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Scontento a cinque stelle

dal mensile mondoperaio n 7/8 luglio/agosto 2014
Nelle elezioni europee del 25 maggio 2014 il Movimento Cinque Stelle ha perso circa due milioni e mezzo di voti rispetto a quelli ottenuti nelle elezioni politiche del febbraio 2013. Tirare in ballo la diminuita percentuale di votanti non cambia la sostanza. Infatti, nel migliore dei casi significa che una parte rilevante degli elettori del 2013 del Movimento hanno deciso di astenersi, vale a dire di non ripetere il loro voto di poco più di un anno prima. I voti contano e si debbono contare. Peraltro, sappiamo che, se il Movimento non fosse stato presente sulla scheda nel febbraio di un anno fa, una percentuale non marginale di elettori non sarebbe andata alle urne. Quindi, il loro “non ritorno”, nonostante l’esistenza di un’offerta politica a Cinque Stelle abbondantemente pubblicizzata, ha un chiaro significato politico. Per quanto fin troppo facili esistono due spiegazioni essenziali per la perdita di voti da parte del Movimento. La prima è che, dagli ex-elettori delle Cinque Stelle come da molti altri italiani, le elezioni europee sono considerate molto meno importanti delle elezioni politiche. Tuttavia, nel caso del Movimento, la violenta campagna di Grillo contro l’Unione Europea e la sua sfida agli altri partiti, in particolare, il PD, superato il quale di un solo voto, il Movimento avrebbe chiesto elezioni anticipate per mandare tutti (il Presidente Napolitano compreso) a casa, avrebbe dovuto mobilitare gli elettori “contro”. La seconda spiegazione è che nel Parlamento italiano e nella società, addirittura nei mass media che, pure, hanno dato enorme e abnorme spazio a qualsiasi elucubrazione, meglio se contorta e assurda, dei grillini, si è diffusa la sensazione che finora i deputati e i senatori delle Cinque Stelle abbiano offerto poca e mala rappresentanza degli interessi e delle preferenze dei loro elettori. Inevitabilmente, questa delusione si è tradotta in astensione. In altri tempi si sarebbe parlato di “voti in libera uscita”. A giudicare dalla percentuale di volatilità (volubilità) elettorale -quasi il 40 per cento degli elettori del febbraio 2013 aveva votato un partito differente rispetto alle elezioni precedenti-, siamo di fronte a una grande quantità di voti che sono in “libera circolazione”. Vanno, non dove li porta il cuore, ma dove li porta l’ira (e qualche volta l’ignoranza) nei confronti dei politici e della politica spoliticata. Quei voti, quegli elettori continueranno, ancora per qualche tempo, fintantoché il sistema dei partiti non si consoliderà in maniera decente, ad andare in giro fra le varie liste. Approderanno temporaneamente un po’ dappertutto, disposti a sperimentare qualsiasi “nuovo che avanza” (anche Matteo Renzi rientra in questa categoria), pronti a cambiare alle prime dolorose fitte provocate dall’ inadeguatezza degli eletti e dallo sconforto personale. Non mancherà nulla di tutto questo nei prossimi mille giorni, l’arco di tempo che, non più tarantolato dalla velocità giovanil-futurista, si è dato il Primo Ministro Renzi.
Naturalmente, i grillini, fra i quali metto un po’ di tutto: Grillo e Casaleggio, i parlamentari, gli attivisti e gli elettori, molti redattori e lettori del “Fatto Quotidiano”, qualche giornalista de “la Repubblica” e del “Corriere della Sera”, esultano per la conquista di Livorno, e ne hanno buone ragioni. Il doppio turno, ballottaggio oppure aperto, consegna agli elettori notevole potere. Prima a Parma poi a Livorno ne hanno fatto ottimo uso. Però, insieme a grandi opportunità, il doppio turno comporta altrettanta incertezza. Eh, no, l’incertezza non è quello che desiderano i grillini (ma non la vogliono neppure Berlusconi e neppure Renzi) che hanno prodotto, non sappiamo su quale base, con quali riferimenti, utilizzando quali testi e quali esperienze (però, non dovrei fare queste domande, imbarazzanti anche per la Ministra Boschi e per i suoi referenti), una proposta di legge elettorale sostanzialmente proporzionale con qualche ammennicolo per dare e per togliere preferenze ai candidati. Non importa entrare nei particolari salvo rilevare che tutte le leggi elettorali proporzionali contengono tre elementi. Primo, sono, per così dire, difensive. Impediscono a qualsiasi partito di vincere molto (e, comunque, attutiscono l’avanzata anche di chi cresce); consentono a chi perde di perdere poco; facilitano ad entrambi la scelta di non rischiare. Insomma, sono del tutto estranee alla logica dei sistemi elettorali maggioritari: winner takes all (che significa tutto il potere politico-decisionale, fatta salva l’autonomia delle istituzioni non governative, non tutta la roba, tutte le cariche, tutta la comunicazione politica). Con i sistemi proporzionali chi vince prende abbastanza (enough) potere, il resto se lo deve conquistare con proposte e accordi. Dunque, dalla loro preferenza per una legge elettorale proporzionale dobbiamo desumere che Grillo e gli attivisti del Movimento hanno silenziosamente messo da parte la loro smodata (sproporzionata!) ambizione, anche soltanto propagandistica, di diventare il partito di maggioranza assoluta. Vogliono tutelarsi per il futuro cosicché la loro proposta di proporzionale serve soprattutto, forse esclusivamente, a questo obiettivo. Il secondo elemento che tutte le leggi elettorali proporzionali contengono è una netta, forte, sostanzialmente irresistibile, spinta alla formazione di governi di coalizione. Anche con questo riferimento potremmo, dunque, interrogarci se Grillo e Casaleggio non abbiano finalmente deciso di fare politica, ovvero di passare dal “rumore e dal furore che non significano nulla ” (di politicamente rilevante) a esibire un po’ di “metodo nella follia” (tutta farina di Shakespeare).
La richiesta di incontro con il Partito Democratico, tardiva, ma non fuori tempo massimo deve, però, essere eletta anche come un segnale di debolezza. Qualcuno fra i parlamentari e gli attivisti ha capito, quindici mesi di irrilevanza hanno portato qualche consiglio, che con il Partito Democratico, se non lo si sorpassa e distrugge, bisognerà negoziare. Quanto abbiano ottenuto o otterranno non è possibile stabilire al momento. Al massimo è possibile dire che hanno creato un precedente e che i passi successivi potranno essere più facili, magari anche più produttivi.
Il problema dei grillini, i quali, finora, non hanno, fatta salva qualche distorsione del dibattito politico, contato quasi niente, è soltanto come uscire dal non splendido isolamento? Poco meno di una ventina di deputati e senatori hanno già votato con i piedi. Se ne sono andati dai loro gruppi parlamentari, inutilmente inseguiti dagli insulti di alcuni colleghi e dei sempre connessi sul web (ma totalmente sconnessi dalla politica). In verità, si direbbe che Grillo e Casaleggio non abbiano la minima idea di come entrare in gioco. Galleggiano a tentoni, adesso con la legge elettorale, prossimamente con qualsiasi incidente di percorso che la politica italiana offrirà e che il governo, in particolare, alcuni ministri/e incompetenti, riusciranno a provocare. Non tutti quegli incidenti e non sempre potranno essere risolti dal Presidente della Repubblica. Qui entrano in gioco alcuni fattori strutturali che l’effervescenza della politica italiana fa troppo spesso dimenticare ai commentatori e agli stessi politici. Il primo fattore strutturale è rappresentato dal declino di Berlusconi e dalla frammentazione del centro-destra.
Incapace di affrontare il problema fisiologico della sua successione, ma tuttora capace, grazie anche ai suoi pretoriani (il cerchio magico del risotto di Arcore), di impedire il ricorso a qualsiasi procedura anche vagamente democratica, Berlusconi sta trascinando a fondo Forza Italia e l’intero centro-destra. Parte consistente degli elettori cosiddetti moderati semplicemente non gli crede più, ma non pochi di quegli elettori, per il momento a livello locale, fanno qualche convergenza strategica sui candidati delle Cinque Stelle (da Parma alla citata Livorno). Lo sfaldamento del centro-destra spalanca praterie nelle quali anche le Cinque Stelle potranno fare incursioni. Il secondo fattore strutturale lo esprimo facendo ricorso a un detto inglese e capovolgendolo. Poiché nulla ha successo come il successo (nothing succeeds like success), allora la mancanza di successo produce altri insuccessi. Per di più, essendo il Movimento Cinque Stelle assolutamente personalistico, se il suo leader non s’inventa qualcosa di nuovo e di efficace, il declino, lento, oppure drastico, a seconda delle circostanze, è assicurato. Anche i migliori dei giullari perdono la verve, diventano ripetitivi e vedono le loro energie fisiche (e mentali) deperire. Il Movimento da loro creato, alimentato, ma mai consolidato, rischia lo sfaldamento oppure, non so se dire nel migliore o nel peggiore dei casi, finisce per diventare un partitino panda eventualmente protetto dalla proporzionale. Nessun giullare ha eredi designati/bili alla sua altezza. Non basteranno né i meet-up né le consultazioni on-line a risolvere il problema della leadership del Movimento Cinque Stelle.
Il terzo fattore davvero strutturale è rappresentato dalle eventuali, ma probabili perché promesse, dimissioni di Napolitano. La clausola che attiverà le dimissioni del Presidente è quella delle riforme fatte, in special modo la riforma elettorale. Paradossalmente, Grillo dovrebbe contribuire all’approvazione della riforma elettorale sperando di inserirsi nell’elezione presidenziale prossima ventura, magari con esito migliore di quella dell’aprile 2013. Naturalmente, imparata la lezione, potrebbe farlo andando a una discussione preventiva delle candidature presidenziali, non soltanto con gli attivisti, ma, soprattutto, con quello che è il gruppo parlamentare più grande, ovvero il Partito Democratico.
Senza esagerare nell’attribuire raffinata consapevolezza politica ai grillini e ai loro capi, ma neppure al circolo giovanilistico giunto alla guida, pardon, al comando del Partito Democratico, entrambe dovrebbero sapere che si stanno giocando due partite. La prima è quella, classica in Italia e molto nota, dell’esercizio dei poteri di ricatto, di condizionamento, di intimidazione. Grillo sente che questa partita la sta perdendo, ma non sa quali sono i costi del giocare fino in fondo la partita della coalizione che comincia con la dimostrazione di disponibilità. La seconda partita molto più importante e molto più difficile per tutti (meno che, al momento, per Renzi), è quella della ristrutturazione del sistema partitico e della competizione politica. Il termine che gli italiani utilizzano per la seconda partita è bipolarismo. Se Grillo si chiama fuori, e chiama fuori i suoi cacciando fuori i dissenzienti, il rischio è che le grandi intese continuino stancamente riproducendosi a scapito di scelte politiche limpide, responsabilizzate, valutabili dagli elettori. Se Grillo mette i piedi nel recinto della politica competitiva, il suo movimento rischia, proprio così, un ruolo, più incisivo dell’attuale, ma inevitabilmente subordinato al 40,8 per cento del Renzi vittorioso. Aspettare tutta la legislatura per scegliere e agire di conseguenza non si può. Scelta e non scelta annunciano l’ arrivo dell’inverno dello scontento di molti grillini.
E ora Renzi onori le promesse
I voti non cadono dal cielo. Soprattutto quando sono tanti, come quelli conquistati dal Partito Democratico di Renzi, hanno motivazioni diverse. Per lo più si basano su cose fatte e cose promesse. Le cose fatte che Renzi ha potuto presentare all’elettorato italiano non erano molte, ma significative. In particolare, ha contato la restituzione in busta paga per i redditi da lavoro bassi di 80 Euro al mese almeno fino alla fine del 2014. Anche il tetto agli stipendi dei manager di Stato è stato valutato positivamente dagli elettori così come la battaglia iniziata per cambiare la legge elettorale, per ridimensionare il Senato, per abolire le province. L’elettorato non si è interrogato sulla qualità, che rimane molto dubbia di queste riforme, ma ha apprezzato la volontà di farle. Anche se, in generale, la campagna elettorale non ha dato grande spazio alle tematiche precipuamente europee, non soltanto gli italiani hanno riflettuto sul voto che dovevano dare, ma hanno evidentemente valutato positivamente la campagna del PD e del suo segretario sul territorio nazionale che esprimeva una visione europeista superiore a quella degli altri concorrenti (compresa la protesta, priva di una seria proposta, urlata da Grillo).
Molti voti significa da adesso in poi anche accresciute responsabilità per Renzi, Presidente del Consiglio. Dovrà, anzitutto, portare a livello europeo, come capo del più ampio gruppo singolo di parlamentari nel Partito Socialista Europeo, le sue proposte, non di allentamento del rigore di bilancio, ma di lancio di progetti di crescita. Nessuno morirà se saremo più austeri, ma coloro che hanno poche risorse e che non trovano lavoro continueranno a stare male. L’agenda di Renzi, nel semestre europeo di cui sarà Presidente a partire dal 1 luglio, deve mirare a fare “cambiare verso” anche alle politiche dell’Unione Europea. Questa è una priorità per sfruttare i timidi segnali di crescita intravisti dall’abitualmente molto cauto Mario Draghi, Governatore della Banca Centrale Europea. Nuove politiche europee incroceranno quello che in Italia si chiama Jobs Act, ovvero una regolamentazione più flessibile delle politiche del lavoro, delle assunzioni e degli eventuali licenziamenti. Soltanto con più lavoro, in varie forme, per tutti, sarà possibile che l’Italia riprenda a crescere (è ferma da quasi dieci anni) e abbia altre risorse da dedicare a investimenti in istruzione e sviluppo che stabilizzino la crescita, riducano la disoccupazione e ridimensionino il precariato.
Il PD di Renzi ha strappato voti, molti dei quali dei giovani, al Movimento Cinque Stelle. La risposta sul piano del lavoro è la migliore per mantenere e consolidare quell’elettorato. La terza cosa da fare riguarda, anche perché fin troppo spesso Renzi ha detto con toni di ricatto e ultimativi di “metterci la faccia”, l’assetto istituzionale. Sulla diagnosi non c’è oramai quasi più nulla da discutere: sia la legge elettorale sia l’assetto istituzionale sono bizantini e vanno anche drasticamente semplificati. Sulle proposte, invece, rimane molto da lavorare e non soltanto in maniera opportunistica, vale a dire cambiando qualcosa perché il sistema dei partiti del dopo elezioni europee appare piuttosto diverso da quello di pochi giorni fa (ma i numeri in parlamento rimangono invariati). Soltanto la Democrazia cristiana in Italia è riuscita a ottenere percentuali di voto intorno al 40 per cento, ma il consenso al PD di Renzi non è di stampo democristiano. Certamente, l’elettorato del Partito Democratico è interclassista, un elettorato di popolo e certamente desidera una guida di governo stabile e sicura. Altrettanto certamente, questo elettorato vuole le riforme, quelle mancate dal centro-destra, quelle promesse da Renzi. Stabilizzato e legittimato da una prova elettorale nazionale il suo governo, il Presidente del Consiglio non deve sentire nessuna urgenza. La fretta è una pessima consigliera di cui il Presidente del Consiglio può felicemente fare a meno. Ha il consenso politico e il tempo necessario per progettare cambiamenti di lunga durata. Anche se la politica italiana ha spesso aspetti di grande volubilità, è possibile affermare che il futuro del governo di Renzi è nelle sue mani.
Pubblicato AGL 28 maggio 2014
Arlecchino e le riforme elettorali
Di leggi elettorali ne abbiamo viste di tutti i colori e di proposte di riforma ne abbiamo sentite di troppi tipi. Quelle che abbiamo visto all’opera, proporzionale con preferenze della prima fase della Repubblica, Mattarellum dal 1994 al 2001, proporzionale con liste bloccate e premio di maggioranza, ovvero, anche secondo la Corte Costituzionale, un vero Porcellum, utilizzato tre volte: 2006, 2008, 2013, non sono state soddisfacenti. Tutte avevano dei problemi, grossi; più di tutte il Porcellum. Dunque, fare di meglio non dovrebbe essere impossibile e neppure troppo difficile. Invece, un po’ tutti i partiti, tutti i dirigenti e i loro esperti di riferimento, nonché la maggioranza dei parlamentari ragionano in base a due presupposti paralizzanti. Primo, quale è la legge elettorale che farà vincere il mio partito (e, di conseguenza, mi salverà il seggio)? Secondo, quale è la legge elettorale che funziona meglio per me/noi in questo contesto (che molti definiscono tripolare)?
La ricerca di vantaggi particolaristici, per di più nel breve periodo,è il modo più sicuro per fare una brutta legge elettorale destinata ad essere variamente criticata, mai pienamente accettata e, quel che più conta, a funzionare male. L’unico criterio che i sedicenti riformatori elettorale dovrebbero usare è quello del potere dei cittadini-elettori. Qual è, pertanto, la legge elettorale che dà più potere agli elettori? Senza disperdersi nel sogno di una legge elettorale perfetta, che non esiste, ma ci sono leggi elettorali ottime come quella tedesca, proporzionale personalizzata con clausola di accesso al Parlamento), e come quella francese (maggioritaria a doppio turno in collegi uninominali), entrambe imitabili e facilmente importabili, sembra opportuno prendere le mosse da quel che conosciamo meglio. D’altronde, i riformatori elettorali italiani non hanno affatto saputo inventare qualcosa di particolarmente apprezzabile.
Sembra che nessuno desideri ritornare alla proporzionale di un tempo che fu, anche se non sono pochi quelli che desidererebbero il voto di preferenza (facilmente surrogabile dai collegi uninominali). Impossibile ripresentare qualsivoglia variante del Porcellum dichiarato incostituzionale (e brutto) dalla Corte Costituzionale. Non resta, fra i sistemi noti, che il Mattarellum. Non è né ottimo né pessimo. E’ perfezionabile. Tre quarti dei parlamentari (sperabilmente dei soli deputati se il Senato verrà profondamente riformato) sono eletti con sistema maggioritario in collegi uninominali dove candidati e elettori dovranno”metterci la faccia”. Un quarto dei deputati è eletto con il recupero proporzionale. Consente ai partiti e alle coalizioni che lo vogliano di designare il loro candidato a capo del governo.
Il Mattarellum non svantaggia a priori nessuno e non avvantaggia nessuno. Non ha bisogno di voti di preferenze neppure di premi di maggioranza. Con qualche ritocco, per evitare liste civetta, ovvero false, e per meglio distribuire il recupero proporzionale, funzionerà adeguatamente. Soprattutto, nelle condizioni date, può essere il più facile e conveniente punto di convergenza e di approdo delle principali forze politiche: dal Partito Democratico al nuovo veicolo di Berlusconi, “Forza Silvio”, alla Lega, persino al Movimento Cinque Stelle. Alfano lo teme perché dovrebbe cercarsi alleati da posizioni di debolezza, ma in un anno e mezzo, l’orizzonte che Renzi e Letta danno al governo, il Nuovo Centro Destra potrebbe riuscire a rafforzarsi sul territorio. Poiché la nuova discussione su quale legge elettorale approvare comincerà alla Camera dove il Partito Democratico ha una ampia maggioranza partorita dal premio del Porcellum, al PD spetterà la prima mossa. Saggezza istituzionale suggerisce che il Mattarellum ritoccato ha buone probabilità di viaggiare veloce verso la approvazione. Tutto il resto appare alquanto, forse troppo, problematico. Chi la tira per le lunghe rischia, nel tempo dell’anti-politica e del populismo telematico, di tirare le cuoia.
