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Referendum e plebiscito. La retromarcia di Renzi e la gaffe del ministro Boschi

La terza Repubblica

Ci ha messo cento giorni (e qualche decina di sondaggi per lui negativi) Matteo Renzi a capire che “personalizzare” il referendum costituzionale trasformandolo in un plebiscito sulla sua persona (e sul suo governo) è diventato assolutamente controproducente. Rimane dubbio se abbia anche capito che la personalizzazione di un referendum non è soltanto un errore politico, ma è, soprattutto, una grave distorsione costituzionale. Adesso, si potrebbe discutere in maniera meno esagitata nel merito delle riforme (ma già da qualche tempo i migliori dei costituzionalisti e qualche, pochissimi, politologo lo stanno facendo). Mettendo subito da parte l’argomento, storicamente sbagliato, che questo governo è l’unico, negli ultimi trent’anni, ad avere fatto riforme costituzionali. Le fecero sia il centro-sinistra nel 2001 sia il centro-destra di Berlusconi nel 2005. Entrambi le fecero male. Non c’è due senza tre?

Per discutere sul merito, Renzi potrebbe anche sgombrare il campo dalla sua promessa/minaccia “se perdo me ne vado”. Dovrebbe, invece, dire “se perdo imparo la lezione e ricomincio da capo” che, scomodando il molto riluttante Max Weber, è la qualità del vero leader politico. Chi, invece, ha diverse lezioni da imparare, ma non sembra applicarsi abbastanza, è il Ministro delle Riforme Maria Elena Boschi. Ne ha già dette molte come, ad esempio, che i capilista bloccati (spesso, lo sappiamo e lo possiamo prevedere, anche paracadutati) sarebbero i “rappresentanti di collegio”, mentre, in politica, la “rappresentanza” si ha, ovviamente ed esclusivamente, con libere elezioni, non con nomine e non con cooptazioni.

La più recente esternazione, scommetto non l’ultima, della Boschi (forse anche per evitarne troppe altre sarebbe opportuno fissare una data ravvicinata per il referendum) è che “chi vota no non rispetta il (lavoro del) Parlamento”. Sia il referendum abrogativo sia il referendum costituzionale sono proprio gli strumenti con i quali i cittadini esprimono la loro opinione su quanto è stato fatto dal Parlamento. Debbono essere richiesti da coloro che ritengono che il Parlamento ha legiferato male e che una specifica legge, anche costituzionale, non risponde alle necessità del paese e alle preferenze dell’elettorato. Fra l’altro, dovrebbe essere assodato che la richiesta di referendum, anche dei referendum costituzionali, non spetta a coloro che quelle leggi hanno fatto, ma agli oppositori. “Plebiscito è quando governo chiede voto su suo operato”.

I Costituenti, che se ne intendevano e che credo sarebbero molto preoccupati (indignati?) dallo stato del dibattito italiano, volevano che i cittadini potessero valutare le riforme fatte dal Parlamento, ma volevano altresì evitare una delegittimazione del Parlamento che, in un paese ad alto tasso di antiparlamentarismo, sarebbe comunque un guaio. Questa è la ragione per la quale il referendum costituzionale non può essere richiesto se la modifica è stata approvata da due terzi dei parlamentari. Un “no” popolare che sconfessi due terzi dei parlamentari indica una profonda crisi di rappresentanza e qualcosa di più a tutto beneficio degli antiparlamentaristi. Invece, un più o meno sonoro, ma sempre sano, “NO” ad una legge ordinaria e a modifiche costituzionale non è mai mancanza di rispetto nei confronti del Parlamento. Molto concretamente è rigetto da parte degli elettori, più precisamente, poiché i referendum costituzionali non hanno quorum, dagli elettori informati, delle modifiche approvate, non dal Parlamento in quanto tale, ma da una specifica maggioranza parlamentare (non entro nei particolari dolorosi del se e quanto quella maggioranza è stata coartata e ricattata).

E’ augurabile che il Ministro Boschi, dopo una ripassatina o, meglio, una lettura attenta della Costituzione, si corregga. Se, poi, anche si scusa con i potenziali elettori del no, certamente non sovversivi, tanto meglio. Certo, impostare una discussione sul merito delle modifiche costituzionali con chi ha poche, vaghe e superficiali cognizioni costituzionali non è finora stato per niente facile. Temo che non lo sarà neppure nell’autunno del referendum.

Pubblicato il 12 agosto 2016

Italicum e “SÌ”: nessun baratto è possibile

Il fatto

Non c’è proprio niente da scambiare fra un Italicum malamente rielaborato dalla minoranza del PD e un “sì” alle revisioni costituzionali malamente fatte approvare dal Parlamento e peggio difese dal PD e dai suoi, neppure adeguatamente informati, costituzionalisti e improvvisati politologi. Non è vero che le due riforme vanno insieme e non è neppure vero che evirando l’Italicum del ballottaggio e riducendo un pochino il premio di maggioranza avremmo una legge elettorale decente. Da un lato, la minoranza del PD combatte una battaglia sbagliata; dall’altro, la maggioranza si impunta e, per bocca del ministro Boschi, cerca di riscattare un Parlamento che ha compresso nel corso della discussione sulle riforme e stravolto con la pasticciata e confusa riforma del Senato. Boschi dimenticando oppure proprio non sa che nella Costituzione italiana i referendum sono lo strumento a disposizione dei cittadini per controllare le leggi approvate dal Parlamento e, con maggioranze apposite, farle decadere . Se, davvero, vogliamo trovare un nesso fra legge elettorale e modifiche costituzionali, allora bisogna fuoruscire dal mantra di una governabilità assurdamente identificata con la stabilità del governo la cui maggioranza parlamentare sarà gonfiata dai molti seggi garantitigli dal premio dell’Italicum.

Il problema delle democrazie contemporanee si chiama crisi di rappresentanza politica. Molto dipende dai partiti, la cui capacità rappresentativa sarebbe sicuramente accresciuta se i suoi parlamentari fossero eletti in collegi uninominali dove debbono conquistarsi i voti interloquendo con gli elettori e rispondendo del loro operato (come ho già scritto infine volte “del fatto, del malfatto e del non fatto”). La rappresentanza dei collegi non si ha, come sostiene la Ministro Boschi, con i capilista bloccati. In politica, la rappresentanza è esclusivamente quella elettiva. Naturalmente, il Senato nominato dai Consigli regionali, ma Napolitano sostiene che si tratta di elezione indiretta (alla quale, comunque, sfuggirebbero i cinque Senatori, questi sì residui di un passato che il governo sostiene di volere cancellare, nominati dal Presidente della Repubblica), non darà nessuna rappresentanza agli elettori. Nel migliore dei casi, quei Senatori cercheranno, se desiderano essere rieletti, di seguire le preferenze, che certamente saranno comunicate loro di volta in volta puntigliosamente dai loro “grandi” (è solo un modo di dire) elettori. Non eletti dai cittadini delle diverse regioni saranno costitutivamente impossibilitati a dare qualsivoglia rappresentanza al territorio. Per di più, mai quei Senatori di nuovo conio si degneranno di rispondere, a elettori che non hanno nessun potere su di loro, dei propri comportamenti politici e istituzionali che consentono loro di eleggere due giudici costituzionali e di avere enorme voce in capitolo su tutta la politica europea dell’Italia.

Mentre la Ministro Boschi si affanna a chiedere il sì per non sconfessare il lavoro del Parlamento, confondendo il Parlamento con la sua maggioranza spesso coartata e, per quel che riguarda la minoranza del PD, molto colpevolmente arrendevole (oppure incapace di articolare alternative convincenti), Renzi sfida il Parlamento, se lo vuole e se ne sarà capace, a cambiare la legge elettorale quasi non fosse la sua legge, quella sulla quale si è ripetutamente impuntato. Come riuscirà mai un Parlamento di nominati, almeno la metà dei quali sa, per esperienza personale e diretta, che la disciplina e l’ossequio, il conformismo e la subordinazione sono le carte da giocare per essere ri-nominati oppure quantomeno ri-candidati, è un mistero inglorioso. Non è detto che il prossimo Parlamento sia strumento della “governabilità” chiesta dalla Confindustria, da alcuni grandi (come sopra) banchieri, ignari di Costituzioni e leggi elettorali, e da “Civiltà Cattolica”, governabilità che, sarà il caso di ricordarlo e di rimarcarlo, dipende soprattutto dalle capacità dei governanti. E’ sicuro, invece, che il Parlamento che verrà non offrirà affatto migliore rappresentanza politica all’elettorato italiana alle cui associazioni, nel frattempo, sarà stata somministrata la non proprio democratica medicina della disintermediazione.
Pubblicato il 12 agosto 2016

Il NO dei nemici del popolo

Il fatto

Nella spasmodica ricerca di argomenti che giustifichino l’approvazione referendaria delle loro riforme, brutte e di bassissimo profilo, i renziani e i loro molti cortigiani ne dicono di tutti i colori. Il “meglio che niente” è molto frequente, ma diventato logoro assai. Il “non si poteva fare diversamente” entra in concorrenza per la motivazione più banale. Eccome si poteva fare diversamente tanto è vero che nessuno dei testi poi faticosamente approvati era entrato in Parlamento nella identica stesura con la quale ne è uscito. Per di più, è già in corso anche una surreale discussione sul cambiamento della legge elettorale in attesa della valutazione della Corte costituzionale che potrebbe servire proprio a salvare la faccia formulando qualche riformetta della riformetta. Infine, dopo mesi nei quali il capo del governo e il suo ministro per le Riforme hanno fatto ampio ricorso a tutte le strumentazioni plebiscitarie possibili (rivendico il merito di avere per primo accusato Renzi di “plebiscitarismo”), adesso è arrivato il contrordine.

“Renziani di tutte le ore non si tratta di votare pro o contro il governo, ma sul merito delle riforme”. Che Renzi avesse ecceduto se n’era accorto, un po’ tardivamente, persino il Senatore Presidente Emerito Giorgio Napolitano che, sommessamente, gli ha suggerito di non personalizzare troppo la campagna elettorale. Purtroppo per Renzi, la personalizzazione è nelle sue corde. Non riuscirà a rinunciarvi e ci ricadrà quasi sicuramente quando i sondaggi annunceranno tempesta. Per di più, lo spingere il più in là possibile la data dello svolgimento del referendum moltiplicherà le occasioni di personalizzazione.

Nel frattempo, qualche renziano sta cercando di delegittimare lo schieramento del NO facendo notare quanto composito esso sia e, dunque, incapace di prospettare un’alternativa di governo, al suo governo. Anche se, sconfitto, Renzi non si dimettesse, una minaccia piuttosto che una promessa, creando una grave e non necessaria crisi di governo, ma imparasse a fare buone riforme, il problema del governo prossimo venturo neanche si porrebbe. Comunque, se c’è un giudice a Berlino (in verità, ce ne sono fortunatamente molti) possibile, caro Presidente Mattarella, che in Italia l’unico in grado di guidare un governo sia Matteo Renzi? Al momento opportuno suggerirò al Presidente quattro/cinque nomi nessuno dei quali professore o banchiere.

Ad ogni buon conto, chi, nei Comitati del NO, ha mai pensato alla formazione di un nuovo governo? Il bersaglio grosso è uno e uno solo: vincere il referendum e cancellare le riforme mal congegnate e malfatte. Quanto alla natura composita dello schieramento del NO, basta riflettere un attimo e si vedrà che il SI’ vince alla grande la battaglia della confusione. Non intendo demonizzare il mio ex-studente Denis Verdini, ma sembra che, addirittura, darà vita a un Comitato del SI’ dal quale, naturalmente, come annunciato da Renzi-Boschi, scaturirà la nuova (sic) classe dirigente del paese. La Confindustria fa già parte della non proprio novissima classe dirigente, ma i suoi allarmismi numerici prodotti da chi sa quali algoritmi li ha già generosamente messi a disposizione del paese affinché voti convintamente sì. Poi è arrivata la filosofia della krisis rappresentata da Massimo Cacciari, notorio portatore di “sensibilità repubblicana” che va spargendo in diversi talk show. In un’intervista al Corriere si è esibito per il sì anche l’ex banchiere ulivista Giovanni Bazoli. Mica poteva essere da meno degli stimati colleghi della JP Morgan, grandi conoscitori del sistema politico italiano e della sua Costituzione, anche loro in attesa di riforme epocali. A ruota, un pensoso editoriale della rivista “Civiltà Cattolica” ha dato la necessaria benedizione senza attendere, qui sta la sorpresa, le articolate opinioni dei Cardinali Ruini, purtroppo per lui più bravo negli inviti all’astensione, Bagnasco e Bertone. No, di papa Bergoglio non so.

La ciliegina, però, non la prima né l’ultima poiché non dubito che ce ne saranno molte altre, già copiosamente preannunciata dalle pagine del “Corriere della Sera”, è arrivata da Michele Salvati. La sua tesi è cristallina. Se vincerà il NO, non sarà bocciato soltanto il governo. Non saranno bocciati soltanto i partiti e i cittadini che non hanno fatto i compiti (e se, proprio perché li hanno fatti, si fossero resi conto che le riforme sono inutili e controproducenti?). Bocciato “sarebbe tutto il Paese” (Corriere della Sera, 9 agosto 2016, p. 26). Insomma, il plebiscitarismo buttato dalla finestra, senza che nessuno lo dicesse a Salvati, torna camuffato da nazionalismo, chiedo scusa da amor patrio, dalla porta. Chi vota no è un disfattista, secondo Salvati, un traditore della patria, un nemico del popolo italiano. Questa è, finalmente, la discussione sul merito che i renziani vogliono, impostano e, normalizzata la Rete Tre, faranno.

Pubblicato il 10 agosto 2016

Referendum. Ora si discuta nel merito

Non sorprendentemente, la Cassazione ha dato il via libera al referendum costituzionale. La campagna ufficiale dei sostenitori del “sì” e del “no” può cominciare. Credo che molti italiani, dalle spiagge ai monti, dai laghi alle città d’arte, non si accorgeranno di nessun cambiamento significativo. Da tempo, infatti, sia il Presidente del Consiglio sia il Ministro delle Riforme si sono buttati a capofitto nella operazione di promuovere e difendere le loro riforme. Naturalmente, gli oppositori, uno schieramento eterogeneo, hanno fatto del loro meglio per non perdere terreno. I sondaggi dicono che, forse, il “no”, appena gonfiato da coloro che proprio non gradiscono Renzi e il suo governo, è in leggero vantaggio. Poiché i referendum costituzionali non hanno quorum, entrambi gli schieramenti debbono preoccuparsi di mobilitare tutti, ma proprio tutti i loro eventuali elettori.

Fin dall’inizio, deliberatamente, Renzi ha mirato alla mobilitazione degli italiani personalizzando il referendum, vale a dire sostenendo che il suo governo è stato l’unico governo capace di fare riforme costituzionali negli ultimi trent’anni e più (non è vero poiché tanto il centro-sinistra nel 2001 quanto il centrodestra di Berlusconi nel 2005 hanno fatto riforme costituzionali). Questa operazione ha suscitato le critiche di coloro che, giustamente, facevano notare che il capo del governo voleva sostanzialmente un plebiscito sulla sua persona, altro che una discussione sul merito di ciascuna delle riforme costituzionali. A un certo punto, persino il Presidente Emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano, apertamente schieratosi a favore delle riforme, si è accorto del pericolo e ha invitato Renzi a non “personalizzare”. Almeno temporaneamente, il Presidente del Consiglio ha ridotto il tasso di personalizzazione, ma il suo Ministro Boschi continua a tenere assemblee nelle quali lega la sorte del governo all’approvazione delle sue riforme costituzionali.

Difficile dire chi risulterebbe favorito da una campagna referendaria protratta oltre limiti ragionevoli. Visto che è cominciata già a maggio, se la data del referendum fosse fissata, com’è stato ventilato, tra l’inizio e la metà di novembre, arriverebbero tutti senza fiato e incattiviti. Tuttavia, è innegabile che il governo e il Partito democratico, soprattutto adesso che si sono garantiti la benevolenza dei direttori delle reti televisive pubbliche, hanno più fiato per durare (ma anche per commettere errori di presunzione e di arroganza). Di qui alla data del referendum, c’è almeno un ostacolo, non sappiamo quanto grande, da superare: la sentenza della Corte Costituzionale sull’Italicum. Renzi e Boschi continuano a sostenere che è una buona legge e rimandano al Parlamento qualsiasi eventuale ritocco (e ce ne sarebbero almeno tre da fare: eliminazione delle candidature bloccate, abolizione delle candidature multiple, possibilità di formare coalizioni al primo turno e apparentamenti, come nel caso dell’elezione dei sindaci, al ballottaggio). Se la Corte non esprime obiezioni, il governo avrà il vento in poppa. Però, se la Corte impone dei ritocchi, allora gli oppositori dell’Italicum e delle riforme costituzionali potranno logicamente accusare il governo di non sapere fare le riforme, non soltanto quella elettorale, ma, per estensione, neppure quelle costituzionali.

Potremmo concludere che, comunque, è arrivato il tempo della discussione sul merito delle riforme. Seppure, in maniera sparsa e disorganica, la discussione sul merito, purtroppo spesso manipolata e confusa, ha già fatto molte incursioni sugli schermi televisivi, nelle pagine dei quotidiani, attraverso i “social”. Persino i sondaggi hanno già registrato una riduzione, contenuta, ma effettiva, del numero di coloro che dichiarano di non saperne abbastanza. Dibattiti organizzati da giornalisti informati e condotti senza starnazzamenti nei quali sembra vincere chi ha la voce più forte potranno essere utili. Se fosse disinnescata anche la minaccia/ricatto della crisi di governo qualora non vinca il “sì”, sarebbe persino meglio (per tutti, anche per il capo di quel governo).

Pubblicato AGL 9 agosto 2016

VIDEO Legge elettorale e riforma costituzionale: gli effetti della combinazione

 

REGGIO EMILIA. 16 Luglio 2016. Gianfranco Pasquino, docente della Johns Hopkins University in “Legge elettorale e riforma costituzionale: gli effetti della combinazione“, prima sessione delle Lezioni di diritto costituzionale per un voto consapevole, al PolitiCamp2016, prima tappa del Tour #RiCostituente di Possibile.

tour

Allarme Pokémon al Quirinale

Il fatto

La notizia è che i Pokémon non si trovano nei giardini e nelle stanze del Quirinale. Senza bisogno di indulgere al famigerato “tiro della giacchetta”, è tuttavia opportuno avvisare il Presidente Mattarella di essere molto cauto, addirittura più del suo solito, poiché intorno a lui si muovono molti “mostriciattoli” di origine non proprio giapponese.

C’è il mostriciattolo Meglio che niente che corre orgoglioso di essere il portatore, non sappiamo quanto sano, di una riforma costituzionale, a dire dei suoi stessi sostenitori, che non migliora l’esistente, ma soltanto il “niente”. C’è il Pokemon Nonmel’hannolasciatofare che narra dell’impossibilità di intervenire laddove sarebbe stato più utile ovvero su una reale ridefinizione dei poteri e delle responsabilità del governo e del suo capo. Un po’ alla luce un po’ nell’ombra si muove, cercando di camuffarsi, il Pokémon femmina della personalizzazione plebiscitaria del referendum che scatta periodicamente e viene repressa come il braccio del Dr. Stranamore. Affusolato, ma capiente, poiché contiene una molteplicità di seggi fa capolino un Pokemon anomalo che chiamano Italicum. Ha il volto triste perché gli dicono che non piace più a nessuno, tranne al Prof D’Alimonte che continua ad esercitarsi in paragoni azzardatissimi, anche perché l’Italicum è il suo nipotino. Dentro di sé, però, il Pokemon nipotino del professore non riesce a trattenere qualche periodica risata quando legge le alternative che lo cancellerebbero. Non sono necessariamente peggio di lui, ma non riescono neanche ad essere convincentemente migliori.

In un angolo del giardino sta, mogio mogio, il Pokemon Senatolentoecostoso. Ha puntigliosamente raccolto i dati sulle seconde Camere e può documentare quello che già sapeva. Abitualmente, è il più veloce di tutte le seconde camere nelle democrazie occidentali e costa più o, spesso, meno di loro. E’ amareggiato per l’accanimento con cui un Senatore Napolitano lo accusa di essere il primo responsabile del cattivo funzionamento del sistema politico. Nel frattempo, acutamente avvistata dal Ministro Boschi, ha fatto la sua comparsa anche l’Armata Pokemon Brankaleòn. E’ composta da alcuni professoròn, da gufi selezionati, da oscurantisti senza arte né parte. Manifestano allegria, ancorché contenuta. Alcuni di loro si dirigono verso l’Ufficio Studi della Confindustria che hanno saputo essere frequentato da econometrici burloni. Altri vorrebbero varcare l’Atlantico per rassicurare JP Morgan, Standard and Poor’s , forse Goldmann Sachs, che loro, i Pokemon Brankaleòn, sono jolly good fellows, buontemponi, mica dei Brexiters. Saprebbero rimettere le mani a riforme da rendere, non “meglio che niente”, ma decenti.

Poi, avendo ascoltato il discorso di Mattarella, quasi un carismatico segnale inviato al più veloce capo del governo del XXI secolo, tutti i Pokemon decidono di fare un’incursione al Quirinale. Vogliono proprio vederlo questo Presidente che, si dice, è anche stato relatore di un sistema elettorale, un po’ Mattarellum, ma del quale, pur criticandolo, nessuno ha detto mai “meglio che niente”. E molti oggi dicono meglio della proporzionale, meglio del Porcellum e meglio dell’Italicum. Sarà il caso di stanarlo il Mattarellum di Mattarella?

Pubblicato il 30 luglio 2016

È quel che si poteva fare? Dialogo breve sulle riforme. Pasquino intervista Napolitano

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Il Presidente Emerito Giorgio Napolitano ha accettato di rispondere ad alcune domande di Gianfranco Pasquino, professore Emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna. Siamo onorati di pubblicare in esclusiva questo scambio nella convinzione che sia utile a tutti per farsi un’idea delle motivazioni e delle conseguenze delle riforme costituzionali che saranno prossimamente sottoposte a referendum.

Da due diverse prospettive, lo scienziato della politica di fama internazionale e il politico che ha attraversato da protagonista tutte le stagioni della politica italiana dagli Anni ’50, ci incoraggiano a saperne di più sulla riforma. A tal scopo, vi proponiamo una tavola sinottica degli articoli modificati prima e dopo la revisione, Cancellazioni e modifiche della Costituzione proposte dalla legge Renzi-Boschi, il documento Le ragioni del Sì e l’Appello dei costituzionalisti per il NO.

Contiamo sulla generosità e la disponibilità dei due eccellenti interlocutori per approfondire questioni cruciali qui appena sfiorate: se davvero sarà possibile e facile correggere in seguito gli errori della riforma Renzi-Boschi data la asserita complessità delle procedure di revisione costituzionale, quale dovrebbe essere “la nuova forma di governo parlamentare” di cui parla Napolitano e se già esistono altrove in Europa modelli apprezzabili dai quali imparare.

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Roma 18 luglio 2016

Nella tua lunga esperienza legislativa come parlamentare, come capogruppo, come Presidente della Camera dei deputati, come ministro, come Senatore e, infine, come Presidente della Repubblica, è capitato spesso che il Senato si sia rivelato causa di intoppi, errori, ritardi?

Nella mia lunga esperienza non ho mai considerato il Senato come colpevole di “intoppi, errori, ecc.”; e non è questo né la motivazione né l’oggetto della riforma costituzionale ora sottoposta a referendum. Quel che è in questione è la necessità – da lungo tempo avvertita e argomentata – del superamento di un bicameralismo paritario che, esso sì, è stato causa di gravi disfunzioni istituzionali.

Tralasciando la mancanza di una maggioranza, da attribuire alla legge elettorale, nel Senato eletto nel febbraio 2013, puoi citare dei casi precisi di inconvenienti e ritardi legislativi particolarmente eclatanti?

Gli inconvenienti notori e gravi del nostro bizzarro bicameralismo sono stati quelli del grave ostacolo rappresentato dalla lunghezza e tortuosità del processo legislativo, costretto al fenomeno di navette spesso defatiganti tra i due rami del Parlamento.

E quante volte la doppia lettura ha migliorato la legislazione, magari anche consentendo al governo di imparare, di recuperare e di fare meglio?

Il nostro Senato non è mai stato una seconda Camera “di riflessione” utile per correggere scelte infelici o errori compiuti dalla Camera dei Deputati. Le leggi sono state – sulla base di un meccanismo quasi del tutto casuale – assegnate in prima lettura all’uno o all’altro ramo. E in generale, più che una limpida tendenza migliorativa, quel che ha alimentato la doppia, e magari terza o quarta, lettura, è stata – oltre che la frequente interferenza di manovre di partito e di corrente – una logica di prestigio e concorrenziale tra Camera e Senato per imprimere ciascuno un proprio segno o avere l’ultima parola su ogni legge o almeno su quelle più “sensibili”.

Non pensi che le procedure complesse di richiami e di doppie letture previste nella riforma culmineranno in molte tensioni, in molti scontri, in ricorsi alla Corte costituzionale e finiranno in quella che altrove ho definito deriva confusionaria? – Non temi una varietà di conflitti fra Stato e regioni, fra Camera e Senato, fra i senatori e i consigli regionali che li hanno nominati, fra i sindaci e i loro consigli comunali?

Mi pare gratuito il drammatizzare che tu fai in entrambe queste domande dei rischi di tensioni e di scontri dinanzi alla Corte Costituzionale, e di ogni sorta di conflitti tra poteri e tra soggetti istituzionali. Di fronte a ogni innovazione, la “paura dei pericoli” è puro fattore di paralisi. Quel che della riforma risulterà da correggere alla luce dell’esperienza potrà essere corretto. L’importante è ora non restare bloccati in antiche contraddizioni.

Ritieni opportuno che un Senato di nominati partecipi all’elaborazione e all’approvazione delle revisioni costituzionali? E perché?

Trovo demagogicamente polemico parlare di “un Senato di nominati”. I nuovi senatori, tranne quelli nominati dal Presidente della Repubblica, saranno “eletti” (art.2 della legge di riforma) da Assemblee rappresentative pienamente legittimate dal punto di vista democratico.

Pensi che sia corretto dare al Senato delle autonomie fatto di cento nominati il potere di eleggere due giudici costituzionali? Ti risulta qualcosa di simile per altre seconde Camere non elette dai cittadini?

Puoi su questo punto esprimere dissenso, ma non credo abbia senso il confronto con “altre seconde Camere non elette dai cittadini” in Europa.

E’ opportuno che a rappresentare le autonomie ci siano anche cinque senatori nominati dal Presidente della Repubblica (per meriti sociali, artistici, scientifici e letterari). Dovrebbero avere meriti regionalisti e federalisti oppure competenze europee visto che di Europa dovranno occuparsi?

Il nuovo Senato ha un complesso di funzioni per cui può risultare assai utile il contributo di personalità di molteplici esperienze e competenze, pienamente comprese nella definizione di cui all’art. 3 della legge di riforma.

Non vedo nulla nel pacchetto Renzi-Boschi che riguardi concretamente e direttamente il rafforzamento del potere decisionale del governo? Qual è la tua opinione?

Il ruolo del governo è destinato certamente a rafforzarsi rendendo più spedito, lineare e sicuro nei suoi tempi di svolgimento e conclusione, il processo legislativo. Per non parlare del fatto che si rafforza la stessa possibilità di dar vita ad un governo attribuendo alla sola Camera dei deputati l’investitura, con la fiducia, dell’esecutivo.

Pensi che questo rafforzamento conseguirà dall’Italicum rispetto al quale hai peraltro detto che bisogna attendere “opportune verifiche di costituzionalità”?

Non aggiungo nulla in questo momento a ciò che ho dichiarato in Senato circa l’esigenza di prestare attenzione a preoccupazioni espresse da varie parti sulla legge elettorale “Italicum”.

Ti sei ripetutamente “speso”, a mio parere anche troppo, in difesa e a sostegno di queste riforme. Sono davvero le riforme che avresti fatto tu, capo del governo?

In qualunque mia posizione istituzionale avrei sostenuto una riforma che conduca – per usare una sapiente espressione di Leopoldo Elia – a una nuova forma di governo parlamentare. Ed è questa la direzione in cui va la riforma approvata dal Parlamento.

Infine, una curiosità personale-istituzionale alla quale puoi anche decidere di soprassedere. Fin dalla Commissione Bozzi (1983-85) ho molto detto e scritto e qualcosa ho anche fatto, promuovendo i referendum elettorali, in materia di istituzioni e di leggi elettorali. E’ troppo chiederti come mai non ho ricevuto nessun apprezzamento da te, ad esempio, per la mia battaglia a favore di una legge elettorale davvero maggioritaria come il doppio turno francese in collegi uninominali?

Non ho mai ignorato ma sempre seguito con apprezzamento, come ben sai, le tue iniziative e battaglie. Ma tu ti sei sempre mosso – in quanto studioso temporaneamente (per oltre dieci anni) prestato alla politica e al Parlamento – da libero battitore; mentre io ho sempre operato fino al 1992 da dirigente del PCI, cercando di influenzarne le posizioni e riconoscendomi nelle sue scelte, comprese quelle sostenute nella Commissione Bozzi. Da Presidente della Camera mi adoperai per favorire una riforma elettorale in senso maggioritario e fondata sui collegi uninominali: l’intesa risultò possibile però sul sistema costruito con la legge Mattarella, mentre l’ipotesi del doppio turno alla francese naufragò sullo scoglio della indicazione della soglia (in Francia molto elevata) per l’accesso al secondo turno. E da Presidente della Repubblica ho guardato positivamente al tentativo portato avanti fino all’estate 2012 nella Commissione Affari Costituzionali del Senato per un sistema analogo a quello spagnolo, ma allora tanto il centrosinistra quanto il centrodestra rimasero attaccati all’istituto del premio di maggioranza sia pure – dopo la sentenza della Consulta – ancorato ad una soglia adeguata di consensi ricevuti dagli elettori. Poi questa storia l’ho raccontata al Parlamento nel mio discorso dell’aprile 2013.

Pubblicato il 20 luglio 2016

Referendum costituzionali, forse. Plebiscito, NO

Larivistailmulino

Il Mulino 4/2016 (pp. 635-639)

Consapevoli che una pluralità di situazioni possono rendere indispensabile la revisione di uno o più articoli anche della migliore delle Costituzioni, i Costituenti scrissero con grande cura l’articolo 138. Esclusa dalla revisione costituzionale la “forma repubblicana dello Stato” (menzionata nell’articolo successivo), tutti gli articoli da loro scritti sono suscettibili di revisioni con una procedura non troppo onerosa e con maggioranze diverse. Qualora la revisione costituzionale –i Costituenti non immaginarono che i loro successori avrebbero proceduto a colpi di cospicui pacchetti di articoli: 56 quelli riformati dalla maggioranza di centro-destra nel 2005; 44 quelli riscritti dal governo Renzi nel 2015-2016, invece di osservare pienamente il testo dell’art. 138 che si riferisce a leggi di revisione, al plurale–fosse stata approvata da una maggioranza parlamentare dei due terzi o più in entrambe le Camere non avrebbe potuto essere sottoposta a referendum. Da un lato, è ipotizzabile che i Costituenti ritenessero che una maggioranza di tali dimensioni non potesse non essere rappresentativa delle opinioni popolari; dall’altro, volevano evitare un voto che contrapponesse una minoranza intensa a quell’ampia maggioranza parlamentare finendo per delegittimare il Parlamento. Esito grave, in special modo, in un paese sempre caratterizzato da non troppo latente e sempre strisciante antiparlamentarismo. La non necessità di quorum era chiaramente motivata dalla convinzione dei Costituenti che fosse non solo giusto, ma opportuno, attribuire maggiore potere ai cittadini che, interessati a quella specifica revisione e informatisi, si mobilitassero sia a sostegno di quanto fatto dal Parlamento sia, più probabilmente e più comprensibilmente, contro. Chi partecipa merita un premio. Deve contare di più.

Nient’affatto priva di interesse, politico e istituzionale, è l’indicazione di quali sono i soggetti legittimati a chiedere il referendum costituzionale, nell’ordine: un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. Non figura fra loro né il governo né un Ministro, eventualmente quello delle Riforme Istituzionali, né la maggioranza governativa. Non si tratta evidentemente né di una dimenticanza né di una questione banalmente lessicale. Le revisioni della Costituzione dovevano essere compito precipuo, secondo i Costituenti, del Parlamento. Nulla osta, naturalmente, che nel Parlamento si attivi una maggioranza che coincida/e con quella governativa, ma appare quantomeno bizzarro che sia la maggioranza che ha proposto, formulato, argomentato e condotto a votazione e ad approvazione quelle revisioni a chiedere, non avendo nessun obbligo, un referendum. Invece, è facilmente possibile individuare le credenziali e le qualità di ciascuno dei tre soggetti legittimati a chiedere il referendum costituzionale. I parlamentari appartenenti ad una Camera hanno preso parte alle deliberazioni su qualsivoglia revisione. Sono, per così dire, informati dei fatti (non resisto ad aggiungere “e dei misfatti”). Hanno appreso le motivazioni espresse dai revisionisti. Hanno contro-argomentato. Ritengono di avere valide critiche e controproposte da sottoporre agli elettori. Possono persino pensare che, in ogni caso, è giusto portare all’attenzione degli elettori e dell’opinione pubblica quanto è stato fatto per illuminarne le conseguenze che, loro, evidentemente considerano negative. Quest’opera di pedagogia costituzionale, che sarà sicuramente contrastata dai revisionisti, è destinata a fare crescere la, com’era evidente allora e come, purtroppo, è ancora fin troppo vero oggi, scarsa, inadeguata, manipolabile, conoscenza dei cittadini italiani della loro Costituzione.

Già legittimati a chiedere il referendum abrogativo di leggi ordinarie, cinquecento mila elettori, forse “convinti” dai loro partiti (i quali, però, da qualche tempo hanno perso la capacità di raggiungere così tanti cittadini e, infatti, si esercitano negli inviti al più facile, ma deprecabile, astensionismo), forse guidati e coordinati da una pluralità di associazioni, accettano di sfidare la maggioranza parlamentare che ha prodotto revisioni da loro considerate inaccettabili. Infine, in una Costituzione che aveva cercato di alleggerire il centralismo e di favorire il regionalismo, apparve opportuno affidare anche ai Consigli regionali, sperabilmente meglio capaci di interpretare aspettative e desideri dei loro elettori, la possibilità/facoltà di chiedere il referendum costituzionale.

Riesce davvero difficile ipotizzare che quei parlamentari, quei cinquecentomila elettori, questi cinque Consigli regionali investano energie, tempo, denaro per confermare revisioni costituzionali invece di attendere che siano effettivamente gli oppositori a esporsi e a prendere l’iniziativa. Il referendum costituzionale non ha bisogno di nessun aggettivo, ma, se si vuole utilizzarne uno, il più appropriato e calzante è sicuramente “oppositivo”: contro le modifiche approvate. Solo dopo il voto, è plausibile utilizzare l’aggettivo “confermativo” se, in effetti, l’elettorato ha approvato le revisioni. Ma l’aggettivo s’ attaglia all’esito che conferma le revisioni non al referendum in quanto tale. Chiaro è, tuttavia, e molto deplorevole l’intento manipolatorio, quand’anche derivato da semplice, ma inescusabile, ignoranza, di coloro che insistono a usare l’aggettivo confermativo.

Quasi fin dall’inizio del percorso che ha portato alla modifica di molti articoli della Costituzione italiana sia il Ministro Maria Elena Boschi sia il Presidente del Consiglio Matteo Renzi hanno ripetutamente dichiarato che avrebbero sottoposto le revisioni approvate al vaglio referendario. Il grido di battaglia è stato quasi immediatamente trovato: il capo del governo ci mette la faccia e ci scommette la carica. Se il suo referendum non verrà approvato si dimetterà e uscirà dalla politica. Tecnicamente siamo di fronte ad una minaccia o ricatto plebiscitario.
I referendum chiesti sulla propria persona (l’obiezione che in ballo sono revisioni sostanziali che faranno funzionare meglio il sistema politico a tutto vantaggio dei cittadini italiani è assolutamente fuori luogo) dai capi di governo sono senza eccezione alcuna plebisciti. Affermando che il voto referendario riguarderà la durata del governo e potrebbe portarlo alle dimissioni, il capo del governo inserisce un elemento del tutto estraneo all’oggetto del referendum. Tenta di manipolare l’opinione pubblica spostandone l’attenzione e influenzandone il voto.

Sconsiglio vivamente di ricorrere all’esempio del referendum francese dell’aprile 1969 sulla regionalizzazione e sulla riforma del Senato fatte da de Gaulle (la cui statura politica già dovrebbe scoraggiare paragoni) poiché, se è vero che il Generale-Presidente della Repubblica, ritenendosi sconfessato dal “no” dell’elettorato, si dimise, è altrettanto vero che non aveva affatto promesso anticipatamente quelle dimissioni se l’elettorato non avesse approvato le sue riforme (approvò quella della regionalizzazione). Sconsiglio altresì di evitare il paragone con il referendum sulla scala mobile del 1985 per tre buonissime ragioni. Prima ragione: il referendum fu chiesto dal Partito Comunista di Enrico Berlinguer (che non ebbe il tempo per revocarlo) e non dal Presidente del Consiglio Bettino Craxi. Seconda ragione: il referendum riguardava l’eventuale abrogazione di una legge ordinaria senza nessuna implicazione di aumento dei poteri del governo e del suo capo. Terza ragione: Craxi non preannunciò e non fece una campagna carica di motivazioni plebiscitarie. Si limitò ad affermare che, abrogata una legge cruciale per la sua attività di governo, ne avrebbe tratto le conseguenze istituzionali e politiche.

Quanto ai due referendum costituzionali del 2001 e del 2006, entrambi contengono elementi interessanti, nessuno dei quali giustifica le implicazioni plebiscitarie del referendum prossimo venturo. Nell’ottobre 2001, quando si tenne il referendum sulla revisione del Titolo V della Costituzione, il centro-sinistra che aveva fatto quella brutta operazione e aveva anche, forse a causa di una grande coda di paglia, chiesto un referendum per mostrare che il “popolo” approvava quella revisione, aveva già perso le elezioni politiche. Nessun capo di governo, ma neppure nessun capo partito poté intestarsi quel successo tanto facile e prevedibile quanto assolutamente inutile. Conforme al dettato costituzionale è stato il referendum del giugno 2006. Chiesto dal centro-sinistra contro le revisioni costituzionali formulate e approvate dalla maggioranza di centro-destra (56 articoli modificati), il referendum costituzionale, per il quale nessuno adoperò l’aggettivo confermativo, essendo ben altre le conseguenze desiderate e prevedibili, ebbe uno svolgimento da manuale. Il 61 percento del 52 per cento di elettori andati alle urne bocciò le riforme. Neppure in questo caso, vi furono politici, capi di partito o governanti (nell’aprile 2006 l’Unione, vinte le elezioni, era fortunosamente tornata al governo) che sfruttarono la campagna elettorale per accrescere il loro prestigio e/o potere politico e per intestarsi la vittoria.

Al discorso fin qui condotto sul referendum costituzionale e i suoi usi propri e impropri non può mancare un riferimento alle conseguenze politiche sia della campagna elettorale sia, ma solo in parte, dell’esito. Infatti, il Presidente del Consiglio, indossando i panni di segretario del Partito Democratico e annunciando la Costituzione dei Comitati per il “Sì”, ha fatto un’affermazione molto impegnativa. Ha dichiarato a chiare lettere che da quei Comitati uscirà la nuova classe dirigente del PD. Il messaggio ha due, forse tre, destinatari: i renziani e gli oppositori interni, le minoranze, ma anche qualche volonteroso”esterno”. I renziani entreranno in competizione fra loro e dal loro impegno, dalla loro devozione, dalla loro applicazione della linea verranno giudicati. Le minoranze interne dovranno subito abbandonare qualsiasi riserva (che, peraltro, rientrerebbe appieno nell’assenza del vincolo di mandato e del voto di coscienza, … se l’avessero espresso a suo tempo) sulle revisioni costituzionali, sulle quali hanno tenuto comportamenti tanto ondeggianti quanto sterili, per non correre il rischio di essere esclusi dalle candidature alle prossime elezioni che, sull’onda di una conferma plebiscitaria, potrebbero avvicinarsi. Ma, e qui sta il terzo destinatario, ai parlamentari, non facenti parte della maggioranza, ma accorsi in suo soccorso, che avranno predisposto e fatto funzionare Comitati per il “Sì”, Renzi promette che non lesinerà riconoscimenti e ricompense. Anche in questo modo si precostituisce un Partito della Nazione. Anche così viene in essere la prossima maggioranza parlamentare. Sono conseguenze da non trascurare dei molti usi di un referendum costituzionale trasformato in plebiscito.

 

La “riforma” che moltiplica gli inciuci

Il fatto

Le capacità di elaborazione politica del Presidente del Consiglio sono costantemente sorprendenti, in negativo. Anche se cerca di personalizzare al massimo non si trova mai solo. Il corteo dei corifei è affollatissimo. Hai visto mai che ci scappa qualche posto in Parlamento, alla Corte Costituzionale, in qualche Comitato, persino alla direzione di qualche quotidiano o come editorialisti dell’Unità e altro, e così via. Il più recente e, per il momento, più elevato picco di elaborazione concettual-politica è stato raggiunto, da un lato, con l’accusa ai sostenitori del NO al plebiscito costituzionale di essere degli “inciucisti”, dall’altro, al suo fiero rivendicare un convinto bipolarismo. Inciucista, forse, dovrebbe essere più appropriatamente definito chi le revisioni costituzionali e la legge elettorale le ha confezionate con Berlusconi sulla falsariga di quelle fatte da Berlusconi stesso nel 2005 (e bocciate da un referendum costituzionale). Comunque, le revisioni costituzionali renzianboschiane non hanno nulla a che vedere con il bipolarismo. L’abolizione del CNEL condurrebbe ad una competizione bipolare serrata, intensa, decisiva? Meno senatori, per di più non eletti, ma designati dai consigli regionali, darebbero una spinta possente al bipolarismo all’italiana? La maggiore facilità con la quale una maggioranza parlamentare premiata dal bonus previsto nell’Italicum si eleggerebbe il suo Presidente della Repubblica sarebbe l’epitome del bipolarismo? Per dirla con un’espressione che Renzi, Boschi e Verdini capiscono benissimo, sono tutte bischerate.

La verità è che l’inciucista di fatto è stato Renzi e che il bipolarismo non abita affatto nelle sue revisioni costituzionali, approssimative e sconclusionate. Nella pratica, Renzi ha già seppellito il bipolarismo favorendo aggregazioni al centro di cui Verdini è diventato, grazie alle sue capacità manovriere, l’emblema assoluto. Il Partito della Nazione, a seconda dei casi e dei contesti, agognato e sconfessato, andrà a collocarsi al centro, assorbendo tutto il possibile che, nel paese che ha dato vita al trasformismo, è sempre moltissimo, e impedirà qualsiasi competizione bipolare e qualsiasi alternanza di governo. Se le revisioni costituzionali sono più o meno neutre quanto al bipolarismo, semmai più prone a consentire inciucismo, la legge elettorale è il vero cavallo di Troia degli inciucisti. Infatti, impedendo la competizione fra coalizioni al primo turno e proibendo qualsiasi apparentamento al ballottaggio, potrà avere due effetti prevedibili. Da un lato, al primo turno vi sarà un notevole spappolamento di liste che, grazie alla soglia del 3 per cento, mireranno semplicemente a conquistare qualche seggio. Dall’altro, al ballottaggio i due partiti/liste rimasti in campo saranno inevitabilmente costretti a cercarsi alleati che troveranno con promesse che, pudicamente, definirò elettorali.

Allo stato della distribuzione delle preferenze politiche, la competizione elettorale non ha nessuna possibilità di essere bipolare. Sarà inesorabilmente tripolare. In Parlamento, chiedo scusa, nella Camera dei deputati, il partito vittorioso non soltanto dovrà fare i conti con due opposizioni, ma sarà anche costretto a pagare il conto degli aiutini ricevuti nel ballottaggio. Se mai al ballottaggio vincesse il Movimento 5 Stelle, le opposizioni PD e variegati rappresentanti del centro-destra opererebbero in maniera autonoma e separata oppure si coordinerebbero in un comunque deplorevole inciucino? Con la vittoria del PD ci sarebbero un’opposizione di destra e un’opposizione pentastellata. In che modo tutto questo possa essere definito e riesca a costituire bipolarismo è un mistero nient’affatto glorioso. Al di là dell’Arno, in Europa altre leggi elettorali hanno consentito efficaci bipolarismi e li mantengono, robusti e vibranti. L’Italicum è la legge molto parrocchiale (coerentemente con il nome) a favore del Partito della Nazione, versione molto deteriore di quello che fu la Democrazia Cristiana (semmai, interclassista perché “partito di popolo”). Pubblicato il 21 maggio 2016

Testo ancora attuale. Va usata con prudenza

articolo 1 testata

Intervista raccolta da Valentina Bombardieri per L’Articolo 1 Anno II, numero I-II, 2016

Come dice nel suo libro “La costituzione in 30 lezioni”: “Nessuna Costituzione può essere capita se non se ne conoscono le origini, storiche e politiche. Nessuna Costituzione può essere analizzata e interpretata in maniera illuminante e convincente se non la si colloca nel suo contesto politico. Infine, nessuna modifica di qualche valore e durata può essere introdotta con successo da chi non conosce e non comprende la dinamica delle forze e delle (debolezze) politiche”. Quali sono stati secondo Lei i sentimenti, le spinte e le motivazioni che hanno portato alla nascita della Costituzione Italiana?
In primo luogo una costituzione, nel momento in cui veniva ricostruita la democrazia italiana, era assolutamente necessaria. Non si poteva mantenere in vita lo Statuto Albertino, promulgato nel 1848 e rimasto in vigore anche durante il fascismo. C’era un obbligo politico, prima ancora che costituzionale e forse anche morale. Bisognava garantire alla Repubblica che stava nascendo un nuovo un patto fra cittadini e fra cittadini e istituzioni. In secondo luogo c’era la necessità di ristabilire i rapporti fra i partiti che si erano dipanati in maniera molto diversa prima del fascismo, fino al 1921-1922. I Costituenti dovevano fare i conti inoltre con una società che non conoscevano in quanto “atomizzata” da vent’anni di fascismo: il regime, infatti, aveva consentito solo alla Chiesa Cattolica di svolgere attività sociale e, sotterraneamente, politica. Bisognava quindi che la Costituzione incoraggiasse la partecipazione dei cittadini; cittadini che non si conoscevano poiché il fascismo aveva impedito qualsiasi forma di comunicazione. Questi tre “imperativi” hanno spinto alla stesura piuttosto rapida: i costituenti impiegarono solo un anno e mezzo per elaborare un documento che rimane di grande rilievo.

Quale modello di democrazia puntavano a costruire i Costituenti del 1946 e quale modello di democrazia emerge dalle riforme approvate ora in Parlamento?
Nel 1946, quando i Costituenti vennero chiamati a individuare un modello di democrazia da dare all’Italia Repubblicana e Democratica esisteva fondamentalmente un unico punto di riferimento a cui rivolgersi, cioè il modello francese della IV Repubblica: non conoscevano le democrazie scandinave, che hanno la particolarità di avere a capo dello Stato un monarca né potevano imitare l’inimitabile modello inglese, una monarchia e una democrazia parlamentare direi quasi eccezionale nel panorama mondiale. Avrebbero potuto ispirarsi agli Stati Uniti, una repubblica presidenziale e, infatti uno di loro, Piero Calamandrei, grande giurista del Partito d’Azione, suggerì di guardare al di là dell’Atlantico ma alla fine i Costituenti volsero lo sguardo verso la Francia, che era il paese più vicino, più simile all’Italia anche dal punto di vista della struttura del sistema dei partiti. Costruirono quindi una forma e un modello parlamentare tradizionale o se vogliamo classico. Da qui conseguirono una serie di nodi e problemi che i costituenti sapevano sarebbero giunti al pettine, motivo per cui scrissero l’articolo 138 che consente le modifiche del testo costituzionale. Non mi è chiaro, invece, qual è il modello di democrazia parlamentare, se davvero la si può ancora definire così, che le riforme del governo Renzi vogliono creare. Vedo un rafforzamento notevole della figura del Presidente del Consiglio e un rafforzamento del partito che vince le elezioni, perché potrà contare su un premio cospicuo a livello di seggi. Vedo il de-potenziamento di alcune strutture a cominciare dal Senato ma non va molto meglio al Referendum; vedo un ridimensionamento del ruolo del Presidente della Repubblica. Qualcuno dice che oggi ci troviamo davanti a una forma neo-parlamentare: sinceramente non credo proprio. Ciò che si intravvede è soprattutto confusione e la mancanza di una visione sistemica. Al momento non sappiamo che tipo di democrazia si realizzerà nel nostro Paese nel momento in cui queste riforme passeranno con successo al vaglio referendario.

Lei ha parlato di Piero Calamandrei, che di quella Costituzione fu uno dei padri più attivi, secondo lui le leggi fondamentali devono essere presbiti e non miopi. Il rischio dell’attuale processo riformatore non è proprio quello di essere miope, cioè di inseguire pulsioni che caratterizzano l’attuale momento storico senza, però, fare i conti con quello che potrà avvenire tra venti o trent’anni?
Da un lato sono miopi perché guardano all’interesse di brevissimo periodo, sostanzialmente direi alle prossime elezioni politiche 2018 o a quelle successive del 2023, sempre che ci si riesca ad arrivare. Dall’altro lato queste riforme sono cieche, perché non hanno saputo e non hanno voluto guardare o forse non sono in grado di farlo, alle esperienze europee che funzionano. Non hanno importato nulla dai paesi europei che sono governati bene. Per esempio il Senato poteva benissimo essere riformato semplicemente adottando il modello tedesco del Bundesrat, invece si è fatto un “pasticcio”. Quello che viene dalle riforme di Matteo Renzi e Maria Elena Boschi non è il senato francese e non è il Bundesrat tedesco, è solo un errore di cecità istituzionale. Bastava guardare alle leggi elettorali che funzionano, invece si è preferito prendere a riferimento la legge spagnola che sicuramente funziona ma non è una delle leggi migliori in circolazione; al contrario, si sarebbe potuto guardare al sistema tedesco o francese. Perché per funzionare una legge elettorale non è che debba far vincere per forza chi piace a noi. Si è creato così l’Italicum che è “unicum”, non un modello europeo ma solo provinciale. Anche questo è un evidente segno di cecità, non riuscire a guardare al di fuori dei confini italiani evitando così di riproporre quanto di buono si possa trovare altrove. Personalmente penso che qualche volta le imitazioni sociali sono molto utili. Per esempio, per quanto possa sembrare controverso, le primarie importate dagli Stati Uniti secondo me hanno dato dei buoni esiti nel contesto italiano e hanno in qualche modo rinvigorito la democrazia e la partecipazione in questo paese.

Sempre Calamandrei era convinto che le Costituzioni si costruivano pensando più alle minoranze che alle maggioranze. Da questo punto di vista, a partire da Berlusconi, non si è affermata nel nostro Paese quell’idea di “dittatura della maggioranza” che sembra aver contaminato anche la riforma attualmente approvata?
Sì, è un brutto precedente quello di Berlusconi il quale però nonostante le sue “pulsioni” da imprenditore che decide cosa si fa e cosa non si fa, alla fine non è riuscito a dominare il sistema politico italiano. Renzi ha “pulsioni” molto simili a quelle di Berlusconi, cioè vuole comandare. Il problema nasce perché la democrazia non è il luogo del comando ma della formazione del consenso da un lato e dall’altro il luogo della tutela del dissenso; è il luogo dei diritti delle minoranze, che non possono mai essere schiacciati a colpi di voto di maggioranza. Serpeggia anche questo nelle riforme che sono state fatte da Renzi e Boschi e questo produce, non come sostiene qualcuno, una deriva autoritaria ma una deriva confusionaria. Ci troveremo così a dover fare i conti frequentemente con conflitti tra il Senato e la Camera, tra i senatori e le Regioni che li hanno in qualche modo designati, probabilmente anche tra il Presidente della Repubblica e il Capo del Governo. Assisteremo a molti ricorsi alla Corte Costituzionale, non potendo al contempo sorvolare sul fatto che due giudici costituzionali saranno eletti da un Senato che non è stato eletto da nessuno. In questa maniera risulterà estremamente complicato riuscire a costruire un corretto equilibrio tra i diversi poteri.

La nostra Costituzione ha mostrato nel tempo grande spirito di adattamento. Sopravvivendo al crollo del sistema dei partiti, è riuscita a rimanere un punto di riferimento per i diritti civili, il conflitto di interessi, il ruolo del presidente della Repubblica e delle autonomie locali, la libertà di informazione e i principi di solidarietà, affidabile antidoto contro la degenerazione populista. Le ragioni di questo successo?
La Costituzione Italiana è fondamentalmente una costituzione flessibile, non è rigida e non è, come qualcuno dice, ambigua. È un testo che garantisce ampi spazi di elasticità, ad esempio nel funzionamento del Parlamento; il bicameralismo italiano ha consentito alla maggioranza di recuperare una Camera se perdevano nell’altra e al tempo stesso ha dato modo alle minoranze di riuscire a convincere le maggioranze talvolta nel passaggio da una Camera all’altra. È stata elastica perché ha consentito cambiamenti di governo per tutta la prima fase della Repubblica senza che ci fosse il continuo scioglimento del Parlamento: le crisi di governo si risolvevano all’interno della medesima coalizione attraverso la costituzione di “nuove” maggioranze anche solo leggermente diverse. La Costituzione ha dimostrato che un Presidente dotato di competenza politica può svolgere un ruolo molto importante ed è quello che hanno fatto sia Scalfaro che Napolitano nel suo primo mandato, riuscendo a preservare la vivacità del sistema democratico tenendolo sotto controllo anche nei momenti più aspri. Grazie alla sua elasticità, la Costituzione ha assorbito la presenza di due partiti anti-sistema, il Movimento Sociale e il Partito Comunista, obbligandoli prima a giocare le loro carte all’interno del quadro politico e, alla fine, a trasformarsi. Il Movimento Sociale ha dato vita ad Alleanza Nazionale; più difficile stabilire in cosa si sia trasformato il Partito Comunista, ma sicuramente ha “accettato” tutte le regole non solo della Costituzione ma anche quelle informali del sistema economico, del mercato, dei rapporti con l’Europa e, quindi, dell’Unione Europea.

Cosa consiglierebbe a chi intenda riformare la Costituzione?
La Costituzione è un documento sistemico. Di conseguenza occorre prudenza anche quando si interviene su un solo articolo o su una parte di esso, perché le modifiche che a prima vista possono apparire irrilevanti, obbligano a modificare altre parti della Costituzione, a creare e ricreare equilibri. Per esempio il Senato lo si può trasformare imitando il Bundesrat, come già detto prima o lo si può addirittura eliminare, ma nel momento in cui si crea il monocameralismo, che è operazione legittima, allora diventa necessario che la Camera venga strutturata ed eletta in maniera diversa e bisogna intervenire anche sui regolamenti parlamentari, sui poteri del Presidente della Repubblica e sulla possibilità di adire alla Corte Costituzionale. Quello che manca ai cosiddetti sedicenti riformatori contemporanei è una visione sistemica e una conoscenza della storia. La Costituzione non è solo un documento giuridico, è un documento eminentemente politico che rappresenta una società nel momento del suo sviluppo e cerca di interpretarne le linee lungo le quali quello sviluppo avverrà in futuro.

Se la Costituzione è un documento eminentemente politico, qual è l’immagine che il testo attuale ci regala dell’Italia di allora, dell’immediato dopoguerra? E cosa è cambiato? Esisteva in quegli anni un sentimento di appartenenza che ai giorni nostri è venuto a mancare?
Penso che il sentimento di appartenenza non ci fosse ieri così come manca oggi. Negli anni tra il 1945 e il 1960 l’Italia era ancora fondamentalmente un paese rurale, agricolo, con un alto tasso di analfabetismo e un dualismo decisamente accentuato tra Nord e Sud. Poi sono cominciate le migrazioni, dalla metà degli anni Cinquanta sino alla fine dei Sessanta. Quei flussi portano molti italiani del Sud al Nord, nel triangolo industriale, ma anche in alcuni paesi stranieri, come Belgio, Francia, Svizzera e Germania. Ci sono anche flussi migratori che molti hanno dimenticato, quelli dalle zone povere del Veneto verso le grandi città come Milano, Torino e in parte anche Genova. Il Paese, attraversato da questi massicci flussi migratori, diede modo agli italiani di conoscersi e riconoscersi. E’ proprio la conoscenza reciproca che li porta a sottolineare e, semmai, a valorizzare le differenze regionali. Il film migliore per comprendere questa evoluzione è “Rocco e i suoi fratelli” di Luchino Visconti: molte volte i registi interpretano la storia italiana meglio di noi politologi, dei sociologi e forse anche degli economisti. L’Italia di oggi è un paese che di identità ne ha poca e che può trovarla solo attraverso un documento costituzionale che non sia solo ben scritto ma che sia anche analizzato seriamente, che sia insegnato perché l’insegnamento della Costituzione manca. Dobbiamo cercare non di essere più italiani di quel che siamo, ma è necessario che diventiamo europei e cominciamo a comportarci secondo le regole europee, regole che sono più serie e incisive e che sicuramente sono più efficaci delle nostre. L’appartenenza all’Italia andrebbe sottolineata dicendo che siamo europei nati in Italia. Credo che questa dovrebbe essere la nostra stella polare.

Un aspetto che rende il presente molto diverso dal passato è sicuramente dato dal fatto che la Costituzione entrata in vigore nel ’48 venne realizzata da una Assemblea Costituente che era stata eletta con quello specifico mandato; la riforma attuale è stata votata da un parlamento che non ha avuto quel mandato e che, soprattutto, è stato eletto con una legge elettorale dichiarata incostituzionale. Tutto questo incide sulla legittimità se non giuridica, morale del nuovo testo?
Direi proprio di sì. L’elezione di una nuova assemblea costituente avrebbe delegittimato la Costituzione esistente perciò sono stato fortemente contrario a questa ipotesi. Ma questo Parlamento è stato in qualche modo stravolto dalle leggi elettorali, quindi ha una legittimità minore rispetto a un parlamento eletto con un decente sistema proporzionale. Ma ciò che mi preoccupa maggiormente è la trattativa, non condotta alla luce del sole, tra alcuni gruppi che alla fine hanno assegnato un potere eccessivo al Governo. Una costituzione non deve essere scritta dal Governo bensì dal Parlamento. Invece troppo spesso l’esecutivo ha imposto le proprie scelte ai parlamentari di maggioranza premiati da un cospicuo numero di seggi sicuri grazie alla legge elettorale e questo ha prodotto squilibri nel modo in cui la riforma costituzionale è stata costruita. Il Governo ha annunciato che intende chiedere un referendum costituzionale. Ma il referendum non può essere proposto dal Governo, visto che a promuoverlo possono essere solo un quinto dei Parlamentari o cinque Consigli regionali o cinquecentomila elettori. I referendum chiesti dall’esecutivo con il premier che minaccia le dimissioni in caso di esito a lui contrario si chiamano plebisciti. Renzi sta usando una minaccia o un ricatto plebiscitario che secondo me è anche peggiore della riforma che ha fatto.

Un altro bersaglio del Governo sembrano essere i sindacati…
Le organizzazioni dei lavoratori oggi appaiono le strutture burocratiche che meno si sono rinnovate nel corso del tempo. Hanno creato numerose zone di privilegio, forse non hanno capito la dinamica sociale economica complessiva del Paese, cosa è successo in Italia e cosa sta accadendo in Europa, come si sono modificate le aspettative degli Italiani relativamente al lavoro, al tipo e alla qualità dell’impiego, alla stabilità, alle prospettive. Le critiche ai sindacati e ai sindacalisti sono legittime e necessarie. Anzi a muoverle dovrebbero essere gli stessi sindacalisti chiedendo conto di certi comportamenti alle loro centrali organizzative. Però quello che un paese deve comunque tutelare è la possibilità dei lavoratori di organizzarsi e di contrattare. I lavoratori al tavolo del negoziato, sono nella stragrande maggioranza dei casi, la parte debole. Devono quindi essere protetti, agevolati e ben rappresentati da sindacati che oggi però non rispondono pienamente a queste necessità. Dovrebbero rinnovare i loro strumenti di azione perché lo sciopero ha perduto gran parte della sua originaria funzione. I sindacati, insomma, dovrebbero sforzarsi di essere più propositivi e meno oppositivi.

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