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Il PD e i suoi obblighi di fronte agli elettori

Chiediamoci pure che cosa possiamo fare per il Partito Democratico. Però, chiediamoci soprattutto che cosa il Partito Democratico non deve fare (contro di noi, italiani). Quello che possiamo fare è ricordare al segretario Renzi, a coloro che ne stanno prendendo le distanze e alle minoranze varie che debbono sempre pensare al sistema politico italiano. Nel bene, che c’è, e nel male, che si vede, il Partito Democratico non è soltanto l’ultima organizzazione politica rimasta in Italia a meritarsi il nome di partito, ma è l’asse portante del sistema. Un suo squilibrio, non soltanto in forma di scissione, manderebbe in tilt sicuramente il governo, probabilmente l’intero sistema politico. Che cosa, dunque, deve fare il Partito democratico nelle sue varie articolazioni? Chi ha più potere dentro il PD ha, ovviamente, anche molta più responsabilità. La prima mossa spetta al segretario. Non c’è dubbio che due mesi non sono affatto bastati a Renzi per metabolizzare la pesantissima sconfitta nel referendum. Pochi sono anche i dubbi sulla sua volontà di rivalsa e di ritorno. Renzi teme, in particolare, il trascorrere del tempo che consentirebbe al Presidente del Consiglio Gentiloni di consolidarsi e alle minoranze di rafforzarsi, mentre coloro che sembravano suoi strenui sostenitori vanno alla ricerca di collocazioni alternative, persino come suoi potenziali successori. Tutti questi movimenti sarebbero sicuramente scongiurati e bloccati da elezioni anticipate che, però, stanno diventando sempre più difficili. La bocciatura costituzionale in alcuni punti essenziali della sua legge elettorale Italicum, obbliga Renzi, nel più semplice dei casi, a recepire per la Camera il testo che risulta dalla sentenza della Corte e a scriverne uno il più simile possibile per il Senato.

Gli esperti sostengono che, poi, se mai si volesse una legge elettorale migliore, allora ne risulterebbe chiusa immediatamente qualsiasi finestra di opportunità per elezioni anticipate. Per di più, il calendario politico è fittissimo di adempimenti importanti, come il 60esimo anniversario del Trattato di Roma, 25 marzo, e il G7 a Taormina verso fine maggio. Le autorità europee e gli altri partner non gradirebbero affatto un’Italia in campagna elettorale mentre non ha neppure ancora risposto ai rilievi della Commissione sulla riscrittura di alcune parti della legge di bilancio. Sentendo venir meno parte del suo consenso interno al partito, Renzi vorrebbe andare rapidamente a un Congresso, che sembra sicuro di vincere alla grande, e poi tentare la strada delle elezioni anticipate (decidendo lui le liste dei candidati). Inevitabilmente, si arriverebbe all’autunno, ma sarebbe pur sempre difficile spiegare perché Gentiloni debba andarsene e come fare la nuova delicatissima manovra di bilancio.

In Direzione, le minoranze andranno ad argomentare che bisogna lasciare lavorare il governo, che è imperativo fare leggi elettorali decenti e che le elezioni debbono tenersi nel febbraio 2018, che è la data, più volte evocata da Renzi prima della sua sconfitta referendaria, di scadenza naturale della legislatura. Naturalmente, le minoranze desiderano, da un lato, logorare Renzi, dall’altro, trovare accordi interni e alleati esterni. Qui sta quello che i cittadini italiani hanno il diritto di chiedere al Partito Democratico, intendano votarlo o no, vale a dire di formulare una strategia che, senza escludere del tutto gli interessi del segretario, dei suoi sfidanti manifesti e delle minoranze, tenga in conto maggiore quello che serve al paese ovvero la strada che ne danneggia meno il futuro prossimo. A sentire sia il Presidente emerito Giorgio Napolitano sia le parole più ovattate, ma non meno ferme, del Presidente Mattarella, quella strada non porterebbe a elezioni anticipate, ma si allungherebbe con il governo Gentiloni fino al completamento della legislatura.

Pubblicato AGL il 13 febbraio 2017


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