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Referendum e plebiscito. La retromarcia di Renzi e la gaffe del ministro Boschi

La terza Repubblica

Ci ha messo cento giorni (e qualche decina di sondaggi per lui negativi) Matteo Renzi a capire che “personalizzare” il referendum costituzionale trasformandolo in un plebiscito sulla sua persona (e sul suo governo) è diventato assolutamente controproducente. Rimane dubbio se abbia anche capito che la personalizzazione di un referendum non è soltanto un errore politico, ma è, soprattutto, una grave distorsione costituzionale. Adesso, si potrebbe discutere in maniera meno esagitata nel merito delle riforme (ma già da qualche tempo i migliori dei costituzionalisti e qualche, pochissimi, politologo lo stanno facendo). Mettendo subito da parte l’argomento, storicamente sbagliato, che questo governo è l’unico, negli ultimi trent’anni, ad avere fatto riforme costituzionali. Le fecero sia il centro-sinistra nel 2001 sia il centro-destra di Berlusconi nel 2005. Entrambi le fecero male. Non c’è due senza tre?

Per discutere sul merito, Renzi potrebbe anche sgombrare il campo dalla sua promessa/minaccia “se perdo me ne vado”. Dovrebbe, invece, dire “se perdo imparo la lezione e ricomincio da capo” che, scomodando il molto riluttante Max Weber, è la qualità del vero leader politico. Chi, invece, ha diverse lezioni da imparare, ma non sembra applicarsi abbastanza, è il Ministro delle Riforme Maria Elena Boschi. Ne ha già dette molte come, ad esempio, che i capilista bloccati (spesso, lo sappiamo e lo possiamo prevedere, anche paracadutati) sarebbero i “rappresentanti di collegio”, mentre, in politica, la “rappresentanza” si ha, ovviamente ed esclusivamente, con libere elezioni, non con nomine e non con cooptazioni.

La più recente esternazione, scommetto non l’ultima, della Boschi (forse anche per evitarne troppe altre sarebbe opportuno fissare una data ravvicinata per il referendum) è che “chi vota no non rispetta il (lavoro del) Parlamento”. Sia il referendum abrogativo sia il referendum costituzionale sono proprio gli strumenti con i quali i cittadini esprimono la loro opinione su quanto è stato fatto dal Parlamento. Debbono essere richiesti da coloro che ritengono che il Parlamento ha legiferato male e che una specifica legge, anche costituzionale, non risponde alle necessità del paese e alle preferenze dell’elettorato. Fra l’altro, dovrebbe essere assodato che la richiesta di referendum, anche dei referendum costituzionali, non spetta a coloro che quelle leggi hanno fatto, ma agli oppositori. “Plebiscito è quando governo chiede voto su suo operato”.

I Costituenti, che se ne intendevano e che credo sarebbero molto preoccupati (indignati?) dallo stato del dibattito italiano, volevano che i cittadini potessero valutare le riforme fatte dal Parlamento, ma volevano altresì evitare una delegittimazione del Parlamento che, in un paese ad alto tasso di antiparlamentarismo, sarebbe comunque un guaio. Questa è la ragione per la quale il referendum costituzionale non può essere richiesto se la modifica è stata approvata da due terzi dei parlamentari. Un “no” popolare che sconfessi due terzi dei parlamentari indica una profonda crisi di rappresentanza e qualcosa di più a tutto beneficio degli antiparlamentaristi. Invece, un più o meno sonoro, ma sempre sano, “NO” ad una legge ordinaria e a modifiche costituzionale non è mai mancanza di rispetto nei confronti del Parlamento. Molto concretamente è rigetto da parte degli elettori, più precisamente, poiché i referendum costituzionali non hanno quorum, dagli elettori informati, delle modifiche approvate, non dal Parlamento in quanto tale, ma da una specifica maggioranza parlamentare (non entro nei particolari dolorosi del se e quanto quella maggioranza è stata coartata e ricattata).

E’ augurabile che il Ministro Boschi, dopo una ripassatina o, meglio, una lettura attenta della Costituzione, si corregga. Se, poi, anche si scusa con i potenziali elettori del no, certamente non sovversivi, tanto meglio. Certo, impostare una discussione sul merito delle modifiche costituzionali con chi ha poche, vaghe e superficiali cognizioni costituzionali non è finora stato per niente facile. Temo che non lo sarà neppure nell’autunno del referendum.

Pubblicato il 12 agosto 2016

Referendum. Ora si discuta nel merito

Non sorprendentemente, la Cassazione ha dato il via libera al referendum costituzionale. La campagna ufficiale dei sostenitori del “sì” e del “no” può cominciare. Credo che molti italiani, dalle spiagge ai monti, dai laghi alle città d’arte, non si accorgeranno di nessun cambiamento significativo. Da tempo, infatti, sia il Presidente del Consiglio sia il Ministro delle Riforme si sono buttati a capofitto nella operazione di promuovere e difendere le loro riforme. Naturalmente, gli oppositori, uno schieramento eterogeneo, hanno fatto del loro meglio per non perdere terreno. I sondaggi dicono che, forse, il “no”, appena gonfiato da coloro che proprio non gradiscono Renzi e il suo governo, è in leggero vantaggio. Poiché i referendum costituzionali non hanno quorum, entrambi gli schieramenti debbono preoccuparsi di mobilitare tutti, ma proprio tutti i loro eventuali elettori.

Fin dall’inizio, deliberatamente, Renzi ha mirato alla mobilitazione degli italiani personalizzando il referendum, vale a dire sostenendo che il suo governo è stato l’unico governo capace di fare riforme costituzionali negli ultimi trent’anni e più (non è vero poiché tanto il centro-sinistra nel 2001 quanto il centrodestra di Berlusconi nel 2005 hanno fatto riforme costituzionali). Questa operazione ha suscitato le critiche di coloro che, giustamente, facevano notare che il capo del governo voleva sostanzialmente un plebiscito sulla sua persona, altro che una discussione sul merito di ciascuna delle riforme costituzionali. A un certo punto, persino il Presidente Emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano, apertamente schieratosi a favore delle riforme, si è accorto del pericolo e ha invitato Renzi a non “personalizzare”. Almeno temporaneamente, il Presidente del Consiglio ha ridotto il tasso di personalizzazione, ma il suo Ministro Boschi continua a tenere assemblee nelle quali lega la sorte del governo all’approvazione delle sue riforme costituzionali.

Difficile dire chi risulterebbe favorito da una campagna referendaria protratta oltre limiti ragionevoli. Visto che è cominciata già a maggio, se la data del referendum fosse fissata, com’è stato ventilato, tra l’inizio e la metà di novembre, arriverebbero tutti senza fiato e incattiviti. Tuttavia, è innegabile che il governo e il Partito democratico, soprattutto adesso che si sono garantiti la benevolenza dei direttori delle reti televisive pubbliche, hanno più fiato per durare (ma anche per commettere errori di presunzione e di arroganza). Di qui alla data del referendum, c’è almeno un ostacolo, non sappiamo quanto grande, da superare: la sentenza della Corte Costituzionale sull’Italicum. Renzi e Boschi continuano a sostenere che è una buona legge e rimandano al Parlamento qualsiasi eventuale ritocco (e ce ne sarebbero almeno tre da fare: eliminazione delle candidature bloccate, abolizione delle candidature multiple, possibilità di formare coalizioni al primo turno e apparentamenti, come nel caso dell’elezione dei sindaci, al ballottaggio). Se la Corte non esprime obiezioni, il governo avrà il vento in poppa. Però, se la Corte impone dei ritocchi, allora gli oppositori dell’Italicum e delle riforme costituzionali potranno logicamente accusare il governo di non sapere fare le riforme, non soltanto quella elettorale, ma, per estensione, neppure quelle costituzionali.

Potremmo concludere che, comunque, è arrivato il tempo della discussione sul merito delle riforme. Seppure, in maniera sparsa e disorganica, la discussione sul merito, purtroppo spesso manipolata e confusa, ha già fatto molte incursioni sugli schermi televisivi, nelle pagine dei quotidiani, attraverso i “social”. Persino i sondaggi hanno già registrato una riduzione, contenuta, ma effettiva, del numero di coloro che dichiarano di non saperne abbastanza. Dibattiti organizzati da giornalisti informati e condotti senza starnazzamenti nei quali sembra vincere chi ha la voce più forte potranno essere utili. Se fosse disinnescata anche la minaccia/ricatto della crisi di governo qualora non vinca il “sì”, sarebbe persino meglio (per tutti, anche per il capo di quel governo).

Pubblicato AGL 9 agosto 2016

Riforme e più potere agli elettori

Il testo della riforma del Senato, considerevolmente cambiato rispetto a quello presentato dal governo, indica che il dibattito e le critiche servono ad apportare miglioramenti. Anche la legge elettorale approvata alla Camera dei deputati dovrebbe essere cambiata in molti punti. Il governo recalcitra richiamandosi al patto del Nazareno fra Renzi e Berlusconi, ma sembra che neppure il leader di Forza Italia sia pienamente soddisfatto della stesura attuale. E’ improbabile che si riesca a ricominciare da capo anche se la riforma elettorale è alquanto brutta, molto bizantina e dà pochissimo potere agli elettori. Il fatto nuovo è rappresentato dall’esistenza di un progetto di riforma, piuttosto tardivo, formulato dal Movimento Cinque Stelle che desidera discuterne con il PD (e con il Ministro delle Riforme). D’impianto totalmente proporzionale, il progetto delle Cinque Stelle non è recepibile. Però, da un lato, suggerisce che il Movimento ha deciso di entrare nella logica della politica che richiede trovare alleati per fare approvare le proprie proposte. Dall’altro, potrebbe essere utilizzato per cambiare alcuni aspetti nient’affatto marginali della riforma elettorale governativa.

La motivazione di tutti gli emendamenti deve essere quella di dare più potere agli elettori. Il primo elemento da riformare è il più semplice. Già variamente richiesta alla Camera e contenuta nel progetto delle Cinque Stelle, l’introduzione di una preferenza per ovviare alla bruttura partitocratica delle liste bloccate, che l’elettore può solo ingoiare, merita di essere accettata, magari ricordandosi che milioni d’italiani aprirono la strada della riforma elettorale approvando la preferenza unica nel referendum del 9 giugno 1991. Il secondo elemento, appena meno importante, è direttamente conseguente: abolizione della possibilità di candidature multiple che garantiscono l’elezione a qualcuno, ma ingannano l’elettore che si troverebbe a votare un candidato che poi sceglie un altro collegio. Il terzo ritocco, molto espressivo, consiste nella formulazione di un’unica soglia di sbarramento per l’accesso al Parlamento (direi, come in Germania, 5 per cento), non, come nel progetto, tre soglie cervellotiche e prive di giustificazioni plausibili. Soltanto i partiti che superano il 5 per cento su scala nazionale, non importa se si coalizzano oppure no, entrano alla Camera dei deputati. Gli altri, se vogliono, ci proveranno la prossima volta.

Infine, il ritocco più importante, davvero qualificante riguarda l’attribuzione del premio di maggioranza. La percentuale alla quale si ottiene il cospicuo premio di maggioranza in seggi, che consente al vincitore di governare, è stata, dopo qualche tentennamento rivelatore, fissata al 37 per cento dei voti espressi. L’impennata europea del Partito Democratico di Renzi che lo ha portato al 40,8 per cento sembra preoccupare gli altri contendenti. Le Cinque Stelle da sole non ci arriveranno mai, ma neppure Forza Italia, senza scontare la grande capacità di Berlusconi di aggregare alleati, può sperare di ritornare ad essere competitiva. Tuttavia, la soluzione non è, come si dice, alzare l’asticella, anche perché le leggi elettorali non debbono né essere formulate né essere cambiate con riferimento a tornaconti immediati e/o prevedibili che fortunatamente l’elettore spesso scompagina. In linea con il precetto democratico di dare più potere agli elettori esiste una bella soluzione facilmente praticabile. Saranno gli elettori stessi ad attribuire il premio di maggioranza in un ballottaggio fra i due partiti oppure le due coalizioni più votate al primo turno. Questa modalità incoraggerà anche gli elettori il cui partito preferito non si trova fra i primi due a tornare alle urne per scegliere, visti i leader rimasti in lizza e valutati i loro programmi, a chi vogliono attribuire quel premio in seggi che consentirà a chi vince di governare con un’ampia maggioranza parlamentare. E sarà meglio per tutti.

Pubblicato Agl 25 giugno 2014