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È quel che si poteva fare? Dialogo breve sulle riforme. Pasquino intervista Napolitano

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Il Presidente Emerito Giorgio Napolitano ha accettato di rispondere ad alcune domande di Gianfranco Pasquino, professore Emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna. Siamo onorati di pubblicare in esclusiva questo scambio nella convinzione che sia utile a tutti per farsi un’idea delle motivazioni e delle conseguenze delle riforme costituzionali che saranno prossimamente sottoposte a referendum.

Da due diverse prospettive, lo scienziato della politica di fama internazionale e il politico che ha attraversato da protagonista tutte le stagioni della politica italiana dagli Anni ’50, ci incoraggiano a saperne di più sulla riforma. A tal scopo, vi proponiamo una tavola sinottica degli articoli modificati prima e dopo la revisione, Cancellazioni e modifiche della Costituzione proposte dalla legge Renzi-Boschi, il documento Le ragioni del Sì e l’Appello dei costituzionalisti per il NO.

Contiamo sulla generosità e la disponibilità dei due eccellenti interlocutori per approfondire questioni cruciali qui appena sfiorate: se davvero sarà possibile e facile correggere in seguito gli errori della riforma Renzi-Boschi data la asserita complessità delle procedure di revisione costituzionale, quale dovrebbe essere “la nuova forma di governo parlamentare” di cui parla Napolitano e se già esistono altrove in Europa modelli apprezzabili dai quali imparare.

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Roma 18 luglio 2016

Nella tua lunga esperienza legislativa come parlamentare, come capogruppo, come Presidente della Camera dei deputati, come ministro, come Senatore e, infine, come Presidente della Repubblica, è capitato spesso che il Senato si sia rivelato causa di intoppi, errori, ritardi?

Nella mia lunga esperienza non ho mai considerato il Senato come colpevole di “intoppi, errori, ecc.”; e non è questo né la motivazione né l’oggetto della riforma costituzionale ora sottoposta a referendum. Quel che è in questione è la necessità – da lungo tempo avvertita e argomentata – del superamento di un bicameralismo paritario che, esso sì, è stato causa di gravi disfunzioni istituzionali.

Tralasciando la mancanza di una maggioranza, da attribuire alla legge elettorale, nel Senato eletto nel febbraio 2013, puoi citare dei casi precisi di inconvenienti e ritardi legislativi particolarmente eclatanti?

Gli inconvenienti notori e gravi del nostro bizzarro bicameralismo sono stati quelli del grave ostacolo rappresentato dalla lunghezza e tortuosità del processo legislativo, costretto al fenomeno di navette spesso defatiganti tra i due rami del Parlamento.

E quante volte la doppia lettura ha migliorato la legislazione, magari anche consentendo al governo di imparare, di recuperare e di fare meglio?

Il nostro Senato non è mai stato una seconda Camera “di riflessione” utile per correggere scelte infelici o errori compiuti dalla Camera dei Deputati. Le leggi sono state – sulla base di un meccanismo quasi del tutto casuale – assegnate in prima lettura all’uno o all’altro ramo. E in generale, più che una limpida tendenza migliorativa, quel che ha alimentato la doppia, e magari terza o quarta, lettura, è stata – oltre che la frequente interferenza di manovre di partito e di corrente – una logica di prestigio e concorrenziale tra Camera e Senato per imprimere ciascuno un proprio segno o avere l’ultima parola su ogni legge o almeno su quelle più “sensibili”.

Non pensi che le procedure complesse di richiami e di doppie letture previste nella riforma culmineranno in molte tensioni, in molti scontri, in ricorsi alla Corte costituzionale e finiranno in quella che altrove ho definito deriva confusionaria? – Non temi una varietà di conflitti fra Stato e regioni, fra Camera e Senato, fra i senatori e i consigli regionali che li hanno nominati, fra i sindaci e i loro consigli comunali?

Mi pare gratuito il drammatizzare che tu fai in entrambe queste domande dei rischi di tensioni e di scontri dinanzi alla Corte Costituzionale, e di ogni sorta di conflitti tra poteri e tra soggetti istituzionali. Di fronte a ogni innovazione, la “paura dei pericoli” è puro fattore di paralisi. Quel che della riforma risulterà da correggere alla luce dell’esperienza potrà essere corretto. L’importante è ora non restare bloccati in antiche contraddizioni.

Ritieni opportuno che un Senato di nominati partecipi all’elaborazione e all’approvazione delle revisioni costituzionali? E perché?

Trovo demagogicamente polemico parlare di “un Senato di nominati”. I nuovi senatori, tranne quelli nominati dal Presidente della Repubblica, saranno “eletti” (art.2 della legge di riforma) da Assemblee rappresentative pienamente legittimate dal punto di vista democratico.

Pensi che sia corretto dare al Senato delle autonomie fatto di cento nominati il potere di eleggere due giudici costituzionali? Ti risulta qualcosa di simile per altre seconde Camere non elette dai cittadini?

Puoi su questo punto esprimere dissenso, ma non credo abbia senso il confronto con “altre seconde Camere non elette dai cittadini” in Europa.

E’ opportuno che a rappresentare le autonomie ci siano anche cinque senatori nominati dal Presidente della Repubblica (per meriti sociali, artistici, scientifici e letterari). Dovrebbero avere meriti regionalisti e federalisti oppure competenze europee visto che di Europa dovranno occuparsi?

Il nuovo Senato ha un complesso di funzioni per cui può risultare assai utile il contributo di personalità di molteplici esperienze e competenze, pienamente comprese nella definizione di cui all’art. 3 della legge di riforma.

Non vedo nulla nel pacchetto Renzi-Boschi che riguardi concretamente e direttamente il rafforzamento del potere decisionale del governo? Qual è la tua opinione?

Il ruolo del governo è destinato certamente a rafforzarsi rendendo più spedito, lineare e sicuro nei suoi tempi di svolgimento e conclusione, il processo legislativo. Per non parlare del fatto che si rafforza la stessa possibilità di dar vita ad un governo attribuendo alla sola Camera dei deputati l’investitura, con la fiducia, dell’esecutivo.

Pensi che questo rafforzamento conseguirà dall’Italicum rispetto al quale hai peraltro detto che bisogna attendere “opportune verifiche di costituzionalità”?

Non aggiungo nulla in questo momento a ciò che ho dichiarato in Senato circa l’esigenza di prestare attenzione a preoccupazioni espresse da varie parti sulla legge elettorale “Italicum”.

Ti sei ripetutamente “speso”, a mio parere anche troppo, in difesa e a sostegno di queste riforme. Sono davvero le riforme che avresti fatto tu, capo del governo?

In qualunque mia posizione istituzionale avrei sostenuto una riforma che conduca – per usare una sapiente espressione di Leopoldo Elia – a una nuova forma di governo parlamentare. Ed è questa la direzione in cui va la riforma approvata dal Parlamento.

Infine, una curiosità personale-istituzionale alla quale puoi anche decidere di soprassedere. Fin dalla Commissione Bozzi (1983-85) ho molto detto e scritto e qualcosa ho anche fatto, promuovendo i referendum elettorali, in materia di istituzioni e di leggi elettorali. E’ troppo chiederti come mai non ho ricevuto nessun apprezzamento da te, ad esempio, per la mia battaglia a favore di una legge elettorale davvero maggioritaria come il doppio turno francese in collegi uninominali?

Non ho mai ignorato ma sempre seguito con apprezzamento, come ben sai, le tue iniziative e battaglie. Ma tu ti sei sempre mosso – in quanto studioso temporaneamente (per oltre dieci anni) prestato alla politica e al Parlamento – da libero battitore; mentre io ho sempre operato fino al 1992 da dirigente del PCI, cercando di influenzarne le posizioni e riconoscendomi nelle sue scelte, comprese quelle sostenute nella Commissione Bozzi. Da Presidente della Camera mi adoperai per favorire una riforma elettorale in senso maggioritario e fondata sui collegi uninominali: l’intesa risultò possibile però sul sistema costruito con la legge Mattarella, mentre l’ipotesi del doppio turno alla francese naufragò sullo scoglio della indicazione della soglia (in Francia molto elevata) per l’accesso al secondo turno. E da Presidente della Repubblica ho guardato positivamente al tentativo portato avanti fino all’estate 2012 nella Commissione Affari Costituzionali del Senato per un sistema analogo a quello spagnolo, ma allora tanto il centrosinistra quanto il centrodestra rimasero attaccati all’istituto del premio di maggioranza sia pure – dopo la sentenza della Consulta – ancorato ad una soglia adeguata di consensi ricevuti dagli elettori. Poi questa storia l’ho raccontata al Parlamento nel mio discorso dell’aprile 2013.

Pubblicato il 20 luglio 2016

Italicum salvare o cestinare

Sembra che, almeno temporaneamente, la discussione sullo spacchettamento delle revisioni costituzionali. sia andata in stallo. Da un lato, avendo spesso sostenuto l’organicità del loro pacchetto di revisioni, Renzi e Boschi non potevano accettare lo spezzettamento. Dall’altro, comunque, il voto che conta sarebbe quello sul Senato, che si vincerà o si perderà a prescindere da qualsiasi spacchettamento. Crescono, invece, le richieste di modifica della legge elettorale tanto che Renzi, come Boschi, convinto della bontà del prodotto, ha deciso di sfidare il Parlamento. Se vi si trova una maggioranza per fare un’altra legge elettorale si manifesti e proceda. A parole, molti, sostanzialmente mossi dalla preoccupazione che con l’Italicum così com’è, non soltanto al ballottaggio con il PD arriverebbero le Cinque Stelle, ma i sondaggi dicono che vincerebbero, trafficano con ritocchi auspicabili. I più preoccupati sono gli esponenti del PD che compongono la Ditta, il gruppo di parlamentari di prevalente provenienza ex-comunista i quali, in caso di vittoria delle Cinque Stelle, sarebbero le più probabili vittime della mancata conquista del premio di maggioranza. I seggi a loro disposizione diventerebbero davvero pochi. Certo, nessuno di loro può argomentare la proposta di riforma dell’Italicum in maniera così platealmente personalizzata. Quindi, quel che vorrebbero cambiare viene giustificato soprattutto con riferimento a quanto la Corte Costituzionale scrisse nella sua sentenza che fece a pezzettini il Porcellum. D’altronde, che di quelle motivazioni si debba tenere conto, è reso ancora più ovvio e attuale dal fatto che la Corte valuterà l’Italicum e le sue clausole, si dice, il 4 ottobre.

È  un po’ curioso che chi ha votato l’Italicum si faccia, con molto sprezzo per la sua personale coerenza politica, sostenitore di una revisione anche profonda della legge. Qualche democratico potrebbe sostenere che nei deliberata del suo partito si trova ancora l’approvazione data a un sistema elettorale di tipo francese: doppio turno in collegi uninominali con una clausola percentuale per il passaggio dei candidati al secondo turno. Ma, poi, dicono tristemente che mancano i numeri, copiando l’affermazione espressa in maniera più roboante dai renziani. Pochi pensano, con nostalgia, giustificata, e con apprezzamento, pur non pieno, alla legge di cui fu relatore l’allora deputato Mattarella, ma nessuno s’impegna davvero a farla, come forse si potrebbe, rivivere. Da ultimo, un gruppo di parlamentari di osservanza bersaniana hanno presentato un loro progetto centrato sul ridimensionamento del premio di maggioranza, considerato, come stanno attualmente le distribuzioni dei voti fra gli schieramenti, eccessivo. Lo è certamente, ma, come sostengono i renziani, deve esserlo per dare un senso alla legge e abbastanza seggi a un partito affinché sia messo in grado di governare da solo. Inoltre, i tardoriformatori bersaniani desiderano abolire il ballottaggio. Evidente è l’obiettivo di impedire alle Cinque Stelle di vincere conquistando i voti di tutti coloro che non vogliono il PD e che, a Roma e persino a Torino hanno dimostrato di essere davvero tanti. Invece, il ballottaggio ha effettivamente un grande pregio: dà, come si è visto nel caso dell’elezione dei sindaci, un’ottima riforma fatta nei trent’anni che i renzianboschiani definiscono, sbagliando, di ozio istituzionale, agli elettori un grande potere: quello di decidere chi vince.

Né l’uno né l’altro dei cambiamenti, come sono stati presentati, appaiono accettabili a Renzi e Boschi. Svirilizzano l’Italicum e non disegnano un sistema migliore. La verità è che all’Italicum si dovrebbe comunque fare un po’ di maquillage: via i capilista bloccati, via le candidature in più collegi, via il divieto di coalizioni al primo turno e di apparentamento nel passaggio dal primo al secondo turno. Altrimenti, una buona legge elettorale esige che l’Italicum sia cestinato e che i riformatori guardino alla Francia della Quinta Repubblica oppure alla Germania, en attendant non Godot, ma la Corte Costituzionale.

Pubblicato AGL 20 luglio 2016

Gli errori degli Ulivisti e le mosse di Renzi

“Si sono persi vent’anni di tempo senza realizzare le promesse della campagna elettorale” dell’Ulivo. Cito la frase di Matteo Renzi come riportata dal “Corriere della Sera” e non ho esitazioni. Il segretario del Partito Democratico ha ragione. Non importa che la sua critica delle promesse non mantenute gli serva per colpire Pippo Civati che insiste, sulla base di non si sa quali motivazioni, a candidare Romano Prodi al Quirinale. Quel che importa è cercare di capire quali furono effettivamente le promesse non mantenute e, soprattutto, se Renzi e il Partito Democratico vogliano e sappiano andare oltre e fare meglio. Sicuramente su un punto l’Ulivo ha preceduto il Partito Democratico: il tentativo di combinare insieme le culture politiche del PCI e della DC, di contaminarle, come fu detto e ripetuto allora. Anche con l’aggiunta davvero marginale della debole cultura politica ambientalista, l’Ulivo non riuscì a essere il contenitore del meglio del riformismo italiano poiché non attrasse mai, anzi, respinse i portatori del socialismo riformista. Nel PD c’è chi continua a essere anti-socialista, manifestandosi tale in special modo nei confronti di Giuliano Amato. Il riformismo dell’Ulivo non fu mai particolarmente incisivo, anche perché, affermano i suoi sostenitori, gli mancò il tempo per dispiegare tutta la sua carica di cambiamento. Esiste anche un’interpretazione diversa del riformismo interrotto. All’Ulivo mancò la leadership.

Sostanzialmente inesperto, Romano Prodi rifiutò di trasformarsi in capo operativo dello schieramento elettorale detto Ulivo e si dedicò esclusivamente all’attività di governo. Inevitabilmente, l’Ulivo parlamentare e politico tornò nelle mani dei capi dei partiti che vi si erano associati per sconfiggere Berlusconi (numericamente battuto alle urne soltanto dall’impossibilità di stringere un’alleanza con la Lega che lo aveva “tradito” nel 1994). Nessuno di quei capipartito volle cedere potere politico a Prodi, che neppure ne fece esplicita richiesta. In maniera sicuramente miope, tutti operarono in base ai loro specifici interessi di corto respiro. L’Ulivo, vale a dire Romano Prodi e i suoi più stretti collaboratori rinunciarono fin dall’inizio a tradurre in pratica la novità che avrebbe avuto il maggior impatto unificante e che avrebbe cambiato il volto della politica italiana (e dei politici): le Convenzioni di collegio. Fra l’altro, Prodi fu sospettosissimo dell’eventuale successo della bicamerale di D’Alema nel raggiungere un accordo con Berlusconi per cambiare la Costituzione. Sbagliando, temeva che, subito dopo l’accordo, si sarebbe andati a nuove elezioni. Al contrario, la necessità di tradurre l’accordo in modifiche costituzionali sarebbe stata la polizza di garanzia almeno biennale per il governo dell’Ulivo. La vera riforma della politica, dei singoli partiti e del sistema dei partiti sarebbe derivata dall’impegno solenne dei parlamentari eletti nei collegi uninominali previsti dalla legge Mattarella (tre quarti degli eletti) di mantenere uno stretto contatto in ciascun collegio con gli elettori (non soltanto i “loro” elettori). Invece, molti di quegli eletti, essendo stati paracadutati nei collegi sicuri, non avevano né la base né la voglia di tornarci con frequenza a fare politica, quella sul tanto vantato e altrettanto disatteso “territorio”.

Dal punto di vista politico, l’Ulivo fallì nella sua promessa più significativa e potenzialmente più produttiva di cambiamento: riformare politica e istituzioni, rinnovare la classe politica. Tornare indietro si può, eccome, proprio resuscitando la legge Mattarella. Però, la proposta di riforma elettorale di Renzi non è basata sulla logica dei collegi uninominali nei quali gli eletti risponderebbero agli elettori. Si fonda, invece, sul principio, caro anche a Berlusconi, che i parlamentari sono scelti dal capo del partito e a lui rispondono. La stagione dell’Ulivo non fu, come afferma Renzi, soltanto un fallimento, prodotto da errori, compresi quelli, grandi, di Prodi, e dalle divisioni interne, ma la proposta elettorale del governo mette sicuramente la pietra tombale su un Ulivo piantato male e peggio accudito.

Pubblicato AGL 16 dicembre 2014