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Le Cinque Stelle vanno sul lago

Luigi Di Maio va sul lago, a Cernobbio. Lo sanno tutti che il luogo merita una vista e anche un soggiorno. Per di più, al Seminario organizzato come ogni anno dallo Studio Ambrosetti, c’è molta bella gente, potenti e ricchi, ricchi e potenti, anche eleganti e sicuramente curiosi di vedere colui che oramai da molti mesi si considera e si comporta da Primo Ministro in pectore della Repubblica Italiana. Con gli ospiti dell’Ambrosetti dovrà, in caso di vittoria, fare i conti. Anche loro, gli ospiti, i quali, peraltro, di capi del governo italiano ne hanno visti molti e, giustamente, graditi pochi, sanno che, bene o male (questo non l’hanno ancora capito) con gli esponenti del Movimento Cinque Stelle qualche conto dovranno farlo. Già hanno visto, più o meno fuggevolmente, Casaleggio padre e la Sen. Barbara Lezzi, che si occupa di economia. Non ne sono stati, i potenti, né sconvolti né ipnotizzati. Il giovane Di Maio, però, potrebbe essere un’altra cosa, una sorpresa.

A ogni buon conto, anche a lui l’ambiente potrebbe riservare delle sorprese. Infatti, quelli che continuo, un po’ beffardamente a definire “ricchi e potenti”, lo sono, eccome, ma hanno anche altre qualità. Spesso, sono imprenditori e banchieri di successo, che hanno saputo lavorare molto e bene e innovare. Qualche volta sono politici che hanno avuto idee e esercitato capacità decisionali per il bene del paese. Di Maio troverà anche qualche professore, non tutti, che di politica (e di politici) se n’intende e le cui sensazioni e i cui pareri esercitano influenza, contano. No, a Cernobbio non c’è il paese reale, quello che tutti i giorni deve darsi da fare per guadagnarsi la pagnotta, per superare gli ostacoli posti dall’implacabile e ottusa burocrazia, lottando con le inadeguatezze della sanità, con i ritardi della giustizia, con le difficili ricostruzioni e con le onnipresenti pratiche di corruzione.
Di tutto questo a Cernobbio sanno poco o nulla poiché sono fenomeni dai quali i ricchi e i potenti e i loro professori di riferimento non sono affatto toccati. Sì, qualche volta incappano, come si dice, nelle maglie della giustizia; sì, qualche volta debbono sbloccare qualche pratica “ungendo le ruote” e altro, ma, poi, a quel che segue e consegue provvederanno i loro avvocati. Però, forse, a qualcuno piacerà ascoltare che cosa faranno le Cinque Stelle al governo del paese, non le solite e un po’ fruste affermazioni e rivendicazioni di antipolitica. Quelle le sanno fare anche i ricchi e i potenti, i meno bravi di loro ci credono pure, mentre i più bravi sanno che la politica, anche quella italiana, brutta e cattiva, è destinata a restare e non sarà sconfitta da giaculatorie da “vaffa” diventati poco credibili e molto afoni.

Da fuori, non soltanto sarà molto utile ascoltare quello che l’on. Di Maio avrà deciso di dire e come dirlo, ma anche guardare il suo body language, il linguaggio del suo corpo. Molto impettito, difficilmente si esibirà in abbracci dai grandi malaugurati sorrisi come quelli alla Pisapia; altrettanto improbabilmente gli altri partecipanti mostreranno un interesse sopra le righe e sorrisi esagerati. Infatti, a sei mesi circa dalle elezioni politiche c’è pochissimo da ridere e ci sarebbe ancora moltissimo da fare. Penserà Di Maio di cavarsela con l’abolizione dei vitalizi come biglietto da visita per ottenere, non voti, che a Cernobbio sono pochini, ma legittimazione? Saprà indicare una (non)-prospettiva collegata a un non-programma che i Cinque Stelle affideranno alla rete, alla piattaforma Rousseau? Comunque, contrariamente ai duri e puri del Movimento, quelli che, talvolta buffi poiché loro a Cernobbio ci sono già stati, predicano, anzi, incitano alla castità, credo che la presenza di Di Maio a Cernobbio servirà certamente agli ospiti e, forse, se tiene occhi e orecchie aperte, se è in grado di imparare (che è una qualità molto raccomandabile a chi vorrebbe governare un paese) anche a lui –e ai “suoi” colleghi pentastellati.

Pubblicato il 3 settembre 2017

Il populismo nei giochi di coalizione

Nelle elezioni amministrative succedono molte cose che non necessariamente si ripeteranno nelle elezioni politiche. Però, qualche lezione se ne può trarne in maniera piuttosto chiara. Le propongo in un ordine d’importanza diverso da quello delle prime analisi, spesso influenzate da pregiudizi e tese a definire la situazione in modo favorevole a una specifica parte politica. Prima lezione, sia il sistema elettorale per l’elezione dei sindaci sia, più in generale, la politica delle democrazie, anche locali, spingono verso la formazione di coalizioni. Smentendo affermazioni propagandistiche campate in aria, questo voto amministrativo dice che le coalizioni sono il modo preferibile di fare politica. Un buon leader, ma Berlusconi dovrebbe ricordarsi del suo esordio vincente nel 1994, quando costruì due coalizioni, smussa le differenze, raggiunge accordi, unifica posizioni. Chi sa costruire coalizioni in modo adeguato a sostegno di una candidatura decente viene giustamente premiato dall’elettorato (in Italia e altrove). Dunque, non è corretto sostenere che è “tornato” il centro-destra. Esiste un elettorato di centro-destra al quale, in molti contesti, Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d’Italia hanno fatto una buona offerta di rappresentanza e di governo delle città, risultandone premiati. Se troveranno un accordo simile a livello nazionale, più difficile a causa delle posizioni sovraniste della Lega e di Fratelli d’Italia e del conflitto sulla leadership, il centro-destra sarà competitivo con qualsiasi sistema elettorale. Anche il Partito Democratico, nonostante l’idiosincrasia altalenante del suo segretario, ha variamente costruito coalizioni persino con gli scissionisti pure, spesso, definiti “traditori” dai collaboratori più stretti di Renzi. Dopo il voto e in vista del ballottaggio, quegli stessi collaboratori aggiungono buffamente che il PD si alleerà con i movimenti civici di sinistra, ma anche con quelli di centro. Insomma, alcuni piddini stanno ancora sulla prospettiva del Partito della Nazione. Anche nel loro caso, però, dovrebbe valere la lezione che le coalizioni bisogna cercarle e saperle fare non solo per motivi elettorali.

Il primo turno delle elezioni amministrative ha uno sconfitto sicuro: Beppe Grillo, forse due: Luigi Di Maio. Non è soltanto che gli elettori di Genova, come tutti sanno la città di Grillo, gli hanno risposto che no, non si fidano di lui e del cambio in corsa della candidata che aveva vinto le primarie (una violazione della democrazia sotto tutte le latitudini), ma anche che coloro che Grillo aveva spinto fuori dal Movimento, come il sindaco di Parma (ben piazzato per il ballottaggio) e il sindaco di Comacchio (che ha già rivinto la carica), hanno dimostrato di non avere bisogno di lui (né di Di Maio). Per chi guida un Movimento verticistico questa è più che una sconfitta elettorale. È una sconfessione abbastanza plateale. Tuttavia, le liste del Movimento nel loro insieme non vanno malissimo. Anzi, le elezioni amministrative sono state una buona occasione per continuare il radicamento sul territorio. Il resto l’hanno fatto, in maniera evidentemente non convincente, le candidature.

Gli elettori erano perfettamente consapevoli che stavano votando il potenziale sindaco e che centro-destra e centro-sinistra offrivano alternative talvolta sperimentate e credibili. Qui si apre il problema del reclutamento delle Cinque Stelle per risolvere il quale non potrà bastare un pugno di votanti come quelli che si sono espressi nelle apposite consultazioni. Tuttavia, fanno male i commentatori che scrivono che ha perso il populismo. Tanto per cominciare quello di Salvini, accompagnato dalla presenza sul territorio, è vivo e vegeto e, in secondo luogo, il consenso per le Cinque Stelle a livello nazionale proviene più che da toni e stile populisti, dalla critica dei politici e del loro modo di fare politica. È uno zoccolo che i non buoni risultati nelle elezioni amministrative sfiorano, ma non scalfiscono. Il resto ce lo diranno fra due settimane, con la forza del loro voto, che sanno usare in maniera efficace, gli elettori dei ballottaggi.

Pubblicato AGL 13 giugno 2017

Se Grillo fa un passo indietro il consenso può crescere

Il fatto

I sondaggi: MOVIMENTO CINQUE STELLE  +0.5

Il Movimento Cinque Stelle continua a recepire una protesta che ha ragioni fondate e strutturali, come abbiamo visto anche con il via libera al finanziamento ai partiti degli ultimi giorni. In secondo luogo, la maggior parte di loro, dopo un primo momento d’incertezza, ha dimostrato di aver imparato come si fa in parlamentare, penso a Roberto Fico, Luigi Di Maio, gli attuali capigruppo e altri. Hanno studiato e si stanno dimostrando competenti. Infine, il terzo motivo del loro successo è che sono davvero il nuovo che avanza. Mettono in campo una forma realmente diversa di politica, penso per esempio allo streaming, che attrae il voto dei più giovani. E di solito un ragazzo che vota per la prima volta non tradisce la sua scelta alla successiva, ma tende a ripeterla. Inoltre, aiuta anche il fatto che Beppe Grillo abbia fatto un passo indietro, lasciando emergere altre personalità. Il movimento non viene più percepito come Grillo-dipendente.
L’ex comico, infatti, se da una parte attrae molti consensi, dall’altra antagonizza lo scontro. Oggi invece vota Cinque stelle anche chi non ama Grillo proprio perché lui è più defilato. Infine mettiamoci anche il fatto che la cattiva politica e l’illegalità fanno sempre la loro fortuna: ogni inchiesta su esponenti di altri partiti fa aumentare i consensi del movimento.
Pubblicato il 18 ottobre 2015

II M5S è diventato adulto. Potrebbe anche governare

Il fatto

Intervista raccolta da Luca De Carolis per il Fatto Quotidiano

Il Movimento è cresciuto, si è fatto le ossa nei due anni e mezzo in Parlamento. E può vincere le prossime Politiche. Ma per riuscire a governare deve migliorare ancora, nei comportamenti e sulla politica estera. E deve fare i conti con il primo dei suoi limiti, il peso eccessivo di Grillo e Casaleggio. Così Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica presso l’università di Bologna.

Il M5S è in Parlamento dal febbraio 2013. In questi due anni e mezzo è cresciuto, rimasto con i suoi difetti o addirittura peggiorato?

Alcuni esponenti del Movimento hanno imparato che il Parlamento è un luogo complesso, e che non può essere domato solo con un’opposizione dura. Esponenti come Luigi Di Maio o Roberto Fico, che ricoprono cariche istituzionali, hanno appreso rapidamente le tecniche necessarie. Parlo ad esempio della capacità di maneggiare gli emendamenti.

Ha citato Di Maio. Molti lo indicano come il futuro candidato premier, e nei sondaggi è più popolare di Beppe Grillo. Perché?

Innanzittutto gode di molta visibilità, per il suo ruolo di vicepresidente della Camera, e perché va spesso in tv, dove ha dimostrato di saper parlare. In più appare come un giovane rassicurante. Terzo dato, l’impressione generale è che Grillo pensi proprio a lui per la presidenza del Consiglio.

C’è quella frase rivolta a Di Maio, scappatagli in conferenza stampa: “Maledetto, il leader sei tu”…

Esatto. Io però ho la sensazione che Grillo possa fare un’operazione diversa: puntare su un esterno, esperto, che possa sembrare affidabile.

Si è parlato molto di un ipotetico governo a 5Stelle. E l’orientamento pare quello di creare un esecutivo per metà di politici e per metà di tecnici.

La soluzione preferibile sarebbe sempre quella di un governo solo di politici, con esperienze amministrative alle spalle. Ma per realizzarla serve un partito strutturato. I 5Stelle dovranno per forza affidare alcuni ministeri a tecnici di peso. Penso a quello degli Esteri, o al dicastero dell’Economia.

E negli altri ruoli?

Fico potrebbe occuparsi delle Comunicazioni, e anche la senatrice Barbara Lezzi mi pare molto competente sull’economia. Poi, ovviamente, c’è Di Maio.

“La lista per il governo verrà votata sul web” ha promesso proprio Di Maio.

Io non mi limiterei a proporre un elenco, ma aprirei anche a nomi proposti dalla Rete.

Ha parlato della crescita del Movimento. Ma dov’è ancora carente?

Il punto debole principale rimane la politica estera. Per carità, è un tema complicato per tutta la politica italiana, ma le loro posizioni sull’Europa sono davvero controverse, e io non le condivido. E credo che al loro interno siano divisi sull’argomento.

Si spaccarono sull’alleanza con la destra di Nigel Farage nel Parlamento europeo.

Assolutamente sì. E mi pare normale che sia accaduto.

L’altro difetto storico era l’intemperanza in aula. Ma sembrano migliorati.

Sì, ma devono ancora crescere. Devono dimostrare fino in fondo di essere una forza di governo, esprimendo i loro argomenti senza volgarità o aggressività.

E nei Comuni? Come se la stanno cavando?

I sindaci sono sempre il prodotto dei territori. Detto questo, a Parma Federico Pizzarotti sta facendo un buon lavoro. E in generale tutti i loro amministratori sono molto attenti a non finire in situazioni di corruzione. Se la loro linea di trasparenza nelle città passa a livello nazionale, li aiuterà molto anche nelle Politiche.

Pizzarotti lavora bene a suo avviso: ma per i vertici del M5S è un dissidente, quindi un paria.

Grillo e Casaleggio sbagliano nei suo confronti. E il sindaco fa bene a tenere la sua linea di autonomia.

Un altro tema ricorrente è il cambio di regole nel M5S, anche per la selezione dei nuovi eletti. Non più il web come unico giudice, ma parametri più stretti. È davvero necessario?

Nelle prossime Parlamentarie non potranno permettersi di eleggere persone con 500 voti. E dovranno allargare con decisione alle ricandidature. I parlamentari esperti saranno fondamentali, anche per aiutare i nuovi arrivati. Servono norme coinvolgenti e trasparenti, per una platea larga.

E di quale “colore”? Il M5S è di destra e di sinistra?

E un movimento interclassista, e questa è la sua forza. Raccoglie soprattutto elettori da sinistra. Non è di destra, perché non vuole uno Stato forte, ma non è neppure Podemos.

Può davvero vincere?

Con questa legge elettorale sì. Il limite principale rimane sempre quello: dipendono ancora troppo da Grillo e Casaleggio. Se sbagliano loro, per il M5S sono dolori.

Pubblicato il 12 ottobre 2015