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Il Pd di Letta e una sinistra federazione. Ricordi e riflessioni di Pasquino @formichenews

Mentre Letta festeggia il suo Pd che diventa primo partito nei sondaggi, risulta ancora più evidente che una coalizione effettivamente inclusiva è indispensabile. Magari Conte bloccherà l’emorragia delle 5 Stelle, ma non sarà sufficiente allearsi con il Pd a superare la non-Federazione del Centro-Destra saldamente intorno al 45 per cento

Mio nonno sostiene di avere già ascoltato e letto qualche centinaia di dichiarazioni simili a quelle del Ministro Orlando: “Il Pd, sulla base di un asse chiaro, deve lavorare a un modello Unione, per mettere insieme tutte le forze possibili che si trovano nel centrosinistra, senza escludere nessuno”. La parola Unione gli evoca la più infausta delle esperienze, quello del pasticciaccio brutto del 2006. Allora, non soltanto Prodi non seppe sfruttare tutto l’abbrivio offertogli dalle primarie, ma l’Unione fu un patchwork davvero mal riuscito, raffazzonatissimo.

Senza tornare al Fronte Popolare del 1948 che mio nonno ricorda non proprio con entusiasmo, sarebbe forse preferibile guardare all’Ulivo, quello sì fu un tentativo intelligente di mettere insieme tutte le non ancora logore e logorate sparse membra della sinistra e del riformismo.

No, mio nonno non vuole proprio parlare della fondazione del Partito Democratico anche se qualcosa da imparare da quei molti permanenti errori ci sarebbe. Sostiene anche che dall’Ulivo si possono trarre due lezioni non solo importanti, ma decisive. La prima è che un buon contributo alla formazione di quello schieramento venne dalla legge elettorale Mattarella. Nei collegi uninominali consentire la presentazione di più di un candidato sarebbe stato un suicidio, lo capirono persino i democristiani memori della batosta del 1994. Però, nessuno dimentichi mai i guasti della desistenza con l’inaffidabile Bertinotti che pose le basi per la caduta del primo governo Prodi.

La seconda lezione è che, con buona pace di non poche vestali uliviste irriflessive, dopo la vittoria elettorale, il capo dello schieramento pensò di dovere soltanto governare senza mai innaffiare politicamente l’Ulivo (forse era consapevole della sua inadeguatezza, ma allora avrebbe dovuto subito cercare un suo uomo/donna di fiducia). Adesso, mentre Letta festeggia il suo PD che diventa primo partito nei sondaggi grazie alla meritata retrocessione della Lega (Fatima ha smesso tempo fa con i miracoli), risulta ancora più evidente che il “campo largo”, il “perimetro ampio”, una coalizione effettivamente inclusiva è indispensabile poiché con il 20 per cento virgola non si va da nessuna parte, meno che mai a Palazzo Chigi. Magari Conte bloccherà l’emorragia delle 5 Stelle, ma non sarà sufficiente alleato con il PD a superare la non-Federazione del Centro-Destra saldamente intorno al 45 per cento.

Mio nonno non vorrebbe sentirsi raccontare la favola dei programmi. Non ha mantenuto un buon ricordo della Fabbrica dell’Unione e del suo inutile volumone di 283 pagine. Continua a credere, sfogliando qualche libro di scienza politica, che la politica si fa organizzandosi sul territorio e che i meccanismi elettorali sono dispensatori di opportunità politiche. Sa che il territorio in seguito alla riduzione del numero dei parlamentari è diventato più complicato, ma anche più disponibile a chi riuscisse a conoscerlo meglio. Ė assolutamente convinto che qualsiasi “federazione” Cinque Stelle-Partito democratico non porterebbe nessun valore aggiunto se operasse in una situazione elettorale caratterizzata da un sistema proporzionale (proprio al contrario, come dimostrò il Fronte Popolare). Continua a guardare alla Francia dove il doppio turno, senza bisogno di nessun furfantino premio di maggioranza, diede un suo formidabile contributo alle vittorie della gauche plurielle non solo con Mitterrand, ma anche con Jospin nel 1997.

E, mi chiede, ci piaccia o no Macron, il suo En marche non è forse stato un importante movimento di aggregazione di forze del cambiamento? Annuisco, ma non elaboro. Silenziosamente, prendo atto che l’anima è impalpabile e il cacciavite bisogna volerlo e saperlo usare anche riformando per necessità e con intelligenza la legge elettorale –che nei comuni, non dovremmo dimenticarlo mai, è una variante del doppio turno. All’inclusività ci penseranno gli elettori quando vedranno l’offerta dei partiti (di centro, trattino sì e no, sinistra).

Pubblicato il 13 giugno 2021 su formiche.net

PD e M5S, ora patti chiari dopo l’alleanza lunga @fattoquotidiano @pdnetwork @Mov5Stelle

Enrico Letta tenta di rivitalizzare il suo PD che alla vocazione maggioritaria ha da tempo preferito la presenza nella maggioranza (anche al plurale) di governo. A sua volta, Giuseppe Conte ha deciso di impegnarsi nella ristrutturazione del Movimento 5 Stelle, operazione difficile, ma non mission impossible. Entrambi sembrano convergere su una aspirazione molto importante: dare vita ad un’alleanza “organica” fra le due organizzazioni che guidano. Hanno già incontrato qualche opposizione, sia vocale sia nascosta, ma il poco dibattito che si è aperto non ha gettato luce sui pro e sui contro di questa eventuale alleanza, soprattutto in vista delle elezioni politiche che al più tardi dovrebbero tenersi nel marzo 2023. Come stanno le cose, l”organicità” della alleanza, se “organica” significa: stretta, profonda e duratura, mi pare alquanto prematura. Tralascio le molte differenze di opinione attualmente esistenti forse più nella base e nei rispettivi elettorati che fra i gruppi dirigenti, che hanno già dato prova di essere più manovrieri e disinvolti. Tuttavia, dovrebbe essere chiarissimo che se gli attivisti e gli iscritti del Movimento e del PD non sono convinti della bontà e della fecondità di una alleanza “organica”, ai rispettivi elettorati giungeranno messaggi non sufficientemente positivi e incoraggianti, non mobilitanti con il rischio classico che la somma dei due sarà inferiore alla combinazione delle percentuali attuali.

   Esiste una opportunità positiva che M5s e Partito Democratico potrebbero e dovrebbero sfruttare: le elezioni amministrative in non poche grandi città da Torino a Napoli, da Roma a Bologna. Da quello che riesco a leggere, in ciascuna di queste città esistono fattori locali, litigi pregressi, incomprensioni, diffidenze personalistiche di cui, inevitabilmente, bisogna tenere conto. Però, è proprio ricomponendo un discorso comune e riducendo le distanze, anche perché le dinamiche del centro-destra dicono che si presenterà unito, che diventa possibile mandare più che un messaggio efficace all’elettorato. Quel che si riuscirà a fare non soltanto nelle grandi città che ho menzionato, ma in comuni di dimensioni inferiori, comunque politicamente rilevanti, dal punto di vista delle candidature e delle campagne elettorali, può porre migliori premesse per l’eventuale alleanza organica del futuro prossimo. Può anche consentire di individuare con precisione i punti di contrasto, eventualmente smussarli oppure prendere atto che in alcuni contesti sono insormontabili. Patti chiari, come si dice, amicizia (chiedo scusa) alleanza lunga.

   Le elezioni amministrative si svolgono con una legge elettorale proporzionale e contemplano l’elezione diretta del sindaco. Consentono, quindi, ai partiti di misurare il loro consenso elettorale e anche quello personale delle candidature alla carica di sindaco. Al tempo stesso, elemento da non sottovalutare e da non dimenticare, offrono all’elettorato importanti informazioni sui partiti, sulle candidature, sulle alleanze: appropriatezza, solidità, efficacia. Per tutte queste ragioni appare opportuno che i fautori dell’alleanza organica fra Movimento 5 Stelle e PD scelgano i luoghi dove e come sperimentare l’alleanza. Inevitabilmente, a livello nazionale, il Movimento 5 Stelle e il Partito Democratico dovranno porsi il problema di quale legge elettorale sia meglio in grado di incoraggiare alleanze prima del voto. In generale, le leggi proporzionali implicano che i concorrenti si presenteranno da soli salvo poi, contati i voti, decidere, se ne hanno avuti abbastanza, di dare vita alla coalizione di governo. Avviene così in tutte le democrazie parlamentari europee.

    Ascolto una sorta di rivalutazione della Legge Mattarella, che era una legge buona, migliore nella versione per il Senato, ma con qualche facilmente rimediabile inconveniente. Chi dice di volere “il maggioritario” dovrebbe, commentatori e giornalisti compresi, smettere di affermare che maggioritario è un sistema elettorale proporzionale sul quale si innesta un, più o meno truffaldino, premio in seggi. La legge Mattarella che stabilisce l’elezione di tre quarti dei parlamentari in collegi uninominali ha un contenuto apprezzabilmente maggioritario. Quel che più conta, però, per chi desidera costruire un’alleanza organica fra M5S e PD, è che la legge Mattarella incoraggia e premia le alleanze prima del voto, come Berlusconi, leader de centro-destra capì da subito nel 1994. Fra l’altro, la legge Mattarella ha due altri pregi: è fortemente competitiva e dà grande potere agli elettori. Non da ultimo verrebbe, forse, finalmente meno la stupida critica/richiesta di governi eletti dal popolo, usciti dalle urne. Il governo sarebbe/sarà prodotto e legittimato da una alleanza abbastanza organica e vittoriosa.

Pubblicato il 15 aprile 2021 su il Fatto Quotidiano

Nel ritorno al Mattarellum c’è il futuro di Conte e Letta @DomaniGiornale

Al tuttofare Mario Draghi molti hanno pensato di affidare anche il compito di ricostruire la politica. Qualcuno, avendo annunciato, in verità un po’ prematuramente e un po’ esageratamente, una crisi di sistema, è in ansiosa attesa di, forse, un altro sistema. Qui è proprio il caso di citare il Gen. De Gaulle: vaste programme, salvo aggiungere subito che de Gaulle il suo programma lo aveva pensato talmente a fondo che non solo costruì un partito, dominante per quasi trent’anni, ma anche una Repubblica, la Quinta, che si avvia ad essere la più duratura della storia della Francia. Delle idee politico-istituzionali di Draghi non ne sappiamo praticamente nulla e non possiamo attribuirgliene né la mancanza né la responsabilità. Più opportuno e rilevante è, oggi (ma anche domani), chiederci se quelle idee, anche per superare la crisi della politica e evitare la crisi del sistema, siano intrattenute da Giuseppe Conte e da Enrico Letta. Il primo ha il compito di ricomporre e meglio attrezzare le rissose e sparse Cinque Stelle. Il secondo non soltanto mira a costruire un PD nuovo, ma vuole addirittura (ri)condurlo a vincere.

Credo che Conte sia molto meno preparato di de Gaulle –e dei suoi consiglieri alcuni dei quali, veri e propri tecnocrati, non si accosterebbero mai ai teorizzatori dell’uno vale uno. Vedo anche molto difficile la transizione da un ruolo di governo, nel quale Conte ha dimostrato di sapere imparare e crescere, al ruolo di (ri)costruttore di un movimento politico la cui spinta propulsiva si è molto affievolita. Fra l’altro, Conte dovrebbe anche occuparsi della transizione dalla piattaforma Rousseau a nuove modalità di iscrizione, partecipazione, funzionamento telematico. Infine, è oramai chiaro che non potrà essere lui il capo di una eventuale coalizione che includa il Partito Democratico.

Dal canto suo, Letta ha messo dolcemente in chiaro che il PD avrà una sua politica autonoma mettendo in soffitta una delle affermazioni più velleitarie e forse anche più controproducenti dei suoi costruttori: la vocazione maggioritaria. Piuttosto, il PD deve trovare un suo ruolo persino più rilevante in quanto perno di coalizioni entro un perimetro largo di centro-sinistra che non potrà in nessun modo essere stiracchiato fino a Salvini, ma chiaramente alternativo al centro-destra. Nelle democrazie parlamentari la politica consiste proprio nel costruire pazientemente e costantemente coalizioni, meglio se coerenti. Mi spingerei fino a sostenere che sempre la politica deve sapere costruire coalizioni e modalità di collaborazione, ma, naturalmente, non può mai rifiutare la competizione, elemento cruciale in tutte le democrazie.

Non bisogna sottacere che, mentre troppi parlano di leggi elettorali proporzionali, facendo di tutta l’erba un fascio, Letta ha già espresso la sua preferenza, certamente non solo per omaggiare il relatore di quella legge, per il Mattarellum. Mi pare opportuno ricordare che quella legge elettorale fu la conseguenza (sostanziale al Senato) dell’approvazione popolare, più dell’80 per cento di “sì”, di un apposito quesito referendario. Qualche ritocco migliorativo è possibile e auspicabile, ma il punto che conta è che la legge Mattarella spinge alla formazione di coalizioni e incoraggia una competizione bipolare. Entrambi i fenomeni fecero la loro comparsa nelle tre tornate elettorali svoltesi in vigenza di quella legge: 1994, 1996, 2001. Insomma, in questa proposta di Letta c’è una apprezzabile visione del sistema politico da ricostruire. Il Movimento 5 Stelle dovrebbe diventare un alleato quasi naturale del PD con candidature scelte anche per la loro propensione/accettazione di una alleanza che mira a governare. Anche il centro-destra avrebbe interesse a compattarsi. D’altronde, aveva già saputo farlo più di un lustro fa. I partiti scrivono le leggi elettorali, ma le leggi elettorali incidono sui partiti. Anche il partito stellato di Conte ne trarrebbe vantaggio obbligato a diventare più coeso. Letta ha cominciato la partita. Faites vos jeux. L’obiettivo sono le elezioni del 2023.  

Pubblicato il 18 marzo 2021 su Domani

Ri-parte la discussione sulla #LeggeElettorale ma non arriva da nessuna parte se…

No, giornalisti, commentatori, uomini e donne dei social non dovete davvero più discutere di leggi elettorali cadendo nelle trappole di politici che stanno solo cercando la legge che li favorisce di più e che più sfavorisce i loro oppositori. Dimenticate il germanicum anche perché di tedesco ha solo la soglia di accesso al Parlamento. Chiedete che la “nuova” legge (chiamatela Brescia dal nome del deputato 5 Stelle che ne è il primo firmatario) NON abbia le liste bloccate e NON contenga pluricandidature. Valutate qualsiasi legge elettorale con riferimento al potere che conferisce agli elettori.

Dialoghetto edificante sulle leggi elettorali

Studente (bravo) – Ma, davvero, Prof, vuole ancora scrivere sulla legge elettorale? Non è bastato tutto quello che ha scritto ai tempi gloriosi dell’Italicum, nato morto?

Prof – Sembra proprio di no, che non basti mai. Nessuno impara niente. Stanno riemergendo dotti commentatori e giornalisti che continuano imperterriti a dire le stesse cose sbagliate.

– Già, l’ho notato anch’io. Cosa significa che la sera delle elezioni dobbiamo sapere chi ha vinto? Ma già adesso lo sappiamo, vero?

– Certamente, ha vinto chi (il partito) ha aumentato i suoi voti. I commentatori confondono la vittoria elettorale con la formazione del governo e l’attribuzione della carica (non poltrona) di Primo ministro.

– Ma è così importante sapere “chi ha vinto”?

– No, ma anche qui c’è un’altra grande confusione/manipolazione. I commentatori pensano, credono, desiderano una legge elettorale che serva a eleggere il governo.

– E quella legge non esiste da nessuna parte?

– Proprio no, a meno che si confondano le democrazie parlamentari nelle quali, per definizione, non può esistere l’elezione del (capo del) governo con le Repubbliche presidenziali, nelle quali, comunque, non si elegge il governo, ma il Presidente, che è capo dell’esecutivo.

Nemmeno dove si vota con ‘il maggioritario’ si riesce a eleggere il governo?

No, le leggi elettorali, tutte, senza eccezione alcuna, servono a eleggere il Parlamento. Contati i seggi nei Parlamento (di tutte le democrazie anglosassoni, che sono quelle che utilizzano sistemi maggioritari in collegi uninominali), il capo del partito che ha ottenuto la maggioranza assoluta di seggi diventa logicamente automaticamente immediatamente capo del governo. Se perde la carica di capo di quel partito, deve lasciare anche il governo. È appena successo a Malta.

– Addio, governabilità?

Perché, la governabilità si ha quando c’è un partito che, da solo, vince la maggioranza assoluta di seggi? Incidentalmente, in Gran Bretagna quel partito vittorioso non ottiene mai la maggioranza assoluta dei voti. Talvolta gli può bastare il 35-38 % dei voti. Oppure la governabilità è il prodotto della capacità di governare, esprimibile e frequentemente espressa anche da coalizioni di due/tre partiti?

Non c’è dunque un mitico trade-off per cui chi vuole governabilità deve rinunciare a rappresentatività?

Nemmeno per sogno. Un parlamento che dia buona rappresentanza politica agli elettori lo saprà fare, lo farà, anche dando vita a un governo di coalizione. Il caso della Germania, dal 1949 ad oggi, è esemplare. Il caso contemporaneo del Portogallo lo è altrettanto. Per non parlare delle (social)democrazie scandinave, ovviamente, scrisse Montesquieu, favorite dal clima.

– Dovrebbe dunque l’Italia ritornare al passato, alla proporzionale?

– Glielo racconta lei ai danesi e agli olandesi, ai norvegesi e agli svedesi, alle finlandesi (cinque capi di partito donne in un governo di coalizione) che le leggi elettorali proporzionali che loro usano a partire dal 1900 sono passato, passate?

– Sono alquanto perplesso. Infatti, di tanto in tanto sento addirittura qualcuno, prevalentemente a sinistra, che sostiene che le leggi maggioritarie sono poco democratiche e che la proporzionale è la legge delle democrazie.

– Mentre con i maggioritari non si possono manipolare le clausole più importanti, tranne il numero di elettori per collegio uninominale e il disegno (truffaldino: gerrymandering) dei collegi, ‘la proporzionale’ non esiste. Esistono numerose clausole che differenziano le leggi elettorali proporzionali. La migliore di queste leggi è la tedesca, che si chiama proporzionale (NON è un sistema misto) personalizzata. La si trova ampiamente spiegata nel mio Nuovo corso di scienza politica (Il Mulino, 2009, cap. 5).

– E i sistemi elettorali misti?

– Premesso che misti non vuole dire pasticciati, ciascuno di loro richiede precisazioni. Faccio solo due esempi: la legge Mattarella era 75% maggioritaria in collegi uninominali e 25% proporzionale; la legge Rosato è 34% maggioritaria e 66% proporzionale. Metterle nella stessa borsa oscura è scandaloso nonché offensivo per la legge Mattarella. Fermiamoci qui.

– Grazie, Prof. Anche di avere evitato il latino maccheronico dimostrando che si può parlare la lingua degli italiani. Mi permetterò di chiederle approfondimenti nel prossimo futuro. So che lei ritiene che è suo dovere civico vigilare su questi temi. Cittadini non interessati, disinformati, malamente partecipanti si meritano i governi degli incompetenti.

– Oh, yes!  

Pubblicato il 13 gennaio su paradoxaforum

Partiti con potenziale di coalizione e potenziale di ricatto: una situazione non sana risolvibile con una buona legge elettorale

Bisogna (sapere) contare i partiti che contano. La lezione di Sartori è che, piccoli o no, contano i partiti che hanno potenziale di coalizione, ovvero possono andare al governo, e i partiti che hanno potenziale di intimidazione e ricatto, vale a dire che rendono, anche dall’opposizione, la vita difficile ai governi. Figuriamoci quando i partiti(ni) con potenziale di ricatto si sono ritagliati uno spazio dentro il governo!

CARLO AZEGLIO CIAMPI E IL SUO GOVERNO 1993-1994 #Convegno #Firenze #11ottobre

 

 

Centenario della nascita di Carlo Azeglio Ciampi 1920-2020

11 ottobre 2019
Aula Magna del Rettorato
piazza San Marco 4, Firenze

CARLO AZEGLIO CIAMPI E IL SUO GOVERNO 1993-1994

Ore 16.30
Dal referendum alla legge Mattarella
Nicola Lupo, Giovanni Tarli Barbieri
Discussant
Gianfranco Pasquino


 

 

 

The never ending game. A proposito dell’ennesimo dibattito, o presunto tale, su una “nuova” legge elettorale

Tornare alla proporzionale? Vantare improbabili meriti maggioritari? Di che cosa si sta parlando? Facciamo il punto nella solita confusione derivata sostanzialmente dall’assenza di conoscenze minime in materia elettorale. Qualche volta mi piacerebbe sentire dalla persino troppo viva voce di molti dei protagonisti quale libro oppure anche soltanto quale articolo hanno letto sui sistemi elettorali. La vigente legge Rosato è per due terzi proporzionale e per un terzo maggioritaria. Dunque, non è che il “ritorno” alla proporzionale cambierebbe in maniera significativa la distribuzione dei seggi, se non per quei burloni di studiosi che hanno incautamente scritto di “effetti maggioritari” di quella legge. A scanso di equivoci, è utile ricordare che l’Italicum era una legge elettorale sostanzialmente proporzionale con un premio in seggi proprio, la ratio era la stessa, come la legge Calderoli (meglio nota come Porcellum), con liste bloccate, vale a dire senza possibilità di scegliere il candidato/a preferita/o. In Italia non abbiamo mai avuto una legge elettorale effettivamente maggioritaria, ma la legge Mattarella (il cd. Mattarellum) – esito, lo ricordo e lo sottolineo, di un quesito referendario voluto e votato dai cittadini – ci è andata piuttosto vicino: tre quarti dei seggi (non delle poltrone) attribuiti con sistema maggioritario in collegi uninominali, un quarto recuperati con sistema proporzionale completato da una soglia di sbarramento del 4%.

Davvero proporzionale fu la legge elettorale italiana con la quale si votò dal 1946 al 1992 compreso. Non provocò sconquassi, niente a che vedere con la, oggi temutissima, soprattutto da chi non ne conosce la storia, Repubblica di Weimar. “La” proporzionale italiana non produsse neppure la proliferazione dei partiti, il cui numero nel corso del tempo rimase abitualmente più vicino a sette che a noveAd ogni modo, “tornare alla proporzionale” è una frase praticamente senza senso poiché di varianti dei sistemi elettorali proporzionali ne esistono molte, delle quali quella caratterizzata dall’aggiunta di un premio di maggioranza è quasi sicuramente la peggiore, mentre la proporzionale migliore è e rimane quella tedesca.

La logica di una legge elettorale proporzionale con premio di maggioranza comunque sia attribuito è molto diversa da quelli dei sistemi maggioritari. Tuttavia, anche in questo caso, affermare, più o meno solennemente, la preferenza per un sistema maggioritario significa poco o niente poiché i due sistemi maggioritari attualmente esistenti, quello inglese e quello francese, sono molto significativamente diversi da una pluralità di prospettive. L’unico elemento, importante, meglio decisivo e dirimente, che condividono, è il collegio uninominale dove vince un solo candidato e tutti i suoi concorrenti perdono e non possono essere ripescati. Quando nei vari commenti leggo, inevitabilmente increspando le sopracciglia, che Prodi e Veltroni si dichiarano a favore del maggioritario, mi chiedo: quale maggioritario, inglese o francese? Rimango in attesa della risposta, magari argomentata con riferimento agli obiettivi che i sedicenti maggioritari desiderano perseguire, per esempio, più potere per gli elettori, migliore rappresentanza politica collegio per collegio, maggiore trasparenza nella formazione di coalizioni che si candidano a governare, persino, qualsiasi cosa voglia significare (accetto suggerimenti) governabilità. Al catalogo aggiungerei ambiziosamente: “ristrutturare partiti e sistema dei partiti”.

Però, non mi chiedo mai se le leggi elettorali maggioritarie servono ad eleggere direttamente i governi. Da nessuna parte è così, ed è meglio che sia così. Chiederei a tutti coloro che entrano nel dibattito, ma soprattutto ai parlamentari e ai dirigenti dei partiti, di essere molto precisi nell’indicazione e nelle motivazioni del sistema elettorale che vorrebbero formulare e utilizzare per eleggere i prossimi 400 deputati e 200 senatori.

Pubblicato il 13 settembre 2019 su rivistailmulino.it

Le condizioni del possibile

È più grave sbagliare i congiuntivi oppure sbagliare le riforme costituzionali? La risposta, convincente, non la lasciamo ai posteri. L’hanno data gli elettori italiani del 4 dicembre 2016 e del 4 marzo 2018. La lezione non l’hanno capita tutti coloro che continuano a dire che, se quelle riforme fossero state approvate, saremmo nel paradiso della politica maggioritaria e bipolare. Nessuno, ovvero pochissimi si interrogano sulla effettiva esistenza di un partito in grado di dare vita a quella politica conoscendone e accettandone consapevolmente rischi e opportunità. Molti, invece, spudoratamente, in spregio ad una riflessione mai adeguatamente portata avanti, hanno sostenuto che il Partito Democratico era l’interprete di quella politica e che quelle riforme di Renzi l’avrebbero resa possibile. Allora, l’analisi post-voto 2018 non può essere fatta di sole cifre anche se i due milioni e mezzo di voti persi dal Partito di Renzi rispetto a quello di Bersani sono molto eloquenti. Quindi, bisogna tornare o, meglio, tentare di analizzare che partito è diventato il PD di oggi e confrontarsi con i frequenti rimandi, superficiali, velleitari, senza fondamento alcuno, all’Ulivo. Non dirò nulla sul limpido flop elettorale della listarella “Insieme” che con l’Ulivo non aveva nulla a che spartire, meno che mai come mobilitazione della società civile, tranne l’endorsement di Prodi (il cui peso ciascuno valuterà per conto suo). Da qui ricomincia il discorso.

L’Ulivo fu, l’interpretazione non può essere affidata ai protagonisti del tempo che si lamentano della caduta, ma non sanno riflettere sulle cause di quella caduta, il tentativo di mettere insieme, non tanto le culture politiche, ma settori di classe politica e di partiti tradizionali con settori di società civile, di associazioni dei più vari tipi. L’Ulivo vinse le elezioni grazie a due fenomeni ultrapolitici: la desistenza con Rifondazione Comunista, pagata poi carissima, e la mancata alleanza fra Berlusconi e la Lega di Bossi. Sarebbe anche utile riflettere sulla leadership di Prodi, distinguendo molto accuratamente fra la sua azione di governo e la sua indisponibilità a candidarsi a capo politico della coalizione chiamata Ulivo. In seguito, poi, nell’ottica maggioritaria e bipolare, resa possibile e praticabile dalla Legge Mattarella (esito non di contrattazioni fra partiti, ma di un referendum popolare), il Partito Democratico consegnò al suo Statuto proprio l’apprezzabile e indispensabile coincidenza fra la carica di segretario e quella di candidato a Palazzo Chigi con la conseguenza che, in caso di vittoria, il segretario del Partito sarebbe diventato capo del governo senza lasciare la carica partitica. La scelta, perfettamente coerente con la logica del maggioritario e della competizione bipolare, non deve essere messa in discussione, ma si deve ricordare a chi diventa capo del governo che gli spetta politicamente di continuare a svolgere il compito di segretario del partito. Deve dedicare attenzione al funzionamento del partito poiché da quel partito ottiene sostegno e informazioni politiche sull’esito delle sue attività di governo in moda da potere quindi aggiustare la linea mettendosi costantemente in sintonia con una società che cambia.

Di cultura politica ulivista mi sembra non sia proprio il caso di parlare, ma, ovviamente, sono pronto a ricredermi quando mi saranno sottoposti i documenti relativi e fatti i nomi di coloro che hanno scritto sul tema. Il silenzio degli intellettuali, che viene periodicamente criticato, ma, paradossalmente sono altrettanto criticate le loro dichiarazioni e i loro appelli, è stato in materia di cultura politica, ulivista e post-, banalmente assordante. Non fu così per il referendum nel quale le prese di posizione a favore del “sì”, che documento nel mio piccolo libro (No positivo. Per la Costituzione. Per le buone riforme. Per migliorare la politica e la vita, Novi Ligure Edizioni Epoké, 2016), sono state assolutamente imbarazzanti per la assenza di qualità.

Avrebbe potuto l’esperienza dell’Ulivo rinascere, essere rilanciata, una volta che si fosse preso atto che né i Democratici di Sinistra né la Margherita erano in grado, divisi, di essere competitivi con la coalizione di centro-destra? La mia risposta è positiva, se quella esperienza fosse stata criticamente rivisitata e aggiornata. Invece, in maniera affrettata e frettolosa fu seguita una strada molto diversa, quella della ex post tanto criticata “fusione a freddo” fra le due nomenclature senza nessuna ricerca di apporti dalla società civile e senza nessun tentativo di (ri)elaborazione di una cultura politica riformista. In verità, nel 2007 fummo travolti da altisonanti affermazioni concernenti la capacità, se non addirittura il fatto compiuto, vale a dire lo strabiliante successo concernente l’avere messo insieme il meglio delle culture riformiste del paese: quelle, non meglio precisate, di sinistra, dei cattolici-democratici, degli ambientalisti. Da parte mia, che non condivisi mai quegli entusiasmi, sono giunto a una conclusione decisamente più realista curando un fascicolo della rivista “Paradoxa”, Ottobre/Dicembre 2015, dedicato a La scomparsa delle culture politiche in Italia . Fin da subito, mi parve strano e deplorevole che fra queste culture, più o meno, talvolta piuttosto meno, riformiste non facesse capolino la cultura riformista socialista di cui “Mondoperaio” aveva a lungo ospitato il meglio. Nelle sedi congressuali dei DS e della Margherita non ebbe luogo nessuna discussione specifica sulle modalità con le quali giungere ad una nuova elaborazione politico-culturale (e non rifugiamoci dietro la constatazione che neanche nel resto dell’Europa va meglio). Dopodiché il Partito Democratico fu travolto dalla cavalcata estiva 2007 di Walter Veltroni per la vittoriosa conquista della segreteria. Nel migliore dei casi, il PD era diventato un partito con un programma di governo (alternativo a quello del Presidente del Consiglio Prodi), ma senza la cornice di una cultura politica che traesse linfa né dalle pratiche riformiste italiane né da quanto altrove veniva elaborato in materia di diritti (Ronald Dworkin), di eguaglianze possibili (John Rawls), di collocazione politica e di riferimenti di classe (Anthony Giddens), di strutturazione partitica (qui i riferimenti sono troppo numerosi per citarli), di Europa (giusto il richiamo, troppo spesso di maniera e mai aggiornandolo, a Altiero Spinelli). Tutt’altro che casuale che sia toccato a Emma Bonino sottolineare la necessità di +Europa dato che la leadership del PD appare non sufficientemente credibile su questo terreno.

Mentre, altrove, alla liquidazione/liquefazione delle culture politiche classiche, peraltro ancora a fondamento di partiti decentemente strutturati e rappresentativi, veniva contrapposta la cultura politica del patriottismo costituzionale nella elaborazione di Jürgen Habermas, il Partito di Renzi ha cercato di travolgere le fondamenta del patto democratico-costituzionale che sta alla base della Repubblica italiana. È storia di ieri, ma anche storia di domani. Infatti, nessuna alternativa di un qualche spessore è stata elaborata e contrapposta alle proposte del Movimento Cinque Stelle relative alla democrazia diretta, alla democrazia elettronica contrapposta alle primarie, del limite ai mandati elettivi, dell’imposizione del vincolo di mandato che travolgerebbe la democrazia parlamentare, ma che politicamente non può essere criticato in maniera credibile da chi fa valere il vincolo per i suoi parlamentari e dai parlamentari che si asserviscono. È presumibile che non siano stati molti gli elettori che hanno dato il loro voto al Movimento Cinque Stelle per motivazioni intrise di “direttismo” (come scrisse Giovanni Sartori) e di antiparlamentarismo. Molti, però, devono avere considerato legittime le espulsioni derivanti dalle violazioni delle regole interne al Movimento, mentre assistevano a “espulsioni” molto più gravi dei dissenzienti dalla linea del segretario del PD alla faccia di qualsiasi prospettiva di farne il partito della sinistra plurale (incidentalmente, una prospettiva ampiamente e giustamente sostenuta già qualche decennio fa nelle pagine di “Mondoperaio”).

Un partito non vive di sola cultura politica, ma per ottenere iscritti e sostenitori, per reclutare, per “addestrare” e per promuovere un personale politico all’altezza delle sfide della rappresentanza e del governo, deve sempre sapersi organizzare sul territorio. La presenza territoriale diffusa, verticalmente contraddetta dai parlamentari, uomini e donne, paracadutati, consente di fare politica giorno per giorno predisponendo iniziative specifiche e coltivando rapporti frequenti e costanti con l’elettorato tutto. Non esiste nessuna leadership individuale, per quanto eccellente (ma sulla “eccellenza” dei molti segretari del Partito Democratico dal 2007 ad oggi potremmo confrontarci), in grado di supplire all’organizzazione sul territorio. Infine, continuiamo a vedere la frammentazione della sinistra che non è soltanto il prodotto di scontri e di ambizioni personali comprensibili e anche giustificabili, quanto, piuttosto, di riferimenti a visioni almeno in parte diverse, ma non insuperabili. che si estrinsecano in politiche inevitabilmente indirizzate a ceti diversi. La sinistra deve sapere accettare queste diversità/pluralità tentando una ricomposizione che non le cancelli, ma ne consenta una ridefinizione. Una sinistra che non sappia fare tesoro delle diversità nel suo ambito non riuscirà mai a dare rappresentanza e governo ad una società diversificata e frammentata.

La sinistra plurale si ricostruisce e ricostituisce sulle proposte che fa, su come riesce a tradurle, sulle modalità con le quali parla ai suoi ceti di riferimento, li ascolta, vi si rapporta e si sforza di rappresentarli. Non va sdegnosamente sull’Aventino (sì, è un riferimento storico), non si chiama fuori, non rifiuta il confronto e neppure, se necessario, lo scontro, ma è sempre disposta a imparare dalla complessità e a cercare il modo e le forme di governarla. Nella troppo breve esperienza dell’Ulivo la consapevolezza delle diversità e della pluralità era stata acquisita, ma non tradotta in organizzazione flessibile e sicuramente non governata. Nel decennio del Partito Democratico i proclami hanno variamente dominato la scena. Fallito questo esperimento, anche per responsabilità dei padri nobili Romano Prodi e Walter Veltroni, sepolto dall’idea del Partito della Nazione e dalla pratica del Partito di Renzi, è giunta l’ora della riflessione. Nei durissimi dati elettorali si misura l’ampiezza del fallimento. Non si tratta di salvare il salvabile, ma di costruire le condizioni del possibile: rottamare i troppo acclamati rottamatori individuare i costruttori che siano anche, se ho minimamente ragione, predicatori di cultura politica. Nelle idee e nelle proposte si misurerà la validità delle visioni di superamento.

Pubblicato su Mondoperaio marzo 2018 (pp 15-17)

Le frittate dello chef del Nazareno

“Non tutte le frittate finiscono per venire bene” è il commento di Romano Prodi, che, avendone fatte, di frittate se n’intende, a quello che ha tentato Pisapia per mettere insieme le sparse membra della sinistra e del PD. Troppo facile attribuire tutte le responsabilità all’improvvisato e velleitario Master Chef di Campo Progressista. Altrettanto facile, ma ugualmente inadeguato sostenere che hanno sbagliato tutti. Chi ha più potere ha anche maggiori responsabilità. Che Alfano, persino troppo premiato dal PD: Ministro degli Interni e Ministro degli Esteri nella stessa legislatura, se ne vada è certamente un danno per il PD di Renzi il quale, probabilmente, fa molto affidamento su quanto il manovriero toscano Denis Verdini riuscirà a combinare sul versante di centro. Tuttavia, il vero problema è sapere se le energie, in verità non molte, non tutte nuove, sollecitate da Pisapia si disperderanno oppure confluiranno nello schieramento che si è creato alla sinistra del PD: Liberi e Uguali, composto da Art. 1-MDP, Sinistra Italiana, Possibile.

Pensare che quello schieramento potesse essere, prima raggiunto dall’ambasciatore Piero Fassino, già rivelatosi esageratamente renziano, poi convinto a stilare qualche tuttora imprecisato accordo con il PD, era ovviamente un nient’affatto pio desiderio. Spesso apertamente offesi da Renzi e dai suoi collaboratori, di volta in volta variamente delegittimati e dichiarati “inutili” (essendo “utile” solo il voto al PD), gli uomini e le donne alla sinistra del PD hanno deciso che giocheranno le loro carte nella campagna elettorale che sta per iniziare. Renzi, l’uomo solo al comando, colui che con l’Italicum aveva imposto che le coalizioni non potessero formarsi, si trova adesso ad allettare tutti quei partitini che un tempo, anche quello dell’Ulivo, si chiamavano “cespugli”. Addirittura qualcuno suggerisce che l’unico modo per evitare l’annunciata sconfitta del Partito Democratico sarebbe quello di tornare a sperimentare la desistenza in un incerto numero di collegi uninominali a favore dei candidati Liberi e Uguali.

Certo, le desistenze mirate del 1996 permisero all’Ulivo di vincere le elezioni e a Rifondazione di ottenere un buon gruzzolo di parlamentari che fecero ruzzolare Prodi due anni e mezzo dopo, cambiando, in peggio, la storia politica dell’Italia. Adesso, però, la legge elettorale Rosato, non casualmente accettata e votata dai parlamentari di Berlusconi, ha meccanismi meno favorevoli alla desistenza (e, comunque, dispone di un numero molto minore di collegi uninominali dell’allora vigente legge Mattarella). Le tecnicalità della legge elettorale contano, ma, ovviamente, le distanze programmatiche e le personalità contano molto di più e possono risultare decisive. “Liberi e Uguali” non hanno neanche bisogno di ripeterlo, ma dovrebbe essere oramai evidente a tutti che per loro Renzi non può essere il candidato alla carica di Presidente del Consiglio. Né potrà essere colui che detterà l’agenda del molto eventuale governo Gentiloni-bis. Quell’agenda, infatti, dovrà ricomprendere misure molto precise di ridefinizione/correzione delle due leggi di cui Renzi si vanta di più: il Jobs Act e la Buona Scuola e, magari, anche delle modalità con le quali stare e agire nell’Unione Europea. Era proprio sulla messa in discussione di queste controverse leggi, nonché sull’impegno forte a fare approvare lo jus soli, che le sinistre sarebbero state disponibili a confrontarsi con il capo del Partito Democratico. Fino alla presentazione delle liste delle candidature è possibile a coloro che intendano evitare di consegnare il prossimo governo al centro-destra o al Movimento Cinque Stelle cercare qualche forma di accordo. Al momento, però, stiamo assistendo a un brutto spettacolo, di cui è il ristretto gruppo dirigente del PD a portare le maggiori responsabilità, che probabilmente si tradurrà in una frittata immangiabile da molti elettori e indigeribile.

Pubblicato AGL l’8 dicembre 2017