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M5s in cerca di un’identità (europea). La missione Di Battista spiegata da Pasquino

di Francesco Bechis
Conversazione di Formiche.net con Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’università di Bologna.
Di Battista? Se è mancato ai Cinque Stelle vuol dire che hanno un problema strutturale. Le pagelle del 2018? Moscovici il ministro più efficiente, Bonafede secondo. Il Pd? È un partito caserma.

 

“Sto leggendo una stupenda biografia di Trotsky scritta da un trotskista, Isaac Deutscher. Ma se proprio volete parlare di Di Battista…”. Interrompiamo a malincuore le letture natalizie di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, decano dei politologi italiani. Siamo però costretti a riferirgli una notizia: Alessandro Di Battista è tornato in pista. Non solo quella da sci, dove si è fatto immortalare in un video di auguri di fine anno con l’amico Luigi Di Maio, in rispettoso silenzio. Per qualche mese, prima di partire alla volta del Congo, il pasionario del Movimento Cinque Stelle darà manforte ai suoi in vista di una campagna, quella per le europee di maggio, che non sarà una passeggiata di salute. “Sì, sì, ho visto il video un paio di volte, sono commosso”, scherza il professore – “A me Di Battista non era mancato, spero non sia mancato anche ai suoi colleghi. Un Movimento che ha bisogno di un suo esponente per sopravvivere ha un problema strutturale”.

Professore, partiamo dal video di auguri.

C’è una doppia lettura che possiamo dare del video. Di Battista parla solo per pochi secondi, riconosce che Di Maio è il vero capo politico. Di Maio lancia ai suoi e ai detrattori un messaggio molto chiaro: è lui che parla a nome di tutto il Movimento, e nessun altro.

Quanto è mancato Di Battista al Movimento Cinque Stelle?

Se un movimento soffre dolorosamente la mancanza di un suo esponente significa che ha un problema strutturale, perché dipende da pochissime persone. Dovrebbero rifletterci su.

Il Movimento si è perso un po’ per strada mentre Di Battista era in Sud America?

Non si è perso nulla per strada. Più semplicemente la strada ha preso una direzione diversa. Quando si va al governo non ci si può portare dietro tutto, qualcosa deve essere abbandonato, altre proposte devono essere limate assieme all’alleato di coalizione. Il Movimento aveva una straordinaria capacità di dire no all’opposizione, ora è obbligato a dire qualche sì. Anche Di Battista avrebbe subito restrizioni una volta entrato nella stanza dei bottoni, forse per questo se ne è andato a spasso 7-8 mesi.

Perché questo ritorno? Sarà un modo per arginare l’onnipresenza mediatica di Matteo Salvini in vista delle europee?

Sarò controcorrente, ma sono convinto che la personalizzazione della politica abbia poco a che vedere con le qualità personali e abbia molto a che vedere con le idee. Di Battista potrebbe arginare Salvini se avesse un’idea di Europa davvero alternativa e la sapesse articolare. E invece, a differenza di Salvini e dei suoi colleghi sovranisti, mi sembra che lui e il Movimento abbiano le idee molto confuse.

Ora i Cinque Stelle devono trovare un alleato per avere i numeri all’Europarlamento. Con chi possono andare?

In Europa non c’è nessuno come loro. La convivenza al governo con la Lega rende loro difficile trovare partner, avranno problemi molto grossi a meno che non riescano ad elaborare una linea politica che li distingua. Gli unici che potrebbero tendere una mano sono i Verdi, a patto che i pentastellati valorizzino il tema ambientale e quello dei diritti. L’alternativa è vagare e finire nel gruppo misto. I liberali di Verhofstadt saranno il vero ago della bilancia fra Ppe e Pse, non ricommetteranno l’errore di tentare un’alleanza con i Cinque Stelle.

A proposito di numeri, a forza di espulsioni alla Camera e al Senato la maggioranza si stringe. Queste cacciate dall’Eden creeranno problemi?

La questione numerica è irrilevante, recupereranno i numeri persi da altre parti. Sorvolerei anche sulle critiche al modello democratico del Movimento, perché non c’è un partito italiano che al suo interno abbia dinamiche democratiche. I Cinque Stelle sono più esposti perché si sono dati regole molto restrittive, ma la democrazia non abita nei partiti. Bisogna invece riflettere sulla capacità del gruppo dirigente di controllare il reclutamento. Troppo spesso vengono reclutate persone con idee chiaramente in contrasto con il Movimento solamente perché sono famose, è il caso di De Falco. Il risultato è che vengono espulse da un giorno all’altro, senza neanche fornire una pubblica motivazione. Il dissenso dovrebbe essere valorizzato, non espulso.

Altro che Pd. Lì il dissenso c’è eccome, anzi regna sovrano…

Il Pd non dà spazio al dissenso, ma a una moltitudine di persone con opinioni diverse fra cui spunta sempre qualcuno che vuole imporre la sua volontà. Renzi ci è riuscito per un po’, ma ha commesso il grave errore di buttare fuori i dissidenti. Oggi nel Pd c’è una competizione fra persone con distanze ideologiche minime, l’unica vera distanza che viene misurata è quella da Renzi. I candidati alla segreteria, Zingaretti, Giachetti, Martina, dovrebbero prima chiedersi che tipo di partito vogliono costruire. Ovvero, come diceva Achille Occhetto, se costruire un partito caserma o un partito carovana, che va avanti e accetta tutti.

Prima di lasciarla alle sue letture trotskiste, le chiedo una pagella dei ministri gialloverdi nel 2018.

Se devo stilare una classifica dei ministri più efficaci lascio in disparte sia Salvini che Di Maio. Sul primo posto non ho alcun dubbio, scelgo Pierre Moscovici (ride, ndr). Al secondo ci metto il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, che ha portato a casa il ddl anticorruzione e ha saputo tenere una linea decorosa nella polemica con i giudici.

Pubblicato il 2 gennaio su Formiche.net

Il premier Conte e il tagliando non richiesto

Persino troppo sicuro di sé, il Presidente del Consiglio Conte ha tracciato un quadro rassicurante e ottimistico del governo da lui presieduto e delle sue “coraggiose” manovre. Si è anche impegnato in alquanto azzardate previsioni di crescita per i prossimi anni. Ha, però, taciuto su due aspetti importanti. Primo, continuando ad autodefinirsi, purtroppo non contraddetto da nessuno dei giornalisti, “avvocato del popolo” non ha chiarito contro chi deve difendere il popolo. Non ha neppure detto se chi critica la situazione attuale e le scelte fatte per il popolo da Cinque Stelle e Lega sia un “nemico del popolo”. È una novità assoluta che il capo di un governo, invece di agire come guida del suo popolo, si erga a suo difensore. Tuttavia, Conte non lo difende abbastanza e neppure adeguatamente quel suo popolo. Attraverso un esageratamente protratto e faticoso dialogo con la Commissione Europea, l’avvocato Conte e i due potenti capi dei popolani italiani, vale a dire, nell’ordine, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, hanno fatto perdere non pochi soldi al popolo. Conte si è anche dimenticato di dire che la Commissione, temporaneamente disinnescata, mantiene molte riserve su una manovra che, comunque, non ridurrà il debito pubblico, pesante palla al piede per qualsiasi strategia di crescita economica, che, infatti, rimarrà mediamente più bassa di quella degli Stati-membri dell’Unione Europea.

Secondo aspetto: molto riprovevole è che l’avvocato del popolo non abbia manifestato la sua preoccupazione ed espresso una personale (auto)critica per come il suo governo ha compresso il tempo a disposizione del Parlamento per l’analisi e la valutazione della manovra e per l’umiliazione alla quale i legittimi rappresentanti del popolo, vale a dire, i parlamentari, di maggioranza e di opposizione, sono stati assoggettati. Evidentemente conoscendo poco del Parlamento e dei rapporti fra Governo e Parlamento, Conte si è piegato ai voleri del Capitano della Lega e del Capo politico delle 5 Stelle. Però, dopo avere magnificato il Contratto di governo, ha avuto un sussulto di (in)coscienza dichiarando che, forse, al Contratto bisognerà fare un “tagliando”, ovvero vedere che cosa non ha funzionato, non escludendo neppure la possibilità di un rimpasto di ministri. “Rimpasto” non è una brutta parola della Prima Repubblica. È, invece, una procedura nota e praticata in tutte le democrazie parlamentari a cominciare dalla Gran Bretagna, madre di tutte quelle democrazie, per sostituire ministri che non funzionano e ridare slancio all’attività governativa con energie fresche. Purtroppo, dato il pool di energie disponibili a Lega e, soprattutto, Cinque Stelle, “fresche” non potrà significare competenti e esperte. Conte afferma che il “suo” governo durerà cinque anni e, a quel punto, terminerà la sua avventura politica. Molti osservatori ritengono, forse illudendosi, che le elezioni europee potranno risultare una disavventura per i rapporti Lega -Cinque Stelle. Chi vivrà vedrà.

Pubblicato AGL il 30 dicembre 2018

Dalle piazze ai tweet. Così il corpo del Capitano (della Lega) mette ko Di Maio

 

Oltre ad una base, che è organizzata sul territorio in associazioni dei più vari tipi e sa attivarsi, Salvini ha anche una strategia chiara: dimostrarsi in grado di dare voce e seguito a chi già lavora

C’è un dislivello, politico, comunicativo, corporale, che si fa sempre più evidente fra i due vicepresidenti del Consiglio. Anche se la tematica “immigrazione”, che aveva dato una possente spinta alla popolarità di Salvini, è un po’ retrocessa nell’attenzione dei media e dei cittadini, la persona del ministro degli Interni schiaccia la visibilità di Di Maio. Il corpo del Capitano (della Lega) s’impone su quello, piuttosto gracile, del capo politico del Movimento 5 Stelle. Salvini non ha bisogno di sostenere di avere eliminato l’immigrazione come Di Maio aveva “abolito” la povertà (ma molti italiani non se ne sono accorti) perché interviene a tutto campo, anche nelle problematiche dello sviluppo economico. Tremila imprenditori si sono rivolti a lui per chiedergli investimenti e una politica industriale. Soltanto dopo, anche perché quello non è il suo elettorato, non ne tiene conto, forse, neppure lo capisce, Di Maio ha approntato un tavolo con imprenditori e sindacalisti (un piccolo classico della Prima Repubblica secondo il suo gergo, anche se il Renzi aveva tentato addirittura la “disintermediazione”, e mal gliene incolse).

La realtà è che Salvini ha una base di sostegno che vuole sviluppo e le Cinque Stelle hanno per troppo tempo sostenuto la decrescita felice che si è tradotta in molto discutibile (e ora, infatti, messa in discussione) opposizione generalizzata alle infrastrutture, non necessariamente tutte grandi opere, spesso soltanto, come il Passante autostradale nel congestionatissimo snodo di Bologna, opere medie, ma indispensabili. Oggi e domani è e sarà la Tav Torino-Lione a dimostrarsi la vera patatona bollente per il ministro del Lavoro e dello Sviluppo. Oltre ad una base, che è organizzata sul territorio in associazioni dei più vari tipi e sa attivarsi, Salvini ha anche una strategia chiara: dimostrarsi in grado di dare voce e seguito a chi già lavora, dagli artigiani ai piccoli e medi industriali ai professionisti minando il consenso rimanente di Forza Italia.

Non bastano i meet-up e la piattaforma Rousseau a dare una spinta costante e un sostegno solido a Di Maio. Moltissimi dei voti pentastellati del 2018, che erano conseguenza di un’insoddisfazione anche di sinistra, rimangono disorganizzati e fluttuanti, in attesa del reddito e delle pensioni di cittadinanza che la manovra di bilancio farà molta fatica a garantire. Il corpo di Salvini spadroneggia nelle piazze e nei tweet. Quello di Di Maio si affaccia timidamente dagli schermi, talvolta sfidato addirittura dalla maggiore presenza scenica e fonica di Di Battista il latino-americano. Nessuno dei due può volere una resa dei conti, anche se Salvini ha una posizione di ricaduta: ritornare da una posizione di forza e di comando nel centrodestra, mentre Di Maio non ha alternative.

Alle elezioni del Parlamento europeo di fine maggio 2019 inevitabilmente i voti, che non saranno né numerini né decimali, dovranno essere contati. Il sovranista Salvini parte avvantaggiato anche perché le Cinque Stelle di Di Maio non sanno ancora con chi allearsi e dove andare.

Pubblicato 11 dicembre 2018 su formiche.net

Nonostante i litigi il governo giallo-verde va avanti

Intervista raccolta da Tatiana Santi per Sputnik Italia

L’amore non è bello se non è litigarello. Il famoso detto si addice alla perfezione al rapporto fra Movimento 5 stelle e Lega: due partiti in partenza diversi, ma uniti da un contratto di matrimonio, che regge nonostante tutte le divergenze. Nonostante i litigi il governo giallo-verde va avanti.

Dalle grandi opere ai rifiuti, passando per il decreto sicurezza, la Lega e il Movimento 5 stelle litigano un po’su tutti i temi. Nelle dichiarazioni ufficiali i vice premier Salvini e Di Maio dicono di andare “d’amore e d’accordo”, ma quasi ad ogni problema le visioni dei due partiti divergono. I due partiti continuano a lavorare a braccetto, scendendo di volta in volta a compromessi per rassicurare i propri elettorati, così diversi e vicini allo stesso tempo.

Si aprono grandi sfide all’orizzonte per l’Italia: la bocciatura alla legge di Bilancio italiano da parte dell’Unione Europea e le prossime elezioni europee di maggio. Il governo giallo-verde reggerà? Sputnik Italia ha raggiunto per una riflessione Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna.

— Ogni giorno sembra che la rottura fra Lega e 5 stelle sia vicina, però il governo regge. Professore Pasquino, che cosa sta accadendo?

— Si tratta di due partiti in partenza molto diversi fra di loro, hanno dovuto procedere stilando un contratto di governo mettendo nero su bianco i vari punti per evitare troppi inconvenienti. I due partiti mantengono delle differenze di vedute, ritengo che però questo sia fisiologico in un governo di coalizione. Litigano perfino i partiti unitari, litigano i conservatori inglesi che sono un solo partito. È frequente che litighino nei governi di coalizione. Vedo le differenze, ma le accetto come un fatto sufficientemente frequente, quindi credo sia sbagliato analiticamente accentuare queste differenze. Secondo me il governo va avanti.

— Qual è la strategia dei due partiti: andare avanti con il governo, ma guadagnando punti anche dal proprio elettorato? Sono dovuti a questo i “litigi”?

— Certo, l’elettorato del Sud, che in prevalenza ha votato 5 Stelle, vuole il reddito di cittadinanza. L’elettorato del Nord non gradisce il reddito di cittadinanza, però se vengono ridotte le tasse alle aziende è disposto ad accettare le politiche volute dai 5 stelle. Si tratta di uno scambio, che a mio avviso produce conseguenze negative per il bilancio dello Stato, ma ciò serve per mantenere grosso modo fermi i due elettorati. Una parte degli elettori crede che Salvini abbia delle capacità di leadership superiori a quelle di Di Maio, secondo questi elettori l’immigrazione e la sicurezza sono le due tematiche più importanti, forse anche più delle finanze. I due leader cercano di rassicurare le loro parti di elettorato.

— Oggi esiste un’opposizione?

— Lei mi da un cannocchiale, un binocolo? Io non la vedo… Vediamo un paradosso: esiste una piccola opposizione che però non può permettersi di farlo troppo sapere, mi riferisco a Forza Italia. Il partito sa che se vuole tornare al governo ci tornerà soltanto con Salvini e quindi non lo può criticare più di tanto, vengono presentati degli emendamenti, nulla di più. Quest’opposizione a Salvini fa molto comodo.

D’altra parte c’è un partito che dovrebbe essere all’opposizione, perché il suo Segretario aveva annunciato che sarebbero andati all’opposizione. È un partito che probabilmente non sa fare opposizione, quindi è politicamente irrilevante.

— Secondo lei perché il Partito Democratico non riesce a fare opposizione?

— Hanno sbagliato la campagna elettorale e poi il Segretario Renzi ha sbagliato a dire la sera stessa che il partito sarebbe andato all’opposizione. È un partito che ha il 18% dei parlamentari e può giocare un ruolo quando si forma un governo. Non hanno voluto andare a vedere le carte del Movimento 5 stelle e in un certo senso hanno sottovalutato le proprie capacità. I parlamentari del PD sicuramente conoscono meglio la politica e l’economia del Movimento 5 stelle. Potevano quindi procedere ad un accordo, invece Renzi ha parlato subito di opposizione.

Va detto inoltre che il partito è diviso al suo interno, non fra personalità straordinarie, bensì fra piccoli gruppi che fanno piccole correnti di amici, poi vi sono i “miracolati”, i parlamentari paracadutati. Direi che si tratta di un partito quasi allo sbando. Lo vediamo: ci sono 7 candidati per la carica di Segretario del Partito e ciascuno di loro ha accentuato determinati temi, non vi è una visione complessiva di quale partito costruire.

Non soltanto il Partito Democratico non va bene, non funziona nemmeno Liberi e Uguali. Bisogna dire le cose guardando in faccia la realtà: arrivare a poco più del 2% è stato un fallimento. Anche lì hanno dimostrato di non avere capacità di leadership.

— In altre parole la sinistra non esiste più oggi?

— La sinistra politica e partitica sostanzialmente è in una situazione di gravissima debolezza. Può essere che il Partito Democratico recuperi qualcosa alle elezioni europee, perché si tratta di un partito europeista e quindi gli europeisti non avranno altra scelta che votare per il PD.

In questo momento in Italia il Partito Democratico è irrilevante salvo in alcuni comuni e regioni, dove ha un controllo molto debole ed evanescente. Ci sono pezzi di sinistra, ovvero sia alcuni intellettuali e alcune voci come Roberto Saviano. C’è qualche scrittore, ma la sinistra politica è debolissima, più debole che in un qualsiasi altro sistema politico europeo.

— Secondo lei il governo giallo-verde durerà?

— Certamente possono esserci dei momenti di grande difficoltà, uno è l’imminente procedura di infrazione della Commissione Europea. Forse sarà Salvini fra i due leader a dire che alcuni punti possono essere cambiati. Il secondo momento difficile saranno le elezioni europee, perché Di Maio non può permettersi una campagna elettorale populista e sovranista, mentre Salvini la farà fino in fondo. Vedremo differenze notevoli nel corso della campagna per le elezioni europee.

Per i 5 stelle è la prima esperienza di governo, se dovessero andare male sarebbe gravissimo. La Lega invece sa di avere una posizione di ricaduta, può fare probabilmente un altro governo con il centro destra, non subito. Salvini è molto più disincantato, anche lui comunque, secondo me, vuole arrivare alla fine della legislatura. Salvo qualcosa di imprevedibile, questo governo dura 5 anni.

L’opinione dell’autore può non coincidere con la posizione della redazione.

Pubblicato il 21 novembre 2018

Salvini, Di Maio e il gioco del fifone. Il commento di Pasquino

Se le Cinque Stelle non riescono ad impadronirsi in maniera credibile della “questione Europa”, sulla quale i due ministri Tria e Conte non riescono a elaborare nessuna linea, che cosa rimane loro? Il commento del professore emerito di Scienza Politica Gianfranco Pasquino

No, nonostante un’accurata rilettura del Contratto di Governo non si è trovata traccia della condivisione del braccio teso a pugno chiuso del Ministro Toninelli. Nel Contratto non sembra esistere neppure la minima presenza del condono di Ischia e meno che mai la ricostruzione del Ponte Morandi, ma, per dare un colpo anche alla botte di Salvini (dopo quello al cerchio di Di Maio), non ci stanno neppure gli inceneritori per ogni prefettura. Comunque, non saranno queste assenze e le relative differenze di opinione a mandare in crisi il governo giallo-verde. Cominciamo con il mettere i puntini sulle molte “i” del contratto e dintorni.

Salvini si è accaparrato due tematiche –in inglese si direbbe “issue ownership”, ma confesso di non sapere come tradurre “ceppa”– che gli italiani continuano a considerare le più importanti: l’immigrazione e la sicurezza, che, per di più, hanno una probabile lunga durata. Si è anche buttato allegramente, forse dovrei dire “coraggiosamente”,contro la Commissione Europea. Continua a sfuggirgli che i Commissari non sono né burocrati né, principalmente, tecnocrati (e neanche banchieri), errore che condivide con le Cinque Stelle. Potremmo scusarlo, il Salvini, da Europarlamentare molto latitante, non ha mai imparato che i Commissari sono tutti uomini e donne con esperienze di governo ai vertici dei rispettivi paesi, spesso dotati di competenze specialistiche. Non possiamo, invece, scusare le Cinque Stelle che, insomma, qualcosina potrebbero studiare e imparare.

“Italians first” è oramai il grido (l’ululato?) di Salvini fino alle elezioni dell’Europarlamento di fine maggio 2019. Le Cinque Stelle non sanno che pesce prendere, chiedo scusa, che posizione assumere nei confronti dell’Europa dove sono molti che ricordano il Di Maio vagante per rassicurare istituti di ricerche, autorevoli quotidiani e quant’altri delle buone intenzioni europeiste delle Cinque Stelle. Nel Contratto di Governo non stanno né l’uscita dall’Euro né quella dall’Unione. Per di più, la Brexit sta offrendo una serie di lezioni, politiche ed economiche, su quanto alto possa essere il costo dell’uscita, anche sulla società e la sua coesione. Ma se le Cinque Stelle non riescono ad impadronirsi in maniera credibile della “questione Europa”, sulla quale i due ministri, non posso trattenermi, “non eletti” da nessuno: Tria e Conte, ma vicinissimi alle Cinque Stelle, non riescono a elaborare nessuna linea, che cosa rimane loro? Il reddito di cittadinanza e quota cento (pericolosamente vicina per quei pochi italiani che ricordano la storia, quindi non elettori penta stellati, all’infausta quota novanta di Mussolini, Benito) per le pensioni (che pagheranno i loro figli, se ne hanno).

Né l’uno né l’altra piacciono agli europei. Sembra che non piacciano, lo dirò con parole antiche, neppure ai ceti produttivi del Nord (dall’Honduras Di Battista agita un’abbronzata risposta rivoluzionaria: “se ne faranno una ragione”). Soprattutto, però, non hanno nessuna possibilità di produrre dividendi né economici né politici in tempi brevi. Nel frattempo, il Salvini ruspante (quello delle ruspe) sta avvicinandosi al raddoppio dei suoi consensi, almeno stando ai sondaggi che, personalmente, ritengo credibili poiché ho fiducia nella professionalità sia di Nando Pagnoncelli sia di Ilvo Diamanti. Pertanto, non ha nessuna intenzione di fare cadere il governo, il luogo migliore per continuare le sue esibizioni muscolari e la sua crescita di apprezzamenti. Se li risolvano le Cinque Stelle i problemi dei dissenzienti e quelli dei rimpasti. Incidentalmente, tutto normale non solo nella Prima Repubblica, ma in tutte le democrazie parlamentari, come non cessa di insegnare Westminster, la madre di tutti i parlamenti. Loro non si faranno fermare. Tireranno diritto. Anche l’Unione Europea tirerà diritto. Si chiama “chicken game”, gioco del fifone, reso famoso da James Dean in “Gioventù bruciata”. Il prezzo lo pagheranno, first, the Italians.

Pubblicato il 17 novembre 2018 su formiche.net

Imprevedibili manine e previdibilissime bocciature #manovra

Le scaramucce verbali fra governo italiano e Commissione Europea, contro le quali si erano già espressi Mario Draghi e Sergio Mattarella, sono giunte a un punto di non ritorno. Il messaggio della Commissione è chiaro prima ancora che il DEF nella sua versione scritta, magari senza ritocchi di imprevedibili e implausibili “manine”, giunga a Bruxelles. Dalle parole di Salvini e Di Maio e, forse, persino di Conte, è chiaro che i vincoli di bilancio non sono stati rispettati. La Commissione boccerà la manovra e qualcuno, altre manine, italiane e no, dovranno riscriverla. Elementare, Watson, elementare.

Attenti ai giocatori d’azzardo

C’è qualcosa di preoccupante sia nei numeri del Documento Economico-Finanziario sia nelle reazioni con le quali Di Maio e Salvini lo difendono e contrattaccano. Dal Fondo Monetario Internazionale ai Commissari dell’Unione Europea preposti a valutare le scelte di bilancio dei singoli Stati-membri, dagli Uffici appositi del Parlamento italiano alle agenzie di rating (nelle quali, è opportuno sottolinearlo, lavorano molti italiani reclutati con riferimento alle loro competenze), tutti hanno evidenziato due punti. Primo, ci sono evidenti violazioni degli impegni presi a Bruxelles. Secondo, non c’è nessuna garanzia che la “manovra” porterà in tempi brevi alla crescita economica e alla riduzione del debito pubblico. Al contrario. Qualcuno si ricordi che le previsioni di Salvini sono crescita del 2 per cento per il 2019 e del 3 per cento per il 2020 contro le previsioni, poco più dell’1 per cento, delle agenzie specializzate. Di Maio replica affermando che la manovra è “coraggiosa”. Salvini afferma che, dovendo scegliere fra quello che dicono le autorità europee e gli interessi italiani, preferisce dare la preminenza ai secondi: “non torneremo indietro”.

Finora i critici, nella politica e nei mass media, ma anche nel mondo sindacale e imprenditoriale, si sono limitati a notare che la manovra è una scommessa e che i conti non tornano a meno che, per l’appunto, la crescita economica (che è il vero punto dolente) non vada parecchio al disopra delle previsioni. Criticabili sono non soltanto il contenuto delle affermazioni dei governanti, ma anche il loro linguaggio e la loro incoscienza delle conseguenze. La manovra non si merita affatto l’aggettivo “coraggiosa”. È come minimo azzardatissima, ma anche irresponsabile. Chi si ostina a non confrontarsi con le previsioni, a non prendere in considerazione anche l’eventualità di conseguenze negative e accetta che il debito pubblico aumenti e lo spread salga, che è la posizione di Salvini, si comporta ugualmente in maniera irresponsabile.

Perseguire gli interessi degli italiani, del Nord e del Sud, con Salvini che vuole condono fiscale e flat tax e Di Maio reddito di cittadinanza e riduzione delle pensioni cosiddette d’oro, non solo è un’operazione di alta acrobazia, ma non offre nessuna garanzia riguardo al miglioramento reale della situazione degli italiani che, invece, si troveranno impoveriti quantomeno da mutui più cari e dall’aumento del costo del denaro, che non avranno più posti di lavoro poiché non tutti i posti di lavoro liberati dal capovolgimento della riforma andranno ai giovani. La manovra che sta per arrivare sulle scrivanie di Bruxelles e al Parlamento italiano sembra destinata a incidere negativamente sul benessere degli italiani e dei loro figli. Di Maio e Salvini più che capitani coraggiosi sembrano giocatori d’azzardo che scommettono molto rischiosamente, ma con il denaro degli italiani.

Pubblicato AGL il 17 ottobre 2018