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Una regolata a sindacati e partiti

Si discute della legge su partiti e sindacati. Perché servono norme su democrazia interna dei corpi intermedi in crisi

La terza Repubblica

Dare una “regolata” a sindacati e partiti attuando in questo modo, fino in fondo, due begli articoli della Costituzione: 39 e 49? In Parlamento giacciono da tempo numerose proposte di legge riguardanti entrambi i soggetti. In particolare, per la regolamentazione dei partiti, la migliore rimane quella che ha per primo firmatario Valdo Spini. In linea di massima, è utile che soggetti che svolgono compiti di grande importanza sia di rappresentanza sia di governo debbano uniformarsi a regole precise, verificabili, che ne affermino e confermino la legittimità della leadership, dei procedimenti decisionali, delle attività. Fra le tante crisi illusorie e fantasiose che si attribuiscono alla democrazia, in special modo, alla democrazia italiana, la più importante non è affatto quella di decisionalità. Governi e parlamenti hanno la possibilità di decidere come e quando vogliono. Il loro problema è che spesso non posseggono le conoscenze e non hanno la capacità, personali e collettive, per scegliere fra le alternative. In qualche caso, persino l’attuale governo, non sanno costruire e confrontare le alternative. Tuttavia, la vera “crisi” di cui soffre la democrazia italiana è quella di rappresentanza. Non è chiaro chi rappresenta chi e perché. Spesso, i rappresentanti, ad esempio, i sindacati, vengono accusati di rappresentare soltanto una parte molto limitata dei lavoratori e di quelli che non lavorano più, i pensionati. Nascono sigle e siglette, organismi autonomi che, sostenendo di rappresentare la base, hanno soltanto scarni vertici, tutti intenzionati a partecipare a qualsiasi processo di contrattazione. La risposta minacciata dal Presidente del Consiglio si chiama disintermediazione. E’, naturalmente, peggiore del male, vale a dire, della frammentazione corporativa. Una buona legge che misuri la rappresentatività dei sindacati e che obblighi a tenere in ordine registri vari e a stabilire le modalità con le quali si diventa sindacalisti e si viene selezionati per i necessari passaggi di carriera toglierebbe alibi a Renzi, ma anche ai sindacati, grandi e piccoli. Obbligherebbe alla competizione e culminerebbe in una rappresentanza rafforzata da un effettivo rapporto con i rappresentati.

Una volta, partiti solidi, grandi, ma anche piccoli,respingevano qualsiasi legge che li riguardasse sostenendo di avere le capacità di fare funzionare le loro organizzazioni senza nessuna intrusione della magistratura, con tutti i rischi che poteva (può) comportare. Poi la tipologia dei partiti, molto più in Italia che altrove e molto in peggio, è cambiata. Un po’ tutti i partiti sono diventati personalisti. Un po’ in tutti i partiti sono i dirigenti, a cominciare dal capo, che si oppongono a una regolamentazione che inevitabilmente imbriglierebbe il loro potere politico, ridurrebbe la loro libertà d’azione, darebbe strumenti in mano delle minoranze. E’ una visione sostanzialmente, ma non del tutto, miope, che sottace l’effetto positivo delle regole che consentirebbero alla maggioranza di chiedere credibilmente il leale sostegno delle opposizioni alle decisioni prese rispettando le regole e che manderebbe più che un semplice messaggio positivo agli elettori: “le nostre procedure decisionali sono democratiche, la selezione delle candidature, con o senza primarie [ma le primarie in sé non sono mai responsabili delle sconfitte elettorali, qualche volta, delle vittorie, sì] è trasparente e giustificabile, le scelte programmatiche offrono spazi d’intervento anche ad associazioni che, a loro volta, rispettino le regole”. Sarebbe, persino, possibile a partiti profondamente, ma dolorosamente per troppi dirigenti di vertice, ristrutturati, tornare a chiedere un finanziamento misurato su criteri di rappresentatività, allo Stato.

Nulla di tutto questo è all’orizzonte. Sono le burocrazie sindacali, spesso molto sovradimensionate e gonfiate, che vi si oppongono, mandando il messaggio deleterio che l’innovazione non abita lì. Sono i gruppi dirigenti partitici che, quando hanno il potere, non lo vogliono subordinare a nessuna regola e che chiedono (più) democrazia soltanto quando sono all’opposizione, ma lo fanno non da “sinceri democratici” quanto da oppositori che vorrebbero un brandello di potere. Passare dalla critica a quello che succede alla proposta di quello che dovrebbe succedere è particolarmente difficile poiché tutti i partiti italiani sono squilibrati, non hanno assetti solidi, non hanno leadership destinate, nonostante le loro ambizioni, a durare. Forse, quindi, una legge sarebbe prematura, ma lanciare la discussione potrebbe servire a correggere qualche forzatura e a creare condizioni migliori, persino approntando in qua e in là qualche isola di rappresentanza sindacale e partitica più rispondente alle esigenze di una cittadinanza enormemente (e, spesso, giustificatamente) insoddisfatta.

Pubblicato il 17 giugno 2015 su terzarepubblica.it


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