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Troppi nomi nei simboli dei partiti

L’inserimento del nome di Grasso nel logo della lista “Liberi e Uguali” è una brutta idea. Non è convincente giustificarla con la necessità di “pubblicizzare” rapidamente con pochi mesi a disposizione l’appena nata piccola coalizione di sinistra. È stata subito criticata soprattutto dagli esponenti del Partito Democratico, che ne temono la sfida, ma per ragioni sbagliate: la politicizzazione della seconda carica dello Stato. Nella sua carica, nella conduzione dei lavori del Senato, il Presidente Piero Grasso è stato fin troppo imparziale e neutrale, ad esempio, nell’accettazione di qualche alquanto impropria richiesta di voti di fiducia da parte del governo Gentiloni (-Renzi). Nessuno, però, può negare al Presidente del Senato (e alla Presidente della Camera dei deputati) di fare politica fuori dalle aule parlamentari.

L’obiezione al nome di un leader politico nel logo di un partito, lista, schieramento ha motivazioni politiche e istituzionali che risalgono al politologo Giovanni Sartori, recentemente scomparso, e che mantengono tutta la loro validità. Da un lato, nomi di persone/leader che acquisiscono maggiore visibilità di quella dei loro rispettivi partiti contribuiscono a un fenomeno non proprio positivo: la personalizzazione della politica. Di partiti “personali/personalisti” in Italia ne abbiamo già fin troppi. Di leader che fanno campagna sulle loro qualità personali più che sulle idee loro e sui programmi dei loro partiti dovremmo giustamente diffidare. Non che le idee non camminino sulle gambe degli uomini e delle donne, ma, per l’appunto, bisognerebbe dare preminenza alle idee. Tuttavia, quello che più (mi) preoccupa del nome del leader nel logo di un partito è il messaggio che invia più o meno surrettiziamente all’elettorato, vale a dire che, se quel partito avrà molti voti il suo leader diventerà Presidente del Consiglio. Insomma, saremmo di fronte ad una situazione di elezione quasi diretta del capo del governo. Sbagliato: l’elezione c’è o non c’è. Nelle democrazie parlamentari non c’è.

Nelle democrazie parlamentari diventa capo del governo l’esponente di un partito che riesce a dimostrare di avere a suo sostegno una maggioranza. Né in Gran Bretagna, dove il nome del capo del partito si trova scritto esclusivamente sulla scheda elettorale del suo collegio uninominale (senza candidature multiple), né in Germania dove la signora Merkel è stata candidata al Bundestag, sia nella parte uninominale sia nella scheda proporzionale, ma potrebbe non tornare Cancelliera se non riesce a dare vita a una maggioranza assoluta richiesta per la sua investitura parlamentare, gli elettori votano direttamente il capo del governo. Sanno anche che quel capo di governo potrà essere sostituito/a per la sua inadeguatezza dai parlamentari che l’hanno eletto/a. È avvenuto dal 1945 a oggi diverse volte in Gran Bretagna, con la più recente sostituzione che ha posto la May a capo del governo. Una volta sola, attraverso il voto di sfiducia costruttivo (che i riformatori costituzionali italiani non hanno neppure voluto prendere in considerazione), ma molto importante, si è avuta la sostituzione in Germania: dal socialdemocratico Schmidt al democristiano Kohl. Invece, in Italia, troppi parlano in maniera molto sbagliata di governi non eletti dal popolo.

Quando in Italia avviene la sostituzione di un Presidente del Consiglio, soprattutto se da un non-politico, come fu Monti, non mancano coloro che affermano addirittura che la democrazia è sospesa. Per tornare a una sana democrazia parlamentare, il cui pregio maggiore è proprio quello di consentire in parlamento/dal parlamento la sostituzione di governanti, a cominciare dal Presidente del Consiglio, rivelatisi inadeguati, bisognerebbe evitare di ingannare gli elettori. Il governo sarà fatto in Parlamento. Se sarà fatto male, altri, non Grasso, saranno da biasimare, fermo restando che la maggiore responsabilità è della legge elettorale Rosato. Il resto sono furbizie da stigmatizzare.

Pubblicato AGL il 15 dicembre 2017


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