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Tag Archives: Matteo Renzi
Una riforma sbagliata
Sbagliare è umano, insistere è renziano
Senza scomodare i Costituenti, i quali, pure, ebbero legittime preoccupazioni di rappresentanza politico-territoriale e di equilibri fra le istituzioni, esistono (ed esistevano) due alternative decenti al pessimo testo Renzi-Boschi che verrà fatto ingoiare ai senatori, ma che i giornalisti italiani, ignari di altre esperienze e da sempre poco interessati alle questioni istituzionali, hanno già metabolizzato. Da veri riformatori era possibile procedere verso l’abolizione pura e semplice del Senato rispondendo non soltanto alle sirene populiste e antipolitiche, quelle che vogliono risparmiare sul costo delle istituzioni e della casta, ma anche a chi ritiene che semplificare i circuiti istituzionali rende la politica più trasparente e più responsabile. Naturalmente, questo avrebbe comportato anche un ridisegno della legge elettorale che, già pessima di suo, sarebbe diventata intollerabile dal punto di vista della rappresentanza degli elettori (incidentalmente, le leggi elettorali si valutano avendo come criterio sovrastante il potere degli elettori) e della concentrazione di poteri in una sola camera e in un solo partito. Certo, ci voleva coraggio e sapienza istituzionale. Forse Diogene dovrebbe essere richiamato in servizio: non è fiorentino, ma una consulenza non gliela si dovrebbe negare. Oppure si poteva e si doveva guardare alle seconde Camere che funzionano in sistemi politici simili a quello italiano, per esempio, al Bundesrat con i suoi 69 rappresentanti nominati (l’elettività diretta proposta e negata è un falsissimo problema, non una soluzione) dalle maggioranze al governo nei 16 Länder della Germania (un sistema politico che funziona. Lo sanno anche i molti siriani che cantavano “We want Germany”. No, non scherzo più di tanto).
Comunque, adesso i problemi sono due. Il primo è che una riforma fatta male come questa rimarrà sul groppone degli italiani a lungo, ma c’è il tempo per migliorarla. Secondo, magari il presidente Emerito Giorgio Napolitano e il presidente in carica Sergio Mattarella dovrebbero chiedere a Boschi e Renzi e anche al sottosegretario Pizzetti che c’azzeccano con la Camera delle Autonomie cinque senatori nominati dal presidente della Repubblica. Nel frattempo, mi permetto di chiedere rispettosamente (so che si dice così) ai presidenti se non sia il caso di rinunciare alla carica di Senatore a vita. Sto rilanciando? Sì, ma, come si dice, “non da oggi”. Attendo qualcuno che venga a “vedere” (magari, mi cito?: eccome, no, leggendo Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate, Egea, 2015) perché per riformare un sistema politico-istituzionale le riforme, compresa quella della seconda Camera (Senato), vanno viste, impostate, fatte e valutate, non come fossero spezzatini con piselli, ma in chiave sistemica. E, allora?
Pubblicato il 09 settembre 2015
Ecco la “percentuale” che spaventa Renzi
Intervista raccolta da Pietro Vernizzi per ilsussidiario.net
POLITICA
SCENARIO/ Pasquino: ecco la “percentuale” che spaventa Renzi
giovedì 3 settembre 2015
“Renzi non deve temere né l’ondata dei migranti né l’ascesa di Grillo, perché gli italiani sanno bene che non sono problemi che ha creato lui. La sua unica preoccupazione dovrebbe essere il fatto che il Pil allo 0,7% non basta a ridare al Paese la crescita economica di cui ha bisogno”. E’ l’analisi di Gianfranco Pasquino, politologo, secondo cui “è proprio sulla mancata ripresa che il settembre politico di Renzi rischia di essere contrassegnato da una serie di nuovi annunci privi di sostanza”. Nell’intervista al Corriere della Sera Renzi aveva sottolineato che “se vogliamo fare una forzatura sul testo uscito dalla Camera, i numeri ci sono, come sempre ci sono stati. Chi ci dice che mancano i numeri sono gli stessi che dicevano che mancavano i voti sulla legge elettorale, sulla scuola, sulla Rai, sul Quirinale”.
Che cosa ne pensa del modo con cui Renzi intende affrontare la questione della riforma del Senato?
Quella da parte di Renzi è la solita esibizione di boria, che non ha nulla a che vedere con la bontà della riforma ma soltanto con la voglia di portarla a casa per dimostrare la propria forza. Resta il fatto che questa rimane una riforma brutta, e segnala l’incapacità di negoziare che dovrebbe invece caratterizzare un capo di governo riformista.
Se Renzi tira dritto sulla riforma del Senato, si potrebbe arrivare a una scissione del Pd?
La scissione è soprattutto il prodotto della volontà di chi è al potere di cacciare fuori quanti lo ostacolano. Chi è contrario vuole dei cambiamenti sul contenuto, Renzi invece vuole dimostrare che ha il potere. Dopo di che, a furia di tirare la corda, si logorerà a tal punto che diventerà politicamente e psicologicamente impossibile rimanere in un partito dove i dissidenti sono sbeffeggiati e spesso dichiarati l’ostacolo maggiore a una non meglio definita politica riformista.
Che cosa ne pensa dei cinque senatori nominati dal Quirinale inseriti nella riforma?
Quello che mi sorprende è che né il presidente emerito Napolitano né il presidente in carica, Mattarella, abbiano spiegato quale senso abbia l’idea di avere cinque senatori nominati dal Quirinale, in un Senato che dovrebbe essere la Camera delle autonomie. Di fatto questo aspetto non ha nessun senso, e dovrebbero essere Mattarella e Napolitano a chiederne la cancellazione.
Con settembre ricomincia l’attività parlamentare. Il governo raccoglierà i frutti dopo avere seminato?
Perché ciò avvenga mancano tanti tasselli fondamentali. In primo luogo, il rilancio dell’occupazione attraverso il Jobs Act passa anche per la crescita, perché se il Paese non cresce i posti di lavoro non si moltiplicano. La spending review inoltre è stata prima affidata a Cottarelli, e poi non se n’è fatto nulla. Allo stesso modo non vedo i decreti attuativi della riforma della pubblica amministrazione, e neppure flessibilità e dinamismo in quello che dovrebbe essere uno Stato capace di fare le riforme. Mi aspetto quindi che Renzi trovi presto qualcosa di nuovo da annunciare, e poi vedremo come si andrà avanti.
Di che cosa ha più paura Renzi in questo momento? Di Grillo, degli immigrati o della mancata crescita?
Mettermi nei panni di Renzi è sempre un’operazione che preferirei evitare. Dovrebbe però avere paura di un’economia che continua a non crescere. Gli italiani sanno che alcuni problemi, come i migranti o il rafforzarsi dell’M5S, non sono stati prodotti da Renzi. Il premier deve quindi soltanto temere il semplice fatto che il Pil allo 0,7 % non produce la crescita di cui l’Italia ha bisogno. Dopo la Grecia, l’Italia continua a essere il fanalino di coda. Altro che maglia rosa.
E’ sull’economia che Renzi si gioca le prossime elezioni?
Sì, perché questo è un problema che gli italiani sperimentano di tasca propria ogni volta che vanno al supermercato. Ciò che occorrono sono delle soluzioni più profonde e durature, mentre per fare la riforma del Senato si può anche usare la spada di Gordio. Anche se non lo si dovrebbe fare, perché le istituzioni sono qualcosa che va trattato non con la spada ma con il bisturi.
Secondo Piepoli, nessun partito supererebbe il 40%, Pd ed Ncd insieme prenderebbero il 28%, l’M5S il 29%, FI e Lega il 26%. Quale scenario ci dobbiamo aspettare?
Non è affatto sorprendente che il Pd non riesca a superare il 40%, perché l’ha fatto una sola volta grazie a un colpo di fortuna. Non mi sorprende neppure che ci sia una crescita di FI e Lega, anche perché Salvini è quello che fa più politica sul territorio. Rispetto a Salvini, nel bene e nel male si stanno facendo gli stessi errori che si fecero con Berlusconi: la demonizzazione porta infatti voti al demonizzato. Infine non mi sorprende neppure che cresca il consenso dell’M5S. C’è infatti uno zoccolo duro di italiani insoddisfatti che voteranno il partito che si caratterizza come il più credibile se confrontato con i vecchi partiti. Con questo sistema elettorale l’M5S va al ballottaggio, e dopo ne vedremo delle belle, anzi delle stelle.
Gli elettori di centrodestra però non voterebbero mai M5S al secondo turno…
Questo lo dice lei. Alle Comunali a Parma gli elettori di centrodestra hanno certamente votato per Pizzarotti. A Livorno è stata invece una parte di Pd a votare per il candidato dell’M5S, Nogalin. Al ballottaggio quindi potrebbe avvenire la stessa cosa.
(Pietro Vernizzi)
Il ruolo di Mattarella nelle riforme
Quando due grandi vecchi, detto con la stima e il rispetto che si sono meritati, ingaggiano un confronto serrato sulla riforma del Senato, é opportuno prestare molta attenzione. Il fondatore de “la Repubblica”, Eugenio Scalfari ha fortemente obiettato alla lettera pubblicata sul “Corriere della Sera” dal Presidente Emerito Giorgio Napolitano. Nel mio piccolo anch’io ho rilevato molto di irrituale nell’esplicito sostegno dato da Napolitano alla riforma di Renzi. Replicando alle critiche di Scalfari, il Presidente sembra fare un passo indietro. Il suo sostegno va all’idea di riforma del bicameralismo paritario e non a tutte le technicalities delle quali, anzi, auspica che siano meglio definite e ritoccate. Naturalmente, i “ritocchi”, qualora seri e non cosmetici, implicheranno un’altra lettura da parte delle Camere e quindi qualche mese in piú affinché la riforma sia completata. E’ improbabile che il velocissimo duo Renzi-Boschi concordi su questa procedura, ma la parola andrà ai numeri ovvero a quanti senatori sono in grado di imporre modifiche migliorative. Quello che Scalfari sottolinea con forza e che Napolitano sembra non voler capire é che un sistema político é tale poiché (lo insegno regolarmente) tutte le sue componenti si tengono insieme. Cambiarne una, per di piú tutt’altro che marginale, vale a dire il Senato, significa provocare effetti su molte altre componenti: sulla Camera dei deputati e sui suoi poteri, inevitabilmente accresciuti, sul Presidente della Repubblica e sui suoi poteri, ridimensionati, sull’elezione dei giudici costituzionali e dei componenti del Consiglio Superiore della Magistratura, e altre conseguenze ancora.
Napolitano che, pure, a suo tempo, aveva addirittura fatto balenare qualche problema concernente la legge elettorale Italicum, affermando che, comunque, la si sarebbe dovuta sottoporre a “opportune verifiche di costituzionalità”, non sembra condividere le preoccupazioni di Scalfari sull’eccesso di potere che finirebbe nelle mani, prima di un partito di maggioranza relativa, anche risicata, che conquisti al ballottaggio un notevole premio in seggi, poi nelle mani del capo di quel partito che sarebbe in totale controllo della Camera dei Deputati. Per di piú, poiché un conto é disquisire astrattamente di poteri giuridico-formali un conto molto diverso é guardare alle modalitá concrete di esercizio del potere ad opera di un capo di partito che ha dimostratao con le parole e con i fatti quale trattamento impartisce ai dissenzienti e alle minoranze, qualche preoccupazione appare d’obbligo. Scalfari la enuncia fino a mettere opportunamente in discussione gli effetti delle due riforme, legge elettorale e Senato, sul funzionamento complessivo del sistema. Caricandosi di un compito che non é piú suo, Napolitano sembra invece sostenere con il peso della sua autorevolezza tutta l’azione riformatrice di Renzi (con interventi che non sarebbero stati “perdonati” ai suoi predecessori).
Quanto al successore, Scalfari teme che Napolitano influenzi piú o meno direttamente anche il Presidente Mattarella. La questione piú delicata é: come potrá Mattarella, debitore della sua elezione in parte a Napolitano in parte a Renzi, contrapporre valutazioni diverse da quelle fortemente motivate dei suoi due Grandi Elettori ? Epperó, adesso in condizione di assoluta indipendenza, il Presidente Mattarella non puó certamente dimenticare di essere un costituzionalista, di essere stato uno dei giudici costituzionali che hanno distrutto il Porcellum, di avere scritto la legge elettorale che porta il suo nome e che molti considerano di gran lunga migliore dell’Italicum. Insomma, lo scontro di opinioni e di preferenze fra Scalfari e Napolitano conduce inevitabilmente fino al Colle, vale a dire alle responsabilitá che il Presidente Mattarella dovrá accollarsi al momento della firma della modifica del Senato che implica una drastica riduzione della rappresentanza política degli italiani (e dei poteri dello stesso Presidente della Repubblica). Sul crinale fra funzionamento e democraticitá del sistema político si sta dispiegando una delicata battaglia che il confronto Scalfari-Napolitano ha illuminato, ma non puó risolvere.
Pubblicato AGL il 18 agosto 2015
Parla la ditta. Una speranza
La politica non è luogo di gentilezze, meno che mai nel Partito democratico conquistato da Renzi e popolato da zelantissimi sostenitori. L’invito a Bersani di concludere la Festa dell’Unità di Bologna non può dunque essere considerato il risarcimento di uno sgarbo passato. Neppure è possibile pensare sia un ramoscello d’ulivo, dato lo stato dei rapporti fra la maggioranza renziana (che «va avanti e non si farà fermare», come ripetono pappagallescamente gli apologeti) e le minoranze che, invece, sono inclini a chiedere tempo. Per di più, la data del discorso di Bersani, 20 settembre, rischia, ma forse sbadatamente non ci hanno pensato, di capitare nel mezzo della bagarre sulla brutta riforma del Senato. Sarebbe fin troppo bello se gli organizzatori della Festa, vale a dire i dirigenti politici locali, avessero deciso l’invito sulla base del criterio migliore. Poiché è la festa del Pd, si procede a invitare i più autorevoli dirigenti del partito, quelli che hanno una storia politica (nel caso di Bersani, anche in questa regione) e che hanno capacità di elaborazione politica, seppure Bersani non sia stato fortissimo su tale terreno. Insomma, quelli in grado di dare un contributo a far funzionare efficacemente una Ditta che vorrebbe vedere il proprio nome riflettere anche la sua vita interna. Bersani non è un estremista (mi viene persino da sorridere a scrivere il sostantivo), ma nemmeno un mollaccione. Sicuramente avrà molto di buono da dire e da suggerire sulle politiche delle liberalizzazioni, sulla sana concorrenza nel mercato, sulle privatizzazioni. Un partito che vuole essere grande, non soltanto come veicolo elettorale di un leader, fa ricorso alle competenze e alle capacità di tutti i suoi dirigenti. Bersani, che dimostrò ammirevole generosità politica nel consentire a Renzi di partecipare alle primarie, che gli concesse persino il ballottaggio (non previsto dallo statuto Pd), merita pienamente di chiudere la Festa dell’Unità di Bologna, non come ricompensa, ma perché è giusto che goda dell’opportunità di parlare di politica. Poi, con riferimento ai numeri e agli applausi, misureremo almeno in parte il suo consenso e persino l’affetto dei presenti. È giusto sia anche così. Quel che più conta, però, sarà il modo con cui Bersani sfrutterà l’occasione. Escludo si dedichi a «pettinare le bambole». Soddisferà le aspettative con un discorso politico alto (che non è mai nelle corde dei dirigenti bolognesi propensi a pratiche decennali di accordicchi) capace di riaprire un confronto nel Pd, sulle idee e non sui numeri? Attendiamoci molto, sperabilmente non il canto del cigno.
Pubblicato 11 agosto 2015
189 lettori coscienziosi
Centottantanove senatori hanno rialzato la testa dalle sudate e faticose carte trasmesse dalla Procura della Repubblica di Trani e in un sussulto d’orgoglio hanno detto: “no, non siamo passacarte”. E’ augurabile che continuino a dirlo e a comportarsi di conseguenza quando, per esempio, toccherà loro guardare le brutte carte della riforma proprio del “loro” Senato. Mentre il suo vice-segretario, la abitualmente zelantissima Debora Serracchiani, si scusa con gli elettori del PD, il segretario Renzi, poco noto per tenere in conto e apprezzare i problemi di coscienza, plaude ai magnifici centottantanove, fra i quali, però, qualcuno è ancora più magnifico. Luigi Manconi affida il suo garantismo allo Huffington Post; Giorgio Tonini imperversa in televisione e sui social; Pietro Ichino motiva in un articolo sul Corriere (ma sono in ansiosa attesa della sua newsletter del lunedì). Tutt’e tre sostengono di avere letto le carte, vale a dire le 560 pagine inviate alla Commissione del Senato per le Immunità Parlamentari. Tutt’e tre dicono sostanzialmente le stesse cose, già anticipate da un loro costituzionalista di riferimento che si sta da tempo posizionando per la Corte.
In attesa che qualche giornalista investigativo (“ci sarà pure un uomo o una donna di tal fatta a Roma?”) vada a verificare se, come, quando e per quanto tempo, Manconi, Tonini e Ichino (più il loro costituzionalista) hanno preso a prestito quella corposa relazione, è lecito chiedere se anche gli altri centottantasei senatori sono stati altrettanto solerti e studiosi. E’ lecito anche dubitarne. Qualcuno, però, come il Presidente della Commissione Stefano e presumibilmente tutti i commissari del Partito Democratico, quelle carte le avevano pur lette e si erano fatti un’opinione chiaramente opposta a quella successiva dei centottantanove. Sì, il collega Azzollini (NCD) doveva, come richiesto dalla Procura di Trani, essere messo agli arresti domiciliari, cioè a casa sua, non in un affollato, maleodorante, sporco carcere dove, peraltro già si trovano gli altri coinvolti nella stessa brutta faccenda. A piede libero, l’Azzollini potrebbe inquinare le prove, attivare reti di relazioni personali, sfruttare tutto il potere politico che i colleghi gli hanno riconosciuto per il passato e per il presente.
I centottantanove senatori hanno anche sconfessato platealmente l’operato della Commissione per le Immunità, più precisamente la maggioranza dei senatori del Partito Democratico ha detto alto e forte che i loro colleghi non hanno saputo leggere le carte e le hanno interpretate in maniera sbagliata. Ce n’è quanto basta per, da un lato, chiedere le dimissioni agli incompetenti, dall’altro, attendersi che siano i presunti incompetenti a dare, nobilmente, ma iratamente, le dimissioni. La prossima volta, comunque, ovvero alla prossima richiesta di arresto, quegli “incompetenti” verranno preliminarmente sostituiti, il precedente essendo già stato creato nella Commissione affari costituzionali. E’ stata scritta da questo orgoglioso Senato non passacarte (dunque, assolutamente da preservare, o no?) una bella pagina sulla libertà di coscienza. Sperabilmente, non soltanto quando in gioco è il salvataggio di un esponente della casta. Sperabilmente, non l’ultima pagina.
Pubblicato il 1 agosto 2015 su TerzRepubblica.it
Italia-Renzi è finita la luna di miele? da il @fattoquotidiano
Il Fatto Quotidiano mi ha chiesto cosa ne pensassi.
Ecco le mie dichiarazioni pubblicate a pag 3 Domenica 2 agosto 2015 – Anno 7 – n° 210
Personalmente non ho mai creduto molto in questo governo. Le cose che ha realizzato in questo anno e mezzo di potere sono molto meno di quelle che aveva annunciato. Se devo dirla tutta, l’esecutivo di Matteo Renzi mi irrita proprio: è fatto di boria senza gloria. Ha prodotto poche riforme i cui esiti sono ancora più che incerti. Il calo del debito? Non è avvenuto. Il calo della disoccupazione? Non pervenuto. L’aumento del prodotto interno lordo? Non conseguito. Insomma, non è riuscito a cambiare nessuna tendenza rispetto al passato e noi non siamo né più forti né più rispettati in Europa. Inoltre se le riforme sono ferme non è perché il governo è bloccato dal Parlamento. Questa scusa non può reggere. A cominciare dal suo sprezzante capo Matteo Renzi, questo è un governo composto da persone inesperte e, salvo poche eccezioni, non competenti. L’esecutivo non ha la capacità culturale e politica di guidare il parlamento con i sottosegretari a svolgere l’essenziale compito di seguire le commissioni e indirizzarle.
Una svolta possibile
Circola sotto i portici, si affaccia nelle piazze, viene sussurrata nelle strade della città (quando i passanti non sono troppo depressi dagli orrendi graffiti che imbrattano tutti i muri) una grande novità. Nel Partito Democratico cresce la convinzione che, però, non è ancora maggioritaria, che, per scegliere il sindaco, questa volta sarebbe opportuno non fare casini. In tutte le occasioni dal 1999, tranne che per le primarie molto sotto tono, ma anche segnate, troppi hanno deciso di dimenticarlo, da più che deplorevoli affermazioni e comportamenti nei confronti di Maurizio Cevenini, che hanno condotto alla candidatura di Merola, il Partito della Città è riuscito a combinarne di tutti colori. E non ha imparato un bel niente. Adesso, forse qualche segnale piuttosto efficace che è venuto dai ballottaggi di Arezzo e di Venezia, forse l’incombere di pasticci grossi a Roma, forse la determinazione di Merola, magari talvolta sopra le righe, e, comunque, la sua ferma intenzione di non sgombrare il campo, confortato dal sondaggio in corso, forse lo scarso coraggio mostrato dai potenziali sfidanti, fanno pensare che i dirigenti abbiano deciso, con il collo più o meno obtorto, di assecondare le preferenze di Merola. Questo non significa né che, da un lato, le prestazioni del sindaco siano giudicate eccellenti (come dovrebbe essere in una città che continua ad avere un’alta autostima), né che, dall’altro, non ci saranno inconvenienti da affrontare e ostacoli da superare di qui alla primavera del 2016.
Il mantra, non soltanto dei Democratici, continua a essere quello di guardare ai programmi e non alle persone. In questo caso, però, la persona, ovvero il sindaco in carica, è, in un senso molto preciso, anche il programma. Non ha fatto granché, ma ha iniziato progetti sostiene, diventato “buonista”, Fabio Roversi Monaco. Ha portato a compimento le piste ciclabili, afferma deciso Filippo Taddei, il potente consigliere economico di Renzi. Per fortuna non aggiunge che queste nuove piste, che i pedoni preferiscono ai marciapiedi dissestati, ci sono invidiate da tutta l’Europa. Altre testimonianze verranno. Mancano due cose per rafforzare la posizione di Merola: primo, una valutazione “serena” (ahi ahi ahi) di quello che è stato fatto con numeri precisi e convincenti; secondo, non si vede nessun progetto per il futuro.
Merola non sa, non vuole dire, non ha elaborato un’idea di città per i prossimi cinque anni. Anche se, naturalmente, un progetto di trasformazione e di rilancio non può uscire unicamente dalla sua testa, bisognerebbe che cominciasse a pensarci adesso, evitando cose spettacolari come gli Stati Generali o le passerelle di “esperti”, tutto dejà vu e poco piaciuto, e ricercando modalità innovative. Tuttavia, l’impulso e il canovaccio debbono essere farina del suo sacco. Non dovendo difendersi da subdoli attacchi, Merola ha almeno tutta l’estate per dedicarsi a questo compito e per dimostrare che, sì, questa volta, evitati i casini, faranno la loro comparsa molte proposte buone e applicabili.
Pubblicato il 25 giugno 2015
Una regolata a sindacati e partiti
Si discute della legge su partiti e sindacati. Perché servono norme su democrazia interna dei corpi intermedi in crisi
Dare una “regolata” a sindacati e partiti attuando in questo modo, fino in fondo, due begli articoli della Costituzione: 39 e 49? In Parlamento giacciono da tempo numerose proposte di legge riguardanti entrambi i soggetti. In particolare, per la regolamentazione dei partiti, la migliore rimane quella che ha per primo firmatario Valdo Spini. In linea di massima, è utile che soggetti che svolgono compiti di grande importanza sia di rappresentanza sia di governo debbano uniformarsi a regole precise, verificabili, che ne affermino e confermino la legittimità della leadership, dei procedimenti decisionali, delle attività. Fra le tante crisi illusorie e fantasiose che si attribuiscono alla democrazia, in special modo, alla democrazia italiana, la più importante non è affatto quella di decisionalità. Governi e parlamenti hanno la possibilità di decidere come e quando vogliono. Il loro problema è che spesso non posseggono le conoscenze e non hanno la capacità, personali e collettive, per scegliere fra le alternative. In qualche caso, persino l’attuale governo, non sanno costruire e confrontare le alternative. Tuttavia, la vera “crisi” di cui soffre la democrazia italiana è quella di rappresentanza. Non è chiaro chi rappresenta chi e perché. Spesso, i rappresentanti, ad esempio, i sindacati, vengono accusati di rappresentare soltanto una parte molto limitata dei lavoratori e di quelli che non lavorano più, i pensionati. Nascono sigle e siglette, organismi autonomi che, sostenendo di rappresentare la base, hanno soltanto scarni vertici, tutti intenzionati a partecipare a qualsiasi processo di contrattazione. La risposta minacciata dal Presidente del Consiglio si chiama disintermediazione. E’, naturalmente, peggiore del male, vale a dire, della frammentazione corporativa. Una buona legge che misuri la rappresentatività dei sindacati e che obblighi a tenere in ordine registri vari e a stabilire le modalità con le quali si diventa sindacalisti e si viene selezionati per i necessari passaggi di carriera toglierebbe alibi a Renzi, ma anche ai sindacati, grandi e piccoli. Obbligherebbe alla competizione e culminerebbe in una rappresentanza rafforzata da un effettivo rapporto con i rappresentati.
Una volta, partiti solidi, grandi, ma anche piccoli,respingevano qualsiasi legge che li riguardasse sostenendo di avere le capacità di fare funzionare le loro organizzazioni senza nessuna intrusione della magistratura, con tutti i rischi che poteva (può) comportare. Poi la tipologia dei partiti, molto più in Italia che altrove e molto in peggio, è cambiata. Un po’ tutti i partiti sono diventati personalisti. Un po’ in tutti i partiti sono i dirigenti, a cominciare dal capo, che si oppongono a una regolamentazione che inevitabilmente imbriglierebbe il loro potere politico, ridurrebbe la loro libertà d’azione, darebbe strumenti in mano delle minoranze. E’ una visione sostanzialmente, ma non del tutto, miope, che sottace l’effetto positivo delle regole che consentirebbero alla maggioranza di chiedere credibilmente il leale sostegno delle opposizioni alle decisioni prese rispettando le regole e che manderebbe più che un semplice messaggio positivo agli elettori: “le nostre procedure decisionali sono democratiche, la selezione delle candidature, con o senza primarie [ma le primarie in sé non sono mai responsabili delle sconfitte elettorali, qualche volta, delle vittorie, sì] è trasparente e giustificabile, le scelte programmatiche offrono spazi d’intervento anche ad associazioni che, a loro volta, rispettino le regole”. Sarebbe, persino, possibile a partiti profondamente, ma dolorosamente per troppi dirigenti di vertice, ristrutturati, tornare a chiedere un finanziamento misurato su criteri di rappresentatività, allo Stato.
Nulla di tutto questo è all’orizzonte. Sono le burocrazie sindacali, spesso molto sovradimensionate e gonfiate, che vi si oppongono, mandando il messaggio deleterio che l’innovazione non abita lì. Sono i gruppi dirigenti partitici che, quando hanno il potere, non lo vogliono subordinare a nessuna regola e che chiedono (più) democrazia soltanto quando sono all’opposizione, ma lo fanno non da “sinceri democratici” quanto da oppositori che vorrebbero un brandello di potere. Passare dalla critica a quello che succede alla proposta di quello che dovrebbe succedere è particolarmente difficile poiché tutti i partiti italiani sono squilibrati, non hanno assetti solidi, non hanno leadership destinate, nonostante le loro ambizioni, a durare. Forse, quindi, una legge sarebbe prematura, ma lanciare la discussione potrebbe servire a correggere qualche forzatura e a creare condizioni migliori, persino approntando in qua e in là qualche isola di rappresentanza sindacale e partitica più rispondente alle esigenze di una cittadinanza enormemente (e, spesso, giustificatamente) insoddisfatta.
Pubblicato il 17 giugno 2015 su terzarepubblica.it
I tanti campanelli d’allarme
Il campanello d’allarme per il Partito Democratico e per il suo segretario, Matteo Renzi, se si occupa anche del suo partito, era già suonato due settimane fa. Il risultato delle elezioni regionali è stato, nel migliore dei casi, un pareggio quanto a regioni vinte, ma, più realisticamente, ha costituito una non trascurabile perdita di voti. Rapidamente sepolto sotto il tappeto di un’inutile direzione del partito quell’esito alquanto sgradevole, soprattutto in Liguria e In Veneto, il Presidente del Consiglio ha continuato nella sua martellante comunicazione sulle cose già fatte, spesso soltanto a metà, e sulle cose da fare, naturalmente, in fretta. Nel frattempo, cresceva in quantità e in rumore la drammatica evidenza del sistema di corruzione denominato “Mafia Capitale” caratterizzato dal coinvolgimento anche di non pochi e non marginali spezzoni del Partiti Democratico. Né è svanito, anzi, rimane ancora molto inquietante, il problema, tutto del Presidente del Consiglio, di come procedere nei confronti del governatore De Luca, con l’interpretazione prevalente della legge che sostiene una trafila fulminea dalla proclamazione dell’eletto alla sua sospensione. Infine, ha fatto la sua comparsa il caso di un Senatore del Nuovo Centro Destra, decisivo alleato di governo, per il quale la magistratura ha chiesto l’arresto.
Tutte le volte che gli elettori votano, anche nelle elezioni regionali e municipali, tengono inevitabilmente conto di una pluralità di fattori ovvero, meglio, quei fattori finiscono per influenzarne l’opzione di voto. I candidati contano, l’identità di partito sempre meno, le tematiche insorgenti un pochino di più. Pensare che a Venezia e ad Arezzo i candidati del Partito Democratico abbiano perso al ballottaggio perché gli elettori sono preoccupati dai migranti asserragliati alla Stazione Centrale di Milano, tenuti a bada a Roma Tiburtina, bloccati a Ventimiglia, mi pare davvero eccessivo. Magari, a Venezia, oltre ad un candidato non dotato di grande fascino personale, il Partito Democratico paga anche, in quanto partito di governo, lo scandalo del Mose che il vittorioso candidato di centro-destra, un outsider non precedentemente coinvolto in politica, non ha nessuna difficoltà a dribblare. Ad Arezzo, è plausibile che il candidato di Renzi e di Boschi non abbia fatto breccia in quell’elettorato di sinistra, non solo snobbato da dirigenti che guardano al centro, ma ritenuto insignificante, ininfluente, anche facile da incolpare per malanni che dipendono proprio dal centro (del Partito Democratico).
La vice-segretaria del PD, Debora Serracchiani ha seraficamente dichiarato: “dobbiamo rafforzare il partito sui territori”. E’ un’affermazione che apre una prateria di attività impegnative per un partito, ma soprattutto per i collaboratori di Renzi che hanno puntato tutto sul loro leader, il giovane capitano coraggioso che ha sfidato e sconfitto la ditta di quelli che “non hanno mai fatto nessuna riforma”. Diamo pure ragione a Serracchiani e aspettiamo questa impennata di attivismo dem per radicare il PD sui territori. Certo, una svolta di questo genere richiede non soltanto che il segretario-Presidente del Consiglio “cambi verso” alla sua strategia di personalizzazione estrema, ma accetti anche l’idea che un partito, quando diventa e vuole rimanere grande, magari non spingendosi fino a dirsi rappresentativo “della Nazione”, deve essere pluralista. Deve consentire il dissenso, soprattutto quando è fondato (già si parla di ritocchi all’Italicum) e argomentato, persino valorizzandolo. Altrimenti, i campanelli d’allarme si moltiplicheranno e il loro suono rischierà di non rendere più udibili gli slogan esageratamente ottimistici dell’uomo solo (anche perché abbandonati da elettori che se ne stanno a casa)al vertice più che effettivamente al comando.
Pubblicato AGL 16 giugno 2015
Il sale delle regionali
Gli sconfitti nelle urne si celebrano vincenti con le parole. Perdendo anche la razionalità
Alle regionali non hanno vinto tutti, ma soprattutto non tutti hanno capito che hanno perso e perché. In effetti, oltre ai sette governatori e governatrici (Catiuscia Marini in Umbria, ingiustamente lasciata in ombra), l’unico che ha davvero vinto è Matteo Salvini. Mettendo da parte i suoi temi qualificanti e i suoi toni spesso squalificanti, è anche l’unico che, con la sua incessante attività sul territorio e sull’etere televisivo e con la micidiale semplificazione comunicativa, se l’è davvero meritato. Anche se in Veneto Luca Zaia che, però, è un leghista vero, e la sua lista vanno alla grande, in Liguria Giovanni Toti (chi?) è totalmente debitore a Salvini della sua vittoria. Le Cinque Stelle tornano a splendere sulle miserie di una politica “impresentabile” e di protagonisti mediocri e lividi e pongono le premesse per continuare nella loro corsa al secondo posto (che darà accesso al ballottaggio dell’Italicum che quelli del senno di poi cominciano a capire quanto sarebbe rischioso). Qualche piccolo risultato positivo, ma casuale, in qua e in là, consente a Berlusconi di non addentrarsi nella penosa analisi di una inarrestabile emorragia di voti. L’autunno del patriarca è triste, solitario y final. Pochi hanno avuto voglia di dirglielo, neppure con il necessario affetto filiale.
Quando si parla di Renzi e dei suoi subalterni collaboratori, la parola affetto appare del tutto fuori luogo. Neanche la parola coraggio ha cittadinanza, il coraggio di dirgli che, una volta che voglia smettere di affidarsi ad un conteggio inadeguato (cinque a due prima delle elezioni e cinque a due dopo le elezioni significano un pareggio), il conto è salato. Le due donne candidate, renziane assolute, per le quali si è speso di più, hanno perso. Inconsolabili (?) si struggono in lacrime da sindrome di abbandono. Dove i candidati del PD hanno vinto non erano (e non diventeranno) renziani. Loro sono loro. Sarà, comunque, dura per Renzi staccarsi dall’immagine, dalla personalità e dalle relazioni pericolose di De Luca. Nel frattempo, quello che si è davvero staccato, anzi, si è spaccato, è il Partito della Nazione rigettato dagli elettori alle percentuali di un partito medio-grande che non ha gli strumenti per capire il dissenso interno e per trasformarlo in appello aggiuntivo all’elettorato, scriviamola la parola deplorevole, “di sinistra”.
Qualcuno metterà nel suo archivio le parole tracotanti di Guerini, Orfini, Serracchiani. Qualcuno ricorderà anche gli insulti a Rosy Bindi. Qualcuno, invece, (personalmente sono con costoro), senza perdere nessuna memoria, porrà il doppio tema del partito e del governo. Entrambi interessano un po’ tutti gli italiani. Un partito sbrigativo, sgangherato, con, da un lato, la persistenza di baroni locali, e, dall’altro, di cacicchi imposti dall’alto, non può stabilizzare il suo consenso elettorale e usarlo al meglio. Un governo il cui capo pensa di sapere tutto, di non avere bisogno di alleati, di garantire rappresentanza alla nazione senza dovere confrontarsi con i gruppi intermedi, anzi, “disintermediandosi, né con le associazioni (destando irritazione in Locke e Tocqueville, no, non due autori di cartoni animati, ma i maggiori teorici del pluralismo e dell’associazionismo), rischia di non fare riforme decenti e di non riuscire ad attuarle. La lettura che i renziani danno della loro battuta d’arresto, imputata alle minoranze, fa cadere le braccia e costringe a pensare che fra gli sconfitti di queste elezioni non si trovi neppure un briciolo di razionalità. Che è l’indispensabile sale della tanto sbandierata governabilità. Ahi loro.
Pubblicato su terzarepubblica.it il 2 giugno 2015




