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A GESTIRE IL RECOVERY FUND DEVE ESSERE IL GOVERNO CONTE @stati_generali #intervista

Intervista raccolta da Valentina Saini

Professore emerito di scienza politica all’Università di Bologna e Accademico dei Lincei, tra i politologi italiani più ascoltati, Gianfranco Pasquino è un attento osservatore della complessa (quando non convulsa) politica nostrana. Lo abbiamo intervistato per tirare le fila sugli equilibri politici del post-fiducia al Conte bis, e sulle certezze e le incognite dello scenario delicatissimo che a tutto questo fa da cornice: la pandemia da sconfiggere, il Recovery Plan da inviare a Bruxelles, il populismo, i rapporti con l’Unione Europea.

Professore, questo governo Conte è davvero un governo di minoranza come dicono alcuni?

I governi di minoranza sono i famosi “governi balneari”, e ce ne sono stati molti, fanno parte della storia italiana. Poco prima delle elezioni e poco dopo le elezioni c’erano governi che non avevano la maggioranza, ma che sapevano di poter contare sulla benevolenza degli alleati che prima o poi sarebbero entrati nella coalizione di governo.

Ma in merito a questo governo si tratta di una discussione fuori luogo, l’espressione fa parte di un lessico giornalistico che trovo assai fuorviante. Parlare di governo di minoranza significa che si potrebbe anche parlare di governo di maggioranza, il che è una stupidaggine: un governo è tale quando può contare sulla fiducia delle due camere, come sancisce l’articolo 94 della Costituzione. Ciò detto, basta guardare i numeri per accorgersi che attualmente non esiste una maggioranza superiore a quella ottenuta dal governo al Senato.

C’è chi ha fatto notare che “governo di minoranza” è un’espressione che rischia di delegittimare un governo già oggetto di forti attacchi populisti, anche sui social media; è così?

Sì, e infatti la usano tutti gli oppositori del governo. Cercano di delegittimarlo presentandolo come un governo che non rappresenta la maggior parte degli italiani. È un epiteto di cui si può fare decisamente a meno. Vorrei che i commentatori politici facessero un po’ più attenzione alle parole che usano e alle definizioni che affibbiano. Praticamente trovo le stesse parole su giornali diversi, il Corriere non ha parole diverse da Repubblica e qualche volta Repubblica non ha parole diverse da quelle del Giornale. Questo non va bene. Anche perché sono parole sbagliate, tutte incentrate sull’idea che questo non sia un governo eletto dalla gente. Ma non c’è nessun governo che esce dalle urne nelle democrazie parlamentari: i governi sono quelli di coalizione, si formano in Parlamento.

Non c’è dubbio però che il governo esca cambiato da questa crisi. È un governo debole a suo avviso?

Non dimentichiamo che [il vice-presidente della Commissione europea] Dombrovskis, notoriamente un falco, in pratica ha detto: fate attenzione, è questo il governo che deve fare le cose, cioè preparare il piano di ripresa e combattere la pandemia. E siccome Conte è quello che ha ottenuto i fondi, quei fondi li deve gestire un governo guidato appunto da Conte, non da qualcuno che non è in grado di avere dei buoni rapporti con l’Unione Europea.

Si parla moltissimo del tema delle commissioni parlamentari, del fatto che il governo potrebbe trovarsi in difficoltà. In realtà avrà delle difficoltà nelle commissioni solo se Italia Viva voterà con l’opposizione, o no?

Esattamente. Bisogna osservare bene gli elenchi dei componenti delle commissioni e vedere dove Italia Viva può essere decisiva. Stiamo poi parlando solo delle commissioni del Senato, perché alla Camera non dovrebbero esserci problemi. Inoltre io domando: in commissione Italia Viva è disposta a votare regolarmente con il centrodestra? Francamente mi parrebbe esiziale, e comunque inconciliabile con le loro dichiarazioni. Pertanto è un’ipotesi di scuola, come si suol dire, quella per cui il governo avrà dei problemi nelle commissioni, perché 98 volte su 100 Italia Viva o non voterà contro il governo oppure voterà a favore.

A suo avviso qual era l’obiettivo di Matteo Renzi? Perché ha fatto tutto ciò?

Prima di tutto perché pur essendo stato ridotto a più miti consigli non vuole rassegnarsi. Del resto è stato a capo di un partito che ha avuto il 40% dei voti alle elezioni europee del 2014, mentre ora si ritrova con il 2,8%, immagino che ne soffra e che il suo ego megalomaniaco sia in grande difficoltà.

Inoltre tutti o quasi i sondaggi danno Conte al di sopra del 50% del livello di approvazione, cosa che Renzi non ha mai avuto. L’attacco perciò era diretto al presidente del Consiglio, che per di più ricambiava snobbandolo, considerandolo poco più di una puntura di spillo. Questo riguarda i rapporti personali, è vero, ma dobbiamo ricordare a tutti che la politica è un fatto tra persone, per cui il modo in cui le persone si comportano e si valutano è importante.

E a livello politico?

Un primo intento era senz’altro cambiare presidente del Consiglio. Se fosse accaduto Renzi ne sarebbe stato molto soddisfatto. Ma Renzi aveva un obiettivo molto più significativo: scompaginare il PD, la cui maggioranza dei parlamentari, lo sottolineo, sono stati scelti da lui per le elezioni del 2018, quando era ancora segretario del PD. Voleva richiamarli all’ordine, ricordando loro chi li ha candidati e quindi a chi devono essere ancora riconoscenti in qualche modo. E voleva anche scompaginare il Movimento 5 Stelle, non a caso continua a tornare sul Mes sanitario. I 5 Stelle hanno risposto di no al Mes, ma al loro interno qualcuno è disponibile, perché il M5S si sta muovendo verso una piena accettazione dell’Europa. Renzi voleva scompaginare queste due forze e acquisire automaticamente una posizione più rilevante. Un obiettivo che mi pare non abbia conseguito.

Aggiungerei che forse, se lui remasse davvero contro anche nelle commissioni, una parte dei suoi parlamentari non lo seguirebbe più.

Che idea si è fatto di Giuseppe Conte?

Ha dimostrato di essere capace di tenere insieme due coalizioni molto diverse, un pregio non marginale, ed è stato piuttosto vigoroso nel contrastare Salvini, un altro pregio. Nel corso del tempo ha anche dimostrato di avere imparato molto e di continuare a imparare, il che mi pare un ulteriore grande pregio. Siamo in una situazione in cui difficilmente sarei in grado di suggerire un nome diverso, migliore di lui, nel Parlamento italiano o anche nei dintorni.

Il nome di Draghi circola parecchio.

Mario Draghi è certamente una persona di grande intelligenza e grandi capacità, ma di politica, a mio avviso, sa molto poco. Quindi avrebbe la necessità di un periodo di apprendistato, un anno, un anno e mezzo, e non ce lo possiamo permettere. Draghi potrebbe invece essere il commissario alla ricostruzione, potrebbe essere un gande presidente della Repubblica, perché darebbe un’immagine europeista dell’Italia all’estero, ma non è un capo di governo.

L’azione di governo esce ostacolata da questa crisi?

Io credo che i partiti che sostengono il governo sanno che adesso devono essere ancora più attivi, ancora più vigili, incisivi e dinamici. La lezione è questa: dovete saper andare avanti con maggior rapidità. A quel punto anche i parlamentari europeisti di Forza Italia e gli altri sparsi, probabilmente, appoggeranno il governo. Se pensano alle sorti dell’Italia, ma qualche volta anche legittimamente alle loro sorti, è meglio che appoggino questo governo e che dimostrino il loro europeismo anche con il voto. Devo dire che mi ha preoccupato molto il no di Emma Bonino [al voto di martedì sulla fiducia al governo].

Secondo lei in tutto questo quanto conta che a fine luglio inizia il semestre bianco?

Il semestre bianco impedisce di sciogliere il Parlamento, ma se il governo entra in una fase di caos può comunque essere sostituito, anche nel semestre bianco. Peraltro, non vedo l’alternativa, per quanto Giorgetti dica a Salvini che deve essere meno antieuropeista. Questo non basta certo a far cambiare idea a Salvini, e credo che non basterebbe a far cambiare idea neanche alla maggior parte dei leghisti. Che, non dobbiamo dimenticarlo, nascono come indipendentisti, quindi non riusciranno mai a diventare europeisti.

Certo, l’elezione del capo di Stato è una partita cruciale.

Assolutamente sì perché il capo dello Stato viene eletto per sette anni, quindi è la persona che sovrintenderà all’ultimo anno della legislatura in corso, e che darà l’incarico al prossimo Presidente del Consiglio. È davvero uno snodo fondamentale. Fra l’altro perché è necessaria la maggioranza assoluta per eleggere il capo dello Stato e in queste condizioni, visto che contano anche i delegati delle regioni, la maggioranza assoluta non sarà affatto facile da raggiungere.

La posizione sull’Europa dei vari partiti sarà una variabile importante?

Io ho l’impressione che stia per arrivare il momento che Alfiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni indicarono nel Manifesto di Ventotene. Che la linea divisiva non sarà più fra progressisti e reazionari bensì fra coloro che sono a favore dell’unificazione politica dell’Europa e coloro che sono contrari. Non sono sicuro che gli europeisti nel Parlamento italiano ne siano consapevoli, ma se lo sono o lo diventano, allora dovrebbero intraprendere una battaglia vera per spiegare che cos’è l’Europa, quali compiti ha già svolto e quali può ancora svolgere, anche con un’attiva partecipazione italiana. Vorrei che si sviluppasse un’azione culturale intensa, mi piacerebbe anche sentire dagli intellettuali italiani cosa pensano dell’Europa. Vorrei capire se hanno imparato la vera lezione: che fuori dall’Europa non c’è salvezza. Extra Europam nulla salus.

Pubblicato il 22 gennaio 2021 su glistatigenerali.com

Finirà tutto con un rimpastino e con un nuovo Recovery Plan #intervista @ildubbionews

“Un’opzione potrebbe essere quella di nominare Draghi commissario straordinario alla progettazione e all’attuazione del Recovery Plan con ampi poteri, ma cosi facendo si ridurrebbe il peso di conte e dell’intero governo. Sarebbe il colpo finale alla politica.”

Intervista raccolta da Giacomo Puletti

«Se mi chiede una previsione dirò che ormai la strada è aperta verso un piccolo rimpasto che non può essere grande perché altrimenti rischierebbe di far rovesciare la barca del governo»

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica a Bologna si mostra scettico sia di fronte allo scenario di un governo di centrodestra sia a quello di un governo di larghe intese e guida Draghi, e spiega invece che potrebbe finire con un «piccolo rimpasto e significativi miglioramenti del Recovery Plan».

Professor Pasquino, sul tavolo ci sono Conte Ter, rimpasto, elezioni. Glielo chiedo in maniera chiara: come finirà?

Se mi chiede una previsione dirò che ormai la strada è aperta verso un piccolo rimpasto che non può essere grande perché altrimenti rischierebbe di far rovesciare la barca del governo. Ma un piccolo rimpasto non basta: si va verso una ridiscussione significativa del Recovery Plan perché ci sono non pochi punti da discutere, migliorare, affinare.

Credo si cambieranno dunque alcune cariche e molti punti delle modalità con le quali l’Italia chiederà i fondi del Next generation Ue.

Quindi mini rimpasto e miglioramento del Recovery Plan. È una vittoria di Renzi?

È difficile da dire perché non sappiamo esattamente cosa vuole Renzi e forse non lo sa neanche lui. Probabilmente sta cercando visibilità e vuol far credere a voi giornalisti che lui sia padrone del governo perché l’ha creato. Io replico che doveva farlo il 5 marzo 2018 quando invece buttò il suo partito all’opposizione aprendo la strada al governo gialloverde. È una questione di megalomania e visibilità ma su alcuni punti si contraddice molto, come quando dice che bisogna coinvolgere sindaci e associazione di categoria mentre un tempo parlava di disintermediazione.

Si discute su alcune questioni come Mes e servizi segreti. Pensa che il presidente del Consiglio finirà indebolito?

Sul Mes, se Conte lo chiedesse sarebbe una vittoria non solo di Renzi, ma anche del Pd, di Forza Italia e credo di una parte di Leu. Credo sia opportuno chiedere il Mes e forse era giusto farlo anche qualche mese fa. Non sarebbe un indebolimento di Conte ma un rinsavimento. Sui servizi segreti credo che Conte dovrebbe scegliere una persona terza e non tenere la delega per sé. Anche qui, anche altri lo chiedono quindi non sarebbe una vittoria soltanto di Renzi.

Ritiene plausibile un ritorno alle urne?

Credo che si troverà un accordo ma credo anche che sarebbe legittimo pensare a nuove elezioni. Fino a che il presidente della Repubblica può sciogliere il Parlamento e indire nuove elezioni lo scenario è praticabile, non sarebbe un colpo di Stato. Sarebbe certo un errore politico del centrosinistra, del governo e anche di Renzi. Inoltre l’Europa ci guarderebbe con grande sconcerto e pagheremmo un prezzo nei mercati. La stabilità in questo caso è importante. Tuttavia voglio stabilire la legittimità del principi: se Mattarella esplora l’esistenza di una nuova maggioranza e scopre che, nonostante gli sforzi di Salvini, questa maggioranza non c’è, allora dovrà sciogliere il Parlamento. A quel punto bisognerebbe capire se resta in carica l’attuale governo per il disguido degli affari correnti o se si forma un governo elettorale.

Ha parlato di sforzi di Salvini. È possibile una maggioranza di centrodestra nell’attuale Parlamento?

In un ipotetico governo di centrodestra il leader sarebbe Salvini perché la rimonta di Giorgia Meloni non è ancora compiuta. In queste condizioni Salvini sarebbe il capo di una maggioranza formata con l’aiuto dei “responsabili”. Tuttavia questo sarebbe contraddittorio con la narrativa di destra che vuole un governo “eletto dal popolo” ma ribadiamolo: nessun governo è eletto dal popolo, nessun governo esce dal voto. Dal voto esce sempre un Parlamento, nel quale poi i partiti cercano degli accordi.

Ma questi famosi “responsabili” esistono davvero?

Credo che un governo Salvini che raggranella voti in Parlamento non sia un’opzione probabile perché Mattarella chiederebbe la garanzia di una maggioranza assoluta che al momento non esiste.

È una situazione analoga a quella in cui Napolitano negò l’incarico a Bersani che voleva fare “scouting” tra i cinque stelle.

Come ultimo scenario potrebbe tornare di moda un governo di larghe intese, magari a guida Mario Draghi. Cosa ne pensa?

Draghi ha le competenze per utilizzare al meglio gli ingenti fondi che l’Europa ci ha molto generosamente dato, ma al tempo stesso non credo che abbia la forza politica per tenere insieme centrosinistra e centrodestra. A meno che non sia a capo di un “governo del Presidente” fortemente voluto da Mattarella, che ponga come condizione a tutte le forze politiche l’impossibilità di metterlo in crisi, pena il ritorno al voto.

Dunque, come se ne esce?

Un’opzione potrebbe essere quella di nominare Draghi commissario straordinario alla progettazione e all’attuazione del Recovery Plan con ampi poteri, ma cosi facendo si ridurrebbe il peso di Conte e dell’intero governo. Sarebbe il colpo finale alla politica, che verrebbe “sospesa” ancora di più rispetto al governo tecnico a guida Mario Monti.

Come dovrebbe gestire l’Italia i fondi europei?

La risposta è impossibile ma posso confidare alcune sensazioni: in primo luogo, questi fondi debbono guardare al futuro e quindi devono esser usati per cose nuove, non per completare progetti vecchi. In secondo luogo, debbono coinvolgere attività che riguardano soprattutto i giovani, come digitalizzazione, economia verde, istruzione, formazione e ricerca. Da ultimo, bisogna sapere come attuarli, chi farà cosa e in quali tempi. Sarebbe sbagliato escludere la burocrazia italiana dicendo che è vecchia e stanca ma al contrario occorre sollecitare le migliori energie dalla burocrazia. Non è vero che è tutto inefficiente.

Pubblicato il 7 gennaio 2021 su Il Dubbio

Caro Mario, se l’offerta arriva, it’s your choice ma… Firmato Pasquino @formichenews

Draghi dovrebbe essere alla guida di un governo di quale tipo? Tecnico, di unità nazionale, di solidarietà, di grandissima coalizione, “inciucio”, di sospensione della politica, del presidente? Comunque vada sarebbe  subito esposto a due critiche, entrambe sbagliate, ma orientate a metterne in questione la legittimità. Il commento di Gianfranco Pasquino

Nell’autunno del 1974 una decina o poco più di italiani si trovava qualche volta di sabato qualche volta di domenica a Belmont, un elegante sobborgo di Cambridge, Massachusetts, dove abita(va) Sergio Brosio. Nipote di Manlio, famoso ambasciatore e segretario generale della NATO, Sergio era stato più volte campione nazionale di pattinaggio, con ottimi risultati anche a livello europeo. Era un anno avanti a me, sezione A, al Liceo Classico Cavour di Torino, dove avevamo avuto come compagni sia Livio Berruti sia Adelaide Aglietta. Era Sergio che ci ospitava e che ci forniva bevande, thé, pasticcini italiani. Prima e dopo giocavamo al pallone.

Fra noi c’era anche, più giovane di qualche anno, Mario Draghi, già sposato con Serena e, curiosamente, Serena era anche il nome della moglie di Franco Modigliani, futuro Premio Nobel, autorevole Professore di Economia al Massachusetts Institute of Technology, con il quale Mario studiava per prendere il dottorato. Però, come giocatore di calcio Mario non era un granché: lento, poco scattante, troppo riflessivo, riluttante a ostacolare gli avversari e a spingerli. Di politica parlava molto raramente. Sentivamo che non aveva forti passioni. Non era certo un uomo di sinistra quanto piuttosto un moderato. Non gli sentii mai fare riferimento ai partiti, ma ricordo la sua ferma preferenza per il keynesismo temperato. Sergio Brosio era liberale come suo zio. Altri fra noi si collocavano variamente a sinistra (non comunista, se no, non avremmo avuto il visto!), ma nelle discussioni “politiche” Mario brillava per la sua riservatezza.

Da allora ci siamo rivisti brevemente una sola volta, ma abbiamo corrisposto per posta elettronica. La sua competenza economica e il suo coraggio in questo campo sono evidenti e commendevoli. La sua conoscenza della politica, meno che mai quella politicata all’italiana, mi pare embrionale. Da uomo intelligente imparerebbe presto e molto. Credo che, nel frattempo, sia al tempo stesso gratificato e incuriosito, con un sorriso scettico sulle labbra, a sentire che molti lo ritengono il Presidente del Consiglio ideale per eventualmente sostituire (un esausto) Conte.

Chi lo propone sottovaluta, se non addirittura trascura, la moltitudine di inconvenienti sulla strada di Palazzo Chigi. Draghi dovrebbe essere alla guida di un governo di quale tipo, qui le formule si sprecano: tecnico, di unità nazionale, di solidarietà, di grandissima coalizione, “inciucio”, di sospensione della politica, del Presidente? Sarebbe subito esposto a due critiche, entrambe sbagliate, ma orientate a metterne in questione la legittimità: non avere personalmente superato il vaglio elettorale, essere a capo di un governo non scelto dal popolo/non uscito dalle urne.

E poco importa che dal punto di vista della Costituzione italiana le obiezioni siano risibili e fuori luogo. Al momento, molto dipende da chi gli sarà offerta l’opportunità. Molto dalla sua valutazione personale. Non credo che gli piacerebbe il ruolo di “uomo della Provvidenza”. Ciampi nel 1993-1994 conosceva molto più da vicino i politici e il sistema dei partiti era più stabile dell’attuale con la consapevolezza diffusa della gravità della crisi.

Draghi mi sembra sia molto più un outsider. Avrebbe bisogno di notevole aiuto, di una rete di collaboratori non esibizionisti, disposti a grandi sacrifici. Alla fine della ballata, caro Mario, in larga misura, se l’offerta arriva, it’s your choice.

Pubblicato il 19 dicembre 2020 su formiche.net

Il passaggio da Conte a Draghi non è così facile @DomaniGiornale

Siamo arrivati ad un momento di svolta. Forse. Quindi, più che giusto è opportuno che emergano tutte le soluzioni che i politici italiani sanno formulare con grande fantasia e, per l’appunto, con abbondanti dosi di opportunismo. Dopo avere sistematicamente criticato i parlamentari che non appoggiavano la sua richiesta di scioglimento del Parlamento e di elezioni anticipate, accusandoli di essere attaccati alle poltrone, Matteo Salvini ne riconosce l’importanza e offre agli “appoltronati” una luccicante ancora di salvezza. Che almeno una ventina di loro (alla Camera nel Gruppo, variamente, Misto ci sono più di quaranta deputati e al Senato sono più di venti) si dichiari disponibile a convergere sulla formazione di un governo di centro-destra. Salveranno la poltrona e il paese. Dal canto suo, l’altro Matteo, Renzi, pensa molto più in grande. Lui che, capo del governo annunciò la “disintermediazione” ovvero la fine della fastidiosissima concertazione di alcuni provvedimenti legislativi con le parti sociali, adesso chiede che Conte proceda, quantomeno alla consultazione dei sindaci, dei sindacati (sic), delle associazioni di categoria.

   Molti ricordano che con il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 Renzi voleva dare maggiori poteri decisionali al capo del governo. Che i suoi sostenitori insistevano da tempo per innestare nella democrazia parlamentare italiana un mai meglio precisato “premierato forte”. Che, insomma, era ora di avere anche in Italia una “democrazia decidente”. Lo scrisse più volte Luciano Violante a sostegno del referendum e di Renzi. Invece, sembra che siano stati sufficienti due DPCM (Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri) al mese, la maggior parte poi tradotta in decreti approvati dal Parlamento, a fare di Giuseppe Conte un leader autoritario. Invece del premierato forte dobbiamo preoccuparci del “complesso del tiranno”. Un giorno, poi, si dirà di Conte, che “ha fatto anche cose buone”. La priorità è di imporgli tutti i lacci e i lacciuoli possibili: nessuna cabina di regia da lui presieduta, presenza di rappresentanti dei partiti di governo ad ogni stadio e in ogni luogo si deliberi sull’assegnazione degli ingenti fondi NextGenerationEU e, soprattutto, il minor numero possibile di manager e di tecnici che tolgano potere ai burocrati, sempre criticati, oggi da recuperare in pompa magna. A scanso di equivoci, era sbagliata la critica indiscriminata. È altrettanto sbagliato l’affidamento quasi esclusivo ai burocrati della gestione dei fondi.

   Opinionisti e giornalisti hanno dato per spacciato Conte all’inizio dell’estate. Hanno previsto la sua caduta a settembre. Adesso i tempi sono ancora più maturi. La frase “il governo cadrà”, priva di senso se non dice perché e soprattutto quando, continua a essere ripetuta. Conte sembra non curarsi di loro, ma “guarda e passa” e, molto spesso, fa aperture, prende tempo, ricalibra la sua azione. I “cadutisti” s’ impegnano, non proprio brillantemente, a trovare il sostituto. Fanno un’incursione nelle prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica il quale, art. 92 della Costituzione, “nomina il Presidente del Consiglio dei ministri”. Non possono esserci dubbi sul fatto che Mattarella nominerà/nominerebbe chi è in grado di garantire stabilità per quel che rimane della legislatura, due anni e più non è poco, e efficienza, nonché “europeismo”. Non so se questa persona è Mario Draghi, ma il suo nome circola da tempo e riscuote notevoli e pienamente giustificati apprezzamenti che, però, nulla possono dire sulle sue competenze e capacità propriamente politiche. L’elemento a mio parere più inquietante è dato da coloro che criticano, un giorno sì e quello dopo pure, Giuseppe Conte perché non ha nessuna legittimazione elettorale e politica. L’art. 94 della Costituzione non chiede legittimazione elettorale limitandosi saggiamente (perché mantiene aperta la porta della flessibilità, dell’adattabilità e della trasformazione dei governi) a stabilire che “il Governo deve avere la fiducia delle due Camere”. Può benissimo essere che Draghi riuscirebbe a costruire un governo in grado di ottenere la fiducia del Parlamento. Il rischio, però, è che, fin da subito e poi continuamente, sarà accusato di mancare di legittimazione elettorale. Il suo non sarà “un governo uscito dalle urne” come dicono quelli che non sanno e non vogliono imparare che nelle democrazie parlamentari nessun governo esce dalle urne. Retroscenisti e cartomanti continueranno a esibirsi in profezie tanto sbagliate quanto irrilevanti.

Pubblicato il 18 dicembre 2020 su Domani

Cade? Non cade? È già caduto? Cadrà? E chi lo farà cadere? Riportiamo il dibattito sul suo terreno!

Povero Conte: non ha legittimazione elettorale e, allora, sostengono gli intelligentissimi analisti della politica italiana, deve essere sostituito. Forse era già “caduto” prima dell’estate, poi a settembre, forse domani, quasi sicuramente a gennaio 2021. Il sostituto è bell’e pronto: Mario Draghi, la cui legittimazione elettorale mi sfugge. Invece, non mi è sfuggito l’invito di Salvini ad una ventina di parlamentari, che in altri recentissimi tempi lui ha bollato come voltagabbana appiccicati alle poltrone, affinché appoggino un governo di centrodestra. Disperato il Salvini, disperante il Renzi che ha annunciato che il governo Conte cadrà, giustamente irritato il Presidente Mattarella, inquieti gli europei. In nome del popolo italiano.

Conte e le critiche campate in aria

Non fanno un buon servizio alla comprensione della politica italiana tutti coloro che, un giorno sì e quello dopo anche, sottolineano la debolezza del governo Conte 2 e dello stesso Presidente del Consiglio, e annunciano, talvolta anche auspicandole, la sua prossima caduta e la sua immediata sostituzione. Non posseggo capacità divinatorie, ma sono convinto che qualsiasi discussione sulla politica che miri ad essere rilevante deve essere fondata sui fatti e sugli elementi disponibili, eventualmente anche per smentirli. Ne vedo quattro che mi paiono tutti molti rilevanti e solidi. Primo, sono oramai molti mesi che tutti i sondaggi segnalano qualcosa di inusitato. Tanto il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte quanto il governo da lui presieduto godono di un alto livello di approvazione, superiore al 60 per cento e molto più elevato di qualsiasi governo precedente. Conte poi sopravanza personalmente di parecchio tutti gli altri leader politici italiani. Secondo, il Presidente del Consiglio (con il suo Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri) hanno acquisito un alto grado di credibilità nell’ambito dell’Unione Europea e delle sue autorità. Conte si è mostrato preparato e intransigente ed è stato premiato con il più cospicuo pacchetto di prestiti e sussidi accordato ai singoli paesi: 209 miliardi di Euro. Sulla sua capacità di impegnarli e spenderli presto e bene Conte ha opportunamente chiesto di essere valutato a tempo debito. In democrazia si fa proprio così. Terzo, per un paio di mesi, commentatori privi di fantasia hanno fatto circolare il nome di Mario Draghi come il più probabile successore di Conte, già pronto a subentrargli. Nessuno di loro è riuscito ad avere un’intervista con Draghi il quale si è guardato bene dal dichiararsi disponibile. Il grande banchiere sa che l’Italia è una “brutta gatta da pelare” ed è molto probabilmente consapevole che un conto è presiedere la Banca Centrale Europea un conto molto diverso essere catapultato in un sistema politico non possedendo potere politico proprio. Gli altri nomi menzionati, tutti di caratura inferiore a quella di Draghi, costituivano un elenco di uomini (neppure un donna!) noti, ma nulla più. Quarto, anche se ripetutamente il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha sottolineato l’importanza quasi assoluta della stabilità di governo e della continuità della sua azione, quirinalisti e retroscenisti lasciavano trapelare (o si inventavano) una qualche insoddisfazione del Quirinale nei confronti di Palazzo Chigi. Al contrario, esistono molte dichiarazioni di Mattarella che debbono essere interpretate nel senso di una sua grande contrarietà a qualsiasi crisi di governo. Il Presidente della Repubblica non si allontana dalla convinzione che il governo in carica ha l’obbligo politico di formulare i progetti indispensabili per usufruire dei fondi europei ed è il meglio attrezzato a farlo. Le critiche giornalistiche e politiche a Conte continueranno. Sarebbero meno campate in aria se tenessero conto di qualche fatto.

Pubblicato AGL il 30 settembre 2020

Conte fa bene a tacere. Invece, che dice Draghi? @fattoquotidiano

La riduzione del numero dei parlamentari è stata approvata da maggioranze molto ampie sia per convinzione sia per opportunismo. Se verrà confermata dal referendum, dovrà essere giustamente interpretata come una vittoria dei Cinque Stelle (meglio senza balli da balconi). Se gli elettori la casseranno non sarà una sconfitta del governo giallo-rosso e neppure una delegittimazione del Parlamento in quanto tale, ma un segno di sfiducia nei parlamentari che quella riforma votarono senza torcersi il collo. Che il Presidente del Consiglio Conte non si esprima né in un modo né nell’altro è un segno di rispetto della decisione del Parlamento. La riduzione non è una riforma del governo. Anzi, in generale, le riforme costituzionali dovrebbero sempre essere ascritte al Parlamento. Quando le fa e le impone un governo ne seguono distorsioni partigiane, come per la riforma a opera della maggioranza di centro destra nel 2005 e come per il quasi plebiscitarismo di Matteo Renzi nel 2016. Conte ha, non il diritto, ma la facoltà di non impegnare nel voto referendario né se stesso né la sua maggioranza. La controprova è che se si esprimesse ne conseguirebbero critiche immediate e copiose sulla sua, ovviamente definita grave, ingerenza. Qualsiasi riforma della Costituzione riguarda tanto i legittimi rappresentanti del “popolo” quanto gli elettori i quali, grazie alla saggezza dei Costituenti che, non reputando infallibili e impeccabili i parlamentari, formularono l’articolo 138 che disciplina il referendum costituzionale. Avete un bel chiamarlo “confermativo”, aggettivo che non si trova nella Costituzione. L’esito potrà anche essere tale, ma più correttamente questo tipo di referendum meriterebbe l’aggettivo “oppositivo”. La riforma c’è. Si mobiliti e vada a votare, non c’è quorum, chi a quella riforma si oppone.

Tuttavia, Conte non può stare tranquillo. Anzi, sostengono tutti coloro che lo hanno accusato di iperpresidenzialismo e di volere inaugurare una deriva autoritaria, neppure doveva andare in vacanza. Certo, dovrebbe esprimersi un po’ su tutto, a cominciare dalla scuola e dai trasporti. Noi sappiamo che con qualche sua dichiarazione tempestiva avrebbe potuto impedire il Covid-19 nelle discoteche, a cominciare da quella che ci sta più a cuore: il Billionaire. Adesso, Conte è giustamente in declino di popolarità. Secondo Diamanti, che dovrebbe essere un po’ più raffinato nell’interpretazione, Conte è in picchiata, sceso da 65 (quota inusitata per i Presidenti del Consiglio italiani) a 60 punti di approvazione. Se non sente sul collo il fiato di Mario Draghi, giunto addirittura a 53 punti, glielo dicono i giornalisti. Quelli bravi, fra i giornalisti, aggiungono subito che oramai è quasi fatta: Conte sarà presto sostituito proprio dal Draghi. Qualcuno, specie fra gli studiosi di comunicazione, potrebbe fare notare che la popolarità di Draghi è rimbalzata, non tanto dopo il suo discorso al Meeting di Rimini (dove di discorsi di alto livello se ne sono ascoltati davvero pochi) quanto dalla eco che, in mancanza di meglio o semplicemente di altro, gli hanno dato i mass media.

All‘insegna del “farò soltanto debito buono” oppure citando un famoso proverbio di Francoforte “il debito buono caccia il debito cattivo”, SuperissimoMario si scalda dietro le quinte pronto a formare un governo? Come? Innestato sull’attuale maggioranza che dà il benservito a Conte, il più efficace punto di equilibrio fra i gialli e i rossicci (e fra l’Italia e l’Unione Europea)? Oppure dando vita nell’attuale parlamento ad un governo di unità nazionale che cozza contro tutte le, pur sbagliate, critiche del centro-destra che stigmatizza i governi “non votati dal popolo”? Comprensibilmente, Meloni si chiamerebbe subito fuori per granitica coerenza, per lucrare sulla inevitabile e giusta rendita di opposizione e per (ri)lanciare in suo non meglio precisato presidenzialismo. Nel frattempo, però, poiché il gossip domenicale non si ferma qui, è chiaro che da Mario Draghi vorremmo sapere non soltanto come investire nel Mezzogiorno, promuovere le donne, preparare un futuro migliore per i giovani (praticamente i punti deboli del consenso elettorale che il PCI sottolineava regolarmente), ma, soprattutto, come voterà al referendum costituzionale. Insomma, sarà anche bravo Draghi, ma il test, la cartina di tornasole è che lui dice sì o no, mentre il Conte tace. O tempora o mores.

Pubblicato il 1° settembre 2020 su Il Fatto Quotidiano

Bettini o grillini, la democrazia nei partiti sarebbe utile. Sostiene Pasquino @formichenews

Dipendiamo dal pensiero di Goffredo Bettini per apprendere dove va e dove deve andare il Pd e dove andrà il sistema politico italiano. Qualcuno si faccia sentire spiegando quali sono i processi decisionali del partito, quali le strutture coinvolte, quali le modalità

Non mi sono noti i processi decisionali dei partiti/corsari protagonisti della politica italiana di cui discorre da par suo Sabino Cassese sulle pagine del “Corriere della Sera” (21 agosto 2020). So, però, che soltanto i corsari che avevano successo continuavano nella loro leadership, ma spesso c’erano ammutinamenti, ammirevoli richieste di democrazia (sic) partecipata e deliberativa. Non sono un grande estimatore di piattaforme decisionali le cui procedure non sono proprio trasparenti e i cui esiti non sono verificabili. Prendo, però, positivamente atto che il numero di aderenti al Movimento 5 Stelle che votano è regolarmente calcolabile in parecchie migliaia. Sono cifre che il Corsaro Nero, il mio preferito, non ha mai conseguito. Sono cifre che nessuno degli attuali partiti corsari è in grado di ottenere tranne il Partito Democratico quando organizza in maniera decente le primarie. Poi, succede che a un segretario così eletto, Nicola Zingaretti, venga contrapposto come potenziale successore un Presidente di regione, Stefano Bonaccini, che ha fatto poco più del suo dovere politico (e istituzionale): vincere da incumbent la rielezione nella regione Emilia-Romagna.

Primum vincere, sono d’accordo, ma talvolta persino i corsari si davano qualche obiettivo mobilitante aggiuntivo. Leggo che le scelte qualificanti del Partito Democratico sono state prese in maniera, lo scriverò pudicamente, irrituale. L’alleanza di governo con le Cinque Stelle è il prodotto della fervida immaginifica azione dell’ex-segretario Renzi, colui che il 4 marzo 2018, senza nessuna consultazione degli organismi dirigenti, buttò il suo partito all’opposizione. Se la memoria mi assiste, non pare ci sia stata un’insurrezione di dissenzienti. Un giorno dell’agosto 2019, lo stesso Renzi, senza nessuna spiegazione, mai il suo forte, dichiarò la fattibilità, anzi, la necessità di un governo con le Cinque Stelle: eroico. Poi, collocati alcuni seguaci al governo fece una scissione, strategica. Epperò, lo stratega vero del Partito Democratico, dicono gli intervistatori dei giornaloni, ma, ieri, anche il bravo Francesco De Paolo e l’autorevolissimo studioso della comunicazione politica Massimiliano Panarari, si sono esercitati nelle esegesi, è l’imponente Goffredo Bettini. Dal suo fervido pensiero variamente esternato dipendiamo per apprendere dove va e dove deve andare il PD e dove andrà il sistema politico italiano.

Ipocritamente elogiato da tutti tranne Marco Travaglio, l’ex-Presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi non ha detto nulla sulla politica italiana. Perché non vuole bruciare sue chances oppure perché non ne sa abbastanza? Almeno l’interrogativo andrebbe/andava posto. Invece, Bettini, commentano De Palo e Panarari, detta la linea al PD. Allora, sì, mi sono preoccupato, comunque, molto meno di quanto mi renda tristemente preoccupato il Covid-19. Il Partito Democratico e il suo segretario si fanno dettare la linea da Bettini, gliela hanno affidata in base a meriti pregressi? Sulla base di successi epocali? Con riferimento a mandati congressuali?

Alcuni “antichi” studiosi di scienza politica si sono regolarmente posti il problema della democrazia nei partiti. Deve esserci eticamente. Deve esserci programmaticamente. Deve esserci perché serve. Affari del PD, direbbe qualcuno. In parte, sì; ma né un partito eterodiretto da strateghi né, anche se meglio, quello pilotato da Rousseau, sono da considerare soluzioni ideali. Sappiamo che il problema dei partiti più o meno corsari è che non capiscono e non riescono a rappresentare la complessità, spesso positiva, del loro elettorato. Allora, Bettini rilasci tutte le interviste che vuole. A corto di riflessioni, “Repubblica”, “Corriere” et al. le pubblichino, ma dal PD qualcuno si faccia sentire spiegando quali sono i processi decisionali del partito, quali le strutture coinvolte, quali le modalità. Non oso dire quale la visione del mondo… È il minimo per un Partito sedicente Democratico. Lo dovrebbe desiderare anche Bettini. Renderebbe più salaci le sue interviste e, chi sa, farebbe avanzare un dibattito politico da tempo dolorosamente asfittico.

Pubblicato il 22 agosto 2020 su formiche.net

Regionali, cosa mi aspetto dai candidati. Scrive il prof. Pasquino @formichenews

Chi vuole uno Stato delle autonomie deve volere anche e (quasi) subito dimostrare che la sua autonomia la sa esercitare, per esempio, avendo già speso nella sua interezza i vecchi fondi europei, e rendendo meglio preparata, più snella, più efficace la burocrazia regionale. Il commento di Gianfranco Pasquino

Mi pare sia già cominciata in tutte le regioni che voteranno, se confermato, il 20 settembre, una articolata e approfondita riflessione sui temi della campagna elettorale al tempo del Covid-19. Gli acutissimi retroscenisti del Corriere della Sera e de Il Giornale e gli austeri (sic) commentatori de La Stampa e di Repubblica hanno smesso di annunciare la fine del governo Conte. Si sono dedicati da par loro, o mi sbaglio?, a sollecitare i Presidenti che si ricandidano e i loro sfidanti che, come minimo, delineino un progetto di regione. Par condicio: infatti, non c’è nessuna ragione per essere meno esigenti con le autorità regionali di quello che si chiede a Conte e al suo governo. D’altronde, se, finalmente, a livello nazionale, qualcuno, sarà forse proprio il presidente Conte, fra una conferenza stampa e quella successiva?, saprà tirare le somme e fare la sintesi delle proposte formulate agli Stati Generali, vedremo il progetto di rilancio del Paese per i prossimi numerosi anni.

Altruisticamente, Conte lavora per il suo successore a Palazzo Chigi – per i nomi bisogna chiedere ai retroscenisti senza accontentarsi di quello di Mario Draghi e, neppure, di Carlo Cottarelli. Il suo Progetto di Rilancio dovrebbe contemplare la chiarissima individuazione dei settori portanti, l’indicazione degli interventi, dei tempi, dei costi e dei vantaggi e anche del coordinamento con le regioni. Se, infatti, terminata la davvero penosa melina sull’accettazione dei 36/37 miliardi di Euro del Mes si deciderà di investire nelle spese sanitarie dirette e indirette, le regioni dovranno necessariamente essere coinvolte. Dovranno dire quanti fondi desiderano e come li spenderanno, magari investendo non solo in assunzioni e strutture, ma anche nel settore bio-medicale che è un’eccellenza nazionale. Ascolteremo almeno EmilianoToti e De Luca spiegare come stanno rendendo digitale e verde la loro economia? Naturalmente, finita, almeno temporaneamente, la vertenza sulle modalità di riapertura delle scuole, da tutti, uscenti e candidati, saremo prontamente informati delle criticità e dei successi nonché degli obiettivi di miglioramento.

Nella pandemia a molti, me compreso, è parso che lo Stato si sia visto riconoscere quel ruolo centrale nella mobilitazione, nella assegnazione e nella distribuzione di risorse al quale nessun mercato potrebbe mai supplire. Ai candidati alle cariche di governo regionali sembra più che lecito chiedere se vorranno usare il loro potere in chiave interventista e se, all’uopo, sanno già come riformare e rendere più dinamiche le rispettive burocrazie regionali. Non è soltanto la burocrazia “nazionale” a costituire la palla al piede di governi che già non sono vivaci, iperattivi, decisionisti. Chi vuole uno stato delle autonomie deve volere anche e (quasi) subito dimostrare che la sua autonomia la sa esercitare, per esempio, avendo già speso nella sua interezza i vecchi fondi europei, e rendendo meglio preparata, più snella, più efficace la burocrazia regionale. Poi, con gli apporti decisivi di Di Battista e Scalfarotto, di Azione di Calenda, proiettata dai sondaggi di Pagnoncelli ad un irresistibile 2,8%, di marmotte e altri graziosi animali, discuteremo di convergenze e di coalizioni e soprattutto di programmi, classico cavallo di battaglia di chi vuole posti. Faites vos jeux.

Pubblicato il 28 giugno 2020 su formiche.net

Come eravamo (normali?)

Ho passato la domenica pomeriggio a prepararmi per la normalità. Ho cominciato con il chiedermi: è normale che i retroscenisti un giorno sì e l’altro anche dichiarino che il governo Conte barcolla, traballa, sta per saltare? E lo dicano da almeno tre mesi riportando non fatti, ma dichiarazioni, gossip, spifferi? Caro Bogie (Humphrey Boghart), non vorrai mica giustificarli dicendo “è la stampa, bellezza”?

È normale che vengano criticati i molti e dettagliati Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri perché danno soldi, contributi, sussidi a pioggia? Ma se il Covid-19 ha colpito tutte le attività del paese, tutti i suoi comparti economici, tutti gli operatori, i sussidi avrebbero con un minimo di “giustizia sociale” dovuto concentrarsi esclusivamente su alcune attività (le mie preferite sono musica, cinema e spiagge) lasciando tutte le altre al bruttissimo destino della scomparsa nella miseria?

È normale che tutti i liberisti, gli sregolati deregolatori, i cavalieri rampanti della flat tax oggi vogliano, fortemente vogliano che lo Stato intervenga qui e là e anche un po’ più in là e comunque di più? È normale che la lentezza nell’applicazione delle regole e nell’erogazione dei fondi sia attribuita come colpa al governo e non piuttosto a una burocrazia irriformata (da nessuno dei precedenti governi, neppure da quello, arrembantissimo, del febbraio 2014-dicembre 2016), e non alle banche?

È normale che qualcuno pensi che c’è bisogno di un governo di unità nazionale, senza spiegare che cosa significa esattamente: todos Ministros? e nessuno getti lo sguardo oltre le Alpi per vedere se da qualche parte in Europa a causa della crisi e come risposta si sia proceduto a dare vita a governi di unità nazionale?

È normale che qualcuno, con un passato da sostenitore del Premierato forte (sic), accusi di deriva autoritaria il Presidente del Consiglio apportando come prove decisive, primo, il suo avere emanato otto o nove DPCM (quattro dei quali già inseriti in decreti-legge che il Parlamento è chiamato a esaminare e votare) e, secondo, avere annunciato quello che faceva in numerose conferenze stampa? Se non avesse fatto così quanto è probabile che il rimprovero sarebbe stato quello di “non averci messo la faccia”?

È normale che qualche giornalista annunci che è molto probabile che la rabbia generata dalla disperazione economica aprirà spazi all’esplosione sociale? Certo, c’è anche chi vola più in alto e sostiene che bisogna creare una nuova classe dirigente. Mai di domenica. Mi ci proverò domattina dopo la tonificante pausa caffè. Poi i sostenitori della nuova classe dirigente si dividono fra quelli che vogliono fare appello a Mario Draghi, che immagino sorridere, con qualche preoccupazione, e quelli che chiedono consigli al decano del Parlamento italiano, Pierferdinando Casini, il democristiano eletto Senatore del Partito Democratico nel collegio di Bologna-Centro, subito passato al Gruppo misto, che nel 2023 festeggerà (se non sarà stato eletto Presidente della Repubblica…) quarant’anni di vita parlamentare. Non dirò nulla su quei parlamentari, alcuni dei quali con un noto passato assenteista, e i loro buonisti di riferimento che si lamentano perché il Parlamento è (stato)chiuso per molto tempo. Potrebbero approfittarne per leggere la Costituzione dove sta scritto, art. 62, secondo comma, che “ciascuna Camera può essere convocata in via straordinaria per iniziativa del suo Presidente … o di un terzo dei suoi componenti”.

Scripta manent. Temo proprio che tutto quello che ho scritto sia normale. D’altronde, uno dei non migliori slogan di conforto al nostro scontento è: “tutto tornerà come prima”. Vorrà dire che non avremo imparato un bel niente, che non avremo fatto, rimango nelle banalità, della crisi “una opportunità per l’innovazione”, la famosa “crisi creativa”. Vorrà dire che non ha fatto la sua comparsa nessuna nuova classe dirigente, operazione che richiede vent’anni di preparazione e, soprattutto, un conflitto/competizione veri, non fra parlamentari cooptati, raccontati da giornalisti che conoscono i fatti e studiano. È ora che qualcuno dica alto e forte che non vuole affatto tornare alla normalità, ma che auspica un po’ di eccezionalità per la quale sarebbe persino disponibile ad impegnarsi. Che sia questo il senso più profondo dello smart working?

Pubblicato il 18 maggio 2020 su paradoxaforum.com