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Coesione nazionale nel rispetto dei ruoli

Quale è il modo migliore per affrontare un’emergenza grave come un disastro naturale di grandi dimensioni o un’epidemia, come quella causata dal coronavirus, che colpisce le zone più sviluppate dell’Italia e minaccia di danneggiare fortemente l’economia del paese? Secondo Matteo Renzi e Matteo Salvini l’inizio della soluzione si trova nella sostituzione del governo in carica (per Renzi deve soprattutto andarsene Conte) con un governo di unità nazionale, seguito appena possibile, secondo Salvini, da nuove elezioni. La proposta, interpretata come si deve, cioè, da un lato, strumentale, dall’altro, opportunistica, non ha trovato praticamente nessuna sponda. Se davvero l’opposizione, con Salvini che ne è il capo non ufficiale, e Renzi che svolge il ruolo di guastatore interno alla maggioranza, intende contribuire al superamento dell’emergenza, ha due notevoli possibilità. Primo: adoperarsi per migliorare le soluzioni proposte dal governo, mai sabotandole, ma appoggiandone attivamente l’attuazione concreta. Secondo: ridurre il livello del conflitto politico mandando il messaggio di responsabilità e coesione che più conta per l’immagine dell’Italia in Europa e nel mondo. Forse è utile aggiungere che qualsiasi crisi di governo nell’attuale situazione avrebbe conseguenze esiziali. Costerebbe tempo e denaro rendendo inevitabilmente più complicati gli interventi necessari che i ministri in carica e le autorità della Protezione civile stanno mettendo in pratica sulla base di conoscenze acquisite non immediatamente e facilmente trasferibili. Se esistessero personalità politiche e scientifiche nei ranghi dell’opposizione in grado di offrire effettivamente conoscenze che l’attuale governo non ha, nulla osta che lo facciano in nome del senso dello Stato e dell’appartenenza alla comunità italiana. Non è comunque in questa direzione che sembra andasse la richiesta/ proposta di governo di unità nazionale. Forse è già tramontata e sarebbe opportuno dimenticarla se non fosse che non è affatto da escludere che ritorni a galla. Infatti, tanto Matteo Salvini quanto Matteo Renzi continuano ad avere bisogno di visibilità politica per non essere oscurati dalla struttura della situazione nella quale tutti, meno i quotidiani e gli editorialisti della destra, inevitabilmente guardano con speranza a quello che il Presidente del Consiglio Conte e il suo governo fanno. Criticare fermamente e respingere la proposta di governo di unità nazionale serve a evitare che sia soltanto spinta sotto il tappeto e rimanga pronta ad essere resuscitata. Nelle emergenze il protagonismo di alcuni non è mai positivo quando serve solo obiettivi personalistici. Nelle emergenze deve essere potenziata l’azione delle istituzioni, in questo caso il governo e il suo capo con i loro collaboratori specializzati. Superata l’emergenza a tutti sarà chiesto di assumersi la responsabilità di quanto fatto, fatto male, non fatto. In trasparenza senza confusione di ruoli.

Pubblicato AGL il 29 febbraio 2020

Politica, intervista a Gianfranco Pasquino @FuturoEuropa

Intervista raccolta da Maurizio Donini

Gianfranco Pasquino (1942), torinese, laureato in Scienza politica con Norberto Bobbio si è specializzato in Politica Comparata con Giovanni Sartori. Professore di Scienza politica nell’Università di Bologna dal 1969 al 2012, è stato nominato Emerito nel 2014. Ha insegnato cinque anni (1970-1975) alla Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” di Firenze, alla School of Advanced International Studies di Washington, D.C., alla Harvard Summer School, all’Università di California, Los Angeles. È stato Fellow di ChristChurch e St Antony’s a Oxford ed é Life Fellow di Clare Hall, Cambridge. Attualmente è Senior Adjunct Professor of European and Eurasian Studies alla Johns Hopkins University SAIS Europe di Bologna. Fra i fondatori della “Rivista Italiana di Scienza Politica”, ne è stato Redattore Capo dal 1971 al 1977 e condirettore dal 2000 al 2003. È anche stato Direttore della rivista “il Mulino” dal 1980 al 1984. Condirettore, insieme a Norberto Bobbio e Nicola Matteucci del Dizionario di Politica (UTET 2016, 4a) di cui ha scritto una trentina di voci, fra le quali “Governi socialdemocratici” e “Rivoluzione“. Co-curatore dello Oxford Handbook of Italian Politics (2015) e autore di Italian Democracy. How It Works (2020) . Già Senatore della Sinistra Indipendente dal 1983 al 1992 e dei Progressisti dal 1994 al 1996, è socio dell’Accademia dei Lincei.

Le recenti elezioni regionali con la sconfitta di Salvini hanno al momento rafforzato il governo Conte, il pericolo è scampato o viste le tensioni con Itala Viva di Renzi il percorso sarà ancora irto di ostacoli?

Sono contento che “le elezioni del secolo” si siano svolte in Emilia-Romagna e del risultato che ne è conseguito, perché se avesse perso la sinistra di Bonaccini ci sarebbe stato un rimbalzo molto forte e sgradevole. Viceversa ha perso Salvini e il governo ha ripreso la sua dinamica, è un esecutivo sostenuto da due partiti più alcune componenti come LEU e Italia Viva, che non sono molto vicine in termini politici. Queste forze hanno aspettative diverse e le persone che ne fanno parte provengono da percorsi diversi, questo porta alla nascita di vari problemi. Purtroppo Renzi possiede una innata capacità di intralciare, danneggiare, sabotare, l’attività di governo; e lo fa perché ha bisogno di spazio e visibilità, ha necessità di interviste, è una vera e propria mina vagante, difficile capire se voglia fare cadere il governo o meno. Non credo sia nel suo interesse, ma già in passato ha commesso errori di questo tipo e non posso escludere che non li commetterà adesso. Farlo ora sarebbe molto grave, perché in caso di elezioni anticipate vorrebbe dire consegnare il paese a Salvini e al centro-destra, anche se in termini non così ampi come loro credono. Questo a meno che Salvini non commetta errori in campagna elettorale, come ha fatto anche recentemente. A maggior ragione bisogna evitare che vinca prima dell’elezione del prossimo Presidente della Repubblica. Il governo dovrebbe quindi durare fino a gennaio 2022, e penso sia un obiettivo conseguibile.

Già in passato, in occasione degli incontri in Nomisma con il Cattaneo riguardo passate elezioni, lei sosteneva che l’Emilia-Romagna sia un caso particolare nel panorama italiano. Alla luce di questa considerazione possiamo presumere che ci sia una ripresa nazionale della sinistra o siamo di fronte a una vittoria limitata alla situazione particolare dell’Emilia-Romagna?

L’Emilia-Romagna continua a rimanere un caso a sé stante, così come Bologna, non mi pare ci siano i motivi per cambiare idea, ma si possono individuare alcuni elementi importanti. Il primo punto è che laddove il PD si apre ad apporti esterni, che possono convergere su una persona, in questo caso il Presidente Bonaccini aveva lavorato bene, gli si riconoscono doti di onestà e competenza. Ora bisogna trovare qualcuno a livello nazionale che sia capace di amministrare, in maniera onesta, rigorosa, vigorosa, posso citare il caso di Zingaretti che è segretario, ma non parlamentare. Quindi per le prossime elezioni bisognerebbe arrivare ad avere un partito aperto e inclusivo. Trasportare “semplicemente” il modello Emilia-Romagna a livello nazionale mi pare sbagliato. Bisogna agire a seconda delle elezioni, non esportare il modello.

Il Movimento delle Sardine forse non ha portato voti nuovi, ma ha riportato alle urne elettori che si erano disaffezionati e non votavano più. Anche questo è un fenomeno limitato all’Emilia-Romagna o può avere una valenza nazionale in futuro?

Nella misura in cui le Sardine capiranno che devono operare di volta in volta laddove si aprono opportunità, possono essere importanti e a volte anche decisive. Nel caso dell’Emilia-Romagna hanno certamente portato ai seggi persone che altrimenti non sarebbero andate a votare. Questo può succedere anche altrove, che poi possano risultare decisive a livello nazionale è complicato dirlo. Bisognerà vedere come si arriverà alle elezioni, come si presenteranno, che tipo di organizzazione riusciranno a darsi, se con una loro lista e un simbolo specifico. Oppure se vogliono limitarsi a dare indicazioni di voto zona per zona, identificando candidati del centro-sinistra da sostenere. Questo è tutto da verificare. Sarebbe sicuramente utile che la legge elettorale consentisse di dare almeno una preferenza, in questo caso si potrebbe indicare di volta in volta la persona giusta da votare. Votando questa persona automaticamente si voterebbe il partito della sinistra che rappresenta.

Lei pensa che il Movimento delle Sardine possa avere un futuro e non sia destinato a spegnersi in breve tempo?

La possibilità di un futuro esiste, ma il futuro va creato, e quindi devono capire come vogliono organizzarsi, perché una struttura se la devono dare. In altri contesti direi che si deve iniziare dalle elezioni locali. Ci sono quattro elezioni regionali che stanno arrivando, potrebbero provare a rimettersi alla prova. Cercare di capire se possono trovare le persone giuste, puntando a quello che tecnicamente viene chiamato processo di istituzionalizzazione. Andare subito alle elezioni nazionali mi pare complicato, ma tutto questo è ovviamente affidato alla loro capacità di mettere insieme le sparse membra della sinistra.

Le Sardine potrebbero ipoteticamente raccogliere l’eredità del primo Movimento 5 Stelle che si sta disfacendo?

Potrebbero sì, ma in realtà il Movimento 5 Stelle non è partito come le Sardine. Nacque grazie a e con un leader che era Beppe Grillo. I loro quattro coordinatori sono indubbiamente persone con delle capacità, ma mentre il Movimento 5 Stelle è partito dall’alto, loro hanno preso il via dal basso. Riuscire quindi anche a darsi una leadership visibile è un problema, Grillo raccoglieva insoddisfazione a tutto campo, da sinistra a destra. Le Sardine raccolgono i malesseri della sinistra, per cui il loro bacino è più contenuto. Sarei quindi molto cauto nel paragone, anche se hanno certamente dei margini di crescita, mentre il Movimento 5 Stelle è in chiara discesa.

Lei è stato uno dei propugnatori della legge sul conflitto di interessi che non ha mai visto la luce, alla luce del caso Berlusconi a suo tempo, ma anche Casaleggio recentemente, ne vedremo mai la nascita?

Temo di no, perché i conflitti di interesse sono moltissimi, e quindi se si va a una regolamentazione vera troppe persone dovrebbero privarsi di cariche, mi pare molto complicato. Si potrebbe cercare di impedire che chi ha palesi conflitti di interesse vada a ricoprire incarichi di governo. Bisognerebbe riuscire a comprendere cosa è la democrazia nei partiti, e quindi riuscire a disciplinare come i partiti scelgono le candidature, come formano i programmi, le coalizioni in cui si mettono, tutte cose delicatissime.

Il governo Conte ora dovrà mettere in campo provvedimenti per durare, quali?

Il primo problema del governo Conte sarà riuscire a rilanciare l’economia, e non sarà facile, oltretutto il corona-virus sta operando contro l’Italia, paese che esporta molto verso la Cina. Se non si cresce non si producono posti di lavoro, e quindi il malcontento aumenta. Bisogna dare atto al Presidente Conte di avere una grande capacità di raccontarsi, di stare sulla cresta dell’onda spiegando le cose in maniera chiara e semplice. Ma l’onda è molto bassa, a meno che non scatti qualcosa a livello europeo tipo la green economy.

Anche i nodi come i decreti immigrazione ora verranno al pettine, e non sarà facile districarli.

Sì, ma anche il problema immigrazione al momento ha perso la sua presa, non è più il problema maggiormente saliente, al primo posto metterei il lavoro e l’economia, magari rivalutando anche il reddito di cittadinanza. Salvini ha cavalcato il problema immigrazione, ma oggi mi pare che questo abbia meno peso sulle opinioni degli elettori. La competizione rimane apertissima.

Pubblicato il 28 febbraio su FuturoEuropa.it

Il caso Salvini

Nel dibattito in Senato sul concedere o no al Tribunale dei Ministri di Catania l’autorizzazione a procedere contro l’ex-Ministro degli Interni Matteo Salvini, non pochi  Senatori hanno fatto ricorso a formule logore e a considerazioni sbagliate. La più logora delle formule è “gli avversari politici si sconfiggono nelle urne e non per via giudiziaria”. Nessuno si è sentito di sostenere che se gli avversari politici violano le leggi, ad esempio, anche soltanto in materia di campagna elettorale e del suo finanziamento, oppure la Costituzione, per esempio, in materia di diritti, è non soltanto opportuno, ma sicuramente doveroso che vadano comunque sotto processo. La legge è eguale per tutti. Punto.

Nella sua difesa, il sen. Matteo Salvini ha fatto ricorso ad un po’ di vittimismo: perché solo lui e non gli altri ministri quando la decisione fu presa? (domanda più che legittima che potrà ripetere nel processo); un po’ di familismo: l’acuto dolore dei suoi figli nel leggere sulle prime pagine dei giornali gravi accuse al loro papà e la saggezza della nonna che ripeteva “male non fare paura non avere”; un po’ di populismo: con lui saranno processati milioni di italiani per bene che vogliono controllare e impedire l’immigrazione clandestina. Se Salvini è così sicuro di avere operato, non solo per il bene dell’Italia e degli italiani, ma rimanendo nell’ambito delle patrie leggi, il processo, al quale aveva detto di volere andare a testa alta, sarà utilissimo tanto a scagionarlo quanto a definire le prerogative e gli eventuali limiti giuridici e costituzionali del potere che spetta al Ministro degli Interni.

L’affermazione più pesante è venuta nella conclusione dell’arringa dell’avvocato Giulia Bongiorno, attualmente senatrice della Lega: “Se voterete a favore saremo al crepuscolo della democrazia parlamentare e della separazione dei poteri”. Tutt’al contrario. Infatti, nelle democrazie parlamentari i poteri sono largamente condivisi fra le istituzioni. Il Parlamento dà e toglie la fiducia al Governo. Le leggi sono scritte dai governi e approvate, o respinte, dai parlamentari. Cinque giudici costituzionali sono eletti dal Parlamento e cinque sono nominati dal Presidente della Repubblica. Last but not least, la magistratura valuta che i comportamenti di tutti siano conformi alle leggi approvate dal Parlamento. Nessuno è al di sopra delle leggi e tutti i poteri sono chiamati a rispondere responsabilmente delle loro attività anche di fronte agli altri poteri. La “responsabilizzazione” (accountability) è la virtù democratica per eccellenza. La dignità della politica, per la quale ha urlato un accorato appello il sen. Casini, si (ri)conquista e si difende, non sottraendo chi ha cariche politiche a qualsiasi controllo, ma da parte loro esercitando il potere responsabilmente. Concluderò con una delle espressioni più logore e più frequentemente pronunciate: “la giustizia faccia il suo corso” (meglio se completandolo prima delle prossime elezioni politiche).

Pubblicato AGL il 14 febbraio 2020

Le mosse dei cavalli

Con la mossa del cavallo, che nel gioco degli scacchi ribalta tutto, Matteo Renzi si vanta da tempo, girando per pubblicizzare un suo libro dallo stesso titolo,e con lui, all’unisono i renziani, di avere dato vita al governo Cinque Stelle-Partito Democratico nell’agosto 2019. Curiosamente, nessuno gli ricorda che fu proprio il suo “cavallo” imbizzarrito a impedire che s’andasse alla trattativa con le Cinque Stelle già nel marzo 2018 subito dopo le elezioni. Il paese si sarebbe forse risparmiato un turbolento anno di governo giallo-verde che, comunque lo si consideri, è stato il trampolino di lancio per l’impetuosa crescita dei voti per la Lega di Salvini.

Subito dopo la formazione del governo Conte 2, avendo piazzato in incarichi di governo non pochi dei parlamentari a lui fedeli, Renzi lasciò il Partito Democratico creando ItaliaViva che dovrebbe conquistare gli elettori di centro dei quali molti commentatori assicurano l’esistenza, ma che, in verità, finora proprio non si vedono, non si materializzano e sono corteggiati anche dall’ex-ministro Carlo Calenda. Forse preoccupato, nonostante sue plateali smentite, dalla soglia di accesso al Parlamento indicata nel 5 per cento dalla legge elettorale in corso di discussione, Renzi si è praticamente da subito gettato a capofitto, anche per temperamento, alla ricerca di visibilità politica. I sondaggi, che non collocano praticamente mai ItaliaViva sopra il 5 per cento e che danno bassi punteggi di popolarità al suo leader, sono alquanto preoccupanti. Forse soprattutto per questo e non solo per puntiglio e malignità nei confronti del PD che per quattro anni ha tenuto in pugno, Renzi ha di recente alzato il tiro proprio contro il governo di cui fa parte.

La riforma della prescrizione che, peraltro, è già legge, è diventata il suo cavallo di battaglia. Renzi vuole presentarsi come il difensore della giusta e ragionevole durata del processo di contro ai giustizialisti, quelli che la stampa di destra definisce, con molta esagerazione, i “fine processo mai”. Ha già annunciato che non voterà il testo concordato fra Cinque Stelle, Partito Democratico, LiberiEguali. Addirittura si è spinto fino a dichiarare che voterà la proposta di Enrico Costa (Forza Italia). A suo tempo, criticò alcuni provvedimenti della Legge di Bilancio e adesso lascia trapelare che non è d’accordo sulle modalità della lotta contro l’evasione. Insomma, le sue ripetute e puntigliose prese di distanza stanno oggettivamente minando la stabilità del governo Conte. In questi casi, è opportuno che qualsiasi valutazione ulteriore attenda la prova dei numeri parlamentari. Se cadrà il governo, è molto improbabile che il Presidente Mattarella dica no ad una più che legittima richiesta di scioglimento del Parlamento. L’unico presumibile vantaggio per Renzi sarà che si andrà al voto con la legge Rosato, il coordinatore dei suoi gruppi parlamentari, che non ha soglia di esclusione. Ma il cavallino di Renzi rischia comunque di fare pochissima strada.

Pubblicato AGL il 9 febbraio 2020

Prescrizione? Le priorità degli elettori sono altre. I consigli di Pasquino al M5S #intervista @formichenews

Intervista raccolta da Simona Sotgiu

Secondo il professore emerito di Scienza Politica in libreria in questi giorni con “Minima politica – Sei lezioni di democrazia” (Utet), Conte riuscirà a mettere ordine nel caos prescrizione, “è la cosa che gli riesce meglio”. Il governo non rischia, ma “questa brutta storia ricorda a tutti quanto difficile è governare”

“Conte medierà con successo, è la cosa che gli riesce meglio”. Gianfranco Pasquino non ha dubbi, il presidente del Consiglio riuscirà a pacificare gli animi infuocati dentro la maggioranza (e non solo) sul tema della prescrizione. Secondo il professore emerito di Scienza Politica intervistato da Formiche.net “l’Avvocato dell’Italia” Conte sarà capace di spegnere l’incendio sulla riforma Bonafede di cui, nel merito, si sa poco, malgrado il dibattito vada avanti da settimane. Inoltre, spiega Pasquino, sarà pur vero che quello della giustizia è un tema caldo per i 5 Stelle, ma è altrettanto vero che “altre sono le priorità degli elettori, a cominciare dai posti di lavoro e dai salari”.

Professore, sulla prescrizione è davvero in gioco il governo?

No, non è in gioco il governo, ma, certo, questa brutta storia ricorda a tutti quanto difficile è governare, soprattutto per chi, Movimento 5 Stelle, da un lato, si mette sopra la destra e la sinistra e si attesta su una rigida posizione ideologica, e chi, Italia Viva, cerca di misurare la sua forza facendo ricatti. Non è nell’interesse di nessuno fare cadere il governo. Magari qualche retroscenista scriverà che blah blah blah.

Sembra che ci sia un’estremizzazione delle posizioni. A cosa è dovuta?

Non so se si tratta di estremizzazione, ma, certo, i Cinque Stelle vogliono fare vedere che tengono fede al loro programma contro i poteri forti: magistrati e avvocati, invece di dimostrare che hanno imparato a cambiare a fronte di obiezioni sensate. Dovrebbero insistere che la riforma già c’è proprio come l’hanno voluta e formulata loro. Che comunque in pratica non comincerà a dare effetti prima di un paio d’anni. Che la si potrà cambiare, anzi, migliorare, mentre si mette mano alla più importante riforma del codice penale, e così via.

C’è il rischio che l’attenzione si sposti dal merito della riforma – e delle sue eventuali modifiche – a dinamiche di consenso?

Sul “merito” della riforma non sappiamo abbastanza. Quanti processi finiscono davvero in prescrizione sul totale dei processi? Quali sono realmente le cause della troppo lunga durata dei processi? Quali procure sono più efficienti e quali meno? E perché? Quanto al consenso faccio molta fatica a credere che ci saranno elettori che voteranno i Cinque Stelle perché hanno tenuto duro sulla prescrizione e che molti elettori li lasceranno perché hanno accettato modifiche ragionevoli. Non sono affatto prescritte le condizioni di fondo che hanno fatto precipitare il consenso elettorale delle Cinque Stelle. D’altronde, non sarà la sua critica in nome di Beccaria e della (straordinaria?) civiltà giuridica italiana, sulla quale un supplemento di riflessione parrebbe molto gradito, che farà lievitare il consenso del partitino di Renzi. Altre sono le priorità degli elettori, a cominciare dai posti di lavoro e dai salari.

Crede che Conte riuscirà a mediare tra le forze in campo?

Conte medierà con successo, è la cosa che gli riesce meglio. Si direbbe persino che gli piace dimostrare e poi spiegare che è in grado di tenere in piedi il governo grazie alle sue conoscenze giuridiche e alle doti di mediazione che ha affinato, naturalmente, perseguendo gli interessi degli italiani e di questo straordinario Paese, ricchissimo di potenzialità, che si chiama Italia. L’Avvocato dell’Italia.

Quanto pesa sulla maggioranza la crisi che stanno attraversando i 5 Stelle? La riforma Bonafede è uno dei cavalli di battaglia dei 5 Stelle, cedere potrebbe avere un impatto sul corpo elettorale…

Il declino dei Cinque Stelle non dipende da presunti cavalli di battaglia. Dipende dall’avere dato troppo potere a un cavallino chiamato Di Maio e dal non avere cavalli di razza (come, ad esempio, furono Fanfani e Moro). Debbono risolvere molti problemi di tipo politico, certo, ma anche organizzativo. Ne parleranno agli Stati Generali di metà marzo. Farebbero meglio ad arrivarci preparati, magari avendo fatto qualche lettura e ascoltato (e recuperato) alcuni dissenzienti invece di espellerli. Più in generale dirò che di motivi di insoddisfazione ce ne sono e ne rimarranno tanti in grado di spingere gli elettori a votare per le liste del movimento, magari composte da persone connesse ai loro concittadini. Poi, in campagna elettorale potranno rivendicare alcune riforme, come il reddito di cittadinanza per chiedere il rinnovo di almeno una parte dell’ingente consenso ottenuto il 4 marzo 2018. Il futuro se lo possono ancora costruire.

Quanto hanno pesato i risultati dell’Emilia-Romagna sul dialogo interno alla maggioranza su temi caldi come quello della riforma della prescrizione?

L’elezione più importante del secolo, quella dell’Emilia-Romagna, non pesa sulle Cinque Stelle che, pure, hanno fatto errori, derivanti soprattutto dalle incertezze di Di Maio, ma anche dalle divisioni delle Cinque Stelle regionali. Pesa, invece, molto sulla sregolatezza di Salvini. Pesa anche, positivamente, sul PD che ha avuto una boccata di ossigeno. Quanto ossigeno non so. So che Bonaccini ha vinto le elezioni a Presidente, non la candidatura a segretario prossimo-venturo del PD. Another office another time.

Pubblicato il 5 febbraio 2020 su Formiche.net

 

VIDEO Emilia-Romagna: a Setback for Salvini or a Comeback for the Left? Johns Hopkins University SAIS Europe

EMILIA-ROMAGNA:
A SETBACK FOR SALVINI OR A COMEBACK FOR THE LEFT?

SAIS Europe Faculty Members Discuss the Consequences
of the Regional Elections in Emilia-Romagna

 

Justin O. Frosini, Adjunct Professor of Constitutional Law
Erik Jones, Professor of European Studies and International Political Economy
Gianfranco Pasquino, Senior Adjunct Professor of European and Eurasian Studies

THURSDAY, 30 JANUARY 2020 – H. 18:30
Johns Hopkins University SAIS Europe – via B. Andreatta 3, Bologna

 

Dopo l’Emilia Romagna, cosa deve fare ora il Governo? #intervista @radiopopmilano

MALOS martedì 28 gennaio 2020

Davide Facchini e Luigi Ambrosio intervistano Gianfranco Pasquino

ASCOLTA

Legge elettorale, Pd e Sardine. A lezione dal prof. Pasquino #intervista @formichenews

Intervista raccolta da Francesco De Palo

“Il nuovo Pd non dovrebbe inglobare nulla, ma solo essere aperto nelle sue strutture decisionali, attento a cosa si muove e disponibile al dialogo”. Conversazione con Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica, in libreria con il pamphlet “Minima politica” (Utet)

Ha scritto un pamphlet uscito in questi giorni dal titolo “Minima politica” (Utet), in cui dedica il primo capitolo proprio alla legge elettorale. Il politologo di fama internazionale e professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, Gianfranco Pasquino, prende spunto proprio dalle ultime leggi elettorali per affrontare con Formiche.net il tema delle visioni politiche all’indomani del voto in Emilia-Romagna e in Calabria.

Come giudica il “dopo Emilia”?

Mi è parsa una campagna elettorale coinvolgente in cui si è parlato anche di alcune interessanti tematiche. Ritengo che tutto sommato l’Emilia sia stata un buon esempio di confronto, naturalmente con da un lato un aumento di toni da parte di Salvini e dall’altro con la capacità di replicare di Bonaccini. Nel mezzo la presenza sul territorio di un movimento, le Sardine. Non male, direi.

Il bipolarismo Conte-Salvini post regionali è destinato a durare, oppure in entrambi gli schieramenti c’è chi spinge per altri due frontman?

Tanto per cominciare non era solo bipolarismo, perché il M5S correva da solo: un fattore che conta sia quando prende voti che quando li perde. Non siamo in un bipolarismo, c’era solo un confronto bipolare tra due candidati, perché correvano per la presidenza, ma se i partiti si contano, come diceva Sartori, quando hanno potere di coalizione e potenziale di ricatto, allora il M5S continua ad essere qualcosa che conta.

L’ultra personalizzazione salviniana è un modello che sta mostrando i suoi limiti?

Salvini ha scelto di personalizzare al massimo qualsiasi tipo di attività politica e in un certo senso fa bene, perché appare come un leader capace di guidare. Detto questo a volte esagera e sbaglia. Ma il suo è il massimo grado di personalizzazione a cui abbiamo assistito fino ad oggi, con l’eccezione di Berlusconi.

Il popolo del M5S è già progressista? Come pesare i trecentomila voti in uscita dal Movimento?

Buona parte di quei voti sono andati su liste che appoggiavano Bonaccini, ormai è certo: da questo punto di vista sono più vicini al Pd. Probabilmente lo sono davvero, anche a causa della crisi di governo agostana causata da Salvini. Le loro tematiche erano già potenzialmente di sinistra, mentre altri due elementi no, anche se bisognerebbe verificarlo: la critica all’establishment, senza se e senza ma; e l’antiparlamentarismo molto pronunciato contro poltrone e vitalizi, che però è un dato che la sinistra non può permettersi.

La prescrizione come si sposa con il riformismo dem?

La legge sulla prescrizione è un’interpretazione sbagliata che fa il M5S, ma non è il solo, ritenendo che la legge italiana sia troppo blanda e abbia fatto sfuggire dalle sue maglie alcuni condannabili che invece la prescrizione ha salvato. Uno di questi è notoriamente Berlusconi.

Il nuovo Pd teorizzato da Zingaretti come potrà inglobare sardine e civici?

Il nuovo Pd non dovrebbe inglobare nulla, ma solo essere aperto nelle sue strutture decisionali, attento a cosa si muove e disponibile al dialogo. Se dovesse inglobare ad esempio le Sardine, si distruggeranno perché alcuni vi aderiranno e altri no, perdendo dei pezzi. Devono fare solo ciò che hanno a lungo promesso: essere aperti grazie ad una struttura reticolare.

Legge elettorale, verso quale modello il Parlamento si sta orientando? Perché solleva dei dubbi su alcune espressioni che stanno circolando in queste settimane?

Nel pamhplet “Minima politica” (Utet) dedico il primo capitolo alla legge elettorale dicendo che è ora di smetterla con un latinorum che non ha senso. Aveva senso il latino di Sartori: Mattarellum voleva dire che la legge era un po’ mattocchia, Porcellum derivava dalla famosa “porcata” definita tale dal senatore Calderoli, Rosatellum è una stupidata, Germanicum non ha nulla a che fare con il sistema tedesco se non la soglia di sbarramento, che peraltro verrà abolita se Renzi si renderà conto di non riuscire a superare il 5%. Insomma, meglio evitare il latino e attribuire le leggi elettorale al primo firmatario.

E quella Brescia, allora, prossimamente in Aula?

Sono tutte leggi fondamentalmente mediocri perché non aumentano il potere degli elettori, ma proteggono i partiti e i privilegiati. Qualcuna è addirittura pessima. Due elementi non dovrebbero esserci mai più: le liste bloccate e le candidature multiple, perché vera violazione del principio di eguaglianza garantito dal’art. 3 della Costituzione.

Pubblicato il 28 gennaio 2020 su Formiche.net

Emilia-Romagna: a Setback for Salvini or a Comeback for the Left? #30january #Bologna Johns Hopkins University SAIS Europe

THURSDAY, 30 JANUARY 2020 – H. 18:30
Johns Hopkins University SAIS Europe – via B. Andreatta 3, Bologna

EMILIA-ROMAGNA:
A SETBACK FOR SALVINI OR A COMEBACK FOR THE LEFT?

SAIS Europe Faculty Members Discuss the Consequences
of the Regional Elections in Emilia-Romagna

Justin O. Frosini, Adjunct Professor of Constitutional Law
Erik Jones, Professor of European Studies and International Political Economy
Gianfranco Pasquino, Senior Adjunct Professor of European and Eurasian Studies

 

Buongoverno la lezione del voto

In Emilia-Romagna ha avuto ragione il Presidente uscente Stefano Bonaccini a impostare la campagna elettorale su tematiche specificamente regionali. Invece, ha sbagliato e ha perso nettamente Matteo Salvini cercando di utilizzare il voto degli emiliani-romagnoli come un’arma contro il governo nazionale. Non soltanto tutti i dati disponibili dicono che da tempo la Regione Emilia-Romagna è in testa a quasi tutte le graduatorie nazionali, ma la candidata della Lega appariva inadeguata tanto che stava sempre, non solo figurativamente, almeno due passi dietro Salvini. La seria battuta d’arresto di Salvini nella sua apparentemente irresistibile avanzata si accompagna anche al sorpasso in termini di voti del Partito Democratico sulla Lega che era diventato il primo partito nelle elezioni europee del non lontano maggio 2019. La crescita elettorale del PD, comunque, l’argine effettivo nei confronti della Lega, è quasi sicuramente dovuta anche alla intensa mobilitazione delle “sardine” contro Salvini stesso e la sua propaganda sempre ai limiti delle offese e dell’odio.

Proprio nei luoghi, da Bologna a Parma, dove era nato a suon di “vaffa” indirizzati per lo più contro il Partito Democratico e i suoi dirigenti, il Movimento 5 Stelle registra la sua caduta ai livelli più bassi del consenso elettorale. Paga il prezzo di una leadership nazionale inadeguata e in via di trasformazione, delle sue incertezze se presentarsi o no e se rivendicare o no la (bontà della) sua coalizione di governo con il PD. L’insoddisfazione politica e il desiderio di profondo cambiamento che il Movimento aveva intercettato e interpretato si sono oggi diretti, almeno in Emilia-Romagna, altrove. In buona misura è possibile e corretto sostenere che le sardine hanno saputo cogliere una parte di quella insoddisfazione soprattutto fra molti di coloro che, nell’ampio ambito della sinistra, erano preoccupati, scettici, sconfortati. Le sardine hanno ottenuto un buon successo di mobilitazione, ma adesso il compito diventa più difficile: come organizzare e mantenere la mobilitazione, quale struttura leggera, ma efficiente, costruire?

La mancata “spallata” salviniana e, più in generale, della destra, al governo è una buona notizia per il Presidente del Consiglio e per gli italiani che pensano che la stabilità politica è indispensabile per rimettere in moto l’economia e fare alcune importanti riforme. Con moderazione, il Partito Democratico e il suo segretario possono rallegrarsi senza, però, abbandonare l’arduo compito di costruire una struttura politica più aperta e più capace di includere le diversità della sinistra. Triste sembra, invece, il destino dei Cinque Stelle incapaci di bloccare le ingenti perdite verificatesi anche nel voto in Calabria. Ragionando, dovrebbero cercare di guadagnare tempo restando al governo, rivendicando le loro riforme nella speranza che l’elettorato torni da loro. L’Emilia-Romagna dice che il buongoverno può essere premiato.

Pubblicato AGL il 28 gennaio 2020