Home » Posts tagged 'lobby'

Tag Archives: lobby

Le lobby non fanno male all’Europa

Il numero molto elevato di lobby che “premono” sulle istituzioni europee, in particolare, sui Commissari e sugli europarlamentari, costituisce un segnale doppiamente positivo. Da un lato, l’Unione Europea si rivela, ma tutti dovrebbero saperlo da tempo, un luogo di vivacità imprenditoriale, professionale, commerciale molto diversificato e dinamico. Dall’altro, risulta limpidamente che nell’UE esiste pluralismo, possibilità di accesso alle istituzioni, grande democraticità, persino sostanziale trasparenza. Chi sostiene, come sembrano fare Milena Gabanelli e Luigi Offeddu (Il peso delle lobby sulle scelte europee, in “Corriere della Sera”, 8 aprile 2019, p. 13), che le lobby influenzano indebitamente le decisioni europee,  dovrebbe portare non solo aridissimi numeri, ma prove concrete di direttive formulate dai Commissari e di leggi approvate dagli europarlamentari sulla base di richieste avanzate da specifiche lobby. Fermo restando che accesso alle sedi decisionali non significa affatto influenza, meno che mai preponderanza, è decisivo per qualsiasi critica e denuncia che i fatti siano raccontati con precisione e appaiano probanti. Forse, è prima di tutto molto utile descrivere il contesto nel quale si situa l’azione delle lobby europee.

L’Unione Europea è un sistema politico dove vivono e lavorano più di 500 milioni di persone. È fatta di ventisette Stati-membri ciascuno dei quali ha, in materia di procedure decisionali e apertura ai gruppi di interesse, sue tradizioni, una sua legislazione, un più o meno alto (spesso basso) grado di accettazione di politiche competitive e di espressione di interessi e delle rispettive organizzazioni. A loro volta, in partenza ciascuno degli europarlamentari non può che essere influenzato da quanto ha conosciuto e sperimentato nel suo paese, dalle pratiche colà diffuse e dalle esigenze che immediatamente percepisce una volta entrato nel Parlamento europeo a contatto con parlamentari di partiti affini o no provenienti da altri paesi, ugualmente “segnati” dalle loro esperienze nazionali, politiche e professionali. Comprensibilmente, nessuno di loro è in grado di conoscere il tessuto economico della maggior parte degli altri Stati-membri e le modalità di organizzazione e di espressione degli interessi.

Quando si confronta con le disposizioni legislative formulate dalla Commissione, ciascuno degli europarlamentari, in particolare i più attivi, ma, anche coloro che si rendono conto della complessità delle tematiche, cercheranno di documentarsi al massimo anche rivolgendosi alle lobby oppure, altrettanto spesso, accettando di incontrare i lobbisti che ne fanno richiesta. Costoro hanno informazioni e le forniscono, ovviamente sempre sottolineando quegli elementi che sono per loro particolarmente importanti. Non è affatto semplicistico sostenere che è proprio la molteplicità delle lobby che consente agli europarlamentari (e ai Commissari) di esporsi ad altri punti di vista, di soppesarli, confrontarli, valutarli in maniera sostanzialmente non diversa da quello che succede nei contesti nazionali che, però, sono di più facile comprensione per coloro che vi hanno fatto politica e/o svolto una professione.

Un discorso molto simile vale per tutti commissari. Dovendo formulare politiche e prendere decisioni che riguarderanno ventisette Stati (e l’Unione nel suo complesso), ciascuno di loro ha assoluto bisogno di un surplus di informazioni e conoscenze. In parte le trarranno dai loro rispettivi gabinetti, plurinazionali, se costruiti con acume e accuratezza. Naturalmente, anche quei funzionari avranno attinto informazioni dalle lobby. In parte, presteranno ascolto direttamente ai lobbisti cercando un equilibrio fra le fonti, senza privilegiare nessuno. Talvolta, però, il “privilegio” può essere conquistato, senza scandalo, dai lobbisti più capaci, che si dimostrano credibili nelle loro critiche e nei loro suggerimenti, che offrono materiale importante per la formulazione di una o più direttiva. Tanto gli europarlamentari quanto i Commissari hanno tutto l’interesse politico e professionale a “fare una bella figura”.

Lasciare pensare senza riferimenti precisi e senza prove concrete che le politiche europee sono il prodotto di 11.801 lobby (è la cifra riportata da Gabanelli e Offendu) significa non sapere come funzionano i sistemi politici democratici –e l’Unione Europea è un sistema politico democratico, aperto e pluralista. Significa anche, e in questa fase è un errore gravido di pessime conseguenze, fare un cattivo servizio alla comprensione dell’Unione Europea che non è succuba delle lobby, ma esposta alle pressioni e ai ricatti degli Stati-membri e dei loro governanti i quali sarebbero felicissimi di scaricare i loro egoismi e le loro inadeguatezze sulle manovriere, insidiose, ingannatrici lobby.

Pubblicato il 12 aprile 2019

Lobbisti? Sono già dentro le Istituzioni

Casa della Cultura

È colpa delle lobby se i governanti, i parlamentari e i burocrati utilizzano parte del loro potere politico di influenzare e prendere decisioni per favorire gli interessi privati di parenti, collaboratori, amici, clienti? Qualsiasi vantaggio quei ministri, parlamentari, burocrati ne traggano, il fenomeno si chiama corruzione. Tranquilli, non è corruzione percepita. È corruzione praticata; spesso, anche, corruzione condonata. Pensare di porre fine a questi scambi impropri, costosissimi per le finanze dello Stato (ovvero per i cittadini), semplicemente regolamentando le lobby non è soltanto sbagliato. È assolutamente ridicolo.

Voluminoso e ricchissimo di nomi prestigiosi è l’albo, consultabile al Congresso di Washington (nonché ovviamente in tutte le assemblee degli stati degli USA), non delle lobby in quanto tali, ma dei lobbisti, ovvero di coloro che rappresentano, promuovono e difendono gli interessi di un numero elevatissimo di associazioni dei più vari tipi. Stuoli di lobbisti professionisti, spesso impiegati in studi di avvocati, spesso ex-parlamentari, ex-funzionari pubblici, operatori dei mass media hanno, grazie alla loro iscrizione nell’albo, accesso ai rappresentanti e ai senatori, meglio, ai loro ampi staff. Possono circolare liberamente nei corridoi e nelle anticamere del “potere”. Gli albi dei lobbisti non hanno in nessun modo messo sotto controllo le loro attività né contenuto il potenziale di scambi impropri, illeciti, corrotti. D’altronde, l’anello debole non sta lì, vale a dire, nella maggiore facilità di incontri fra lobbisti, staff e parlamentari (difficilissimo è l’accesso agli uffici del Presidente che sono ferreamente controllati). Sono, in USA, in Italia e altrove, i parlamentari, i ministri, i burocrati, i consiglieri a costituire l’anello debole.

Parlamentari incompetenti si fanno facilmente convincere da lobbisti con anni di esperienza e con massicce dosi di expertise. Burocrati selezionati in base alle loro opinioni politiche sentiranno persino il bisogno di colmare il loro vuoto di conoscenze con le informazioni, ancorché di parte e strutturate, che i lobbisti offriranno loro e che consentono loro di fare bella figura con i superiori e con i politici di riferimento. Ministri parvenu, senza nessuna trafila parlamentare, che non sanno neppure scrivere, tantomeno leggere, un emendamento sono facilissime prede, non soltanto di fidanzati e di genitori, ma di chiunque abbia cognizione di come funziona una Commissione parlamentare e di come si esercita la discrezionalità burocratica.

Quanto al Parlamento italiano, per decenni alcune lobby, che mai avrebbero accettato questa definizione, che mai avrebbero volute essere iscritte in un albo contenente rappresentanti di interessi a loro sgraditi, alla strada della pressione dall’esterno hanno preferito l’ingresso diretto in parlamento dai portoni principali. La Coldiretti mandava 70/80 parlamentari nei banchi democristiani e dava indicazioni vincolanti sulla nomina del Ministro dell’Agricoltura. I sindacati eleggevano non pochi parlamentari, nient’affatto sindacalisti a fine carriera. Il cislino Donat Cattin diventò anche Ministro del Lavoro. Notata l’assenza dei preti (non c’è bisogno di interrogarsi sul perché), non sono mai mancati i magistrati nelle file dei parlamentari. “Presente” potevano rispondere molti medici. Dal canto loro, alcuni notai, categoria numericamente ristretta, ma potentissima, presidiavano, quanto era di loro interesse nei procedimenti legislativi. In nessuno dei parlamenti post-1994 sono mancati magistrati e sindacalisti e chi esplorasse più a fondo troverebbe che non pochi parlamentari sono essi stessi lobbisti neanche tanto travestiti. Non avranno nessun bisogno di iscriversi in un albo per continuare la loro attività di rappresentanza di quegli interessi organizzati che hanno aiutato, favorito, prodotto la loro elezione in parlamento e che, comprensibilmente, verranno “ricambiati”.

Non posso trattenermi dal sottolineare che, meno forti dal punto di vista elettorale, alcune categorie, per molto ipotetico esempio, persino le sguattere del Guatemala, riusciranno, se sospinte da lobby esterne o cooptate in base a non chiari criteri, a ottenere qualche posto di governo, non elevatissimo, ma utile. Dovranno, poi, imparare a soddisfare gli interessi di quelle lobby.

Qualsiasi parlamento è anche luogo di rappresentanza di interessi, di negoziazione, di ricomposizione. Nessun interesse deve essere deliberatamente tenuto ai margini, per partito (ah ah) preso. Qualsiasi conventio ad excludendum impoverisce la rappresentanza di interessi, la vitalità di una società. Per evitare che nella competizione fra interessi vincano coloro che utilizzano la corruzione, ci sono due modalità, sostanzialmente risolutive. Nessuno di coloro che acquisisce cariche rappresentative e governative deve trovarsi in conflitto fra il suo potere politico e i suoi interessi privati. Se vuole una carica pubblica deve giungervi alleggerito dal peso dei suoi interessi privati/personali. Tutti i procedimenti decisionali, del governo e del parlamento e delle sue commissioni, debbono svolgersi in maniera assolutamente trasparente. Deve sempre essere noto e (rin)tracciabile chi presenta quale disegno di legge, più spesso quale emendamento cruciale. Molti attori possono dare contributi importanti alla trasparenza, a cominciare dagli stessi parlamentari. Il contributo decisivo, anche negli USA, é sempre dato dal giornalismo investigativo che non racconta quello che i parlamentari dicono, ma quello che fanno, perché, con quali prevedibili conseguenze. In special modo, quando i suoi praticanti sono preparati e stagionati, il giornalismo investigativo è il più arcigno difensore, contro le lobby particolaristiche, e il più agguerrito promotore dell’interesse pubblico. No, no, è evidente che non sto parlando dell’Italia.

Pubblicato il 14 aprile 2016

Lo spartiacque è il 1994: i partiti non sono più figli di vere culture politiche

Il fatto

Intervista raccolta da GIA.RO. per Il Fatto Quotidiano

Nella Prima Repubblica i cambi di casacca erano rarissimi perché i partiti erano figli di grandi culture politiche: quella cattolica, quella liberale, repubblicana e socialista. Ce lo vedete un comunista diventare socialista o un liberale diventare democristiano? Il dissenso era accettato, ma sempre all’interno di un perimetro preciso. Poi, dal 1994, quelle culture sono scomparse“.

Gianfranco Pasquino, politologo, guarda sconsolato al trasformismo parlamentare che ormai sembra diventato endemico della seconda repubblica, e di questa legislatura in particolare. E individua tre cause.

INNANZITUTTO“, spiega Pasquino, “c’è la totale perdita di controllo su Forza Italia da parte di Silvio Berlusconi, che non riesce più a tenere unite le truppe, con la conseguenza di diaspore continue. In secondo luogo, ci sono i numerosi movimenti dei grillini, in parte espulsi da Beppe Grillo e altri in fuga volontaria. Infine – continua il professore – l’ultima causa di questi smottamenti è il forte dissenso della minoranza del Pd nei confronti della leadership di Matteo Renzi, un malcontento che ha già provocato diverse uscite che il premier si è guardato bene dal frenare“. Civati, Fassina, D’Attorre, ecc… “A Renzi non interessa nulla del Pd. Anzi, più se ne vanno meglio è, perché al prossimo giro, con l’Italicum, piazzerà in lista solo i fedelissimi. Quelli che escono dal partito per lui sono un problema in meno”, osserva il professore. In questo modo siamo arrivati al record di transfughi di questa legislatura. “Siamo nel pieno di una fase di destrutturazione dei partiti. Ma, ripeto, tutto parte dal disfacimento di Forza Italia. Perché, se il partito berlusconiano avesse tenuto, anche Renzi avrebbe dovuto preoccuparsi di serrare le file” afferma Pasquino. Il quale, se da una parte condanna il trasformismo “come una grave malattia della democrazia parlamentare“, dall’altra difende l’articolo 67 della Costituzione che consente al singolo deputato o senatore di non avere vincoli di mandato.

IL PARLAMENTARE deve essere libero dai partiti e dalle lobby“, precisa Pasquino, “questo però non consente di fare i furbi: se si viene eletti per realizzare un programma, a quello ci si deve attenere. Sul resto, invece, si può votare secondo coscienza, ma le scelte devono essere ben motivate. Insomma, prima di agire in dissenso dal proprio partito o addirittura abbandonarlo, ci vorrebbe una riflessione profonda. Che, come vediamo, non sempre c’è“.

Pubblicato il 4 gennaio 2016

Un patto contro gli elettori

Sembra che il vero punto unificante del patto del Nazareno fra Renzi e Berlusconi, stilato a gennaio e confermato ieri, consista nel ridimensionamento del potere degli elettori italiani. Il Senato non sarà più elettivo. La sua composizione sarà determinata dai consigli regionali, vale a dire, dai partiti colà rappresentati, certamente, come rivelano i troppi scandali degli ultimi anni, non la migliore delle classi politiche. I nuovi senatori faranno riferimento a chi li ha nominati, non ai cittadini delle rispettive regioni. Aumenteranno le firme per chiedere i referendum abrogativi, da 500 mila a 800 mila, ma anche per esercitare l’iniziativa legislativa popolare, moltiplicate per cinque: da 50 mila a 250 mila firme. Quanto alla legge elettorale, il vero snodo nei rapporti fra gli elettori, i deputati e il governo, sembra che nel migliore dei casi, Renzi e Berlusconi siano disposti ad ammorbidire le soglie per l’accesso al Parlamento, consentendo anche a partiti relativamente piccoli di ottenere seggi, in special modo se si alleano con il Partito Democratico oppure con Forza Italia, ma finora netto è il loro “no” alle preferenze. La motivazione non è detta, ma chiara: perché, da un lato, raccogliendo preferenze, i candidati riuscirebbero a dimostrare di avere un consenso politico personale; dall’altro, una volta eletti grazie alle proprie forze, non sarebbero malleabili dai loro capi partito e pretenderebbero di decidere come votare, magari, addirittura, facendosi portatori delle esigenze, delle preferenze dei loro elettori.

Ecco, il punto: “no”, quindi, alle preferenze che, con il soccorso di alcuni professoroni non soltanto costituzionalisti, costituirebbero “un’anomalia tutta italiana”, espressione di voto di scambio, tramite dei voleri delle lobby, portatrici di corruzione. Non importa che siano tutti fenomeni raramente provati e, in alcune aree del paese, inesistenti. Importa che, in assenza del voto di preferenza, il potere di nominare i parlamentari rimarrà solidamente nelle mani del declinante Berlusconi e dell’ascendente Renzi. Naturalmente, per riportare agli elettori il potere di scegliere i parlamentari sarebbe sufficiente e molto “democratico” introdurre i collegi uninominali nei quali chi vince cercherà poi di rappresentare tutti gli elettori con l’obiettivo di essere rieletto. In tre quarti delle democrazie europee, variamente congegnata, è garantita agli elettori la possibilità di esprimere una o più preferenze nell’ambito della lista di candidature presentata dal partito prescelto. L’elenco è molto lungo. Riguarda, con poche differenze pratiche, tutti i paesi scandinavi: Danimarca, Finlandia, Norvegia, Svezia (incidentalmente, sono i sistemi politici nei quali c’è meno corruzione in assoluto). L’elenco contiene anche le nuove democrazie dell’Estonia, della Lettonia, della Lituania e della Polonia e vecchie democrazie come Belgio Lussemburgo, Olanda.

Fra le ventotto democrazie occidentali prese in considerazione (nell’analisi del mio allievo Marco Valbruzzi), ventitré concedono ai loro elettorati la possibilità di intervenire in maniera incisiva, in collegi uninominali oppure esprimendo un voto o più di preferenza, sulla scelta del o dei candidati che andranno a rappresentarli in Parlamento. Dunque, il voto di preferenza, sul quale in Italia si tenne anche un referendum popolare nel giugno del 1991, non costituisce affatto “un’anomalia tutta italiana”. Al contrario, l’Italia si trova adesso nella compagnia di una minoranza di Stati che hanno liste bloccate: Bulgaria, Croazia, Portogallo, Romania, Spagna. Non è il caso di andare a valutare il grado di soddisfazione dei cittadini di quei sistemi politici sul funzionamento delle loro democrazie. Sappiamo che gli italiani sono fra i più insoddisfatti ed è davvero azzardato pensare che la nomina dei parlamentari ad opera dei capi dei partiti non sia una delle motivazioni dell’elevata insoddisfazione. Non sarà il voto di preferenza a salvarci, ma avendolo e utilizzandolo gli elettori sarebbero almeno consapevoli che il miglioramento della politica dipende anche da chi votano.

Pubblicato AGL 7 agosto 2014