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Eleggere o rieleggere, questo è il problema? #Mattarella @Quirinale
“Sono vecchio. Tra otto mesi potrò riposarmi”. Questa impegnativa dichiarazione è stata fatta dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in un discorso ai bambini di una scuola romana affinché intendano non soltanto i loro genitori, ma anche il variegato mondo politico a cominciare dai parlamentari. Dirò subito che Mattarella si è giustamente messo sulla scia di Napolitano che qualche tempo prima della fine del suo mandato aveva detto che, sia per ragioni d’età sia per non creare un precedente, non era disponibile alla rielezione. Poi, Napolitano fu costretto dagli eventi, vale a dire dalla palese incapacità dei parlamentari di convergere su un nome alternativo, ad accettare un secondo mandato da lui subito definito a termine, un termine che lui stesso avrebbe stabilito. Ė possibile che Mattarella abbia il timore che i parlamentari si stiano già “incartando” nelle loro ambizioni e operazioni di potere. Quindi, il suo è un avvertimento, ma è altrettanto possibile che accetterebbe un secondo mandato ugualmente limitato, qualora, per esempio, qualcuno lo convincesse che lui rimanendo al Quirinale per un anno e mezzo circa, Draghi porterebbe a termine la legislatura.
Infatti, da un lato, ci sono coloro che desiderano eleggere Draghi al Quirinale, per il suo prestigio, per la sua statura europea e anche per meriti, quello che ha fatto come Presidente del Consiglio. Dall’altro, ci sono, però anche quelli che vorrebbero eleggere Draghi per avere elezioni subito poiché non sarà facile trovare un altro capo di governo in questo Parlamento. Per non interrompere l’azione di Draghi e trovarsi con una crisi al buio in una fase complicata, Mattarella potrebbe accettare una rielezione a termine. Tuttavia, preferisco interpretare la sua dichiarazione un avvertimento: “Cominciate subito a pensare al mio successore (anche donna) e preparatevi”. Mattarella ha anche sottolineato, punto che sembra trascurato nei primi commenti, che la Costituzione italiana delinea e sancisce il pluralismo degli organi decisionali. Non bisogna esagerare nell’attribuire alla Presidenza poteri che, invece, i Costituenti seppero assegnare a Parlamento e governo, alla Corte Costituzionale e alle autonomie locali.
Il messaggio è indirizzato tanto ai difensori della democrazia parlamentare: “fatela funzionare come si deve con chiara ripartizione di compiti e poteri”, quanto ai presidenzialisti: “oggi non potete chiedere al Presidente della Repubblica italiana un ruolo dominante”. Al momento della sua elezione, Mattarella disse che il Presidente è un arbitro. Poi, forse inevitabilmente, si è trovato a giocare in prima persona entro un perimetro flessibile. Chi renderà eccessivamente travagliata e conflittuale l’elezione del prossimo Presidente in maniera più o meno consapevole opera a favore di coloro che sosterranno che, a fronte di oscure manovre in Parlamento, è giunta l’ora che il Presidente, già dotato di molti poteri consistenti, sia eletto dal popolo. Non è questa la preferenza di Mattarella.
Pubblicato AGL il 20 maggio 2021
Il matrimonio tra il Pd e i 5Stelle s’ha da fare (ma conta il come…) @fattoquotidiano
Da molti mesi, inesorabili e concordi, tutti i sondaggi danno il centro-destra, per la precisione Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia, in chiaro e sicuro vantaggio nelle intenzioni di voto degli italiani. Altrettanto sicuramente danno per dimezzato il Movimento 5 Stelle rispetto all’esito del 2018 mentre il Partito Democratico rimane mestamente attestato appena sopra-appena sotto il 20 per cento. L’effetto Enrico Letta non c’è stato, ma in verità nel partito praticamente nessuno se l’aspettava. Una volta tornati ad essere ministri i capi correnti del PD sono lieti che la patata lessa (non bollente) del partito sia nelle mani caute di Letta, e ça suffit. Molti italiani, cerco di interpretare il pensiero di almeno quelli del centro-sinistra, si aspetterebbero che, invece di combattere fra loro, i pentastellati guardassero avanti. Vero è che, se si andrà votare con una legge proporzionale, meglio il tipo che abbia una sana soglia del 5 per cento per l’accesso al Parlamento, vi entrerebbero tanto la variante Conte-Di Maio quanto la variante Casaleggio-Di Battista: un grande fatto per loro, una certificata vittoria per il centro-destra. Giusto, quindi, che si moltiplichino gli sforzi per rimettere insieme le troppo sparse membra di quello che fu, remember?, un arrembante schieramento del 33 per cento. Il Movimento avrebbe moltissimo da recuperare fra espulsioni affrettate e emorragie poco motivate se non dalla mancanza di una cultura politica condivisa. In qualche modo, anche il Partito Democratico potrebbe porsi l’obiettivo di ricomporsi con coloro che se ne sono andati: LeU e, persino, ItaliaViva. Con i primi gli spazi di condivisione sono molto ampli; con i secondi è in corso una assurda lotta nelle primarie prossime venture che dovrebbero essere meglio utilizzate non per una sterile resa dei conti, ma per scegliere quella candidatura a sindaco di Bologna che allarghi il consenso per il centro-sinistra. Certo, per Letta discutere in maniera serena con Renzi non potrà essere né una passeggiata né un pic-nic. Quei voti, però, anche se non sono molti, servirebbero/serviranno. Comunque, non basterà ricomporre il Movimento 5 Stelle e mettere in sesto il PD. Sono essenziali grandi cambiamenti che conducano ad un accordo di fondo fra loro e che si traducano in capacità attrattiva.
Ho sempre avuto riserve sulle alleanze organiche e strutturali. La politica delle coalizioni europee ha sostanzialmente mandato un insegnamento chiaro: le alleanze elettorali, politiche, governative si costruiscono e si ripropongono di volta in volta a seconda della posta in gioco e delle preferenze dei leader, degli iscritti e degli elettori. La ri-costruzione di ciascuna alleanza è resa più o meno difficile dalle precedenti esperienze. Gli inglesi sostengono, giustamente, che success breeds success. Per dare vita a una coalizione elettorale di successo, dunque, mi parrebbe opportuno cominciare subito da qualche esperimento locale reso più agevole dalle preferenze dei dirigenti e degli attivisti, mirando ad alcuni punti programmatici particolarmente significativi. Le elezioni nei comuni al disopra dei 15 mila abitanti offrono la grande opportunità del ballottaggio per l’elezione del sindaco. Consentono, quindi, di valutare come e quanto i due elettorati, pentastellato e democratico, reagiscono rispetto alla necessità/imperativo della confluenza sulla candidatura arrivata al ballottaggio. Ma c’è di più. Consentono di vedere e di misurare sia la capacità di attrarre nuovi elettori sia di motivare parte degli astensionisti, quelli che definisco “di opinione”, cioè che per andare alle urne valutano effettivamente le proposte di nomi e di idee che vengono (loro) fatte.
Questo non è in nessun modo un ragionamento ingegneristico. Tutte le ricerche elettorali dell’ultimo decennio hanno concordemente rilevato che: 1. All’incirca un terzo o poco più degli elettori italiani, molti di quelli che vengono indicati come “indecisi” nei sondaggi, sono disponibili a cambiare opzione di voto da un’elezione all’altra, e lo hanno davvero fatto; 2. All’incirca o poco più di quel 30 per cento sono abbastanza o molto insoddisfatti di come funziona il governo/la democrazia italiana. Certo, spesso i cambiamenti di voto avvengono non da un’area all’altra, ma all’interno di ciascuna area, come potrebbe essere fra Lega e Fratelli d’Italia. Rimane, però, un 10-15 per cento di elettorato che è, userò una parola evocata dai Democratici, contendibile. Per raggiungerlo, però, sarebbe necessaria una coalizione che, partendo da PD più Cinque Stelle, vada alla ricerca dei “contendibili” con l’offerta di qualcosa di più mobilitante che l’esclusione di Salvini dal governo. Ripiegati sui loro più o meno gravi problemi, pentastellati e democratici sembrano affidare il loro destino al successo di Draghi. Non basterà.
Pubblicato il 18 maggio 2021 su il Fatto Quotidiano
Democrazia Futura. Da partiti pigliatutto al vuoto, gli effetti della trasformazione della forma-partito oggi @Key4biz
Gli effetti della trasformazione dei modelli di partito oggi, Democrazia Futura entra nel vivo con una riflessione sul tema “Effetto Draghi”. Prove tecniche di post-democrazia sobria e di restaurazione di un’etica pubblica.
Nel 1966 fu pubblicato postumo un articolo che per qualche decennio ha segnato l’analisi delle trasformazioni dei partiti fino ad oggi (1). L’autore, Otto Kirchheimer, Professore di Government alla Columbia University, era uno degli scienziati sociali e politici della Scuola di Francoforte che aveva dovuto lasciare la Germania di Hitler. Socialdemocratico, autorevole studioso della Costituzione di Weimar, aveva contrastato con vigore il pensiero di Carl Schmitt. Nel suo breve saggio, Kirchheimer sostenne che i partiti di massa di classe, socialisti e comunisti, e confessionali, le Democrazie cristiane, in Francia, Germania e Italia stavano diventando partiti pigliatutti (2). Con nostalgia per quel partito di massa, l’autore individuava cinque grandi cambiamenti in corso, anzi, in stadio avanzato: a) drastica riduzione del bagaglio ideologico; b) rafforzamento dei gruppi dirigenti di vertice e valutazione delle loro azioni e omissioni dal punto di vista dell’identificazione, non con gli obiettivi del partito, ma con l’efficienza dell’intero sistema sociale; c) diminuzione del ruolo del singolo iscritto; d) minore accentuazione di una specifica classe sociale o di una platea religioso-confessionale per reclutare invece elettori tra tutta la popolazione; e) apertura all’accesso di diversi gruppi di interessi. Quasi subito si aprì nel contesto italiano una colluttazione fra i comunisti, che negavano qualsiasi loro scivolamento verso il partito pigliatutti, e esponenti della sinistra non comunista che in parte lo criticavano per la perdita di slancio al cambiamento sociale e per l’integrazione nel sistema e in parte lo auspicavano. Quello che è successo in seguito, un po’ dappertutto, anche se in maniera diseguale, ai partiti di massa delle democrazie dell’Europa occidentale, conferma che Kirchheimer aveva colto una tendenza fondamentalmente inarrestabile.
La riflessione sui fattori che avevano dato inizio alla tendenza è stata forse meno approfondita del necessario. In estrema sintesi, sempre con la nota di cautela che le condizioni iniziali erano alquanto diverse da paese a paese e da partito a partito, fra quei fattori spiccavano le nuove modalità di comunicazione grazie alla diffusione della televisione, la prosperità conseguita e diffusa, i mutamenti nelle classi sociali a partire dalla classe operaia, i processi di secolarizzazione. Quello che non apparve chiaramente allora e che anche in seguito non è stato, a mio parere, sufficientemente studiato, è che quei partiti di massa non erano e non avevano mai voluto essere organizzazioni puramente elettorali. Fra i loro compiti avevano inserito e esercitato quelli relativi al reclutamento di iscritti, alla loro educazione politica, alla selezione di dirigenti e candidati alle cariche elettivi. I partiti pigliatutti si erano dati altri obiettivi distanti e talvolta molto differenti, sostanzialmente meno impegnativi di quelli perseguiti dai partiti di massa, di classe e confessionali.
Praticamente negli stessi anni in cui scrisse Kirchheimer, si era affacciata una ambiziosa spiegazione della nascita e del consolidamento dei partiti in Europa occidentale basata sulle fratture sociali e, in parte, politiche: Stato/Chiesa; centro/periferia; città/campagna; imprenditori/lavoratori. Esposta per la prima volta congiuntamente dall’americano Seymour M. Lipset e dal norvegese Stein Rokkan (3) questa tesi fu poi perfezionata e ampiamente utilizzata dal solo Rokkan. La combinazione variegata di quelle fratture aveva dato vita ai sistemi di partito che, consolidatisi già all’inizio degli anni Venti del ventesimo secolo, erano riusciti a durare attraversando tempi difficilissimi senza cambiamenti di rilievo (ad eccezione della nascita del Partito gollista, fondatore della Quinta Repubblica francese) fino alla metà degli anni Sessanta –proprio gli anni nei quali stavano emergendo i partiti pigliatutti. Implicita nella tesi di Lipset e Rokkan stava la necessità di vere e profonde fratture sociali per la comparsa di nuovi partiti (anche se Rokkan riconobbe che alla base dei partiti fascisti e comunisti si trovavano fratture eminentemente politiche). Qui mi corre l’obbligo di mettere in evidenza che Sartori non aderì mai alla tesi di Rokkan, sostenendo piuttosto, in linea con una più che convincente interpretazione del pensiero di Max Weber in materia e anche di Schumpeter, che i partiti sono il prodotto della abilità/volontà di un imprenditore politico che sfrutta le circostanze e utilizza lo spazio politico esistente.
Quello che è certo è che i partiti nati nei decenni successivi non sembrano avere un collegamento solido con qualche importante frattura sociale tranne, forse, quella industrialismo/ambientalismo che, infatti, ha dato vita a partiti verdi, anche se, nella maggioranza dei casi, non di grande successo elettorale e politico. Non mi spingerei fino a sostenere che esista una frattura “europeismo/sovranismo” e che sia di portata tale da ristrutturare i sistemi di partito delle democrazie europee, ma, forse, è prematuro discettare in proposito.
Partito è, nelle parole di Sartori che cito a memoria, un’organizzazione di uomini e donne che presenta candidature alle elezioni, ottiene voti, vince cariche. Fra queste cariche, le più ambite sono, ovviamente, quelle di governo. Kirchheimer si era fondamentalmente preoccupato del ruolo di rappresentanza politica delle preferenze degli elettori e del compito sociale e pedagogico del partito di massa. Da molto tempo, però, soprattutto in Gran Bretagna, l’attenzione degli studiosi era stata dedicata allo studio dei partiti che andavano al governo e ai loro comportamenti: party government. Peraltro, un po’ dappertutto le democrazie erano effettivamente casi di party government nei quali: “1. Le decisioni sono prese da personale di partito eletto (a cariche di governo) o da soggetti sotto il suo controllo; 2a) le politiche pubbliche sono decise all’interno dei partiti che 2b) poi agiscono in maniera coesa per attuarle; 3a) i detentori delle cariche sono reclutati e 3b) mantenuti responsabili attraverso il partito” (4). La Repubblica italiana, nella quale tutti questi criteri avevano trovato applicazione concreta, è sicuramente stata un caso di “governo di partito” dal 1946 al 1992, persino nella sua degenerazione chiamata partitocrazia. (5)
Fra il 1994 e oggi nel caso italiano è andato perso tutto quello che, in conformità con le teorie e con le pratiche esistenti nelle democrazie occidentali, aveva funzionato soddisfacentemente fino allo smantellamento del Muro di Berlino 1989 (sì, asserisco anche l’esistenza di consequenzialità post hoc ergo propter hoc). Tutti i partiti, che per lo più rifiutano persino questo appellativo, sono oramai pigliatutti. Nessuno di loro svolge qualsivoglia attività pedagogica (le “scuole” sono balletti per le ledearship, esibizioni festaiole), di produzione di cultura politica. I loro meccanismi di reclutamento e di selezione funzionano poco, saltuariamente, male, a scapito del ruolo e della partecipazione degli iscritti. Per lo più i partiti italiani hanno e manifestano caratteristiche “personalistiche” con l’accentuazione della visibilità del leader proprio come evidenziato e lamentato già da Kirchheimer. Quanto al “governo di partito”, gli esperimenti dei governi non-politici, ma affidati a personale sostanzialmente privo di appartenenze e esperienze politiche (Ciampi; Dini; Monti; Draghi), stanno a dimostrare che quel tipo di governo viene spesso messo in soffitta. La questione non è che i governi non-politici non sono eletti da nessuno/non escono dalle urne, come perseverando nell’errore costituzionale grave, affermano imperterriti alcune grandi firme e lo stesso Direttore del Corriere della sera. La vera questione è che quei governi e molti loro ministri sono tecnicamente “irresponsabili”. Non hanno un elettorato di riferimento, non dovranno tornare a chiedere il voto agli elettori assumendosi la responsabilità di quello che hanno fatto, non hanno fatto, hanno fatto male. Anche in questo modo si svuotano le democrazie. (6)
*Gianfranco Pasquino è Professore Emerito di Scienza Politica dell’Università di Bologna e Accademico dei Lincei. Il suo libro più recente è Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET 2021).
Pubblicato il 6 maggio 2021 su Key4biz
Ripresa, resilienza e fiducia #RecoveryPlan #PNRR
Piano di ripresa e resilienza è quanto il governo Draghi ha stilato per ottenere gli ingenti fondi messi a disposizione all’Italia dall’Unione Europea. Sono 191 miliardi e mezzo di Euro più 30 miliardi aggiunti dallo Stato italiano. Presentando, finalmente, “in zona Cesarini”, il documento di 330 pagine ai parlamentari che l’hanno ricevuto soltanto domenica alle 14.30, Draghi ha chiarito con sobrietà e precisione per quali interventi, con quali obiettivi e come quei fondi saranno indirizzati e utilizzati. Ha anche generosamente riconosciuto al governo del suo predecessore, Giuseppe Conte, di avere fatto gran parte del lavoro sul quale si basa il documento che diventerà definitivo dopo il dibattito e l’approvazione parlamentare. I diversi settori ai quali destinare i fondi sono sostanzialmente interconnessi. In estrema sintesi, la transizione non più rinviabile ad una economia verde richiede conoscenze specifiche e quindi acquisizione di nuove competenze. In una (in)certa misura queste competenze saranno meglio ottenute e poste all’opera attraverso tutti i processi possibili di digitalizzazione e costantemente monitorati e revisionati. Pertanto, sarà indispensabile investire in maniera molto ampia nei settori dell’istruzione, della formazione e aggiornamento professionale, e della ricerca. Soltanto nuove efficienti infrastrutture miglioreranno l’economia e la vita del paese. Una giustizia con tempi rapidi è indispensabile e contribuisce alla ripresa non scoraggiando gli operatori economici che in Italia vorrebbero investire. La burocrazia, sia soprattutto a livello nazionale sia a livello regionale, ha un ruolo importantissimo nell’attuazione delle riforme. Dunque, deve essere rapidamente riformata e messa alla prova.
Draghi non si è limitato a presentare in maniera molto convincente tutti i progetti del Piano di Ripresa e di Resilienza. Ne ha evidenziato gli obiettivi civili e sociali. In sostanza, quei progetti serviranno a ridisegnare l’Italia. Daranno opportunità ai giovani, favoriranno le famiglie, ridimensioneranno fino a farlo scomparire il divario, economico e sociale, fra uomini e donne. Poiché il 40 per cento di quei fondi andranno in investimenti al Sud, dovranno ridurre le differenze Nord e Sud non soltanto perché la crescita del Sud è utile al rilancio del paese, ma perché la coesione territoriale è importante in sé. Pone rimedio a gravi squilibri passati, recenti, attuali.
Pur conscio della gravità dell’occasione, Draghi ha lasciato trasparire un po’ di autoironia, ma soprattutto ha voluto concludere con parole di grande (no, non scriverò “eccessiva”) fiducia negli italiani. Sono parole che è opportuno citare per esteso: “Sono certo che l’onestà, l’intelligenza, il gusto del futuro prevarranno sulla corruzione, la stupidità, gli interessi costituiti. Questa certezza non è sconsiderato ottimismo, ma fiducia negli Italiani, nel mio popolo, nella nostra capacità di lavorare insieme quando l’emergenza ci chiama alla solidarietà, alla responsabilità”. Personalmente, non mi resta che plaudire e sperare che Draghi abbia ragione.
Pubblicato AGL il 27 aprile 2021
Non è solo una sedia quello che manca all’Unione Europea
Quel video con due uomini bianchi che si appropriano delle due sedie disponibili nell’ampia sala e con una donna che, molto perplessa, si accomoda su un sofà, rivela molte verità. C’è il maschilismo palesemente esibito dal presidente turco Erdogan oppure, se preferite, dal suo cerimoniale, ma da lui evidentemente approvato. C’è un maschilismo subliminale, appena mascherato dall’imbarazzo, del Presidente del Consiglio Europeo, il belga Charles Michel, non pronto a porvi rimedio. Benvenute sono le sue tardive scuse: “immagine disastrosa”, nella speranza che non ci sia una prossima volta. C’è, però, soprattutto, l’aperta manifestazione del potere politico di Erdogan inteso a dimostrare che decide lui come rapportarsi all’Unione Europea, quell’Unione Europea che ne critica senza abbastanza convinzione i molti tratti di autoritarismo. Erdogan ha fatto vedere che lui ha la scimitarra dalla parte del manico. A due giorni dall’evento tutti, meno il Presidente turco, cercano di fornire interpretazioni più o meno diplomatizzate, abborracciate. Tutti meno uno.
Nella sua conferenza stampa, il Presidente del Consiglio Mario Draghi non ha avuto dubbi: Erdogan è un dittatore. Condivido la valutazione di Draghi, ma le autorità europee hanno subito preso qualche distanza dalla frase di Draghi poiché debbono fare i conti con due debolezze strutturali. La prima è che hanno bisogno di Erdogan per affrontare il problema degli intensi e incessanti processi di migrazione dal Medio-Oriente, in particolare dalla Siria. L’UE ricompensa lautamente Erdogan per la sua “accoglienza”, per il suo ruolo di cuscinetto. Non avendo finora saputo elaborare una politica comune e adattabile a fronte di una emigrazione gonfiata da guerre in corso, l’Unione si affida a un dittatore esoso. La seconda ragione delle difficoltà dell’Unione è che non sa come fare rispettare fino in fondo tutti gli elementi dello stato di diritto, della rule of law, neppure al suo interno, come dimostrano le incertezze nei confronti delle palesi violazioni da parte dei capi di governo ungherese e polacco (di recenti omaggiati da Salvini).
Non impeccabile, non senza macchia, non coesa, l’Unione Europea non può neppure essere senza paura. Draghi l’ha richiamata alla dura realtà, ma come trattare con i dittatori è un problema per il quale le democrazie e i loro governi non hanno mai trovato una soluzione condivisa. I principi morali sono di difficile e spesso costosa applicazione. Al proposito, c’è un altro inconveniente. Nonostante l’esistenza di un Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e la politica di sicurezza, gli Stati-membri dell’Unione continuano ad andare in ordine sparso. Questo rende possibile ai dittatori dotati di qualche preziosa risorsa di fare il gioco sporco. Un’Unione più solida e convinta sarebbe non soltanto in grado di dare una risposta più dura a Erdogan, ma anche a acquisire un ruolo internazionale più incisivo e più fruttuoso. Non sono affatto sicuro che il pure grave episodio della sedia negata riesca a spingere in quel senso.
Pubblicato AGL il 10 aprile 2021
Ma la realpolitik sarà sufficiente? #FormicheRivista n° 168 #Aprile2021 Elogio del Pragmatismo @formichenews
Aprile 2021 Elogio del pragmatismo
Ma la realpolitik sarà sufficiente?
L’insorgenza populista e sovranista sembra terminata. Un po’ dappertutto la pandemia sembra avere richiamato il popolo, pardon, i cittadini-elettori, e i dirigenti politici a atteggiamenti e comportamenti più sobri. Non sono in vista miracoli, ma riflessioni, in parte, purtroppo, in piccola parte, ispirate dalla consapevolezza che la scienza conta e che, dunque, bisogna contare anche sulla scienza. Qualcuno, forse, è andato audacemente e ardimentosamente oltre, vale a dire, pensa e sostiene che la politica possa e debba essere sostituita dalla scienza, persino, attribuendo capacità taumaturgiche agli economisti. Più fragorosamente che altrove, ma anche prima e più lungamente che altrove, è in Italia che la politica, intesa in senso molto lato, ha mostrato gravi inconvenienti. Tuttavia, non sarà affatto la tecnocrazia, neppure nella versione Draghi e i suoi boys, a risolvere le difficoltà di lungo corso dei partiti italiani e dei loro dirigenti. Ricorrerei ad una comparazione che fa leva sulla retorica. Per risolvere i problemi della democrazia ci vuole più democrazia proprio come per risolvere i problemi della politica ci vuole più politica. Sappiamo, è una certezza, che l’anti-politica in Italia è da sempre forte. Ė stata ingabbiata da partiti veri e seri per un periodo di cui è giusto essere fieri, dal 1945 a, scusatemi, ma non trovo una data convincente per segnalare la fine di quell’esperienza, forse al 1989. Poi l’antipolitica è tornata in forza sulle ali prima di un imprenditore, poi di un comico ed è rimasta alimentando copiosamente le Stelle.
Altrove, la situazione era diversa in partenza ed è rimasta diversa per tutto il tempo con la clamorosa eccezione degli USA e la Presidenza Trump (il Bolsonaro del Brasile è esperienza peculiare, con minor impatto internazionale). Mi viene regolarmente la tentazione di interrogarmi su che cosa rileverebbe Tocqueville come, al tempo stesso, una sorpresa e una correzione rispetto alle sue acutissime osservazioni dell’America degli anni trenta del XIX secolo. Poi, avendo letto le analisi di Robert Putnam sul capitale sociale, capisco che cosa è successo negli USA per aprire la strada a Trump (molto machismo, persistenza del razzismo, terribili semplificazioni che un elettorato con basso livello di istruzione ha dimostrato di sapere e volere apprezzare). Il trumpismo non è, naturalmente, finito, ma è improbabile che negli USA riconquisti i fasti del passato proprio come il populismo europeo non riuscirà ad ergersi come alternativa al ritorno di una politica non urlata, non stravolta. Dagli USA è venuta anche la lezione che le istituzioni e le regole della democrazia costituiscono un baluardo. Ricorderemo l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021 come il canto di un brutto cigno, ma anche come la sconfitta di quei “patrioti” bianchi insurrezionisti. Joe Biden è, in effetti, qualcosa di più dell’impossibile ritorno ad una normalità pre-2016. Il Presidente democratico è old, ma, consentitemi di aggiungere subito, giocando con le parole, ha dimostrato di essere bold, ovvero audace. Se Biden proseguirà tenacemente la strada del riformismo, economico e culturale, di ampliamento delle opportunità che è il meglio del “sogno americano”, l’impatto si avrà anche sui sistemi politici europei, sull’Unione Europea.
Oggi è impossibile dire se stiamo assistendo soltanto al ritorno del pragmatismo. Non sappiamo se il pragmatismo sarà sufficiente. Certamente, però, tenere conto dei fatti, delle prassi, costituisce la premessa indispensabile di qualsiasi costruzione di idee e di ideali. Temo che la pandemia offrirà ai politici, agli esperti, all’opinione pubblica nelle sue differenziate espressioni, ai cittadini ancora molto tempo per progettare. Ė un auspicio basato su segni ancora relativamente deboli che con l’impegno potranno rafforzarsi. Insomma, all’orizzonte si prospetta una nuova stagione nella quale politica e conoscenza, potere e sapere avranno modi di interagire liberamente. Voilà.
I dilemmi di Draghi e il potere che rinuncia allo storytelling @DomaniGiornale
Già predisposti favorevolmente nei confronti di Mario Draghi, praticamente tutti i giornalisti presenti alla sua prima conferenza stampa ne hanno tessuto grandi lodi: preciso, sintetico, rilassato, competente. Potrei subito dire che è il classico omaggio che il vizio (giornalisti spesso faziosi, sempre verbosi, talvolta ad arte sopra le righe) che fa alla virtù (un uomo competente e pacato come stile e temperamento). Se vogliamo, però, capire come nascono e come funzionano i processi di comunicazione politica e di formazione dell’opinione pubblica, è indispensabile andare più a fondo nell’analisi, anche retrospettiva, sapendo fare utile ricorso alla comparazione.
Draghi giunge alla carica di Presidente del Consiglio perché legittimamente nominato dal Presidente della Repubblica nell’esercizio dei suoi poteri costituzionali. Accolto da un ampio consenso delle forze politiche in Parlamento e più in generale dei mass media, Draghi non ha nessun bisogno di impegnarsi nell’importante attività che gli studiosi/e di comunicazione politica chiamano storytelling. Non deve raccontare la sua vita professionale come un insieme di ostacoli e di dolori da lui superati con successo grazie all’impegno e al lavoro (su questo punto, ampiamente e convincentemente si veda il libro di Sofia Ventura, I leader e le loro storie. Narrazione, comunicazione politica e crisi della democrazia, Bologna, il Mulino, 2019). La sua biografia professionale parla da sé, alto e forte. Draghi non deve annunciare a nessuno che è un predestinato. Non lo pensa, ma certo non vuole perdere tempo a scoraggiare i “benpensanti”. Non deve neppure indicare che quello che farà si situa in continuità con la sua azione europea ed è essenzialmente la prosecuzione logica e coerente di quello che ha già fatto appunto in Europa. Anzi, tenere basse le aspettative è la strategia migliore, peraltro già adeguatamente nelle corde del Presidente del Consiglio.
Ciò detto, tuttavia, al (governo del) Presidente del Consiglio è stato affidato, più o meno opportunamente, anche il compito di ristrutturare la politica. Questa ristrutturazione potrebbe essere estesa (o ristretta) al sistema dei partiti. Certamente, un governo del quale fanno parte tutti i partiti esistenti meno uno offre una pluralità di impressioni/sensazioni all’opinione pubblica, una delle quali non può non essere quella di un eccessivo unanimismo, forse “grande ammucchiata”. Contrastare questa valutazione che, altrimenti, potrebbe tradursi in rigetto dell’attuale governo e in apatia/alienazione politica, è possibile soltanto attraverso un tentativo esplicito di influenzare e plasmare l’opinione pubblica.
L’uomo solo al comando deve apparire tale soltanto perché accetta le responsabilità della decisione da prendere e presa (è una delle dimensioni de Lo stile del leader. Decidere e comunicare nelle democrazie contemporanee, Bologna, il Mulino, 2016, individuata da Donatella Campus), non perché non presta ascolto alla pluralità di voci, di preferenze, di aspettative e di interessi. Rimane aperto e controverso il rapporto che il leader deve stabilire fra mediazione e disintermediazione quando si confronta con gli interessi organizzati. Quanto all’ascolto, non può essere unicamente prestato ai giornalisti nelle rade conferenze stampa. Non può essere quello riferito ai cittadini esposti alle teleconferenze che il Presidente del Consiglio tiene con la Commissione Europea e con gli altri capi di governo. Non può neppure essere quello del pubblico dei messaggi inviati in occasioni importanti. Infine, per la specificità di Draghi leader non-politico, non può riferirsi alla dimensione che Campus definisce della ispirazione che “spinge ad aderire a un progetto proposto dal leader e a identificarsi con esso” (p. 29). Mancano sia un progetto esplicito sia seguaci disponibili. Sento di dovere sottolineare che, talvolta, senza contraddizioni, l’ascolto deve tradursi anche in presenza personale, nell’esposizione, non voglio eccedere, ma l’espressione tecnica è “del corpo del leader”.
Da tralasciare, invece, perché in larga misura impropria e, forse, intrinsecamente provocatoria, è qualsiasi comparazione con i leader autoritari che del loro corpo facevano (e continuano a fare) un messaggio politico. Tuttavia, è indubbio che, ricorro ad un esempio certamente memorabile, l’inginocchiarsi spontaneo di Willy Brandt nel dicembre 1970 davanti al monumento alla Shoah a Varsavia fu e rimane uno dei più potenti messaggi politici e personali in materia di riconoscimento di quel crimine contro l’umanità. Fatte le debite proporzioni, la presenza di Draghi all’inaugurazione della stele dedicata alle vittime del Covid-19 al cimitero di Bergamo è un segnale politico, nel senso più alto della parola, di appartenenza alla comunità attraverso la visibile condivisione del dolore.
Un capo di governo di più o meno lungo corso politico è abitualmente espressione di un partito. Quasi sicuramente, anche se da qualche anno meno che in passato, quel partito ha una presenza organizzata sul territorio. Tiene i contatti con il suo elettorato. Con maggiore o minore successo diffonde informazioni. Cerca di mantenere o creare atteggiamenti e valutazioni favorevoli al suo capo di governo. Un capo di governo di estrazione non politica, soprattutto se non nutre ambizioni di carriera, non ha probabilmente grandi incentivi per preoccuparsi del consenso espresso dall’opinione pubblica. Però, è consapevole che quel consenso si manifesterà e anche crescerà in seguito alle decisioni corrette, ai cambiamenti positivi, alle prospettive di crescita e di miglioramento. Che sarà, dunque, un termometro di valutazione della bontà o meno delle sue scelte. Ovviamente, in parte è così, ma l’opinione pubblica, soprattutto in situazioni oggi esistenti in tutte le democrazie, di bombardamenti di notizie anche fake, di divisioni in compartimenti stagni polarizzati e conflittuali, di tentativi di manipolazione, deve essere raggiunta da messaggi forti, frequenti, rassicuranti e credibili che soltanto un capo di governo e alcune poche altre autorità politico-istituzionali più qualche straordinaria figura di intellettuale pubblico è in grado di mandare con successo.
Non sono pochi coloro (ad esempio, Giovanni Sartori, Opinione pubblica, in Elementi di teoria politica, Bologna, il Mulino, pp. 177-215) che ritengono che non è più neppure possibile parlare di opinione pubblica al singolare, ma che ci sono alcune differenziazioni di cui è imperativo tenere conto. La prima è che esiste un cerchio relativamente ristretto di un’opinione pubblica bene informata, attenta, reattiva. Quanto ristretto o ampio sia quel cerchio è oggetto di costante ricerca e riformulazione. Questa parte di opinione pubblica è facilmente raggiunta dai messaggi del capo di un governo, ma non è sempre incline a diffonderli agli altri cerchi di opinione pubblica, meno colti, meno attenti, con minori informazioni di base. Inoltre, per questi diversi cerchi di opinione pubblica, i messaggi che contano e che influenzano atteggiamenti e comportamenti non sono quelli fondati su idee e argomentazioni. Sono quelli improntati da sensazioni e emozioni, da simpatia e empatia. Campus fa l’esempio di Bill Clinton, mentre Ventura assegna a Barack Obama la qualifica di leader della “speranza”. Un capo di governo che riesce a convincere i suoi concittadini che opera per loro, che li ha capiti, che sta con loro può conquistare parte almeno di quei settori sparsi e svagati di opinione pubblica. In un certo senso, Conte aveva fatto diversi passi, premiati dai sondaggi, nella direzione giusta. Dal punto di vista del tipo e della qualità di connessione da stabilire con l’opinione pubblica italiana, il Presidente del Consiglio Draghi sembra soltanto all’inizio della “dritta via”.
Pubblicato il 27 marzo 2021 su Domani
Draghi comunichi di più e non si risparmi: non solo numeri e fatti, ma anche empatia
Da sempre, da quando Pericle parlava agli uomini ateniesi convenuti al Partenone sul far della sera, la politica è anche comunicazione. Dopodiché, ricordiamo i discorsi da Piazza Venezia a Norimberga, dal Cremlino a quello di John Kennedy davanti al muro di Berlino. Da qualche tempo la comunicazione passa sui social: da Twitter a Facebook a Instagram, ma esistono ancora le conferenze stampa. Grande e positiva sorpresa ha destato la prima conferenza stampa tenuta dal Presidente del Consiglio Draghi la settimana scorsa. Abituati a lunghi discorsi molti giornalisti hanno apprezzato le risposte sintetiche e precise di Draghi. Hanno anche lodato la sua compostezza e pacatezza nell’argomentazione dimenticando che spesso i responsabili primi della conflittualità nei confronti dell’ex-Presidente del Consiglio Conte erano stati loro con atteggiamenti e argomenti deliberatamente antagonizzanti. Tuttavia, è già di per sé un merito da riconoscere a Draghi se gli interlocutori hanno fatto domande senza cercare di farsi pubblicità personale come suoi oppositori preparati e più bravi. Forse è proprio dai toni e dallo stile che può cominciare il necessario cambiamento della politica italiana. Ma, fuori dalla sala della conferenza stampa e nei giorni successivi non è mancato chi, come precisamente Matteo Salvini, ha ripreso e continuato nelle sue abituali affermazioni propagandistiche tendenti all’eccesso.
Poiché una rondine non fa primavera (anche se vi siamo finalmente entrati), è opportuno aspettare le conferenze stampa successive e le valutazioni che ne seguiranno per capire meglio dove Draghi e il suo governo dei migliori stanno portando l’Italia cambiandone la politica. Anzitutto, ritengo che sia lecito chiedere al Presidente del Consiglio una presenza più frequente. Ad esempio, la sua partecipazione all’inaugurazione della stele dedicata alle vittime del Covid nella città di Bergamo è stato un segnale molto importante. Fra un mese circa ci sarà la celebrazione della Liberazione dell’Italia e della Resistenza. Quello che Draghi farà e dirà potrebbe costituire uno dei momenti alti di condivisione della memoria sull’avvenimento costitutivo dell’Italia repubblicana.
Molto giustamente Draghi ha dato la priorità nella sua azione di governo alla lotta contro la pandemia. Una lotta che si affronta non soltanto sul piano medico e neppure con un semplice, ma dovuto, sforzo di riorganizzazione delle strutture burocratiche. Richiede osservanza delle regole da parte dei cittadini e disciplina nei comportamenti collettivi. Non è oramai più la fase di autoelogi e di riconoscimenti compiaciuti, ma spesso non abbastanza meritati, agli italiani i quali solo nelle emergenze darebbero il meglio di se stessi. Poiché la politica deve anche sapere creare consenso, a maggior ragione per un capo di governo venuto dall’esterno, il suggerimento e l’auspicio è che Draghi non si risparmi. Comunichi con maggiore frequenza e non solo con numeri e fatti, ma anche mostrando empatia.
Pubblicato AGL il 23 marzo 2021
Il vuoto di idee dei partiti non sarà riempito da Draghi @DomaniGiornale
Coinvolti in un esperimento di nome “governo Draghi” che hanno largamente subito, ma che ha, comunque, lasciato/concesso loro cariche ministeriali importanti, i partiti italiani, con l’eccezione ai suoi inizi del PD, non sembrano sapere andare alle radici dei loro problemi. Se questa era una crisi di sistema nessuno sta cercandone una soluzione. Se, invece, è una crisi della politica i partiti non hanno neppure cominciato ad affrontarla. Qualcuno, più fuori che dentro i partiti, sembra attendersi il rinnovamento della politica da quello che farà il governo Draghi. Come il capo del governo ha dimostrato nella sua finora unica conferenza stampa, esistono modalità di comunicazione efficace che, propongo questa chiave di lettura, prescindono totalmente dalle pratiche partitiche e che segnalano la necessità e possibilità di un loro superamento. In questo modo, però, il rischio è che la politica italiana non sarà trasformata e migliorata, ma verrà, anche molto al di là delle intenzioni del Presidente Draghi, sostanzialmente accantonata. Si entrerebbe in un ambito di esperienze inusitate dovendo peraltro costruire canali di comunicazione, di partecipazione e di influenza per i cittadini. Non è in nessun modo quello che gli attori partitici italiani stanno facendo al momento.
Il Movimento 5 Stelle non è finora riuscito a darsi nuove modalità di leadership e non potrà risolvere i suoi problemi allontanandosi dai teleschermi. Giocare su due tavoli, quello di Salvini della “piazza” euroscettica e quello di Giorgetti, delle categorie produttive che dell’Unione Europea riconoscono necessità e utilità, non toglie la Lega dalla sua condizione di ambiguità. Giorgia Meloni può abilmente criticare queste ambiguità dall’alto della sua coerenza, ma la sua opposizione non si staglia in maniera speciale e si scontra con l’obiettivo di ricompattare il centro-destra. Il leader di Italia Viva vanta il suo ruolo di costruttore del governo Draghi, ma tutti ricordano come davvero incisivo quello di distruttore del governo Conte. Ad ogni modo per quanto ripetuto e ripetitivo quel vanto non contiene nessuna elaborazione strategica.
“Tornare a vincere” è l’ambizioso proposito del neo-segretario del Partito Democratico Enrico Letta che, però, non ha ancora effettivamente ridimensionato il peso delle correnti delle quali è possibile dare un giudizio positivo soltanto di fronte alla comprovata capacità di elaborare idee. Invece, ad esempio, nelle città che andranno ad elezioni autunnali, come Roma, Bologna e persino Milano, non sembra esserci nessuna elaborazione di idee, ma esclusivamente scontri fra persone, con il sindaco di Milano che ha addirittura deciso di fare riferimento primario non al PD, ma ai Verdi Europei. Certo, con Letta ci si potrebbe limitare ad affermare “ce n’est qu’un début”, ma forse è più opportuno criticare la mancanza di visione strategica un po’ in tutti i partiti. La crisi della politica partitica continua. Il suo superamento non è dietro l’angolo.
Pubblicato il 21 marzo 2021 su Domani
Nel ritorno al Mattarellum c’è il futuro di Conte e Letta @DomaniGiornale
Al tuttofare Mario Draghi molti hanno pensato di affidare anche il compito di ricostruire la politica. Qualcuno, avendo annunciato, in verità un po’ prematuramente e un po’ esageratamente, una crisi di sistema, è in ansiosa attesa di, forse, un altro sistema. Qui è proprio il caso di citare il Gen. De Gaulle: vaste programme, salvo aggiungere subito che de Gaulle il suo programma lo aveva pensato talmente a fondo che non solo costruì un partito, dominante per quasi trent’anni, ma anche una Repubblica, la Quinta, che si avvia ad essere la più duratura della storia della Francia. Delle idee politico-istituzionali di Draghi non ne sappiamo praticamente nulla e non possiamo attribuirgliene né la mancanza né la responsabilità. Più opportuno e rilevante è, oggi (ma anche domani), chiederci se quelle idee, anche per superare la crisi della politica e evitare la crisi del sistema, siano intrattenute da Giuseppe Conte e da Enrico Letta. Il primo ha il compito di ricomporre e meglio attrezzare le rissose e sparse Cinque Stelle. Il secondo non soltanto mira a costruire un PD nuovo, ma vuole addirittura (ri)condurlo a vincere.
Credo che Conte sia molto meno preparato di de Gaulle –e dei suoi consiglieri alcuni dei quali, veri e propri tecnocrati, non si accosterebbero mai ai teorizzatori dell’uno vale uno. Vedo anche molto difficile la transizione da un ruolo di governo, nel quale Conte ha dimostrato di sapere imparare e crescere, al ruolo di (ri)costruttore di un movimento politico la cui spinta propulsiva si è molto affievolita. Fra l’altro, Conte dovrebbe anche occuparsi della transizione dalla piattaforma Rousseau a nuove modalità di iscrizione, partecipazione, funzionamento telematico. Infine, è oramai chiaro che non potrà essere lui il capo di una eventuale coalizione che includa il Partito Democratico.
Dal canto suo, Letta ha messo dolcemente in chiaro che il PD avrà una sua politica autonoma mettendo in soffitta una delle affermazioni più velleitarie e forse anche più controproducenti dei suoi costruttori: la vocazione maggioritaria. Piuttosto, il PD deve trovare un suo ruolo persino più rilevante in quanto perno di coalizioni entro un perimetro largo di centro-sinistra che non potrà in nessun modo essere stiracchiato fino a Salvini, ma chiaramente alternativo al centro-destra. Nelle democrazie parlamentari la politica consiste proprio nel costruire pazientemente e costantemente coalizioni, meglio se coerenti. Mi spingerei fino a sostenere che sempre la politica deve sapere costruire coalizioni e modalità di collaborazione, ma, naturalmente, non può mai rifiutare la competizione, elemento cruciale in tutte le democrazie.
Non bisogna sottacere che, mentre troppi parlano di leggi elettorali proporzionali, facendo di tutta l’erba un fascio, Letta ha già espresso la sua preferenza, certamente non solo per omaggiare il relatore di quella legge, per il Mattarellum. Mi pare opportuno ricordare che quella legge elettorale fu la conseguenza (sostanziale al Senato) dell’approvazione popolare, più dell’80 per cento di “sì”, di un apposito quesito referendario. Qualche ritocco migliorativo è possibile e auspicabile, ma il punto che conta è che la legge Mattarella spinge alla formazione di coalizioni e incoraggia una competizione bipolare. Entrambi i fenomeni fecero la loro comparsa nelle tre tornate elettorali svoltesi in vigenza di quella legge: 1994, 1996, 2001. Insomma, in questa proposta di Letta c’è una apprezzabile visione del sistema politico da ricostruire. Il Movimento 5 Stelle dovrebbe diventare un alleato quasi naturale del PD con candidature scelte anche per la loro propensione/accettazione di una alleanza che mira a governare. Anche il centro-destra avrebbe interesse a compattarsi. D’altronde, aveva già saputo farlo più di un lustro fa. I partiti scrivono le leggi elettorali, ma le leggi elettorali incidono sui partiti. Anche il partito stellato di Conte ne trarrebbe vantaggio obbligato a diventare più coeso. Letta ha cominciato la partita. Faites vos jeux. L’obiettivo sono le elezioni del 2023.
Pubblicato il 18 marzo 2021 su Domani





