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Caso Minzolini, se il voto dei senatori sta al di sopra delle leggi

Il voto della maggioranza dei senatori che hanno impedito la decadenza dalla carica del collega Augusto Minzolini, componente del gruppo parlamentare di Forza Italia, non deve essere derubricato ad un qualsiasi episodio di omertà a buon rendere. Non è stato soltanto la ripetizione di un fenomeno che viene da lontano e un segnale di quello che può ancora succedere in questa legislatura. Più o meno consapevolmente, con il loro voto, contorto quanto si vuole – favorevoli, contrari, assenti, usciti dall’aula-, i senatori hanno mandato un messaggio terribile, purtroppo non rilevato e non stigmatizzato da giornalisti e commentatori. Quando incappano nelle maglie della giustizia, i politici per lo più procedono a una sequela di frasi fatte tanto retoriche quanto ipocrite. Per loro, la giustizia è sempre a orologeria poiché cerca di influenzare l’andamento della politica. Nessuno che dica che la politica ha tempi non prevedibili cosicché i magistrati dovrebbero avere poteri quasi magici per arrivare puntuali. Poi, a seconda dei casi, i politici annunciano che gli “avvisati di garanzia” e gli indagati sono innocenti fino alla condanna, cosa che non dovrebbe automaticamente significare che possono restare nella loro carica come se non fosse successo niente. Non c’è da stupirsi se i rari casi in cui gli inquisiti si sono dimessi vengono ricordati da tutti. Segue, naturalmente, la solenne dichiarazione di fiducia nella giustizia. La conclusione consiste nell’unanime invito alla magistratura a fare il suo corso. Quando, però, come in questo caso, la condanna di Minzolini per “peculato continuato” è definitiva, troppi parlamentari s’affannano a non darle seguito.

Secondo la legge che porta il nome di Paola Severino, competente ministro della Giustizia del governo Monti, il condannato in via definitiva decade, com’è già avvenuto con Silvio Berlusconi, dalla sua carica. I Senatori avrebbero semplicemente dovuto rispettare e ratificare quanto deciso dai giudici. Il loro voto di salvataggio ha una valenza grave e implicazioni preoccupanti. In estrema sintesi, un certo numero di rappresentanti del popolo ha deciso che le leggi della Repubblica possono essere disattese e che il loro voto deve contare più delle sentenze emesse dai tribunali italiani. Invece, le leggi debbono essere pienamente osservate e rigorosamente applicate. Qualora i parlamentari ritengano che una legge sia sbagliata, pericolosa, controproducente, essi hanno non soltanto il potere, ma il dovere di cambiarla, se non, addirittura di abolirla, mai di disattenderla né di violarla, nella lettera e nello spirito.

Con il loro voto i senatori “assolutori” di Minzolini hanno anche comunicato qualcosa che ha regolarmente fatto parte del bagaglio di espressioni e valutazione di Berlusconi. Il voto degli eletti dal popolo si colloca al di sopra delle leggi. Però, poiché la legge elettorale vigente nel 2013 contemplava liste bloccate (delle quali neppure la sentenza della Corte Costituzionale sull’Italicum ha imposto l’abolizione), nessuno dei senatori è stato “eletto dal popolo”, tutti sono stati nominati dai capi dei loro partiti e a quei capipartito continuano a rispondere. I senatori hanno anche finito per dire che la magistratura deve essere subordinata alla politica e al parlamento, E’ un’affermazione chiaramente, totalmente, irrimediabilmente populista poiché, nelle democrazie, sono i cittadini e i parlamentari a essere subordinati alle leggi. Nel caso di reati, la magistratura ne valuta la sussistenza e procede a giudicare gli accusati proprio “in nome del popolo”. Ponendo il popolo che loro presumono di rappresentare al di sopra delle leggi, i senatori hanno introdotto il virus populista nel funzionamento e nei rapporti fra le istituzioni. Un brutto piano inclinato.

Pubblicato AGL il 21 marzo 2017 

La corruzione che affonda il Paese

Quando i dirigenti dei partiti indeboliscono la loro struttura, la aprono agli arrivisti, non controllano la selezione del personale, non sanno escludere chi fa politica non per vocazione ma per carriera, qualsiasi tipo di corruzione è in agguato e sarà sicuramente praticato dalle Alpi alla Sicilia. Quando i partiti, i loro dirigenti, i loro rappresentanti al governo e all’opposizione si rivelano disposti a tutto pur di mantenere le cariche ottenute e di proseguire la carriera, tutti gli operatori economici, ma soprattutto quelli che in un mercato aperto e competitivo non riuscirebbero a vincere, entrano in relazioni di scambi perversi con quei politici. Negli scambi, inevitabilmente, sono coinvolti anche i burocrati, nominati e promossi dai politici, che traggono il massimo del vantaggio dal loro ruolo cruciale di intermediari, ma, spesso, anche essendo coloro che danno attuazione alle decisioni. Alla fine della filiera si trova la magistratura il cui compito costituzionale è scoprire, processare, punire i responsabili della corruzione che stravolge la vita della collettività e le attività economiche, sociali, politiche.

È indispensabile prendere le mosse da queste considerazioni, accompagnandole con il dato della corruzione percepita che pone l’Italia al 63 esimo posto nella classifica di Transparency International (ai primi posti stanno i paesi con il più basso livello di corruzione, scandinavi e anglosassoni). Risanare un paese profondamente corrotto richiedere colpire la testa della corruzione, cioè la politica e le burocrazie pubbliche. La Legge Severino che, appena approvata, è stata abbondantemente e subdolamente criticata da parlamentari, politici e loro giornalisti di riferimento, va proprio nel senso giusto. Data la vastità della rete di corruzione politica in Italia e la sua straordinaria capacità di riprodursi (inimitabile esempio di “energie rinnovabili”), il contrasto va effettuato non tanto con l’inasprimento delle pene detentive, che, naturalmente, non debbono neppure essere addolcite, ma colpendo politici e burocrati in quello che hanno di più caro: il posto di “lavoro” e le prospettive di carriera.

Per quanto riguarda i detentori di cariche elettive, il primo passo è l’immediata sospensione. A condanna acquisita, il secondo passo è la decadenza dalla carica. Infine, il terzo e ultimo passo è la decisiva sanzione dell’ineleggibilità, un po’ come è stato comminato a Berlusconi, ma a mio parere l’ineleggibilità dovrebbe essere definitiva. Per i burocrati coinvolti in casi di corruzione la sequenza delle pene dovrebbe riguardare, anzitutto, lo stipendio, anche per indennizzare lo Stato (cioè i cittadini) dei danni subiti; poi, la retrocessione nelle mansioni e quindi nello stipendio; infine, il licenziamento, accompagnato nei casi più gravi anche dalla rivalsa dello Stato sulla pensione eventualmente maturate. Se queste mie riflessioni e proposte hanno qualche validità, i dirigenti di partito e i politici dovrebbero rivisitare la legge Severino e le sue clausole e lavorare sulla riforma della burocrazia predisposta dal Ministro Marianna Madia affinché si giunga ad una rapida e, soprattutto, certa applicazione delle sanzioni da me indicate.
Potremo anche valutare la reale volontà dei politici di combattere la corruzione nei loro ranghi e in quelli della burocrazia dalla celerità e dalla sistematicità dei loro interventi e dal loro non intralcio, ma sostegno alle inchieste della magistratura. Quando l’Europa ci guarda è soprattutto la corruzione italiana che vede e l’inadeguatezza degli interventi con i quali ridurla. Meno corruzione, percepita e praticata, più affidabilità: questa sarebbe l’Italia che va avanti.

Pubblicato AGL 9 maggio 2016

Italicum, no; Europaeum, sì

Prefazione a Simone Nardone, Dal Porcellum alla Terza Repubblica. Dieci anni di storia politico-elettorale dell’Italia 2005-2015, Streetlib, pp. 5-10

Scoprire che la legge elettorale n. 270 del dicembre 2005, fortemente voluta e approvata dal centro-destra, giustamente definita Porcellum, ha soltanto una volta su tre, nel 2008, prodotto una cospicua maggioranza in entrambe le camere, pur riducendo il numero degli sgangherati partiti italiani, è sufficiente per darle una valutazione negativa, argomentata, netta e severa. Vale anche la pena di aggiungere che in poco più di tre anni quella cospicua maggioranza berlusconiana, incapace di riforme, è tristemente evaporata. Fa bene Simone Nardone a documentare sia gli esiti delle tre tornate elettorali, 2006, 2008, 2013, nella quale il Porcellum è stato utilizzato. Fa altrettanto bene a rilevare quanti tentativi sono stati malamente e sfortunatamente effettuati per riformare quella legge, in particolare, i referendum per mancanza di quorum procurata dal centro-destra. Qui, in sede di presentazione e di commento, credo opportuno fare due rilievi di fondo. Primo rilievo, i tentativi di riforma sono stati tutti caratterizzati da un elemento centrale: costruire quella specifica legge elettorale che prometteva di dare vantaggi al partito e al leader di riferimento dei sedicenti riformatori. Insomma, da una legge con altissimo contenuto partigiano, come il Porcellum, si va verso una legge a contenuto partigiano meno visibile, ma sostanzioso. Secondo rilievo, in verità, i tentativi riformatori non sono mai stati condotti né con grande convinzione né con sufficiente competenza.
Non è una novità sottolineare che a qualsiasi dirigente di partito e di corrente fa oltremodo comodo disporre di una legge elettorale che consente, con (ir)ragionevole approssimazione, di nominare i propri parlamentari. Costoro saranno poi assidui, devoti, subordinati fino al servilismo, alla faccia dell’assenza di vincolo di mandato, poiché praticamente tutti (e tutte: omaggio ad una malposta e peggio interpretata parità di genere) desiderano fortemente essere rinominati/e. Dunque, nessuno di quei parlamentari sfiderà quella legge. Cosicché non sorprende che sia toccato alla Corte Costituzionale fare i conti con il Porcellum. Dopo più di un decennio di incerta, e, talvolta, irritante, giurisprudenza, la mutata composizione della Corte ha portato finalmente ad una decisione sufficientemente chiara e, per chi sa leggere, argomentata in maniera stringente.
Il Porcellum presenta due evidenti profili di incostituzionalità: 1) l’eccessiva entità del premio di maggioranza (e la differenza nelle modalità di attribuzione fra Camera e Senato) che distorce oltre ogni logica l’esito del voto; 2) l’esistenza di liste bloccate. Il primo profilo cozza in maniera esagerata e ingiustificabile contro il principio dell’eguaglianza del voto. Il secondo profilo comprime drasticamente il potere dell’elettore il quale, in sostanza, non può fare altro che scegliere un partito, ma non può in nessun modo scegliere il suo rappresentante in Parlamento. Ben poca cosa è la “sovranità” popolare quando si riduce a tracciare una crocetta su un simbolo di partito. Troppa, invece, è la sovranità democratica, cioè del popolo, di cui si sono appropriati i dirigenti di partito e di corrente nominando i loro parlamentari, uomini e donne. Addirittura esagerata è la quantità di sovranità perduta dai cittadini-elettori, quando, come abbiamo rapidamente appreso dai tempestosi rapporti fra i parlamentari del Movimento Cinque Stelle e i loro due leader extraparlamentari Grillo e Casaleggio, costoro impongono il vincolo di mandato e lo traducono autoritariamente, non autorevolmente, nell’esercizio dell’espulsione.
Qui, inevitabilmente, sono costretto, ma lo faccio molto volentieri, ad andare oltre l’argomento trattato da Nardone. Sono sicuro che il lettore (anche nella sua veste di elettore e di cittadino che vuole saperne di più) si chiederà se la proposta di riforma formulata da Matteo Renzi risponda efficacemente alle obiezioni formulate dalla Corte Costituzionale alla legge tuttora vigente. La risposta è chiaramente negativa. Infatti, il cosiddetto Italicum continua a presentare liste bloccate, ancorché corte. Quindi, non consente in nessun modo agli elettori di scegliersi i loro rappresentanti. Incidentalmente, l’espressione di un unico voto di preferenza è stata approvata in un importante referendum popolare nel 1991, quello che diede inizio alla stagione riformatrice. E non è vero che sarebbe automaticamente preda di “scambio” e di corruzione, entrambe le fattispecie essendo, finalmente, sanzionate in maniera severa nella legge Severino. Poi, diamine, la soluzione migliore esiste, eccome: i collegi uninominali.
Quanto al premio di maggioranza, continua a essere cospicuo, minimo novanta seggi, anche nell’Italicum, e quindi a non rispondere all’obiezione della Corte relativa all’esagerata disproporzionalità. L’unico miglioramento in materia è quasi casuale, comunque soltanto eventuale. Qualora, accadimento che auspico, nessuna delle coalizioni raggiungesse il 37 per cento dei voti, si dovrà andare al ballottaggio fra le due coalizioni più votate. In questo modo, almeno, l’elettore potrebbe trovarsi a scegliere davvero la coalizione che lo governerà e a conferire consapevolmente quel premio. Disporrà di un voto pesante e decisivo.
Mi pare opportuno aggiungere, non soltanto per completezza di informazione, che il ballottaggio fra coalizioni costituisce uno dei punti di forza della proposta di riforma elettorale che il 4 luglio 1984 presentai nella Commissione Bicamerale per le Riforme Istituzionali, detta Bozzi dal nome del suo Presidente il deputato liberale Aldo Bozzi. Ne esiste un testo scritto e pubblicato e la si può ritrovare anche nella Relazione di Minoranza dei Senatori Eliseo Milani e Gianfranco Pasquino (della quale, va da sé, sono molto fiero).
Nell’eventuale ballottaggio, potrebbe persino succedere che Grillo arrivi a capire che, nelle democrazie parlamentari, la costruzione di coalizioni è l’arte della politica e decida di offrire questa opportunità ai suoi elettori e a tutti coloro che cercano alternative che rimettano in moto una dinamica competitiva che non passa soltanto attraverso manipolabili reti telematiche. Non indugio sul prezzo che il Movimento Cinque Stelle dovrà pagare poiché sono interessato a sottolineare l’aumento del potere degli elettori, sia di coloro che hanno già scelto le Cinque Stelle sia di coloro che non gradiranno le altre due probabili coalizioni. Rimane, però, che, in buona sostanza, l’Italicum è soltanto un piccolo Porcellum, vale a dire, un porcellinum che non accresce per nulla il potere degli elettori. Se non sarà il Presidente della Repubblica a rinviare questa brutta legge elettorale al Parlamento, dovrà provvedervi, per evitare la perdita di credibilità, la stessa Corte Costituzionale.
Nardone analizza le proposte recenti, macchiate, come ho già notato, da partigianeria e anche da colpevole ignoranza dei precedenti. Il difetto più grave degli improvvisati riformatori elettorali è la loro intollerabile presunzione. Pensano di sapere fare meglio di quanto è stato fatto, e funziona da tempo, nelle democrazie parlamentari e semipresidenziali europee. Procedono a contaminazioni che fanno inorridire, che producono indigeribili marmellate di sistemi diversi fra di loro, applicati in contesti costituzionali troppo distanti da quello italiano. Nessuno, poi, si cura del potere degli elettori che deve essere la stella polare di qualsiasi riformatore elettorale. Insomma, Nardone ci porta fino a dove siamo arrivati, ma leggendo fra le righe, esercizio che consiglio anche ai lettori, si vedrà che con quello che è stato finora elaborato, non andremo da nessuna parte.
No, non cadremo dalla padella nella brace. Resteremo nella padella, forse una padella appena ridotta di dimensioni, ma ancora manovrata dai partiti, ovvero dai loro capi. Non è una bella prospettiva. Se, qualcuno vorrà poi anche chiedersi perché siamo male governati e peggio rappresentati, mentre Francia e Germania, ma anche Spagna e Svezia funzionano molto meglio dell’Italia, sappia che parte, probabilmente grande parte, della differenza è data dal fatto che quei sistemi politici hanno leggi elettorali non truffaldine, ma sane che conferiscono reale potere ai loro cittadini. Dal libro di Nardone vorrei fare scaturire, per quanto indirettamente, anche il suggerimento che guardare oltre le Alpi è preferibile a guardare a formulette provinciali, appropriatamente definite “italiche”. Meglio, molto meglio un “Europaeum”.

Bologna, 25 marzo 2014

Gianfranco Pasquino

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Brutte gatte da pelare

Come si fa a non apprezzare il timing, vale a dire, la eccezionale tempestività con la quale l’Autorità Anticorruzione rende note le sue numerose e incisive proposte di modifica alla Legge Severino? Verranno sottoposte queste utilissime proposte, una per una, al vaglio attento e competente del governo, delle Commissioni Giustizia di Camera e Senato e, immagino (e auspico) anche e soprattutto della Commissione Antimafia presieduta dall’on. Bindi? Serviranno a migliorare la legge Severino in particolare per quella che riguarda l’incandidabilità alle cariche pubbliche, l’ineleggibilità e i conflitti di interesse? Tutte quelle proposte riguardano tematiche molto spinose per la classe politica che, a livello nazionale, a livello regionale (“impresentabili” più De Luca), a livello comunale (attualmente svettante grazie al caso di Roma Mafia capitale) ha moltissime gatte da pelare e pochissima voglia di farlo.

L’impressione è, per utilizzare il politichese, utile a farsi capire dai politici e dai loro giornalisti di riferimento, che Raffaele Cantone sia entrato a gamba tesa nell’intricatissimo affaire De Luca che il Presidente del Consiglio non sa come risolvere e, forse, preferirebbe evitare. Consentirne l’insediamento alla Presidenza della Regione Campania? Dargli anche il tempo di designare la Giunta e, quel che più conta, di nominare il VicePresidente che lo sostituirà tenendogli caldo il posto fino al suo eventuale ritorno se riuscirà a liberarsi delle sue pendenze giudiziarie? Da qualsiasi parte le si guardi, le proposte di Cantone promettono di fare guadagnare un sacco di tempo a Renzi prima di essere obbligato a prendere una decisione definitiva su De Luca Presidente della Campania. Curiosamente, ergendosi in tutta la sua statura politica, lo stesso De Luca aveva quasi intimato al Parlamento di rivedere la legge Severino, proprio nei punti, a suo parere sbagliati, che lo riguardavano. Alcune delle proposte di Cantone, che non dimentichiamolo, aveva criticato l’azione della Presidente Bindi e i criteri rigidi, scherzosamente aggiungerei molto “severini”, da lei utilizzati per stigmatizzare gli “impresentabili” (due soli dei quali, quattordici, incidentalmente, sono stati eletti), sembrano fatte apposte per mettere in questione quanto fatto dalla Bindi, per rovesciarne l’impostazione, per cambiarne l’impatto.

In attesa di capire dove l’Autorità Anticorruzione voglia effettivamente andare a parare, almeno tre osservazioni debbono essere chiaramente formulate. La prima riguarda la necessità che si addivenga alla soluzione più rapida possibile del caso De Luca senza tenere in nessuna considerazione variabili intervenute dopo la sua elezione. Soltanto i populisti possono pensare che il voto, per di più di poche centinaia di migliaia di elettori, sani le pendenze giudiziarie. In qualsiasi democrazia nomale non è così. Secondo, la corruzione politica è la più grave malattia di un sistema politico poiché non soltanto premia i corrotti, ma inquina nelle loro fibre più profonde il mercato e la società. Qualsiasi cedimento su questo piano ha conseguenze devastanti e durature, come le cronache italiane rivelano ad abbondanza. Terzo, arriverà anche il tempo, sempre in politichese, nel quale bisognerà, ma a ragion veduta e con il sostegno dei dati, “fare il tagliando” alla legge Severino. Procedere adesso, in pendenza di un caso molto grave e delicato, appare più che sospetto. Sembra un doppio favore: a Renzi che si leva un peso politico, a De Luca che dimostra quanto grande è il suo peso politico. Meglio seguire, anche con la fretta con la quale dice sempre di voler operare il Presidente del Consiglio, due strade e due procedure chiaramente differenziate. Non sarà la confusione a sconfiggere la corruzione.

Pubblicato AGL 11 giugno 2015

I corrotti e la moglie di Cesare

“Dare i numeri” è, per lo più, un’attività molto utile. Consente di essere precisi nelle valutazioni e nelle previsioni. Obbliga tutti, anche i critici, a rimanere sul terreno della concretezza. Permette agli elettori di essere meglio informati. I numeri delle elezioni regionali sono irrefutabili. Il centro-destra si presenta con due governatori in carica. Il centro-sinistra ha una maggioranza uscente in cinque regioni. Se finisce cinque a due nessuno potrà cantare vittoria. Il resto è facilmente misurabile: sei a uno (la molto prevedibile vittoria di Zaia in Veneto) significa una leggera espansione del centro-sinistra, cioè, più precisamente, del Partito Democratico. Tutti gli altri risultati segnerebbero una battuta d’arresto del PD, più o meno brutta e pesante a seconda delle percentuali di voti ottenute dal partito regione per regione. Da molti punti di vista, i voti contano molto di più per gli altri contendenti. Nel centro-destra, il problema vero per Forza Italia è di non finire sopravanzata dalla Lega e dalla molto aggressiva leadership di Matteo Salvini e per il Nuovo Centro Destra di dimostrare una qualche presenza sul territorio che consenta di ottenere voti e guadagnare cariche. Tenuto un po’ in disparte dai mass media, il Movimento Cinque Stelle cerca di risalire la china bruscamente interrotta dalle elezioni europee. Ci sono molte condizioni favorevoli a un suo ritorno prepotente sulla scena politica. Gli scandali legati alla corruzione e l’individuazione di “impresentabili” in alcune liste elettorali costituiscono ottime ragioni affinché un elettorato giustamente insoddisfatto faccia convergere il suo voto su un movimento che si chiama fuori, che non è stato sfiorato da nessuno scandalo, che si presenta come chiaramente contro il sistema.

Anche la Presidente della Commissione parlamentare antimafia, Rosy Bindi ha dato i numeri. Sembrano essere soltanto sedici i candidati definiti “impresentabili”, ovvero gravati da qualche condanna pregressa per fatti criminosi, non soltanto corruzione in senso lato, che avrebbe dovuto impedire loro di essere messi in lista. Se il lettore è disposto a comprendere e scusare il mio cinismo, direi che sedici sono davvero pochini poiché i candidati nelle sette regioni dovrebbero essere complessivamente più di mille. Però, fra gli impresentabili Bindi ha incluso anche Vincenzo De Luca, candidato del Partito Democratico alla carica di governatore della Campania, condannato in primo grado per abuso d’ufficio. Soprattutto, De Luca è un candidato per il quale Renzi, personalmente recatosi in Campania, si è speso in un sostegno visibile. Sembra che, una volta eletto, De Luca decadrebbe subito e si aprirebbero scenari inediti fra i quali la richiesta dello stesso De Luca al Partito Democratico di Renzi di cambiare la legge Severino. In linea con la mia argomentazione, anche De Luca sembra dare i numeri. Invece di una legge ad personam, De Luca chiede una modifica ad suam personam. Anche questa è una brutta situazione: sacrificare la legge Severino, che è una legge buona e importante, per consentire a De Luca di fare, se eletto, il governatore della Campania.

Gli antichi romani, che se ne intendevano, sostennero che persino la moglie di Cesare doveva essere al disopra di qualsiasi sospetto. A maggior ragione, il curriculum, ovvero il cursus honorum, la carriera di Cesare doveva essere impeccabile. Insomma, anche coloro che non vogliono adottare i rigorosi criteri delle democrazie scandinave, di lingua tedesca e anglosassoni, per paura di essere accusati di esterofilia, dovrebbero ricordarsi dell’esempio romano e metterlo in pratica senza paura di essere accusati di “giustizialismo”. Sarebbe meglio per quasi tutti, certamente, per i molti cittadini italiani che ritengono che la corruzione non solo corrompe, ma impone costi pesantissimi alla società, all’economia e al sistema politico. Poi, i risultati delle elezioni in mano, vedremo anche quanto gli elettori sono stati sensibili al tema dell’integrità dei candidati e dei loro partiti.

Pubblicato AGL 31 maggio 2015

La tormentata storia non è finita

I tre emendamenti sulla parità di genere, bocciati alla Camera, avrebbero semplicemente fatto aumentare il numero delle parlamentari donne nominate. Non avrebbero cambiato le modalità e la qualità rappresentanza politica. Il cuore pulsante della legge elettorale approvata alla Camera, il punto forte dell’accordo fra Renzi e Berlusconi sono le liste bloccate, vale a dire il potere che i due leader extraparlamentari si sono consapevolmente attribuito di nominare tutti i loro parlamentari, uomini e donne, a prescindere dal loro genere. Quindi, anche grazie alla sua ampia maggioranza in Direzione, se vuole, in occasione delle prossime elezioni, Renzi potrà comunque procedere alla selezione di tutti i parlamentari del Partito Democratico, accrescendo a suo piacimento il numero di donne. A protezione delle liste bloccate, la maggioranza alla Camera ha respinto anche l’introduzione del voto di preferenza che “rischierebbe” di portare all’elezione di parlamentari non del tutto graditi né a Renzi né a Berlusconi, comunque, non del tutto subordinati in quanto in grado di conquistarsi voti per le loro capacità personali e per i loro rapporti con l’elettorato che, incidentalmente, se, come sostengono gli oppositori del voto di preferenza, implicassero il ricorso alla corruzione, sarebbero immediatamente sanzionati dalla Legge Severino.
Paradossalmente, i tanto criticati deputati PD che hanno votato contro la parità di genere e contro le preferenze (su nessuna delle tematiche ha davvero senso chiedere e imporre la disciplina di partito poiché entrambe ricadono opportunamente sotto la salvaguardia costituzionale dell’assenza di vincolo di mandato) hanno “salvato” la legge voluta da Renzi e da Berlusconi. Però, di conseguenza, sono rimasti vivi e vitalissimi anche tutti gli elementi discutibili: tre complicate soglie percentuali per accedere al Parlamento; le candidature multiple, addirittura fino ad otto circoscrizioni; un complicato algoritmo per la ripartizione dei seggi; un premio di maggioranza cospicuo che sarà come minimo di novanta seggi; un ballottaggio eventuale che, se nessuno dei partiti/coalizioni supererà il 37 per cento dei voti, da un lato, attribuirà al vincente un premio ancora più grande e, dall’altro, clausola che considero positiva, consentirà agli elettori di deciderlo loro il vincente.
Con tutti questi cervellotici meccanismi, alcuni dei quali, a parere di un certo numero di giuristi autorevoli e, per quel che conta, anche mio, non rispondono affatto alle obiezioni della Corte Costituzionale, la legge che approda al Senato rimane esposta quantomeno alla ripresentazione sia degli emendamenti sulla parità di genere sia di quelli per l’introduzione delle preferenze. Per di più, i senatori non saranno per niente contenti di votare una legge sotto la spada di Damocle della loro estinzione ovvero della trasformazione del Senato in un camera non elettiva, composta quasi esclusivamente da sindaci.
Alla fine, con tutta probabilità, Renzi otterrà la legge che ha formulato e che ha voluto negoziare, anzitutto e soprattutto, senza necessità alcuna, con il capo extraparlamentare della resuscitata Forza Italia. Certo, il segretario del PD non potrà vantarsi della sua velocità. Infatti, quando verrà approvata in via definitiva, la legge elettorale sarà comunque in ritardo di circa due mesi sulla sua tabella di marcia. Sarà anche difficile che Renzi possa esaltare la qualità di questa legge, erroneamente definita l’unica possibile. Poi, dovrà interrogarsi a che cosa è servito ridare un ruolo politico importante a Berlusconi. Infine, sarà anche obbligato a prendere atto che neppure un capo del governo velocissimo può accelerare i procedimenti legislativi, a maggior ragione poi quando si cimenterà con le leggi costituzionali relative al Senato e al Titolo V della Costituzione. Insomma, la storia della riforma della legge elettorale non soltanto non è affatto finita, ma promette di essere ancora tormentata e di non regalare apprezzabili gratificazioni personali, politiche e istituzionali al capo del governo italiano e neppure agli elettori.

Pubblicato AGL (Agenzia giornali locali. Gruppo editoriale L’Espresso) 12 marzo 2014