Home » Posts tagged 'Movimento 5 Stelle' (Pagina 10)

Tag Archives: Movimento 5 Stelle

Questa è Democrazia. Non sono giorni persi

Difficile dire quanto l’opinione pubblica italiana sia preoccupata per la formazione del prossimo governo. Sicuramente molto preoccupati sono alcuni capi di governo europei, a cominciare da Angela Merkel e Emmanuel Macron, e nella Commissione Europea, il Presidente Jean-Claude Juncker e il Commissario all’Economia Pierre Moscovici. Sono un po’ tutti caduti in una trappola. Come molti commentatori anche italiani, considerano “populismo” tutto quello che non piace loro e hanno appiccicato l’etichetta sia al Movimento 5 Stelle sia alla Lega. Innegabilmente “vincitori” delle elezioni, hanno, seppure in maniera differenziata, delle strisce di populismo, ma nel primo la carica anti-establishment e nel secondo il “sovranismo” prevalgono nettamente sul populismo tant’è vero che entrambi stanno facendo la loro parte non contro le istituzioni, ma dentro e attraverso le istituzioni. Finora non è stato tempo perso, come qualche terribile censore della politica italiana vorrebbe fare credere. La ventina di giorni che separa il voto del 4 marzo dall’inaugurazione del nuovo Parlamento il 23 marzo è utilmente servita a svolgere in maniera positiva alcuni compiti importanti: consentire l’analisi del voto, fare circolare sia dentro sia fuori i partiti le valutazioni, sondare le preferenze. lanciare proposte.

Al netto delle inevitabili affermazioni propagandistiche, di alcuni silenzi, come quello, rattristato e deluso, di Berlusconi, e di alcune reazioni stizzite innervosite, come quella di Renzi e dei suoi declinanti sostenitori, questi giorni hanno contribuito a un processo di apprendimento collettivo. Dopo avere detto dall’alto del loro straordinario risultato elettorale, 32,8 per cento, che tutti avrebbero dovuto andare a parlare con loro, le 5 Stelle hanno capito che l’iniziativa la debbono prendere loro chiarendo che cosa davvero vogliono fare e con chi. Hanno persino annunciato che i Presidenti delle Camere debbono essere figure di garanzia che sappiano fare funzionare al meglio il Parlamento e che, pertanto, la loro elezione non prefigura la maggioranza che andrà al governo. Inopinatamente messo all’opposizione, non dai suoi elettori, i quali ovviamente avrebbero voluto tutt’altro, ma dal suo segretario dimissionario, il Partito Democratico sta lentamente scendendo dall’Aventino, da un’inutile e sterile posizione pregiudiziale. Sembra che una parte considerevole dei dirigenti democratici abbiano capito che il loro partito può essere indispensabile alla formazione di una maggioranza di governo. Prima è opportuno ascoltare che cosa proporranno gli altri, a cominciare da Di Maio. Forme e modi di eventuali coalizioni verranno dopo. Sappiamo che grande è la varietà di governi concepibili, lasciando da parte quello il cui scopo sia la sola riscrittura della pessima legge elettorale Rosato, e nel passato già concepiti e attuati. Il leader della Lega, Matteo Salvini, pur inorgoglito dal sorpasso su Berlusconi, anche grazie alla nettezza delle sue posizioni su immigrazione, sicurezza, anti-europeismo, mostra un “volto” nazionale, ma appare leggermente innervosito. Non c’è vittoria senza capacità di attrarre altri parlamentari e gliene mancano almeno una cinquantina, per formare una coalizione maggioritaria.

Quanto al decisore ultimo, vale a dire il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, invece di scrutarne le intenzioni, compito al quale si dedicano con ardore i cosiddetti retroscenisti, è meglio considerarne le esternazioni e ricordarne i poteri. Fin da subito Mattarella ha per ben due volte richiamato tutti i protagonisti al senso di responsabilità cosicché partiti e leader hanno appreso di avere grande responsabilità non soltanto nei confronti dei loro elettori, ma anche del paese. Il Presidente, che è “il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale” (art. 87 della Costituzione), ha più volte fatto variamente conoscere sia la sua contrarietà a nuove ravvicinate elezioni sia la sua intenzione di varare un governo politico. Eletti i Presidenti delle Camere, da queste due premesse si partirà senza perdere tempo.

Pubblicato AGL il 19 marzo 2018

Un’entrata a gamba tesa

Il primo tempo della partita politico-elettorale è terminato il 4 marzo sera. Siamo nell’intervallo in attesa del secondo tempo che inizierà il 23 marzo. Gli spettatori si scambiano opinioni. I giocatori in parte si riposano in parte si fanno massaggiare le botte ricevute in campo in parte esultano. I capitani delle squadre preparano il secondo tempo contando anche su eventuali favori della fortuna e dell’arbitro. Forse un po’ sorpresi dall’esito del primo tempo forse non abituati a giocare ad alto livello, alcuni giocatori hanno rilasciato dichiarazioni un po’ ingenue e alcuni capitani si sono fatti prendere dal nervosismo. Fuor di metafora, a Bruxelles per una riunione dei Ministri dell’Economia e delle Finanze, l’uscente, ma tuttora in carica, Pier Carlo Padoan afferma candidamente che l’Italia rappresenta un elemento di incertezza per l’UE e che lui stesso non sa dove si andrà. Che poi il Commissario all’Economia Pierre Moscovici, dopo essersi qualche tempo fa, augurato un governo italiano stabile e operativo, allora quasi un assist a Gentiloni, adesso dica di essere “sereno” lui e sereni i mercati, fa parte del fair play oppure, per rimanere con l’inglese, del wishful thinking: un davvero pio desiderio. Non abbastanza inglese, un solo viaggio a Londra non può bastare, Di Maio si innervosisce di fronte alla stampa estera forse proprio perché stava ribadendo la sua conversione –difficile dire se condivisa da tutto il Movimento, ma finora non contraddetta e non smentita da nessuno– favorevole alla permanenza delI’Italia nell’Unione Europea con un ruolo attivo. Accusa Padoan di avvelenare i pozzi e annuncia la sua personale soluzione del rebus “formazione del prossimo governo”. Nessun governo istituzionale nessun governo di tutti, il governo dovrà essere fatto dalle Cinque Stelle. Poi, va oltre. Secondo Di Maio, gli italiani hanno votato lui Premier, il programma del Movimento e tutta la lista dei suoi Ministri (quella inviata tempo fa al Presidente Mattarella).

Scontato l’elemento fortemente propagandistico, nella metafora calcistica, l’entrata a gamba tesa, Di Maio dimostra di non conoscere o di voler trascurare i fondamenti delle democrazie parlamentari. Primo, gli elettori non votano mai nessun governo, ma soltanto i partiti. Nessun capo di governo è scelto direttamente dagli elettori. Nel migliore dei casi, il capo del partito, spesso quello più votato, diventerà capo del governo. Esclusivamente nei rarissimi casi in cui il governo è fatto da un solo partito sarà il capo del governo a stilare la lista dei Ministri. Altrimenti, i nomi dei ministri saranno indicati dai capi dei partiti che hanno raggiunto un accordo di coalizione, fatti propri dal capo del governo e, poi, nel caso della democrazia parlamentare italiana, nominati dal Presidente della Repubblica.

Probabilmente Di Maio è sull’orlo di una crisi di nervi. Continua a ripetere che gli altri capi dei partiti e delle coalizioni debbono riconoscere il suo successo, cercarlo, andare da lui, portare le loro carte e discutere. Invece, non succede niente di tutto questo. Non riesce a rendersi conto che qualsiasi azione del genere è, comunque, prematura. Non sembra capire che semmai dovrebbe essere lui a individuare i potenziali alleati e andare a confrontare le sue carte, il suo programma, le sue priorità con gli alleati che preferisce. Fa bene Di Maio a sostenere che l’elezione dei Presidenti delle due Camere non deve costituire la prefigurazione di nessuna maggioranza di governo. Farebbe ancora meglio se attendesse l’inizio della procedura consacrata dal tempo e dalla prassi. Meglio che tenga coperte le sue carte. Le faccia vedere al Presidente della Repubblica. Senza fretta, senza impuntature, senza pressioni. Il resto, che non potrà comunque mai essere il governo del solo Movimento, per il quale mancano i voti in parlamento, verrà.

Pubblicato AGL il 15 marzo 2018

ALDO GRASSO, IL DIVERSIVO #comeunmanipolatorequalunque @Corriere

Nel suo Padiglione Italia (Corriere della Sera 11 marzo 2018) Aldo Grasso mi maltratta e mi manipola (non ho mai usato la parola “terroristi” per il PD e per Renzi). Pensavo che, data la comune “fede granata”, avrei avuto un trattamento di favore (ma, Grasso sarà mica diventato juventino?). Il mio tweet, che ha ricevuto consensi e critiche è chiaro.

Contati i voti, poiché nelle democrazie parlamentari, come quella italiana, i governi si fanno in parlamento, tutti, a cominciare dai capi di partito, vanno a vedere i programmi. Chi si nega al confronto imponendo a priori ai parlamentari da lui nominati di non parteciparvi compie un atto sicuramente eversivo delle regole, delle procedure, del funzionamento della democrazia parlamentare (in maniera non dissimile da quanto fece il M5S all’inizio della scorsa legislatura).

Non ho mai scritto che, come recita il titolo davvero manipolatorio di Padiglione Italia, “Stare all’opposizione è eversivo”. Ritengo che sbaglino i dirigenti del PD e il loro ex-segretario quando sostengono che “gli elettori ci hanno voluto all’opposizione”. Gli elettori degli altri partiti ovviamente sì; con tutta probabilità coloro che hanno votato PD avrebbero voluto che il loro partito mantenesse/riassumesse la guida del governo. Mi avventuro a sostenere che molti di quegli elettori ritengono utile e importante che il PD (con il suo prossimo segretario) faccia valere le sue proposte sia in sede di negoziato per formare un governo, atto di responsabilità nei confronti del paese prima ancora che dei suoi elettori, sia, eventualmente, dall’opposizione.

La sgradevole chiusa di Grasso tenta di essere offensiva accomunandomi ad “un D’Alema qualunque”. Ho stima di D’Alema, che non è certamente un “politico qualunque”, e sono convinto che lui la ricambi. Né lui né il sottoscritto parleremo di “un Grasso qualunque”. È proprio questo Aldo Grasso a sembrarci superficiale e diversivo.

 

Due libri sul #M5S: storia, struttura e sociologia politica di un movimento “pigliatutti”

 

Paolo Ceri e Francesca Veltri,
Il Movimento nella Rete. Storia e struttura del Movimento 5 Stelle,
Rosenberg&Sellier

Piergiorgio Corbetta
(a cura di)
,
M5s. Come cambia il partito di Grillo,
Il Mulino

Il Movimento Cinque Stelle ha, giustamente, attirato un’attenzione enorme da parte dei mass media e degli studiosi, italiani e stranieri. Ho letto molto in materia. Ho trovato cose buone e meno buone; cose originali e cose ripetitive; cose utili e cose inutili alla comprensione del Movimento; cose che mirano alla oggettività e cose che si (s)qualificano per la faziosità (quando sono gli studiosi ad essere faziosi, si mostrano “sottilmente” tali). Credo che il problema più importante non sia quello di classificare il Movimento in categorie a noi note, ma di comprenderne le origini, di collocarlo nel sistema politico e nella società italiana, di valutarne l’impatto e, nella misura del possibile, che potrebbe anche non essere scarsa, prevederne il futuro. In buona parte, questo è il lavoro svolto da Paolo Ceri e Francesca Veltri. Dirò un po’ pomposamente che il Movimento Cinque Stelle è un pezzo consistente dell’autobiografia della Repubblica italiana post- 1945 (preparata da qualche embrione precedente). Trova certamente un prodromo nel Fronte dell’Uomo Qualunque fondato nel 1944 dal commediografo e giornalista Guglielmo Giannini, durato meno di un decennio. Si alimenta non soltanto di critica della politica, ma di vera e propria antipolitica, a lungo nascosta e tenuta sotto controllo dai partiti italiani, soprattutto quelli di massa la cui scomparsa ha aperto la diga. È antipolitica non tanto colpire tutti i privilegi dei politici, tutte le loro sregolatezze senza genio nella gestione del potere e, nel nepotismo, tutti i loro scandali e i salvataggi reciproci dei coinvolti nel malgoverno e nel malaffare quanto pensare e agire come se la politica, in particolare, il ricoprire cariche elettive, fosse un’attività che chiunque, in qualsiasi luogo o in qualsiasi momento, possa svolgere. Insomma, sulla scia di un poco conosciuto Karl Marx, i “cittadini” delle Cinque Stelle vorrebbero credere e farci credere che possiamo fare a meno del “governo degli uomini sugli uomini” poiché con il loro ingresso in politica e in Parlamento, nonché nei governi locali, siamo quasi arrivati allo stadio della “amministrazione delle cose”. Poi, resuscitando Lenin, il bilancio dello Stato e degli enti locali non soltanto diventerà leggibile dalle cuoche, ma lo stileranno loro stesse. Sarà, finalmente un bilancio partecipato, “cucinato” attraverso il web da tutti gli aderenti in maniera assolutamente democratica: uno vale uno.

Prima di riflettere su questo punto, eguaglianza “sostanziale”?, approfondirlo e valutarlo, è opportuno sottolineare che, secondo non pochi studiosi e commentatori politici, il Movimento Cinque Stelle si caratterizza per essere soprattutto e anzitutto populista molto più che, semplicemente (e rozzamente) antipolitico. È Piergiorgio Corbetta che dà voce a questa interpretazione populista che contiene non pochi elementi convincenti. Ho due obiezioni e un suggerimento di tipo previsionale. La prima obiezione è che da qualche tempo un po’ dappertutto si eccede nel qualificare come populista tutto quello: stile, messaggio, contenuti, persone, che non ci piace e che vorremmo non esistesse e sparisse. Invece, bisognerebbe abituarsi a dare per scontato che nelle democrazie, in tutte le democrazie c’è sempre quella che chiamo una “striscia di populismo”. Le democrazie senza popolo sono una contraddizione in termini. Le democrazie con associazioni intermedie deboli e esitanti e con istituzioni di rappresentanza e di governo mal funzionanti aprono praterie all’ingresso dei populisti. È facilmente accertabile che dal momento del meritato crollo dei partiti tradizionali nel 1994 e dell’intero sistema partitico ad oggi l’Italia si trova in condizioni di grande vulnerabilità rispetto al populismo. La seconda obiezione all’uso del populismo classico come categoria interpretativa del Movimento Cinque Stelle va ricondotta a due specificità: da un lato, il fatto che di leader ce ne sono due, il fondatore, Beppe Grillo, e colui che chiamerei il gestore, ieri GianRoberto Casaleggio, oggi il figlio Davide; dall’altro, l’importanza della rete, del Web, mai così tanto cruciale nei rapporti fra il leader e i followers (qui, mi rifaccio al linguaggio dei “social”), laddove il populismo classico, ma anche quello più recente, di Berlusconi e di Bossi, mette l’accento sulla persona fisica del leader, sulla sua carne e le sue ossa, sull’uso evidente del corpo. Il suggerimento di tipo previsionale è che, fermo restando che il populismo si manifesta in corso d’opera, fino ad oggi tutti i movimenti populisti hanno mostrato un problema letale comune: non sopravvivono alla scomparsa del leader-fondatore. Da ultimo, questo è il caso, drammatico per le sue conseguenze sulla vita della popolazione del Venezuela, di Hugo Chavez il cui successore, Nicolàs Maduro, dimostra quotidianamente di non avere praticamente nessuna delle qualità che resero Chavez un populista esemplare (sic).

I due libri qui recensiti hanno taglio e intenti diversi. Ceri e Veltri sono interessati, come recita correttamente il sottotitolo, alla storia e alla struttura del Movimento 5 Stelle. I collaboratori del libro curato da Corbetta offrono, invece, complessivamente quella che chiamerei la sociologia politica del Movimento: presenza nelle istituzioni (Rinaldo Vignati); andamento elettorale (Pasquale Colloca e Andrea Marangoni); basi sociali (Andrea Pedrazzani e Luca Pinto); l’elettorato (Luca Comodo e Mattia Forni); i cambiamenti nell’organizzazione (Gianluca Passarelli, Filippo Tronconi e Dario Tuorto); le modalità di comunicazione (Lorenzo Mosca e Cristian Vaccari). Non potendo sintetizzare nessuno degli articoli, operazione comunque difficilissima per il recensore e diseducativa per il lettore, mi limiterò a pescare nell’ampio e utile materiale messo a nostra disposizione quello che ritengo più rilevante per la comprensione del Movimento, quello che non si trova nei mass media e che, al contrario, gli operatori dei mass media dovrebbero conoscere, ricordare, utilizzare per non farsi sorprendere tutte le volte dagli avvenimenti che riguardano il Movimento.

Primo elemento molto importante: non siamo di fronte ad un’insorgenza subitanea che potrà essere facilmente assorbita. Le Cinque Stelle non sono un movimento flash che, nato ieri, morirà domani. Dieci anni di vita suggeriscono che la spinta propulsiva non si è affatto esaurita. Anzi, si è trasformata in crescita, in espansione, in radicamento. Secondo elemento: stando così le cose, mi sarebbe piaciuta una pluralità di approfondimenti, soprattutto da parte del sociologo Paolo Ceri (che giustamente si riferisce a due grandi classici: Robert Merton e C. Wright Mills), relativi alle possibilità e alle modalità di istituzionalizzazione del Movimento Cinque Stelle. Insieme alla sua co-autrice, Ceri preferisce condurci ad uno sbocco peraltro annunciato indirettamente già a p. 13: “le promesse mancate della democrazia diretta” (che è il titolo delle conclusioni) finiranno per condurre ad un nuovo “dispotismo”? Terzo elemento: curiosamente sia Ceri e Veltri sia Corbetta sembrano credere che il disvelamento del grande inganno “(non) democratico” delle Cinque Stelle espressosi al suo meglio nella frase di Grillo “fidatevi di me” (affermazione populista quant’altre mai) che sceglieva il candidato sindaco perdente per Genova, farà sgonfiare il Movimento, gli toglierà il vento dalle vele. Ho due obiezioni a queste aspettative. La prima la mutuo da Giovanni Sartori che sosteneva e continuerebbe a sostenere (anche se né Grillo né i suoi parlamentari riscuotevano il suo apprezzamento) che quello che conta nella competizione politico-elettorale non è la democrazia interna. Semmai è la democrazia/ticità nella competizione fra partiti.

Il partito è uno strumento che si organizza per conseguire obiettivi. Fintantoché li consegue nessuno metterà in discussione quanto avviene al suo interno né la scelta delle candidature né l’individuazione e accentuazione degli obiettivi programmatici né, tantomeno, la leadership. Il successo si autoalimenta. Le richieste di democrazia faranno la loro insorgenza a fronte di gravi fallimenti, non di piccole battute d’arresto. La seconda obiezione è che il Movimento non è nato su una spinta democraticista, ma, come ho già accennato, su una spinta antipolitica. Quindi, incontrerà delle difficoltà quando, per l’appunto, il vento dell’antipolitica si trasformerà in pochi lievi refoli. L’avvenimento in Italia appare alquanto improbabile (questo è davvero un understatement!). Gli attacchi basati sulla carenza di democrazia interna e sulla manipolazione lasciano il tempo che trovano anche perché i portatori di quegli attacchi non sono, per così dire, impeccabili, al di sopra di ogni sospetto. Affermare, come fa Corbetta, con molti buoni motivi, che il Movimento esprime “una visione in aperta contraddizione con la concezione liberale della democrazia” (p. 270) suscita subito l’interrogativo su chi sarebbero in Italia i portatori di una “concezione liberale della democrazia”, in rigoroso ordine alfabetico: Berlusconi, Bossi, Meloni, Renzi, Salvini, Verdini?

Insomma, è utile e importante sapere che il Movimento è diventato sociologicamente pigliatutti, vale a dire tutti gli elettori che può con una leggera prevalenza di quelli che altrimenti sceglierebbero le sinistre. Ha forti tratti populisti. Dovrà presto vedersela con le sue contraddizioni quanto ai rapporti ambigui intessuti con i mass media. Tuttavia, fintantoché la politica italiana sarà praticata da una maggioranza di carrieristi/e senza scrupoli e senza etica, da sedicenti riformatori che perseguono fini particolaristici e corporativi, da uomini e donne che galleggiano nei loro conflitti di interessi, da incompetenti che non sanno fare funzionare né le assemblee rappresentative né le compagini di governo, all’incirca il 30 per cento di coloro che vanno a votare continueranno a sostenere il Movimento Cinque Stelle. Pour cause.

Recensione pubblicata il 1 marzo 2018 su CasadellaCultura.it

Quel che “Repubblica” non ha pubblicato

La Repubblica-Bologna ha letto alcune mie dichiarazioni sul Movimento 5 Stelle raccolte e pubblicate da “Il Fatto Quotidiano” e muore dalla voglia di fare un bel titolo Pasquino è diventato grillino. Programma una bella intervista che, però, non comincia benissimo poiché l’intervistatrice non sa nulla del mio passato bolognese (candidatura “civica” di sinistra a sindaco nel 2008) e pazienza, ma neppure della sfrenata campagna che i suoi predecessori al quotidiano condussero contro di me e a favore di un candidato che, diventato sindaco, fu costretto a dimettersi sette mesi dopo. Credevo che le interviste dovessero essere preparate compulsando un po’ di materiale pertinente. Peccato. L’intervistatrice non sembra del tutto convinta che sia una buona cosa avere quindicimila candidati alle parlamentarie delle Cinque Stelle. Però, a suo onore, va detto che capisce subito che il metodo del Partito Democratico (a Bologna c’è poco d’altro in città) non è particolarmente eccitante né democratico. Che al plurilegislatore torinese Fassino (cinque volte in Parlamento) possa essere chiesto, come si mormora, di accettare di essere contrapposto a Bersani non sembra sia stato deciso con una qualche procedura democratica. Forse, ma gli inglesi hanno una splendida espressione, I am afraid that neppure essere ricandidati, come Sandra Zampa “in quota Prodi”, sembra il modo più adatto per esaltare la democrazia interna ai partiti. Quanto al democristiano, mai Popolare, mai neppure Margherita, PierFerdinando Casini, in parlamento dal 1983 (sì), la cui candidatura asl Senato per il PD è data quasi certa (nonostante gli ovvi “malumori”, maldipancia della mitica “base”), non risulta che abbia vinto una qualche parlamentaria oppure superato un qualsiasi test fra gli iscritti del PD.

Già, la democrazia interna, quella cosa che il Movimento 5 Stelle dice d’avere, ma è lecito avanzare molti dubbi, non sembra, quando si discute di candidature, abitare neppure nel PD. Consiglio all’intervistatrice di andarsi a leggere un bel disegno di legge di attuazione dell’inciso “con metodo democratico” dell’art. 49 della Costituzione italiana relativo alla vita dei partiti scritto almeno vent’anni fa da Valdo Spini. Però, sostiene flebilmente l’intervistatrice, le Cinque Stelle quasi attentano alla democrazia e alla Costituzione imponendo una penale di 100 mila Euro ai parlamentari che abbandonino il loro gruppo. Comunico che mi pare una cosa brutta anche se bruttissimo è certamente il trasformismo che, incidentalmente, è sgraditissimo agli elettori italiani. Aggiungo che bisognerebbe affrontare l’argomento cercando di capire, con qualche parere di esperto, se si tratta di un contratto privato oppure che cosa. Quanto poi ai 300 Euro al mese per pagare i costi della piattaforma Rousseau, dopo essermi esibito nella critica di qualsiasi democrazia del click, ricordo all’intervistatrice che come Senatore della Sinistra Indipendente e, in seguito, dei Progressisti versavo regolarmente ogni mese al PCI (e poi al PDS), che mi aveva candidato e i cui elettori mi avevano votato, tre volte più di 300 Euro. Inoltre, contribuivo con i fondi a disposizione dei parlamentari ad un certo numero di iniziative del partito sul territorio. Questo è quel che ho detto nell’intervista che, senza nessuna mia sorpresa, Repubblica-Bologna non ha pubblicato.

Qui aggiungo, a completamento del discorso sui costi della politica, che in tutte le mie campagne elettorali ritenni opportuno e doveroso coprire parte dei costi. Nelle mie tre legislature non cambiai gruppo parlamentare. Quanto all’espressione e all’accettazione del dissenso, nella Sinistra Indipendente non c’era nessuna disciplina di voto e spesso espressi un voto in dissenso dal mio gruppo (o il gruppo votò in dissenso da me!). Neppure quando votai in maniera differente dal gruppo del PCI sulla prima guerra del Golfo e, per esempio, D’Alema mi fece sapere che mi ero collocato alla destra del Sen. Democratico Sam Nunn, a qualcuno venne in mente che dovevo andarmene. Concludo ricordando che, in materia di accettazione, persino valorizzazione del dissenso, dal segretario del PCI di allora Alessandro Natta ricevetti una comunicazione face-to-face su un argomento allora (sic) molto delicato: “non sono d’accordo a fuoriuscire dalla proporzionale, ma tu vai avanti con le tue idee”. Altri tempi, altri partiti, altra classe politica.

Pubblicato il 13 gennaio 2018

Le regole del partito a 5 stelle

Quanto è interessante sapere se, con le recentissime modifiche statutarie, il Movimento 5 Stelle si trasforma in partito? Se la sua molto eventuale trasformazione in tale senso ha un impatto elettorale oppure, a maggior ragione, sullo sgangherato sistema dei partiti italiani, allora è interessante esplorare, capire, valutare la trasformazione. Altrimenti, discuterne serve soltanto ad alcuni pochi politologi e giornalisti alla ricerca di qualche novità. I partiti come li abbiamo conosciuti (ma troppi se li sono già scordati) erano (sono) organizzazioni presenti sul territorio, con sedi e qualche, almeno sporadica, attività a contatto con “la gente”. Nessuna delle modifiche statutarie delle 5 Stelle va nella direzione di un’organizzazione di questo tipo. La struttura rimane quella che è: un vertice che controlla una piattaforma, una base neanche molto estesa, una rete di comunicazioni telematiche. Affari loro. Quello che conta, per chi accetta la definizione minima di partito (un’associazione di uomini e donne che presenta candidati alle elezioni, ottiene voti, vince seggi), è che le 5 Stelle compiono proprio questa attività fondante e caratterizzante. Come scelgono le candidature, come finanziano le campagne elettorali (purché rispettino le leggi vigenti), come pagano i costi della piattaforma (con contributi degli aderenti), sono, di nuovo, affari loro che toccherà semmai agli attivisti valutare, se del caso, criticare e, se ci riescono, cambiare.

Invece, risultano preoccupanti le nuove “norme” intese a imporre la disciplina agli eletti e a fare pagare ai dissenzienti il prezzo della, lo scrivo con retorica, libertà (di voto). Chi se ne va dai gruppi parlamentari delle 5 Stelle dovrà pagare una multa di 100 mila Euro (somma inferiore a quello che in un anno i parlamentari “guadagnano” come indennità). Alla Camera se ne sono andati 21 su 109; al Senato 19 su 53. In tutto 40 su 162, circa il 25 per cento: un salasso. Si capisce che il gruppo dirigente dei pentastellati voglia porre rimedio a questo brutto fenomeno. Che sia brutto lo pensano gli elettori di tutti i partiti. Chi lascia il partito nel e dal quale è stato eletto e va cercare fortuna (è un eufemismo) in un altro partito/gruppo è un voltagabbana, un cambiacasacca, un/a furbastro/a, un trasformista, diremmo noi che abbiamo studiato (sic). Dovrebbe, pensano e dicono la grande maggioranza degli elettori, dimettersi da parlamentare e lasciare il posto ad altri, sperabilmente, più disciplinati.

Il tema è vecchissimo; il dibattito ha avuto punte incandescenti in occasione, ad esempio, sia della scissione socialdemocratica nel 1947 sia di quella dello PSIUP nel 1964. Lasciate il partito che vi ha eletti in Parlamento? allora, andatevene subito anche fuori dal Parlamento. Qui, in gioco c’è l’assenza di vincolo di mandato che è l’architrave delle democrazie parlamentari, della rappresentanza politica. Imporre il vincolo di mandato richiede nel caso italiano la riforma dell’art. 67 della Costituzione. Politicamente richiede che esista un programma preciso che gli eletti abbiano approvato e s’impegnino ad attuare. Il voto di coscienza (e di conoscenza) dovrebbe comunque essere consentito su tutte le materie imprevedibili e impreviste sulle quali, ovviamente, non può essere stato conferito nessun mandato. Un effettivo vincolo di mandato rischierebbe di frustrare coloro che, fra i parlamentari delle Cinque Stelle, hanno/avranno idee e proposte innovative, migliori del non-programma del Movimento, proposte magari apprezzate e condivise dalla base (parola tipicamente “partitica”). Sarebbe, dunque, controproducente. Cambiare un articolo, importante e portante della Costituzione, si può, ma imporre il vincolo di mandato è un brutto cambiamento che soltanto coloro che hanno la vista molto corta possono desiderare. Grillo, Casaleggio e Di Maio sbagliano. Sono criticabili non perché “diventano” un partito, ma perché le loro nuove regole sono peggiorative.

Pubblicato AGL il 3 gennaio 2017

“Berlusconi sa fare il coalition-maker”

Leader politici e alleanze sotto la lente in vista delle legislative italiane del 2018

Intervista raccolta da Osvaldo Migotto

Elettori passivi: secondo il politologo Pasquino il nuovo sistema elettorale lascia ben poche scelte agli elettori. quasi tutto viene deciso dai partiti.

In vista delle legislative della prossima primavera i partiti italiani affilano le armi. Il nuovo sistema elettorale imporrà il gioco delle coalizioni. Il politologo e professore emerito di Scienza politica Gianfranco Pasquino analizza per il CdT le strategie in atto.

In Sicilia il centrodestra è riuscito a fare coalizione dietro un unico candidato. Un successo che sarà di buon auspicio per le legislative del 2018?
Di buon auspicio non lo so. Certo si tratta di una lezione che il centrodestra ha imparato. Del resto il centrodestra è sempre stato più intelligente del centrosinistra; secondo me il centrodestra complessivamente ha una coscienza di classe, mentre il centrosinistra ha scarsa coscienza di tutto, ed ognuno dei suoi leader ha un’altissima opinione di se stesso; e questo impedisce di giungere a coalizioni decenti.

Berlusconi in passato è riuscito ad unire dietro un progetto di Governo esponenti politici molto diversi tra loro. Potrebbe ripetere il miracolo?
Sì, però non è un miracolo, è semplicemente la sua capacità di fare, come si dice, il coalition-maker. Berlusconi riesce a convincere i potenziali alleati offrendo loro qualcosa in cambio, quindi darà molti seggi sicuri, e poi riesce anche a convincerli che insieme si può vincere. E quando c’è qualcosa che lo disturba, come ad esempio la candidatura di Musumeci in Sicilia, che non era stata scelta da Berlusconi ma dalla Meloni, alla fine accetta e vince.

Potrebbe anche accettare di non essere lui il capo banda del centrodestra?
Lui non sarà il capo banda. Primo perché probabilmente non potrà esserlo giuridicamente, e poi perché secondo me ha capito che deve in qualche modo lasciare il posto a un successore. Ma certamente vorrà influenzare la scelta del successore e poi ne influenzerà le politiche. E non lo farà da dietro le quinte. Sarà colui che in televisione si intesterà i successi ottenuti dal suo eventuale Esecutivo; Governo della persona che lui avrà contribuito a scegliere.

Il sistema elettorale Rosatellum bis potrebbe favorire ampie alleanze, ma poi una volta insediato il Governo non ci si ritroverebbe con le divergenze già viste nelle legislature passate?
Innanzitutto preferirei che non si usasse il latino, scriva per cortesia ‘legge Rosato’. Trovo stupido usare il latino, perché quando Sartori usò il termine Mattarellum, non era solo uno scherzo con il latino, ma era anche uno scherzo con ‘matto’, nel senso che si trattava di un sistema elettorale mattocchio. Detto questo, il difetto maggiore di questo sistema elettorale è che non dà nessun potere all’elettore, tranne quello di consentire di mettere una crocetta da qualche parte. Tutto quello che succede prima e dopo dipende dai partiti: scelgono le coalizioni, i candidati ed eventualmente sanno chi verrà eletto, perché ci sono dei collegi dove sicuramente saranno eletti alcuni candidati. L’elettore non ha alcuna influenza in tutto questo. Che poi i politici eletti riescano a governare lo dubito. Le coalizioni si divideranno, perché se il centrosinistra, come è certo, non avrà la maggioranza assoluta dei seggi e neppure il centrodestra, cosa accadrà? O una parte di uno di questi due schieramenti si stacca per formare un Governo con l’altra coalizione, nella fattispecie Forza Italia fa il Governo con il centrosinistra, oppure il Governo potrebbe essere formato dal Movimento 5 Stelle. Ad ogni modo le due coalizioni non saranno autosufficienti e quindi dovranno trovarsi dei voti o dei parlamentari. E lo sappiamo, i parlamentari italiani sono trasformisti, quindi andranno dove si formerà il Governo.

Il centrosinistra è diviso e ha un ex leader, Renzi, che a tutto sembra disposto, tranne che a fare concessioni agli altri partiti di una possibile alleanza di sinistra. È un suicidio politico?
Qui vediamo la grande differenza tra centrosinistra e centrodestra. Il centrodestra ha un leader federatore, Berlusconi, mentre il centrosinistra ha un leader divisore, Renzi. Non so se è un suicidio. Se è un suicidio è un suicidio collettivo. Io però ho l’impressione che si tratti di un omicidio quasi preterintenzionale, se Renzi insiste nel voler essere lui quello che dà le carte. Se Renzi dà le carte alcuni dei potenziali giocatori risponderanno che quelle carte non le vogliono e poi perderanno tutti insieme.

Il Movimento 5 Stelle si dichiara unitario, ma ha un’anima di destra e una di sinistra.Vedute diverse che potrebbero venire a galla proprio nel caso di un eventuale successo elettorale?
Il Movimento 5 Stelle, secondo quello che sappiamo da sondaggi e altre fonti, è composto per tre quinti da elettori che altrimenti voterebbero a sinistra, per un quinto da elettori che altrimenti voterebbero a destra e per un quinto da elettori che se non ci fosse l’M5S non voterebbero per niente. Il problema è che se per caso il Movimento 5 Stelle arrivasse in testa dovrebbe negoziare per formare un Governo. Potrebbe negoziare con pezzi della sinistra. Naturalmente ci sono delle differenze programmatiche, però non vorranno certamente perdere l’occasione di riuscire a governare.

A Ostia domenica si andrà al ballottaggio per le municipali. CasaPound ha registrato un inatteso successo, quale significato dà a questa ascesa dell’estrema destra?
CasaPound è il fascismo italiano che non muore mai. Anche se è un fascismo limitato, non è morto. Gli italiani hanno fatto meno i conti con il fascismo di quanto i tedeschi lo abbiano fatto con il nazismo; questa è la cosa grave. Di CasaPound c’è una parte ludico-folcloristica, ma c’è anche una parte politica. Il Paese è stato governato da vent’anni da un fascista e i fascisti ci sono ancora, anche se sono pochi. I democratici dovrebbero però preoccuparsi che in 70 anni di Repubblica non hanno convinto tutti gli italiani che l’esperimento fascista è stato un disastro.

Leader eterni Italia immobile

È una buona notizia per la Repubblica italiana vedere nella tabella della longevità dei parlamentari, deputati e senatori, tanti nomi molto illustri (anche se non tutti l’hanno “illustrata”): presidenti della Repubblica, capi di governo, pluriministri. Insomma, ecco il Gotha della politica italiana dal 1945 a oggi. Ovviamente, sono numericamente più presenti e visibili coloro che hanno saputo sopravvivere alla crisi e allo sconquasso del periodo 1992-1994, ma ipotizzerei che è solo questione di un paio di legislature e anche non pochi di coloro che erano il nuovo nel 1994 entreranno nella competizione per la durata in carica con il ceto politico-parlamentare che fece la sua comparsa nel 1946.

La longue durée esiste anche in altre democrazie parlamentari europee: Felipe Gonzales fu eletto la prima volta nel 1977 e rimase deputato fino al 2000 (dal 1982 al 1996 Presidente del governo spagnolo); Helmut Kohl, eletto nel 1983 (ma Presidente del Land Renania-Palatinato già nel 1969), deputato fino al 2002, cancelliere dal 1982 al 1998; entrato a Westminster nel 1983, Jeremy Corbyn è stato da allora ripetutamente rieletto; Angela Merkel è deputata dal 1990 e Cancelliera dal 2005, in vista di diventare “longeva” quanto il suo mentore. Però, tutte queste carriere “straniere” sono in qualche misura eccezionali nei loro paesi e, complessivamente, impallidiscono di fronte al numero di legislature che hanno cumulato non una dozzina di parlamentari italiani, ma un centinaio e più. Troppo facile e, almeno parzialmente, sbagliato addebitare queste “carriere” alla legge elettorale proporzionale poiché i longevi sono riusciti a farsi ri-eleggere anche con il Mattarellum, tre quarti maggioritario in collegi uninominali. Per alcuni conta anche essere stati nominati a Senatori a vita, Andreotti, Colombo, De Martino, Fanfani, Taviani o esserlo diventati di diritto come ex-Presidenti Scalfaro, Leone, Cossiga, Napolitano. Altri furono segretari dei loro partiti oppure potenti capi di correnti. Molto conta anche l’assenza di alternanza al governo del paese. In pratica, non risultando mai sconfitti, i numerosi governanti potevano essere sostituiti fisiologicamente quasi soltanto per ragioni d’età. Quanto agli oppositori che non potevano vincere, i missini rimanevano graniticamente nelle loro cariche parlamentari (Giorgio Almirante per 40 anni dal 1948 al 1988), mentre i comunisti procedevano a ricambi periodici dopo due/tre legislature, ma esisteva un gruppo dirigente di trenta-quaranta persone sicure, a prescindere, della rielezione. Politici di professione, nessuno di loro si pose mai il problema del vitalizio. Per lo più, morirono in carica.

Poiché le idee camminano davvero sulle gambe degli uomini e delle donne (incidentalmente, si noti che fra i cento parlamentari più longevi compare una sola donna: Nilde Iotti), il lentissimo e limitatissimo ricambio dei parlamentari italiani in tutta la prima lunga fase della Repubblica portò all’esaurimento di qualsiasi proposta innovativa. Dopo l’impennata del ricambio grazie all’ingresso nel 1994 di rappresentanti di Forza Italia quasi sostanzialmente privi di precedenti esperienze politiche, però, anche dentro Forza Italia hanno fatto la loro comparsa e si sono affermate vere e proprie carriere politiche. La svolta successiva, numericamente persino più significativa di quella prodotta da Forza Italia, è caratterizzata dall’avvento tumultuoso del Movimento 5 Stelle nel febbraio 2013. Con quei “cittadini” che sono diventati parlamentari si poté constatare che il ricambio cospicuo ha un costo, elevato, in termini di competenze e capacità, di funzionamento del Parlamento, dell’attività di opposizione, che, insomma, parlamentari non ci si improvvisa.

Trovare un equilibrio fra esperienza e (capacità di) innovazione non è, comprensibilmente, affatto facile. È un compito che in parte dovrebbe essere nelle mani degli elettori. Non ci riusciranno in nessun modo, però, se le leggi elettorali non hanno collegi uninominali, ma si caratterizzano per l’esistenza di pluricandidature, che tutelano i gruppi dirigenti, e di candidature bloccate. Porre limiti temporali ai mandati parlamentari favorisce il ricambio a spese dell’acquisizione di esperienza e competenza, ma, soprattutto, rischia di ridurre il potere di scelta degli elettori avvantaggiando unicamente i gruppi dirigenti che “nominano” i loro parlamentari. Nessuno maturerà più vitalizi di notevole entità, ma diventeranno pochi coloro disposti a investire le loro risorse personali e professionali nell’attività parlamentare. Non è impossibile fare peggio. Dare più potere agli elettori nella scelta dei candidati, meglio in collegi uninominali, senza vincolo di mandato, e nella bocciatura, è il modo migliore per impedire la ricomparsa di classi politiche tanto longeve quanto immobiliste.

Pubblicato il 24 settembre 2017

Chi ha fatto più giorni in Parlamento:
Consulta la tabella
 ➤ anzianita servizio parlamentari

Tutti i segnali di un Gentiloni-bis

Intervista raccolta da Federico Ferraù per ilsussidiario.net

Renzi non vuole più metter mano alla legge elettorale? Dovrà ricredersi. Ma sarà battuto da Berlusconi in campagna elettorale. E prima della Sicilia viene la Germania.

Renzi non vuole più metter mano alla legge elettorale? Dovrà ricredersi. “Dovranno farla, dovranno comunque armonizzare le due leggi risultanti dalle due sentenze della Corte costituzionale” spiega il politologo Gianfranco Pasquino. “Mattarella glielo farà sapere con grande chiarezza, anche se non rinuncerà al suo stile felpato”. A quel punto, in un sistema proporzionale, conteranno la composizione delle liste e i capilista; il resto lo faranno i leader in campagna elettorale. E Berlusconi potrebbe fare ancora una volta la differenza.

Ma cosa cambierà prevedendo solo un’armonizzazione delle due leggi esistenti?
Cosa potrà succedere in termini di risultato, lo sanno solo le sibille e gli astrologi, insieme ad alcuni grandi politologi che prevedono il futuro… Le leggi proporzionali sono usate in tutta Europa, con l’eccezione della Francia e del Gran Bretagna. Non distruggono nessuna democrazia parlamentare, anzi consentono un voto che io definisco “sincero”.

Perché sincero?
Perché in un menù di sette-otto pietanze, gli elettori scelgono quella che piace loro di più. A maggior ragione sapendo che il loro voto consente al partito votato di superare la soglia di accesso al parlamento.

Siamo ancora lontani dal voto, però il consenso di Renzi è in calo, quello di M5s non si sa, quello di Berlusconi pare in crescita.
Spero che parlamentari, commentatori e sondaggisti convengano almeno su un punto: le campagne elettorali possono fare la differenza. Nel novembre del 2012 Bersani era in vantaggio di 7-8 punti, ma riuscì a bruciarli tutti. Quanti errori riusciranno a inanellare quelli di M5s? Quante stupidaggini riusciranno a dire alcuni esponenti del Pd? Quali novità Berlusconi introdurrà in campagna elettorale? Poi ci saranno fattori esterni. Si voterà a febbraio-marzo, senza milioni di migranti in arrivo a Lampedusa.

Uno di questi fattori potrebbe essere la legge di bilancio varata due mesi prima?
Il governo Gentiloni ha il dovere morale di fare la legge di bilancio migliore possibile, anche se può colpire gli interessi di qualcuno. Padoan e Gentiloni avranno la forza, il coraggio e lo spazio per fare la legge che serve al paese? Non lo so. Se faranno una leggina, questa condizionerà in peggio la campagna elettorale, avvelenandola.

Ne è sicuro?
Sì, gli italiani sono maturi e smaliziati e capirebbero subito il gioco di una legge fatta apposta per conquistarne il favore contro l’interesse del paese.

Come dovrà essere la legge di bilancio?
Rigorosa, preveggente, in grado di accompagnare la crescita. Direi, in una parola, keynesiana.

La sinistra è divisa in due, il Pd e il non-Pd. Come andrà a finire?
Lei fa benissimo a parlare di non Pd, infatti avrei qualche problema a mettere il Pd nella sinistra perché una parte è di sinistra, l’altra no. Pisapia mi pare inconcludente, a cominciare dalla denominazione e dunque dal progetto: Campo progressista. Occhetto aveva ragione quando diceva che la sinistra dev’essere una carovana, qualcosa che è in movimento, in viaggio. E viaggiando raccoglie persone che interagiscono tra loro, esprimono interessi, preferenze, ideali, emozioni. La sinistra non è un campo predeterminato con un perimetro, se è così muore.

Però la carovana dev’essere attrattiva per farsi votare.
Certo. Deve trovare persone che non si limitino a fare i buffoni in tv, ma che dicano: “abbiamo proposto questo, non ci hanno voluto ascoltare e queste sono le conseguenze. Ora ti chiediamo il voto perché questo è quello che vorremmo fare”. La sinistra, non solo in Italia, è un luogo plurale. Non si può sperare che ci sia un’unica persona che dà la linea.

Ma ci può essere un raggruppamento senza leader?
Prima di arrivare al leader, occorre chiedersi ciò che serve nella presente situazione. Proprio perché si vota con il proporzionale, conteranno la lista dei candidati in ciascuna circoscrizione e il loro capolista. Dovranno essere persone che vivono nella circoscrizione, e che ottengono i voti per la loro storia personale, politica o professionale. Se poi c’è un Pisapia che sovrintende tutto, ben venga, se si trova qualcuno migliore di lui, meglio ancora.

D’Alema, Bersani?
No, hanno capacità ma sono distrattivi. Potrebbe essere Speranza, potrebbe essere lo stesso Pisapia se smettesse di andare in giro ad abbracciare gente e cominciasse a dire qualcosa sulle priorità della sinistra.

Primi appuntamenti importanti sono le elezioni in Sicilia e in Lombardia l’autunno prossimo.
Io so di un appuntamento che viene ancora prima e si chiamano elezioni tedesche. Personalmente mi attendo una socialdemocrazia tedesca che dimostri di essere in crescita.

Però Schulz ha perso male in Nordreno-Westfalia dove era addirittura il favorito.
Vero. Però mi consente di mantenere la speranza? Se la Spd vincesse, sarebbe un segnale buono anche per la sinistra italiana. In ogni caso, quelle elezioni manderanno un segnale politico e a quel governo tutti dovremo fare attenzione, perché sarà quello che avrà la maggiore voce in capitolo a Bruxelles. Il resto fa storia a sé, la Sicilia non è il resto del paese.

Gentiloni?
E’ cresciuto nel suo ruolo. E’ migliorato come governante ed è migliorato il suo apprezzamento tra gli elettori. Mi auguro che voglia rimanere in una posizione di rilievo. Se ci fosse realmente la difficoltà di fare un governo dopo il voto, un Gentiloni bis sarebbe il modo migliore per andare avanti bene e raffreddare la temperatura.

Berlusconi premier?
Improbabile. Berlusconi farà quello che riesce a fare meglio: una brillantissima campagna elettorale. Da questo punto di vista è utile al paese. Ovviamente sarebbe utile anche controllare le affermazioni strampalate che farà. Nessuno può seriamente credere che solo Trump abbia l’esclusiva delle fake news, Berlusconi lo ha preceduto di almeno vent’anni.

Perché dice che la campagna di Berlusconi sarà importante?
Perché in campagna elettorale Berlusconi si diverte, la sua passione diviene contagiosa e avvicina alla politica tante persone che normalmente non ci pensano.

Berlusconi, Grillo e Renzi in campagna elettorale. Chi la sparerà più grossa?
Non Grillo perché le ha sparate già tutte e ho l’impressione che sia in fase declinante. Mentre Berlusconi promette scintille perché è un creativo.

E’ in vantaggio su Renzi da questo punto di vista?
Sì, è nettamente superiore.

Pubblicato 11 agosto 2017

«Voto anticipato? Renzi vuole uno stipendio da parlamentare» INTERVISTA @Lettera43

Il politologo a L43 attacca l’ex premier. Vede Mattarella dietro il richiamo di Napolitano. E sui franchi tiratori del Tedeschellum dice: «Sono almeno 100 i dem che sanno che non saranno ricandidati…». Intervista raccolta da Alessandro Da Rold

Per come li conosco io, magari il presidente Sergio Mattarella ha detto a Giorgio Napolitano di farsi avanti, spiegando che le elezioni anticipate sarebbero un colpo alla credibilità del Paese….». Sorride, ma neppure troppo, Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna, politologo, tra i più strenui sostenitore del “No” all’ultimo referendum sulle riforme costituzionali del 4 dicembre scorso. È da poco passato mezzogiorno a Montecitorio. In Aula il Movimento 5 Stelle e il Partito democratico si accusano a vicenda di aver affossato la legge elettorale. Volano stracci. Compaiono tabelloni luminosi con il voto segreto. Di tutto di più.

AL VOTO COL CONSULTELLUM? Nel frattempo sui quotidiani i retroscena dicono che, se il patto a quattro di cui si è parlato in questi giorni saltasse, si potrebbe andare lo stesso a elezioni anticipate con il Consultellum. Il capo dello Stato tace, mentre i quirinalisti spiegano che sarebbe disponibile in caso di approvazione di una legge elettorale a sciogliere le Camere. «Ma l’unico motivo valido per sciogliere il parlamento prima della sua scadenza naturale, alla fine di febbraio del 2018, è che non esista più un governo sostenuto da una maggioranza in grado di funzionare. Non pare la situazione del governo Gentiloni», spiega Pasquino.

«LA LEGGE? BASTANDO DUE MODIFICHE…». Quindi perché Matteo Renzi e i renziani vogliono andare a elezioni anticipate? «Semplice, perché Renzi vuole uno stipendio da parlamentare», chiosa il professore. La situazione è fluida. Per di più a diversi analisti appare improbabile che Renzi faccia cadere un governo di centrosinistra per la terza volta, dopo quello di Enrico Letta e il suo. E poi, appunto, c’è la discussione sulla legge elettorale: «Basterebbero due modifiche, quella sul voto disgiunto e sulle preferenze, per ottenere i voti anche dei Cinque Stelle. Bisogna dirlo, perché c’è chi racconta falsità».

DOMANDA. Anche lei, dunque, è favorevole al sistema tedesco.
RISPOSTA. Ripeto, basterebbe davvero poco per avere una legge elettorale simile a quella della Germania, dove si governa con grande tranquillità da anni.

D. Il 5% è un buon punto di partenza.
R. Assolutamente, ma poi servirebbe la possibilità di voto disgiunto, vale a dire che l’elettore può votare il candidato di un partito per il collegio uninominale e scegliere la lista di un partito diverso con il suo secondo voto.

D. Ora il Pd sostiene che la legge è morta, mentre il M5s accusa Renzi. Solo un gioco delle parti?
R. Matteo Renzi e Beppe Grillo vogliono decidere i parlamentari da inserire nelle liste. Solo su questo si trovano d’accordo.

D. A quanto pare diversi franchi tiratori arrivavano anche dal Partito democratico.
R. Mi pare evidente che sui 300 parlamentari eletti nel 2013 con il premio di maggioranza ce ne siano almeno 100 che sanno di non essere ricandidati. E quindi possono votare contro.

D. Eppure ora tra i renziani sta balenando l’ipotesi di andare lo stesso a elezioni anticipate con il Consultellum.
R. I tempi tecnici per andare al voto a settembre si assottigliano sempre di più. Basta che la legge arrivi al Senato ma poi sia rinviata di nuovo alla Camera. E poi non esiste nessuna relazione pericolosa fra l’approvazione di una nuova e indispensabile legge elettorale e l’indizione di elezioni anticipate.

D. Il presidente emerito Napolitano si è detto contrario alle urne a settembre.
R. Napolitano è consapevole che qualsiasi campagna elettorale anticipata avrebbe un rischio per l’Italia in termini economici e di credibilità.

D. Emanuele Macaluso, storico direttore de L’Unità da sempre vicino al presidente emerito, insiste su un punto: Renzi e i renziani non hanno ancora spiegato perché bisogna andare al voto a settembre.
R. Lo dico io perché: Renzi ha bisogno in fretta di un posto da deputato o da senatore per avere uno stipendio, dal momento che non credo sia stipendiato dal Partito democratico. Su questo vorrei aggiungere un’altra cosa.

D. Prego.
R. Renzi pensa di andare a elezioni anticipate e poi, dopo un accordo con Silvio Berlusconi, farsi nominare premier. È un idea che non sta né in cielo né in terra, perché Berlusconi potrebbe preferirgli tranquillamente qualcun altro. Anzi, di sicuro sarà così.

D. Perché Mattarella continua a non intervenire nel dibattito?
R. Sta aspettando di capire l’evolversi della situazione. È un arbitro e non vuole intervenire: è il suo carattere. Ma guardi, come le ho già detto, se io conosco bene Mattarella e Napolitano, il primo ha detto al secondo di farsi avanti. E il secondo si è fatto sentire.

Pubblicato 8 giugno 2017 su LETTERA 43