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Un Matteo tira l’altro. Perché Renzi ha salvato Salvini da @formichenews
La Giunta per le Immunità al Senato vota contro il rinvio a giudizio di Matteo Salvini per il processo sulla vicenda Open Arms. Decisiva la mossa di Italia Viva, che ha scelto di non partecipare al voto. Pasquino: il mordi e fuggi di Renzi continuerà…
Dall’intervista di Franco Bechis
Matteo salva Matteo. Colpo di scena al Senato: Italia Viva non ha partecipato al voto della Giunta per le Immunità su Matteo Salvini. Il leader della Lega dunque non sarà rinviato a giudizio come richiesto dai magistrati siciliani che indagano sul caso Open Arms. Tredici i voti contrari, solo 7 a favore.
I tre senatori di Iv, il vicepresidente Giuseppe Cucca, Nadia Ginetti e Francesco Bonifazi, non hanno preso parte al voto, volgendo i numeri a favore dell’ex ministro dell’Interno, che ha potuto così contare su tredici voti (4 di Fi, 1 di Fdi, 5 della Lega, 1 delle Autonomie), più quello della senatrice M5S dissidente Alessandra Riccardi e di Mario Giarrusso, l’ex grillino che doveva avere l’ultima parola sul voto ma, grazie alla mossa di Iv, non si è rivelato determinante.
Solo sette sono stati i voti contrari. Quattro senatori del M5S, e insieme a loro Pietro Grasso (Leu), Gregorio de Falco (Misto) e Anna Rossomando (Pd).
Nel comunicato di Bonifazi le ragioni dello smarcamento dei renziani last minute. “Italia Viva ha deciso di non partecipare al voto sulla vicenda Open Arms: ci rimettiamo dunque all’aula” ha annunciato l’ex tesoriere del Nazareno. “Non c’è stata a nostro parere un’istruttoria seria, così come avevamo richiesto sia in questo caso che nella precedente vicenda Gregoretti: era necessario ricevere indicazioni sui rischi reali di terrorismo e sullo stato di salute riguardo alle imbarcazioni bloccate in mare dall’ex ministro dell’Interno, che non sono arrivate. Dal complesso della documentazione prodotta, non sembrerebbe emergere l’esclusiva riferibilità all’ex Ministro dell’Interno dei fatti contestati”.
Ma il vero affondo politico è contenuto in una frase: quella in cui il gruppo di Iv sostiene che all’epoca il ministro dell’Interno abbia avuto “l’avallo del governo”. Ovvero il via libera, e la compartecipazione, del premier Giuseppe Conte. Tira un sospiro di sollievo Salvini in diretta su Facebook. “Una buona notizia in periodi di attacchi, la buona notizia è che la Giunta del Senato ha appena detto no all’ennesimo processo a mio carico”.
“Matteo Renzi ha dimostrato ancora una volta non solo che esiste, ma che ha un potere significativo sul funzionamento della coalizione di governo, la cui esistenza attribuisce alla sua giravolta di agosto. È solo un episodio, ce ne saranno altri”, commenta con Formiche.net Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica dell’Università di Bologna. “Il comunicato renziano è un messaggio chiaro che Conte deve recepire – continua. Quello di Renzi, dice Pasquino, è “un mordi e fuggi”, e continuerà a lungo: “Non si capisce perché non debba approfittare di una carta importante fra le mani. Fa bene a giocarsela, funziona così per i piccoli partiti dei governi di coalizione”.
Funzionava così anche un tempo: “Lo facevano anche con la Dc, che però, una volta tornati alle urne, rivinceva e poteva regolarsi di conseguenza nella formazione del nuovo governo. Il governo Conte questo giochetto non può permetterselo”. Quanto al processo per Open Arms, Pasquino ha più di un dubbio: “I tre senatori di Iv hanno fatto bene ad essere garantisti. Il giudizio era piegato contro Salvini e poco sulle carte e gli atti, era inquinato fin dall’inizio”.
Pubblicato il 26 maggio 2020. L’intervista integrale su formiche.net
Dopo fake news e gossip, Conte (ora) è più forte
Limpidamente bocciata nell’aula del Senato la sfiducia delle destre e della radicale Bonino contro il Ministro della Giustizia Bonafede, è venuto il tempo di fare chiarezza sullo stato di salute del governo, del Parlamento, della democrazia italiana. Forse, solo momentaneamente zittiti, i retroscenisti ricominceranno fra qualche tempo a dire che sentono spifferi e scricchioli, tensioni e conflitti, che si moltiplicano le voci di crisi del Governo Conte e di sostituzione del Presidente del Consiglio (ad opera del solito noto che immagino, conoscendolo, sorridente e preoccupato). Sono tutte fake news e gossip sostanzialmente irrilevanti. Quand’anche Renzi ottenesse qualche Presidenza di Commissione chi conosce i governi di coalizione sa che sono richieste fisiologiche e non scandalose che potrebbero persino rafforzare il governo. Lascerei alle sedicenti anime belle, ma certo non brave dal punto di visto delle conoscenze del funzionamento delle democrazie parlamentari, di stracciarsi le vesti. Poi, magari, potrebbero gettare uno sguardo oltre le Alpi e, non dico che apprenderebbero, ma almeno vedrebbero la normalità di pratiche nient’affatto eversive.
Conte ne esce effettivamente rafforzato anche perché, come nei Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, ci ha messo la faccia. Si è assunto responsabilità politiche e personali. Talvolta commette errori, ma ha dimostrato di sapersi correggere e di non attribuirli ad altri. Appena smetto di ridere vorrei anche aggiungere che non ho mai letto di derive autoritarie effettuate attraverso la decretazione d’urgenza. Né mi pare che il Presidente del Consiglio abbia chiesto “pieni poteri”. Assolutamente fuori luogo proporre un paragone fra Conte e Orbán che s’era già deliberatamente incamminato su un percorso poco democratico.
Avendo, sicuramente, più a cuore di molti di noi la democrazia, le anime belle si sono ripetutamente lamentate poiché il Parlamento italiano era chiuso non per ragioni legate al contagio, ma perché “qualcuno” voleva evitare che controllasse le pericolosissime attività sovversive del governo Conte. Con la riunione d’aula di mercoledì 20 maggio, il Senato ha già tenuto sei sessioni in maggio. Furono sei in marzo e nove in aprile. Per la Camera i dati sono otto in marzo, dodici in aprile, sei, finora, in maggio. Negli stessi mesi, la Camera dei Comuni inglese, la madre di tutte le Camere basse, si è riunita dieci volte in marzo, quattro in aprile, cinque in maggio; il Bundestag tre volte in marzo, due in aprile, cinque in maggio; il Congreso de los diputados spagnolo nove volte in marzo, sette in aprile, due in maggio; la Camera bassa austriaca (Nationalrat) quattro volte in marzo, quattro in aprile, due in maggio..
Sono ancora esterrefatto che, a suo tempo, nessuno abbia replicato a Salvini, giunto fino all’occupazione per poche ore del Senato, a Meloni e ai commentatori piangenti che: “Ciascuna Camera può essere convocata in via straordinaria per iniziativa del suo Presidente o del Presidente della Repubblica o di un terzo dei suoi componenti” (art. 62 della Costituzione). Al Senato il centro-destra ha 142 seggi su 320, alla Camera 265 su 630, quindi, in entrambi i casi ben più di un terzo (Senato 107; Camera 210). Una semplice e veloce raccolta di firme telematiche, smart collection, e le Camere si sarebbero dovute riunire. No, non è stato il governo a tenere chiuso il Parlamento, ma l’ignoranza e il disinteresse di chi strepitava e non agiva. Infine, la democrazia italiana, appena scossa delle differenze d’opinione e politiche fra le regioni e il governo, non esce in nessun modo indebolita da questa difficile, non finita, prova. Ha inevitabilmente manifestato inadeguatezze che sono strutturali (quelle della burocrazia), ma nessun cedimento nelle sue strutture portanti: Parlamento, governo, Presidente della Repubblica. In attesa del prossimo voto in aula e del prossimo dottissimo retroscena.
Pubblicato il 22 maggio 2020 su Il fatto Quotidiano
Chi può essere così stupido da fare una crisi di governo? #Intervista @fattoquotidiano
È ridicolo accusare Conte di una svolta autoritaria. Ed è folle pensare di sostituirlo durante la pandemia
Intervista raccolta da Tommaso Rodano
“Non andrà tutto bene e non torneremo come prima”. Gianfranco Pasquino si muove tra un ragionamento e l’altro con ampio ricorso all’ironia. Non è appassionato della retorica anti-virus, sorride degli slogan di questi giorni. “Primo: non è andato tutto bene, non va tutto bene, è difficile che andrà bene in futuro. Secondo: non torneremo come prima. Abbiamo perso denaro, speranze, opportunità. E non deve tornare come prima: non voglio tornare all’Italia dei processi per corruzione, del dominio della criminalità organizzata, dell’evasione fiscale di massa. Non tornerà tutto come prima: spero proprio di no. Spero che si faccia tutto meglio”.
C’è chi accusa il governo di calpestare le garanzie costituzionali. Cito Matteo Renzi; “Nemmeno durante il terrorismo abbiamo derogato così tanto alla Costituzione”. Concorda?
Scriva che la risposta inizia così:. Pasquino sospira profondamente… No, non concordo. Sono esagerazioni, errori, provocazioni che possono provenire solo dall’ex segretario del Pd. Ha il dente avvelenato ed è in costante ricerca di pubblicità.
Secondo lei Conte non ha commesso nessuna forzatura?
Chi sa interpretare la Costituzione spiega questo: ci sono delle azioni che stanno dentro la Carta, altre che sono fuori dalla carta (ma senza arrecarle danno) e altre ancora che invece le vanno contro. Nel peggiore dei casi -e io non concordo con questa tesi- i decreti del Presidente del Consiglio possono essere considerati extra-costituzionali. Peraltro i DPCM sono stati raccolti in un testo che sarà sottoposto al voto del Parlamento. Siamo seri: è incredibile pensare davvero che Conte stia scivolando verso una deriva autoritaria.
Riconoscerà che c’è un aumento del controllo e della pressione dello Stato sulle libertà individuali. Non la preoccupa?
Penso che sia sempre legittimo preoccuparsi delle proprie libertà, ma credo pure che si debbano considerare le libertà degli altri. Il limite è sempre quello: posso rivendicare il mio diritto a circolare liberamente se mette in pericolo il diritto alla salute di chi mi sta vicino? Le scelte del governo mi paiono giustificate e giustificabili. 
Sono anche giuste, oltre che giustificabili?
Alcune cose si potevano fare meglio. Alcune decisioni potevano essere modulate in modo diverso. Ma sarebbe servita una grandissima capacità, che temo la burocrazia italiana non abbia. Vista la gravità della situazione, meglio essere più rigidi piuttosto che più flessibili.
Almeno sulla comunicazione il governo poteva lavorare meglio, non crede?
Avrei preferito che il Presidente del Consiglio comunicasse meno, e magari in orari più consoni. Nel complesso però il tono di Conte mi è parso buono: è sfuggito sia alla retorica dell’esagerazione sia al vittimismo di spostare la responsabilità su altri. E poi mi chiedo: qualcun altro ha comunicato meglio di Conte? O avrebbe potuto comunicare meglio?
Salvini ha “occupato” il Parlamento.
Segno di un nervosismo clamoroso. Era stato beffato dal flash mob della Meloni, ha dovuto alzare l’asticella, ma non mi pare un gran gesto. La sua macchina della comunicazione ha perso originalità, è capace solo di una propaganda aggressiva. In questa situazione invece servono empatia e condivisione del dolore. Non si guadagna consenso attaccando il governo.
Ne è così sicuro? Nei retroscena dei quotidiani è un gran scrivere di “unità nazionale”, un governo nuovo per sostituire Conte. Non ci crede?
Io non metto in dubbio che ci sia qualcuno che ritenga necessario sostituire Conte. Però penso che sbagli. Il premier ha un indice di gradimento molto alto, non è facile nemmeno immaginare una figura di quel genere, ha dimostrato capacità notevoli in questa fase. E poi attenzione: sostituire Conte significa aprire una crisi di governo. Chi può essere così stupido da provocare una crisi di governo nel pieno di un’emergenza tremenda?
Sono sicuro che qualcuno le viene in mente
Ma ci sono delle difficoltà che è impossibile ignorare. Una nuova maggioranza deve passare attraverso il Movimento Cinque Stelle. E i grillini non sono disponibili a sostituire Conte. In questa fase evocare la crisi è un discorso pazzesco che possono permettersi solo alcuni editorialisti e commentatori che non sanno scrivere di altro.
Sta di fatto che si parla e si scrive tanto di Mario Draghi
La figura di Draghi pesa: ha statura, visibilità, competenza. Io lo conosco personalmente, almeno un po’, e non mi pare proprio che abbia l’ambizione di essere preso da qualcuno e piazzato a Palazzo Chigi.
Però il suo intervento nel dibattito sulla crisi è stato significativo. E non ha mai smentito queste voci.
Il suo articolo sul Financial Times serviva -e in parte c’è riuscito- a orientare la politica della Commissione europea. Poi sono convinto che non smentisca le voci su di lui perché non vuole alimentare con il chiacchiericcio politico: sta zitto perché non vuole essere coinvolto. E credo sappia benissimo che guidare un paese è molto diverso da amministrare una banca centrale. Non lo vedo premier ora ma potrebbe essere un eccellente candidato alla presidenza della Repubblica nel 2022. La sua figura avrebbe un peso nel quadro europeo.
La politica è diventata subalterna di tecnici e scienziati?
No. È diventata consapevole di una verità importante: le competenze scientifiche sono irrinunciabili perché i politici facciano scelte corrette. Se i tecnici e gli scienziati sono bravi, il loro lavoro è fondamentale per indicare il costo di una scelta pubblica. È un passo avanti, non una rinuncia all’autonomia.
Pubblicato il 4 maggio 2020 su Il Fatto Quotidiano
Conte da avvocato del popolo a pubblico ministero d’Italia @HuffPostItalia
I retroscenisti si affannano a trovare i nomi dei suoi possibili sostituti, ma il Professor Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio dei Ministri, a suo tempo autodefinitosi “avvocato del popolo”, rimane comodo e sicuro di sé a Palazzo Chigi. È già riuscito nell’impresa solitaria, vale a dire effettuata, nella pur variegata storia repubblicana dei capi di governo, solo da lui, di guidare due governi dalla composizione molto diversa. Privo di qualsiasi base politica e, a quel che si vede, di sostegno proveniente da associazioni del più vario tipo, dei più o meno fantomatici “poteri forti”, inizialmente proposto e poi appoggiato dal Movimento Cinque Stelle, da qualche mese Conte “gioca” in proprio. La sua popolarità personale è nettamente superiore a quella dei concorrenti, Salvini e Meloni, e a quella degli alleati Di Maio, Zingaretti, Crimi. Immagino che al nome di Di Battista, la sua reazione sia una scrollata di spalle.
Nel corso del tempo, Conte ha dimostrato una dote alquanto rara: crescere nel suo ruolo, imparare senza imitare o farsi risucchiare dai politicanti e nel politichese. Ha saputo conquistarsi un’autonomia relativa dai Cinque Stelle, che hanno assoluto bisogno, non di “uno come lui”, ma proprio di lui, e anche del Partito Democratico, che non può neppure pensare di sostituirlo con uno dei suoi dirigenti perché destabilizzerebbe la coalizione e, non posso non aggiungere, non ha attualmente dirigenti all’altezza.
Conte ha dimostrato di sapere combattere le battaglie parlamentari. Nel discorso di agosto 2019 sul cambio di governo, ribaltone pienamente legittimo in tutte le democrazie parlamentari, Conte ha sovrastato Matteo Salvini, suo avvilito e allibito compagno di banco in via d’uscita. È variamente riuscito a non farsi trascinare nelle liti fra Cinque Stelle e Democratici, per esempio, sulla prescrizione. Non ha mai osteggiato gli esperti né ha ondeggiato sulle politiche che preferisce. Non può essere accusato di doppiopesismo e doppiogiochismo. Dal momento dell’insorgere del coronavirus non ha né sottovalutato la gravità della situazione né temporeggiato sulla necessità di una risposta. Qualcuno lo accusa di avere ecceduto in personalizzazione sia nelle troppo frequenti presenze televisive sia nella emanazione di Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM). Però, non si è sottratto al confronto con il Parlamento e mi pare risibile accusarlo di autoritarismo strisciante e molto grave dargli del traditore. Forse poteva anche non reagire con durezza e criticando con nome e cognome gli accusatori, ma non era solo un problema personale, ma di dignità istituzionale. Un paese che ha a capo del governo un traditore si scredita a livello europeo e internazionale.
La scommessa più azzardata Conte l’ha fatto sul terreno in partenza meno favorevole: quello dell’Unione Europea e dei finanziamenti agli Stati-membri maggiormente colpiti dal Covid-19. Ritengo che sia partito male opponendosi ideologicamente, come, peraltro, hanno fatto quasi tutti i Cinque Stelle, a qualsiasi ricorso al MES anche quando era chiaro che i fondi per le spese direttamente e indirettamente sanitarie sarebbero erogati senza condizionalità. Però, la durezza sembra avere pagato. A livello europeo, si è aperta la strada, grazie soprattutto alla sua intransigenza, ad una politica di sostegno e solidarietà economica prima inimmaginabile.
Leadership è capacità di indicare percorsi e di guidare. Conte non è più soltanto l’avvocato del popolo –espressione, peraltro ambigua e che male si attaglia ai compiti istituzionali di un capo di governo. Si è trasformato. Restando in metafora si potrebbe sostenere che, nei confronti dell’Unione Europea, si è comportato come un Pubblico Ministero accusandola di (evidenti) inadempienze, e vincendo il processo di primo grado. Tutto, dunque, perfetto? La valutazione complessiva dell’operato delle autorità politiche si fa a fine mandato anche sulla base del loro lascito. In mezzo al guado, il Presidente del Consiglio Conte ha saputo fare di più che semplicemente barcamenarsi. Invece di interrogarsi su come e con chi sostituirlo, mi parrebbe più proficuo suggerire ai componenti della coalizione di governo quali politiche dovrebbero essere cambiate, migliorate. La duttilità mostrata dal Presidente Conte incoraggia a pensare che saprebbe fare buon uso di suggerimenti fondati.
Pubblicato il 24 aprile 2020 su huffingtonpost.it
Conte e il bicchiere europeo mezzo pienotto
Non so se al prossimo vertice dei capi di governo europei Conte otterrà quello che vuole. Mi pare abbia chiesto troppo, troppo in fretta. Nel lungo periodo, probabilmente, l’Unione riuscirà a raggiungere un accordo su obbligazioni davvero europee, gli Eurobond. Ma, nel lungo periodo, come disse il grande economista John Maynard Keynes, saremo tutti morti. Il fatto è che già adesso non stiamo affatto bene, e nel breve periodo rischiamo di stare molto peggio. Fa male Conte a rigettare l’attivazione del MES (Meccanismo Economico di Stabilità) che consentirebbe all’Italia di avere subito 37 miliardi di Euro senza condizioni purché siano utilizzati esclusivamente per spese mediche e affini. Anzi, sbugiardando Salvini e Meloni, che hanno firmato proprio il MES al quale ora si oppongono strenuamente e strumentalmente, Conte ha il dovere politico di spiegare esattamente che sono fondi aggiuntivi che non mettono in nessun modo sotto controllo l’economia italiana, i governanti, le loro scelte.
Per avere maggiore forza negoziale, Conte dovrebbe pensare soprattutto a come spiegare agli altri capi di governo europei, contando sulla disponibilità già espressa dalla Presidente della Commissione Ursula von der Leyen e dai Commissari all’Economia, che è incline ad accettare i fondi di provenienza MES in cambio di un impegno comune a procedere alla creazione di strumenti simili agli Eurobond. Affinché la sua posizione negoziale abbia maggiore credibilità e quindi probabilità di successo, sono indispensabili due profondi cambiamenti. Li può innescare Conte stesso, da un lato, spiegando l’ammorbidimento della sua posizione poiché ha acquisito nuovi dati sulla gravità della situazione sanitaria e socio-economica italiana. Dall’altro, facendo cambiare opinione ai Cinque Stelle a cominciare da Di Maio e Crimi che insistono in un “no” pregiudiziale e rigidamente ideologico, vale a dire, senza tenere conto dei fatti e dei dati.
Se i giornalisti che scrivono sull’Unione Europea senza il retroterra di conoscenze, prestassero più attenzione ai fatti che alle affermazioni e ai tweet degli (ir)responsabili politici, renderebbero un utile servizio all’opinione pubblica italiana e al paese. Infatti, un capo di governo che si presenta ad un vertice quasi decisivo con una parte della maggioranza che dichiara ai quattro venti la sua indisponibilità all’uso limitato e condizionato alla drammaticità sanitaria dello strumento MES, già considerata positivamente da tutti gli altri capi di governo (infatti, Conte ha dovuto porre il suo personale veto) parte in condizioni di debolezza. Dimostrando flessibilità Conte otterrà sicuramente di più. Non tutto quello che vuole perché le decisioni che debbono essere prese da ventisette capi di governo hanno bisogno di maturazione. È prevedibile che l’Unione riuscirà quantomeno a fare qualche piccolo, ma utile, passo avanti mantenendo la strada aperta. Allora, Conte potrà, dovrebbe, persino vantarsi di un bicchiere diventato mezzo pieno.
Pubblicato AGL il 20 aprile 2020
Gianfranco Pasquino: “Conte está en una posición sólida: la oposición no propone nada mejor” @AgenciaTelam
El politólogo y analista analiza la situación política del país, uno de los más impactados por la pandemia del coronavirus.
El primer ministro de Italia, Giuseppe Conte, “está en una posición política bastante sólida” pese al tremendo impacto de la pandemia de coronavirus, ya que la oposición “no presentó nada mejor, ni original, ni útil”, y sería “irresponsable” forzar una caída del Ejecutivo en medio de la crisis, dijo en una entrevista con Télam el politólogo y analista italiano Gianfranco Pasquino.
“El profesor Giuseppe Conte, que inesperadamente se convirtió en Presidente del Consejo de Ministros el 1 de junio de 2018, ha aprendido gradualmente, incluso de forma un poco sorprendente, el trabajo de jefe de Gobierno”, planteó Pasquino, profesor de la Universidad Johns Hopkins, de Estados Unidos, y profesor emérito de Ciencia Política de la Universidad de Bolonia.
Según Pasquino, Conte, “en un hecho único y raro, llegó además a sobrevivir a un cambio de coalición, en agosto de 2019, excluyendo al ultraderechista Matteo Salvini, jefe del partido italiano más grande según los sondeos, la Liga (ex Liga Noorte), e incluyendo a un partido, el Democrático (PD), al que el Movimiento Cinco Estrellas (M5E) había tratado con un desprecio desagradable”.
“Actualmente, Conte está en una posición bastante sólida políticamente, incluso si, inevitablemente, el coronavirus ha golpeado de forma muy dura a los italianos y ha dañado profundamente la economía”, planteó Pasquino, en un marco en el que el coronavirus mató a más de 22.000 personas en el país europeo.
Desde el 10 de marzo, Conte propuso una serie de medidas escalonadas de restricciones hasta llegar a una cuarentena que se mantendrá hasta el 3 de mayo con prohibición de funcionamiento para todas las industrias consideradas no esenciales.
“Conte hace lo que puede. Sin de ninguna manera ser indulgente con él, no veo quién sabría hacerlo mejor, o menos peor, en todo caso”, analizó Pasquino en esa dirección.
Según el politólogo y dos veces senador italiano, las principales fuerzas de oposición a Conte, la Liga de Salvini y los Hermanos de Italia, de Giorgia Meloni, “no están siendo amigables” con el gobierno.
“Critican lo hecho por Conte, a su persona, y las decisiones del Gobierno. Es una facultad de ellos, pero hasta ahora no han sabido proponer nada mejor, ni original, ni útil”, planteó el analista, discípulo del reconocido Norberto Bobbio.
“Además, las oposiciones a nivel nacional gobiernan en Piamonte, Véneto, Lombardía y tienen no pocas responsabilidades en la mala gestión de la crisis, en particular en Lombardía”, agregó, en referencia a la norteña región que concentra cerca del 50% de las víctimas y que gobierna Attilio Fontana, de la Liga.
En ese marco, Pasquino recordó también la disputa que ha abierto Conte con Europa para que se establezca un mecanismo de solidaridad económica con los países que más sufrirán la crisis.
“Conte ha desafiado a Europa, o más bien, mejor dicho, a los países más críticos de Italia, con una referencia justa al principio de solidaridad. Y tiene razón”, sentenció Pasquino.
“Creo que planteó un problema real, pero lo hizo con demasiada prisa y rigidez. Obtendrá algo más, pero en el complejo Gobierno italiano, está en una situación de relativa debilidad, en particular porque el Cinco Estrellas y Luigi Di Maio, su canciller, son muy ambiguos respecto a sus relaciones con la Unión Europea”, advirtió de todos modos el analista de 78 años.
Luego de una primera etapa de la crisis en la que sectores de la oposición reclamaban la presencia de un gobierno técnico, Pasquino considera “irresponsable” que se pueda avanzar en la caída del actual Ejecutivo.
“El Gobierno ‘Conte-2’ es el único Gobierno actualmente posible”, manifestó.
“Me parece absurdo e irresponsable, no solo para Italia sino para cualquier país, sustituir el Gobierno en una fase de crisis tan aguda, un Gobierno que algo ha aprendido y que, de todos modos, tiene más conocimiento que la oposición y mucha más credibilidad en Europa”, destacó.
Además, opinó que “la clase política italiana no tiene grandes líderes. No veo a ninguno que pueda decir con seguridad ‘será un jefe de Gobierno mejor que Conte'”.
“El gobierno debe proponerse durar al menos hasta enero de 2022, cuando el actual Parlamento, en el que el Cinco Estrellas y el PD tienen la mayoría absoluta, podrán elegir al próximo Presidente de la República”, agregó, en referencia a la elección del sucesor del actual mandatario Sergio Mattarella, que puede postularse a la reelección.
“Los Cinco Estrellas y el PD pagarían carísimo cualquier error que lleve a la caída del Gobierno de Conte. El virus puede volver muy difícil la viabilidad del Gobierno, pero la muerte del Gobierno podría ser decretada por decisiones equivocadas, ambiciones mal puestas y comportamientos intolerables de todos los que deberían hacer funcionar y durar el Gobierno”, finalizó Pasquino.
Publicado el 18 de abril de 2020 en Télam – Agencia Nacional de Noticias
Il confronto tra banco e Pd nel mare della sinistra #sardine #FormicheRivista @formichenews
In FORMICHE RIVISTA n. 156
Politica in movimento. Sardine, grillini e non solo. Una radiografia
pp. 15 16
I movimenti nascono quando una società è viva e quando l’insoddisfazione nei confronti del suo funzionamento e di quello della sfera politica è altrettanto viva e vivace. La fase di effervescenza vede il mobilitarsi di alcuni/molti settori di quella società intorno ad una tematica generale che non ha bisogno di essere né precisata né declinata. Ci si trova insieme, si sta insieme, si agisce insieme poiché esiste un idem sentire. In qualche situazione, il mobilitatore è un leader già noto, subito riconoscibile. È stato il caso di Beppe Grillo che poteva utilizzare/sfruttare non soltanto la sua notorietà, ma anche le sue doti di comico e attore. In altre situazioni, la mobilitazione può prendere le mosse dalla critica nei confronti di un “nemico”, lui sì molto noto e anche controverso: Matteo Salvini. Anche il Movimento 5 Stelle individuò/trovò rapidamente il suo nemico: la Casta (strada spianata da non pochi giornalisti italiani) e contro la Casta ha costruito gran parte della sua fortuna politica e elettorale.
Le Sardine hanno usato il (loro) nemico principalmente per connettersi, per espandersi, per frequentare le piazze, per lanciare messaggi di politica seria e sobria. Non “seria” (a volte scherzosa, più spesso sarcastica), non sobria, ma sopra le righe e gridata, anche volgare (talvolta consapevolmente, talaltra per incapacità di fare diversamente) è stata la politica di Grillo e dei Cinque Stelle. Indossato la cravatta, i Cinque Stelle “di governo”, hanno cambiato di pochissimo il lessico, togliersi la cravatta, per i Cinque Stelle “di lotta”, significa tornare al popolo proprio mentre questo “popolo” se ne sta andando, con la sua solo parzialmente diminuita irritazione, ferma restando la sua insoddisfazione.
In una certa misura, il Movimento 5 Stelle s’è fatto, proprio come indicato più di quarant’anni fa da Francesco Alberoni, istituzione. In maniera riluttante, dimenandosi fra contraddizioni, respingendo le responsabilità, sostenendo di volere mantenere un’impossibile purezza (di cosa? di comportamenti? si può; di solitudine? impossibile), i Cinque Stelle sono entrati nel vortice del governo, in qualche modo, “istituzionalizzandosi”. Non del tutto a loro insaputa, ma non sapendo come “difendersi” dagli imperativi delle scelte da fare e non fare. Nella loro fase di movimento, le Sardine stanno raccogliendo insoddisfazione che incanalano verso la sinistra mirando soprattutto a svegliarne i dormienti e a raggiungerne le sparse membra.
Se i Cinque Stelle dicono di non essere né di destra né di sinistra (ma “confusi” nello schieramento sociopolitico), le Sardine nascono, stanno, nuotano, si muovono nella sinistra, quella non partitica non organizzata non ufficiale. La smuovono? In Emilia-Romagna in parte sì. Altrove lo si vedrà. Privi di un capo fanno affidamento sui quattro promotori. Nella misura in cui si estendono incontrano problemi di composizione di diversità, non di conformismo. Da più parti si chiede loro il passo dell’istituzionalizzazione. Difficile da compiere, ma qualche rafforzamento organizzativo è nelle cose/nelle corde, questo passo sembra prematuro. Il futuro è solo in parte nelle loro mani. Dipende dalle scadenze elettorali e, soprattutto, dipende dal campo della politica, del PD e delle sinistre. Debbono chiedere apertura e valutare le modalità e le possibilità di inclusione, senza farsi disgregare e/o fagocitare.
Con energia e intelligenza, approfittando delle circostanze favorevoli, Grillo si creò un grande spazio, lo colmò, lo sfruttò. Parte della spazio a sinistra è occupato da un attore, il PD, tutt’altro che “movimentista” e che non si è mai neppure mostrato disponibile ad aperture. La sfida incombente riguarda entrambi: le Sardine e la piccola, ma astuta, casta dei dirigenti del PD. Contaminazione fu la disattesa parola chiave dei fondatori del Partito Democratico. Andare oltre è oggi indispensabile verso la “circolazione” di chi dirige, anche per garantire alle Sardine che verranno l’agibilità politica che serve a ridurre l’insoddisfazione e a incoraggiare l’azione. Se no, mare aperto.
Gianfranco Pasquino è Professore Emerito di Scienza Politica. Di recente ha pubblicato Minima Politica. Sei lezioni di democrazia (UTET 2020) e Italian Democracy. How It Works (Routledge 2020).
Coesione nazionale nel rispetto dei ruoli
Quale è il modo migliore per affrontare un’emergenza grave come un disastro naturale di grandi dimensioni o un’epidemia, come quella causata dal coronavirus, che colpisce le zone più sviluppate dell’Italia e minaccia di danneggiare fortemente l’economia del paese? Secondo Matteo Renzi e Matteo Salvini l’inizio della soluzione si trova nella sostituzione del governo in carica (per Renzi deve soprattutto andarsene Conte) con un governo di unità nazionale, seguito appena possibile, secondo Salvini, da nuove elezioni. La proposta, interpretata come si deve, cioè, da un lato, strumentale, dall’altro, opportunistica, non ha trovato praticamente nessuna sponda. Se davvero l’opposizione, con Salvini che ne è il capo non ufficiale, e Renzi che svolge il ruolo di guastatore interno alla maggioranza, intende contribuire al superamento dell’emergenza, ha due notevoli possibilità. Primo: adoperarsi per migliorare le soluzioni proposte dal governo, mai sabotandole, ma appoggiandone attivamente l’attuazione concreta. Secondo: ridurre il livello del conflitto politico mandando il messaggio di responsabilità e coesione che più conta per l’immagine dell’Italia in Europa e nel mondo. Forse è utile aggiungere che qualsiasi crisi di governo nell’attuale situazione avrebbe conseguenze esiziali. Costerebbe tempo e denaro rendendo inevitabilmente più complicati gli interventi necessari che i ministri in carica e le autorità della Protezione civile stanno mettendo in pratica sulla base di conoscenze acquisite non immediatamente e facilmente trasferibili. Se esistessero personalità politiche e scientifiche nei ranghi dell’opposizione in grado di offrire effettivamente conoscenze che l’attuale governo non ha, nulla osta che lo facciano in nome del senso dello Stato e dell’appartenenza alla comunità italiana. Non è comunque in questa direzione che sembra andasse la richiesta/ proposta di governo di unità nazionale. Forse è già tramontata e sarebbe opportuno dimenticarla se non fosse che non è affatto da escludere che ritorni a galla. Infatti, tanto Matteo Salvini quanto Matteo Renzi continuano ad avere bisogno di visibilità politica per non essere oscurati dalla struttura della situazione nella quale tutti, meno i quotidiani e gli editorialisti della destra, inevitabilmente guardano con speranza a quello che il Presidente del Consiglio Conte e il suo governo fanno. Criticare fermamente e respingere la proposta di governo di unità nazionale serve a evitare che sia soltanto spinta sotto il tappeto e rimanga pronta ad essere resuscitata. Nelle emergenze il protagonismo di alcuni non è mai positivo quando serve solo obiettivi personalistici. Nelle emergenze deve essere potenziata l’azione delle istituzioni, in questo caso il governo e il suo capo con i loro collaboratori specializzati. Superata l’emergenza a tutti sarà chiesto di assumersi la responsabilità di quanto fatto, fatto male, non fatto. In trasparenza senza confusione di ruoli.
Pubblicato AGL il 29 febbraio 2020
Politica, intervista a Gianfranco Pasquino @FuturoEuropa
Gianfranco Pasquino (1942), torinese, laureato in Scienza politica con Norberto Bobbio si è specializzato in Politica Comparata con Giovanni Sartori. Professore di Scienza politica nell’Università di Bologna dal 1969 al 2012, è stato nominato Emerito nel 2014. Ha insegnato cinque anni (1970-1975) alla Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” di Firenze, alla School of Advanced International Studies di Washington, D.C., alla Harvard Summer School, all’Università di California, Los Angeles. È stato Fellow di ChristChurch e St Antony’s a Oxford ed é Life Fellow di Clare Hall, Cambridge. Attualmente è Senior Adjunct Professor of European and Eurasian Studies alla Johns Hopkins University SAIS Europe di Bologna. Fra i fondatori della “Rivista Italiana di Scienza Politica”, ne è stato Redattore Capo dal 1971 al 1977 e condirettore dal 2000 al 2003. È anche stato Direttore della rivista “il Mulino” dal 1980 al 1984. Condirettore, insieme a Norberto Bobbio e Nicola Matteucci del Dizionario di Politica (UTET 2016, 4a) di cui ha scritto una trentina di voci, fra le quali “Governi socialdemocratici” e “Rivoluzione“. Co-curatore dello Oxford Handbook of Italian Politics (2015) e autore di Italian Democracy. How It Works (2020) . Già Senatore della Sinistra Indipendente dal 1983 al 1992 e dei Progressisti dal 1994 al 1996, è socio dell’Accademia dei Lincei.
Le recenti elezioni regionali con la sconfitta di Salvini hanno al momento rafforzato il governo Conte, il pericolo è scampato o viste le tensioni con Itala Viva di Renzi il percorso sarà ancora irto di ostacoli?
Sono contento che “le elezioni del secolo” si siano svolte in Emilia-Romagna e del risultato che ne è conseguito, perché se avesse perso la sinistra di Bonaccini ci sarebbe stato un rimbalzo molto forte e sgradevole. Viceversa ha perso Salvini e il governo ha ripreso la sua dinamica, è un esecutivo sostenuto da due partiti più alcune componenti come LEU e Italia Viva, che non sono molto vicine in termini politici. Queste forze hanno aspettative diverse e le persone che ne fanno parte provengono da percorsi diversi, questo porta alla nascita di vari problemi. Purtroppo Renzi possiede una innata capacità di intralciare, danneggiare, sabotare, l’attività di governo; e lo fa perché ha bisogno di spazio e visibilità, ha necessità di interviste, è una vera e propria mina vagante, difficile capire se voglia fare cadere il governo o meno. Non credo sia nel suo interesse, ma già in passato ha commesso errori di questo tipo e non posso escludere che non li commetterà adesso. Farlo ora sarebbe molto grave, perché in caso di elezioni anticipate vorrebbe dire consegnare il paese a Salvini e al centro-destra, anche se in termini non così ampi come loro credono. Questo a meno che Salvini non commetta errori in campagna elettorale, come ha fatto anche recentemente. A maggior ragione bisogna evitare che vinca prima dell’elezione del prossimo Presidente della Repubblica. Il governo dovrebbe quindi durare fino a gennaio 2022, e penso sia un obiettivo conseguibile.
Già in passato, in occasione degli incontri in Nomisma con il Cattaneo riguardo passate elezioni, lei sosteneva che l’Emilia-Romagna sia un caso particolare nel panorama italiano. Alla luce di questa considerazione possiamo presumere che ci sia una ripresa nazionale della sinistra o siamo di fronte a una vittoria limitata alla situazione particolare dell’Emilia-Romagna?
L’Emilia-Romagna continua a rimanere un caso a sé stante, così come Bologna, non mi pare ci siano i motivi per cambiare idea, ma si possono individuare alcuni elementi importanti. Il primo punto è che laddove il PD si apre ad apporti esterni, che possono convergere su una persona, in questo caso il Presidente Bonaccini aveva lavorato bene, gli si riconoscono doti di onestà e competenza. Ora bisogna trovare qualcuno a livello nazionale che sia capace di amministrare, in maniera onesta, rigorosa, vigorosa, posso citare il caso di Zingaretti che è segretario, ma non parlamentare. Quindi per le prossime elezioni bisognerebbe arrivare ad avere un partito aperto e inclusivo. Trasportare “semplicemente” il modello Emilia-Romagna a livello nazionale mi pare sbagliato. Bisogna agire a seconda delle elezioni, non esportare il modello.
Il Movimento delle Sardine forse non ha portato voti nuovi, ma ha riportato alle urne elettori che si erano disaffezionati e non votavano più. Anche questo è un fenomeno limitato all’Emilia-Romagna o può avere una valenza nazionale in futuro?
Nella misura in cui le Sardine capiranno che devono operare di volta in volta laddove si aprono opportunità, possono essere importanti e a volte anche decisive. Nel caso dell’Emilia-Romagna hanno certamente portato ai seggi persone che altrimenti non sarebbero andate a votare. Questo può succedere anche altrove, che poi possano risultare decisive a livello nazionale è complicato dirlo. Bisognerà vedere come si arriverà alle elezioni, come si presenteranno, che tipo di organizzazione riusciranno a darsi, se con una loro lista e un simbolo specifico. Oppure se vogliono limitarsi a dare indicazioni di voto zona per zona, identificando candidati del centro-sinistra da sostenere. Questo è tutto da verificare. Sarebbe sicuramente utile che la legge elettorale consentisse di dare almeno una preferenza, in questo caso si potrebbe indicare di volta in volta la persona giusta da votare. Votando questa persona automaticamente si voterebbe il partito della sinistra che rappresenta.
Lei pensa che il Movimento delle Sardine possa avere un futuro e non sia destinato a spegnersi in breve tempo?
La possibilità di un futuro esiste, ma il futuro va creato, e quindi devono capire come vogliono organizzarsi, perché una struttura se la devono dare. In altri contesti direi che si deve iniziare dalle elezioni locali. Ci sono quattro elezioni regionali che stanno arrivando, potrebbero provare a rimettersi alla prova. Cercare di capire se possono trovare le persone giuste, puntando a quello che tecnicamente viene chiamato processo di istituzionalizzazione. Andare subito alle elezioni nazionali mi pare complicato, ma tutto questo è ovviamente affidato alla loro capacità di mettere insieme le sparse membra della sinistra.
Le Sardine potrebbero ipoteticamente raccogliere l’eredità del primo Movimento 5 Stelle che si sta disfacendo?
Potrebbero sì, ma in realtà il Movimento 5 Stelle non è partito come le Sardine. Nacque grazie a e con un leader che era Beppe Grillo. I loro quattro coordinatori sono indubbiamente persone con delle capacità, ma mentre il Movimento 5 Stelle è partito dall’alto, loro hanno preso il via dal basso. Riuscire quindi anche a darsi una leadership visibile è un problema, Grillo raccoglieva insoddisfazione a tutto campo, da sinistra a destra. Le Sardine raccolgono i malesseri della sinistra, per cui il loro bacino è più contenuto. Sarei quindi molto cauto nel paragone, anche se hanno certamente dei margini di crescita, mentre il Movimento 5 Stelle è in chiara discesa.
Lei è stato uno dei propugnatori della legge sul conflitto di interessi che non ha mai visto la luce, alla luce del caso Berlusconi a suo tempo, ma anche Casaleggio recentemente, ne vedremo mai la nascita?
Temo di no, perché i conflitti di interesse sono moltissimi, e quindi se si va a una regolamentazione vera troppe persone dovrebbero privarsi di cariche, mi pare molto complicato. Si potrebbe cercare di impedire che chi ha palesi conflitti di interesse vada a ricoprire incarichi di governo. Bisognerebbe riuscire a comprendere cosa è la democrazia nei partiti, e quindi riuscire a disciplinare come i partiti scelgono le candidature, come formano i programmi, le coalizioni in cui si mettono, tutte cose delicatissime.
Il governo Conte ora dovrà mettere in campo provvedimenti per durare, quali?
Il primo problema del governo Conte sarà riuscire a rilanciare l’economia, e non sarà facile, oltretutto il corona-virus sta operando contro l’Italia, paese che esporta molto verso la Cina. Se non si cresce non si producono posti di lavoro, e quindi il malcontento aumenta. Bisogna dare atto al Presidente Conte di avere una grande capacità di raccontarsi, di stare sulla cresta dell’onda spiegando le cose in maniera chiara e semplice. Ma l’onda è molto bassa, a meno che non scatti qualcosa a livello europeo tipo la green economy.
Anche i nodi come i decreti immigrazione ora verranno al pettine, e non sarà facile districarli.
Sì, ma anche il problema immigrazione al momento ha perso la sua presa, non è più il problema maggiormente saliente, al primo posto metterei il lavoro e l’economia, magari rivalutando anche il reddito di cittadinanza. Salvini ha cavalcato il problema immigrazione, ma oggi mi pare che questo abbia meno peso sulle opinioni degli elettori. La competizione rimane apertissima.
Pubblicato il 28 febbraio su FuturoEuropa.it
Il caso Salvini
Nel dibattito in Senato sul concedere o no al Tribunale dei Ministri di Catania l’autorizzazione a procedere contro l’ex-Ministro degli Interni Matteo Salvini, non pochi Senatori hanno fatto ricorso a formule logore e a considerazioni sbagliate. La più logora delle formule è “gli avversari politici si sconfiggono nelle urne e non per via giudiziaria”. Nessuno si è sentito di sostenere che se gli avversari politici violano le leggi, ad esempio, anche soltanto in materia di campagna elettorale e del suo finanziamento, oppure la Costituzione, per esempio, in materia di diritti, è non soltanto opportuno, ma sicuramente doveroso che vadano comunque sotto processo. La legge è eguale per tutti. Punto.
Nella sua difesa, il sen. Matteo Salvini ha fatto ricorso ad un po’ di vittimismo: perché solo lui e non gli altri ministri quando la decisione fu presa? (domanda più che legittima che potrà ripetere nel processo); un po’ di familismo: l’acuto dolore dei suoi figli nel leggere sulle prime pagine dei giornali gravi accuse al loro papà e la saggezza della nonna che ripeteva “male non fare paura non avere”; un po’ di populismo: con lui saranno processati milioni di italiani per bene che vogliono controllare e impedire l’immigrazione clandestina. Se Salvini è così sicuro di avere operato, non solo per il bene dell’Italia e degli italiani, ma rimanendo nell’ambito delle patrie leggi, il processo, al quale aveva detto di volere andare a testa alta, sarà utilissimo tanto a scagionarlo quanto a definire le prerogative e gli eventuali limiti giuridici e costituzionali del potere che spetta al Ministro degli Interni.
L’affermazione più pesante è venuta nella conclusione dell’arringa dell’avvocato Giulia Bongiorno, attualmente senatrice della Lega: “Se voterete a favore saremo al crepuscolo della democrazia parlamentare e della separazione dei poteri”. Tutt’al contrario. Infatti, nelle democrazie parlamentari i poteri sono largamente condivisi fra le istituzioni. Il Parlamento dà e toglie la fiducia al Governo. Le leggi sono scritte dai governi e approvate, o respinte, dai parlamentari. Cinque giudici costituzionali sono eletti dal Parlamento e cinque sono nominati dal Presidente della Repubblica. Last but not least, la magistratura valuta che i comportamenti di tutti siano conformi alle leggi approvate dal Parlamento. Nessuno è al di sopra delle leggi e tutti i poteri sono chiamati a rispondere responsabilmente delle loro attività anche di fronte agli altri poteri. La “responsabilizzazione” (accountability) è la virtù democratica per eccellenza. La dignità della politica, per la quale ha urlato un accorato appello il sen. Casini, si (ri)conquista e si difende, non sottraendo chi ha cariche politiche a qualsiasi controllo, ma da parte loro esercitando il potere responsabilmente. Concluderò con una delle espressioni più logore e più frequentemente pronunciate: “la giustizia faccia il suo corso” (meglio se completandolo prima delle prossime elezioni politiche).
Pubblicato AGL il 14 febbraio 2020








