualche facilmente rimediabile inconveniente. Chi dice di volere “il maggioritario” dovrebbe, commentatori e giornalisti compresi, smettere di affermare che maggioritario è un sistema elettorale proporzionale sul quale si innesta un, più o meno truffaldino, premio in seggi. La legge Mattarella che stabilisce l’elezione di tre quarti dei parlamentari in collegi uninominali ha un contenuto apprezzabilmente maggioritario. Quel che più conta, però, per chi desidera costruire un’alleanza organica fra M5S e PD, è che la legge Mattarella incoraggia e premia le alleanze prima del voto, come Berlusconi, leader de centro-destra capì da subito nel 1994. Fra l’altro, la legge Mattarella ha due altri pregi: è fortemente competitiva e dà grande potere agli elettori. Non da ultimo verrebbe, forse, finalmente meno la stupida critica/richiesta di governi eletti dal popolo, usciti dalle urne. Il governo sarebbe/sarà prodotto e legittimato da una alleanza abbastanza organica e vittoriosa.

Pubblicato il 15 aprile 2021 su il Fatto Quotidiano

Nel ritorno al Mattarellum c’è il futuro di Conte e Letta @DomaniGiornale

Al tuttofare Mario Draghi molti hanno pensato di affidare anche il compito di ricostruire la politica. Qualcuno, avendo annunciato, in verità un po’ prematuramente e un po’ esageratamente, una crisi di sistema, è in ansiosa attesa di, forse, un altro sistema. Qui è proprio il caso di citare il Gen. De Gaulle: vaste programme, salvo aggiungere subito che de Gaulle il suo programma lo aveva pensato talmente a fondo che non solo costruì un partito, dominante per quasi trent’anni, ma anche una Repubblica, la Quinta, che si avvia ad essere la più duratura della storia della Francia. Delle idee politico-istituzionali di Draghi non ne sappiamo praticamente nulla e non possiamo attribuirgliene né la mancanza né la responsabilità. Più opportuno e rilevante è, oggi (ma anche domani), chiederci se quelle idee, anche per superare la crisi della politica e evitare la crisi del sistema, siano intrattenute da Giuseppe Conte e da Enrico Letta. Il primo ha il compito di ricomporre e meglio attrezzare le rissose e sparse Cinque Stelle. Il secondo non soltanto mira a costruire un PD nuovo, ma vuole addirittura (ri)condurlo a vincere.

Credo che Conte sia molto meno preparato di de Gaulle –e dei suoi consiglieri alcuni dei quali, veri e propri tecnocrati, non si accosterebbero mai ai teorizzatori dell’uno vale uno. Vedo anche molto difficile la transizione da un ruolo di governo, nel quale Conte ha dimostrato di sapere imparare e crescere, al ruolo di (ri)costruttore di un movimento politico la cui spinta propulsiva si è molto affievolita. Fra l’altro, Conte dovrebbe anche occuparsi della transizione dalla piattaforma Rousseau a nuove modalità di iscrizione, partecipazione, funzionamento telematico. Infine, è oramai chiaro che non potrà essere lui il capo di una eventuale coalizione che includa il Partito Democratico.

Dal canto suo, Letta ha messo dolcemente in chiaro che il PD avrà una sua politica autonoma mettendo in soffitta una delle affermazioni più velleitarie e forse anche più controproducenti dei suoi costruttori: la vocazione maggioritaria. Piuttosto, il PD deve trovare un suo ruolo persino più rilevante in quanto perno di coalizioni entro un perimetro largo di centro-sinistra che non potrà in nessun modo essere stiracchiato fino a Salvini, ma chiaramente alternativo al centro-destra. Nelle democrazie parlamentari la politica consiste proprio nel costruire pazientemente e costantemente coalizioni, meglio se coerenti. Mi spingerei fino a sostenere che sempre la politica deve sapere costruire coalizioni e modalità di collaborazione, ma, naturalmente, non può mai rifiutare la competizione, elemento cruciale in tutte le democrazie.

Non bisogna sottacere che, mentre troppi parlano di leggi elettorali proporzionali, facendo di tutta l’erba un fascio, Letta ha già espresso la sua preferenza, certamente non solo per omaggiare il relatore di quella legge, per il Mattarellum. Mi pare opportuno ricordare che quella legge elettorale fu la conseguenza (sostanziale al Senato) dell’approvazione popolare, più dell’80 per cento di “sì”, di un apposito quesito referendario. Qualche ritocco migliorativo è possibile e auspicabile, ma il punto che conta è che la legge Mattarella spinge alla formazione di coalizioni e incoraggia una competizione bipolare. Entrambi i fenomeni fecero la loro comparsa nelle tre tornate elettorali svoltesi in vigenza di quella legge: 1994, 1996, 2001. Insomma, in questa proposta di Letta c’è una apprezzabile visione del sistema politico da ricostruire. Il Movimento 5 Stelle dovrebbe diventare un alleato quasi naturale del PD con candidature scelte anche per la loro propensione/accettazione di una alleanza che mira a governare. Anche il centro-destra avrebbe interesse a compattarsi. D’altronde, aveva già saputo farlo più di un lustro fa. I partiti scrivono le leggi elettorali, ma le leggi elettorali incidono sui partiti. Anche il partito stellato di Conte ne trarrebbe vantaggio obbligato a diventare più coeso. Letta ha cominciato la partita. Faites vos jeux. L’obiettivo sono le elezioni del 2023.  

Pubblicato il 18 marzo 2021 su Domani

Ri-parte la discussione sulla #LeggeElettorale ma non arriva da nessuna parte se…

No, giornalisti, commentatori, uomini e donne dei social non dovete davvero più discutere di leggi elettorali cadendo nelle trappole di politici che stanno solo cercando la legge che li favorisce di più e che più sfavorisce i loro oppositori. Dimenticate il germanicum anche perché di tedesco ha solo la soglia di accesso al Parlamento. Chiedete che la “nuova” legge (chiamatela Brescia dal nome del deputato 5 Stelle che ne è il primo firmatario) NON abbia le liste bloccate e NON contenga pluricandidature. Valutate qualsiasi legge elettorale con riferimento al potere che conferisce agli elettori.

Dialoghetto edificante sulle leggi elettorali

Studente (bravo) – Ma, davvero, Prof, vuole ancora scrivere sulla legge elettorale? Non è bastato tutto quello che ha scritto ai tempi gloriosi dell’Italicum, nato morto?

Prof – Sembra proprio di no, che non basti mai. Nessuno impara niente. Stanno riemergendo dotti commentatori e giornalisti che continuano imperterriti a dire le stesse cose sbagliate.

– Già, l’ho notato anch’io. Cosa significa che la sera delle elezioni dobbiamo sapere chi ha vinto? Ma già adesso lo sappiamo, vero?

– Certamente, ha vinto chi (il partito) ha aumentato i suoi voti. I commentatori confondono la vittoria elettorale con la formazione del governo e l’attribuzione della carica (non poltrona) di Primo ministro.

– Ma è così importante sapere “chi ha vinto”?

– No, ma anche qui c’è un’altra grande confusione/manipolazione. I commentatori pensano, credono, desiderano una legge elettorale che serva a eleggere il governo.

– E quella legge non esiste da nessuna parte?

– Proprio no, a meno che si confondano le democrazie parlamentari nelle quali, per definizione, non può esistere l’elezione del (capo del) governo con le Repubbliche presidenziali, nelle quali, comunque, non si elegge il governo, ma il Presidente, che è capo dell’esecutivo.

Nemmeno dove si vota con ‘il maggioritario’ si riesce a eleggere il governo?

No, le leggi elettorali, tutte, senza eccezione alcuna, servono a eleggere il Parlamento. Contati i seggi nei Parlamento (di tutte le democrazie anglosassoni, che sono quelle che utilizzano sistemi maggioritari in collegi uninominali), il capo del partito che ha ottenuto la maggioranza assoluta di seggi diventa logicamente automaticamente immediatamente capo del governo. Se perde la carica di capo di quel partito, deve lasciare anche il governo. È appena successo a Malta.

– Addio, governabilità?

Perché, la governabilità si ha quando c’è un partito che, da solo, vince la maggioranza assoluta di seggi? Incidentalmente, in Gran Bretagna quel partito vittorioso non ottiene mai la maggioranza assoluta dei voti. Talvolta gli può bastare il 35-38 % dei voti. Oppure la governabilità è il prodotto della capacità di governare, esprimibile e frequentemente espressa anche da coalizioni di due/tre partiti?

Non c’è dunque un mitico trade-off per cui chi vuole governabilità deve rinunciare a rappresentatività?

Nemmeno per sogno. Un parlamento che dia buona rappresentanza politica agli elettori lo saprà fare, lo farà, anche dando vita a un governo di coalizione. Il caso della Germania, dal 1949 ad oggi, è esemplare. Il caso contemporaneo del Portogallo lo è altrettanto. Per non parlare delle (social)democrazie scandinave, ovviamente, scrisse Montesquieu, favorite dal clima.

– Dovrebbe dunque l’Italia ritornare al passato, alla proporzionale?

– Glielo racconta lei ai danesi e agli olandesi, ai norvegesi e agli svedesi, alle finlandesi (cinque capi di partito donne in un governo di coalizione) che le leggi elettorali proporzionali che loro usano a partire dal 1900 sono passato, passate?

– Sono alquanto perplesso. Infatti, di tanto in tanto sento addirittura qualcuno, prevalentemente a sinistra, che sostiene che le leggi maggioritarie sono poco democratiche e che la proporzionale è la legge delle democrazie.

– Mentre con i maggioritari non si possono manipolare le clausole più importanti, tranne il numero di elettori per collegio uninominale e il disegno (truffaldino: gerrymandering) dei collegi, ‘la proporzionale’ non esiste. Esistono numerose clausole che differenziano le leggi elettorali proporzionali. La migliore di queste leggi è la tedesca, che si chiama proporzionale (NON è un sistema misto) personalizzata. La si trova ampiamente spiegata nel mio Nuovo corso di scienza politica (Il Mulino, 2009, cap. 5).

– E i sistemi elettorali misti?

– Premesso che misti non vuole dire pasticciati, ciascuno di loro richiede precisazioni. Faccio solo due esempi: la legge Mattarella era 75% maggioritaria in collegi uninominali e 25% proporzionale; la legge Rosato è 34% maggioritaria e 66% proporzionale. Metterle nella stessa borsa oscura è scandaloso nonché offensivo per la legge Mattarella. Fermiamoci qui.

– Grazie, Prof. Anche di avere evitato il latino maccheronico dimostrando che si può parlare la lingua degli italiani. Mi permetterò di chiederle approfondimenti nel prossimo futuro. So che lei ritiene che è suo dovere civico vigilare su questi temi. Cittadini non interessati, disinformati, malamente partecipanti si meritano i governi degli incompetenti.

– Oh, yes!  

Pubblicato il 13 gennaio su paradoxaforum

Partiti con potenziale di coalizione e potenziale di ricatto: una situazione non sana risolvibile con una buona legge elettorale

Bisogna (sapere) contare i partiti che contano. La lezione di Sartori è che, piccoli o no, contano i partiti che hanno potenziale di coalizione, ovvero possono andare al governo, e i partiti che hanno potenziale di intimidazione e ricatto, vale a dire che rendono, anche dall’opposizione, la vita difficile ai governi. Figuriamoci quando i partiti(ni) con potenziale di ricatto si sono ritagliati uno spazio dentro il governo!

CARLO AZEGLIO CIAMPI E IL SUO GOVERNO 1993-1994 #Convegno #Firenze #11ottobre

 

 

Centenario della nascita di Carlo Azeglio Ciampi 1920-2020

11 ottobre 2019
Aula Magna del Rettorato
piazza San Marco 4, Firenze

CARLO AZEGLIO CIAMPI E IL SUO GOVERNO 1993-1994

Ore 16.30
Dal referendum alla legge Mattarella
Nicola Lupo, Giovanni Tarli Barbieri
Discussant
Gianfranco Pasquino


 

 

 

The never ending game. A proposito dell’ennesimo dibattito, o presunto tale, su una “nuova” legge elettorale

Tornare alla proporzionale? Vantare improbabili meriti maggioritari? Di che cosa si sta parlando? Facciamo il punto nella solita confusione derivata sostanzialmente dall’assenza di conoscenze minime in materia elettorale. Qualche volta mi piacerebbe sentire dalla persino troppo viva voce di molti dei protagonisti quale libro oppure anche soltanto quale articolo hanno letto sui sistemi elettorali. La vigente legge Rosato è per due terzi proporzionale e per un terzo maggioritaria. Dunque, non è che il “ritorno” alla proporzionale cambierebbe in maniera significativa la distribuzione dei seggi, se non per quei burloni di studiosi che hanno incautamente scritto di “effetti maggioritari” di quella legge. A scanso di equivoci, è utile ricordare che l’Italicum era una legge elettorale sostanzialmente proporzionale con un premio in seggi proprio, la ratio era la stessa, come la legge Calderoli (meglio nota come Porcellum), con liste bloccate, vale a dire senza possibilità di scegliere il candidato/a preferita/o. In Italia non abbiamo mai avuto una legge elettorale effettivamente maggioritaria, ma la legge Mattarella (il cd. Mattarellum) – esito, lo ricordo e lo sottolineo, di un quesito referendario voluto e votato dai cittadini – ci è andata piuttosto vicino: tre quarti dei seggi (non delle poltrone) attribuiti con sistema maggioritario in collegi uninominali, un quarto recuperati con sistema proporzionale completato da una soglia di sbarramento del 4%.

Davvero proporzionale fu la legge elettorale italiana con la quale si votò dal 1946 al 1992 compreso. Non provocò sconquassi, niente a che vedere con la, oggi temutissima, soprattutto da chi non ne conosce la storia, Repubblica di Weimar. “La” proporzionale italiana non produsse neppure la proliferazione dei partiti, il cui numero nel corso del tempo rimase abitualmente più vicino a sette che a noveAd ogni modo, “tornare alla proporzionale” è una frase praticamente senza senso poiché di varianti dei sistemi elettorali proporzionali ne esistono molte, delle quali quella caratterizzata dall’aggiunta di un premio di maggioranza è quasi sicuramente la peggiore, mentre la proporzionale migliore è e rimane quella tedesca.

La logica di una legge elettorale proporzionale con premio di maggioranza comunque sia attribuito è molto diversa da quelli dei sistemi maggioritari. Tuttavia, anche in questo caso, affermare, più o meno solennemente, la preferenza per un sistema maggioritario significa poco o niente poiché i due sistemi maggioritari attualmente esistenti, quello inglese e quello francese, sono molto significativamente diversi da una pluralità di prospettive. L’unico elemento, importante, meglio decisivo e dirimente, che condividono, è il collegio uninominale dove vince un solo candidato e tutti i suoi concorrenti perdono e non possono essere ripescati. Quando nei vari commenti leggo, inevitabilmente increspando le sopracciglia, che Prodi e Veltroni si dichiarano a favore del maggioritario, mi chiedo: quale maggioritario, inglese o francese? Rimango in attesa della risposta, magari argomentata con riferimento agli obiettivi che i sedicenti maggioritari desiderano perseguire, per esempio, più potere per gli elettori, migliore rappresentanza politica collegio per collegio, maggiore trasparenza nella formazione di coalizioni che si candidano a governare, persino, qualsiasi cosa voglia significare (accetto suggerimenti) governabilità. Al catalogo aggiungerei ambiziosamente: “ristrutturare partiti e sistema dei partiti”.

Però, non mi chiedo mai se le leggi elettorali maggioritarie servono ad eleggere direttamente i governi. Da nessuna parte è così, ed è meglio che sia così. Chiederei a tutti coloro che entrano nel dibattito, ma soprattutto ai parlamentari e ai dirigenti dei partiti, di essere molto precisi nell’indicazione e nelle motivazioni del sistema elettorale che vorrebbero formulare e utilizzare per eleggere i prossimi 400 deputati e 200 senatori.

Pubblicato il 13 settembre 2019 su rivistailmulino.it