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Tocca a Draghi decidere se andare o no al Quirinale @DomaniGiornale


Mario Draghi alla Presidenza della Repubblica? Qualsiasi scenario deve prendere le mosse dalla premessa che la decisione sta nelle sue mani e nella sua mente almeno al 75 per cento. Premuto da più parti, inevitabilmente Draghi starà soppesando il pro e il contro di una sua eventuale, al momento probabile, elezione.
Immagino che contino nella sua valutazione considerazioni personali, politiche e istituzionali. La più alta carica dello Stato è un premio e un riconoscimento alla carriera che nessuno può rifiutare. Certo conta l’ambizione personale, che Draghi ha regolarmente saputo mantenere sotto controllo, ma conta anche il pensiero di quali compiti potrà ancora svolgere dal Quirinale.
Le considerazioni politiche discendono soprattutto da quanto Draghi riterrà che sia già stato fatto in materia di implementazione del Piano Nazionale di Ripresa e di Resilienza. Se le riforme necessarie e gli interventi di contorno saranno già ampiamente lanciati e messi in sicurezza, allora Draghi potrà anche pensare che lasciare al suo successore la prosecuzione di un lavoro importante non comporterà rischi.
Se, invece, non solo lo stato di attuazione non sarà sufficientemente avanzato, ma all’orizzonte vicino si vedessero nuvole, allora Draghi dovrà riflettere. La sua ascesa al Colle significa nell’immediato che bisognerà trovare un nuovo Presidente del Consiglio per un governo dei migliori privato del migliore di loro. Quel Presidente potrebbe, ma non sarà affatto un’operazione liscia e indolore, scaturire dalla maggioranza esistente, dunque, essere gradito tanto al Movimento 5 Stelle e al Partito Democratico quanto a Salvini e Berlusconi. Non c’è dubbio, però, che la ricerca di un successore all’altezza non sarà affatto gradita a Giorgia Meloni.
La sua richiesta di elezioni subito metterà in imbarazzo Salvini che forse non potrà permettersi di continuare nel sostegno a un governo senza Draghi e con chi sa quale altro Presidente del Consiglio. Certamente, Draghi e i suoi collaboratori, ma anche Mattarella, avranno esplorato quali nomi sarebbero disponibili e graditi in special modo al centro-destra.
Per Draghi sarà cruciale che il suo successore a Palazzo Chigi sia una persona che abbia dato mostra di condividere le scelte finora fatte, dotata di capacità di governo e certamente europeista.
Soltanto un previo accordo con Salvini e Berlusconi potrebbe offrirgli garanzie in questa essenziale direzione. Con un uomo o donna in grado di proseguire la sua opera a Palazzo Chigi, Draghi sarebbe nella posizione di offrire sostegno, consigli e orientamenti dal Quirinale.
Quanto alle considerazioni istituzionali, è vero che i politici in attività per di più in cariche operative, come la Presidenza del Consiglio, sono regolarmente stati esclusi dalla corsa al Quirinale, ma Draghi non è un politico di professione e ha accuratamente evitato di politicizzare nel senso negativo le sue scelte e decisioni.
Semmai, la considerazione istituzionale che più dovrebbe contare per tutti: dirigenti di partito, parlamentari, commentatori e, ovviamente, gli stessi Draghi e Mattarella, è nel non ripetere quanto successo con Napolitano: nessuna rielezione di Mattarella per fare fronte, temporaneamente, a un’emergenza. Il Presidente in carica è stato esplicito.
Questo pone Draghi di fronte alla scelta secca: sua elezione nel gennaio 2022 oppure attesa fino al 2029. La decisione è difficilissima. Inevitabilmente e giustamente, Draghi non si esprime, ma non è vero che “attenda gli eventi”. Cerca, invece, di orientare gli eventi per saperne di più. Buona fortuna a lui (e a noi).
Pubblicato i 11 agosto 2021 su Domani
Conte ora detta la linea politica ma Grillo mantiene un suo ruolo #intervista @CdT_Online

Intervista raccolta da Osvaldo Migotto
Il Movimento 5 Stelle (M5S) si è da poco dato un nuovo statuto e ha eletto il suo primo presidente, l’ex premier Giuseppe Conte. Il futuro dei pentastellati resta però incerto a causa del calo nei sondaggi e della litigiosità interna. Abbiamo sentito le valutazioni del professor Gianfranco Pasquino sullo stato di salute di questa formazione politica.
Conte ha parlato di ampissima partecipazione degli iscritti alla sua elezione via Internet. In realtà ha votato per lui il 58% degli aventi diritto che sono poco più di 115.000. La democrazia diretta di cui i vertici del M5S vanno fieri marcia sul posto?
I pentastellati hanno troppo vantato questo loro strumento di partecipazione politica della base. All’inizio la democrazia diretta nel Movimento era utile e forse anche funzionante, poi però non sono stati in grado di far crescere il numero dei partecipanti. Su circa 120.000 attivisti, per Conte hanno votato poco più della metà. Quindi c’è un problema che secondo me Conte dovrebbe affrontare, cercando di recuperare tutti coloro che si erano iscritti, in quanto per votare occorre iscriversi al Movimento, e ampliare il numero degli attivisti, approfittando della nuova piattaforma di cui il Movimento si è dotato.
A Conte viene rimproverato di non aver avuto un’investitura popolare. Pensa che il nuovo leader dei pentastellati dovrebbe seguire l’esempio di Letta che si è candidato come parlamentare di Siena per rimettersi in gioco?
Questa è una questione marginale, in quanto neanche Draghi ha avuto un’investitura popolare. Ci sono modi diversi per essere scelti a capo di un movimento o a capo di un Governo. Ad ogni modo se si presenterà l’occasione di un seggio parlamentare da conquistare, credo che Conte farebbe bene a candidarsi. Non solo per avere un’investitura popolare, ma anche per poter diffondere informazioni e per poterne acquisire. Scendere in campo, per usare una terminologia sportiva, è utile per i giocatori ma anche per l’allenatore, se vogliamo chiamare Conte allenatore.
Le divisioni interne sono uno dei motivi che hanno causato la progressiva perdita di consensi nel M5S. Divisioni emerse anche nel confronto tra Grillo e Conte. Con quali conseguenze sulla tenuta del Movimento?
Credo che oggi non ci siano delle conseguenze serie in quanto ora è Conte a dare la linea politica. D’altronde è chiaro che Grillo abbia un ruolo, e senza di lui il Movimento non esisterebbe. Si spera che Grillo abbia imparato a riequilibrare e non a scassare, perché la sua forza continua ad essere notevole e quindi deve prendere atto che a questo punto è Conte quello che guida e lui potrebbe trasformarsi in un suggeritore, o forse qualche volta in un propagandista, visto che continua ad essere molto efficace e ha carisma, mentre Conte di carisma proprio non ne ha.
Finora abbiamo visto parlamentari grillini espulsi in quanto non seguivano la linea data dalla direzione del Movimento. Non è una logica autodistruttiva?
Sì, il Movimento non ha trovato il modo di riuscire ad avere un vero dibattito, ed è per questo che avvengono le espulsioni. La linea dei gruppi parlamentari non viene dalla discussione all’interno dei gruppi ma in qualche modo viene calata dall’alto. Il M5S deve dunque trovare delle modalità per confrontarsi e soprattutto deve smetterla con la pratica delle espulsioni che non sono mai una buona scelta, per nessuno. Bisogna sempre riuscire a convincere.
Il premier Draghi negli scorsi giorni ha detto di non voler affossare il reddito di cittadinanza. Crede che lo ha fatto per il quieto vivere di una maggioranza eterogenea o perché crede in questo strumento di sostegno all’occupazione?
Credo che sia al 75 per cento perché crede che questo strumento sia utile e al 25 per cento perché non voleva dare subito un dispiacere a Conte. Ma soprattutto perché ci crede. Draghi non ha la lingua biforcuta e quindi ci crede, anche se tra coloro che ci credono, molti ritengono che bisogna introdurre delle modifiche nel reddito di cittadinanza perché tale strumento potrebbe essere usato molto meglio, in particolare per l’avviamento al lavoro che è il punto debole di questa legge.
Pubblicato il 10 agosto 2021 sul Corriere del Ticino

Caro Presidente del Consiglio, nelle migliori democrazie parlamentari succede che … #riformagiustizia
Caro Presidente del Consiglio,
vedo che oramai padroneggi la situazione politica, istruisci il Consiglio dei Ministri e orchestri a piacimento le conferenze stampa. Me ne rallegro. Ho un solo suggerimento per l’oggi e il domani: valorizzare ruolo e compiti del Parlamento, a cominciare dagli emendamenti al disegno di legge sulla giustizia. Tocca ai Presidenti delle Camere tagliare, sfrondare, dichiarare inammissibili. Poi saranno i parlamentari competenti a fare il lavoro giusto. A te di chiedere la fiducia su un testo migliorato dal Parlamento. Vedremo anche chi sono i parlamentari capaci, futuri governanti possibili proprio come succede nelle migliori democrazie parlamentari.
Quel doppio passo di Draghi per dribblare i partiti. Scrive Pasquino @formichenews
Draghi non è un mago, sono gli altri che gli stanno un passo indietro. Da Letta a Meloni, non c’è una proposta che odori di politica nuova, capacità propositiva zero. Ora il premier ha un ultimo doppio passo da fare per dribblare i partiti, ecco quale. Il commento di Gianfranco Pasquino
Gli amici al bar del Giambellino dicevan ch’era un Draghi (chiedo scusa, un mago).” Eh, no, replicò da Roma, l’avversaria Giorgia Meloni, è un seminatore di terrore. Altri amici/nemici scalpitavano un giorno sì e l’altro anche, ma qualsiasi terreno di scontro scegliessero andavano a sbattere. Il Draghi li rintuzzava, più o meno severamente, e tirava innanzi. Sembrava che il politico di doti inaspettate fosse lui, ma a qualcuno veniva il sospetto che quello che Salvini e Meloni enunciavano fosse una politica vecchia e stantia e quello che Letta pronunciava fosse sempre un passo indietro, al massimo di fianco al Draghi, rispetto ai problemi da affrontare.
Draghi era partito, seppure leggermente preoccupato dal peso dell’incarico, con un paio di vantaggi: quel che aveva fatto Conte, quel che sapeva bisognava fare. Adesso gode di alcuni meriti: avere sempre affrontato (e superato) gli ostacoli, essere percepito, soprattutto in Europa, come l’unico che può spingere l’Italia nella direzione giusta e obbligarla a seguire quella direzione. Appare insostituibile. Il semplice esercizio mentale di immaginare Salvini o, addirittura (proprio questa parola ho scelto), Meloni a capo del governo italiano, appare quasi terrorizzante (anche questa parola è davvero appropriata).
Le capacità propositive dei leader dei partiti che sostengono Draghi appaiono vicinissime allo zero. L’agenda la dettano i fatti e il Presidente del Consiglio. Le politiche sono formulate dal Presidente del Consiglio che, per lo più, non sembra tenere affatto conto delle critiche, spesso di bandiera, e di alternative, praticamente mai esplicitate. Non appartengo alla schiera di coloro che pensano che debba necessariamente esserci sempre una vigorosa e aspra dialettica, ma certamente la mancanza di idee e di proposte dei partiti mi pare un pessimo segnale per il futuro che spero non prossimo. So di chiedere molto, ma non troppo, al Presidente Draghi, ma cerchi lui di introdurre due cambiamenti sostanziali e sostanziosi destinati a rimanere. Un governo che si confronta nel procelloso mare parlamentare degli emendamenti, a cominciare con quelli sulla riforma della giustizia, senza ricorrere ad un maxiemendamento con voto di fiducia. Un governo che non scrive più decreti omnibus la cui urgenza e necessità sono giustificabili solo dai suoi stessi ritardi. Nelle parole critiche di Mattarella su queste deleterie prassi avrei voluto cogliere anche uno spicchio di autocritica quirinalizia. Ciò detto, comunque, mi unisco al coro degli amici del bar del Giambellino e anche di quello di Rue de la Loi (sede della Commissione Europea): Mario è davvero un Draghi, ma mai abbassare il tiro della critica. Semaforo verde non per tutti.
Pubblicato il 25 luglio 2021 su Formiche.net
La libertà irresponsabile dei leader non politici @DomaniGiornale

Tutti i governi a guida non-politica corrono il rischio della ““irresponsabilità”. Misurare il tasso di tecnicità e di politicità del governo Draghi può essere un esercizio interessante se seguito da una riflessione su quello che verrà. Il Manuale Cencelli, basato sull’importanza di ciascun ministero, rimane certamente una guida utile per qualsiasi valutazione. A occhio mi sembra possibile sostenere che la tecnicità del governo Draghi prevale sulla sua politicità soprattutto grazie al peso giustamente ragguardevole della Presidenza del Consiglio. I numeri contano, ma bisogna saperli contare. Anche le percezioni e le impressioni contano. All’estero, sono la storia professionale e il prestigio di Draghi che sovrastano qualsiasi altro criterio consentendo ai politici e agli operatori dei media di vedere in Draghi colui che ha messo da parte i litigiosi partiti per perseguire una politica più credibile.
Il punto della sospensione della politica, addirittura della democrazia, in Italia è stato variamente sollevato sia con apprezzamento sia con preoccupazione. La democrazia costituzionale non ha subito nessuna ferita poiché il governo ha tutta la legittimità che gli deriva dalla fiducia del parlamento (che non può essere sciolto durante il semestre bianco, ma può fare cadere il governo). Che i partiti svolgano un ruolo secondario è visto con favore da moltissimi italiani. Ricordo che in tutte le inchieste i partiti vengono valutati positivamente dal 6/8 per cento degli italiani. Che il governo Draghi costituisca una utile parentesi affinché i partiti italiani si riformino e diano vita ad un nuovo, migliore sistema dei partiti pare finora una non pia, ma pietosa illusione. I partiti stanno cercando il modo di rimanere a galla, per non essere oscurati dal Presidente del Consiglio e dalle sue decisioni, per avere qualche visibilità su politiche che, talvolta, non condividono, ma che non sanno contrastare con alternative praticabili. Tirano la corda da una parte e dall’altra, ma Draghi procede imperterrito sostenendo alcuni suoi ministri tecnici anche quando, come sulla giustizia, ci sarebbe molto da discutere e migliorare. Qui si situa il problema.
Non importa come un Presidente del Consiglio viene nominato e un governo formato. Il Parlamento mantiene tutti i suoi poteri e, nella misura in cui ne è capace, può esercitarli. Il vero problema dei governi guidati da uomini non politici è che possono agire senza dovere rendere conto a nessuno. Essendo improbabile e sconsigliabile che Draghi costituisca una sua lista e si candidi alle elezioni, il suo agire è tecnicamente e politicamente irresponsabile. Democrazia è rendere conto da parte dei governanti ai cittadini di quello che si è fatto, non fatto, fatto male per ottenere un altro mandato. Altrimenti, il rischio è che molti settori di opinione pubblica accettino che qualcuno decida per loro, senza controlli e senza rendiconti. Irresponsabilmente.
Pubblicato il 25 luglio 2021 su Domani
Vi svelo i candidati papabili per la presidenza della Repubblica #intervista @Diariodelweb

Il professor Gianfranco Pasquino, al DiariodelWeb.it, fa il punto sul panorama politico italiano, tra governo Draghi, parlamento e corsa al Quirinale
Intervista raccolta da Fabrizio Corgnati
A cinque mesi dalla nomina del governo Draghi e quando ne mancano sei alle elezioni del prossimo presidente della Repubblica, il quadro politico in Italia appare frammentato e magmatico. Il DiariodelWeb.it ha provato a fare chiarezza sulle prospettive del governo, del parlamento e del Quirinale, chiedendo lumi a Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica, accademico dei Lincei, il cui ultimo libro si intitola «Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana».
Professor Gianfranco Pasquino, lei conosce Mario Draghi dal 1975, quando giocava a calcetto con lui a Belmont, in Massachusetts.
Il Draghi che ho conosciuto, francamente, era poco interessato alla politica e molto alla politica economica. Era un uomo studioso, riflessivo, in un certo senso simpatico, con un sottile senso dell’umorismo che è riemerso anche adesso.
Che effetto le fa vederlo oggi a capo del governo?
Evidentemente è un uomo che ha maturato un impegno politico vero, significativo, robusto. Che ha imparato moltissimo nei lunghi anni alla Banca centrale europea. Che riesce a tenere a bada dei politici spesso mediocri e arruffoni e a guidarli in una direzione che credo sia quella giusta.
E che effetto sta provocando, invece, sul sistema dei partiti?
I partiti continuano a litigare, tra di loro e al loro interno. Potrebbero ristrutturarsi, ma stanno dimostrando di non averne le capacità. Questo è il problema importante. Draghi riesce a tenersi distante da tutto questo, ma rappresenta una cartina di tornasole. Lui è il prodotto di una politica debole e pasticciona, ma non può essere lui a cambiarla. Quando finirà la sua opera, i partiti saranno come prima: purtroppo non vedo nessun salto in avanti di intelligenza, capacità organizzativa, ideali.
L’ennesimo governo tecnico, dopo Ciampi, Dini e Monti, che lascerà in eredità una situazione politica esattamente identica alla precedente.
Avrei qualche perplessità a definire questo un governo tecnico. Semmai è un governo con dei tecnici, gli altri ministeri sono nelle mani dei partiti. I suoi predecessori non hanno fatto bene: Monti ha sciupato delle grandi occasioni ed è stato molto mediocre, Ciampi se l’è cavata ma il suo governo era pieno di uomini di partito migliori di quelli attuali. Dopo Draghi il gioco si riaprirà, ma al momento ho aspettative molto molto basse.
Parliamo allora dei partiti. Il M5s ha ancora la maggioranza relativa in parlamento ma sembra il più in crisi di tutti, dilaniato dallo scontro interno tra Conte e Grillo.
Contrariamente alla maggior parte dei commentatori, penso che questo dualismo non si debba sciogliere. Grillo e Conte devono avere due compiti diversi e svolgerli in maniera diversa. Il primo leader carismatico, «l’Elevato», come dice lui, con qualche colpo ad effetto, ma soprattutto con l’autorevolezza che continua ad avere nei confronti dei suoi parlamentari e forse anche degli elettori. Il secondo deve imparare come si struttura un partito, come si mobilitano le energie, come si tiene insieme un Movimento molto composito.
Dove andranno a finire i grillini?
In una prima fase c’era la protesta, poi è stato necessario il governo, ora serve preparare un’offerta politica per le prossime elezioni. Mantenere l’elemento dell’insoddisfazione, che nell’elettorato italiano c’è, ma anche proporre delle soluzioni, soprattutto sul terreno socio-economico sul quale sono molto deboli. Altrimenti scenderanno sotto il 15% e diventeranno irrilevanti. Mi stupisce che non rivendichino i successi che hanno ottenuto: il reddito di cittadinanza, la riduzione del numero dei parlamentari, l’abolizione dei vitalizi.
C’è un certo dualismo anche nel centrodestra, dove la Lega rischia di essere sorpassata da Fratelli d’Italia.
Se vincono le elezioni, il leader del primo partito diventa presidente del Consiglio. Entrambi hanno davanti agli occhi il premio più elevato della politica. Salvini rimane indispensabile per il centrodestra, ma la Meloni sta approfittando di una sorta di luna di miele: gode di quella che chiamo una rendita di opposizione. Gli insoddisfatti, i nemici, gli ostili al governo Draghi scelgono Fdi. Questo è il vantaggio di essere stata coerente, incisiva, una donna politica vera.
Il Pd in che posizione si colloca?
La solita: intorno al 20%, non si schioda di lì. A meno che non trovi una tematica davvero importante, che non è certamente il Ddl Zan. Devono fare i conti con una realtà che ancora adesso non capiscono fino in fondo. Non è un partito di movimento, non è rassicurante per una parte degli elettori, non è trascinante. Letta è certamente competente, ma non è un leader carismatico. E dentro il partito non ce ne sono: ci sono più che altro persone che hanno aspettative di carriera. Dunque non fanno andare la barca troppo veloce, per evitare che si capovolga.
E Renzi che gioco sta facendo? La sua strategia sembra incomprensibile da anni.
Un gioco sporco. Gioca sulle contraddizioni altrui, che ci sono, sul breve periodo. Fa affermazioni roboanti, come se il governo Draghi l’avesse creato lui: che, naturalmente, non è vero. Non ha nessuna visione, cerca solo di sopravvivere in modo spregiudicato, attraverso il potere di ricatto dei suoi parlamentari, che al Senato sono decisivi. Alle prossime elezioni sarà durissima, anche se sono sicuro che contratterà spudoratamente con il Pd un certo numero di seggi sicuri.
Alle elezioni del nuovo presidente della Repubblica manca ancora parecchio tempo, ma se ne inizia a parlare. Come si presenta, ad oggi, la griglia di partenza?
I papabili sono almeno sette od otto. Alcuni sono evidenti ed ineliminabili: come la seconda carica dello Stato, la presidente del Senato Casellati, per di più donna e certamente un’ottima candidata. Così come un ottimo candidato è sicuramente Draghi, perché lo dicono tutti. Credo che non abbia mai smesso di pensare al Quirinale Romano Prodi, il quale probabilmente ritiene anche di avere diritto ad un risarcimento. Letta è un suo amico, quindi è una candidatura plausibile, ma va costruita. Sono sicuro che si considera un candidato anche l’ex presidente della Camera Pierferdinando Casini: non ha mai fatto male a nessuno, quindi non è controverso, ma dovrei dire anche che non ha mai fatto nulla. Sento che Tajani è disposto a candidare Berlusconi: se il centrodestra è compatto, parte con un numero di voti molto consistente. Poi ci sono altri speranzosi: ad esempio Franceschini. Ma tutto dipende da come si comincerà a votare: alcuni candidati verranno eliminati dopo i primi scrutini, perché funzionano male, e altri possono emergere.
Alla fine l’Italia avrà il presidente della Repubblica che si merita?
Io mi chiamo fuori: alcuni dei nomi che ho fatto posso anche meritarmeli, altri no. Ma l’Italia avrà il presidente della Repubblica che i parlamentari considereranno il meno pericoloso. Cioè quello che produrrà meno danni per loro. C’è poco da vincere: una volta che è eletto, rimane in carica per sette anni, è completamente autonomo e non deve più rispondere a nessuno. Dopodiché, se il parlamento si incarterà, probabilmente tornerà quella richiesta dell’elezione popolare diretta. Certamente sostenuta dalla destra italiana, ma di cui il centrosinistra ha paura.
Pubblicato il 15 luglio 2021 su DiariodelWeb
Partita del Quirinale. Nomi, numeri e regolette del prof. Pasquino @formichenews

Alberti Casellati, Berlusconi, Casini e le possibili mosse del centrodestra al momento del voto. Il politologo Gianfranco Pasquino dà la sua sarcastica versione a Formiche.net su quello che potrà accadere tra poco più di sei mesi al Colle, ricordando però che è giusto porsi il problema del Quirinale, ma è ancora troppo presto…
Mio nonno, che ha visto tante elezioni presidenziali, alcune proprio non divertenti, sostiene che alcune regolette valgono ancora. La prima è che i Presidenti di Senato e Camera partono con un piccolo vantaggio. Quindi, fa bene a mostrarsi presidenziabile Maria Elisabetta Alberti Casellati che, fra l’altro, gode anche del vantaggio di essere donna, al momento giusto.
Roberto Fico non ha l’età, ma c’è un ex-Presidente della Camera che ha l’età e non è appesantito da nessun bagaglio di scontri, cattiverie, politiche malfatte, ideologie, idee: Pier Ferdinando Casini. Da qualche tempo, il suo silenzio è anche il segnale che non vuole essere bruciato da nessuno. Non è pericoloso.
Certo, se qualcuno fa girare il nome di Romano Prodi, anche come risarcimento del pasticciaccio brutto del 2013, allora perché non riesumare Silvio Berlusconi. Senza tante remore ci pensa lui stesso, ma qualche cenno lo hanno già fatto Tajani e alcuni premurosi giornalisti di destra. Popolare, cristiano, europeista, liberale e tanto altro, Berlusconi non si sottrarrebbe all’arduo compito. I numeri, se il centro-destra si mantiene come coalizione relativamente compatta, non mancherebbero.
D’altronde, a questo punto, con la disgregazione anche solo parziale del Movimento 5 Stelle, al centro-sinistra non basterebbe nessun isolato squillo di tromba. E i nomi mancano o sono davvero evanescenti. Mio nonno non vuole tirarli fuori questi nomi poiché, non avendo mai creduto nel detto “molti nemici molto onore”, cerca di non scontentare nessuno.
Al momento, con qualche riluttanza preferisce spiegarmi(vi) quale potrebbe essere la strategia del centro-destra se avessero un po’ di immaginazione politica. Non dovrebbero anticipare nulla, votando bianco o un candidato di bandiera di ciascuno di loro nelle prime tre votazioni. Poi, improvvisamente alla quarta votazione annunciare che convergeranno convintamente su Draghi. Non sarà facile per molti parlamentari di centro-sinistra chiamarsi fuori da questa “convergenza”. Né d’altronde potrebbero consentire che il merito dell’elezione di Draghi se lo attribuiscano tutto Meloni e Salvini, concedendo a Berlusconi di annunciare che è stato lui a dirlo per primo.
La ratio di questo voto del centro-destra è che “promuovere” Draghi al Quirinale significa aprire la porta ad un nuovo, improbabile governo oppure, questa è la prima opzione di Meloni e Salvini, a nuove elezioni politiche con la garanzia per l’Europa che comunque Draghi sovrintenderà all’attuazione del Piano di Ripresa e Resilienza e la garantirà.
Se questo scenario ha la plausibilità che gli attribuisce quell’attento e colto osservatore che è mio nonno, può essere evitato soltanto da qualche netta, ma per adesso prematura, dichiarazione di Draghi. Oppure da fortissime pressioni su Mattarella affinché accetti di rimanere fino alle elezioni del 2023. Il precedente di Napolitano c’è e insegna che si potrebbe procedere in tal senso, ma con l’accordo, non molto probabile, del centro-destra.
Mio nonno che non smette mai di leggere e approfondire Kant e Weber sostiene che la Repubblica italiana è arrivata al punto in cui hanno un ruolo rilevantissimo alcuni intramontabili imperativi categorici, il senso civico e dello Stato, l’etica della responsabilità che certamente hanno Draghi e Mattarella. Molto, quasi tutto, dipenderà dalla loro interpretazione di quello che è giusto fare, non per le loro ambizioni personali, il loro posto nella storia italiana e europea è già assicurato, ma in base alla loro valutazione/preoccupazione per le condizioni attuali e prossime del sistema socio-economico e politico italiano.
Preoccupato anche lui, mio nonno conclude che è giusto porsi il problema del Quirinale, ma è too early to call, troppo presto. E anche se oggi è l’anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza degli USA, né lui né io pensiamo che quel presidenzialismo sarebbe la soluzione dei problemi politici e istituzionali italiani.
Pubblicato il 4 luglio 2021 si formiche.net
L’Assemblea costituente dei migliori
Da qualche tempo, numerose sono le lamentele sulla bassa qualità della classe dirigente italiana, in particolare, della classe politica. Naturalmente, ciascuno dei critici, a sua volta, membro della classe dirigente, esclude se stesso e la maggioranza dei suoi colleghi dalle critiche. Proprio la presenza di Mario Draghi al vertice del governo certifica e accentua l’inesistenza di una classe politica adeguata. Non è sempre stato così. Anzi, una riflessione sui componenti dell’Assemblea costituente offre la possibilità di capire come si possa reclutare una buona classe politica capace di rappresentare al meglio un paese.
In totale i Costituenti furono 556 dei quali soltanto 21 donne: 9 della Democrazia cristiana, 9 del Partito comunista, 2 del Partito socialista e 1 dell’Uomo qualunque. Anche se non è giusto sostenere che erano tutti uomini e donne di partito, qualifica che sarebbe subito stata respinta dai 30 rappresentanti del Fronte dell’Uomo Qualunque, i Costituenti erano stati selezionati dai dirigenti dei rispettivi partiti e del Fronte e eletti anche, forse, soprattutto, in quanto rappresentanti di quelle liste. Dunque, vi si trovavano dirigenti di partito: Alcide De Gasperi, Lelio Basso, Pietro Nenni, Palmiro Togliatti, Ugo La Malfa, che avrebbero avuto una lunga carriera politica. C’erano molti che avevano combattuto il fascismo, finendo in carcere anche per diversi anni, come Vittorio Foa e Umberto Terracini poi presidente dell’Assemblea Costituente. Altri avevano avuto un ruolo importante nella Resistenza: Ferruccio Parri, Antonio Giolitti, Luigi Longo. Alcuni erano stati esuli come Leo Valiani in Francia e diversi comunisti in Unione Sovietica.
Le biografiche politiche dei Costituenti segnalano anche che un certo numero di loro, fra i quali Meuccio Ruini, presidente della Commissione dei 75 incaricata di redigere il testo costituzionale, era stato eletto in Parlamento per alcuni anni prima dell’avvento del fascismo. La componente della Democrazia cristiana era molto variegata. Accanto ai professorini, Fanfani, Lazzati, Dossetti, Moro, alcuni dei quali provenienti dalla Federazione Universitaria Cattolici Italiani, si trovarono esponenti delle professioni, avvocati e banchieri, persino alcuni notabili locali, cioè persone note e apprezzate nelle loro comunità. Poiché bisognava scrivere una Costituzione democratica, tutti i partiti decisero di fare eleggere nelle loro fila autorevoli professori capaci di dare un apporto scientifico altrimenti non disponibile: Piero Calamandrei per il piccolo Partito d’Azione, oltre ai professorini Costantino Mortati indipendente nella Democrazia Cristiana, Concetto Marchesi per il Partito Comunista, Francesco De Martino per il PSI, Tomaso Perassi per il Partito repubblicano.
Non socialmente rappresentativi, per estrazione sociale, titolo di studio, esperienze di vita, i Costituenti sono un esempio difficilmente imitabile di come si crea una classe politica. Nient’affatto specchio della società italiana, offrirono la migliore rappresentanza politica possibile: indicarono una strada e delinearono come intraprenderla.
Pubblicato AGL il 3 giugno 2021
Draghi, Letta e la grande imboscata. Il commento di Pasquino @formichenews
Fa bene Mario Draghi a evitare a tutti i costi le “operazioni bandierine”. Ma dovrebbe realizzare che non è Enrico Letta la mina vagante per questo governo. Di qui a sei mesi Salvini e Meloni potrebbero giocargli un bello scherzo. Il commento di Gianfranco Pasquino
Non ho mai creduto che l’Ecclesiaste: “c’è un tempo per dare denari (agli Italiani) c’è un tempo per prenderli” fosse un riformista. Sono sicuro che anche Draghi riconoscerebbe che le riforme si fanno proprio combinando, almeno in parte, i soldi che si ottengono da chi ne ha fin troppi con il trasferimento a chi, ottenendoli, potrebbe migliorare le sue competenze e la sua posizione contribuendo nel contempo a cambiare il paese. Non so se la motivazione di Draghi nel respingere la tassa di successione proposta da Letta fosse quella di impedire a tutti i partiti l’operazione bandierine. Spero che non sia quella “ne so più io”. A sua volta, Letta dovrebbe sapere che le bandierine del suo partito le debbono, non piantare, ma sventolare i suoi ministri: Franceschini alla Cultura, Orlando al Lavoro, Guerini alla Difesa (?). Il neo-segretario di un partito talmente sgangherato da averlo richiamato dalla vie en rose parigina dovrebbe tentare di ricostruirlo quel partito, che è tutt’altra cosa dal renderlo visibile in un governo dove il bello e il cattivo tempo lo fa inesorabilmente e inevitabilmente il Presidente del Consiglio che, per di più, sembra averci preso molto gusto.
Inutile e improduttivo rincorrere Salvini che, non solo non ne azzecca una, ma è costretto a correre sia per temperamento sia per non farsi raggiungere da Meloni. D’altronde, Letta non è nelle condizioni, nessuno lo è, di proporre qualsivoglia alternativa a Draghi. Meglio continui a sottolineare, non allo spasimo, che il Partito Democratico è il perno di questo governo. Condivido anche che annunci alcune riforme da farsi, oltre alle tasse anche quella dello ius soli e una qualche dote che consenta ai giovani di farsi una vita, di studio e di lavoro, decente. Dunque, mi attendo nuove dichiarazioni, innocue per la vita del governo, ma essenziali per comunicare al paese e ad alcune categorie specifiche che il Partito Democratico si cura di loro. We, Dems, care. Dal canto suo, Draghi deve assolutamente restare au-dessus de la mêlée. Neanche per un attimo deve pensare che il nemico destabilizzante potrà essere il PD che non può andare da nessuna parte. Anzi, sono proprio alcune proposte del PD che gli consentirebbero/consentiranno fra qualche tempo di rendere visibile il suo profilo riformista. Piuttosto, deve temere la grande imboscata, quella del Quirinale, che potrebbe anche diventare il culmine della sua vita di successi. Che cosa dirà Draghi se Salvini e Meloni decidessero non soltanto di fare il suo nome per la Presidenza della Repubblica, ma annunciare che lo voteranno fin dall’inizio? Potrà Letta permettersi, non il lusso, ma lo sgarbo personale, politico, istituzionale di dire no alla candidatura di chi, a fine gennaio 2022, avrebbe già sulle spalle il manto del salvatore dell’Italia? Le scaramucce di questi giorni sono pochissima, ininfluente roba. All’orizzonte si affacciano strutturalmente, cioè sicure e improcrastinabili, scelte che cambieranno in maniera profonda alcuni importanti elementi del sistema politico. Meglio cominciare a riflettervi. “C’è un tempo per fare il Presidente del Consiglio e un tempo per fare il Presidente della Repubblica” concluderebbe quell’attento osservatore della scena, non soltanto politica, che è l’Ecclesiaste.
Pubblicato il 29 maggio 2021 su formiche.net
I 100 giorni di Draghi promossi dal prof Pasquino, ma… @formichenews
Piano di ripresa e resilienza, pandemia, equilibri parlamentari e con le forze politiche. L’alunno Mario Draghi passa a pieni voti gli esami dei primi 100 giorni di governo, eppure è utile non dimenticare che gli esami non finiscono mai. I voti di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica, in libreria con “Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana” (Utet 2021)
Cento giorni non sono né tanti né pochi per valutare l’operato dell’alunno Mario Draghi, presidente del Consiglio. Reduce da un lungo periodo di Erasmus trascorso alla prestigiosa e ben frequentata Università di Francoforte, Draghi ha dimostrato di essere un alunno con notevoli basi nelle materie economiche. Il suo primo esame relativamente al quesito “Come scrivere un Piano di ripresa e resilienza” è stato svolto, con un qualche aiuto di provenienza Conte. La maggior parte dei commenti di più o meno improvvisati e preparati valutatori è stata positiva, ma quello che conterà davvero sarà il giudizio del professoroni della Commissione europea. Tuttavia, va segnalato che l’alunno Draghi ha dimostrato di avere le conoscenze necessarie anche ad una eventuale rapida riscrittura di alcune parti del suo tema. Si attende, pertanto, un voto buono, se non molto buono, probabilmente 8 più.
Il secondo esame che l’alunno Draghi ha dovuto affrontare è stato quello della pandemia in corso, il corso di Pandemia. Anche in questo caso ha saputo fare buon uso dell’aiutino da parte dell’alunno che l’aveva preceduto. Però, Draghi ha saputo (con qualche scambio con il suo vicino di banco, il ripetente Roberto Speranza) imprimere una accelerazione in particolare per quel che riguarda la vaccinazione e resistere a pressioni provenienti dal malvagio Franti Salvini per cervellotiche riaperture anticipate. La capacità di Draghi di saper fare di conto (non è chiaro alla Commissione se vi sia stato un pur legittimo ricorso ad algoritmi di vario tipo) e, soprattutto, la misurabilità dei fenomeni contagi, ricoveri, decessi, consentono di dare un voto alto, 9, all’operato in questo ambito, in attesa della molto ardua prova della produzione di un migliaio di Decreti Attuativi.
Fra le materie obbligatorie portate all’esame dall’alunno Draghi ve ne sono state due, particolarmente importanti per il proseguimento degli studi, ma anche abitualmente non prescelte per la loro difficoltà dalla grandissima maggioranza degli studenti: rapporti con il Parlamento e comunicazione politica. Il primo tema è stato affrontato inizialmente con grande cautela, con il rispetto dovuto, da un lato, alla complessità dei rapporti in un Paese nel quale vibra alto l’antiparlamentarismo, dall’altro, alla presenza in Parlamento, seppur non proprio frequentissima di vecchi volponi e di giovani volpine. Incoraggiato dal non avere sbagliato nessuno dei suoi primi colpi, l’alunno Draghi si è dimostrato capace di confrontarsi con tutti gli interlocutori, talvolta disarmandoli con le migliori conoscenze rese più gustose da un sottile sense of humour che alcuni componenti della Commissione giudicatrice (soprattutto chi redige questo verbale) hanno particolarmente apprezzato. Test superato con il punteggio 9.
Nel suo Erasmus, Draghi aveva dovuto comunicare con assemblee ristrette di persone che sostanzialmente parlavano la sua lingua e che non si attendevano grandi discorsi “esortativi” quanto piuttosto linee guida, decisioni e motivazioni convincenti. La prova orale della sua capacità di comunicazione politica, nota la Commissione, è avvenuta, oltre che nei discorsi al/in Parlamento, nelle conferenze stampa con giornalisti non molti dei quali particolarmente preparati. La Commissione ha rilevato con apprezzamento le propensioni dell’alunno Draghi alla precisione, alla concretezza, a risposte semplici, facilmente comprensibili, dirette anche ad un uditorio più vasto. Su questo terreno, il candidato ha mostrato notevoli e positive differenze rispetto ai politici verbosi e sussiegosi, ma anche ai professori inclini a presentarsi come quelli che ne sanno di più. Anche in questa materia Draghi merita un 9.
Nel giudizio riassuntivo allegato alla pagella, la Commissione ha sentito il dovere di segnalare due elementi. Primo, che molto alte sono le aspettative relativamente alle prestazioni future del diplomato Draghi. Rischiano di distrarlo dai compiti ancora in corso. Secondo, unanimi i Commissari ritengono di avvertire Draghi, promuovendolo con alti voti, che gli esami non finiscono mai.
Pubblicato il 23 maggio 2021 su formiche.net
