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Giorgio ha fallito, avremo una successione farsa

Il fatto quotidiano
Intervista raccolta da Emiliano Liuzzi

Ha appena ascoltato il discorso del presidente Giorgio Napolitano all’Accademia dei Lincei, Gianfranco Pasquino, politologo. Lo ha ascoltato e riletto. “Conosco il presidente e l’uomo politico dal 1983, e anche questo discorso ha il limite di tutti i suoi discorsi, non va mai oltre l’approccio che storicizza e non lo sfiora mai l’autocritica, quella politica. Non affronta il tema di quello che i partiti producono, né la cultura marxista dalla quale proviene“.

L’impressione è che abbia sparato nel mucchio.

Ci può anche stare, ma se ci si mette in gioco. E mi sarei aspettato autocritica anche sull’Europa, su quella grande utopia che è l’Europa. Ma non l’ha fatto.

Se l’è presa coi populisti. Ce l’aveva con Grillo?

Soprattutto con Grillo, ma il populismo non è solo quello. E non è solo Berlusconi. Populismo è quello di Salvini, lo è stato quello di Di Pietro e il tentativo di Ingroia, sono tutti esempi di populismo.

Anche su Renzi il presidente ha cambiato idea, da un po’ di tempo a questa parte. O è solo un’impressione?

Ha cambiato atteggiamento nei confronti di Renzi. Atteggiamento e approccio, almeno da un mese e mezzo.

È Renzi il banditore di speranza in un passaggio del discorso?

Ce l’ha con Grillo, ma indirettamente anche con Renzi. Dal quale, ripeto, il presidente da un mese e mezzo ha preso le distanze. In maniera sottile, ma assai evidente.

Lei crede che Napolitano abbia fallito?

Ha vinto nell’accettare l’incarico, forse. Quando il Paese non aveva né governo né un presidente della Repubblica, ma non ha ottenuto quello che voleva. Se per fallimento si intende essersi affidati a persone mediocri, a un manipolo di ipocriti, sì, ha fallito.

Non lascia una situazione migliore: c’è un governo che senza i numeri di Forza Italia traballa e un presidente da eleggere un’altra volta senza nessuna idea.

Lui ha provato a imporre il suo candidato.

E chi sarebbe?

Giuliano Amato. Questo credo che sia una verità incontrovertibile. Ma Amato non ha i numeri del Parlamento. E dunque non riuscirà a incidere sulla successione come in un periodo si era illuso di poter fare.

Chi sarà il prossimo presidente?

Non lo so. Non credo Amato. Vedo molta confusione, autocandidature, come quella di Pietro Grasso, che rivendica il suo essere seconda carica dello Stato, l’autocandidatura di Laura Boldrini e quella di Anna Finocchiaro, ma sono loro che giocano un’altra partita.

Difficile pensare a come possa finire.

Certo, se nel 2013 fu una tragedia, ho l’impressione che si vada verso una farsa. Proporre il nome di Riccardo Muti è una farsa. Non so come possa essere venuto in mente: il Paese ha bisogno di un politico, di un uomo delle istituzioni e che conosca la Costituzione, non di uno scienziato da esportazione.

Cosa si augura che faccia Napolitano, quando sarà il momento, come ultimo atto?

Spero che non nomini nessun senatore a vita e che lui stesso rinunci alla carica, come invece gli spetterebbe. Questo spero che lo faccia, sarebbe un atto fondamentale. Non sarà così. E non ci sarà nessuno che, invece che giocare al toto nomi, tracci il profilo di un presidente del quale l’Italia avrebbe bisogno.

Pubblicata 11 dicembre 2014
intervista

La responsabilità del bilancino

Corriere di Bologna

A nessuno dovrebbe essere precluso l’uso del bilancino. E’ un diritto politico che giustamente tutti i capicorrente hanno da tempo reclamato, ottenuto, utilizzato. Non possono fare eccezione i capicorrente del Partito Democratico dell’Emilia-Romagna, debitamente influenzati dai loro referenti a livello nazionale. Non debbono farsi condizionare dagli astensionisti del 23 novembre. Contano esclusivamente i voti espressi. Alle preferenze di chi non vota, i capicorrente, se avranno tempo (voglia ed energie rimaste), penseranno poi. Nella lunga fase della Prima Repubblica, quando tutto, secondo la non troppo autorevole interpretazione del Presidente del Consiglio-Segretario del PD, andava male, a cominciare dalle riforme, il bilancino, chiamato Manuale Cencelli, funzionava benissimo. Serviva ad attribuire le cariche di governo e di sottogoverno ai partiti e alle loro correnti.

Pur diventato subitamente renziano e avendo eletto il renziano Stefano Bonaccini alla Presidenza della regione, il PD emiliano-romagnolo sta incontrando più di una difficoltà a selezionare e nominare gli assessori. Essendo Bonaccini tuttora il Segretario regionale del PD dovrebbe rivendicare ed esercitare il potere di formare, in splendido isolamento, la sua giunta. Invece, appare fortemente premuto da quelle che, sempre nella Prima vituperata Repubblica, si chiamavano correnti, che il PCI ufficialmente non aveva e che oggi pudicamente sono spesso definite “sensibilità”. Naturalmente, come si può essere insensibili alle diverse sensibilità che si manifestano nel grande Partito della Regione? Bonaccini si è sicuramente posto il problema. Magari è anche sensibile a recepire consigli sulle possibili soluzioni.

La prima soluzione consiste nel chiedere (obbligare) le correnti a esprimere le loro preferenze di nomi in maniera totalmente trasparente. La seconda soluzione è di chiedere che quei nomi siano solidamente argomentati. Sui piatti del bilancino vanno posti non soltanto i voti che ciascuna sensibilità ritiene di avere ottenuto per i suoi candidati nelle elezioni regionali (mica bisognerà tornare ai dati antichi relativi all’elezione di Renzi a segretario?), ma anche le qualità, le competenze, le esperienze pregresse dei candidati. Soluzione definitiva: riconoscendo l’esistenza di correnti, consentendo loro la designazione di candidature, valutandole con riferimento alle qualità indispensabili a fare di ciascun candidato/a un buon assessore, Bonaccini potrebbe riuscire a confezionare una giunta di alto profilo. Nessuno può impedirgli di tenere conto delle preferenze correntizie, ma nessuno può obbligarlo a scegliere soltanto sulla base del potere di quelle correnti e dei loro capi. Il Presidente della Regione ha il potere politico e il dovere istituzionale di prendere le decisioni che ritiene migliori. L’unica condizione che deve osservare e che può fare pesare sul bilancino è di spiegare ai cittadini emiliano-romagnoli, agli elettori del PD, ai capi delle correnti le motivazioni delle sue scelte, assumendosene la responsabilità. Alla fine del suo mandato, l’elettorato valuterà i comportamenti dei governanti: il fatto, il non-fatto e il malfatto. Come succede nelle democrazie.

Pubblicato il 5 dicembre 2014

Il signor quaranta per cento

Da “Treccani. Il Libro dell’anno 2014”, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2014, pp. 342-343.

Treccani. Il libro dell'anno 2014 Ed Ist. Enciclopedia Italiana

Treccani. Il libro dell’anno 2014 Ed Ist. Enciclopedia Italiana

Il renzismo è tutto meno che una teoria o una ideologia politica. E’ una pratica, audace, ambiziosa e spesso spregiudicata, non dettata, ma ispirata dalle circostanze e in grado di sfruttarle con prontezza. Il renzismo non ha una visione di lungo periodo della politica italiana e neppure del governo del paese. Tenendo la barra sui desiderata del suo leader, il renzismo dà una linea e la persegue con tutti gli adattamenti del caso, ogni volta asserendone categoricamente la giustezza e l’opportunità. La persona del leader è quello che fa la differenza, con la sua dichiarazione di metterci la faccia per cambiare verso alle cose. Il renzismo è un prodotto, nient’affatto inevitabile, della politica italiana impregnata dal ventennio berlusconiano. E’ uno dei prodotti possibili, reso più significativo e più efficace dal suo inserimento nel mancato rinnovamento del centro-sinistra, ma anche dall’unica apprezzabile novità della politica del Partito Democratico: le primarie (e l’elezione del segretario del partito ad opera dei simpatizzanti e dei potenziali elettori). Il renzismo ha una componente di antipolitica e di anticasta curiosa poiché proviene da colui, Mattei Renzi, che è, a tutti gli effetti un politico di professione fin dalla sua giovane età. Presidente lottizzato, in quanto margheritino, della provincia di Firenze(agli ex-comunisti andava attribuita la carica di sindaco della città), poi, attraverso e grazie alle primarie, a sua volta sindaco di Firenze, Renzi ha goduto di una forte popolarità annunciando la necessità della rottamazione per il ceto politico al vertice del Partito Democratico. Facendo seguito alle sue parole, con audacia superiore all’incoscienza, ma anche avvantaggiato dai tempi che sembravano propizi, nel novembre-dicembre 2011 ( 2012 e precisamente: 1ºturno 25 novembre, 2ºturno 2 dicembre 2012) ha sfidato il segretario del PD Pierluigi Bersani per la candidatura alla Presidenza del Consiglio. La sua sconfitta con un’altissima percentuale di voti (quasi il 40) che segnalò il grande scontento dell’elettorato “democratico” nei confronti della leadership del PD. La pessima campagna elettorale di Bersani nell’inverno 2012-2013 e l’altrettanto deplorevole gestione della non-vittoria del PD aprirono nuovi spazi a Matteo Renzi che, dal canto suo, si era tenuto lontano da entrambi gli sviluppi. La nuova opportunità (la “fortuna” offertagli dalle circostanze) successiva alle inevitabili dimissioni di Bersani, hanno permesso a Renzi di conquistare la segreteria del partito con una percentuale di voti (68) inusuale nella quale si coagulava tutta l’insoddisfazione dei sostenitori del PD con la speranza di un cambiamento da tempo dovuto. Facendo leva proprio sulla necessità del cambiamento, il segretario Renzi, da un lato, proseguiva nell’esaltazione delle sue qualità personali, anatema per tutti coloro che continuavano, in parte, per convinzione politica e ideologica, in parte, probabilmente maggiore, per ragioni di carriera personale, a porre l’accento sulla “ditta”, sull’appartenenza a un progetto collettivo, per quanto obsoleto e sbiadito; dall’altro, si lanciava in un’operazione ugualmente iconoclastica: il ridisegno della Costituzione italiana a partire dalla legge elettorale e dalla trasformazione del Senato. Strada facendo, il renzismo si è definito non soltanto come innovazione, ma anche come modalità di comunicazione, secca, scarna e didascalica attraverso i tweet cari al suo adolescenziale protagonista. Inutile e fuorviante il paragone con Silvio Berlusconi, homo novus della politica italiana nel 1994, in relazione alle capacità di Renzi di sfruttare lo spazio politico spalancato dalla crisi della “ditta” e di soddisfare le attese di cambiamento a lungo represse in parte, peraltro, già confluite nell’enorme consenso elettorale ottenuto dal Movimento Cinque Stelle. All’insegna del pungolo ad un governo, quello guidato dal compagno di partito Enrico Letta, prima rassicurato #Enricostaisereno, poi disarcionato, la battaglia di Renzi per un cambio di passo trovava un’accelerazione insperata e inaspettata con le dimissioni di Letta. Pur senza avere mai nascosto le sue ambizioni di giungere a Palazzo Chigi, sebbene soltanto in seguito ad un passaggio di legittimazione elettorale, Renzi ha costruito, sfruttando le circostanze, la sua ascesa a capo del governo, succedendo a Letta il 22 febbraio 2014. La transizione dal renzismo di lotta al renzismo di governo è stata, come nelle intenzioni del leader, fulminea e diretta ad aggredire le radici dei problemi italiani. Tanto veloci quanto semplificatrici sono state le riforme elettorali e istituzionali proposte, delle quali tuttora sembra contare di più la loro approvazione a prescindere rispetto a qualsiasi valutazione della loro appropriatezza e qualità. Il renzismo non è una pratica orientata ad ascoltare e valorizzare il dissenso. Al contrario, l’esistenza di oppositori — professoroni, intellettuali, burocrati, variamente collocati in un calderone popolato da gufi e rosiconi– consente al leader di ergersi come paladino dell’ottimismo e dell’azione in confronto a coloro che si sarebbero limitati per trent’anni a parlare di riforme senza (sapere/volere) farle. Il renzismo ha nemici da sconfiggere anche nell’Unione Europea le cui regole rigorose critica con spirito garibaldino che, però, la maggioranza degli europei, passato il momento della sorpresa di fronte alla giovinezza/gioventù del Primo Ministro italiano, non ritiene adeguata allo sforzo riformatore (“i compiti a casa”) richiesto all’Italia. Se il riformismo si definisce con riferimento ad un programma relativamente organico di cambiamenti proiettati nel tempo, il renzismo non è riformismo, ma opportunismo occasionale, ovvero valutazione contingente di vantaggi da trarre da politiche che quei vantaggi (come gli 80 Euro in busta paga a partire dal maggio 2014) li producano in tempi brevi. Il tanto elevato (40,8%) quanto inaspettato successo alle elezioni europee del PD di Renzi –le ricerche indicano che il contributo personale del leader è stato pari all’incirca al 5% dei voti ottenuti– suggerisce che il renzismo pragmatico può, almeno nell’immediato, avere conseguenze positive. Costretto a correre dalle sue promesse, per reggere il renzismo ha bisogno di punteggiare e puntellare la sua corsa con riforme, una al mese, evidentemente non conseguibili. Persino troppo rapidamente conquistato il partito, anche grazie ai molti saltatori sul carro del vincitore, il renzismo è consapevole che il fattore personale non deve schiacciare il fattore organizzativo né può farne a meno. La sua attività di governo continua ad essere intessuta di riforme disorganiche alle quali è dato un orizzonte di mille giorni da raggiungere prudenzialmente “passo dopo passo”.L’istituzionalizzazione del renzismo, anche a fronte dei troppi elogiatori interessati e acritici, appare tutto meno che scontata.

Sbagliato far finta di niente

Chi cade dall’alto fa molto più rumore. Ecco perché il crollo dell’affluenza elettorale in Emilia-Romagna (dal 68 % del 2010 al 37 % del 2014, se ne sono andati a spasso più di un milione di elettori) fa più rumore del declino, pure significativo in Calabria (dal 58,5 % del 2010 al 44 % del 2014). Inaspettato nelle sue dimensioni, l’astensionismo emiliano-romagnolo è ancora più preoccupante per quello che esprime. In una regione da sempre caratterizzata da alti livelli d’impegno e di partecipazione politica, viene un segnale, non casuale, ma voluto dagli astensionisti, di rifiuto dei candidati, dei partiti, dei loro mediocri programmi, della politica espressa negli ultimi quattro anni. C’è anche del disgusto per i rimborsi spese gonfiati e ingiustificabili e per la condanna in primo grado del Presidente uscente. Anche in Calabria le elezioni anticipate sono state prodotte dalla condanna definitiva del Presidente. Però, in Calabria il comprensibile disgusto per la politica è la conseguenza del cattivo governo locale. Potrebbe, persino, esserci qualcosa di più nell’astensionismo: una dichiarazione di irrilevanza del livello regionale di governo. Insomma, hanno sicuramente pensato centinaia di migliaia di elettori, queste regioni e i loro governanti non migliorano la qualità della nostra vita. Non sanno svolgere compiti essenziali: dalla sanità, inquinatissima in Calabria, al lavoro, alle infrastrutture.

Nel suo approfondito commento affidato, come al solito, a un tweet mattutino, Renzi spinge sotto il tappeto della vittoria in entrambe le regioni tutti i problemi che il non-voto segnala. Chi si contenta gode, buon per lui, ma male per gli italiani, per il suo governo e per lo stesso Partito Democratico. In Calabria, vince un esponente della più vecchia guardia, mentre il candidato Bonaccini, renziano di strettissima osservanza, vince la Presidenza dell’Emilia-Romagna lasciando per strada 300 mila voti. La Lega Nord di Salvini gongola perché la sua OPA ostile (offerta pubblico d’acquisto) sulla deterioratissima Forza Italia ha avuto successo. Tuttavia, la Lega non guadagna voti, ma ne perde 50 mila rispetto al 2010 (Forza Italia in piena rottura ne perde 400 mila). Per quanto Grillo ne abbia fatte (espulsioni varie di coloro che avevano contribuito al notevole successo iniziale delle Cinque Stelle) e non fatte (nessuna presenza in campagna elettorale né in Calabria, dove sostanzialmente viene cancellato, né in Emilia-Romagna), nella regione “rossa”il Movimento guadagna addirittura più di 30 mila voti, ma la sua percentuale, tra il 12 e il 13, rimane molto al disotto delle politiche del 2013.

Per qualche giorno, i politici s’interrogheranno sull’astensionismo. Poi passeranno ad altro, alle tematiche che appassionano (sic) gli italiani: una o più soglie di accesso al parlamento, quale percentuale per ottenere il premio di maggioranza, da darsi alla lista o alla coalizione…. Incurante del fatto che i molti voti perduti dal suo partito segnalano inevitabilmente anche grande insoddisfazione per lo scarso operato del suo governo e per i toni delle sue critiche alle organizzazioni intermedie, come la CGIL, Renzi dirà che bisogna andare avanti in fretta. Invece, gli astensionisti hanno detto che di riforme non ne hanno finora viste, che di annunci ne hanno sentiti abbastanza, che, soprattutto in Emilia-Romagna, credono che la democrazia è anche fatta di pluralismo associativo. Non bastano gli uomini soli al comando, come Renzi, o all’opposizione, come Berlusconi. I partiti personalisti possono anche vincere qualche elezione, ma non hanno cambiato e non cambiano la politica. Il ciclo di Berlusconi è finito, ma la sua ostinazione impedisce il rinnovamento di quel che resta di Forza Italia. In attesa del ciclo di Salvini, quello di Grillo continua anche se ad andamento lento poiché il leader delle Cinque Stelle non sembra più avere un progetto strategico. Il ciclo di Renzi ha subito una seria battuta d’arresto. Per coloro che ritengono che l’Emilia-Romagna sia stata un laboratorio democratico, dovrebbe crescere la preoccupazione proprio per lo stato della democrazia in Italia. E dove la democrazia funziona male la crescita economica risulta molto difficile.

Pubblicato AGL 26 novembre 2014

La lezione di queste regionali

Due regioni, che più diverse fra loro non si potrebbe, vanno al voto anticipato la stessa domenica. La più povera regione italiana, la Calabria, e una delle più prospere, l’Emilia- Romagna, entrambe sciolte per la condanna, definitiva, per il Presidente della Calabria, in primo grado per quello dell’Emilia-Romagna. Inoltre, in questa regione, un tempo il faro del buongoverno “rosso”, hanno suscitato grande scandalo rimborsi impropri, anche se non a livello di quelli della Regione Lazio, richiesti da 42 consiglieri su 50. Diverso anche il background politico delle due regioni. La Calabria è stata spesso governata dal centro-destra, al cui schieramento appartiene il Presidente scalzato dalla magistratura. L’Emilia-Romagna ha avuto governi di comunisti e socialisti e poi di centro-sinistra per tutta la sua storia. In entrambe, il centro-destra appare in declino con la Lega in corsa per superare Forza Italia. Proprio perché tanto diverse, le due regioni offrono il migliore dei test per raccontare lo stato della politica in Italia. Il primo test è facile.

Poiché è sicuro che in Emilia-Romagna vincerà il candidato del PD ed è probabile che il candidato del centro sinistra vincerà anche in Calabria, Renzi potrà considerare questi successi una conferma della bontà dell’azione del suo governo. Un’interpretazione plausibile, ma un po’ eccessiva, soprattutto se il secondo test darà risultati meno confortanti, se non addirittura preoccupanti. Regolare e costante è la differenza fra le due regioni in termini di percentuali di votanti. In Calabria gli elettori che vanno alle urne sono di solito il 10 per cento in meno degli emiliani-romagnoli. Questa volta, però, il “rischio astensionismo” sembra altissimo anche in Emilia-Romagna. Alle primarie ha votato un numero di elettori inferiore agli iscritti al PD nel 2013 (nel frattempo, si è anche scoperto che il numero degli iscritti 2014 sta crollando). Potrebbe essere che vada a votare poco più del 50 per cento degli emiliano-romagnoli cosicché il candidato del PD si troverebbe eletto, se raggiunge lui il 50 per cento dei voti, da un quarto degli elettori della sua Regione.

Non è questa la mia previsione che, però, rimane inquieta poiché se viene meno il senso civico in Emilia-Romagna, per di più in una fase nella quale l’Italia è chiamata a uno sforzo notevole per riprendere a camminare a passo spedito (in verità, Renzi vorrebbe farci “correre”), allora il significato complessivo è che la fiducia nelle capacità della politica di cambiare passo (e di migliorare la vita) è venuta meno in uno dei luoghi di forza del PCI, del Partito Democratico e, cifre alla mano, del renzismo. Non è bastato rottamare la vecchia guardia. Bisogna ricostruire un tessuto connettivo non con annunci, ma con riforme rapidamente approvate e prontamente attuate. Questo si aspetta anche la Calabria, terra nella quale il test non è soltanto numerico/percentuale, ma alla luce dell’espansione nel Nord della ‘ndrangheta, consiste soprattutto nella distruzione della criminalità organizzata senza famigerati inchini ai boss nelle processioni locali.

Da ultimo, Calabria ed Emilia-Romagna sono sotto osservazione anche da un altro, importantissimo punto di vista. Le Regioni, tutte, erano state create nel 1970 con l’idea che avrebbero significativamente contribuito alla riforma dello Stato. Con grande saggezza, il repubblicano Ugo La Malfa chiese che la costruzione di un ennesimo livello di governo, quello regionale, fosse accompagnato dall’abolizione delle province. Soltanto nell’anno in corso è iniziata un’abolizione parziale attraverso accorpamenti delle province. Nel frattempo, con pochissime eccezioni, tutte le regioni, nelle quali gli italiani continuano a identificarsi molto limitatamente, hanno dato davvero cattiva prova di sé. Il “voto” degli astensionisti, espresso con i piedi che non li porteranno alle urne, potrebbe essere interpretato anche, se non come una condanna delle regioni, come il messaggio che le Regioni sono diventate irrilevanti. Ne sapremo di più nella prossima primavera quando quasi tutte le altre regioni andranno alle urne.

Pubblicato AGL 23 novembre 2014

L’Italicum 2 di Renzi & B. è incostituzionale

Il sussidiario

Intervista raccolta da Pietro Vernizzi per ilsussidiario.net

“L’Italicum è una legge ad partitum, fatta cioè per venire incontro alle esigenze del Pd di Renzi. A essere molto sospetto è però il fatto che Berlusconi si sia prestato a questo gioco”. Ad affermarlo è Gianfranco Pasquino, professore di Scienza politica alla Johns Hopkins University di Bologna. Nel corso dell’ottavo incontro in undici mesi, Matteo Renzi e Silvio Berlusconi hanno trovato un accordo parziale sulla legge elettorale, confermando il premio di maggioranza per chi vince il ballottaggio o supera una determinata soglia, alzata dal 37 % al 40%.

Non crede che senza una soglia al di sotto della quale non scatta il premio di maggioranza, un partito possa ottenere il 55% dei seggi con, mettiamo, il 25% dei voti?

Se avvenisse così naturalmente il problema sarebbe enorme, e la Consulta interverrebbe affermando che un premio di quel genere senza una soglia minima che deve essere molto al di sopra del 25% è sicuramente incostituzionale. In pratica però sappiamo anche che il Pd conta di arrivare al 40% dei voti, e quindi il premio sarebbe più contenuto.

Quindi il premio di maggioranza va bene così?

No, perché le leggi non si fanno tenendo conto della realtà nel momento in cui si legifera, ma di qualsiasi situazione possibile. Non può quindi esserci un premio di maggioranza così elevato. Questo è un sistema che può funzionare adesso, ma che può rappresentare una gravissima distorsione se per esempio il Pd subisse una scissione di proporzioni non marginali.

L’Italicum è una legge ad personam per il Pd di Renzi?

Direi che è una legge elettorale “ad partitum”. A sorprendere però è che Berlusconi accetti una situazione di questo tipo. Ma soprattutto non va bene il fatto che un partito in un sistema multipartitico decida che deve comunque avere i seggi per governare da solo. In tutta l’Europa, con l’eccezione della sola Spagna, ci sono governi di coalizione che sono automaticamente più rappresentativi dei governi di un solo partito.

Il ballottaggio garantisce comunque una maggiore rappresentatività al secondo turno?

Il ballottaggio non garantisce tanto una rappresentatività, quanto il potere degli elettori. Al secondo turno saranno loro che decidono chi ottiene il premio di maggioranza. Sappiamo però anche che al ballottaggio la percentuale degli elettori, abitualmente, è di molto inferiore rispetto alla percentuale di elettori al primo turno.

Come si possono coniugare rappresentatività e governabilità?

Il primo passo è eliminare il Porcellum come ha fatto la Corte costituzionale e il secondo è buttare via la legge elettorale scritta da Renzi. Una volta che ci saremo liberati di quelle due leggi si potranno ottenere rappresentatività e governabilità. Purché per governabilità si intenda un governo sufficientemente stabile, in qualche modo legittimato dagli elettori, ma capace di prendere decisioni. Se ci guardiamo intorno, sicuramente la Germania ha una legge elettorale che garantisce rappresentatività e governabilità.

Le preferenze danno davvero agli elettori la possibilità di scegliere?

E’ chiaro che gli elettori di Forza Italia non potrebbero scegliere nulla, perché nel migliore dei casi Berlusconi avrebbe 100 seggi (al momento ne conta 90) e quindi tutti i parlamentari di Forza Italia sarebbero nominati dal Cavaliere. Nel caso del Pd invece ci sarebbe uno spazio per il gioco delle preferenze. Supponendo che il Pd avesse il 55% dei seggi, cioè circa 340 deputati, 100 sarebbero nominati da Renzi e gli altri 240 uscirebbero dal gioco delle preferenze.

Che cosa si aspetta Berlusconi in cambio del suo sì alla legge elettorale dettata da Renzi?

Nessuno di noi può pensare che Berlusconi abbia smesso di volere una riforma della giustizia punitiva nei confronti della magistratura, nonché una qualche riduzione di pena. A maggior ragione dopo che ieri sono stati condannati Emilio Fede, Nicole Minetti e Lele Mora, e che ci ricorda che esiste un problema relativo anche al processo Ruby.

Pubblicata il 14 novembre 2014

Il Pd partito della Nazione è solo una bischerata

formiche
Intervista raccolta da Francesco De palo per Formiche.net pubblicata il 22 ottobre 2014

Né partito-nazione né una nuova Democrazia Cristiana, l’unico obiettivo raggiunto da Renzi secondo il politologo Gianfranco Pasquino è di essere l’uomo più popolare del Paese, “andando un po’ dappertutto a raccontare un qualcosa di cui, fino ad oggi, nessuno lo ha chiamato a rendicontare”.

Forma partito ed evoluzione del Pd: può essere davvero il partito della Nazione come dice Reichlin?
Ho soltanto obiezioni. In primo luogo eviterei l’espressione “forma partito”, la trovo hegeliana quindi lontana dal contesto dell’Europa del 2014. Parlerei più di organizzazione, natura, struttura. In secondo luogo eviterei anche la dicitura “partito della Nazione”, perché l’espressione corretta in Paesi come la Germania è partito di popolo. Voglio dire che nessun partito può ambire a rappresentare una Nazione: quella sarebbe una visione totalitaria, come il Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Capisco che in questo momento essa possa essere un’ambizione ma la peso come dotata di scarsi connotati democratici.

Sta di fatto che il Pd è il principale partito italiano al momento…
Se partito della Nazione significa il partito che oggi è più grande va bene, prendiamolo per buono, ma nel merito non nella terminologia, perché le parole hanno delle conseguenze. Se il riferimento, poi, vuol essere alla Democrazia Cristiana, beh quello era un grande partito interclassista che coinvolgeva più ceti sociali. Questa è un’ambizione legittima, ma la si può perseguire evitando l’espressione “partito-Nazione” semplicemente perché in una Nazione è meglio che ci sia più di un partito.

E’ un partito all’americana quello che sta delineando Renzi con l’invito a ex vendoliani ed ex montiani a farne parte?
Quelli americani sono partiti che si trovano in 50 Stati: non c’è un partito Democratico, ma uno in ogni Stato con un debolissimo organismo di coordinamento a livello federale a Washington. Lì i partiti sono il prodotto della legge elettorale, un sistema maggioritario in collegi uninominali, che non è per nulla il sistema a cui pensano Renzi e i suoi non particolarmente brillanti suggeritori.

Il premier sta realizzando le ambizioni piddì di Veltroni?
Di Veltroni ricordo due ambizioni: la prima quella di diventare il partito più forte della sinistra, quindi l’ambizione maggioritaria. E’ chiaro e legittimo che un partito al di sopra del 30% ambisca a diventare di governo e a volte anche l’unico partito di governo. Ma credo sia fuori luogo credere di potere fare a meno di qualsiasi alleato. Solo con un premio di maggioranza cospicuo Renzi potrà vincere e fare a meno degli altri: questa però non mi pare un’ambizione condivisibile perché un solo partito non può rappresentare tutta la nazione. La dinamica europea in questa fase è sostanzialmente quella dei governi di coalizione, con pochissime eccezioni come la Spagna.

Pensa davvero che Renzi abbia in mente di andare al voto anticipato?
Lo escludo, tra l’altro anche se volesse non ci riuscirebbe. La vecchia legge è stata distrutta dalla Corte Costituzionale, la nuova non c’è ancora e per di più c’è stato un monito che voi giornalisti avete sottovalutato: il Presidente della Repubblica ha detto che la nuova legge deve essere sottoposta alle opportune verifiche di costituzionalità. Quindi non è vero che sarebbe pronto un testo frutto della sentenza della Corte: il Consultellum richiederebbe comunque dei passaggi parlamentari.

Alla fine della fiera quali sono i veri obiettivi di partito di Renzi?
La fiera non è ancora finita, anzi, vedo ancora moltissimi compratori, venditori e soprattutto banditori nella fiera. Credo che Renzi abbia colto un obiettivo: essere l’uomo più popolare del Paese, andando un po’ dappertutto a raccontare un qualcosa di cui, fino ad oggi, nessuno lo ha chiamato a rendicontare. Per cui la fiera continua, ma speriamo che i compratori siano più esigenti e chiedano, almeno, di vedere i cammelli.

Riforme, un’altra narrazione

“Altri, invece, pensano che nessun salto di qualitá potrá essere effettuato se non si produce una analisi seria e approfondita delle nuove narrazioni, se non si va ad un contraddittorio franco e duro”
Articolo pubblicato sul fascicolo 5/2014 della rivista “il Mulino”(pp. 738-748)
Copertina 5_2014

Riforme, un’altra narrazione

Naturalmente, i tempi nuovi richiedono, sostengono molti, nuove narrazioni. Richiedono anche nuovi narratori. Forse li abbiamo giá trovati. Qualcuno ritiene che é sufficiente che la narrazione sia nuova e che i narratori siano giovani affinché si ottenga un salto di qualità. Altri, invece, pensano che nessun salto di qualitá potrá essere effettuato se non si produce una analisi seria e approfondita delle nuove narrazioni, se non si va ad un contraddittorio franco e duro. Qui mi scapperebbe di aggiungere, ma sarebbe un appunto da “vecchia” narrazione, al fine di pervenire ad “una piú elevata sintesi”. Come non detto. Naturalmente, “contraddittorio” significa confronto sulle idee e sulle proposte contenute nelle nuove narrazioni. Non consiste in nessun modo nella derisione personale con la quale si travolgono gli eventuali interlocutori, magari approfittando delle proprie posizioni di potere politico. Ció detto, in questo breve articolo, mi eserciteró soltanto nell’analisi della narrazione istituzionale variamente e succintamente pronunciata dal presidente del Consiglio alla quale hanno finora fatto da eco tutti i suoi collaboratori senza eccezione alcuna.

Naturalmente non è vero che negli ultimi trent’anni di riforme non ne siano state fatte. Anche tralasciando la legge sulla Presidenza del Consiglio nel 1988, nello stesso anno giunse a compimento la sostanziale abolizione del voto segreto voluta da Bettino Craxi. Tre anni dopo, anche contro il famoso invito di Craxi ad andare al mare, il 62,5 per cento degli elettori italiani preferì andare a votare nel referendum sulla preferenza unica. Nel 1990 era già stata approvata una legge innovativa, per quanto priva di interventi sul sistema elettorale, sul riordino delle autonomie locali. Nel 1993, superata l’incerta giurisprudenza della Corte Costituzionale in materia elettorale, gli italiani furono in grado di dare una spallata consapevole e decisiva alla legge elettorale proporzionale e, nella stessa tornata, abolirono il finanziamento statale dei partiti e tre ministeri: Agricoltura, Partecipazione Statali, Turismo e Spettacolo. Per evitare un referendum che avrebbe cambiato in senso fortemente maggioritario la legge per l’elezione dei comuni e delle province, nello stesso anno il parlamento approvò la tuttora vigente legge in materia che ha dato ottima prova di sé. Nel 2001 il centro-sinistra formulò cambiamenti significativi giungendo fino, così si vantarono i legislatori, “ai limiti del federalismo” (quello allora alla moda), ai rapporti Stato/enti locali, Titolo V, che poi, per consolarsi delle elezioni perdute, sottopose a referendum, vincendolo, nell’ottobre 2001. Nel 2005, il centro-destra fece approvare dai suoi parlamentari sia la legge elettorale nota come Porcellum sia un’ambiziosa riforma della Costituzione: 56 articoli su 138. Anche se smantellato dalla Corte costituzionale, il Porcellum è ancora con noi, mentre il centro-sinistra fece bocciare dall’elettorato in un referendum tenutosi nel giugno 2006 l’intera, pasticciata, riforma costituzionale del centro-destra. Nessun rimprovero, nessun rimpianto.

Dunque, seppure controverse e scoordinate, molte riforme sono state fatte e approvate dal 1988 ad oggi. É stupefacente come i mass media non siano stati in grado oppure non abbiano voluto controbattere con dati durissimi le affermazioni propagandistiche del presidente del Consiglio, del suo ministro per le Riforme Istituzionali, dei suoi costituzionalisti (ma anche di qualche improvvisato politologo) di riferimento che si presentano come i riformatori venuti dal nulla.

Oltre alle riforme costituzionali e istituzionali, da circa quindici anni a questa parte, seppur faticosamente, nel centro-sinistra, nella pratica ante litteram prima, poi, quello che più conta, nello Statuto del Partito democratico, è stata introdotta una riforma molto importante, fra l’altro, decisiva per la stessa carriera politica di Matteo Renzi: le elezioni primarie. Non è il caso di andare alla ricerca dei diritti di primogenitura (ma poiché carta canta, anche quella della rivista “il Mulino”, l’esercizio è facilmente fattibile. É sufficiente sfogliare l’indice degli articoli pubblicati negli anni novanta). Certamente, fra i fautori delle primarie non troveremo i costituzionalisti dell’attuale presidente del Consiglio. Non troveremo i professoroni. Non troveremo neppure i “gufi”. Troveremo, invece, coloro, pochissimi, che hanno sempre creduto e scritto che nessuna riforma, neanche la più tranchante, delle istituzioni, è in grado di produrre, da sola, un miglior funzionamento del sistema politico se non riesce a trasformare i partiti politici che, per quanto indeboliti, ma meno di quel che si crede, rimangono centrali. Chi sottovaluta l’importanza delle primarie e dei rapporti “istituzioni-partiti” è destinato a fare riforme brutte che avranno cattive conseguenze.

Naturalmente, non è vero che la riforma del Senato porrebbe, se andasse in porto, fine al bicameralismo perfetto. Infatti, il bicameralismo italiano, se le parole hanno un senso e in politica sarebbe sempre opportuno che lo avessero, non è mai stato perfetto (aggettivo che si riferisce al funzionamento). É sempre stato indifferenziato e paritario, aggettivi che si riferiscono alle strutture e ai poteri. Non è neppure vero che la lentezza del processo legislativo in Italia sia attribuibile all’esistenza di due Camere. Infatti, come ripetutamente evidenziano i presidenti di Camera e Senato, sbagliando ripetutamente, poiché considerano il numero delle leggi approvate il segnale che il parlamento fa le leggi, mentre le leggi le fa il governo spesso saltando il parlamento con la decretazione e umiliandolo con i voti di fiducia, entrambe le Camere sono sempre state molto operose. Anno dopo anno, un po’ meno di recente, fanno (meglio approvano) molte leggi, all’incirca quattro volte di più di Westminster, la madre di tutti i Parlamenti, abbondantemente due volte di più di Bundestag e Bundesrat tedeschi e dell’Assemblea Nazionale e del Senato della Quinta Repubblica francese, tutti parlamenti bicamerali “imperfetti”, ovvero differenziati. Pertanto, né la quantità né la velocità della produzione legislativa costituiscono criteri convincenti a giustificazione della riforma del Senato per porre fine ad un bicameralismo che perfetto non è mai stato, ma che non ha in quasi nessun modo costituito l’intralcio principale o predominante all’azione del governo. Gli stessi commentatori che hanno, non proprio sobriamente, applaudito la riduzione del Senato a Camera delle regioni, hanno sempre pappagallescamente argomentato che il problema del modello di governo parlamentare all’italiana consiste nei pochi poteri a disposizione del presidente del Consiglio. Pare alquanto difficile sostenere che ridimensionando i poteri del Senato, fin quasi all’azzeramento sulle leggi del governo e sulla possibilità di chiamarlo a rendere conto del fatto, del non fatto e del malfatto, automaticamente il presidente del Consiglio italiano ne uscirà con potere istituzionale e politico rafforzato.

Naturalmente, nelle democrazie parlamentari, “forti” risultano essere i capi di governo che sono espressione di un partito grande, coeso, rappresentativo di più ceti sociali, che hanno esperienze di governo e che guidano una coalizione programmatica. Curiosamente, negli stessi giorni dell’epica battaglia di Palazzo Madama, battuto alla Camera dei deputati, il governo Renzi annunciava che avrebbe recuperato al Senato. No comment. Al momento, è soltanto possibile affermare che la riforma del Senato squilibra la democrazia parlamentare italiana. Non è una deriva autoritaria. Più italianamente, è la deriva di chi procede perseguendo tornaconti di immagine e di pubblicità di breve periodo poiché la sua incultura istituzionale non gli consente neppure di intravedere il lungo periodo.

Naturalmente, “non esiste proprio” che la disciplina di partito possa essere imposta sulle riforme costituzionali. Il solo pensiero è aberrante. Sentirlo dire e ripetere dai collaboratori di Renzi senza che nessuno dei commentatori e dai giornalisti rilevasse l’aberrazione è più che sconfortante. Primo, la disciplina di partito può essere richiesta ai parlamentari esclusivamente sulle materie inserite nel programma che il loro partito ha sottoposto agli elettori, sul quale ha ottenuto voti grazie ai quali quei parlamentari sono stati eletti, soprattutto quando esistono le liste bloccate. Il discorso potrebbe essere leggermente diverso se i parlamentari fossero stati eletti in collegi uninominali. In questo caso, alcuni approfondimenti e altre precisazioni sarebbero necessarie. Toccherebbe a quei parlamentari formularli anche come informazione da mettere a disposizione degli elettori, sicuramente interessati ed esigenti, dei loro collegi. La disciplina di partito può anche essere richiesta sul programma di governo concordato con gli indispensabili alleati, in particolare se i gruppi parlamentari sono stati coinvolti, come dovrebbero, nella definizione del programma di governo. Su altre, imprevedibili materie, ad esempio, le emergenze, ovvero problemi che sorgono improvvisamente e che necessitano una soluzione rapida, quella disciplina di partito non può essere richiesta, ma deve essere conquistata con consultazioni e anche con votazioni chiare e trasparenti.

Sulle modifiche costituzionali e sulle votazioni che riguardano persone, i parlamentari hanno la facoltà, se lo desiderano, di richiamarsi all’assenza di vincolo di mandato (art. 67). Tuttavia, il loro voto difforme da quello dei parlamentari del loro partito non può essere giustificato soltanto con il richiamo alla “coscienza”. Troppo facile e, qualche volta, persino ipocrita. Soprattutto un voto di coscienza non argomentato non comunica le indispensabili informazioni del parlamentare dissenziente agli altri parlamentari, al suo partito, agli elettori, all’opinione pubblica. Il voto di coscienza deve essere argomentato con riferimento alla “scienza”. In base alle conoscenze loro disponibili, ad esempio, relative al possesso da parte di un leader autoritario di armi di distruzione di massa, tutti i parlamentari sono sicuramente legittimati a negare il loro voto al governo di cui fa parte il loro partito. Quanto alle votazioni che riguardano persone -dall’autorizzazione all’arresto all’elezione del presidente della Repubblica e dei giudici costituzionali -, nessun parlamentare deve mai essere messo né trovarsi nella condizione di “scambiare” apertamente il suo voto con l’arrestando o con l’eligendo e neppure di temere che il suo voto possa essere ritorto contro di lui, i candidati ad alcune cariche di rilievo essendo notoriamente uomini già abbastanza potenti e, spesso, provatamente vendicativi.

Naturalmente, non è vero che non conosciamo la sera delle elezioni chi ha vinto (peraltro, dovrebbe interessarci sapere anche chi ha perso quanto e perché). Lo abbiamo sempre saputo giá con la legge elettorale proporzionale utilizzata nella prima lunga fase della Repubblica italiana. Abbiamo continuato a saperlo con il Mattarellum (1994, 1996, 2001). Non abbiamo avuto dubbi, tranne il maldestro tentativo berlusconiano di riconteggio dei voti nel 2006, con il Porcellum. Con qualsiasi legge elettorale si sa chi ha vinto appena finito di contare i voti. Però, in nessuna democrazia parlamentare è sufficiente sapere chi ha vinto, numeri (di voti e di seggi) alla mano. In tutti i sistemi multipartitici delle democrazie parlamentari è giusto attendere che siano i dirigenti di partito a decidere, magari con riferimento a quanto detto durante la campagna elettorale e agli eventuali precedenti, chi farà parte della coalizione di governo e a chi andranno le cariche ministeriali, compresa anche la più elevata. Per fare un solo esempio, non c’è stata neppure una elezione in Germania (la Gran Bretagna é un caso fin troppo facile) nella quale non si sia saputo la sera della chiusura delle urne chi aveva vinto. Senza nessuno scandalo, per due volte la vincitrice, Angela Merkel, ha saggiamente costruito governi di Grande Coalizione (2005-2009; 2013–). Supponendo che esista un sistema elettorale dal quale esca sempre un velocissimo vincitore, questo non proprio miracoloso fatto cambierebbe la qualità della politica, dei partiti, del governo? Condurrebbe alla tanto agognata, ma mai precisamente specificata, governabilità?

Naturalmente, tutti vogliono la governabilità. Pochi sanno definirla. Pochi conoscono le condizioni alle quali acquisirla, mantenerla, esercitarla. Dal Presidente del Consiglio in carica, Matteo Renzi, non abbiamo finora avuto indicazioni precise, ma, forse, sì. Sarà la legge elettorale chiamata Italicum che, grazie al suo premio di maggioranza, assicurerà la governabilità. Quindi, la governabilità è la conseguenza oppure il prodotto di una maggioranza assoluta creata artificialmente dalla legge elettorale che, nelle parole del presidente della Repubblica, riportate senza rilievo da alcuni quotidiani, ma mai discusse, contiene clausole che debbono sicuramente essere sottoposte a “verifiche di costituzionalità”. Facendo un opportuno passo indietro, poiché né la voglia di riforme né quella di governabilità sono nate poche mesi fa, tra la metà degli anni settanta e la fine degli anni ottanta vi fu un intenso, importante, persino appassionato dibattito politologico e sociologico sulla governabilità e, soprattutto, sulla sua crisi. Il cuore del problema era: “come debbono comportarsi i governi democratici e le loro istituzioni per fare fronte alle domande, molte e nuove, espresse dalle loro società mobilitate, esigenti, post-materialiste?” Alla crisi di “sovraccarico” si prospettarono due risposte: scoraggiare le domande. Esistono molte modalità di scoraggiamento, a cominciare dall’indifferenza a continuare con il palleggiamento di responsabilitá fra le autoritá e le istituzioni a finire con lo scarico di responsabilitá, ad esempio, sull’Unione europea e sulla Troika. Oppure accrescere la capacità delle istituzioni. Esistono soluzioni anche per questo piú delicato compito. A quei tempi, qualcuno rilevò anche che, nei sistemi politici non soltanto europei nei quali un partito di sinistra al governo riusciva a convincere sindacati e organizzazioni imprenditoriali a entrare in rapporti di collaborazione e a concordare le politiche, la crisi di governabilità era di limitato impatto e trovava (trovó) soluzioni praticabili.

Accordi di non breve periodo fra governi, partiti, associazioni sindacali e organizzazioni imprenditoriali, che tecnicamente si chiamano “neo-corporativismo”, vanno contro tutte le indicazioni e i suggerimenti che certi “autorevoli” editorialisti danno da anni a tutti i governanti italiani di turno (un po’ meno a Berlusconi) intesi a porre fine a qualsiasi forma di concertazione e a “spezzare le reni” ai gruppi di interesse dei più vari tipi, senza nessuna distinzione. In seguito, si sostenne che la governabilità dipende dalla stabilità degli esecutivi e che, di conseguenza, le leggi elettorali che insediano maggioranze assolute sono la (semplicistica, illusoria, è sufficiente leggere la storia inglese degli anni sessanta e settanta) soluzione: stabilità governativa eguale governabilità. Qualcuno aggiunse che la stabilità governativa è soltanto una premessa per l’esercizio dell’efficacia decisionale, magari in maniera molto veloce. In attesa di qualche criterio per valutare l’impatto e la qualità delle decisioni, anche in materia costituzionale, ci si può fermare, piuttosto perplessi, qui.

Naturalmente, i referendum costituzionali non li chiedono i governi. Eppure questo è l’annuncio ripetuto, prima e dopo la riformetta del Senato, dal ministro Maria Elena Boschi e dal presidente del Consiglio. Entrambi, davvero generosamente, hanno aggiunto la paradossale concessione che il governo farà deliberatamente mancare nella seconda lettura la maggioranza dei due terzi (maggioranza che, comunque, al Senato, se la sogna) per consentire ovvero, addirittura, per chiedere lui stesso un referendum popolare sulle riforme costituzionali. I referendum chiesti dai governi hanno un nome chiarissimo. Sono plebisciti. Restano tali anche quando i referendum costituzionali li chiese de Gaulle che, da leader carismatico quale sicuramente fu, voleva proprio un plebiscito sulla sua persona. Quando gli fu negato, guarda caso proprio sulla riforma del Senato nel 1969, sdegnosamente, ma in maniera impeccabilmente responsabile, se ne andó a Colombey-les deux églises a completare quell’eccezionale documento letterario che sono le sue memorie. Secondo l’art. 138, i referendum costituzionali possono essere chiesti da un quinto dei parlamentari di una o dell’altra Camera oppure da cinque consigli regionali o da 500 mila elettori. Naturalmente, non Renzi, capo del governo, ma Renzi segretario del Partito democratico ha la facoltá di invitare (obbligare, magari, no) i suoi parlamentari, le maggioranze consiliari in cinque regioni, gli iscritti e i simpatizzanti del Partito democratico a chiedere il referendum. Tuttavia, la striscia plebiscitaria si vedrebbe comunque. Purtroppo, il centro-sinistra, popolato da “quelli che… la Costituzione più bella del mondo”, fecero, come ho rilevato sopra, questa superflua e brutta torsione referendaria nel 2001, creando un precedente. Non è, però, il caso di insistere nella proposta di un’operazione che spetta, se lo vorranno, alle minoranze, e che sarebbe costosa in termini di denaro, di tempo e di energie. Anzi, il governo deve essere fortemente scoraggiato a esercitarsi in inutili prove di forza. Impieghi piuttosto le sue e le nostre risorse in modi piú produttivi.

Naturalmente, chi conosce le Costituzioni sa che sono state costruite in maniera sistemica, vale a dire che, soprattutto le migliori, hanno tenuto conto dei rapporti e delle interazioni che si stabiliscono fra le istituzioni e che conducono a una varietà di esiti. In un certo senso, i limiti al potere di una istituzione sono posti dal potere di un’altra istituzione. Tecnicamente, spesso se ne parla come di checks and balances, freni e contrappesi. Se ad un’istituzione si danno poteri significativi strappandoli ad un’altra istituzione allora bisognerà trovare contrappesi altrove. Talvolta ci si trova anche in situazioni di inter-institutional accountability, vale a dire che ciascuna istituzione ha responsabilitá che deve osservare nei confronti delle altre, e viceversa. La prendo alla larga per farla facile. Se il rapporto “governo-parlamento” viene squilibrato togliendo molto, quasi tutto il potere che il Senato ha nei confronti del governo e abolendo la responsabilizzazione del governo nei confronti del Senato, allora nella rimanente Camera dei deputati sarà opportuno che l’opposizione parlamentare acquisisca maggiori poteri di ispezione e di controllo sul governo. Tuttavia, non si tratta soltanto di questo come rivela una valutazione congiunta, seria e comprensiva del progetto di riforma elettorale. Tralascio le giravolte compiute dal premier a partire dalla presentazione in gennaio di addirittura tre progetti diversi di legge elettorale per approdare ad un testo che non rifletteva nessuno dei tre. Tralascio anche il frequente e ripetuto riferimento alla formula sindaco d’Italia, ma almeno un commento deve essere fatto. In qualsiasi salsa, “sindaco d’Italia” significa mutamento della forma di governo dell’Italia: da democrazia parlamentare a democrazia presidenziale, per di piú priva dei freni e contrappesi dei presidenzialismi migliori e irrigidita nei rapporti fra il sindaco/capo di governo e il Consiglio-Camera dei deputati. A prescindere che non esiste nulla di simile altrove, non c’é nessuna garanzia che quanto funziona a livello locale riesca automaticamente funzionare a livello nazionale.

Per quel che riguarda l’Italicum nella sua versione approvata alla Camera dei deputati, mi limito, per il momento, alle osservazioni che, proprio perché sono le piú semplici, dovrebbero fare ripensare tutta la legge. Primo, se la Corte costituzionale “condanna” le liste bloccate perché impediscono all’elettore di esercitare il suo diritto di scelta fra i candidati al parlamento perché mai liste corte, ma ugualmente bloccate, sarebbero accettabili? Criticamente, rilevo che la Corte si fa davvero delle illusioni se ritiene accettabili liste “nelle quali il numero dei candidati da eleggere sia talmente esiguo da garantire l’effettiva conoscibilità degli stessi e con essa l’effettività della scelta e la libertà del voto”. Attendiamo, comunque, di sapere quanto esiguo debba essere quel numero. Non dobbiamo attendere per sapere che sicuramente ci saranno in quelle liste “corte” numerosi imboscati.

Nel giugno 1991, gli elettori approvarono contro l’esplicita opposizione di quasi tutti i dirigenti di partito il quesito sulla preferenza unica. Naturalmente, é possibile sostenere che quegli elettori volevano molto di piú. Il minimo comune denominatore era allora e rimane oggi una sola (non nessuna) preferenza. Un solo voto di preferenza non puó essere scambiato (e moltiplicato) da cordate di candidati che si strutturano in correnti o che trattano con gruppi esterni. Una sola preferenza significa che gli elettori hanno un po’ di potere che, per quanto poco, é meglio di niente. Chi risponde a queste obiezioni che personalmente preferisce i collegi uninominali al voto di preferenza puó, naturalmente, attivarsi per cambiare tutto l’impianto della legge. Altrimenti, voti per la “concessione” di una preferenza che toglie dalle mani dei dirigenti la nomina dei parlamentari. Con quella preferenza l’Italia entrerá nel club delle democrazie parlamentari europee, ventitré delle quali (su ventotto) hanno qualche forma di voto di preferenza. Seconda osservazione, se la Corte dice che il premio di maggioranza va attribuito stabilendo in anticipo una soglia minima, quella soglia va determinata percentualmente e la sua entitá argomentata in maniera convincente affinché, torno al cuore dei sistemi elettorali, conferisca effettivo potere al voto degli elettori. Esiste un solo modo per accrescere il potere degli elettori: stabilire che, a prescindere dalle percentuali ottenute, si procederá comunque al ballottaggio fra i due partiti e le due coalizioni piú votate consentendo, come giá si fa nel caso di ballottaggio fra candidati sindaco, l’apparentamento fra liste. Rimarrebbe, lo so benissimo, il rischio che il premio (se fisso) attribuito a un partito non sia sufficiente affinché quel partito o coalizione per raggiungere la maggioranza assoluta alla Camera. Tant pis o tanto meglio se questo è deciso dall’elettorato. Fra le clausole, si potrebbe anche aggiungere che, in caso di suo dissolvimento, la coalizione premiata perderá i seggi aggiuntivi che saranno redistribuiti proporzionalmente.

Mi rendo conto che sto entrando in dettagli tecnici, quelli dove si annida, soddisfatto, compiaciuto e competente il diavolo e, temporaneamente, mi fermo. Il punto vero, comparso improvvisamente alle non sistemiche menti dei riformatori elettorali, é che il premio in seggi avrá effetti anche sull’elezione ad opera del parlamento di molte cariche, a partire dai giudici costituzionali (con il rischio di dare vita ad una Corte palesemente di parte), ma soprattutto sull’elezione del presidente della Repubblica. Non mi arrampicheró sugli specchi dove i riformatori stanno cercando di trovare altri Grandi Elettori che evitino alla “premiata” maggioranza elettorale di diventare allegramente maggioranza presidenziale (spero, con la salvaguardia del voto segreto…). Credo che la soluzione possibile sia quella ventilata da coloro che pongono il quorum dei due terzi per le prime tre votazioni, andate a vuoto le quali si passerebbe ad un ballottaggio fra i due candidati piú votati affidato a tutto l’elettorato italiano. Poiché credo nella capacitá degli uomini e delle donne di apprendere e di tenere conto dei requisiti della carica che occupano, ci sarebbero molte buone probabilitá che l’eletto/a si comporterebbe da rappresentante “dell’unitá nazionale”. A prescindere dalla soluzione,quello che appare chiaramente é come sia imperativo tenere conto degli effetti sistemici di qualsiasi riforma, mentre nella loro sregolatezza i riformatori non hanno inizialmente avuto neppure la minima consapevolezza del problema complessivo.

Al supermercato delle istituzioni, delle regole, dei meccanismi é disponibile un po’ di tutto, ma chi vuole riformare una Costituzione, deve sapere che non é dal supermercato che otterrá quello di cui ha bisogno, ma dalla elaborazione di un progetto sistemico. Oserei dire dei progetti sistemici formulati da architetti o ingegneri costituzionali e non solo. Opportunamente consultato, qualche politologo (purtroppo, non tutti) consiglierebbe di guardare in chiave comparata appunto ai sistemi politici, che non sono soltanto Costituzioni, che hanno dimostrato di funzionare in maniera (piú che) soddisfacente. Guardare al mondo animale: ai porcelli, ai canguri, ai gufi, pur tenendo conto delle differenze, non conduce all’altezza della sfida.

Alla fine di questa, pur sintetica, panoramica in quanto ognuno dei punti che ho sollevato ha dietro di sé un’ampia letteratura scientifica nonché numerosi casi di pratiche concrete, mi permetto di concludere con due considerazioni generali. La prima é che la cultura costituzionale del paese, in special modo dei politici, degli operatori dei media e dell’opinione pubblica appare tuttora tristemente non aggiornata. Sconta anche un incredibilmente elevato livello di servilismo e di conformismo che la rendo non adeguata a contrastare né le cannonate né i tweet della propaganda del governo e dei suoi quartieri. Seconda considerazione, senza procedere a opportune analisi comparate, che sono lo strumento per controllare ipotesi, generalizzazioni e aspettative, qualsiasi riforma rischia di non conseguire gli esiti promessi e sperati. Rimane molto spazio per miglioramenti, ma, naturalmente, anche per peggioramenti.

“il Mulino”, 5/2014, pp. 738-748

Uomo solo al comando

La linea del segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi, sulla riforma dell’art. 18, è stata, non sorprendentemente, approvata a larghissima maggioranza dalla Direzione del partito. Ancora una volta la minoranza ha perso in maniera piuttosto netta, per di più vedendo alcuni suoi esponenti rifugiarsi nell’astensione o, addirittura, convergere sulla relazione del segretario. Non è ancora detto che quanto deciso in Direzione passerà rapidamente in entrambi i rami dal Parlamento, ma nel suo sintetico intervento la vice-segretaria Serracchiani ha detto chiaro e tondo che quanto approvato impegna tutti i dirigenti del partito e i parlamentari, che è anche la posizione, un po’ discutibile, di Renzi. Vero che un partito non è una bocciofila, forse non l’associazione più adatta a essere presa come termine di paragone, ma un partito non dovrebbe neppure essere una caserma, con la Corte marziale (ovvero la non-ricandidatura minacciata nel caso dei parlamentari reclutati da Bersani) evocata per ottenere disciplina assoluta.

La Direzione di lunedì è servita a Renzi sia per definire con maggiore precisione e con piccole inattese modifiche la riforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali sia, soprattutto, per mostrare a tutti, ma proprio tutti, che il suo controllo sul partito è fortissimo. Sottoposto a critiche dal Direttore del “Corriere della Sera”, che certamente non scrive mai soltanto a titolo personale, dalla Conferenza Episcopale italiana, da alcuni industriali, oltre che, naturalmente, dai sindacati, nient’affatto riverito a livello europeo dove aspettano che il suo programma, garbatamente definito “ambizioso”, si traduca in riforme visibili, Renzi ha fatto un puntiglioso elenco di riforme iniziate, due solo concluse, ma soprattutto ha voluto schiacciare la minoranza. Il metodo suo e dei suoi più stretti collaboratori non è quello definito da Bersani come Boffo, ovvero fatto di attacchi di delegittimazione personale. Sicuramente, non è neanche “buffo”, come lo ha etichettato Renzi nella sua replica. Infatti, c’è molto poco da ridere quando l’opposizione viene confinata in un angolo, schiacciata e accusata di vivere di “memoria senza speranza” che è solo “nostalgia, polvere e cenere”. Valorizzare le idee, gli apporti, i contributi, le critiche dell’opposizione è, da sempre, la qualità migliore dei leader democratici.

Emarginare l’opposizione, in qualsiasi bocciofila e, a maggior ragione, in un partito è un’operazione nient’affatto democratica e ancor meno positiva per il partito e per le sue riforme. Questo è, dunque, il punto forse dolente, sicuramente delicato. Le riforme, l’art. 18 è soltanto il più recente esempio, ma nessuno può avere dimenticato quello che è successo in occasione della trasformazione (non “abolizione”) in prima lettura del Senato, e può sottovalutare quello che avverrà quando la legge elettorale arriverà per l’appunto in Senato (con le molte prevedibili variazioni da introdurvi), si fanno più incisivamente, più rapidamente, più efficacemente dimostrando l’irrilevanza del 25 per cento circa dei componenti del partito e di molti parlamentari democratici? Sembra che il messaggio che Renzi intende mandare non soltanto ai suoi oppositori nel PD, ma ai non meglio identificati poteri forti sia soprattutto che lui comanda al partito e decide le riforme che imporrà poi ai suoi parlamentari. Anche senza entrare nella critica puntuale all’adeguatezza e alla qualità delle riforme, è giusto chiedersi se la strategia dell’imposizione giovi non soltanto alla possibilità di approvazione parlamentare di quelle riforme, ma anche alla loro traduzione sociale ed economica. Con il sostegno, oramai davvero esplicito, del Presidente della Repubblica, come certificato da alcuni giornalisti che ottengono notizie direttamente dal Quirinale, Renzi va avanti. Resta da vedere se le riforme lo seguono davvero e producono gli effetti sperati, non sempre chiaramente delineati. Se quegli effetti non seguono, la colpa non sarà dei tecnocrati, disprezzati dal Presidente del Consiglio, ma della sua politica e dei politici al governo.

Pubblicato AGL 1°ottobre 2014

Art. 18 Date i numeri

E’ sbagliato definire le, pure fortissime, differenze di opinioni, fra Matteo Renzi, la sinistra del Partito Democratico e i sindacati (in verità, la CGIL più di CISL e UIL), scontro di ideologie. Nel tentativo di Renzi di riformare l’art. 18, all’interno di un più ampio e ambizioso Jobs Act, si trova anche, qualcuno direbbe soprattutto, la voglia di dimostrare che la sinistra del Partito Democratico non ha proposte e che i sindacati sono organizzazioni conservatrici e burocratiche. Dal canto loro, la sinistra del PD è alla ricerca di una base sociale nel mondo del lavoro per rafforzarsi e i sindacati vogliono dimostrare che senza il loro consenso, possibile frutto di una effettiva rappresentanza dei lavoratori, non è possibile fare riforme. Il capo del governo ha fatto pungentemente notare alla sinistra PD che anche i suoi esponenti avevano cercato, senza riuscirci, di riformare l’art.18 e ha accusato i sindacati di difendere i lavoratori che una volta si chiamavano “garantiti” tralasciando i precari e non occupandosi dei senza lavoro. Non di ideologie, quindi, si tratta, ma di potere politico e sociale che, incidentalmente, era la posta in gioco anche nello scontro epico fra i sindacati inglesi e il Primo ministro Margaret Thatcher. Per la storia, la Signora Thatcher vinse e cambiò, solo in parte in meglio, il suo paese.

A giudicare dalle affermazioni di Renzi e dalle reazioni dei suoi oppositori, sembra che nessuno padroneggi appieno il contenuto del Jobs Act per il quale il governo ha chiesto una legge delega al Parlamento. Proprio la natura dello strumento, sul quale il Parlamento interverrà sicuramente in maniera incisiva, nonostante gli eccessivi richiami dei vicesegretari di Renzi alla disciplina di partito,suggerisce che, al momento, è meglio evitare giudizi definitivi. Un punto, però, merita di
essere segnalato poiché riguarda le modalità con le quali si dovrebbero formulare, difendere e attuare le riforme in special modo nel settore socio-economico. Qualche volta, non sempre, le opinioni sono rispettabili, ma in materie delicate e complesse che coinvolgono milioni di persone, sarebbe di gran lunga preferibile che le opinioni si fondassero sui dati, sui numeri, su qualcosa di solido e, al limite, di inoppugnabile. Curiosamente, il solito maxiemendamento del governo (poiché i governi italiani fanno sempre le cose in grande) chiede al Parlamento, cito, di autorizzarlo a “individuare e analizzare tutte le forme contrattuali esistenti, ai fini di poterne valutare l’effettiva coerenza con il tessuto occupazionale e con il contesto produttivo nazionale e internazionale [che presumo implichi un sano confronto comparato con le esperienze europee di maggior successo], anche in funzione di eventuali interventi di semplificazione delle medesime tipologie contrattuali”.

Il citato comma della legge delega confessa candidamente che il governo e il Ministero del Lavoro non dispongono ancora didati certi. Oltre alle “forme e alle tipologie contrattuali”, sembrerebbe opportuno che il governo avesse o acquisisse i dati concernenti il numero di lavoratori attualmente protetti dall’art. 18 e offrisse alla riflessione anche un altro dato a mio parere decisivo. Dall’entrata in vigore dello Statuto dei Lavoratori, quanti sono stati i casi di lavoratori licenziati senza giusta causa e poi reintegrati dai magistrati nel loro posto di lavoro ed effettivamente rientrati? A loro volta, senza fare inutili e deboli barricate, i sindacati potrebbero chiedere ai loro ampi e potenti uffici studi (in quello della CGIL, curiosamente, ha lavorato molto tempo fa anche il sen. Pietro Ichino, il meglio attrezzato dei riformatori) di mettere a disposizione del governo, del Parlamento, dell’opinione pubblica i dati che rivelino che la protezione garantita dall’art. 18 è cruciale per i lavoratori che un posto ce l’hanno e non dannosa per coloro che un posto lo cercano. Se governo, sinistra del PD e sindacati “dessero i numeri” la riforma della quale il mercato del lavoro ha assolutamente bisogno nascerebbe più solida e sarebbe più facile da attuare.

Pubblicato AGL 23 settembre 2014