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La Repubblica non può restare appesa a Draghi e Mattarella @fattoquotidiano

“Un lavoro so trovarmelo da solo”. Questa secca frase pronunciata con irritazione da Mario Draghi contiene molti elementi che non debbono essere sottaciuti. Certo c’è anche una sottile e assolutamente comprensibile critica nei confronti di coloro che non hanno voluto o saputo favorirne l’elezione al Quirinale. Soprattutto, però, è un messaggio ai dirigenti dei partiti per quello che fanno e quello che non fanno. Troppo affannati a rincorrere l’ultima dichiarazione di un qualsiasi parlamentare e a soffermarsi su polemichette di corto respiro e poco interesse, troppi commentatori perdono di vista gli elementi strutturali della politica italiana. Alla nascita del governo Draghi, che riduceva notevolmente potere e presenza dei partiti, molti sostennero che all’ombra del governo, i partiti avrebbero avuto modo e tempo per cercare di ridisegnare le loro strategie, ma soprattutto di riorganizzarsi e rimettersi in sintonia con gli italiani. Non è avvenuto praticamente nulla di tutto questo. Al contrario, l’elezione presidenziale ha dimostrato l’impreparazione di tutti i protagonisti e l’inadeguatezza delle loro visioni politiche. Per evitare la cosiddetta “crisi di sistema” il Parlamento ha richiamato il non troppo reticente Presidente uscente facendone quasi un uomo della Provvidenza. L’altro uomo della Provvidenza, ovvero Mario Draghi, insostituibile, ha potuto così continuare alla guida del governo per proseguire e portare a augurabile compimento l’opera di ripresa e resilienza consentita all’Italia dagli ingenti fondi europei.
Personalmente, non credo alla crisi di sistema, ma appendere le sorti della Repubblica italiana alla longevità di Mattarella e al prolungamento di un ruolo politico per Draghi significherebbe comunque, rimanere sostanzialmente nella crisi politica che ha caratterizzato tutta la legislatura in corso. La controprova viene dai partitini, un tempo sarebbero stati definiti “cespugli”, assembrati intorno al centro geopolitico, che la loro convergenza vorrebbero effettuarla sotto la guida di Draghi contando su voti aggiuntivi che, discutibilmente, il nome del Presidente del Consiglio apporterebbe loro. Di idee ricostruttive che scaturiscano da quei cespugli: la “moderazione”? la “fine del bipolarismo feroce”?, proprio non se ne vedono. Nel frattempo, nel centro-destra, che alcuni di loro propagandisticamente definiscono “compatto”, permane una lotta dura per la leadership e soprattutto appare enorme la distanza nelle posizioni relativamente all’Unione Europea. Il campo nel quale si è insediato il Partito Democratico è largo nelle intenzioni, ma non demograficamente in crescita, in attesa di elettori le cui aspettative non vengono soddisfatte da messaggi politici rilevanti e innovativi. Troppo facile parlare di lotta alle diseguaglianze senza indicare con precisione gli obiettivi da perseguire e le relative modalità. Eppure, è proprio dalla ripresa dell’economia che bisogna sapere trarre stimoli per procedere verso la riduzione delle diseguaglianze e l’ampliamento delle opportunità.
La cosiddetta “agenda Mattarella” esplicitata nel discorso del Presidente contiene una indicazione molto significativa concernente il ruolo del Parlamento che non va compresso e schiacciato dal governo, meno che mai a colpi di decreti accompagnati dalla imposizione di voti di fiducia. Quel ruolo potrà migliorare, ma di poco, grazie alla riforma dei regolamenti parlamentari, ma riuscirà ad affermarsi soltanto se i parlamentari saranno eletti con modalità che li liberino dalla sudditanza ai capipartito e capicorrente che li hanno nominati e li obblighino sia a trarre consenso dai loro elettori sia a essere responsabili nei loro confronti. Il cattivo funzionamento del parlamento è la condizione prima e fondamentale che incide sulla qualità di una democrazia parlamentare e che rischia di aprire una crisi di sistema senza prospettive.
Pubblicato il 15 febbraio 2022 su Il Fatto Quotidiano
Pasquino: “Elezioni lontane: la Lega proverà a destabilizzerà il governo” #intervista @ildubbionews


Intervista raccolta da Giacomo Puletti
Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’università di Bologna, entra nel dibattito sulla nuova legge elettorale e spiega che «una buona legge elettorale è quella che dà potere agli elettori e non ai capi partito» e per questo «non ne avremo mai una buona». Sul richiamo di Mattarella alla Magistratura nel discorso di rielezione ammonisce: «Il presidente non è un arbitro ma il protagonista della vita politica» e quindi «deve usare gli strumenti della Costituzione per imporsi».
Professor Pasquino, nel dibattito post elezione presidenziale si parla molto di legge elettorale e del ritorno al proporzionale, che molti vorrebbero “puro”. Che ne pensa?
Penso che non esista il proporzionale puro. Non inventiamoci cose. Il proporzionale ha sempre elementi di disproporzionalità. La legge Rosato, ad esempio, è due terzi proporzionale e un terzo maggioritario. Non diciamo neanche che un premio di maggioranza inserto in un proporzionale lo fa diventare un maggioritario. Italicum e Porcellum erano due leggi proporzionali con premio di maggioranza.
A quale legge elettorale si dovrebbe pensare per mettere d’accordo tutti?
La migliore finora è la legge Mattarella, ma non perché chi l’ha scritta era bravissimo ma perché viene fuori da un quesito referendario approvato dall’ 85 per cento degli elettori. L’unica legge accettabile, non buona, è dunque il Mattarellum. Dopodiché a me pare che alla Camera abbiano già proceduto a ridisegnare i collegi per la legge Rosato. Quindi avremo un’altra legge brutta che consente ai dirigenti di scegliersi i propri parlamentari.
Evidentemente l’argomento la stimola… L’argomento mi indigna. Se nessuno fa una campagna per il punto più rilevante, cioè che una buona legge elettorale è quella che dà potere agli elettori e non ai capi partito, non avremo mai una buona legge elettorale. La legge Rosato non dà nessun potere agli elettori. Bisogna anche che si smetta di dire che staremmo tutti meglio se fosse stato approvato il referendum del 2016. Staremmo ancora peggio.
A prescindere dalla legge elettorale, pensa che la Lega finirà per far cadere il governo Draghi?
La Lega ha un problema, e cioè che il suo leader è quello che ha perso di più nella corsa al Colle. Ha osato molto ma ha sbagliato diverse mosse cercando di fare il king maker. Ha perso consensi rispetto a Giorgia Meloni e per questo la Lega cercherà di destabilizzare il governo ma non fino a farlo cadere. Sarebbe rischiosissimo. Non è detto che far cadere il governo porterebbe a elezioni anticipate, ma se così fosse si aprirebbe un’autostrada per Meloni.
In ogni caso crede che la rielezione di Mattarella porterà a fibrillazioni nella maggioranza?
La rielezione di Mattarella non è portatrice di instabilità, ma è una spinta verso la stabilità. Anche perché Draghi, a chi cercherà di destabilizzarlo, dirà che hanno rieletto Mattarella proprio per consentire la prosecuzione dell’attività di governo. Se hanno deciso di rieleggere Mattarella è perché non volevano che le carte cambiassero.
Si aspettava nel discorso del presidente della Repubblica il richiamo al governo affinché sia concesso il giusto tempo al Parlamento per analizzare le leggi?
Non me l’aspettavo. È un richiamo molto importante perché Mattarella ha parlato a Draghi in pubblico. Tuttavia per quanto riguarda i decreti legge dovrebbe parlare anche a se stesso, perché lui può sia scoraggiare il governo nel ricorrere a questi provvedimenti ma può anche respingerli dicendo che non c’è necessità e urgenza. Poi c’è stato anche il richiamo al Parlamento nella eccessiva dilatazione dei tempi della discussione in Aula. Le Camere devono darsi dei tempi decenti e devono saperli rispettare, altrimenti si creano le condizioni perché il governo proceda per decreto.
Come giudica il passaggio sulla Magistratura?
È stato molto giusto. C’è stato un richiamo durissimo sulla politicizzazione della Magistratura e sulle correnti. Anche qui è da sottolineare che va bene che il presidente lo dica al Parlamento ma parla anche a se stesso in quanto presidente del Csm. Non basta che inauguri e parli, deve imporre qualcosa e farsi valere. Il presidente non è un arbitro ma il protagonista della vita politica. Deve usare gli strumenti della Costituzione per imporsi.
Pensa che Mattarella userà i prossimi sette anni per intervenire?
Nel caso del Csm, in questi sette anni il presidente non è nemmeno stato un arbitro. Non ha fischiato nemmeno un fallo. Quindi la dicitura dell’arbitro è proprio sbagliata. Forse non sarà eletto nel 2029 ( sorride…) ma servirà una persona come lui. Ritengo però che non sia stata una buona idea la rielezione. Anche perché lui ha accettato sì controvoglia, ma doveva spiegare qualcosa di più sul punto.
Perché non è d’accordo con l’idea della rielezione?
Credo che lo spirito dell’articolo 88 sul semestre bianco e in generale sulla Presidenza sia della non rielezione. Non è vero che quello che non è vietato è consentito. Non è così. Ci sono cose appositamente non vietate che però non sono necessariamente consentite. Capisco lo stato d’emergenza ma credo che si dovesse trovare un’altra soluzione.
Pubblicato il 6 febbraio 2022 su Il Dubbio
Un sistema fragile appeso agli uomini della provvidenza @DomaniGiornale


Quando in un sistema politico due sole persone vengono ritenute capaci di svolgere i compiti più importanti: Presidente della Repubblica e capo del governo c’è un problema. Quando entrambi avevano annunciato di avere aspettative e prospettive diverse, Draghi il Quirinale, Mattarella la vita privata, e hanno dovuto rinunciarvi, il problema è ancora più grave. Da potenziale king, sembra che Draghi si sia sentito obbligato a trasformarsi in kingmaker convincendo Mattarella a lasciarsi incoronare per salvare il governo delle forse troppo larghe intese e consentirne l’essenziale prosecuzione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Non posso unirmi a lodi sperticate e talvolta ipocrite sul senso di responsabilità di entrambi. Valutazioni diverse e esiti diversi, nient’affatto peggiori, erano sicuramente possibili. Credo che adesso Draghi e Mattarella dovrebbero riflettere sulle loro azioni, forse errori, e sulle conseguenze prossime e future.
Davvero in Italia, nella sua politica, non c’erano alternative? Non si trovava un altro capo del governo in sostituzione di Draghi? Non esisteva un altro uomo/donna delle istituzioni in grado di succedere a Mattarella? Sarebbe gravissimo. Non sono gli scontri, le inadeguatezze, le incapacità dei parlamentari e dei loro partiti a segnalare quello che troppi definiscono una crisi di sistema e invece è la fisiologia della democrazia parlamentare italiana. Tutti gli inconvenienti sono da tempo tanto noti quanto, con pazienza (virtù che i mass media non sanno praticare), faticosamente e almeno parzialmente, rimediabili. La crisi di sistema è clamorosa, ancora incombente, potenzialmente esplosiva specialmente quando il sistema è appeso all’esistenza di due e due sole personalità. Non basta, come ha detto a caldo il rieletto Presidente Mattarella, garantire “l’impegno di interpretare le attese e le speranze dei nostri concittadini”. “Vaste programme” sosterrebbe un altro grande Presidente, Charles de Gaulle, che, peraltro, ebbe e utilizzò notevoli poteri esecutivi. Bisogna capire in che modo interpretarle, sapendo che il Presidente della Repubblica difficilmente riesce ad andare oltre la classica moral suasion (lasciando il tempo che trova).
Uscito indebolito dalle elezioni presidenziali, le tensioni dentro la sua maggioranza essendo cresciute, Draghi avrà molti problemi a governare a maggior ragione se i partiti daranno inizio alla danza della fibrillazione elettorale. Frequente diventerà il ricorso ai decreti e pesante lo schiacciamento del Parlamento le cui decisioni (sic) Mattarella afferma di avere voluto rispettare. Vorrà/saprà il Presidente rieletto contribuire al ristabilimento di un equilibrio positivo fra governo e Parlamento? Oppure Draghi continuerà come uomo un po’ più solo , con diminuito consenso, approfittando dello stato di necessità e contando sul sostegno di Mattarella? La ripartenza di entrambi mi pare poco promettente e tutta in salita.
Pubblicato il 3 febbraio 2022 su Domani
Quo vadis Italia di Mattarella e Draghi?
Appena si saranno placati i troppi sospiri di sollievo, alcuni davvero esagerati, altri ipocriti, che hanno accompagnato la rielezione di Sergio Mattarella alla Presidenza della Repubblica, sarà imperativo porsi qualche interrogativo. Non conta tanto sapere chi ha perso e chi ha vinto. Salvini, Berlusconi e Casellati hanno sicuramente perso. Il centro-destra ha sicuramente perso, ma perché aveva una falsa coscienza di sé: mai blocco compatto, ma solcato da tensioni “governo/opposizione”, “pro-Unione Europea/Cambiare l’Europa”. Quella falsa coscienza gli renderà difficile fare la campagna elettorale e, eventualmente, se premiato dal voto renderà complicato formare il governo e farlo funzionare. Non hanno vinto né Conte né Letta (né Renzi). Giorgia Meloni potrà vantare la sua granitica coerenza, ma forse starà prendendo atto che da sola non va da nessuna parte e che i suoi necessari accompagnatori sono assolutamente poco affidabili. Se, come viene variamente riportato, alla fine è stato Mario Draghi a convincere Mattarella a tornare con i suoi scatoloni ad abitare al Quirinale, allora potremo intestargli una vittoria. Però è una vittoria, da un lato, sicuramente molto al di sotto delle sue aspettative di “nonno” che aveva fatto intendere che il suo prossimo “servizio alle istituzioni” intendeva renderlo dal Quirinale. Dall’altro, è una vittoria dai contorni incerti, dai contenuti al momento inverificabili, dal futuro periglioso.
Temporaneamente, Draghi ha salvato il suo governo e, sperabilmente, quel che più dovrebbe contare, l’attuazione più puntuale e più efficace possibile del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Venti di rimpasto stanno già investendo il governo. Saranno subito bloccati con fermezza dal Presidente Mattarella? Un Presidente rieletto gode ancora di una luna di miele oppure quel Parlamento alle cui pressioni e preferenze ha ceduto è già pronto a rivendicare meriti di dubbia entità? Fra i sicuri perdenti tutti collocano senza originalità e senza spiegazioni la politica. Eppure in qualche modo Draghi ha fatto politica, ovvero ha usato della sua carica e del suo potere per conseguire un obiettivo. Dal canto suo, Mattarella è un politico di lungo corso e ha accettato la rielezione proprio sulla base di motivazioni eminentemente politiche. Perdenti sono numerosi uomini e donne (mai capaci di trovare e sostenere una di loro) in politica, ma non hanno affatto perso quei molti parlamentari che volevano, non soltanto per avere il vitalizio, la continuazione della legislatura. Da adesso a Mattarella e a Draghi dovremmo un po’ tutti chiedere che in tandem si ricordino che oramai spetta soprattutto a loro costruire le condizioni per la ristrutturazione della politica italiana anche attraverso una nuova legge elettorale che sia quanto meno decente. Né potranno ritrarsi se qualcuno ponesse, nei tempi e nei modi giusti, fuori del protagonismo e dell’improvvisazione, il tema di una riforma semi-presidenziale. Hic Quirinale hic salta.
Pubblicato AGL il 1° febbraio 2022
Temo la rielezione anche quando (com) porta un buon Presidente @formichenews

Il professore emerito di Scienza Politica scrive al neo eletto Capo dello Stato: nella rielezione c’è una torsione non tanto personalistica, ma di deresponsabilizzazione dei dirigenti dei partiti e dei parlamentari, e la convinzione da parte dei cittadini che in effetti ci può essere, c’è, ci sarà un uomo solo (al massimo due) al comando
Caro Presidente Mattarella,
congratulazioni. La ri-elezione è un meritato premio al tuo settennato che, però, sarà opportuno rivisitarlo anche per imparare non tanto dagli errori, ma dalle soluzioni date, non solo da te, ai problemi. Il problema, non esclusivamente personale, che mi sono subito posto è: ti ho frainteso quando, sembra quattordici volte, hai dichiarato la tua indisponibilità ad accettare la rielezione per ragioni personali, ma anche per, forse più importanti, valutazioni istituzionali? Sette anni, e quali anni!, sono lunghi, faticosi, anche dolorosi, estenuanti. Quattordici anni non violano la lettera della Costituzione, ma lo spirito con tutta probabilità sì. Quindi, apprezzo la tua assunzione di responsabilità/doveri in quella che i partiti in Parlamento hanno finalmente dimostrato essere in maniera lampante una crisi di sistema, ma una domanda mi preoccupa fortemente. La tua rielezione è una soluzione, o almeno un inizio, alla crisi di sistema oppure rischia di approfondirla, di farla esplodere con esiti imprevedibili e incontrollabili? Davvero il sistema politico italiano non ha alternative alla Presidenza Mattarella (e al capo del governo Draghi)? Siamo appesi a due sole personalità sia pure di grande prestigio di enorme autorevolezza, stimabilissimi e stimatissimi? In Italia non esistono altre personalità in grado di svolgere quei compiti istituzionali a cominciare dalla presidenza della Repubblica? Fra i nomi che sono circolati almeno cinque, a mio parere, hanno diversamente qualità che li rendono presidenziabili.
Il futuro mi preoccupa, e sapendone molto meno di te, addirittura penso che tu sia ancora più preoccupato di me. La mal posta euforia dei dirigenti dei partiti, ad eccezione di Giorgia Meloni, giustamente critica, nasconde la loro provata e flagrante inadeguatezza. Hai risolto per loro un problema sistemico o la tua rielezione è soltanto un modo di posticipare, rimandare, prorogare? Quel problema, forse aggravato, non si ripresenterà fra sette anni –se non anche prima, ma tutto ti suggerirei meno considerare il tuo mandato rinnovato soltanto per il tempo che vorrai tu.
Per usare il politichese, non mi appassiono al semipresidenzialismo, meno che mai a quello de facto, né al presidenzialismo, meno che mai quando viene tirato fuori dal cappello da chi ha avuto la grande occasione delle riforme costituzionali e l’ha clamorosamente sprecata. Però, mi chiedo nelle ore convulse che hanno preceduto la tua rielezione hai potuto riflettere quale torsione personalistica ne derivi? Non tanto, ma anche in termini di aspettative, “tocca al Presidente affrontare le sfide”, ma in termini di deresponsabilizzazione dei dirigenti dei partiti e dei parlamentari, nonché soprattutto di crescita fra gli elettori dell’opinione, sbagliata e densa di pericolose implicazioni, che in effetti ci può essere, c’è, ci sarà un uomo solo (al massimo due) al comando. So che dovrei concludere non soltanto formulando i migliori auguri per il settennato 2022-2029, che non sia seguito da un’altra rielezione …, ma dicendo più o meno ipocritamente, “spero di sbagliarmi”. Tuttavia, la mia speranza è poca cosa, molto piccolina rispetto ai miei timori.
Pubblicato il 30 gennaio 2022 su formiche.net
Quirinale, quali sono davvero le conseguenze del possibile passaggio di Draghi dal governo al Colle? @DomaniGiornale


Dai commenti, di retroscenisti e folkloristi, deduco che per l’elezione al Quirinale è già stata superata la fase dei requisiti richiesti. Male. Per molti commentatori, comunque, il problema s’era posto solo con riferimento all’aggettivo ripetuto ad nauseam “divisivo”. Quasi sparita la necessità che il candidato/a dia garanzie di sapere proteggere ruolo, prerogative, potere della Presidenza. Addirittura, Più Europa e Azione, per voce di Emma Bonino, hanno dichiarato di votare la signora (sic) Cartabia per fare la (quale?) riforma della giustizia arrivando così, inopinatamente, alla Presidenza governante. A questo evitabile proposito, è forse utile ricordare che il semipresidenzialismo de jure prevede che il Presidente nomini comunque un Primo Ministro. Non so se il ministro Giorgetti temesse/tema (o auspicasse) che Draghi presidente della Repubblica significhi semipresidenzialismo di fatto con la scelta di un Presidente del Consiglio di suo gradimento, ma il tema è posto nettamente in queste ore.
Premesso che desidererei che chi critica Draghi e il suo operato in quanto capo del governo dovrebbe coerentemente estendere la sua critica anche al più alto sponsor di Draghi, ovvero al Presidente Sergio Mattarella, molti hanno capito che elezione del Presidente e futuro del governo si intrecciano. Chi vuole che Draghi rimanga al governo dovrebbe avere capito che l’attuale Presidente del Consiglio vuole giustamente la garanzia che la maggioranza che lo sostiene sia quella che elegge il Presidente della Repubblica e che, di conseguenza, s’impegni a coadiuvarne l’opera. Dunque, il nuovo Presidente deve più o meno esplicitamente prendere un impegno di continuità. Ci sono almeno due presidenziabili che quell’impegno sono disponibili a prenderlo, che non pretenderebbero di governare e che sono credibili. Non stanno, però, tra i tre nomi proposti dal centro-destra.
Quanto all’eventuale transizione, inusitata, da capo del governo a Presidente della Repubblica, che sarebbe effettuata da un capo di governo inusitatamente non politico e non parlamentare, non serve a nulla limitarsi a notarne l’eccezionalità. Necessario è chiedersi quali ne sarebbero le implicazioni istituzionali e politiche con riferimento al caso concreto del viaggio di Draghi da Palazzo Chigi al Quirinale. Se quel viaggio è benedetto dalla maggioranza che sostiene Draghi, allora sarebbe opportuno che i leader dei partiti di maggioranza comunicassero (quasi certamente ne hanno già, per quanto separatamente, discusso con lui) al Presidente che, se è vero che il Presidente della Repubblica “nomina il Presidente del Consiglio”, la Costituzione materiale si basa sul suggerimento, talvolta anche di più, di uno o più nomi ad opera dei capi dei partiti i cui parlamentari daranno o no la fiducia all’incaricato dal Presidente della Repubblica. Insomma, Draghi eletto Presidente della Repubblica deve sapere che potrà esercitare la moral suasion, ma che la politica di una democrazia parlamentare riconosce a partiti e parlamentari molti poteri e notevole flessibilità. Talvolta mi illudo (non riesco a non farlo) che mettere in luce alcuni meccanismi, indicarne le modalità di attuazione e lo spazio di discrezionalità sia utile anche agli operatori ciascuno dei quali dispone di un quid di potere politico. C’è un rischio per Draghi che sale al Colle, ma c’è anche un rischio per Draghi se al Colle salirà un politico troppo sensibile alle richieste dei partiti che lo hanno prescelto. Non è facile stabilire qual è il rischio minore e per chi (temo per il sistema politico italiano).
Pubblicato il 25 gennaio 2022 su Domani
Democrazia Futura. Draghi Presidente. Da Palazzo Chigi al Quirinale a quali condizioni? @Key4biz #Quirinale22

L’elezione per il Colle e la tentazione di eleggere direttamente il Presidente della Repubblica senza uno specifico progetto costituzionale di superamento della democrazia parlamentare. Le riflessioni di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna.
Mai nella storia delle dodici elezioni presidenziali italiane un Presidente del Consiglio è passato da Palazzo Chigi al Quirinale diventando Presidente della Repubblica. Nulla osta a questa transizione, ma è opportuno valutarne le premesse, le implicazioni, le conseguenze. Con tutta probabilità, Mario Draghi non sta ragionando in termini di pur legittime ambizioni personali. La sua riflessione si basa sulla necessità/desiderio di portare a realizzazione completa con successo il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Rimanendo a Palazzo Chigi riuscirà a ottenere l’esito voluto entro il marzo 2023 oppure rischia di essere estromesso prima o comunque sostituito subito dopo le elezioni politiche del 2023 a compito non ancora soddisfacentemente adempiuto? In questo caso, potrebbe apparirgli preferibile accettare l’elezione alla presidenza nella consapevolezza che dal Colle sarà in grado di sovrintendere al PNRR anche grazie al suo enorme prestigio europeo. Quello che è certo è che non accetterebbe di essere eletto al Quirinale se gli si chiedesse in cambio lo scioglimento immediato del Parlamento (richiesta adombrata da Giorgia Meloni). Certo, il centro destra compatto potrebbe prendere l’iniziativa di votare il suo nome fin dalla prima votazione quasi obbligando quantomeno il Partito Democratico a convergere. Lo scioglimento del Parlamento sarebbe, però, la conseguenza quasi inevitabile dell’abbandono del governo ad opera della Lega e di Forza Italia. D’altronde, Draghi non potrebbe porre come condizione di una sua eventuale elezione alla Presidenza che i partiti dell’attuale coalizione gli consentano di scegliere e nominare il suo successore a Palazzo Chigi. Anzi, come Presidente avrebbe il dovere costituzionale di aprire le consultazioni nominando la persona suggeritagli dai capi dei partiti a condizione che il prescelto sia in grado di ottenere la fiducia in entrambi i rami del Parlamento. Sappiamo anche, lo ha detto il Presidente Mattarella ed è opinione diffusa a Bruxelles, che il potenziale capo del governo deve avere solide credenziali europeiste.
Il Ministro leghista Giancarlo Giorgetti ha sostenuto che se Draghi nominasse il suo successore il sistema politico italiano entrerebbe in una situazione definibile come “semipresidenzialismo di fatto”. Fermo restando che nessuna elezione e nessuna carica sono tanto importanti da produrre di per sé un cambiamento nel modello di governo di qualsiasi sistema politico, meno che mai di una democrazia, sono in disaccordo con Giorgetti e ancora di più con i critici che l’hanno accusato di auspicare un qualche sovvertimento costituzionale. Il fatto è che il Presidente della Repubblica Draghi che nomina il Presidente del Consiglio è la procedura esplicitamente prevista nella Costituzione italiana all’art. 92. Quanto al Parlamento l’art. 88 ne consente lo scioglimento “sentiti” i Presidenti delle Camere i quali debbono comunicare al Presidente che non esiste più la possibilità di una maggioranza operativa in grado di sostenere l’attività del governo. Peraltro, come abbiamo imparato dai comportamenti di Scalfaro, che negò lo scioglimento richiesto da Berlusconi nel 1994 e da Prodi nel 1998, e di Napolitano, che non prese neppure in considerazione lo scioglimento nel novembre 2011 probabilmente gradito al Partito Democratico, il vero potere presidenziale consiste proprio nel non scioglimento del Parlamento obbligando i partiti a costruire un governo e a sostenerlo, obiettivi conseguiti in tutt’e tre i casi menzionati.
Lungi dal configurare una situazione di semipresidenzialismo di fatto la dinamica costituzionale italiana rivela uno dei grandi pregi delle democrazie parlamentari: la flessibilità. Al contrario, il semipresidenzialismo, come lo conosciamo nella variante francese, è relativamente rigido. Ad esempio, il Presidente non può sciogliere il Parlamento se questi non ha compiuto almeno un anno di vita. Poi, lo può sciogliere giustificando la sua decisione con la necessità di assicurare il buon funzionamento degli organi costituzionali. Solo quando sa che nell’Assemblea Nazionale esiste una maggioranza a suo sostegno, il Presidente francese può nominare un Primo ministro di suo gradimento. Altrimenti, è costretto ad accettare come Primo ministro chi ha una maggioranza parlamentare. Questa situazione, nota come coabitazione, si è manifestata in tutta evidenza nel periodo 1997-2002: il socialista Lionel Jospin Primo ministro, il gollista Jacques Chirac Presidente della Repubblica. Ipotizzo che, parlando di semipresidenzialismo di fatto, Giorgetti pensasse alla fattispecie di un Primo ministro che diventa Presidente della Repubblica. Certo quasi tutti i Primi ministri francesi hanno intrattenuto questa aspirazione e alcuni, pochissimi (Pompidou e Chirac) hanno potuto soddisfarla. Troppo pochi per farne un tratto distintivo del semipresidenzialismo.
In conclusione, non credo che il tormentato dibattito italiano sia effettivamente arrivato alle soglie del semipresidenzialismo, modello complesso che richiederebbe anche una apposita legge elettorale. Temo, invece, che confuse, ripetute e prolungate votazioni parlamentari per il prossimo Presidente della Repubblica finiscano per dare fiato ai terribili semplificatori che vorrebbero l’elezione popolare diretta del Presidente della Repubblica italiana senza avere uno specifico progetto costituzionale di superamento della democrazia parlamentare. Esito: confusione de facto. Con un po’ di retorica concluderò che non è questo che ci chiede l’Europa.
Pubblicato il 23 gennaio 2022 su Key4biz
Pd e 5S facciano fronte comune sul Colle e tirino fuori dei nomi credibili #intervista @ildubbionews #Elezione #Quirinale


Intervista raccolta da Giacomo Puletti
Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’Alma Mater di Bologna, è scettico sulla strategia di Pd e M5S per il Colle, dice che «non stanno facendo fronte comune» e che in caso di elezione di Draghi al Colle «se vogliamo avere continuità deve esserci un capo del governo che vada avanti con la stessa maggioranza di oggi».
Professor Pasquino, Pd e M5S bisticciano tra di loro in attesa di un nome per il Colle proposto dal centrodestra. Riuscirà il centrosinistra a trovare un’alternativa valida da sottoporre ai grandi elettori?
Non so se ci riusciranno, ma è sicuro che dovranno fare una riunione non soltanto Letta e Conte, ma Letta, Conte, Di Maio, Patuanelli, Orlando, Guerini e Franceschini. Cioè le varie anime di Pd e M5S. Serve un accordo su una rosa di tre o quattro nomi, per trovare poi uno su quale possono convergere anche altri partiti. L’iniziativa non spetta per forza a Salvini o Berlusconi, ma a chi è in grado di prendersela. Letta e Conte stanno sbagliando alla grande.
Crede che Di Maio stia giocando una partita tutta sua sul Colle per cercare di riprendere la guida del Movimento?
Questa domanda riguarda l’andamento del Movimento 5 Stelle, non tanto il voto per il Colle. Vengono attribuite a Di Maio delle strane mire. Ha fatto una carriera ministeriale straordinaria e quindi credo sia soddisfatto di quello che c’è. Credo voglia un po’ di unità nel Movimento e quindi non penso che ambisca a mettere i bastoni tra le ruote a Conte. Peraltro c’è anche Fico che sta avendo una sua visibilità e vorrà dire la sua.
In ogni caso la strategia attendista di dem e grillini sta portando i suoi frutti, visto l’ormai probabile passo indietro del Cavaliere.
Berlusconi non tramonta perché Letta ha detto che non è votabile, ma perché ci sono dubbi nello stesso centrodestra e perché i suoi telefonisti non riescono a convincere quelli a cui telefonano. I giallorossi non stanno facendo fronte comune, il che era eticamente doveroso. L’iniziativa è tirare fuori dei nomi, non dire “no” e giocare di rimessa e in difesa. Per quanto prestigiosissimo, il nome giusto non può essere Liliana Segre, sarebbe bello votarla in massa come segno di stima ma è chiaro che non si può andare avanti su di lei. Non è questo il modo in cui, essendo i due partiti più grandi, si entra in Parlamento per scegliere il presidente della Repubblica.
Quali nome potrebbero entrare nella rosa di Pd e M5S?
Non sono dell’idea che si devono trovare dei nomi che possono unire. Sono stufo dell’aggettivo “divisivo”, è stupido usarlo perché chiunque fa politica deve essere divisivo, altrimenti non è un buon politico. Aldo Moro ad esempio era divisivo, forse è proprio per questo che abbiamo deciso di non salvargli la vita, ma di certo sarebbe stato un ottimo capo dello Stato. Non possiamo credere che Rosy Bindi o Giuliano Amato o Pierferdinando Casini non possano fare il presidente della Repubblica. Stessa cosa per Draghi e Franceschini, l’importante è decidere un nome e giustificarlo.
Nell’altro campo l’operazione scoiattolo per portare Berlusconi al Colle sembra al capolinea. Se l’aspettava?
Berlusconi ci credeva veramente. Non combatte mai battaglie per la sua bandiera, che ha già issato molto in alto. Piaccia o non piaccia è già nella storia del paese e questa doveva essere la sua ultima battaglia. Non è un decoubertiniano. Dopodiché la battaglia si è fatta ardua e delicata perché gli mancano i numeri. Certamente fossi un parlamentare non potrei mai votare un condannato per frode fiscale.
Crede dunque che il centrodestra unito convergerà ora su un altro nome?
Potrebbe ora aprirsi un’altra partita e se Fratelli d’Italia, come dice Lollobrigida, ha dei nomi, è bene che li tiri fuori. Bisogna dire quali carte si hanno in mano. Letizia Moratti è sicuramente presidenziabile, anche se si può discutere del suo conflitto di interessi. Fossi Salvini giocherei anche su Giorgetti, che ha più di 50 anni, piace in Europa e potrebbe essere il nome giusto.
Non è che alla fine la spunta Draghi?
Certamente, e a quel punto Salvini potrebbe piazzare il colpo grosso: Giorgetti a palazzo Chigi. Draghi ha il profilo giusto, ha dimostrato di aver imparato delle cose in politica, è abbastanza equilibrato e il resto lo faranno i suoi collaboratori.
Come dicevamo, a quel punto si aprirebbe la crisi di governo. A quei scenari andremmo incontro?
Se vogliamo avere continuità deve esserci un capo del governo che vada avanti con la stessa maggioranza e qui ci sono due inconvenienti: non vorrei che eleggendo Draghi Forza Italia si tiri fuori dalla maggioranza, ipotesi avventata che spero sia rimessa nel cassetto dai ministri azzurri; in secondo luogo potrebbe diventare presidente del Consiglio qualcuno di centrodestra. In questo caso Salvini deve avere la forza di dire che il prossimo presidente del Consiglio sarà proposto dai segretari dei partiti che fanno parte della coalizione di maggioranza, non imposto da Draghi, che andrebbe su Franco. Insomma potrebbe aprirsi un braccio di ferro tra Draghi e i partiti difficile da gestire.
Con Draghi al Colle il prossimo inquilino di palazzo Chigi dovrà comunque venire dall’attuale governo, ad esempio Cartabia, per garantire continuità politica?
So che dovrebbe essere un o una parlamentare, ad esempio Franceschini, ma non per forza un uomo o una donna dell’attuale governo. Dobbiamo prendere atto che non si può sempre chiamare un tecnico da fuori. Serve un parlamentare che conosce i colleghi e abbia esperienza politica pregressa. Cartabia, che non conosco, mi dicono sia molto, forse troppo, vicina a Comunione e Liberazione. I mesi passati a fare la ministra della Giustizia non garantiscono che sarebbe anche una buona presidente del Consiglio.
Pubblicato il 19 gennaio 2022 su IL DUBBIO
Il ricatto di Berlusconi #Elezione #Quirinale
La frase di Berlusconi, variamente riportata dai quotidiani italiani: “se Draghi va al Quirinale Forza Italia non sosterrà altri governi, si va al voto”, merita di essere sezionata e interpretata in tutte le sue implicazioni. La premessa è che Berlusconi, per usare il suo lessico, è davvero “sceso in campo” per diventare Presidente. Sembra temere soprattutto Draghi ed è disposto a usare tutte le, sempre molte, risorse di cui dispone per conseguire l’obiettivo. D’altronde, per lui l’elezione a Presidente della Repubblica non è soltanto una enorme opportunità, è anche, per ragioni di età, l’ultima.
Non è chiaro se i famosi numeri parlamentari ci saranno, ma Berlusconi stesso e i molti collaboratori che gli sono debitori a vario titolo ci stanno lavorando alacremente. Avendo percepito che i voti indispensabili alla sua elezione hanno come provenienza quella dei parlamentari che, per una pluralità di ragioni, soprattutto riduzione di un terzo del loro numero alla prossima elezione, desiderano arrivare alla conclusione naturale di questa legislatura (marzo 2023), manda loro un messaggio inequivocabile: “se eleggerete Draghi il vostro mandato cesserà immediatamente”.
Nel suo schieramento, fermo restando che nessuna voce dissenziente può venire dai fedeli parlamentari di Forza Italia, sembra che Salvini e Meloni siano su posizioni, se non opposte, quantomeno distanti. Con ogni probabilità Salvini preferisce che Draghi continui al governo. Infatti, se il governo risolverà i problemi, pandemia e pieno rilancio dell’economia, anche lui avrà modo di rivendicarne il successo. Invece, Meloni, coerentemente e rigidamente all’opposizione, si è già detta favorevole all’elezione di Draghi alla Presidenza purché il primo atto del Presidente sia lo scioglimento di questo Parlamento che tutti i sondaggi danno per non più rappresentativo delle molto mutate preferenze elettorali, con Fratelli d’Italia che potrebbe addirittura triplicare i suoi voti, superando la Lega di Salvini.
Avendo con qualche ritardo realizzato che Berlusconi non vuole essere affatto un candidato di bandiera, ma fa molto sul serio, Conte e in misura maggiore Letta nutrono adesso grandi preoccupazioni, ma mostrano anche due gravi debolezze. La prima è che non sanno come accordarsi. La seconda debolezza, che potrebbe essere fatale, è che non hanno una candidatura condivisa, cruciale per fermare Berlusconi. Adesso, sanno che se convergeranno su Draghi, finirà l’esperienza di governo con elezioni anticipate che non promettono nulla di buono per Conte e quel che rimane del Movimento 5 Stelle e hanno molte incognite per Letta e il PD.
Ciò detto, vedo nelle parole di Berlusconi e nelle sue intenzioni qualcosa di molto grave: un uomo che pone le sue ambizioni personali al di sopra dell’interesse collettivo che, in questa fase, è sicuramente garantire la stabilità del governo e contribuire alla sua efficacia. Berlusconi sta ricattando i parlamentari, i partiti, i loro dirigenti. È un comportamento inaccettabile per un potenziale Presidente della Repubblica italiana.
Pubblicato AGL 12 gennaio 2022
