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Le promesse sulla legge elettorale #OscuriDesiderideiPolitici

Care (e)lettrici e (e)lettori che sulle spiagge fra un bagno e l’altro e fra una bibita e un gelato vi chiedete con quale legge si andrà a votare, prestate un po’ di attenzione anche saltuaria a quel che dicono i politici. Vogliono farvi credere che preparano una legge buona per voi e per il sistema politico che diventerà finalmente governabile. È l’oggetto di loro oscuri desideri. Per metà non sanno di cosa parlano poiché i meccanismi elettorali hanno sempre qualche elemento di complessità che sfugge loro, per l’altra metà, manipolano.

Primo punto, non credete a chi vi dice che purtroppo stiamo tornando alla proporzionale. Il ritorno è avvenuto già nel 2005 con la legge del centro-destra nota come Porcellum e sarebbe continuato con l’Italicum (non casualmente gradito anche a Berlusconi), entrambe leggi proporzionali “distorte” da un premio di maggioranza. I critici del ritorno, in realtà, desiderano non una legge elettorale maggioritaria come l’inglese o la francese, entrambe applicate in rischiosissimi collegi uninominali, ma un premio di maggioranza per trasformare un consenso elettorale del 30/40 per cento di voti in un gruppo parlamentare con 54 per cento di seggi. Meglio di no, meglio non stravolgere artificialmente la rappresentanza proporzionale, visto anche che né con Berlusconi né con Renzi al governo abbiamo avuto stabilità e efficacia decisionale.

Secondo, è’ tornato in auge, ma non sono sicuro lo sia davvero mai stato, il sistema elettorale tedesco che, con buona pace del Direttore de “Il Foglio” e di troppi altri, non è un proporzionale “puro” non foss’altro perché ha una bella clausola del 5 per cento per accedere al Parlamento. Allo stato dei consensi rilevati da tutti i sondaggisti, quella clausola escluderebbe dal Parlamento Angelino Alfano, Giorgia Meloni, il Movimento Democratico Progressista. Otterrebbero seggi il PD, il Movimento Cinque Stelle, Forza Italia e la Lega Nord (no, non sono sicuro che questa sarà la graduatoria). Sono sicuro che qualsiasi premio di maggioranza fantasiosamente inserito nel sistema tedesco lo snaturerebbe e imporrebbe di chiamarlo in un altro modo.

Terzo, sotto traccia tutti sanno, più di chiunque lo sanno i parlamentari, che quello che interessa davvero sia a Berlusconi sia a Renzi è avere il potere di nominare i propri parlamentari. Il sistema davvero tedesco elegge metà dei parlamentari in collegi uninominali, anche per questo i due leader ne vorrebbe una correzione/stravolgimento. Quanto alla reintroduzione delle preferenze per dare agli elettori un po’ di potere nell’elezione dei parlamentari, è alquanto offensivo per gli italiani sostenere che il voto di preferenza è veicolo di corruzione come se i parlamentari in carica dal 2013, nessuno eletto con voti di preferenza, non fossero incappati in molti casi di corruzione e di altri reati connessi.

Soprattutto, alza la voce Matteo Renzi, quarto punto, niente coalizioni. Lui sostiene che la coalizione la fa(rà) con i cittadini. Peraltro, il governo che Renzi ha guidato da febbraio 2014 al dicembre 2016 era un classicissimo governo di coalizione: Partito Democratico, Scelta Civica, Nuovo Centro Destra. Quel che più conta, però, è che la politica è proprio l’arte di fare coalizioni anche di governo. Non sarà mica un caso se tutte le democrazie parlamentari dell’Europa occidentale, ma anche la democrazia semipresidenziale francese, hanno governi di coalizione? Aggiungo che tutte queste democrazie, ad eccezione di Gran Bretagna e Francia, usano da molto tempo, alcune da sempre, leggi elettorali proporzionali.

Allora, concludo, il compito per le vacanze dei politici che non ne sanno abbastanza e per quelli che fanno furbesche manipolazioni è: non inventatevi nulla. Avete già dato molto e male. Studiate le leggi elettorali europee per importarne il meglio. Al momento opportuno gli elettori vi valuteranno anche con riferimento alla legge con la quale saranno costretti a votare (o no).

Pubblicato AGL 8 agosto 2017

Decurtare i vitalizi ma senza populismi

La premessa è doverosa. Negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso sono stato Senatore della Sinistra Indipendente e dei Progressisti. Dunque, sono il fortunato (e mio figlio aggiunge: privilegiato) percettore di un vitalizio. Denuncio il mio personale conflitto d’interessi poiché, se il testo approvato dalla Camera passasse senza variazioni al Senato, il mio vitalizio sarebbe significativamente decurtato, quasi dimezzato. Non solo perché me lo dice mio figlio, ritengo che i vitalizi siano non diritti, ma privilegi acquisiti che, di conseguenza, possono anche, applicando criteri equi, essere in una certa misura ridimensionati. Naturalmente, se il criterio di fondo è che i parlamentari debbono essere trattati come tutti i cittadini perché cittadini sono e bisogna ricordarglielo, allora emergono subito due enormi problemi. Primo problema, potrebbero, di conseguenza, essere ricalcolate, compito immenso, tutte le pensioni basate sulle retribuzioni e non sui contributi effettivamente versati da qualche milione di nostri concittadini? Il rischio esiste. Forse si richiederebbe qualche precisazione nel testo di legge, anche per evitare che il quasi inevitabile intervento della Corte Costituzionale, poiché è facile prevedere che vi saranno ricorsi, finisca per cassare tutto. Naturalmente, questa eventualità è di scarso interesse per i parlamentari delle Cinque Stelle il cui scopo prominente è di avere una tematica popolare (populista?) con la quale condurre la prossima campagna elettorale. “Abbiamo imposto la decurtazione dei vitalizi” può funzionare altrettanto bene che “la casta ha bocciato la nostra legge moralizzatrice”. Quanto al Partito Democratico, fra i cui parlamentari esistono posizioni più articolate e più sfumate, parerà comunque il colpo sottolineando che il primo firmatario della legge è un suo deputato.

Il secondo problema mi appare molto più grave e denso di pericoli attuali e futuri. Fare il parlamentare non è un mestiere come qualsiasi altro. Richiede preparazione e competenze che non si acquisiscono necessariamente e soltanto nelle università, ma che vengono anche dall’esperienza. Questa è una motivazione della mia contrarietà al limite dei mandati elettivi. Quando fa la sua comparsa un parlamentare bravo, in qualsiasi modo si definisca la sua bravura: competenza, capacità di lavoro, volontà di ascoltare e rappresentare preferenze, interessi, ideali dei suoi elettori, non vedo perché troncargli/le la carriera in maniera burocratico-ragionieristica. Siano gli elettori a decidere se rieleggerlo/a o mandarlo/a a casa. Qui sta la ragione per la quale sono assolutamente favorevole a una legge elettorale fondata sui collegi uninominali nei quali gli elettori vedono i candidati che, a loro volta, cercano di capire le esigenze degli elettori. Accompagnare la decurtazione dei vitalizi con affermazioni che degradano il ruolo e il compito dei parlamentari è assolutamente diseducativo. Blandisce l’antiparlamentarismo di troppi italiani che ha una lunga e nient’affatto venerabile storia. Alimenta atteggiamenti di critica, talvolta pur meritati da alcuni parlamentari, a scapito dell’istituzione parlamento nel suo complesso, della stessa democrazia rappresentativa.

Sottolineo che, invece di parlare di alternative immaginarie alla democrazia rappresentativa, ogni volta smentite dalle pasticciate consultazioni grilline sulle quali si abbatte la frase di Grillo: “fidatevi di me”, poi rivelatasi perdente, l’obiettivo dovrebbe essere quello di fare funzionare meglio, eventualmente, perfezionandola, la democrazia rappresentativa. La certezza di un’indennità che consenta a chi ha solo quell’emolumento di fare il parlamentare a tempio pieno (quindi, maggiormente criticabile quando assente dai lavori) e quella di un vitalizio al termine degli anni di lavoro è essenziale per trovare un’ampia e qualificata, questo è un punto dirimente, platea di aspiranti fra i quali poi saranno gli elettori a scegliere soprattutto se esisteranno i collegi uninominali. Male e incertamente ricompensati, sotto l’eventuale mannaia del limite di mandati (che inevitabilmente spingerà molti di loro nel secondo mandato a dedicare parecchio tempo alla ricerca di alternative occupazionali), additati come profittatori agli occhi di un’opinione pubblica male informata e mal disposta, molti italiani che avrebbero le capacità e la voglia di fare politica potrebbero ritrarsi. Avremo risparmiato sui vitalizi e sull’indennità. Sprecheremo molte energie indispensabili a rinnovare l’asfittica politica italiana e la sua democrazia poco e malamente rappresentativa.

Pubblicato il 28 luglio 2017

 

“Per le politiche attenti a prendere sottogamba il M5S”

Intervista raccolta da Maria Corbi

E ora che succede? Dopo le elezioni di domenica, gli schieramenti guardano già al voto nazionale. Nel centrodestra la scommessa è di riprodurre il modello ligure. Per Renzi sarà importante recuperare consensi e unità. Mentre i grillini cercheranno di cavalcare ancora l’onda anti-sistema

Perché ha vinto il centrodestra?
Il centrodestra è andato bene perché ha avuto la capacità di mettersi insieme, di individuare delle candidature che rappresentavano quelle aree. C’è Giovanni Toti alle spalle di tutto questo, e lui stesso è il prodotto del suo metodo che ha utilizzato a La Spezia e Genova. Una sconfitta bruciante per il centro-sinistra che lì ha governato per lungo tempo. Ma anche a Verona hanno trovato il nome giusto impedendo che una parte di elettorato leghista “duro” convergesse sulla compagna di Tosi, Patrizia Bisinella. E questo suggerisce che quando Berlusconi non fa di testa sua le cose vanno bene. Anche se lui sostiene che la vittoria sia dovuta alle sue 46 interviste alle televisioni locali. Non è così, il risultato è dovuto alle candidature giuste e alla capacità della coalizione di stare insieme senza litigare.

Perché ha perso il centrosinistra?
Siamo di fronte a una sconfitta del Pd più che del centrosinistra e il segretario doveva già averla mentalmente elaborata visto che praticamente non ha fatto campagna elettorale. Renzi ha messo su Twitter una “torta” per dimostrare che non è andata così male e invece è andata malissimo perché ha perso in quasi tutte le grandi città, e se facesse una semplice operazione aritmetica vedrebbe che il centro destra ha avuto un numero di voti molto più consistente. Sicuramente la sua personalità strabordante non ha aiutato, perché tanti elettori del Pd non hanno voluto votarlo. E gli elettori dei Cinque stelle pur di non votare il Pd al ballottaggio hanno votato il candidato del centrodestra. Il futuro? Occorre un leader come Macron che si batta per contare di più in Europa.

Perché il M5S non riesce a sfondare?
Si sta sottovalutando il risultato dei Cinque stelle. Perché nei dieci comuni in cui sono arrivati al ballottaggio sono risultati vincitori in otto casi. E faccio fatica a dire che non hanno vinto a Parma e a Comacchio dove comunque sono I loro elettori storici che hanno fatto vincere di nuovo Pizzarotti e Fabbri (espulsi dal Movimento). In ogni caso, si stanno radicando sul territorio e questo alle elezioni politiche sicuramente conterà.

Pubblicato il 27 giugno 2017

 

La Sinistra e il vinavil di Prodi

Prima contano, a fatica, i numeri; poi danno i numeri cercando l’interpretazione più favorevole, infine, passano ad altro. Questo è l’abituale comportamento dei politici e dei loro, purtroppo molti, commentatori di corte, nel caso di qualsiasi elezione. Le amministrative che si sono concluse con i ballottaggi non fanno eccezione. Però, neppure con le giravolte più acrobatiche e con le arrampicate (sugli specchi) più spericolate appare possibile aggirare tre elementi chiarissimi. In ordine d’importanza: i candidati del Partito Democratico, anche quando sostenuti da un ampio ventaglio di liste civiche (nelle quale spesso si annidano ex-politici), hanno perso tutti i ballottaggi nelle città più importanti ad eccezione di quello di Padova. Di converso, i candidati del centro-destra, anche grazie al contorno di liste civiche del più vario genere (ma la società civile si lascia davvero ingannare da questi giochini? No, ma preferisce votare parenti, amici, persone con le quali ha condiviso attività, percorsi, idee, preferenze piuttosto che politici tradizionali), hanno vinto quasi dappertutto. Quindi, non sono state soltanto alcune, più o meno peculiari, motivazioni locali, davvero “amministrative”, che li hanno favoriti, ma una tendenza generale. Se si compatta, sia per necessità sia, ancora più, per convinzione (ma, finora, Berlusconi è tutto tranne che convinto), il centro-destra diventa fortemente competitivo. Lo è perché è rappresentativo, vale a dire offre programmi e candidature che una parte consistente di elettorato in condizioni normali considera preferibili ai programmi e alle candidature del Partito Democratico e dei suoi eventuali alleati. Quanto abbiano contato in questo voto le differenze di opinione sullo jus soli e gli scontri sui voucher cancellati e resuscitati, nessuno può davvero dire.

Per spirito di contraddizione piuttosto che basandosi su elementi più solidi e affidabili, qualche commentatore ha scoperto che è troppo presto dare per declinante il Movimento Cinque Stelle. In otto ballottaggi su dieci, in situazioni peraltro relativamente minori, i candidati delle Cinque SteIle hanno comunque vinto. Semmai, come doveva essere già chiaro dopo il primo turno, il perdente vero è Beppe Grillo. Il candidato da lui prescelto per Genova, la sua città, è andato malissimo già al primo turno. Il sindaco uscente di Parma, Federico Pizzarotti, da Grillo fatto espellere tempo fa, osteggiatissimo dai maggiorenti delle Cinque Stelle, ha rivinto alla grande: buon governo e capacità di rappresentare in maniera efficace una città con molti problemi.

Tra pochi giorni tutto tornerà alla, deprecabile, normalità. Si riapriranno tre dibattiti, due dei quali inutilissimi. Primo, è stato indebolito il governo Gentiloni e riuscirà a durare fino alla scadenza naturale della legislatura? Mia risposta: il governo non c’entrava per niente; Gentiloni ha il dovere di continuare a governare. Secondo, è il caso di andare a elezioni anticipate? Non ne vedo nessuna buona ragione e sono d’accordo con il Presidente Emerito Napolitano (e, spero, con il Presidente Mattarella) che sarebbe una decisione “irresponsabile”. Terzo, bisogna fare una legge elettorale. Ho consultato Penelope che mi ha garantito che se i parlamentari tesseranno una legge elettorale decente in qualche giornata di buon lavoro a Montecitorio e a Palazzo Madama, lei non la disferà nella notte (ma, se la legge elettorale sarà pessima, com’è tristemente possibile, provvederà a disfarla nella prossima legislatura). Da ultimo, non è chiaro di quanto Vinavil dispone Prodi per tenere insieme in maniera posticcia il variegato schieramento di centro-sinistra, nel quale i bisticci sono come quelli fra i polli di Renzo (no, non Renzi) nei Promessi sposi (anche il titolo è allusivo!). Meglio che ne abbia una fornitura molto abbondante, ma senza idee nuove al centro-sinistra non gioverà neppure il vinavil di Prodi.

Pubblicato AGL il 27 giugno 2017

Il populismo nei giochi di coalizione

Nelle elezioni amministrative succedono molte cose che non necessariamente si ripeteranno nelle elezioni politiche. Però, qualche lezione se ne può trarne in maniera piuttosto chiara. Le propongo in un ordine d’importanza diverso da quello delle prime analisi, spesso influenzate da pregiudizi e tese a definire la situazione in modo favorevole a una specifica parte politica. Prima lezione, sia il sistema elettorale per l’elezione dei sindaci sia, più in generale, la politica delle democrazie, anche locali, spingono verso la formazione di coalizioni. Smentendo affermazioni propagandistiche campate in aria, questo voto amministrativo dice che le coalizioni sono il modo preferibile di fare politica. Un buon leader, ma Berlusconi dovrebbe ricordarsi del suo esordio vincente nel 1994, quando costruì due coalizioni, smussa le differenze, raggiunge accordi, unifica posizioni. Chi sa costruire coalizioni in modo adeguato a sostegno di una candidatura decente viene giustamente premiato dall’elettorato (in Italia e altrove). Dunque, non è corretto sostenere che è “tornato” il centro-destra. Esiste un elettorato di centro-destra al quale, in molti contesti, Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d’Italia hanno fatto una buona offerta di rappresentanza e di governo delle città, risultandone premiati. Se troveranno un accordo simile a livello nazionale, più difficile a causa delle posizioni sovraniste della Lega e di Fratelli d’Italia e del conflitto sulla leadership, il centro-destra sarà competitivo con qualsiasi sistema elettorale. Anche il Partito Democratico, nonostante l’idiosincrasia altalenante del suo segretario, ha variamente costruito coalizioni persino con gli scissionisti pure, spesso, definiti “traditori” dai collaboratori più stretti di Renzi. Dopo il voto e in vista del ballottaggio, quegli stessi collaboratori aggiungono buffamente che il PD si alleerà con i movimenti civici di sinistra, ma anche con quelli di centro. Insomma, alcuni piddini stanno ancora sulla prospettiva del Partito della Nazione. Anche nel loro caso, però, dovrebbe valere la lezione che le coalizioni bisogna cercarle e saperle fare non solo per motivi elettorali.

Il primo turno delle elezioni amministrative ha uno sconfitto sicuro: Beppe Grillo, forse due: Luigi Di Maio. Non è soltanto che gli elettori di Genova, come tutti sanno la città di Grillo, gli hanno risposto che no, non si fidano di lui e del cambio in corsa della candidata che aveva vinto le primarie (una violazione della democrazia sotto tutte le latitudini), ma anche che coloro che Grillo aveva spinto fuori dal Movimento, come il sindaco di Parma (ben piazzato per il ballottaggio) e il sindaco di Comacchio (che ha già rivinto la carica), hanno dimostrato di non avere bisogno di lui (né di Di Maio). Per chi guida un Movimento verticistico questa è più che una sconfitta elettorale. È una sconfessione abbastanza plateale. Tuttavia, le liste del Movimento nel loro insieme non vanno malissimo. Anzi, le elezioni amministrative sono state una buona occasione per continuare il radicamento sul territorio. Il resto l’hanno fatto, in maniera evidentemente non convincente, le candidature.

Gli elettori erano perfettamente consapevoli che stavano votando il potenziale sindaco e che centro-destra e centro-sinistra offrivano alternative talvolta sperimentate e credibili. Qui si apre il problema del reclutamento delle Cinque Stelle per risolvere il quale non potrà bastare un pugno di votanti come quelli che si sono espressi nelle apposite consultazioni. Tuttavia, fanno male i commentatori che scrivono che ha perso il populismo. Tanto per cominciare quello di Salvini, accompagnato dalla presenza sul territorio, è vivo e vegeto e, in secondo luogo, il consenso per le Cinque Stelle a livello nazionale proviene più che da toni e stile populisti, dalla critica dei politici e del loro modo di fare politica. È uno zoccolo che i non buoni risultati nelle elezioni amministrative sfiorano, ma non scalfiscono. Il resto ce lo diranno fra due settimane, con la forza del loro voto, che sanno usare in maniera efficace, gli elettori dei ballottaggi.

Pubblicato AGL 13 giugno 2017

Il ritorno delle coalizioni

“Sconfitto il populismo” annunciano trionfanti le prime pagine di alcuni quotidiani e i titoli dei telegiornali. Chini sui dati alcuni pensosi commentatori dicono che sì, è vero, il populismo è stato pesantemente colpito. Fermo restando che nessun populismo deve mai darsi per soccombente in seguito al voto di cinque milioni o poco più di italiani, il fatto è che non tiene l’identificazione assoluta fra Movimento Cinque Stelle e populismo. Da un lato, il populismo abita anche nei toni, nei modi, nello stile di fare politica di Matteo Salvini, della Lega e di non pochi suoi candidati. Fa anche la sua comparsa nelle proposte renziane di rottamare e tagliare poltrone e senatori. Dall’altro, l’affermazione fondante del Movimento Cinque Stelle: “uno vale uno”, primo è sbagliata; secondo è stata rapidamente sostituita nei fatti da “uno vale uno, ma c’è uno che vale di più”. Infatti, quell’uno, cioè Beppe Grillo, è il vero sconfitto del primo turno delle elezioni amministrative. A Genova il candidato da lui imposto (con una frase inquietante:”fidatevi di me” -con il non detto: “che ne so più delle regole democratiche”) contro la vincitrice di regolari primarie è andato malissimo. I due sindaci da lui osteggiati e ostracizzati, quello di Comacchio ha ri-vinto al primo turno; quello, più noto, di Parma arriva al ballottaggio con il vento in poppa. Altrove, nei pure sgangherati raggruppamenti italiani qualcuno chiederebbe un rendiconto. Invece, il verticistico Movimento Cinque Stelle rimane consegnato a Grillo e a Casaleggio figlio. C’è la loro convinzione, non del tutto malposta, che, andate male queste elezioni, rimane uno zoccolo duro sul quale ricostruire il consenso in vista delle elezioni politiche. Quello zoccolo di voti, intorno al 25 per cento, è costituito dai molti italiani, prevalentemente giovani, che accettano e condividono la critica radicale della politica e dei politici. Sull’antipolitica Grillo ha costruito il suo successo. Cercherà di rivitalizzarlo e, poiché è improbabile che a livello nazionale ci siano impennate di miglioramenti (a cominciare dall’elaborazione di una legge elettorale quantomeno decente), il tesoretto, poco populista, molto antipolitico, dei voti grillini non sarà dilapidato.

Grillo non è mai stato l’unico “uomo solo al comando”. Prima di lui Berlusconi, che il comando non intende mollarlo e che di successori ne ha già bruciati non pochi, e, naturalmente Renzi. Andato a sbattere contro il muro dei no al referendum del 4 dicembre, Renzi non ha affatto rinunciato, almeno a parole, alla sua idea centrale, la riverniciatura della “vocazione maggioritaria”. Tuttavia, clamorosamente, gli esiti del primo turno, le cui propaggini arriveranno fino al secondo turno, dicono alto e forte che è tornata la politica delle coalizioni. Dappertutto, il centro-destra si rivela competitivo perché, nel silenzio di Brerlusconi, riesce a mettere insieme le sue sparse e, spesso, anche conflittuali, membra. Il “sogno” maggioritario del Partito Democratico annega in una varietà quasi infinita di liste civiche di sinistra, di centro, di quant’altro a suo sostegno. Altro che correre da soli. Invece di costruirlo dal governo, grazie ad offerte di posti e di (ri)candidature, il Partito della Nazione si materializza sul territorio dove sono state confezionate liste persino con i tanto bistrattati scissionisti, i quali, da soli, ovviamente, non sarebbero andati da nessuna parte, meno che mai nei consigli comunali in lizza.

La coerenza renziana e piddina svanita per ineludibili considerazioni di bottega dovrebbe spingere a rivalutare le coalizioni, la modalità più diffusa con la quale si fa politica nelle democrazie parlamentari. Dovrebbe anche fare riflettere i tuttora improvvisati apprendisti stregoni delle riforme elettorali buone per una sola stagione. La legge per i sindaci, approvata dal Parlamento nel 1993 sotto una possente spinta referendaria, è ottima e funziona poiché fu pensata per dare potere, non a qualche partito o leader, ma agli elettori. Così dev’essere anche per la necessaria legge elettorale nazionale. Il resto ce lo diranno i ballottaggi.

Pubblicato il 13 giugno 2017

Purché sia davvero tedesca

“Conoscere il vincitore la sera delle elezioni”. “Avere un governo eletto dagli italiani”. “Il premio di maggioranza assicura la governabilità”. All’insegna di queste frasi, altrove, nelle democrazie parlamentari, assolutamente prive di senso, i berlusconiani e i renziani hanno fatto ampia opera di cattivi maestri elettorali e costituzionali. Giunti sull’orlo dell’abisso, che per loro sarebbe una vittoria elettorale e conseguente governo del Movimento 5 Stelle, Renzi e Berlusconi hanno cambiato rotta. Predicatori del maggioritario si sono buttati nelle braccia di una legge elettorale proporzionale. Qualcuno è forse riuscito a spiegare a entrambi che con la proporzionale nessuno vince mai tutto e nessuno perde mai definitivamente. Sembrano avere scelto la legge tedesca che si chiama rappresentanza proporzionale personalizzata. Certamente, nel panorama dei sistemi proporzionali, la legge tedesca è una delle miglior. Ha funzionato ottimamente per oramai quasi settanta anni. In Germania nessuno ne chiede l’abbandono poiché garantisce condizioni eque a tutti i partiti esistenti e scalpitanti. Ha dato buona rappresentanza politica ai cittadini tedeschi, prima e dopo l’unificazione. Grazie al doppio voto attribuisce loro significativo potere. Metà dei parlamentari sono eletti in collegi uninominali metà su liste di partito. È il voto per il partito, purché superi la soglia del 5 per cento, che serve a stabilire quanti seggi quel partito nel Bundestag: tot voti tot seggi. Consente anche a minoranze concentrate, se vincono tre seggi uninominali, di portare in Parlamento il numero di eletti pari alla percentuale di voti ottenuta. Non è affatto vero che la proporzionale personalizzata tedesca conduce inesorabilmente a Grandi Coalizioni che sono, invece, l’esito possibile, ma non obbligato, di una scelta dei dirigenti di partito. Infine, rivelatisi privi dei voti necessari, ma anche miserevolmente formulati dal punto di vista tecnico tutti gli altri improvvisati tentativi di scrittura di sistemi elettorali con chiari intenti particolaristici, la legge tedesca è un ottimo approdo. Purché.

Il “purché” merita di essere argomentato. I sistemi elettorali sono, per l’appunto, sistemi, non supermercati nei quali i consumatori scelgono secondo le loro mutevoli preferenze. Sistema vuole dire che le diverse componenti si tengono insieme, si influenzano, funzionano per l’appunto in relazione con ciascuna delle altre componenti. Dunque, chi vuole la legge elettorale tedesca deve fissare la soglia di accesso al Parlamento al 5 per cento, non per cattiveria, ma per incentivare i partiti piccoli ad associarsi per non scomparire (salvo ritornare nel Parlamento se e quando avranno saputo riacquisire abbastanza consenso). I due voti debbono potere essere disgiunti, vale a dire per un candidato nel collegio uninominale e per la lista di un partito, anche diverso da quello del candidato. Non debbono essere agganciati alla legge elettorale tedesca vagoncini come un piccolo, forse inutile premio di maggioranza, un diritto di tribuna e altri regalini che distorcano la rappresentanza politica proporzionale.

È molto probabile, sulla base delle preferenze rivelate dagli elettori nei sondaggi, che il primo posto se lo giocheranno le Cinque Stelle e il PD, a meno che si compia il miracolo di un centro-destra che si riaggrega. Dunque, il prossimo governo, se si voterà (meglio a scadenza naturale) con la legge tedesca presa nella sua integrità e senza stravolgimenti, sarà di coalizione. I voti degli elettori decideranno a chi toccherà iniziare, sotto la guida del Presidente della Repubblica, la complessa operazione di formazione del prossimo governo. Nulla di inusitato, né per l’Italia né, tantomeno, per le democrazie parlamentari. I governi nascono, vivono e, talvolta, muoiono in Parlamento in maniera trasparente intorno ad un programma condiviso e concordato fra coloro che di quella maggioranza faranno parte. Dopo vent’anni di scorribande particolaristiche, l’Italia avrà la possibilità di tornare a fare parte a pieno titolo delle democrazie parlamentari nella speranza, ahinoi, al momento non proprio fondatissima, che i politici italiani abbiano finalmente imparato abbastanza.

Pubblicato AGL il 31 maggio 2017

Leggi elettorali: labirinto in latino

Il direttore mi ha commissionato un articolo per fare chiarezza sulle leggi elettorali con le quali si stanno baloccando i deputati e i loro capi. Sciaguratamente, ho accettato, ma il compito di chiarire l’inchiaribile va oltre le mie forze e la mia capacità di concentrazione.

L’Italicum è stato bocciato dalla Corte Costituzionale nel suo cuore pulsante, il ballottaggio, che serviva a legittimare l’assegnazione di un premio di maggioranza, che poteva risultare abnorme, e a perseguire un obiettivo non meglio definito: la governabilità, oltre che a dare agli elettori la grande gioia di conoscere il vincitore la sera stessa del voto (chiedo scusa: una o due settimane dopo). Quella simpaticona della Corte si è anche inventata il sorteggio per decidere di quale circoscrizione dovranno essere rappresentanti (sic) i plurieletti. E’ sfuggito alla Corte (oh, quanto sarebbe bello conoscere i pareri dissenzienti!) che plurieleggibili e capilista bloccati violano l’eguaglianza (art. 3) sia fra i candidati sia fra gli elettori. Che quel che rimane dell’Italicum possa essere definito “Legalicum” dalle Cinque Stelle e immediatamente utilizzabile è il solito mistero buffo. Dovrà, comunque, essere adattato al Senato. Ridurre il premio in seggi insito nell’Italicum non significa farlo dimagrire, ma, unitamente all’abolizione del ballottaggio, implica castrarlo: triste sorte per un porcellinum (poiché l’Italicum è il discendente diretto del Porcellum).

Memorabilmente, nella conferenza stampa di fine d’anno, dicembre 2015, il Presidente del Consiglio Renzi, non contraddetto da nessuno dei molti giornalisti esperti (sic) di leggi elettorali, annunciò enfaticamente che l’Italicum era “un Mattarellum con le preferenze”, cioè, meglio. Tutto sbagliato, anche, soprattutto, poiché l’Italicum è una legge proporzionale mentre il Mattarellum è una legge tre quarti maggioritaria in collegi uninominali. Grazie al Mattarellum hanno vinto sia l’Ulivo sia il centro-destra. Abbiamo avuto l’alternanza e, con l’aggiunta, per me essenziale, del requisito di residenza, avre(m)mo anche rappresentanti non paracadutati. Tuttavia, poiché sia Renzi sia Berlusconi fortemente vogliono nominare i loro parlamentari, il Mattarellum non sarà resuscitato.

LA MIGLIORE delle leggi proporzionali è quella tedesca che vige, con pochissime non profonde, modifiche, da sessant’anni e più. La ripartizione dei seggi è tutta proporzionale fra i partiti che abbiano superato la soglia del 5 per cento su scala nazionale. Gli elettori hanno due voti. Con il primo scelgono il candidato in 299 collegi uninominali. Chi ottiene anche un solo voto in più vince. Il secondo voto dato alla lista del partito serve a determinare la percentuale nazionale in base alla quale si stabilisce il numero dei seggi che andranno a ciascuno dei partiti che hanno superato la soglia. Due voti sono, ovviamente, meglio di uno. Possono essere utilizzati in maniera strategica, ad esempio, per fare superare la soglia del 5 per cento a un alleato gradito in questo modo dando agli elettori anche l’indicazione dell’eventuale coalizione di governo. Chi (Verdini e piddini) vuole eleggere metà parlamentari in collegi uninominali e metà in liste di partito sta proponendo un sistema misto (non proprio fantasiosamente chiamato Verdinellum) che non esiste da nessuna parte al mondo e che, nel caso italiano, darebbe un buon vantaggio in partenza a PD e Cinque stelle (poi, per fortuna, ci sarebbero, comunque, gli elettori con le loro preferenze).

Oltre (caro Direttore) non posso proprio andare e neppure voglio perché la situazione, come direbbe Bauman, è molto liquida e rende sterile persino l’esercizio di qualsiasi meritoria critica.

Concluderò sottolineando, per l’ennesima, volta che: 1. Alcuni partiti avanzano proposte tarate (taroccate?) sulle proprie fortune; 2. Gli italici hanno dimostrato di non sapere scrivere una legge elettorale originale e funzionante (il Mattarellum è l’esito di un referendum popolare peggiorato dall’intervento dei deputati, genuino è quello applicato al Senato); 3. Sia il sistema tedesco sia il doppio turno francese di collegio, non assimilabile al ballottaggio poiché consente a più di due candidati di passare al secondo turno, sono buoni, anzi, ottimi purché non si consenta una loro furbesca deformazione.

TUTTO IL RESTO sono chiacchiere pericolose che rischiano di condurre a riforme frettolose e controproducenti. Su almeno una di queste chiacchiere mi faccio una domanda, anzi, due e mi do una risposta. In quale sistema politico sono riusciti ad avere governabilità (cioè capacità di governare) diminuendo la rappresentatività? Uno solo decide sarebbe la formula stilizzata della governabilità a scapito della rappresentatività?

Pubblicato il 16 maggio 2017

La giustizia e la necessità di un’etica

No, se Tiziano Renzi è colpevole di “traffico di influenze e altro”, non merita nessuna “pena doppia”, come ha dichiarato suo figlio Matteo, ma, semplicemente, la pena giusta. Neppure un cosiddetto giustizialista arriverebbe a raddoppiare la pena per associazione familiare. Tuttavia, se la moglie di Cesare deve essere al disopra di ogni sospetto che cosa dire e fare quando molto più che un sospetto riguarda il papà di Matteo? Il caso è serio poiché è molto probabile che chi trafficava per ottenere influenze lo facesse perché Tiziano poteva facilmente parlare con il figlio titolare di cariche politiche importanti. Nel frattempo, da parte di coloro che si definiscono garantisti, ma sono sostanzialmente degli attendisti, rifioccano le accuse di giustizia a orologeria che starebbe ticchettando per influenzare l’elezione del prossimo segretario del Partito Democratico. Bisognerebbe attendere che cosa: l’avviso di garanzia? Il rinvio a giudizio? La sentenza di primo grado? Chi ha potere politico come, nel caso delle indagini in corso, l’ex-sottosegretario del Presidente del Consiglio Renzi e attuale Ministro dello Sport, Luca Lotti, deve conservarlo fino a quale momento?

Nella situazione italiana non esiste nessun accordo sui tempi e sui modi tranne che sarebbe opportuno non consentire alla magistratura, toghe rosse o no, di influenzare, se non addirittura, di determinare, la vita politica (o dei politici?). Una modesta dose di accordo dovrebbe, invece, essere raggiunta sul considerare i detentori del potere politico secondo criteri diversi da quelli applicati ai comuni cittadini. Forse se, in maniera più o meno artificiale o deliberata, si facesse meno confusione, se non si sollevassero polveroni, se quelli del PD non dicessero a quelli del Movimento Cinque Stelle di guardare in casa loro, cosa che non assolve comunque gli esponenti del PD dalle loro eventuali responsabilità, ci si potrebbe porre il problema relativo a quali comportamenti dei politici che, pur non essendo reati, non sono accettabili. Insomma, a quale etica dovrebbero ispirarsi e attenersi i politici e con quali criteri dovrebbero i cittadini elettori valutarne i comportamenti nella zona grigia tra uso improprio dell’influenza politica e vero e proprio reato?

Nella cultura anglosassone un tempo valeva il principio che “ci sono cose che semplicemente non si fanno”. Questo principio è sicuramente tuttora applicato nei paesi nordici, Scandinavia e Germania. Ma quali sono le cose che non si debbono fare, quelle che attengono più alla coscienza dei singoli che ai codici penali? Pur essendo impossibile codificare una etica della politica valida per tutti i tempi, per tutti i luoghi, per tutte le circostanze, alcuni suoi elementi sono sufficientemente chiari. Non agire nell’interesse privato/personale, meno che mai contro l’interesse pubblico/generale, deve, ovviamente, essere il principio dominante. Esibire la massima trasparenza nei comportamenti che portano a decisioni politiche, come, per esempio, le nomine a cariche e gli appalti. Accettare pienamente senza eccezione alcuna la responsabilità di tutto quello che succede nel settore di competenza di ciascun politico. La sospensione da una carica e, spesso, anche le dimissioni, senza accompagnarle con frasi ipocrite “per una miglior difesa”, “affinché la giustizia faccia il suo corso”, meno che mai “per non creare danni al partito”, sono pratiche raccomandabili, eticamente consigliabili. Meglio, naturalmente, se sospensioni e dimissioni sono indirizzate a non danneggiare il funzionamento del governo e la qualità della democrazia. Il resto è affidato alla sensibilità e alla coscienza dei singoli nonché alle pressioni di una società che sia davvero civile.

Pubblicato AGL 6 marzo 2016

Scegliere il segretario, non destabilizzare il governo

Quello che succede nel Partito Democratico e nei suoi dintorni è oggettivamente importante per due ragioni. Prima ragione: anche se i dirigenti dem, a partire dal suo segretario, fanno di tutto per smembrarlo, il PD è ancora, non si sa per quanto tempo, l’unico partito meritevole di questo nome nel sistema politico italiano. Il suo indebolimento si rifletterebbe/rifletterà negativamente su tutto il sistema. Seconda ragione: il PD è l’asse portante del governo presieduto da un suo esponente. Se le convulsioni del PD diventano gravi la caduta del governo è quasi certa. Dunque, prima il PD in qualche modo si riassesta, anche se ridimensionato, meglio sarà un po’ per tutti. Per l’eventuale riassestamento bisognerà aspettare almeno un paio di mesi. Usando una terminologia sbagliata, che non compare nello Statuto del partito, ma che è stata adottata da tutti gli operatori dei media, le procedure con le quali sarà eletto il prossimo segretario del PD vengono chiamate “primarie”. sbagliato. Grande innovazione politica, le primarie servono a consentire agli elettori di scegliere le candidature alle cariche elettive monocratiche, di governo o di rappresentanza: negli USA il Presidente della Repubblica, i Governatori degli Stati, Senatori e Rappresentanti; in Italia, i sindaci, i Presidenti delle Regioni, il Presidente del Consiglio.

L’elezione del segretario di un partito non è affatto una primaria. È una votazione aperta anche ai non iscritti per la scelta di quella specifica carica che finisce lì, per l’appunto con la vittoria di un candidato. Per quel che riguarda il PD, l’elezione potrebbe addirittura essere decisa, non da chi è andato a votare, ma, se nessuno dei candidati ottiene la maggioranza assoluta, dall’Assemblea dei delegati, con una logica contraria al principio fondamentale delle primarie che consiste nell’attribuire il potere di scelta, senza nessuna mediazione, agli elettori. Allora, perché insistere, da parte anche degli stessi Democratici compresi, in un grave, imperdonabile errore terminologico

Seppure molto criticate dai giornalisti, le primarie, quelle vere, sono comunque uno strumento di democrazia che sposta potere dalle élite partitiche ai cittadini, che potranno compiere una delle operazioni politiche più importanti: selezionare le candidature, eventualmente anche per il Parlamento. Persino Grillo lanciò, seppur malamente, le primarie per le candidature del Movimento Cinque Stelle al parlamento, chiamandole “parlamentarie” e scimmiottando il PD che le aveva fatte in maniera non proprio limpidissima. Dal 2005 a oggi il PD ha tenuto quasi mille primarie, delle quali appena una decina contestate, in quasi tutta Italia. Contrariamente a quel che si dice, i candidati del PD hanno vinto tra il 75 e l’80 per cento dei casi e una percentuale simile ha poi vinto anche la carica in gioco.

L’idea-obiettivo di coinvolgere molte centinaia di migliaia di cittadini nella selezione delle candidature è apprezzabile in special modo in Italia dove i partiti e anche i non-partiti sono tutt’altro che associazioni democratiche, come avrebbero voluto i Costituenti che scrissero l’art. 49. Chiamare primarie l’elezione del segretario del Partito Democratico è un omaggio alle primarie “vere”, ma serve soprattutto a dare maggiore legittimità a un procedimento che, invece, è ancora fortemente controllato dai dirigenti. Aprire le votazioni a tutti coloro che dichiareranno di voler sostenere il programma del PD e verseranno due euro e consentire due mesi di campagna elettorale, indispensabili a Michele Emiliano e Andrea Orlando, gli sfidanti di Renzi, per fare circolare le loro idee, sono decisioni che garantiscono una competizione non troppo squilibrata a favore del segretario dimissionario. Adesso è auspicabile che tutti i candidati, ex-segretario compreso, spieghino come desiderano ristrutturare il Partito Democratico, non le politiche che attuerebbero come capi del governo. Lo faranno dopo lo scioglimento del Parlamento, alla conclusione naturale di questa legislatura. Sarebbe molto grave se il primo atto politico del prossimo segretario del PD fosse quello di dare una fulminea spallata contro il governo del PD per ragioni egoistiche di carriera.

Pubblicato AGL 27 febbraio 2017