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Sinistra, oltre lo smarrimento culturale
Intervista raccolta da Savino Balzano per L’Intellettuale dissidente
L’impoverimento della classe politica italiana è tale da permettere persino a un Renzi qualsiasi, senza “nessuna cultura politica”, di sostenere il superamento della tradizionale distinzione tra destra e sinistra. Ma è davvero così? Ne abbiamo parlato con il Professore Gianfranco Pasquino.
Il sistema politico italiano è oggetto di importanti stravolgimenti e diventa sempre più complicato orientarsi in uno scenario che vede sfaldarsi i suoi tradizionali capisaldi. Il collasso dell’egemonia politica di Berlusconi pare abbia comportato anche l’inevitabile erosione del bipolarismo protagonista della c.d. Seconda Repubblica. L’impoverimento della classe politica italiana è tale da permettere persino a un Renzi qualsiasi, senza nessuna cultura politica, di sostenere il superamento della tradizionale distinzione tra destra e sinistra. Abbiamo ritenuto necessario provare a fare il punto, comprendere dove siamo arrivati e quali siano le possibili prospettive.
Alcune risposte possono essere tratte dall’intervista rilasciataci da Gianfranco Pasquino, Professore Emerito nell’Università di Bologna e tra i massimi esponenti internazionali di Scienza Politica.
GIANFRANCO PASQUINO (1942) torinese, laureatosi con Norberto Bobbio in Scienza politica e specializzatosi con Giovanni Sartori in Politica comparata, è Professore Emerito di Scienza Politica nell’Università di Bologna. Già direttore della rivista “il Mulino” e della “Rivista Italiana di Scienza Politica”, tre volte Senatore per la Sinistra Indipendente e per i Progressisti. Dal 2011 fa parte del Consiglio Scientifico dell’Enciclopedia Italiana. Dal luglio 2005 è Socio dell’Accademia dei Lincei.
Matteo Renzi è il protagonista assoluto nel Partito Democratico, la più grande organizzazione europea aderente a quella che viene ancora definita la famiglia socialista. Eppure lo stesso Renzi afferma e scrive che ormai sia superata questa dicotomia secolarizzata che distingue destra e sinistra. Ecco, partiamo da qui: ha ancora senso questa distinzione e che cosa vuol dire essere di sinistra oggi in Italia, in Europa, nel mondo.
“Renzi non ha nessuna cultura politica. Ha un punto di partenza che è grossomodo una piccola galassia democristiana nella zona da cui viene e che gli è servita per conquistare voti e poi per giungere fino alla Segreteria del Partito Democratico. La distinzione destra-sinistra continua ad esistere in maniera chiarissima. Naturalmente ognuno poi la può coniugare come vuole, però quello che è sicuro è che gli elettori delle democrazie europee sanno benissimo come collocarsi sul continuum destra-sinistra. Se si definiscono di sinistra si collocano nei pressi del polo di sinistra e se si definiscono di destra si collocano nei pressi del polo di destra. Una parte di loro si colloca presso il centro e una parte piccola, forse il 15 o al massimo il 20%, dice che ormai destra e sinistra non esistano più e quindi si colloca al di sopra.
I miei criteri sono sostanzialmente due, più un’aggiunta. Sono di sinistra coloro che pensano che le diseguaglianze non siano accettabili e che un governo e una società debbano operare per ridurle, soprattutto ponendo in essere una condizione di eguaglianza di opportunità per tutti i cittadini. Sono di sinistra coloro che pensano che il mercato sregolato produca non solo diseguaglianze, ma anche ingiustizie e questi ritengono sia necessario dare delle regole al mercato, garantendo una competizione equa (in inglese dicono fair), e che debba essere indirizzato a conseguire obiettivi collettivi e non soltanto arricchimenti personali. La coda è che oggi sono spesso di sinistra coloro che pensano che questi valori debbano essere concretizzati a livello europeo, mentre quelli di destra sono diventati “sovranisti” anche se secondo me dovremmo semplicemente definirli “nazionalisti egoisti”.
Perché la sinistra fatica a trovare casa all’interno del Partito Democratico? Sulle colonne del nostro giornale ho definito, soprattutto in relazione alle politiche in materia di lavoro, Renzi un liberale di destra. Come osteggiarlo è il vero tema che si dovrebbero porre i suoi oppositori: è la scissione la risposta più adatta oppure si dovrebbe adottare una lunga e logorante opposizione interna al partito? Il rischio è che uscendo si finisca per scomparire.
“Il Governo Renzi non ha fatto politiche di sinistra: ha creato una situazione nella quale sono state tolte alcune possibilità, più che diritti, ai lavoratori; sono state realizzate situazioni non buone nel settore della scuola; sono state date delle mance, si pensi ai famosi 80 euro o adesso i 500 euro per i giovani. Queste non sono politiche di sinistra perché in realtà costituiscono solo dei tentativi di acquisire una parte di elettorato senza operare alcun tipo di distinzione all’interno dello stesso, tra i meritevoli e i non, individuando coloro che ne abbiano realmente più bisogno. Semplicemente la sinistra, quella parte di partito che oggi sembra abbia deciso di uscirne, ritiene che con quelle politiche non si produca una società migliore, non si crei uno scenario che consenta all’Italia di procedere effettivamente verso il raggiungimento del PIL dei paesi virtuosi. Dove vadano non lo so, ma presumo che certe volte le scissioni diventino inevitabili soprattutto quando il segretario del partito disprezza le opinioni diverse dalle sue, non conceda nulla, non vada nella direzione che viene suggerita da una parte importante del partito, sostenendo di essere lui quello al quale spetta decidere tutto. In un partito nessuno decide tutto e nemmeno la maggioranza perché ci sono sempre dei limiti anche al suo potere decisionale, consistenti nel rispetto della minoranza e forse nella valorizzazione delle sue idee. Tutto il resto lo vedremo perché a questo punto è difficile prevedere quanto si radicherà la parte c.d. scissionista e così via. Lo vedremo”.
Il tema della sinistra che si divide si pone oggi ancora una volta. Pisapia pensa alla sua piattaforma, poi ci sarebbe Sinistra Italiana, ora si ipotizza un nuovo soggetto politico costituito dai fuoriusciti dal PD (che non si sa nemmeno chi siano) e pare che non si possa costituire un gruppo unico in Parlamento dal momento che si hanno idee diverse in merito alla fiducia a Gentiloni: si può vincere in queste condizioni e si può davvero fornire una risposta che sia di sinistra e che sia convincente? Lei che idea si è fatto?
“L’alternativa di sinistra si può costruire nel momento in cui si abbia una cultura politica di sinistra e si recuperino dei valori storicamente appartenenti alle grandi socialdemocrazie; quando si abbia una visione del welfare che sia in grado di consentire a tutti di avere assistenza, previdenza, una formazione culturale adeguata e un lavoro dignitoso. Se non si va in questa direzione, si perde un grande pezzo di quella che è stata la sinistra in questo continente. Una prospettiva di sinistra la si costruisce attorno a una politica economica diversa, che comunque contenga aspetti keynesiani cioè di intervento dello Stato in molte attività che sono utili alla collettività e che magari sono sottovalutate dai privati. Naturalmente tutto questo sapendo che ci sono delle costrizioni anche a livello europeo. Dopodiché gli accordi programmatici si possono fare comunque, anche senza costituire un gruppo parlamentare specifico. Continuo a pensare che sia utile avere un Governo che funzioni e che si debba andare ad elezioni solo nel 2018, però queste sono contingenze. Credo che il punto più rilevante consista nella necessità di ricostruire una cultura politica adeguata, all’altezza delle sfide europee, internazionali e naturalmente anche italiane. Di questo vedo poco e quindi capisco perché Renzi vince, perché detenga il potere politico nonostante non possieda la cultura politica per vincere”.
Se è vero che la sinistra sia in crisi, dal naufragio dell’ultimo esperimento bertinottiano ormai è divenuta extra parlamentare, la destra non sembra particolarmente in forma, soprattutto in relazione all’avanzata apparentemente inarrestabile del Movimento 5 Stelle. Insomma, a me arriva che più che una contrapposizione politica all’interno del sistema, vi sia una forte tensione tra il sistema politico tradizionale che resiste in tutela della sua autoconservazione e la reale volontà popolare ormai stanca di una classe politica di cialtroni. Che sta succedendo? Quali prospettive?
“Prima di tutto il Movimento 5 Stelle è lì dov’è per una ragione molto semplice: c’è una critica fortissima della politica, delle modalità con cui si fa politica in questo paese, del ceto politico in generale. Tale critica non è destinata a sparire né oggi né domani. Essa non viene nemmeno minimamente scalfita dalla visibile incapacità di Raggi e della sua Giunta, che nemmeno sappiamo come sia esattamente composta e quanto durerà, a governare la città di Roma. Se non sono capaci di governare Roma, pensano alcuni commentatori molto maliziosi, non riusciranno a governare il paese e dunque gli elettori li abbandoneranno. In realtà, agli elettori interessa poco di Roma perché vogliono cambiare una situazione complessiva che a loro non piace. Pertanto è bene chiarire che l’attuale consenso del movimento non si smuoverà assolutamente e nessun tipo di fenomeno può farlo, a meno che non cambi davvero tutto il modo di fare politica e ci sia un vero ricambio anche nel ceto politico.
La destra, poi, è abitualmente più compatta della sinistra perché ha una coscienza di classe, mentre la sinistra fa fatica a recuperarla perché è oramai composta da settori molto diversificati. C’è un conflitto generazionale dentro la sinistra. Una parte della sinistra è molto benestante e si è generato un forte conflitto tra i “garantiti” e i c.d. precari. I settori popolari diffidano della classe dirigente della sinistra perché vedono tali conflitti e soprattutto vedono che i loro dirigenti sono benestanti e non li rappresentano dal punto di vista sociale: sono distanti dal popolo e questo costituisce una complicazione reale.
Recupero poi il ragionamento che faceva prima sul sistema elettorale e voglio sottolineare che esso serve a rappresentare i cittadini. Se, invece, la legge elettorale consente di avere un premio di maggioranza che naturalmente non è rappresentativo di un bel niente, di avere capilista bloccati che naturalmente non devono andarsi a cercare i voti e parlare con i cittadini, allora la rappresentanza ne risulta dimezzata. Bisogna guardare a un sistema elettorale che consenta agli elettori di esprimersi anche sui candidati, e da questo punto di vista i collegi uninominali sono insuperabili, restituendo loro potere invece che lasciarlo solo ai dirigenti di partito. Preciso che i sistemi proporzionali possono essere molto buoni: ricordiamoci che tutta l’Europa adotta sistemi elettorali proporzionali, tranne la Francia e la Gran Bretagna, e che è il caso di comprendere che la proporzionale non può di certo considerarsi un male assoluto. Al contrario. Dopodiché, se si vuole cambiare sistema elettorale lo si faccia, ma con un unico criterio: dare potere ai cittadini”.
Professore, ascoltandola viene in mente un’ulteriore domanda, anche se immagino che la risposta sia difficile da dare in poche battute. Secondo lei, come formula generale, la democrazia è superata? Oggi si parla sempre di più di democrazia diretta, di democrazia partecipata: lei ritiene che la democrazia tradizionalmente intesa abbia fatto il suo corso, soprattutto alla luce delle nuove tecnologie, delle nuove forme di comunicazione e di quella che sociologicamente viene definita “compressione spazio temporale”?
“La democrazia parlamentare non è affatto superata e sono molto contrario all’espressione “crisi della democrazia”. Dappertutto, nel mondo, dove ci sono oppositori a regimi autoritari, questi combattono la loro battaglia in galera, nella giungla, nella savana e qualche volta in luoghi sperduti. Combattono in nome della democrazia e quel nome è quello della democrazia occidentale, spesso della democrazia parlamentare, qualche volta della democrazia presidenziale. Non c’è crisi della democrazia. Ci sono invece delle crisi nelle democrazie: ci sono delle difficoltà, dei problemi irrisolti (qualcuno dice irrisolvibili, ma questo lo vedremo), nel funzionamento delle democrazie contemporanee. Quelli cui lei accennava sono strumenti che possono essere benissimo adoperati all’interno di democrazie parlamentari, che in alcuni contesti sono già utilizzati, e servono ad accrescere e a migliorare la democrazia parlamentare. La democrazia rappresentativa è l’unica possibile quando siamo in presenza di società composte da diversi milioni di persone: in alcuni casi esse possono prendere direttamente delle decisioni e infatti abbiamo i referendum che vengono usati, qualche volta bene e qualche volta male. Non andrei oltre, ma vorrei aggiungere che per superare la democrazia bisognerebbe prima avercela per davvero. Bisogna piuttosto porsi obiettivi e strumenti integrativi: facciamo bene a riflettere, ma senza abbandonare quanto abbiamo conquistato”.
Ultima domanda che vuole più che altro essere un gioco di previsione: quando si andrà a votare? Quale sarà la composizione del nuovo governo e a guida di chi.
“Non posso darle una previsione, ma posso darle delle preferenze. La previsione sul prossimo Governo è ovviamente legata al sistema elettorale e infatti i politici lo sanno benissimo. Essi non vogliono cambiare il sistema elettorale per dare potere ai cittadini, bensì per ridurre le probabilità di una loro sconfitta o, per qualcuno più ambizioso, per accrescere le probabilità di una vittoria. Se vogliono un sistema elettorale difensivo allora la risposta è il proporzionale, ma ti obbliga a fare delle coalizioni in parlamento, che l’elettorato certamente gradirebbe conoscere prima del voto. Io però credo che si debba riflettere sul fatto che tutte le democrazie europee sono caratterizzate da governi di coalizione, qualche volta governi di grande coalizione come la Germania e la poco citata Austria, e che sono poche le democrazie con governi monopartitici, si pensi alla Svezia quando vincevano i socialdemocratici (oggi improbabile) o agli spagnoli (anche se per lo più tali governi avevano il sostegno esterno di partiti regionalisti) o naturalmente l’Inghilterra per via di una certa storia.
Quindi il futuro è questo: ci sarà la possibilità di realizzare almeno due tipi di coalizioni. La prima è quella costituita dal PD e dal M5S, anche se le Cinque Stelle continuano a ergere una barriera contro qualsiasi coalizione e dunque questa ipotesi non diventa probabile. La seconda possibile coalizione è quella del PD con altri piccoli gruppi e con la destra sempre che questa nelle sue diverse componenti sia disponibile a realizzarla. Fossimo più generosi nei confronti degli italiani, poi, potremmo ipotizzare anche un governo di minoranza, che disponga di una fiducia tecnica e del sostegno parlamentare sulla bontà delle singole riforme. Si consideri incidentalmente che un terzo dei governi della Svezia e della Norvegia sono stati di minoranza: non eccedevano mai, fornivano stabilità al sistema e producevano riforme non osteggiate dalle opposizioni. Si potrebbe fare anche in Italia, ma non con un leader come Renzi, che pensa di sapere fare tutto, senza mai ascoltare nessuno. È necessario un altro capo di governo”.
Pubblicato il 22 febbraio 2017 su L’INTELLETTUALE DISSIDENTE
Ridefinire la Sinistra
La città di Bologna, perplessa e inquieta, s’interroga: quali saranno le prossime mosse politiche del sindaco Merola? dopo la scissione che, peraltro, avrà poco spazio nel PD conformista bolognese, davvero non andrà né da una parte né dall’altra? Si adopererà, come dichiara, per tentare, in maniera ambiziosa, di cambiare il mondo, chiedo scusa, il centro-sinistra (è fatta: il trattino l’ho messo)? Inevitabilmente, gli “antipolitici” non perderanno l’occasione di sostenere che, invece di partecipare a operazioni più grandi di lui che, nel passato, non ha mai neppure abbozzato, Merola farebbe meglio a impiegare il suo tempo cercando di governare la città. Condivido, ma, dal momento che il molto mobile sindaco prende posizioni politiche e le cambia con notevole frequenza: dalla Ditta a Renzi nello spazio di una notte, poi a Pisapia che, prima, lo ha snobbato, poi, lo ha sganciato–, è giusto cercare di capire perché e con quali conseguenze. Forse, il perché l’ha già detto candidamente lui stesso.
Giunto al secondo mandato, non potendo essere rieletto, si sente più libero. Quindi, si dedica a un’operazione, dai contenuti e dai contorni indefiniti, che, infatti, oscilla dal creare qualcosa alla sinistra del PD di Renzi fino all’ulivismo, ma su questa prospettiva vaghissima è subito stato bacchettato da una vestale dell’Ulivo del breve tempo che fu. Nell’indeterminatezza della sua operazione politica, Merola si trova, non solo poiché gli “indeterminabili” sono tantissimi, in mezzo ad un guado. L’altra sponda nessuno sa dove sia e come si configuri. Più concretamente, il PD bolognese ed emiliano-romagnolo si dedica a curare quello che c’è, le cariche (le “poltrone” nell’elegante terminologia populista renziano) presenti e future. Qualcuno, non solo gli assessori comunali Priolo e Lepore, ai quali aggiungerei il deputato De Maria, è anche già, alquanto prematuramente, in pista per la successione a Merola. Meno parlano di come ricostruire un partito, una coalizione, una politica, meglio è, per loro, ma certamente non per una sinistra che ha bisogno di ridefinirsi.
Nel lungo tragitto di amministratore di Merola non ricordo nessuna elaborazione politica sua (mi verrebbe da aggiungere, risultando provocatorio, “e dei suoi intellettuali di riferimento”). Quello che manca oggi, non soltanto al Partito Democratico nazionale, è una riflessione approfondita, forse attraverso quella Conferenza programmatica che Renzi e i suoi collaboratori hanno respinto, nella quale siano discusse e decise, non le ragioni dello stare insieme, ma gli obiettivi da perseguire. Per usare il logoro lessico della politica politicata, si parli non di schieramenti, ma di programmi, meglio di visioni. In questa direzione il Merolapensiero ha ancora moltissima strada da fare.
Pubblicato il 23 febbraio 2017
Una visione dell’Italia desiderata #PartitoDemocratico
“Un paese, un partito, le persone”. Questo è l’ordine di priorità che Bersani auspica per il Partito Democratico. Le date contano, eccome. L’elenco di Bersani le contiene in maniera sufficientemente chiara. Primo, il governo Gentiloni, guidato da un esponente del Partito Democratico designato dal segretario Renzi, deve durare fino alla scadenza naturale della legislatura, vale a dire fine febbraio 2018. Dunque, secondo, il Congresso del Partito Democratico non deve essere convocato frettolosamente per andare, poi, subito alla crisi di governo e a elezioni anticipate. Terzo, il Congresso non deve diventare il luogo del regolamento di conti con le minoranze come, dal 5 dicembre mattina, Renzi e alcuni suoi collaboratori, in particolare, una livida Maria Elena Boschi, sembrano fortemente volere. Qui sta il discorso sulle persone ovvero sulle poltrone come, deliberatamente, Renzi impostò la campagna referendaria all’insegna dell’antipolitica e dell’antiparlamentarismo. Certamente, le minoranze nutrono il giustificato timore che il renziano regolamento di conti implichi che, quando Renzi sceglierà le candidature, molti di loro, probabilmente la maggioranza, saranno esclusi. Nessuno di loro sarà capolista bloccato. Tutti i sopravvissuti dovranno conquistarsi le preferenze. È una preoccupazione più che legittima, ma non è la più importante delle motivazioni a fondamento di una possibile scissione.
Emiliano, Rossi e Speranza, i tre dirigenti del PD che hanno annunciato la loro candidatura se il Congresso si svolgerà con regole garantiste, e Bersani e D’Alema hanno motivazioni molto più significative che vanno da una linea politica e da riforme, spesso contraddittorie, che non hanno condiviso, alle modalità con le quali il segretario del loro partito e il suo cosiddetto “giglio magico” li hanno regolarmente e duramente trattati in occasione di tutte le riunioni formali della direzione e dell’Assemblea finora tenute: con disprezzo delle loro posizioni e della loro dignità politica. Certo, la maggioranza ha il diritto di fare valere i suoi numeri, meglio se accompagnati dalle idee, ma, in un partito democratico, le minoranze, tutte, devono essere ascoltate e rispettate. Non è chiaro, mentre alcuni “pontieri”, forse tardivamente, probabilmente pochissimo presi in considerazione, svolgono una difficilissima opera di mediazione, se Renzi è disponibile a quello che per lui sarebbe non soltanto ascolto, ma un passo indietro su una tabella di marcia disegnata per acquisire il controllo totale del partito e dei gruppi parlamentari prossimi venturi.
Qualcuno, fra i commentatori politici, spesso gli stessi che sono stati a favore del “sì”, già si affanna a gettare tutta la responsabilità di un’eventuale scissione sulle spalle degli oppositori di Renzi accusandoli, da un lato, di indebolire il partito e addirittura l’Italia e, dall’altro, affermando che desiderano una legge proporzionale soltanto per sopravvivere. Come se con il Mattarellum o con un sistema di collegi uninominali quelle minoranze non potessero risultare comunque utili al PD e spesso decisive alle vittorie collegio per collegio! La divisione imporrà comunque la ricerca di accordi su basi nuove e con prospettive mutate.
Nell’Assemblea, giocatore d’azzardo come pochi, Renzi potrebbe andare a vedere se davvero basterà qualche piccola concessione in materia di data del Congresso, uno scivolamento di mese o poco più, senza compromettersi sulla scadenza della legislatura (da lui, peraltro, indicata nel passato proprio nel febbraio 2018) e del governo Gentiloni. Lo scontro, però, riguarda la linea politica e le persone, con le loro, spesso legittime, ambizioni. Il PD non ha mai saputo fondere le culture riformiste che dovevano stare a suo fondamento e, sostanzialmente, le ha viste affievolirsi, se non scomparire. Il segretario ritiene quello della cultura politica è un argomento di poco interesse. Infatti, ha già respinto la richiesta di una conferenza programmatica. La probabile scissione, forse solo procrastinabile, potrebbe avere come effetto, non voluto, ma neppure sgradito, quello di obbligare sia le minoranze sia i renziani a elaborare una visione di che paese desiderano e con quali riforme intendono costruirlo. Il segretario, che ha ancora adesso il potere di scongiurare la scissione e ne porterebbe le maggiori responsabilità, dovrebbe lanciare lui la conferenza programmatica come sua iniziativa. Potrebbe farne una giornata particolare obbligando tutti a confrontarsi e rendendo un buon servizio al Partito Democratico.
Pubblicato AGL 19 febbraio 2017
La respuesta a reformas mal hechas y plebiscitarias es “no”
Favorecidos por el escaso y a veces folclórico conocimiento que los extranjeros tienen del sistema político italiano, algunos voluntariosos profesores del “sí”, que han perdido a lo grande el referéndum constitucional del 4 de diciembre de 2016, continúan escribiendo cosas que son erróneas. Ninguno de ellos ha sabido responder en ningún momento a la pregunta clave: “¿Las reformas constitucionales sometidas a aprobación, habrían mejorado o empeorado el sistema político italiano?” La respuesta de 19.420.000 electores, el 60% -no, por tanto, de restringidas elites negativas sino de una sorprendente mayoría de ciudadanos de carne y hueso- fue un cristalino “no”. Esas reformas gubernamentales, como argumentaron algunos exponentes del frente del NO: primero, no abordaban los problemas más significativos del sistema político italiano; segundo, habrían producido confusión y conflictos inter-institucionales que habrían empeorado el funcionamiento del sistema político; tercero, constituían una tentativa plebiscitaria del presidente del gobierno Matteo Renzi para acrecentar su poder político personal.
Desde el primer momento, Renzi reivindicó como suyas las reformas, como las primeras reformas de los últimos treinta años (no es verdad: se hicieron reformas importantes en 1993, en 2001, en 2005, constitucionales y electorales) y apostó su carrera política anunciando su dimisión y abandono de la política en caso de perder. No ha sido fiel a su palabra y ha dimitido solo como jefe de gobierno. Como secretario del Partito Democratico ha dirigido descaradamente su sucesión, imponiendo a Gentiloni y, ahora, le está debilitando para desencadenar elecciones anticipadas. No podrá lograrlo rápidamente porque se ha abierto un debate sobre la ley electoral tras la sentencia de la Corte constitucional del 25 de enero de 2017 que ha abolido el balotaje para la atribución del premio en escaños de la mayoría, es decir, el corazón del Italicum, ley definida por Renzi y por su ministro Boschi como “una ley óptima que toda Europa envidiará y media Europa imitará”. Combinando reformas que reducían drásticamente los poderes del Senado con una ley electoral que daba enorme poder al partido y al líder que obtuviese el premio de la mayoría,
Renzi pretendía cambiar de manera torticera la forma de gobierno arrinconando a la oposición.
El diagnóstico sobre el que se basaba la reforma estaba profundamente equivocado. Ni el bicameralismo paritario italiano ni, específicamente, el Senado, han sido nunca un obstáculo a la acción del gobierno. Los datos comparados, todos concordantes, ponen en evidencia que el bicameralismo italiano ha producido regularmente un número más elevado de leyes que el bicameralismo británico, alemán y francés, y lo ha hecho en tiempos de media inferiores. Casi el 85% de las leyes aprobadas son de iniciativa gubernamental. Más de la mitad de las leyes formuladas por el gobierno Renzi fueron impuestas por decreto y aprobadas mediante voto de confianza. El gobierno italiano obtiene lo que quiere y cuando quiere del parlamento, siempre que sepa qué cosa quiere. Es verdad que en Italia ha habido 64 gobiernos de 1946 a hoy, pero también es cierto que solo ha habido 23 primeros ministros y que muchos ministros han permanecido en sus cargos largo tiempo, garantizando la continuidad de las políticas públicas. Es verdad que la duración media de un gobierno italiano es de alrededor de un año y medio, pero también es verdad que muchos gobiernos, Craxi, Prodi, Berlusconi, se han mantenido durante dos, tres, cuatro años y que muchos jefes de gobierno se han sucedido a sí mismos: desde Alcide de Gasperi, diciembre 1945-marzo de 1953, a Aldo Moro, diciembre 1963-junio 1968 a Silvio Berlusconi, mayo 2001-abril 2006. Se podría continuar fácilmente.
Me limito a señalar dos hechos. Primero, el gobierno de Renzi, febrero 2014-diciembre 2016, ha durado 1.011 días, es decir, casi tres años. Segundo, solo dos gobiernos italianos han caído a causa de la pérdida de confianza: Prodi, octubre de 1998, sometió a la Cámara una no necesaria cuestión de confianza; y Prodi, en enero de 2008, por una ajustadísima moción de censura en el Senado, obra de unos senadores que habían “vendido” su voto. ¿Un ejemplo de la clásica enfermedad parlamentaria italiana, el trasformismo? Ciertamente sí, pero en la reforma constitucional no se proponía ningún remedio al transformismo. Para reforzar y estabilizar el gobierno, como saben los españoles y antes que ellos los alemanes que lo inventaron legalmente, se podía pensar en la introducción de la moción de censura constructiva. No se ha tomado nunca en consideración. Renzi estaba convencido de que el premio de la mayoría de la ley electoral lo habría hecho muy fuerte, mucho mejor y mucho más que cualquier mecanismo institucional “alemán” que hubiera podido incluso permitir a su mayoría sustituirle. Por último, los poderes de las regiones eran notablemente redimensionados y al Estado (o sea, al gobierno) se atribuía la última y decisiva palabra gracias a la cláusula de supremacía: de un Estado regionalista a un Estado re-centralizador.
La debilidad de Italia en la Unión Europea depende poco de los mecanismos institucionales y mucho de la falta de fiabilidad de los gobernantes italianos, Renzi incluido, quizá con la única excepción de los dos gobiernos dirigidos por Romano Prodi (1996-1998 y 2006-2008 con Tommaso Padoa Schioppa como ministro de Economía). Sin embargo, es impensable que la credibilidad italiana hubiera mejorado atribuyendo las políticas europeas casi en exclusiva al Senado reformado, compuesto por consejeros regionales nombrados por sus colegas, evidentemente sin ninguna consideración relativa a sus (casi seguramente inexistentes) conocimientos y competencias europeos, que no es el elemento central de su campaña para hacerse elegir en los varios consejos regionales.
En suma, las reformas constitucionales del gobierno Renzi no solo no tenían sentido, sino que seguramente no habrían mejorado el funcionamiento del sistema político. También por esta razón han sido sonoramente rechazadas. No ha ocurrido ninguno de los desastres preconizados de manera intimidatoria por el gobierno y por sus seguidores, también por muchos profesores del “sí” que esperaban recompensas y cargos. No ha ocurrido ningún ataque a la economía italiana. Ningún aumento de la prima de riesgo entre los bonos del Tesoro italiano y los alemanes. Incluso la crisis de gobierno se ha resuelto rápidamente, aunque no de manera convincente. El gobierno Gentiloni es una fotocopia del gobierno Renzi con un solo ministro nuevo (mujer, por lo demás responsable de las malas reformas constitucionales). Las dificultades italianas continúan, pero atribuirlas a los que han tumbado las reformas constitucionales es simplemente equivocado. Igualmente equivocado es sostener que las reformas habrían resuelto problemas mal identificados. Se pueden hacer reformas mejores, comenzando por la ley electoral. Es la tarea de una clase política digna de ese nombre. Desgraciadamente, en una situación en la que en eccasi todos los países europeos existe un problema de liderazgo, Italia no es una excepción. Los electores del NO han dicho que no quieren gobernantes inadecuados que enreden con la Constitución italiana. Nada más, pero sobre todo, nada menos.
Pubblicado 08/02/2017 Faes, Fundación para el Análisis y los Estudios Sociales
Il PD e i suoi obblighi di fronte agli elettori
Chiediamoci pure che cosa possiamo fare per il Partito Democratico. Però, chiediamoci soprattutto che cosa il Partito Democratico non deve fare (contro di noi, italiani). Quello che possiamo fare è ricordare al segretario Renzi, a coloro che ne stanno prendendo le distanze e alle minoranze varie che debbono sempre pensare al sistema politico italiano. Nel bene, che c’è, e nel male, che si vede, il Partito Democratico non è soltanto l’ultima organizzazione politica rimasta in Italia a meritarsi il nome di partito, ma è l’asse portante del sistema. Un suo squilibrio, non soltanto in forma di scissione, manderebbe in tilt sicuramente il governo, probabilmente l’intero sistema politico. Che cosa, dunque, deve fare il Partito democratico nelle sue varie articolazioni? Chi ha più potere dentro il PD ha, ovviamente, anche molta più responsabilità. La prima mossa spetta al segretario. Non c’è dubbio che due mesi non sono affatto bastati a Renzi per metabolizzare la pesantissima sconfitta nel referendum. Pochi sono anche i dubbi sulla sua volontà di rivalsa e di ritorno. Renzi teme, in particolare, il trascorrere del tempo che consentirebbe al Presidente del Consiglio Gentiloni di consolidarsi e alle minoranze di rafforzarsi, mentre coloro che sembravano suoi strenui sostenitori vanno alla ricerca di collocazioni alternative, persino come suoi potenziali successori. Tutti questi movimenti sarebbero sicuramente scongiurati e bloccati da elezioni anticipate che, però, stanno diventando sempre più difficili. La bocciatura costituzionale in alcuni punti essenziali della sua legge elettorale Italicum, obbliga Renzi, nel più semplice dei casi, a recepire per la Camera il testo che risulta dalla sentenza della Corte e a scriverne uno il più simile possibile per il Senato.
Gli esperti sostengono che, poi, se mai si volesse una legge elettorale migliore, allora ne risulterebbe chiusa immediatamente qualsiasi finestra di opportunità per elezioni anticipate. Per di più, il calendario politico è fittissimo di adempimenti importanti, come il 60esimo anniversario del Trattato di Roma, 25 marzo, e il G7 a Taormina verso fine maggio. Le autorità europee e gli altri partner non gradirebbero affatto un’Italia in campagna elettorale mentre non ha neppure ancora risposto ai rilievi della Commissione sulla riscrittura di alcune parti della legge di bilancio. Sentendo venir meno parte del suo consenso interno al partito, Renzi vorrebbe andare rapidamente a un Congresso, che sembra sicuro di vincere alla grande, e poi tentare la strada delle elezioni anticipate (decidendo lui le liste dei candidati). Inevitabilmente, si arriverebbe all’autunno, ma sarebbe pur sempre difficile spiegare perché Gentiloni debba andarsene e come fare la nuova delicatissima manovra di bilancio.
In Direzione, le minoranze andranno ad argomentare che bisogna lasciare lavorare il governo, che è imperativo fare leggi elettorali decenti e che le elezioni debbono tenersi nel febbraio 2018, che è la data, più volte evocata da Renzi prima della sua sconfitta referendaria, di scadenza naturale della legislatura. Naturalmente, le minoranze desiderano, da un lato, logorare Renzi, dall’altro, trovare accordi interni e alleati esterni. Qui sta quello che i cittadini italiani hanno il diritto di chiedere al Partito Democratico, intendano votarlo o no, vale a dire di formulare una strategia che, senza escludere del tutto gli interessi del segretario, dei suoi sfidanti manifesti e delle minoranze, tenga in conto maggiore quello che serve al paese ovvero la strada che ne danneggia meno il futuro prossimo. A sentire sia il Presidente emerito Giorgio Napolitano sia le parole più ovattate, ma non meno ferme, del Presidente Mattarella, quella strada non porterebbe a elezioni anticipate, ma si allungherebbe con il governo Gentiloni fino al completamento della legislatura.
Pubblicato AGL il 13 febbraio 2017
Opportunismo e antipolitica a caro prezzo
Manca un anno e qualche settimana alla scadenza naturale di questa legislatura, febbraio 2018. Al momento esistono due leggi elettorali diverse, non soltanto non armonizzate, come ha solennemente richiesto il Presidente della Repubblica Mattarella, ma quasi unanimemente considerate non adeguate dai partiti (e, per quel poco che contano, dagli studiosi). C’è un governo guidato da un esponente del Partito Democratico, Paolo Gentiloni, che ha una maggioranza operativa e che deve affrontare alcune problematiche economiche importanti e organizzare due eventi “europei” molto significativi: il 60esimo anniversario del Trattato di Roma a marzo e il G 7 a Taormina a maggio. Ciononostante, tutte le fonti, le indiscrezioni, i commenti giornalistici riportano che Renzi vuole andare a elezioni anticipate. Qualcuno aggiunge che lo fa con una “nobile” motivazione: affinché il 60 per cento dei parlamentari alla prima legislatura non rimangano in carica fino a settembre quando maturerebbero il diritto a una pensione, tra i 700 e i 900 Euro, che riscuoteranno al compimento del 65esimo anno d’età. Vorrebbe, Renzi, tagliare l’erba dell’antipolitica sotto i piedi del Movimento 5 Stelle. Altri credono, invece, che Renzi voglia chiudere i conti con le minoranze interne poiché non ri-candiderebbe quasi nessuno dei loro esponenti. Altri ancora pensano che più passa il tempo più Gentiloni si consolida e finirà per rendere impossibile il ritorno di Renzi sulla scena politica.
Un alto là all’ansia renziana per le urne subito è stato posto dal Presidente Emerito Giorgio Napolitano che si era speso moltissimo a sostegno delle riforme costituzionali di Renzi. Oggi, con la stessa logica, vale a dire, la preoccupazione per il funzionamento del sistema politico, Napolitano fa notare che nei paesi civili si va a elezioni alla scadenza naturale. Qualcuno lo ha criticato sostenendo che in Gran Bretagna, paese sicuramente civile nonché madre di tutte le democrazie parlamentari, il capo del governo scioglie il Parlamento quando vuole lui. Doppio errore: primo, non è mai stato così poiché lo scioglimento dopo quattro anni era una convenzione accettata da tutti, non un potere; e non è più così poiché, la coalizione Conservatori-Liberali democratici, al governo dal 2010 al 2015, ha stabilito che, salvo eventi eccezionali e imprevedibili, i Parlamenti britannici resteranno in carica cinque anni. Secondo errore: Renzi non è il capo del governo, ma il segretario di un partito; semmai, lo scioglimento dovrebbe chiederlo Gentiloni.
Il quesito cruciale, che il Presidente Mattarella sicuramente porrà a chi gli andasse a chiedere lo scioglimento che, ricordiamolo, è un suo potere costituzionale, è: quali probabilità esistono che il prossimo Parlamento sarà migliore dell’attuale e darà vita a un governo più stabile e più operativo? In subordine, tutti dovrebbero chiedersi, al di là delle loro speranze di accrescimento dei voti, se questo è il momento opportuno per lanciare una costosa –in termini di denaro, di vuoto di potere, di responsabilità e credibilità internazionale– campagna elettorale. Quando era Presidente del Consiglio, in almeno quattro o cinque occasioni Renzi dichiarò quasi con fastidio, ma senza nessuna esitazione che la legislatura sarebbe durata fino al febbraio 2018. È assolutamente e democraticamente opportuno che, se adesso intende troncarne la vita prima di allora, Renzi spieghi quali sono i vantaggi per il sistema politico che deriveranno dalle elezioni anticipate e perché crede che dopo le elezioni l’Italia riuscirà ad avere un governo migliore di quello di Gentiloni, da lui scelto e la cui composizione è, fatti salvi due o tre cambiamenti, la stessa del governo da lui guidato dal febbraio 2014 al dicembre 2016. L’opportunismo istituzionale ha un costo elevato.
Pubblicato AGL 3 febbraio 2017
Vento emiliano e nuove filosofie
Il Partito Democratico dell’Emilia-Romagna non si fa mancare quasi niente tranne, talvolta, i voti, per esempio, quelli che servivano a evitare il ballottaggio di Merola. Non potendo andare oltre il secondo mandato (e la presidenza della Città metropolitana), sfuggitagli per via referendaria la carica di Senatore, il sindaco ha deciso di sbizzarrirsi in politica, forse, sostiene più d’uno, a scapito del miglioramento della sua attività amministrativa che lo vede al sessantesimo posto circa della classifica stilata dal Sole 24Ore. Può anche permettersi di contraddire variamente le proposte e le indicazioni del suo segretario di cui qualche tempo fa si era dichiarato convinto sostenitore. Adesso, mentre esprime il suo favore al referendum sul Jobs Act, legge simbolo del periodo renziano, annuncia che elezioni anticipate non sono una buona soluzione e opera per un’ipotesi di coalizione che includa quelli che un tempo sarebbero stati chiamati “cespugli di sinistra”. Se rinascesse l’Ulivo, e Romano Prodi sostiene che è possibile, quei cespugli avrebbero molte opportunità di essere considerati importanti.
Su altri versanti, i Dem dell’Emilia-Romagna mantengono alta la loro visibilità. Vero che dei tre ministri reclutati da Renzi, una, Federica Guidi, ha dovuto dimettersi qualche tempo fa, il secondo Giuliano Poletti, galleggia su imbarazzanti affermazioni, che non sono gaffes, ma ne rispecchiano il pensiero politico, e il terzo Graziano Delrio è un po’ emarginato, ma se le indiscrezioni hanno qualche fondamento, sarà la nuova segreteria di Renzi a fare il pieno di emiliano-romagnoli. Dal cerchio non più magico del giglio fiorentino al poco frizzante, ma solido ambiente emiliano-romagnolo? Il segretario che cerca un suo personale rilancio ha bisogno di un partito, anche se chi lo conosce non crede che saprebbe poi farlo funzionare e valorizzarlo. Vorrebbe un partito più unito, magari senza Bersani e quel che rimane dei bersaniani. Saranno Critelli, Calvano, Bonaccini, Richetti (alla ricerca di un ruolo chiave e sovraordinato nella nuova segreteria) e Andrea Rossi all’organizzazione a dargli quel partito? Difficile dirlo, ma inevitabile sottolineare che un riallineamento complessivo del PD emiliano-romagnolo su Renzi, da un lato, desterebbe grandi preoccupazioni nei molti parlamentari che desiderano la ricandidatura e molte speranze negli aspiranti fra i combattenti del pur sconfitto fronte del “sì”, dall’altro, aprirebbe spazi per Merola ( non “per il suo progetto” di cui non vedo né gli obiettivi né il perimetro). I nomi li ho fatti. Mancano solo le indicazioni su quali grandi, ma anche piccole, idee sapranno proporre sia i nuovi renziani sia il vecchio Merola. A quando il philosophari?
Pubblicato il 28 gennaio 2017
Scrivere una legge elettorale europea
Nelle democrazie, le leggi elettorali le scrivono i parlamentari, non i governi, meno che mai i giudici, neppure quando sono giudici costituzionali. Tuttavia, è sempre opportuno e giusto che i giudici valutino la costituzionalità delle leggi elettorali, come le due più recenti leggi italiane, Porcellum e Italicum, relativamente alla loro conformità ai principi sui quali si regge e secondo i quali deve funzionare la Repubblica. Congegnata per compiacere Berlusconi ai tempi del Patto del Nazareno, formulata dal governo Renzi e poi imposta con addirittura tre voti di fiducia, la legge nota come Italicum era poco meno che un Porcellum rivisto e solo parzialmente corretto. Smantellato dalla Corte costituzionale il Porcellum con la sentenza n.1/2014, apparve subito ovvio che l’Italicum non era esente da vizietti di incostituzionalità molto simili a quelli del suo predecessore. Piovvero i ricorsi sui quali, chiamata a decidere, la Corte prese tempo in attesa dell’esito referendario che, mantenendo in vita il Senato, rende indispensabile anche una nuova legge per la sua (ri-)elezione.
La laboriosa decisione della Corte, che segnala significative differenze sia tecniche, vale a dire sui meccanismi, sia politiche, ovvero sull’impatto che la sentenza avrà sul governo, sul Parlamento sul sistema politico, è stata resa ancora più difficile dall’esistenza di una precedente indicazione di fondo della Corte stessa. Nessun organismo costituzionale può rimanere privo della legge che ne consente l’elezione. Dunque, quando la Corte smantellò il Porcellum, quello che rimase in piedi, detto Consultellum, era una legge elettorale, del tutto proporzionale, che molti ritennero immediatamente applicabile. Dichiarati incostituzionale il solo ballottaggio, peraltro, il cuore dell’Italicum, quello che rimane è quasi certamente una legge altrettanto applicabile, ma migliorabile da più punti di vista, anche grazie alla necessità di estenderla e, come ha chiesto il Presidente della Repubblica Mattarella, in maniera armonica, al Senato.
Adesso, nulla osta che il Parlamento, non il governo, rimetta le mani nella comunque ingarbugliata matassa della legislazione elettorale. Formalmente, non c’è fretta poiché la legislatura può durare fino a febbraio-marzo 2018. Politicamente, alcuni dirigenti di partito vogliono anticipare il ritorno alle urne perché pensano di trarne qualche profitto, ma raramente gli elettori italiani hanno premiato chi ha interrotto la vita di un Parlamento. Per di più, come dovrebbe essere noto anche a chi vive nel Palazzo, la gatta frettolosa fa i gattini ciechi. Non sembra proprio il caso che i partiti continuino ad anteporre i loro interessi di breve respiro, calcolati sulla base dei sondaggi, per scrivere una legge elettorale che un eventuale ricorso potrebbe fare tornare alla valutazione della Corte. Nelle democrazie, non solo europee, di lunga durata, soltanto in rarissimi casi (uno dei quali, importantissimo, è la Francia, che nel 1958 fece un cambio di regime), le leggi elettorali sono state cambiate.
Sarebbe bello e utile conoscere le opinioni, non solo dissenzienti, dei giudici per sfruttarne la ratio al fine di formulare una buona legge elettorale. Comunque, adesso è augurabile che, con due obiettivi fondamentali in mente: potere degli elettori e rappresentanza dei cittadini, i parlamentari in carica scrivano una legge elettorale di stampo europeo, vale a dire già vista all’opera, che venga accettata da tutti, o quasi, perché equa, perché non garantisce vantaggi a nessun partito esistente, non impedisce la nascita di partiti nuovi, purché godano di un adeguato consenso elettorale, offre ai cittadini la possibilità di scegliere il partito e i candidati preferiti, incoraggia la formazione di coalizioni governo, consente di sperare che la sua vita sia lunga e che il sistema non si blocchi ancora a causa di incompetenza e partigianeria.
Pubblicato AGL il 26 gennaio 2017
Renzi, drop your guns
La popolarità del governo Gentiloni sembra leggermente in crescita, ma il suo futuro continua a essere oscuro. Tutti i retroscenisti, ma anche troppi commentatori orfani/e di Renzi sondano le intenzioni dell’ex-capo del governo, che aveva annunciato il suo ritiro dalla politica se avesse perso il referendum. Invece, adesso preannuncia il suo ritorno lasciando che in maniera quasi rassegnata i suoi collaboratori sostengano che elezioni anticipate il prima possibile sono l’unica soluzione ai mali prodotti da coloro che hanno votato NO. In un paese decente, giornalisti/e, autorità, parlamentari dovrebbero attenersi ai fatti e alle regole del gioco. Prima fondamentale regola: il governo, qualsiasi governo rimane in carica non ad libitum di qualcuno, neppure a piacimento del segretario di un partito (roba, direbbero molti, spregiativamente, “da Prima Repubblica”), ma fintantoché quel governo è operativo. Comunque, nessun segretario di partito, non nella Prima Repubblica, tantomeno nella “Seconda”, gode della prerogativa autonoma di imporre lo scioglimento anticipato al Presidente della Repubblica, il quale è l’unico ad avere il potere costituzionale di deciderlo. In caso di crisi di governo, il Presidente della Repubblica ha sempre il dovere costituzionale di “sentire” i Presidenti di entrambe le camere per sapere se esiste la possibilità di dare vita a un altro governo, purché non sia un governo qualsiasi, ma prometta di funzionare, di fare “cose”, e molte sono le cose domestiche ed europee che il governo italiano deve fare. Altrimenti, sarà il Presidente a tenere le consultazioni con i capi dei partiti. Non bisognerà mai più assistere a raccapriccianti consultazioni parallele come quelle ostentatamente fatte da Ronzi nel dicembre 2016 (e che, purtroppo, nessuno gli ha dura(tura)mente rimproverato). Un altro governo potrebbe anche diventare, alla prova dei fatti, quello che conduce il paese alle elezioni, meglio se alla scadenza naturale del Parlamento: febbraio-marzo 2018 (data più volte indicata da Renzi stesso).
L’ostacolo ora e, presumibilmente, anche dopo la attesissima sentenza della Corte Costituzionale, è l’inesistenza di una legge elettorale immediatamente utilizzabile, ma, anche se esistesse la legge per la Camera, consultellum o miniItalicum, bisognerebbe pure scrivere quella per il Senato, prematuramente e colpevolmente già dato per defunto dagli improvvidi riformatori costituzionali. Quindi, qualsiasi discussione sul ritorno alle urne appare contare su tempi che non sono né scontati né prevedibili. Allora perché se ne discute fin dal giorno stesso in cui venne creato il governo Gentiloni? L’unica interpretazione possibile, certamente quella con più solide basi, è che l’ex-Presidente del Consiglio Matteo Renzi non stia sereno. Senta che più il tempo passa meno è probabile che l’elettorato lo premi per non si sa quali meriti pregressi e che il suo partito tragga vantaggi da un qualche sussulto post-referendario. Il segretario del Partito Democratico è palesemente meno interessato alla capacità del governo, nel quale lui stesso ha imposto la re-immissione di tutti i suoi ministri e ha addirittura premiato chi aveva contribuito alle riforme bocciate (Maria Elena Boschi e Anna Finocchiaro, la Presidente della Commissione Affari Costituzionali del Senato), di risolvere i molti problemi lasciati aperti dal suo malposto attivismo.
Il segretario del Partito Democratico non desidera nessun miglioramento nell’economia, nella società, nel sistema politico il cui merito finisca per essere attribuito al suo successore Paolo Gentiloni. Renzi guarda esclusivamente al suo interesse personale di rappresaglia/vendetta politica e di riconquista del governo. Tempo fa, Michele Salvati consigliò a Renzi di non prestare nessuna attenzione ai critici delle sue audaci attività invitandolo a insistere (in altri tempi si sarebbe detto a “tirare diritto”): “stick to your guns”. Oggi il suggerimento, che tenga anche conto della [referendaria]”responsabilità repubblicana”, tanto cara a Massimo Cacciari, dovrebbe essere, al contrario, quello di non ostacolare il governo Gentiloni, di sostenerne l’opera, di non minacciarlo con gravi conseguenze per l’Italia. Insomma, per il bene del sistema politico, della patria repubblicana: “Renzi, drop your guns”.
Pubblicato il 16 gennaio 2017 su La rivista il Mulino







