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C’è un tempo per la manipolazione, ma c’è anche un tempo per l’informazione?

Ė arrivata l’ora dell’ombudsman. Ripresento la mia candidatura at large, vale a dire per qualsiasi, no, non proprio tutti, quotidiano che mi desideri. Certo, leggerli dalla prima all’ultima pagina è un lavoraccio. Mi attendo, dunque, una proposta adeguata di compenso. Lasciamo che continui il dibattitto sulle fake news e sulle manipolazioni, anche sul ruolo degli influencer. Ma diamo ai quotidiani italiani un sano difensore civico dei lettori. Sono almeno più di vent’anni che tutti i lunedì, la seconda pagina del “New York Times” riporta in bella evidenza, scusandosi, gli errori commessi nel corso della settimana, segnalati loro dai lettori, ma anche scoperti attraverso altre modalità. Qui mi limiterò ad alcuni pochi esempi tratti dal “Corriere della Sera” dell’ultima settimana. Non direi niente su Shönberg senza “c” in bella evidenza nel titolo di un articolo sulla sua musica se non fosse che nel supplemento “7” del 14 maggio c’è un elogio a “Quei correttori umanisti e acuti che hanno salvato tanti di noi”. L’articolo pubblicato il 9 aprile 1990 lo si deve alla penna di Gaetano Afeltra indicato come vice direttore del Corriere fra il 1962 e il 1963, poi collaboratore dal 1983 alla sua morte nel 2005. Viene in questo modo passata sotto silenzio la sua lunga (1972-1980) direzione de “il Giorno” fase da ritenersi assolutamente importante anche perché su quelle pagine avvenne il mio esordio come opinionista da lui invitato nel 1977 (e subito criticato da Emanuele Macaluso, allora direttore de “l’Unità”).

   Il “Corriere” ha intrapreso una vasta attività di pubblicazioni in molti settori. Fra le sue “firme di spicco” figurano collaboratori che scrivono molto spesso e di tutto, che amano fregiarsi del titolo di storici. Fra le iniziative recenti c’è una storia della Repubblica italiana a puntate pubblicata nel supplemento del sabato “Io, donna” che i solutori più che abili possono scovare una volta sfogliate le tantissime pagine di pubblicità (sento irrefrenabile il bisogno di aggiungere l’aggettivo “patinata”). Le fotografie dominano sulle parole per raccontare la Repubblica italiana. Nella quarta puntata (8 maggio 2021), dedicata agli anni ’80, a p. 82, sotto il titolo, già discutibile, LA PRIMA REPUBBLICA viene annunciata la foto: Bettino Craxi in Piazza del Duomo, prima del terremoto di Mani Pulite, Milano, 1980

   Non ho ancora visto la Seconda Repubblica, e non è solo un problema mio. Un noto giornalista si è da tempo messo avanti con il lavoro e pubblica regolarmente i suoi interventi con il titolo Terza Repubblica. Chi mi conosce sa che da tempo ho espresso e motivato la mia preferenza per la Quinta Repubblica, ma il problema è un altro, duplice. La Repubbliche cambiano quando si danno istituzioni diverse e una nuova Costituzione. Nulla di tutto questo è avvenuto in Italia, nonostante tentativi deplorevoli bocciati due volte dall’elettorato, 2006 e 2016. Quindi, in assenza di una Seconda, Terza, Quinta Repubblica, l’Italia ha una sola Repubblica che non è necessario definire Prima. Anzi, è sbagliato farlo. Ma il distico che accompagna la foto di Craxi è sostanzialmente tremendamente manipolatorio, non so se debbo dire anche sottilmente, perché mi pare invece grossolanamente tale. Mani Pulite arrivò dodici anni dopo quella foto. A quei tempi non era prevedibile, ma, soprattutto, non è accettabile suggerire una stretta, tout court, identificazione di Craxi con Mani Pulite.

   Poi, certo, lamentiamo pure l’ignoranza degli elettori italiani, non escludendo in nessuno modo i lettori del Corriere ai quali il loro giornalone offre splendidi esempi di refusi, di cancellazioni, di manipolazioni. Faccio persino fatica a dire che ciascun paese ha la stampa che si merita. Ma, forse, il Corriere conferma che “così è, se vi pare”.  

Pubblicato il 20 maggio 2021 su PARADOXAforum

Ripensare il finanziamento della politica @rivistailmulino fascicolo 1/20

Articolo pubblicato su “il Mulino”, 1/20, n. 507, pp. 45-52

Contro il finanziamento pubblico di questi partiti è il titolo di un mio articolo che “il Mulino” riuscì fulmineamente a pubblicare (vol. XXIII, marzo/aprile, pp. 233-255) prima che la legge n. 195 del 2 maggio 1974, primo firmatario il capogruppo della Democrazia cristiana alla Camera dei Deputati Flaminio Piccoli, concordata con tutti gli altri partiti ad eccezione del Partito Liberale Italiano (che in seguito ne tentò, senza successo, l’abrogazione per via referendaria) fosse licenziata rapidissimamente dal Parlamento bicamerale (a riprova che la volontà politica dei “legislatori” è sempre in grado di prevalere sull’assetto strutturale anche del bicameralismo paritario italiano). Naturalmente, non fui l’unico critico. L’analisi di poco successiva che apprezzai maggiormente fu quella di Ernesto Bettinelli (La legge sul finanziamento pubblico dei partiti, in “Il Politico”, vol. 39, n. 4, Dicembre 1974, pp. 640-661). Eravamo e, credo, siamo rimasti sulla stessa lunghezza d’onda e, poiché l’argomento è il peso del denaro in politica, aggiungerò che la convergenza di opinioni, non a vanvera, ma informate, riguardò anche il conflitto d’interessi (do you remember?)

La posizione che argomentai allora era che fosse sbagliato e persino dannoso per i partiti e per la competizione democratica finanziare le strutture e i loro apparati invece delle attività essenziali in un regime democratico: propaganda e strumenti per la diffusione di idee e proposte per continuare a offrire una pluralità di scelte effettive (non di, più o meno appassionate e appassionanti, testimonianze) non soltanto al momento del voto, ma nel corso del tempo. Quei partiti italiani riuscirono a sfuggire per qualche tempo al giudizio del popolo (sic) salvati dalle allora zone rosse, Emilia-Romagna in testa, nel referendum dell’11 giugno 1978 promosso dai radicali. Il 43,6 per cento degli elettori (me, ovviamente, compreso) si pronunciò per il “sì” all’abrogazione. Quel che più conta, proprio grazie ai fondi pubblici, quei partiti ebbero modo di evitare qualsiasi riforma della loro organizzazione e dei loro comportamenti. Quanto all’organizzazione, non mi riferisco alla necessità/indispensabilità di introdurre modalità democratiche nel loro funzionamento (su cui ho scritto di recente: La democrazia nei partiti (degli altri), in “il Mulino”, vol. LXVIII, Novembre/Dicembre 2019, pp. 908-915). Considero, piuttosto, la volontà di aprirsi davvero ad una società che cambiava e della quale quei partiti, resi ancora più autoreferenziali dai soldi pubblici, pensarono, invece, di non avere bisogno né di studiarla né di “incontrarla”. La legge 195/1974 fu, da un lato, il compimento e l’epitome della partitocrazia italiana, dall’altro, una confortevole rete di sicurezza.

La crisi arrivò qualche tempo dopo sulla scia di Mani Pulite, intesa, per la parte che ci interessa qui, come la sconvolgente scoperta, ad opera degli elettori poiché i politici “non potevano non sapere”, che neppure il notevole flusso di denaro pubblico bastava ai partiti e ai loro dirigenti che vi aggiunsero abbondanti tangenti, mazzette, bustarelle e altro costruendo una sostanzialmente onnicomprensiva cappa di corruzione sistemica. Con il 90.3 per cento di sì, il 18 aprile 1993 l’elettorato si espresse per l’abolizione totale della legge (ne scrissi l’epitaffio subito dopo: Referendum: l’analisi del voto, in “Mondoperaio”, anno 31, n. 7-8, pp. 18-24). È quasi impossibile, meriterebbe un articolo specifico, seguire poi tutti i tentativi, spesso nel cuore della notte, effettuati dai partiti per continuare per continuare ad avvalersi, più o meno di straforo, di somme tutt’altro che limitate fino all’abolizione definitiva (sic) addirittura dei rimborsi elettorali sancita per decreto dal governo Letta nel 2014.

Che cosa rimane? Rimangono finanziamenti tutt’altro che irrisori per l’attività dei gruppi parlamentari assegnati in base alla loro consistenza numerica. A questo proposito, chi volesse davvero rendere difficile, eliminare mi pare impossibile, il fenomeno del trasformismo, potrebbe avanzare la proposta che i parlamentari che lasciano il gruppo al quale hanno aderito al momento della loro elezione non portano con sé quanto spetta al loro gruppo. Questo punto è significativo. Lo ripeterò più avanti. Rimane il 2 per mille che i contribuenti possono destinare al partito che preferiscono. Rimangono le cosiddette erogazioni liberali dei cittadini che le possono detrarre fino alla cifra di 30 mila Euro. Direi che, complessivamente, i partiti riescono comunque ad acquisire una cifra non marginale per svolgere attività politiche non solo di routine. Dovremmo, dunque, preoccuparci della presunta miseria di fondi nella quale i partiti italiani, anche grazie alla loro fattiva collaborazione, sono caduti?

Certamente, non è neppure da prendere in considerazione l’ipotesi che la loro miseria di idee derivi dalla carenza di denaro. Forse, è più vero il contrario. Peraltro, alcune Fondazioni legate a dirigenti di partito, ma sarebbe opportuna una ricognizione approfondita, sono in condizione di raccogliere e ricevere fondi appositi e di produrre attività visibili, non soltanto di propaganda, ma anche di ricerca, in qualche modo utili alla politica. Anche se è possibile ritenere e sostenere che la cattiva qualità della politica italiana non dipende dalla carenza di fondi, non possiamo non porci il problema del rapporto fra i soldi e la politica in Italia, oggi. Ieri, Craxi lo disse a chiarissime lettere nel suo discorso alla Camera dei Deputati, i soldi “andavano” un po’ a tutti i partiti (sento, però, che dovremmo procedere a opportune differenze sia quantitative sia nelle modalità con le quali quei soldi si “muovevano” e dove effettivamente finivano) anche se da quasi vent’anni esisteva il finanziamento pubblico dei partiti in quantità che erano certamente alquanto generose. Che cosa facevano quei partiti negli anni Ottanta e Novanta e perché avevano bisogno di una crescente quantità di denaro? A questa domanda è imperativo azzardare una risposta prima di affermare la necessità di tornare/ridefinire modalità di finanziamento pubblico.

La prima risposta ruota intorno alla politica italiana come si era strutturata, quasi monopolizzata dai partiti la cui competizione era sempre stata molto intensa e che si era acuita con la sfida socialista diventando per alcuni sostanzialmente una questione di vita e di morte. I partiti piccoli: Liberali, Repubblicani, Socialdemocratici, privi di entrate derivanti dagli iscritti e da feste di autofinanziamento, avevano assoluto bisogno di molto denaro semplicemente per sopravvivere. Più si alzava il livello della competizione, e certamente fu Craxi ad alzarlo (non è un demerito), più servivano soldi a tutti i competitors, al PSI più degli altri poiché la sua sfida competitiva si scontrava con due avversari molto attrezzati: DC e PCI. Naturalmente, oltre alla competizione fra i partiti, esisteva anche una competizione dentro i partiti, fra le correnti, in particolare, all’interno sia della DC sia dello stesso PSI. Ancora una volta erano i socialisti ad avere più bisogno di soldi poiché la lotta fra correnti fu durissima fino a quando Craxi ottenne il completo controllo del partito, dopo il Congresso di Verona nel maggio 1984. Soprattutto, però, furono i dirigenti socialisti candidati alla Camera in varie aree del paese ad avere bisogno di soldi che il centro non consegnava loro (no, il PSI non fu mai un partito “federale” come si diceva fosse, ma non fu, il Parti Socialiste di Mitterrand) per le loro campagne elettorali personali(zzate). Il numero di voti di preferenza da ciascuno di loro ottenuti ne consacrava la “capacità” politica, ne aumentava il prestigio, veniva tenuto nel massimo conto e fatto valere per ottenere cariche di governo. Ricordo qui che Craxi si oppose frontalmente al referendum sulla preferenza unica con l’invito ad andare al mare affinché non fosse conseguito il quorum, consapevole che la lotta per le preferenze (allora tre o quattro a seconda della dimensione delle circoscrizione) costituiva uno strumento importante per mobilitare una pluralità di settori di elettorato potenzialmente socialista.

Tutto questo fa parte del passato, di un passato che è utile conoscere per andare oltre verso una situazione migliore. Il problema è, però, fondamentalmente simile: è giusto finanziare i partiti di oggi con fondi pubblici? Qual è la somma da considerarsi complessivamente adeguata e con quali criteri dovrebbe essere attribuita e distribuita, a chi? Probabilmente, il primo passo da compiere dovrebbe consistere in un esercizio il più accurato possibile di spending review. Quanto i partiti oggi rappresentati in Parlamento spendono per la loro vita quotidiana e quali sono precisamente le loro voci di spessa? Non partiamo da zero poiché alcune cifre sono note, quelle che riguardano il finanziamento dei gruppi parlamentari sulla base della loro consistenza numerica e i fondi che vanno a ciascun parlamentare per pagare suoi collaboratori. Quanto al primo punto, il fenomeno del trasformismo nella sua versione di passaggio di parlamentari da un gruppo ad un altro gruppo indebolisce economicamente il gruppo che perde quei parlamentari e rafforza il gruppo che li riceve/accoglie. Ovviamente, se i parlamentari passano al gruppo misto è il gruppo di partenza che perde senza che venga rafforzato un altro gruppo. Le misure contro il trasformismo, se lo si ritiene fenomeno particolarmente nocivo per la vita politica, per la qualità della rappresentanza e per il ruolo e prestigio del Parlamento, possono essere anche altre. Peraltro, nulla vieta che il parlamentare trasformista possa essere punito anche nei fondi che gli sono assegnati personalmente né cozza contro l’assenza di vincolo di mandato che riguarda la sua libertà di voto non le sue traiettorie. Ricordo, comunque, che parlamentari assidui e intenzionati a contare che sappiano le domande da fare riescono ad ottenere un’assistenza eccellente dai funzionari di Camera e Senato e dai rispettivi uffici studi. Insomma, l’attività parlamentare dei singoli e dei gruppi non necessita ulteriori finanziamenti. Semmai, il mio suggerimento è eventualmente di provvedere a rafforzare anche numericamente gli apparati dei funzionari di Camera e Senato.

In verità, quando i partiti e i loro dirigenti chiedono più soldi giustificano la richiesta con riferimento a due tipi generali di attività: in primis, le campagne elettorali; secondo, il mantenimento dei rapporti con gli elettori anche fra una campagna elettorale e quella successiva. È un peccato che nessuno degli studiosi abbia esplorato in maniera approfondita né l’una né l’altra di queste attività. Impareremmo molto sia sulla società italiana e le sue richieste alla politica/ai politici sia sulle trasformazioni e le inadeguatezze dei partiti, dei politici, dei candidati, degli eletti. Di nuovo, in partenza suggerisco ancora una accurata opera di spending review che sarà certamente più delicata di quella che ha riguardato le spese in parlamento per le attività colà svolte. Infatti, sia le campagne elettorali sia i rapporti con gli elettori (e, immagino, con gruppi organizzati e con vere e proprie lobby) potrebbero contenere per ciascun partito e, chi sa, anche per qualche candidato, sia elementi al limite del lecito che, ovviamente, il partito vorrà tenere nascosti, sia elementi che, seppure leciti, è preferibile che non vengano resi noti poiché originali, innovativi, peculiari ad un candidato e/o al suo partito, tali da produrre effetti positivi. È giusto che la riservatezza venga garantita e che l’innovazione non venga svelata a vantaggio di chi non ha saputo fare altrettanto.

Non so dire quanto il sistema del Movimento 5 Stelle, che si basa sulla Piattaforma Rousseau, debba essere effettivamente collocato fra le innovazioni politico-comunicative. Sappiamo che non è stato imitato da nessuno dei concorrenti e sappiamo anche che il suo funzionamento e il suo finanziamento contengono elementi di riservatezza/segretezza variamente e fortemente criticati (e, aggiungo, criticabili). Saperne di più sui costi di quella Piattaforma, sugli eventuali, ma probabili, profitti del proprietario e gestore Davide Casaleggio e sulla provenienza dei fondi che ne consentono l’utilizzo è una lecita curiosità di chi desidera conoscere i costi della politica eventualmente da coprire con fondi pubblici.

Nella misura in cui i finanziamenti pubblici debbano essere ripristinati, essenzialmente per coprire i costi delle campagne elettorali, allora bisogna riflettere su almeno due aspetti importanti. Primo: per garantire la parità dei punti di partenza nelle competizioni elettorali è necessario che tutti i partiti e tutti candidati abbiano gli stessi fondi per organizzare eventi, distribuire messaggi, ottenere presenze televisive? Oppure i fondi andranno esclusivamente ai partiti (già) presenti nel Parlamento e ai loro candidati in quelle campagne elettorali? Non finiremmo in questo modo per dare vita ad una situazione di “cartello” fra partiti insediati che si spalleggiano nella quale diventa molto difficile, al limite dell’impossibile per partiti nuovi ottenere finanziamenti e quant’altro? D’altronde, potremmo anche legittimamente sostenere che, per avere accesso a fondi e servizi, spetterebbe ai partiti nuovi raggiungere in proprio una incerta soglia minima. Per esempio, raccogliere dai privati una predefinita somma di denaro che lo Stato raddoppierebbe. Quanti “piccoli” versamenti da quale numero minimo di privati (500 Euro massimo per ciascuno da almeno mille finanziatori/sottoscrittori) dovrebbero essere richiesti?

Come è facile notare subito, questa è una strada irta di ostacoli, forse anche di inconvenienti, che si presta più di un’obiezione, ma mi pare che meriti di essere percorsa anche perché coinvolgerebbe e responsabilizzerebbe i cittadini-elettori e non solo. Il messaggio non è “fatevi il vostro partito”, ma “sostenete chi porta avanti le vostre idee, le vostre preferenze, i vostri interessi”. Il secondo aspetto, che è ancora più importante, riguarda il tipo di sistema elettorale vigente. Una legge elettorale proporzionale non può che accompagnarsi a finanziamenti che vanno ai partiti, ai loro segretari amministrativi. Per quanto si possa statuire che i fondi saranno distribuiti anche alle organizzazioni locali, se le dimensioni delle circoscrizioni sono elevate, i costi delle campagne elettorali saranno di conseguenze prevedibilmente alti. Chi vuole tenere bassi i costi delle campagne elettorali deve volere circoscrizioni piccole, nelle quali si eleggano dieci o meno deputati. In questo caso i costi si ridurranno, ma non potranno comunque essere irrisori. Qualora, invece, vi siano collegi uninominali i costi delle campagne elettorali potranno effettivamente essere abbastanza contenuti, come, in Gran Bretagna dove vengono eletti 650 deputati e in ciascun collegio gli elettori variano da 80 a 100 mila elettori circa. Ovviamente, se il referendum non sconfiggerà il taglio dei parlamentari italiani, quand’anche, ipotesi del terzo tipo, si introducessero in Italia i collegi uninominali (inevitabilmente facenti parte di una legge elettorale maggioritaria), ciascuno di loro per la Camera dovrebbe contenere più di 125 mila elettori e per il Senato il doppio, vale a dire 250 mila. Il costo delle campagne elettorali risulterebbe sicuramente piuttosto più elevato di quelle inglesi. Qui non discuto minimamente le difficoltà di dare rappresentanza politica adeguata che conseguono dalla riduzione del numero dei parlamentari, ma è possibile in questo contesto sostenere che la democrazia ha davvero un costo e che è indispensabile che i cittadini siano informati su quello che segue al risparmio, non ingente, derivante dal taglio delle “poltrone”.

Ho la tentazione di concludere con alcune, poche, affermazioni drastiche, quasi apodittiche. Prima affermazione: ai partiti in quanto organizzazioni bisogna dare soltanto una quantità minima di denaro pubblico. È molto meglio finanziare adeguatamente l’attività dei gruppi parlamentari anche al fine di riacquisire attraverso il miglioramento delle loro prestazioni il prestigio perduto dai parlamentari e dal Parlamento in quanto tale. Seconda affermazione: è opportuno finanziare le campagne elettorali, meglio se, da un lato, offrendo servizi gratuiti ai partiti, dall’altro, procedendo a rimborsi per attività svolte dai partiti (e dai candidati), quelle attività che servono la politica garantendo effettiva competizione e mettendo a disposizione degli elettori il massimo di informazioni (aggiungerei, persino, in maniera visionaria, la possibilità e la strumentazione del fact checking) Infine, molti di questi nobili obiettivi: spese contenute, competizione reale, diffusione di informazioni, più potere agli elettori sono più facilmente conseguibili laddove e quando la legge elettorale prevede l’esistenza di collegi uninominali. Che qualche riformatore elettorale, soprattutto coloro che si collocano anche fra i risparmiatori, mi auguro che ce ne siano di disponili a mettersi all’opera, voglia tenere conto di questa cruciale indicazione?

Discutere se, come, quanto finanziare con denaro pubblico la politica democratica continua a essere un’operazione importante. Naturalmente, è altrettanto importante valutare se, come e quanto chi intende “fare” politica a tutti i livelli debba essere messo in condizione di ottenere denaro anche dai privati oppure soltanto dai privati oppure, ancora, in quale mix dal pubblico e dai privati. A qualunque soluzione si giunga, un elemento è irrinunciabile: bisogna che qualsivoglia finanziamento di provenienza dai privati al di sopra di una somma minima, che potrebbe essere indicata in 20 Euro, sia riconducibile a chi l’ha versata. Chi dà denaro a candidati, partiti e eletti compie un atto politico. Come qualsiasi altro atto politico il versamento di fondi deve essere pubblico, forse, meglio, deve, secondo modalità da stabilire, potere essere reso pubblico. È vero che in nessun luogo è oramai possibile fare politica senza disporre di denaro. Ma è altrettanto vero che un po’ dappertutto i cittadini diffidano di coloro che si fanno largo in politica grazie al loro denaro o alle donazioni che ricevono o ai fondi che ottengono, in maniera più o meno sregolata, dalle casse dello Stato e da altri soggetti. Credo sia essenziale aggiungere che la pubblicità deve riguardare anche i gruppi di pressione e i lobbisti.

Chi intende ridare dignità alla politica e ai politici stessi (dei quali troppi sostengono, con una buona dose di ipocrisia, di essere in politica “per passione” o “con spirito di servizio” e non con la legittima ambizione di acquisire cariche che consentano di produrre cambiamenti) ha l’obbligo di operare con il massimo di trasparenza. Altrimenti, il rischio che la politica in Italia ha già corso consiste nell’offrire straordinarie opportunità ai populisti. Dunque, non è sufficiente finanziare con fondi pubblici partiti e candidati. Anzi, forse, senza una meticolosa legislazione di contorno, questa modalità potrebbe risultare addirittura controproducente. Non è sufficiente neppure procedere a, pur essenziali, argomentazioni a favore di ciascuna modalità di finanziamento e di più per quello statale. È imperativo sapere garantire impeccabili controlli dei fondi e delle spese ai quali la cittadinanza sia in grado di accedere facilmente. Allora, alla fin della ballata, mi sento obbligato ad affermare che, no, non credo che in Italia sia già tornato il tempo del finanziamento pubblico della politica, con tutte le variazioni e precisazioni del caso. Alla domanda specifica risponderei: “dipende”. Spero di avere spiegato convincentemente da cosa dipende e perché.

Gianfranco Pasquino è Professore Emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna. Socio dell’Accademia dei Lincei, dal 2010 fa parte del Consiglio Scientifico dell’Enciclopedia Italiana. I suoi libri più recenti sono Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica (2019); Italian Democracy. How It Works (2020) e Minima Politica. Sei lezioni di democrazia (2020).

Mattarellum: si dovrebbe ripartire da lì

Archiviato, non del tutto, il referendum costituzionale con una netta vittoria del No, una delle conseguenze immediate è che è imperativo fare la legge elettorale del Senato. Inoltre, poiché è molto probabile che la Consulta avanzerà serissime riserve e formulerà indicazioni precise relativamente all’Italicum (già dato per morto e sepolto da coloro che lo hanno elaborato e esaltato), dirigenti di partito, giuristi e politologi di riferimento (spesso gli stessi responsabili dell’Italicum) insieme ai parlamentari hanno ripreso la danza tribale intorno al sistema elettorale più bello del mondo. In verità, il primo candidato, abbastanza autorevole dato il suo non del tutto disprezzabile passato, è il Mattarellum. Come suggerisce il nome, è la legge elettorale di cui fu relatore Sergio Mattarella, allora, 1993, deputato dei Popolari. Mentre per il Senato quel che rimaneva dei partiti italiani, travolti da Mani Pulite, decisero di tradurre sostanzialmente l’esito del referendum che aveva quasi del tutto cancellato la precedente legge proporzionale, alla Camera dei deputati, presieduta da Giorgio Napolitano, cercarono di contenere gli effetti maggioritari del referendum. Non lo fecero in maniera particolarmente efficace introducendo una seconda scheda di recupero proporzionale con lista dei candidati bloccata che consentì la presenza delle cosiddette liste civetta per evitare il cosiddetto scorporo dei voti già utilizzati per vincere il seggio nei collegi uninominali.

La semplice descrizione di un sistema che eleggeva tre quarti dei parlamentari in collegi uninominali e un quarto con il cosiddetto recupero proporzionale rivela qualche complessità di troppo. Il pregio maggiore del Mattarellum fu che, imponendo la formazione di coalizioni pre-elettorali (operazione nella quale Berlusconi fu bravissimo, mentre i Popolari si condannarono all’estinzione), diede vita al bipolarismo e, di conseguenza, all’alternanza. Nel 2005 il centro-destra, mai abbastanza capace di trovare candidature attraenti peri collegi uninominali, sostituì il Mattarellum con una legge elettorale proporzionale con premio di maggioranza, detta Porcellum, predecessore immediato dell’Italicum che, dunque, non è affatto maggioritario.

Comprensibile è che Berlusconi, data la debolezza attuale di Forza Italia, desideri una legge proporzionale, ma di leggi elettorali proporzionali ne esistono numerose varianti la migliore della quali è quella tedesca. Curioso, invece, che chi aveva collaborato all’Italicum e lo aveva sostenuto a spada tratta oggi dica che l’idea di Renzi di tornare al Mattarellum è “ottima”. Però, da un lato, quell’idea non è solo di Renzi che, casomai ci è arrivato tardivamente; dall’altro, una riesumazione del Mattarellum senza alcune modifiche non sarebbe del tutto positiva. Comunque, sono già molti coloro che respingono il Mattarellum sostenendo che, nel migliore dei casi, funzionerebbe in un sistema partitico bipolare, ma non è adeguato all’attuale tripolarismo italiano. È un’obiezione sbagliata poiché quando il Mattarellum fu introdotto non c’era affatto il bipolarismo in Italia. Berlusconi non aveva neppure ancora manifestato la sua intenzione di “scendere in campo”. Grazie ai collegi uninominali e alla formazione, voluta e ottenuta da Berlusconi, di un polo bifronte (al Nord e al Centro-Sud) di centro-destra, il Mattarellum diede il suo potente contributo a una competizione bipolare la cui necessità e dinamica il centro-sinistra comprese e praticò soltanto quando nel 1996 seppe costruire l’Ulivo.

Non importa se il sistema partitico italiano è attualmente tripolare, anche se il polo di centro-destra al momento pare quasi inesistente. I collegi uninominali sarebbero sufficientemente costrittivi da imporre una competizione bipolare, mentre il recupero proporzionale darebbe rappresentanza parlamentare a chi non sa e non vuole trovare alleati e formare coalizioni pre-elettorali. Insomma, il Mattarellum semplificato e snellito, facilmente comprensibile dagli elettori nei suoi effetti, è il sistema che chi vuole andare presto alle urne dovrebbe preferire. Tutto il resto, che, peraltro, è già cominciato, appare come un polverone déjà vu che rischia di produrre un’altra legge che favorisce alcuni partiti e che non conferisce potere agli elettori.

Pubblicato AGL il 23 dicembre 2016

La democrazia dei favori

Corriere di Bologna

Potrebbe sembrare che tutto sia già stato scritto sulla davvero straordinaria generosità monetaria della CPL Concordia. In molti casi, leggendo i nomi, alcuni insospettabili, dei beneficiati, si nota anche un’apertura di credito fiduciario fuori dl comune. I soldi venivano dati anche prima del “fatto” che la CPL Concordia desiderava si verificasse. Segnale convincente che nel passato i finanziati avevano onorato (sic) impegni non formalmente presi in cambio di finanziamenti ricevuti, in modalità ormai italianamente proverbiale, “a loro insaputa”. Come antidoto a queste non limpidissime fattispecie, sappiamo quasi tutto: un bell’elenco pubblico con nomi, cognomi; cifre dei donatori, soprattutto nel corso delle campagne elettorali; un tetto non sfondabile all’entità delle donazioni effettuate da persone, gruppi, associazioni, fondazioni; un qualche rendiconto dettagliato delle spese incorse dai candidati e, importante, dei loro comitati elettorali e dei loro partiti. I più buoni dei commentatori hanno concluso che, comunque, ciliegina sulla torta degli esborsi, dovrebbe anche esserci un po’ di, peraltro costosissima, etica. A tutto questo, con il quale concordo (oops), vorrei aggiungere un’osservazione che non ho letto da nessuna parte e che potrebbe essere utile per impostare meglio il dibattito e per incanalare qualche soluzione.

Chi finanzia candidati e partiti non lo fa soltanto per ottenere in cambio qualche favore, convinto che, sulla base dei precedenti, i favori torneranno. Chi finanzia sta scegliendo candidati e partiti in una maniera che non viola soltanto la competizione che vorremmo esistesse nei mercati di ogni tipo. Infrange anche la competitività che dovrebbe esistere in politica, per l’appunto, fra candidati e partiti. La moneta cattiva scaccia quella buona, lo sappiamo. Le molte monete cattive servono a impedire a uomini e donne in politica, che non siano disposti a rendere i favori, la conquista della candidatura e, poi, eventualmente, la vittoria elettorale. La competizione diventa distorta. Non ha più nessuna o quasi attinenza con le idee e i programmi, neppure con le qualità personali. L’unica qualità che conta agli occhi dei finanziatori danarosi è quella della disponibilità dei candidati ad accettare fondi. Attendiamo la smentita dei cooperatori, dovrei dire dei dirigenti, delle imprese coinvolte. L’esito, come ho accennato, è gravissimo. Colpisce al cuore la democrazia, anche a Bologna e in Emilia Romagna. Non dirò che la uccide poiché, per sua e nostra fortuna, la democrazia ha grandi capacità di resistenza e di resilienza. Epperò, questo tipo di finanziamenti di lungo periodo indeboliscono i concorrenti che rifiutano di usufruirne; deviano il reclutamento e la selezione nei partiti; diminuiscono nel tempo la qualità della democrazia; rendono difficilissimo “cambiare verso”. Ecco perché, mentre celebriamo (c’è poco da “festeggiare”) i vent’anni dell’indagine “Mani Pulite”, scopriamo che c’è oggi più corruzione politica di allora.

Pubblicato il 9 aprile 2015