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DIETRO LE QUINTE/ È Marchionne il nome segreto di Berlusconi per Palazzo Chigi
Per la seconda volta in poco più di quindici giorni, Sergio Mattarella interviene contro l’astensione. L’esito del voto non è affatto scontato, spiega Gianfrancp Pasquino.
Intervista raccolta da Federico Ferraù.
Carlo De Benedetti si dice deluso da Renzi ma voterà Pd; gli esclusi dalle parlamentarie M5s annunciano ricorsi e Mattarella, per la seconda volta in poco più di quindici giorni, interviene contro l’astensione (“nessuno deve chiamarsi fuori o limitarsi a guardare”). È l’Italia che si avvicina alle urne. Come spiega il politologo Gianfranco Pasquino, i partiti hanno fatto una legge elettorale pensata apposta per nominare i parlamentari e rendere impossibile il governo del paese a chi non è coalizzato (prima del voto). Ma dopo le urne il governo potrebbe non essere affatto quello preventivato da Renzi e Berlusconi.
Professor Pasquino, l’astensione è attualmente valutata intorno al 33 per cento. Fa così paura?
Una buona percentuale di elettori che decide di andare a votare solo nell’ultima settimana. Io sono convinto che la campagna elettorale abbia ancora un ruolo importante.
Nel 2013 l’affluenza è stata alta (75,19 per cento) ma è scesa di 5 punti rispetto al 2008.
M5s nel 2013 ha portato al voto degli elettori che altrimenti sarebbero rimasti a casa. I 5 Stelle continuano a esserci ed è nel loro interesse portare a votare quegli elettori. Oggi c’è una parte di italiani insoddisfatta del Pd; Leu ne recupererà una parte. Alla fine di questa lunga ballata, credo che il 75 per cento degli italiani il 4 marzo tornerà a votare.
Secondo Repubblica chi vince governa anche con il 37-39 per cento.
No, quel calcolo è sbagliato perché troppo approssimativo. L’Italia è molto diversificata, partiti e coalizioni sono più forti in alcune zone e deboli in altre e fare proiezioni nazionali di situazioni locali risulta fuorviante. La mia stima è che per avere la maggioranza assoluta dei seggi sia alla Camera che al Senato occorra superare il 44 per cento. E nessuno ci arriverà.
Quale assetto politico ci restituirà la legge Rosato?
Più o meno il paese che conosciamo oggi, con piccole, scusi il termine, dis-proporzionalità e dis-rappresentanze. Ma la cosa ancor più paradossale è che gli stessi politici che hanno fatto la legge elettorale dicono che essa potrebbe restituirci un paese ingovernabile.
Sembra una presa in giro, perché la legge l’hanno fatta loro. E allora forse bisogna pensare male.
Non ci piace il paese così com’è, lo vorremmo diverso, ma per averlo diverso bisogna che i partiti siano in grado di cambiarlo. Invece questi partiti non vogliono cambiarlo: vogliono il potere che serve per far eleggere i loro parlamentari e disporne come vogliono, non per cambiare il paese.
Traiamone le conclusioni, professore. La legge Rosato è stata fatta in modo tale da non permettere a nessuna forza di governare da sola. È stata pensata per un governo di coalizione di chi l’ha votata.
Vero, ma solo in parte. Direi così: per la maggior parte dei politici la governabilità è “vinca il mio partito e abbia la maggioranza assoluta”, per di più controllata dal capo del partito e dal suo circolo più o meno magico, sia esso di Arcore, di Rignano sull’Arno o di una società di consulenza milanese. Il premio di maggioranza renziano serviva a questo.
Ma è stato cassato dalla Consulta.
Infatti. Nessuno negli altri paesi ha mai pensato una cosa simile: il premio di maggioranza è esistito solo in Grecia, anche se là era congegnato in modo da favorire non uno ma due partiti. Le democrazie parlamentari occidentali sono governate da coalizioni di partiti, non da singoli partiti pigliatutto.
E adesso?
I politici ci spaventano dicendo sarà difficilissimo fare una coalizione di governo, ma innanzitutto sarà necessario, e poi sarà doveroso. Dovranno fare anche in Italia quello che stanno facendo Merkel e Schulz: definire i punti programmatici sui quali trovare l’accordo e su quella base mettere insieme un governo.
Il suo pronostico?
Difficile fare previsioni. Credo che alla fine ci sarà un sussulto di dignità e che si andrà alla formazione del governo. Secondo me sono tre gli scenari possibili.
Il primo?
Un governo Renzi-Berlusconi è quello che mette d’accordo, oltre ai diretti interessati che hanno voluto la legge, tutti i commentatori dei maggiori giornali, ma secondo me è un’ipotesi che non regge. Se il Pd prendesse il 25 per cento e Forza Italia il 17, la loro piccola-media coalizione avrebbe il 42 per cento, che non è sufficiente. L’ipotesi terrebbe solo se Renzi prendesse più seggi di quelli che gli spettano col 25 per cento. Improbabile.
Il secondo scenario?
Vincono sul serio i 5 Stelle, cioè ottengono su scala nazionale il 31-32 per cento. Se fosse così, Di Maio andrebbe al Quirinale a chiedere l’incarico come leader del partito di maggioranza relativa. Mattarella non potrebbe negargli un mandato esplorativo e se volesse farlo dovrebbe spiegare perché. Inoltre in Parlamento i 5 Stelle farebbero un’opposizione frontale su tutto.
A questo punto, ottenuto il pre-incarico?
Di Maio scoprirebbe che ci sono certamente persone disposte ad appoggiarlo su alcuni punti programmatici. I numeri ci sarebbero e Mattarella conferirebbe l’incarico.
L’appoggio verrebbe dalla formazione di Grasso?
Verrebbe da Liberi e Uguali ma non solo, anche da singoli esponenti del Pd in nome della responsabilità. Ovviamente sarebbe un do ut des: niente più stupidaggini su euro ed Europa, appoggio al reddito di cittadinanza (M5s) in cambio dello ius soli (Pd), e così via.
E la terza ipotesi?
Il centrodestra vince con il 38-40 per cento, M5s si ferma al 30 il Pd al 25, Leu al 6-6,5. In questo caso è Berlusconi a fare scouting e ci riesce. E per favore non parliamo di “corruzione”: offrirebbe qualcosa in cambio, posti o punti programmatici, sui quali chi ci sta sottoscrive un accordo. Niente di diverso da quanto farebbero di Maio o Renzi.
Ma Berlusconi non può fare il capo del governo. E non ha detto chi vuole mettere a Palazzo Chigi.
Se vince, fa un po’ di fuochi d’artificio, proponendo Draghi, che rifiuta. A questo punto si rivolge a persone di cui non normalmente non si parla perché fanno il loro lavoro, ma che a un’offerta del genere difficilmente potrebbero dire di no.
Ad esempio?
Qualche banchiere ambizioso. Un tale Profumo, o un certo Passera. Non sarebbero gli unici: c’è anche qualcuno molto capace che si è detto deluso da Renzi.
Marchionne.
Appunto.
Pubblicato il 18 gennaio 2018 su ilsussidiario.net
Finti duelli. Pluricandidature verissime e sfide falsissime
Chiunque, fra quelli che contano, da Renzi a Salvini , e naturalmente, da Boschi a Rosato, dovrebbe rinunciare alle multicandidature e correre soltanto in un collegio uninominale. Chi vince andrà in Parlamento. Chi perde starà a casa.
È un tripudio. I big o sedicenti tali si candideranno tutti nei collegi uninominali. Cercano duelli prestigiosi, sicuri della loro superiore qualità politica. Offriranno agli elettori confronti interessantissimi. Alta politica. Ha cominciato, non poteva essere altrimenti, Matteo Renzi annunciando la sua candidatura in un collegio di Milano contro Berlusconi, purtroppo incandidabile. Tant’è. Nessuno dei bravi giornalisti ha fatto notare a Renzi questo piccolo dirimente inconveniente. Poi, è arrivato Matteo Salvini. Lui si candiderà in tutti i collegi uninominali nei quali sarà candidato Renzi: applausi padani (ma se ci sarà anche Berlusconi avremo un “triello”?”). Purtroppo, la legge elettorale scritta dal capogruppo del Partito Democratico alla Camera dei Deputati Ettore Rosato consente di essere candidati in un solo collegio uninominale. Non potrebbe essere altrimenti. Ingannare gli elettori si può e la legge Rosato procede alla grande in questa direzione, ma, insomma, se i vincenti in più collegi uninominali optano, come dovrebbero inevitabilmente fare, per uno solo di quei collegi succederebbe che in tutti gli altri entrerebbero in Parlamento gli sconfitti. Quando è troppo è davvero troppo.
Nel frattempo, il PD progetta di mettere in campo suoi candidati eccellenti –no, non chiedetemi di definire l’eccellenza, per di più dei candidati che saranno nominati da Renzi, Lotti, Boschi e, adesso, forse addirittura dallo statista anti-vitalizi Matteo Richetti– contro i più odiati degli esponenti di Art. 1-Mdp, adesso Liberi e Uguali. Contro Bersani e, eventualmente, contro D’Alema saranno nominati, pardon, candidati, esponenti di rilievo del PD, con una storia politica di spessore, radicati sul territorio, rappresentativi di elettori e di idee. No, i nomi non li dico anche perché mi pare tutta una farsa. Una cosa, però, so ed è quella che debbo dire pro veritate. Con la legge Rosato nessuno, ma proprio nessuno dei nominati/candidati dei partiti medi (di grandi non ne vedo) rischierà il seggio. Infatti, quella legge prevede la possibilità di essere nominati/candidati in un collegio uninominale e in cinque circoscrizioni proporzionali. Dunque, oltre, naturalmente ai capi-partito e ai capi-corrente, che certamente non rinunceranno a questa ampia rete di protezione, saranno i kamikaze (sic) eventualmente costretti a essere candidati nei collegi uninominali contro i leader degli altri partiti a chiedere la rete di protezione, e a ottenerla. Naturalmente, i capi sosterranno che le loro multicandidature “circoscrizionali” non sono dettate dalla preoccupazione di non vincere il seggio nel collegio uninominale. Sono, invece, nobilmente intese a mandare agli elettori delle circoscrizioni (che difficilmente saranno pre-avvertiti che quel candidato potrà essere eletto anche altrove) il messaggio del loro interesse proprio per quella zona del paese. “Noi, dirigenti importanti, vogliamo offrirvi la possibilità di procurarvi una rappresentanza autorevole”.
Questo tipo di propaganda sarà, almeno, nella sua prima componente: l’offerta di rappresentanza autorevole, sfruttata anche da Maria Elena Boschi nel suo collegio/circoscrizione non proprio “naturale”, vale a dire in Campania tra Ercolano, Pompei e dintorni. D’altronde, è lei che ha teorizzato che i capilista bloccati sarebbero stati, non i commissari del partito, come ho sostenuto io, ma i rappresentanti di collegio, come se la rappresentanza politica non dovesse essere esclusivamente il prodotto di libere elezioni popolari e non di nomine paracadutate. Il punto conclusivo dovrebbe essere limpido. Chiunque, fra quelli che contano, da Renzi a Salvini , e naturalmente, da Boschi a Rosato, dovrebbe rinunciare alle multicandidature e correre soltanto in un collegio uninominale. Chi vince andrà in Parlamento. Chi perde starà a casa. Ciò detto, tocca ai mass media smontare le rodomontate di sfide/duelli minacciati, finti, falsi. Da adesso, i mass media dovrebbero seguire con attenzione le modalità con le quali saranno scelte le candidature, quanti e chi saranno i pluricandidati e dove. La legge Rosato, tanto quanto la legge Calderoli e la non-legge Italicum, non consentirà agli elettori di scegliere un bel niente, soprattutto non i rappresentanti parlamentari. E poi qualcuno parlerà con molto accorato sussiego di crisi di rappresentanza.
Pubblicato il 14 dicembre 2017 su terzarepubblica.it
Troppi nomi nei simboli dei partiti
L’inserimento del nome di Grasso nel logo della lista “Liberi e Uguali” è una brutta idea. Non è convincente giustificarla con la necessità di “pubblicizzare” rapidamente con pochi mesi a disposizione l’appena nata piccola coalizione di sinistra. È stata subito criticata soprattutto dagli esponenti del Partito Democratico, che ne temono la sfida, ma per ragioni sbagliate: la politicizzazione della seconda carica dello Stato. Nella sua carica, nella conduzione dei lavori del Senato, il Presidente Piero Grasso è stato fin troppo imparziale e neutrale, ad esempio, nell’accettazione di qualche alquanto impropria richiesta di voti di fiducia da parte del governo Gentiloni (-Renzi). Nessuno, però, può negare al Presidente del Senato (e alla Presidente della Camera dei deputati) di fare politica fuori dalle aule parlamentari.
L’obiezione al nome di un leader politico nel logo di un partito, lista, schieramento ha motivazioni politiche e istituzionali che risalgono al politologo Giovanni Sartori, recentemente scomparso, e che mantengono tutta la loro validità. Da un lato, nomi di persone/leader che acquisiscono maggiore visibilità di quella dei loro rispettivi partiti contribuiscono a un fenomeno non proprio positivo: la personalizzazione della politica. Di partiti “personali/personalisti” in Italia ne abbiamo già fin troppi. Di leader che fanno campagna sulle loro qualità personali più che sulle idee loro e sui programmi dei loro partiti dovremmo giustamente diffidare. Non che le idee non camminino sulle gambe degli uomini e delle donne, ma, per l’appunto, bisognerebbe dare preminenza alle idee. Tuttavia, quello che più (mi) preoccupa del nome del leader nel logo di un partito è il messaggio che invia più o meno surrettiziamente all’elettorato, vale a dire che, se quel partito avrà molti voti il suo leader diventerà Presidente del Consiglio. Insomma, saremmo di fronte ad una situazione di elezione quasi diretta del capo del governo. Sbagliato: l’elezione c’è o non c’è. Nelle democrazie parlamentari non c’è.
Nelle democrazie parlamentari diventa capo del governo l’esponente di un partito che riesce a dimostrare di avere a suo sostegno una maggioranza. Né in Gran Bretagna, dove il nome del capo del partito si trova scritto esclusivamente sulla scheda elettorale del suo collegio uninominale (senza candidature multiple), né in Germania dove la signora Merkel è stata candidata al Bundestag, sia nella parte uninominale sia nella scheda proporzionale, ma potrebbe non tornare Cancelliera se non riesce a dare vita a una maggioranza assoluta richiesta per la sua investitura parlamentare, gli elettori votano direttamente il capo del governo. Sanno anche che quel capo di governo potrà essere sostituito/a per la sua inadeguatezza dai parlamentari che l’hanno eletto/a. È avvenuto dal 1945 a oggi diverse volte in Gran Bretagna, con la più recente sostituzione che ha posto la May a capo del governo. Una volta sola, attraverso il voto di sfiducia costruttivo (che i riformatori costituzionali italiani non hanno neppure voluto prendere in considerazione), ma molto importante, si è avuta la sostituzione in Germania: dal socialdemocratico Schmidt al democristiano Kohl. Invece, in Italia, troppi parlano in maniera molto sbagliata di governi non eletti dal popolo.
Quando in Italia avviene la sostituzione di un Presidente del Consiglio, soprattutto se da un non-politico, come fu Monti, non mancano coloro che affermano addirittura che la democrazia è sospesa. Per tornare a una sana democrazia parlamentare, il cui pregio maggiore è proprio quello di consentire in parlamento/dal parlamento la sostituzione di governanti, a cominciare dal Presidente del Consiglio, rivelatisi inadeguati, bisognerebbe evitare di ingannare gli elettori. Il governo sarà fatto in Parlamento. Se sarà fatto male, altri, non Grasso, saranno da biasimare, fermo restando che la maggiore responsabilità è della legge elettorale Rosato. Il resto sono furbizie da stigmatizzare.
Pubblicato AGL il 15 dicembre 2017
Le frittate dello chef del Nazareno
“Non tutte le frittate finiscono per venire bene” è il commento di Romano Prodi, che, avendone fatte, di frittate se n’intende, a quello che ha tentato Pisapia per mettere insieme le sparse membra della sinistra e del PD. Troppo facile attribuire tutte le responsabilità all’improvvisato e velleitario Master Chef di Campo Progressista. Altrettanto facile, ma ugualmente inadeguato sostenere che hanno sbagliato tutti. Chi ha più potere ha anche maggiori responsabilità. Che Alfano, persino troppo premiato dal PD: Ministro degli Interni e Ministro degli Esteri nella stessa legislatura, se ne vada è certamente un danno per il PD di Renzi il quale, probabilmente, fa molto affidamento su quanto il manovriero toscano Denis Verdini riuscirà a combinare sul versante di centro. Tuttavia, il vero problema è sapere se le energie, in verità non molte, non tutte nuove, sollecitate da Pisapia si disperderanno oppure confluiranno nello schieramento che si è creato alla sinistra del PD: Liberi e Uguali, composto da Art. 1-MDP, Sinistra Italiana, Possibile.
Pensare che quello schieramento potesse essere, prima raggiunto dall’ambasciatore Piero Fassino, già rivelatosi esageratamente renziano, poi convinto a stilare qualche tuttora imprecisato accordo con il PD, era ovviamente un nient’affatto pio desiderio. Spesso apertamente offesi da Renzi e dai suoi collaboratori, di volta in volta variamente delegittimati e dichiarati “inutili” (essendo “utile” solo il voto al PD), gli uomini e le donne alla sinistra del PD hanno deciso che giocheranno le loro carte nella campagna elettorale che sta per iniziare. Renzi, l’uomo solo al comando, colui che con l’Italicum aveva imposto che le coalizioni non potessero formarsi, si trova adesso ad allettare tutti quei partitini che un tempo, anche quello dell’Ulivo, si chiamavano “cespugli”. Addirittura qualcuno suggerisce che l’unico modo per evitare l’annunciata sconfitta del Partito Democratico sarebbe quello di tornare a sperimentare la desistenza in un incerto numero di collegi uninominali a favore dei candidati Liberi e Uguali.
Certo, le desistenze mirate del 1996 permisero all’Ulivo di vincere le elezioni e a Rifondazione di ottenere un buon gruzzolo di parlamentari che fecero ruzzolare Prodi due anni e mezzo dopo, cambiando, in peggio, la storia politica dell’Italia. Adesso, però, la legge elettorale Rosato, non casualmente accettata e votata dai parlamentari di Berlusconi, ha meccanismi meno favorevoli alla desistenza (e, comunque, dispone di un numero molto minore di collegi uninominali dell’allora vigente legge Mattarella). Le tecnicalità della legge elettorale contano, ma, ovviamente, le distanze programmatiche e le personalità contano molto di più e possono risultare decisive. “Liberi e Uguali” non hanno neanche bisogno di ripeterlo, ma dovrebbe essere oramai evidente a tutti che per loro Renzi non può essere il candidato alla carica di Presidente del Consiglio. Né potrà essere colui che detterà l’agenda del molto eventuale governo Gentiloni-bis. Quell’agenda, infatti, dovrà ricomprendere misure molto precise di ridefinizione/correzione delle due leggi di cui Renzi si vanta di più: il Jobs Act e la Buona Scuola e, magari, anche delle modalità con le quali stare e agire nell’Unione Europea. Era proprio sulla messa in discussione di queste controverse leggi, nonché sull’impegno forte a fare approvare lo jus soli, che le sinistre sarebbero state disponibili a confrontarsi con il capo del Partito Democratico. Fino alla presentazione delle liste delle candidature è possibile a coloro che intendano evitare di consegnare il prossimo governo al centro-destra o al Movimento Cinque Stelle cercare qualche forma di accordo. Al momento, però, stiamo assistendo a un brutto spettacolo, di cui è il ristretto gruppo dirigente del PD a portare le maggiori responsabilità, che probabilmente si tradurrà in una frittata immangiabile da molti elettori e indigeribile.
Pubblicato AGL l’8 dicembre 2017



