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Craxi e dopo: battaglie necessarie, da combattere #unpassodietroCraxi
Contributo pubblicato nel libro di Federico Bini, Un passo dietro Craxi, Edizioni WE, s.d. (ma 2021), pp. 67-73

L’ideatore di questo libro, Federico Bini, invita a valutare “meriti e demeriti” di Craxi. Lo farò con grande impegno sfruttando al mio meglio quello che considero un vantaggio di prospettiva rispetto a tutti gli intervistati. Non ho avuto modo di incontrare Craxi tranne in un paio di frettolose occasioni. Quella che ricordo meglio è la commemorazione di Lelio Basso al Senato nel decimo anniversario della morte (dicembre 1988) quando, arrivato leggermente in ritardo, Craxi si sedette proprio di fianco a me e come se sapesse chi ero pronunciò con grande familiarità un paio di commenti politici molto critici sul modo con il quale l’oratore principale veniva descrivendo il percorso politico di Basso (incidentalmente, condividevo le osservazioni di Craxi). Per quel che può contare, mi sono sempre considerato socialista senza aggiunte, favorevole ad una democrazia nella quale l’alternanza è praticabile e praticata, che ritiene che buone politiche sono quelle che seguono, rincorrono la stella polare, come scrisse memorabilmente il mio maestro Norberto Bobbio, dell’eguaglianza, nella mia personale concezione, l’eguaglianza non di esiti, ma di opportunità, non soltanto all’inizio, ma per tutta la vita delle persone: dalla culla alla tomba. Ai tempi di Craxi ero Senatore della Sinistra Indipendente e, fra l’altro, feci parte della Commissione parlamentare per le riforme istituzionali (Novembre 1983-1 febbraio 1985) presieduta dal deputato liberale Aldo Bozzi.
Quando lascia l’Italia per Hammamet, Craxi, senza giri di parole, è politicamente sconfitto, e lo sa. Cercherà, invano, di preparare la riscossa. Chi gli voleva bene avrebbe dovuto allora e per tutti gli anni successivi ricordargli che, ad ogni buon conto, aveva ottenuto alcune importanti incancellabili conquiste che stanno nei libri della storia d’Italia. Aveva significativamente contribuito all’ascesa alla Presidenza della Repubblica di Sandro Pertini (anche se il suo candidato preferito era Giuliano Vassalli). Era stato il primo socialista a diventare Presidente del Consiglio. Con il decreto di San Valentino (14 febbraio 1984) e, poi, con la sua coraggiosa posizione sul referendum “scala mobile” (giugno 1985) era riuscito ad arrestare la corsa dell’inflazione. Grazie al sostegno da lui convintamente dato all’Atto Unico (1985) aveva riaperto la strada verso un’Unione più stretta. Ma, come argomenterò, aveva scoperchiato e lasciati irrisolti alcuni problemi decisivi per il Partito socialista e per il sistema politico italiano. In una (in)certa misura quei problemi, che hanno notevolmente inciso su tutta la storia e la politica italiana dal 1994 ad oggi, rimangono tali, forse aggravati.
Prima il partito socialista. Quando Craxi ne divenne segretario nel 1976 il PSI era un partito diviso in correnti in lotta fra di loro, ciascuna, a differenza delle correnti democristiane, con scarso radicamento sociale. Nel mensile “Mondoperaio” era aperto da qualche anno, e continuerà ancora fino all’inizio degli anni Ottanta, la riflessione, ampia, articolata, approfondita, sul Parti Socialiste di François Mitterrand nato nel 1971, in particolare, sulla sua strutturazione. Di quelle riflessioni Craxi non tenne nessun conto. Scelse una strada molto diversa, quella della concentrazione del potere al vertice, nelle sue mani, e della personalizzazione della politica, attuata con indubitabilmente grande efficacia, lasciando troppo spazio ad alcuni signori delle tessere dalla Toscana al Veneto, dal Piemonte alla Sicilia, dalla Puglia alla Calabria. Quando Craxi se ne andò, i signori delle tessere cercarono di salvare le loro posizioni politiche, non il partito socialista. Alcuni di loro trovarono accoglienza in altri schieramenti. Il partito scomparve.
Il rinnovamento del Partito socialista doveva, secondo Craxi, passare anche attraverso una ridefinizione della cultura politica socialista: primum vivere deinde philosophari. Sinceramente, non sono riuscito a capire come si potesse pensare che il pensiero di Pierre-Joseph Proudhon potesse essere contrapposto a quello di Karl Marx. Potesse dare vita a una nuova cultura politica fermamente socialista. In quello che rimane il migliore dei discorsi riformisti di quel periodo all’insegna dei “meriti e bisogni” (Rimini, giugno 1982), Claudio Martelli non fa nessun riferimento all’inutile Proudhon, mettendosi in sintonia con il pensiero socialista nel resto dell’Europa e, in parte, con quello progressista degli USA. Se Craxi voleva davvero portare non solo il PSI, ma la sinistra italiana, comunisti naturalmente inclusi, avrebbe dovuto guardare al pensiero e all’azione dei partiti socialdemocratici e, subito aggiungerebbe Valdo Spini, laburisti in Europa. Praticamente, nulla di tutto questo avvenne nel quindicennio craxiano.
Naturalmente, è lecito sostenere che quelli furono gli anni nei quali cominciava un po’ dappertutto il declino dei socialisti come partito di governo, ma non veniva affatto meno l’elaborazione teorica o, quantomeno, il riconoscimento delle nuove sfide sociali e culturali prima ancora che politiche. La bibliografia in materia è persino troppo ampia perché si possa citarla e non voglio privilegiare nessuno studioso in particolare. Alla vivida illuminante luce del senno di poi, tutti sono in grado di constatare che in Italia la cultura politica socialista è sostanzialmente scomparsa e che l’inizio di quella scomparsa può essere collocato nel periodo di Craxi. A scanso di equivoci, mi affretto ad aggiungere che, in modi diversi, anche i comunisti italiano non seppero trasformare la loro cultura politica e, sostanzialmente, vi rinunciarono. Quel Partito Democratico di Sinistra fondato il 1 febbraio 1991 era sostanzialmente alla ricerca di fondamenta culturali che non trovò mai e che, di conseguenza, non furono trasferite nel Partito Democratico.
Per diventare più influente il Partito socialista doveva ovviamente crescere. Poteva farlo attraendo nuovi elettori al loro primo voto, ma anche elettori che ritenessero inadeguata la rappresentanza politica offerta loro sia dai democristiani sia dai comunisti. A mio parere c’erano molte diversamente buone ragioni a giustificazione dell’abbandono da parte di molti elettori di entrambi i grandi partiti-chiesa, per usare il termine inventato da Francesco Alberoni, e della loro ricerca di una rappresentanza laica e progressista. Però, Craxi, da un lato, continuò a rimanere in alleanza con la DC a livello nazionale, dall’altro, sfidò il PCI, anche su tematiche importanti, come quella del sostegno da dare ai dissidenti dei paesi comunisti. Lo fece in maniera molto ostile, ma soprattutto senza mai esprimere il suo aperto, esplicito sostegno all’alternativa di sinistra. Quello che molto correttamente Giuliano Amato e Luciano Cafagna definirono Duello a sinistra. Socialisti e comunisti nei lunghi anni ’70 (Bologna, il Mulino, 1982), finì per indebolire entrambi, certo anche per responsabilità del PCI, dei suoi dirigenti e delle loro inadeguatezze, ma, soprattutto, disorientò l’elettorato. Da allora, la “sinistra” italiana non ha smesso il suo declino che, a mio modo di vedere, non è né inevitabile né irreversibile.
Bisognava cambiare anche le regole del gioco, ma non perché la Costituzione italiana fosse “superata” o costituisse un ostacolo ai cambiamenti quanto perché un gioco almeno in parte nuovo avrebbe offerto sfide e opportunità non soltanto ai protagonisti partitici (e sociali), ma soprattutto agli stessi cittadini. La proposta di Craxi di una Grande Riforma fu, al tempo stesso, importante, ma anche indefinita. Mirava esplicitamente a scuotere il “bipolarismo” DC/PCI, ma anche a trasformare le modalità della competizione politica e di governo. Non so se con il suo pregevole libro Una Repubblica da riformare (Bologna, il Mulino, 1980) Giuliano Amato si ponesse anche l’obiettivo di precisare contorni e contenuti di una Grande Riforma che portasse a una forma di governo semi-presidenziale non dissimile da quella della Quinta Repubblica francese (che continuo a ritenere un obiettivo da perseguire). So, però, che non fu quella la strada intrapresa da Craxi. In Commissione Bozzi i socialisti frenarono praticamente su tutto. Oggi, quasi dimenticata, l’unica riforma per la quale Craxi si batté con successo fu l’abolizione del voto segreto nelle aule parlamentari, una riforma regolamentare importante che avrebbe potuto anche condurre a più democrazia nei partiti e a migliore rappresentanza politica. In seguito, quando arrivò l’opportunità di scuotere il sistema politico italiano in uno dei suoi gangli costitutivi, la legge elettorale proporzionale, Craxi commise un errore politico letale non solo opponendosi, ma finendo per apparire il capofila dei conservatori istituzionali proprio mentre, a fatica e non senza divisioni interne, gli ex-comunisti approdavano alla spiaggia della preferenza unica e si apprestavano ad andare nel mare aperto di una legge elettorale non più proporzionale.
Insomma, sono convinto che si possa legittimamente concludere che Craxi non seppe condurre fino in fondo le importanti battaglie che aveva iniziato. Non ha bisogno di nessuna riabilitazione poiché la sua figura politica ha effettivamente dominato gli anni Ottanta. Neppure, però, servono gli elogi incondizionati che impediscono di predisporre gli strumenti indispensabili per una strategia riformista: partito, cultura politica, istituzioni. Continuons le combat.
Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza politica dell’Università di Bologna, è stato Senatore della Sinistra Indipendente dal 1983 al 1992 e dei Progressisti dal 1994 al 1996. Il suo libro più recente è Minima Politica. Sei lezioni di democrazia (UTET 2020). In corso di stampa Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET, febbraio 2021).
“Bobbio y Sartori. Comprender y cambiar la política” #video Gianfranco Pasquino presenta su libro
La propuesta de Gianfranco Pasquino es transitar en estas páginas el pensamiento de Norberto Bobbio y Giovanni Sartori deteniéndose especialmente en temas abordados por ellos en sus trayectorias como filósofos de la ciencia política. El recorrido incluye temas fundamentales como las nociones de ambos autores sobre la democracia, el papel de los intelectuales en la vida democrática, el sistema de partidos y temáticas de profunda actualidad. Con el conocimiento cercano de la vida y la obra que le otorga su condición de discípulo de ambos pensadores –perspectiva que no rehúye pero tampoco abusa de cierta agradecida nostalgia– pero desde la madurez del intelectual formado y probado en las armas de la disciplina, Pasquino nos acerca estas herramientas “para comprender y cambiar la política”.
Commentano: Mara Pegoraro e Cecilia Galván Moderatore: Luciana Berman
Gianfranco Pasquino es profesor de mérito de la Universidad de Bolonia, donde enseñó por más de treinta años. Fue discípulo de Norberto Bobbio y de Giovanni Sartori. Publicó y compiló más de medio centenar de libros y es autor de innumerables artículos en revistas científicas, notas de divulgación académica y de columnas sobre temas de actualidad en la prensa escrita. En las carreras de ciencia política de toda América Latina son bien conocidas sus obras dedicadas, sobre todo, a la enseñanza (El diccionario de ciencia política, que compiló junto con el dream team de los politólogos italianos Norberto Bobbio, Morlino, Panebianco, Bartolini, y los libros Sistemas políticos comparados y Nuevo curso de ciencia política). Sin embargo, el profesor Pasquino no solo ha enseñado y ha estudiado la política, también la protagonizó desde un lugar muy relevante. Fue senador de la República Italiana entre 1983 y 1992 y entre 1994 y 1996.
Nell’ambito della Settimana delle Scienze Politiche (organizzata dalla Carriera in Scienze Politiche dell’UBA), e per quanto riguarda l’edizione spagnola del suo libro “Bobbio y Sartori. Capire e cambiare la politica ”(Eudeba, 2020), lo hanno intervistato i professori Mara Pegoraro e Cecilia Galván .
Gianfranco Pasquino: “Las democracias son en sí mismas promesas incumplidas” #entrevista #NuevosPapeles
Entrevista argentina sobre la traduccion del libro Bobbio Y Sartori
Autor: Mara Pegoraro y Cecilia Galván
Gianfranco Pasquino es profesor de mérito de la Universidad de Bolonia, donde enseñó por más de treinta años. Fue discípulo de Norberto Bobbio y de Giovanni Sartori. Publicó y compiló más de medio centenar de libros y es autor de innumerables artículos en revistas científicas, notas de divulgación académica y de columnas sobre temas de actualidad en la prensa escrita. En las carreras de ciencia política de toda América Latina son bien conocidas sus obras dedicadas, sobre todo, a la enseñanza (El diccionario de ciencia política, que compiló junto con el dream team de los politólogos italianos Norberto Bobbio, Morlino, Panebianco, Bartolini, y los libros Sistemas políticos comparados y Nuevo curso de ciencia política). Sin embargo, el profesor Pasquino no solo ha enseñado y ha estudiado la política, también la protagonizó desde un lugar muy relevante. Fue senador de la República Italiana entre 1983 y 1992 y entre 1994 y 1996.
En el marco de la Semana de la Ciencia Política (organizada por la Carrera de Ciencia Política de la UBA), y a propósito de la edición en castellano de su libro “Bobbio y Sartori. Comprender y cambiar la política” (Eudeba, 2020), las profesoras Mara Pegoraro y Cecilia Galván lo entrevistaron. Agradecemos a Mara, Cecilia y a Luciana Berman y a Elsa Llnderrozas por permitirnos la reproducción de la misma.
Profesor Pasquino: Norberto Bobbio y Giovanni Sartori son dos grandes maestros de la ciencia política mundial, pero al mismo tiempo son dos autores y dos personalidades muy diferentes. ¿Cómo y por qué se le ocurrió la idea de publicar un libro que confronte la obra y el legado de estos dos gigantes?
Yo creo que es importante analizar y estudiar a Bobbio y a Sartori juntos porque comparten tres elementos muy importantes. Primero, han estudiado la democracia de manera diferente pero muy profundamente y han contribuido significativamente a su comprensión y análisis. Es decir, que no podemos comprender exactamente lo que era la democracia y lo que puede ser si no conocemos el pensamiento de Bobbio y de Sartori. Bobbio escribió un libro sobre la democracia y su futuro y Sartori escribió un libro muy importante sobre la teoría de la democracia. Segundo elemento que comparten: fueron ambos críticos del partido comunista, del comunismo italiano y en general. Eso es importante, no podemos decir que el comunismo ha muerto porque no es cierto, pero es importante no solamente porque es necesario criticar el comunismo, pero porque es necesario criticar al marxismo como teoría interpretativa de la vida política. Bobbio y Sartori lo hacen de manera diferente porque el primero intentaba obligar a los comunistas italianos a cambiar y el segundo intentaba excluir a los comunistas de la vida política de Italia como partido antisistema. Han contribuido en rechazo al marxismo, han obligado a los intelectuales comunistas italianos a cambiar. El tercer elemento que comparten es que ambos fueron intelectuales públicos, es decir, hombres que escribían en los diarios, que participaban en los debates públicos y que producían ideas y un sentido cívico que en Italia no está verdaderamente desarrollado. Y hay un cuarto elemento que no es tan importante, pero ambos fueron mis maestros, es decir, yo he estudiado ciencia política en la Universidad de Turín con Bobbio y mi especialización fue en la Universidad de Florencia con Sartori. Yo creo que son los dos intelectuales públicos de Italia más importantes de los años 70, 80 y 90.
Antes que nada, gracias a la carrera y a usted profesor por darme la posibilidad de compartir y de entrevistar a alguien que para nosotros, desde la Argentina y quienes estudiamos ciencia política, forma parte de la trilogía. Para nosotros es Bobbio, Sartori y Pasquino. A mí el libro me pareció de lo más interesante. Primero, porque humaniza a autores que para nosotros son literatura y, desde ese lugar, plantea una revisión de textos que uno ha leído y trabajado y que sigue dando en la facultad. Usted al inicio del libro plantea que la necesidad de contar un poco los principales aportes de Bobbio y de Sartori tiene que ver con hablarles a las nuevas generaciones y plantear si hay viejos interrogantes y nuevas respuestas, y cómo los clásicos por algo son clásicos. Y, en ese sentido, yo pensaba que el libro de Bobbio, El futuro de la democracia, sobre el que usted presta especial atención cuando describe el aporte del autor, tiene un título de lo más actual. Hoy las democracias, en particular en América Latina, enfrentan algunos desafíos que son nuevos, otros que son viejos, y parecieran persistir las promesas incumplidas de la democracia que anticipaba en ese libro con un título tan atemporal, lo que lo convierte en un clásico sin dudas. Mi pregunta es, como conocedor no sólo de la producción bibliográfica de Bobbio, sino que también de la persona, ¿hasta qué punto cree usted que los escenarios de reversión democrática que hoy existen en el mundo o de erosión democrática pueden ser pensados como una nueva promesa incumplida de la democracia en términos de lograr consolidarse como el único régimen político disponible? ¿Cómo pensar, un poco más teóricamente, la relación entre Estado y régimen político? Bobbio plantea en un punto, y usted lo destaca en el libro, que la democracia solo convive con el Estado de derecho. No obstante, aparecen nuevos modos de democracia que son adjetivados donde se da un poco de cruce con la idea de Estado de derecho. Entonces, ¿en su opinión cómo hay que pensar hoy estas promesas incumplidas de la democracia en estas nuevas formas democráticas, si es que podemos hablar de nuevas formas democráticas, en particular para América Latina?
Creo que si puedo decir que las democracias son en sí mismas promesas incumplidas, podemos decir que obviamente implanta el problema desde el punto de vista de lo que las democracias pueden hacer, que lo que no han hecho. El punto más importante en mi opinión es que las democracias no logran educar a los ciudadanos. Debemos tener democracias que produzcan ideas e informaciones y que convenzan a los ciudadanos a comportarse de manera democrática. La educación del ciudadano democrático es algo que la democracia debe hacer, pero la democracia en ese caso somos nosotros. Los otros ciudadanos democráticos deben saber cómo obligar, si puedo decir así, a los ciudadanos que no son democráticos, que son populistas, que tienen comportamientos autoritarios, que no aceptan la igualdad entre hombres y mujeres, a comportarse de manera democrática. Eso es un punto muy importante. Bobbio comparte con Sartori, que es más explícito, otro punto verdaderamente importante: la democracia como idea y como ideal. Nunca podemos obtener la democracia ideal que tenemos dentro de nuestra cabeza y corazón. A su vez, están las democracias reales, las cuales siempre tienen problemas. Entonces, yo no creo que hoy haya una regresión democrática. Hay algunos países dentro de los cuales hay problemas democráticos, inconvenientes, desafíos, tensiones, conflictos. Por ejemplo, en Polonia hay tensiones y conflictos. No es mi democracia ideal, pero es una democracia con problemas. Hay muchísimos problemas en lo que se consideraba democracia ideal de todo el mundo, como en EE.UU. Pero existe la democracia con problemas. Debemos enfrentarnos a los problemas y producir soluciones. Debemos entonces dividir en democracia ideal y democracias realmente existentes. Si hacemos esta operación, podemos intentar resolver algunos de estos problemas. Pero si tenemos una visión pesimista de la democracia no vamos a lograrlo. Otro elemento que Bobbio y Sartori compartían es que la democracia es prácticamente el único régimen político que puede reformarse. Los regímenes autoritarios cambian, pero no se reforman. Los regímenes totalitarios se derrumban o colapsan, solamente las democracias pueden reformarse. Entonces, los dos son en verdad intelectuales públicos, reformistas y progresistas.
Ambos autores sostienen esta tarea per
manente sobre la reflexión en torno a la democracia por esto de que siempre hay problemas. Una de las cuestiones que yo tenía en mente es en relación a la Teoría de la democracia de Sartori, de 1987. Él comienza el libro señalando que es en 1940 donde empieza una bifurcación entre lo que es la democracia real o empírica y la democracia normativa. Entonces, por qué empieza con esta discusión sobre desde dónde se empieza a cuestionar por qué tenemos que ir a pensar qué es la democracia. Y dice que 1940 viene desde dos lados. Por un lado, los que quieren tener sus definiciones de democracia, esa discusión tan parroquialista sobre lo que es la democracia sin saber su historia. Y, por otro lado, como bien señalaba al principio sobre el marxismo, hablar sobre democracia capitalista. En torno a eso, yo quisiera saber de dónde le parece a usted que tenemos que mirar las críticas a la democracia y a aquellos que la ponen en peligro. O sea, no solo faltaría reflexionar hacia dónde vamos o cómo la reformulamos, sino que tendríamos que volver a decir “No, esperen, la democracia es esto” y discutir qué es la democracia nuevamente. Básicamente, si ve esa amenaza latente después de 80 años de donde Sartori está marcando este dilema.
Sartori decía que hay dos posibilidades de definición. Una definición es histórica, la manera con la cual los hombres y las mujeres han definido la democracia. Todos sabemos que la democracia tiene una definición histórica muy elegante, pero con muchísimas posibilidades de interpretación. Es el poder del pueblo. ¿Quién es el pueblo? ¿Qué es el poder? ¿Cuál poder o cuáles poderes? Pero no podemos decir que la democracia no es el poder del pueblo. La democracia no es el poder de las élites, no es democracia, es un régimen elitista. Entonces, definición histórica primero. Segundo, podemos decir que hay definiciones negociadas, es decir, usted y yo decidimos que la democracia es cuando unos grupos gobiernan y otros grupos están a la oposición. Podemos decir que hay una democracia autoritaria, lo que sería una contradicción que Sartori no va a aceptar y que Bobbio tampoco acepta. Pero podemos intentar transformar la democracia. Un intento fue hecho por Robert Dahl. Llamamos poliarquía a las democracias porque no son los ciudadanos quienes gobiernan o tienen el poder, sino los grupos, las asociaciones. Podemos decir que la democracia es cuando los hombres y las mujeres enfrentan un problema y se asocian para resolverlo. Entonces, en línea general se puede definir democracia utilizando muchos adjetivos. No es la posición de Sartori como ha escrito muy claramente en su primer libro, Democrazia e definizioni, por lo que no podemos decir que existen democracias populares. El poder del pueblo popular es una contradicción que no puede ser aceptada. Entonces, sí, la democracia puede ser definida de muchas maneras diferentes, pero el núcleo central, el poder del pueblo, no puede ser excluido de la definición. Respecto al Estado de derecho, aquí tenemos un problema de idioma porque las palabras correctas serían Rule of law, “gobierno de la ley”, que es exactamente eso lo que los ingleses y los americanos dicen. Estado de derecho es otra cosa, es un producto de la experiencia Europea, un Estado que acepta, respeta y aplica las leyes, pero no es lo mismo que Rule of law. Los derechos son muy importantes y Bobbio y Sartori lo saben. Utilizan algunos análisis especialmente de Locke, de Hume, de sociólogos, pero lo que es importante es que los derechos son algo que los ciudadanos tienen y que el Estado de derecho respeta, promueve y protege.
La pregunta iba orientada desde dónde hoy, 80 años después de esos avances en contra de definiciones claras de democracia que marca Sartori, surge el problema para contestar. Qué tenemos que contestarles, a quiénes tenemos que hacerlos reflexionar sobre lo que es la democracia.
El problema surge porque hay algunos que no conocen la historia de la democracia ni la historia de la definición de la democracia e intentan manipular la democracia. Entonces, el problema no solamente es de definición, sino que también de concepción. Pero si aceptamos conceptos que no son vagos, que no tienen raíces en la historia del pensamiento político occidental, no podemos hacer un análisis aceptable. Entonces, la definición del concepto de democracia es y debe ser clara. Después podemos aceptar algunos adjetivos o algunas variaciones que perfeccionan la democracia. Por ejemplo, yo creo que algunas prácticas de democracia deliberativa pueden servir para perfeccionar la democracia que conocemos, pero sabemos que hay elementos que deben siempre existir: los derechos de los ciudadanos, la Rule of law, el gobierno de la ley, la importancia del cuidado de la ley, la separación de los poderes. La concentración de los poderes produce autoritarismo y, en algunos casos, totalitarismo también.
Profesor, yo voy a retomar parte de lo que le comentaba a Cecilia, pero voy a volver sobre la idea de educación de ciudadanos democráticos. Tiene que ver con la necesidad que forma parte de las promesas incumplidas de la democracia: cómo construimos ciudadanía democrática que además pueda garantizar soberanía individual, dos condiciones que van de la mano. Usted dijo que Bobbio y Sartori fueron intelectuales públicos, y ahí me surge la pregunta sobre el rol del intelectual, en particular, en la formación de los ciudadanos democráticos. Se instaló durante muchísimos años que los intelectuales eran apolíticos, confundiendo apolíticos con apartidarios, y entonces había una idea que iba más allá de la mera neutralidad valorativa de Weber. Era como el intelectual aséptico que no puede comprometerse. Y la democracia, dice Bobbio, requiere un compromiso normativo de quienes la piensan como ideal y real. Entonces, mi pregunta es operativa en términos del rol de los intelectuales hoy: cómo pueden contribuir los intelectuales y si podemos pensar qué es un intelectual hoy, en el mundo de las redes sociales y la fluidez del conocimiento en un montón de sentidos, para la construcción de ciudadanos democráticos. Muchos académicos o personajes que se denominan intelectuales producen una defensa de regímenes que se pelean bastante, no solo con el ideal democrático, sino que también con la mera democracia como método básico para la selección de gobernantes. En resumen, ¿dónde está la responsabilidad del intelectual para la construcción de la ciudadanía democrática?
Primero, los intelectuales públicos, pero los intelectuales en general, deben ser críticos porque todos sabemos que no existe nada perfecto. Entonces, debemos saber criticar, explicar por qué criticamos y lo que criticamos y, en algunos casos, producir o indicar soluciones. Bobbio fue exactamente un intelectual crítico. La palabra clave del pensamiento de Bobbio fue dubbio, la duda. Los intelectuales siempre dudan de lo que ven e intentan interpretarlo a través de sus conocimientos históricos, lo que leen, lo que han estudiado, lo que entienden. La palabra importante de Sartori sería que los intelectuales no deben solamente indicar los fines, sino que también deben saber cómo identificar las herramientas. Entonces, aparecen las herramientas analíticas, las herramientas de intervención. Sartori cree que la ciencia política puede ser aplicada, es decir, que tiene conocimientos importantes que dicen “Si se dan las condiciones ABC, es posible conseguir las condiciones XYZ”. Debemos entonces evaluar a los intelectuales cuando saben cómo enfrentar los problemas. Las soluciones pueden ser diferentes, pueden ser decididas para el poder político o para los ciudadanos que deciden cómo hacer, quién debe tener el poder para hacer. Eso es importante. Hoy es una generación mínima, hay poquísimos intelectuales públicos en el mundo. En los años 40, 50, 60, Europa tenía importantísimos intelectuales públicos, como por ejemplo Raymond Aron, George Orwell, Albert Camus. Hoy no hay. Probablemente el intelectual público de Europa más conocido hoy sea Jürgen Habermas, que tiene 88 años. La escuela de Frankfurt no ha producido nada más y tenemos problemas con EE.UU. también. Algunos intelectuales públicos han sido muy importantes, como por ejemplo John Rawls. Yo sé que el hombre es muy controvertido, pero creo que Mario Vargas Llosa es un intelectual público importante y creo que también Gabriel García Márquez lo fue. No voy a identificar intelectuales públicos en Argentina, pero Guillermo O’Donnell fue un importante intelectual público.
El “para qué” es muy fuerte en Bobbio y en Sartori y se percibe esta intensidad a la hora de estudiar y abordar los problemas. Una de las cuestiones relevantes en Sartori tiene que ver con el estudio de las leyes electorales y la influencia en los sistemas de partidos, como cuando estudia el parlamentarismo, el presidencialismo y el semipresidencialismo en ese de libro Ingeniería constitucional comparada. Incluso está el capítulo donde él promueve el presidencialismo alternativo y sueña un modelo que a mí me divierte mucho y que me pareció ingenioso para debatir y decir “Bueno, no es solamente describir, sino que también entender, comprender, modificar”. Esa necesidad de ir hacia una transformación me parece que es lo más relevante que tiene y transmite Sartori. En este sentido, sin Sartori después de 2017, el libro que usted escribe llega hasta la reforma de 2018 en Italia –la ley electoral Rosato- y en las noticias actuales en 2020 nos encontramos con un panorama muy difícil o, por lo menos, impensado después de 2018. Es con el Movimiento de 5 Estrellas con tanto poder, con una reforma de reducción del parlamento. Como que está invertido y ahora hay que buscar una ley electoral para ver qué se hace con esa reducción de parlamentarios. Entonces, yo quisiera ver cómo usted está viendo esto de acuerdo a las enseñanzas de Bobbio y Sartori y la ausencia de estos intelectuales públicos que decía Mara, y que nos preocupan también porque están ausentes en este debate.
¿Cómo estoy viviendo todo eso? Con preocupación, con irritación. Creo que los políticos y los periodistas no tienen bastantes conocimientos de la ciencia política. Dicen y escriben cosas que simplemente no son correctas. Entonces, no saben individuar los elementos que producen consecuencias. Es un debate bastante confuso. En algunos casos, no es manipulación, es confusión: no conocen los problemas que analizan. Creo que es necesario hacer una distinción muy clara entre la ciencia política aplicada y la ciencia política aplicable, que puede ser aplicada, porque la transición de la aplicabilidad a la aplicación es muy complicada. Yo diría que al centro de lo que Sartori ha escrito sobre el parlamento buscamos el problema de la representación política, es decir, cómo los parlamentarios intentan representar a los electores. Sartori ha escrito, yo diría, de manera memorable que los parlamentarios tienen miedo de una sanción, que es la sanción de los líderes de los partidos, mientras que deberían tener miedo de la sanción de los electores. Pero la sanción de los electores es menos importante que la que viene de los líderes del partido si la ley electoral es una ley mala, y las leyes electorales italianas (como la Ley del 2005, del 2014/15) son leyes malas. Es decir que no les sirven a los electores para utilizar su poder de escoger entre los candidatos y entre los partidos. Entonces, debe existir un criterio fundamental para evaluar las leyes electorales que es el poder de los electores. Las dos leyes electorales más recientes de Italia dan poquísimo poder a los electores y muchísimo poder a los líderes que deciden quién es candidato y, prácticamente, quién va a ser elegido.
El segundo elemento que me parece importante del parlamentarismo es que cuando hablamos de democracias parlamentarias, debemos saber que el corazón de esas democracias es el parlamento. Entonces, un parlamento bien elegido puede hacer funcionar la democracia de una manera destacable. Los parlamentos que no son bien elegidos producen consecuencias negativas sobre el funcionamiento de la democracia.
El tercer elemento es diferente. Usted ha dicho “presidencialismo alternativo”. Creo que sería mejor decir “presidencialismo alternante”. Entonces, aquí el problema es claro, yo creo que ha sido definido de manera excelente por Juan Linz. Con el presidencialismo, ustedes pueden elegir como presidente a cualquier persona que tiene recursos de visibilidad, de dinero, de ser exterior al sistema de los partidos contra la política que existe. Pero el problema es que eso produce situaciones que todos conocemos porque hemos visto. Trump es un ejemplo perfecto. Linz podría utilizarlo como el ejemplo perfecto de un outsider que no tiene ningún elemento político necesario para representar y gobernar un país. Eso no puede ocurrir en las democracias parlamentarias. Los líderes alemanes, ingleses, españoles e italianos también -con algunas excepciones- tienen una carrera política. Entonces, tienen conocimientos, tienen relaciones, no pueden ser separados de lo que ocurre en un país como ha sucedido con Trump. De esta manera, el presidencialismo alternante es que cuando el presidente es alguien que no sabe cómo gobernar puede ser reemplazado, el sistema va a ser un sistema parlamentario. Si el sistema parlamentario no produce consecuencias positivas (por ejemplo, tiene inestabilidad política), puede ser reemplazado por un sistema presidencial. Me parece una idea interesante, pero es muy difícil traducir la idea en práctica política.
Iba a hacer unas preguntas sobre Derecha e izquierda de Bobbio, pero ya que habló de Trump aprovecho y pregunto, aunque un poco igual viene a colación. En Derecha e izquierda Bobbio plantea que la democracia suele favorecer a los moderados y castiga a los extremistas. Trump es un outsider, algunos hablarían de liderazgo autoritario, y en América Latina aparece un proceso de creciente polarización y radicalización del discurso político o de la acción política. Entonces, a mí no me queda muy claro si la democracia sigue premiando a los moderados y castiga a los extremistas o, en una de las promesas incumplidas de la democracia, no logramos instaurar la moderación como curso de acción política en esta tensión que Bobbio plantea entre extremistas y moderados en contextos democráticos. Y ahí Trump es algo más que un outsider. Para Levitsky y para Ziblatt, en el libro de Cómo mueren las democracias, el liderazgo de Trump es un liderazgo amenazante para una democracia que nunca se nos ocurriría decir que no estaba consolidada. Entonces, en su opinión, tal vez saliendo un poco de hacer la interpretación sobre Bobbio y Sartori, ¿cómo lee la emergencia de estos liderazgos autoritarios y democracias que parecen premiar electoralmente liderazgos extremistas, contrario a lo que Bobbio sostenía de que la democracia premiaba a los moderados?
La democracia de EE.UU. ha sobrevivido a Trump y Trump ha perdido las elecciones. Entonces, el extremista ha sido derrotado, lo que es muy importante. Es decir que las instituciones y las reglas del juego han resistido a las presiones de Trump, a la polarización que él ha introducido como herramienta de gobierno y de representación. Eso me parece muy importante porque es verdad que algunos comportamientos de Trump fueron autoritarios pero, en general, las instituciones han logrado rechazar algunos de los comportamientos y al final los electores han derrotado a Trump. Eso me parece una buena enseñanza. Y yo diría sí, que las democracias mueren. Levitsky y Ziblatt dicen algo similar, pero no exactamente como yo creo que se puede decir. Las democracias mueren cuando las élites abandonan comportamientos democráticos, cuando no respetan las leyes, cuando deciden utilizar herramientas autoritarias. No es el pueblo que derrota la democracia, son las élites. En el contexto de EE.UU., los republicanos han apoyado a Trump de manera exagerada, demasiado. Vamos a ver si lo abandonan ahora que ha perdido las elecciones pero, en general, la democracia de EE.UU. ha reaccionado contra Trump. Yo diría otra cosa: que no tenemos ningún ejemplo de democracia bastante consolidada pero que la consolidación sea algo que tenemos que analizar de manera más profunda. O sea, ninguna democracia consolidada que haya desaparecido en los últimos cincuenta o sesenta años. Todos los países que han conquistado la democracia desde 1945 han logrado quedar democráticos. Vemos desafíos a la democracia pero ninguna ha desaparecido. Yo podría decir que hay una excepción, es decir, que Turquía no es una excepción porque tenía una democracia consolidada. Rusia no es una excepción tampoco porque nunca fue una democracia. La excepción es Venezuela porque este país tenía una democracia que parecía bastante consolidada, con dos partidos grandes: un partido social demócrata y un partido demócrata cristiano, COPEI y Acción Democrática. ¿Cuál fue el problema? El problema fue que los partidos dejaron el camino abierto para un líder autoritario, el líder populista. Aquí hay una grandísima generalización de un científico político de EE.UU., Schnaider: las democracias nacen con los partidos y los partidos nacen con las democracias. Entonces, el mensaje es que si queremos construir una democracia de calidad y aceptable debemos construir partidos democráticos.
Bueno, un poco en línea con lo que viene diciendo sobre la situación actual de la democracia: hay unos párrafos en el libro que hablan sobre las fracturas políticas que originan partidos vs. las fracturas sociales. Entonces decimos que las fracturas sociales, como originantes de los partidos políticos, corresponden a una etapa y que las fracturas políticas serían las que ahora están dando origen a nuevos partidos. A mí me gustaría que explicara un poco esto porque me parece que puede ser una categoría útil para entender qué está pasando en las democracias, por qué hay más partidos en Europa y que no tiene que ver con algo subyacente, tan sociológico, sino que tiene que ver con lo que viene desde arriba y qué pasa con esto.
La fractura política más importante hoy es clarísima: la fractura entre los que quieren una Europa federal, una Europa políticamente unida a través del federalismo, y los que no quieren eso y se oponen a una Europa federal. Los partidos de derecha en general están contra la Europa y la mayoría, pero no todos, los partidos de izquierda están a favor de la Europa. Eso es una fractura política clarísima. Eso es lo que ha escrito Altiero Spinelli en 1941 en el famoso “Manifiesto de Ventotene”. Y creo que esa verdadera fractura que puede producir el nacimiento de partidos y mismo la muerte de algunos partidos que no representan lo que los electores quieren. En los otros países veo que hay fracturas como en Argentina, que veo que hay una fractura política clarísima: los peronistas y los otros, es una fractura política permanente y que es muy importante, que representa algo significativo en la historia y en la política argentina también. En otros países de Latinoamérica hay hoy fracturas políticas que no son bastante importantes para producir nuevos partidos porque hay fracturas de tipo culturales también. El populismo son los que tienen una visión de nación y de pueblo que es diferente de los otros que son definidos como elitistas. Pero es una fractura política, no son los pobres contra los ricos, es una concepción de lo que debemos hacer si queremos representar a los que no tienen recursos. Los partidos populistas construyen su fractura política para obtener el consenso del pueblo. En EE.UU. la fractura es clarísima, es cultural. Los que aceptan verdaderamente una sociedad y un sistema político multicultural, y los que piensan que los blancos, deben continuar gobernando manteniendo el poder político. Esa es una fractura cultural que ha producido la polarización porque la polarización de EE.UU. es la consecuencia del hecho de que los republicanos van a la derecha extrema. Es una fractura cultural y podemos decir que religiosa también. Los evangélicos apoyan y han apoyado a los republicanos y a Trump. La pregunta es muy difícil, pero creo que he intentado producir algunos elementos necesarios para comprender lo que ocurre.
Yo tengo una última pregunta. Voy a traer a otro italiano a la mesa. Usted hablaba de esta famosa frase de Schneider de “Sin partidos no hay democracia y sin democracia no hay partidos”, esa necesidad de implicación en el desarrollo de uno y otro. Hay otro italiano, Angelo Panebianco, sobre todo en lo que tiene que ver con el origen de los partidos político. Panebianco plantea algo que tiene que ver con los partidos que son buenos partidos. Son aquellos que distribuyen bienes en incentivos colectivos. Y el incentivo colectivo central que distribuyen los partidos es la identidad. Mi pregunta es ¿qué futuro tiene la democracia si los partidos que distribuyen bien esos incentivos son partidos no democráticos? Cuando los partidos son fundamentalmente populistas o con sesgos autoritarios, ¿cuál es el futuro de la democracia si los partidos que son eficientes en distribuir identidad no tienen un compromiso normativo con la democracia
¿Tiene ejemplos que yo pueda analizar de partidos que distribuyen identidad y que no son democráticos?
Sí. Cuando el partido republicano, a la cabeza del discurso de Trump, construye un discurso de supremacía blanca o cuando se instala el discurso del odio. Usted hablaba de la Argentina. Sin entrar en la profundidad sobre la naturaleza de la grieta política en Argentina, si esa grieta hoy, además, es social y si tiene un discurso de clase –un poco la discusión o la tensión entre libertad o igualdad que aparece tanto en esa grieta política-. Parecen ser partidos que recogen una alta voluntad electoral y construyen un discurso que engloba a muchos ciudadanos, pero su sentimiento es antidemocrático. Entonces, ¿hay futuro para la democracia si los partidos no son normativamente democráticos?
No habría un futuro, pero diría que los partidos que no tienen en su interior procedimientos o reglas democráticas no pueden obtener un gran éxito electoral. Hay un nivel al cual los partidos no democráticos pueden llegar, pero no pueden nunca llegar más que eso. Puedo decir que el ejemplo más interesante es el partido Nacional Socialista alemán, el partido de Hitler. Nunca obtuvo la mayoría de los votos de los alemanes, 35-40% en elecciones libres. Hoy, por ejemplo, Alternative für Deutschland (Alternativa por Alemania), el partido de extrema derecha, tiene el 10-12-15% de los votos. Marinne Le Pen ha ganado, creo, el 30-35% de los votos. El partido independentista de Gran Bretaña ganó el 15% de los votos. Los republicanos en EE.UU. nunca ganaron la mayoría de los votos tampoco, entonces, creo que hay dificultades. Si los partidos utilizan solamente una identidad que es necesariamente la identidad del pasado, no va a ocurrir ni va a producir poder político. Si puedo interpretar al futuro, yo diría que los republicanos de EE.UU. van a cambiar porque saben que si no cambian, puede quedar una minoría permanente. Y tenemos ejemplos en el pasado de los dos partidos que han cambiado de manera muy importante cuando perdían las elecciones, eso es posible.
La identidad de los electores también puede cambiar. Por ejemplo, en Europa hoy hay electores que no se definen solamente como italianos, franceses, holandeses, sino como europeos e italianos, europeos y franceses, europeos y holandeses también. Es decir que debemos interpretar la identidad como algo que puede evolucionar a través del tiempo.
Ya tenía en mente una pregunta que a mí me interesaba alrededor de Sartori y cómo él recupera a Schumpeter y a Downs porque mí me gusta mucho Schumpeter y me gustaba mucho Downs, dos economistas. Y para mí hay como una sorpresa en los textos de Sartori: los toma muy en serio y se apropia mucho de sus textos. Un poco en relación a la pregunta de Mara, con esta idea de que los partidos tienen que saber competir y la respuesta que usted ha hecho en relación que hay un incentivo para que estas identidades tan inventadas de estos partidos nacionalistas o de extrema derecha empiecen a competir bien me acordé de este interés mío por saber qué pasa con esa lectura que hace Sartori sobre Schumpeter. Es uno de los mejores lectores de Schumpeter en la ciencia política, su aporte para recuperar a Schumpeter para la disciplina me parece fundamental.
Sartori critica el elemento central de Downs: la competencia política. Porque no es verdad que los electores están en el centro del sistema político, hay electores que no cambian y que entonces pueden ser de extrema derecha y de extrema izquierda. Si el partido de extrema izquierda intenta conquistar a los electores del centro, va a perder algunos electores de extrema izquierda. Lo mismo ocurre con el partido de extrema derecha. Entonces, hay una situación en la que debemos saber cuáles son las reglas de la competencia política, de la competencia electoral. Downs es muy claro y muy lindo yo diría, pero tiene algunos problemas. No es solamente un problema de conquistar electores, es un problema de no perder el alma. Shumpeter es verdaderamente importante y creo que él tiene una visión de la democracia que es una democracia presidencial o presidencialista. Sartori prefiere las democracias parlamentarias. Entonces, Sartori prefiere a Kelsen, que es un autor que a Bobbio le gusta mucho. Y Kelsen prefiere una democracia parlamentaria, partidaria y proporcional. De aquí, el concepto importante es la representación. Sartori mejora la teoría de Shumpeter porque dice que este intenta explicar cómo los políticos compiten. Los que competen saben que deben escuchar lo que los electores quieren y aprender de los mismos. Entonces, aquí el concepto importante es accountability, responsabilidad, es decir, no es verdad que cuando elegimos un líder, él es libre de hacer lo que quiera porque si quiere ser reelegido, debe ser responsable. Eso es lo que Sartori introduce en la teoría de Schumpeter. Y hay otro elemento que me parece importante: la relación entre los líderes. Ellos establecen una relación que puede ser muy productiva porque, esta vez, a través de redes obtienen y producen información. Esta es importante en la teoría de Downs. Son uno de los elementos que definen una democracia: derechos, accountability o responsabilidad y la separación de los poderes. Todo eso existe en la teoría de Schumpeter. Debemos leerlo con más atención, Schumpeter tiene todos los elementos necesarios para explicar lo que es una democracia, aun una democracia presidencial. Lo que Sartori evalúa muy positivamente de Schumpeter es la claridad y la perfección o elegancia de la teoría.
NP Nuevos Papeles 06 12 2020
Passata la festa gabbate le sante? #25novembre #controlaviolenzasulledonne
La violenza sulle donne non cesserà (ri)”educando” gli uomini, vaste programme. Sarà grandemente ridotta quando le donne avranno ottenuto tutte le opportunità necessarie alla loro istruzione e alla loro autonomia, professionale e economica. Quando potranno scegliere di stare e/o di andarsene. Il welfare state rende le donne libere. Già cinquant’anni fa, Bobbio sostenne che il progresso civile, prima ancora che economico, dipende dalla condizione delle donne. Una lezione ancora da imparare, non soltanto in qualche continente, ma anche in Italia.
Max Weber (1864-1920), classico fra i classici #MaxWeber @HuffPostItalia
A cent’anni dalla morte (14 giugno 1920) Max Weber è giustamente considerato il più importante degli studiosi di sociologia, forse anche il più rilevante per la contemporaneità. Non c’è settore della sociologia, dallo studio delle religioni all’analisi del capitalismo, dallo Stato ai tipi di potere, dai movimenti ai partiti politici, al quale Weber, autore molto prolifico, non abbia dato contributi tuttora di enorme impatto. Naturalmente, è impossibile renderne pienamente, totalmente conto in maniera adeguata. Nonostante validi tentativi, nessuno studioso vi è finora riuscito. Molti, però, studiosi e politici, fanno frequentemente ricorso, qualche volta senza consapevolezza, alla terminologia weberiana e ad alcuni elementi dei suoi scritti e insegnamenti.
Con molta esagerazione viene usato il termine carismatico fuori dalla sua accezione tecnica e attribuito a qualche leader appena emergente, a qualche personalità affascinante, persino a qualche atleta/calciatore di grandi qualità. Tutti sembrano sapere che esiste una differenza fra “vivere di” politica e “vivere per la” politica. Nella pratica, chi può cerca di cancellare questa differenza. I più colti fanno talvolta riferimento alle due etiche delineate da Weber: etica della convinzione, propria di coloro che agiscono a prescindere da qualsiasi considerazione esclusivamente con riferimento ai propri principi, e etica della responsabilità, praticata da coloro che, nella misura del possibile, valutano le probabili conseguenze delle loro azioni prima di intraprenderle. Quasi nessuno ricorda che Weber sostiene che le due etiche non debbono e non sono da porre in totale contrapposizione e possono entrambe valere in tempi diversi in condizioni diverse.
Testi breve e di, almeno apparentemente facile lettura, le due conferenze “La scienza come professione” e “La politica come professione” sono giustamente citatissime anche perché contengono insegnamenti di perdurante validità. In particolare, la riflessione weberiana sulla avalutatività come criterio al quale debbono rigorosamente attenersi gli scienziati e gli studiosi continua a costituire un essenziale riferimento. L’avalutatività weberiana, ha scritto Bobbio, non è indifferenza quanto, piuttosto, perseguimento dell’oggettività, e si traduce concretamente nello sforzo di evitare che i giudizi di valore interferiscano nella ricerca e, in un certo senso, ne inquinino gli esiti. Su quegli esiti, poi, ricercatori e scienziati potranno legittimamente applicare le loro valutazioni e procedere ad approfondimenti seguendo le loro preferenze e, per l’appunto, i loro valori. Per fare un esempio significativo, nella sua pionieristica e simpatetica analisi dei movimenti, a partire da quelli religiosi, Weber ne ricostruisce il percorso dallo statu nascenti fino alla possibile, ma mai da dare per certa, istituzionalizzazione. Lo fa senza formulare giudizi di valore chiarendo rischi, opportunità, condizioni che conducono al successo o al fallimento.
Tutte le analisi di Weber hanno un solido e significativo retroterra storico. Il suo metodo storico-comparato è di per sé un importantissimo strumento, in partenza, per la formulazione delle ipotesi, poi per l’elaborazione di generalizzazioni che conducano alla spiegazione e comprensione dei fenomeni. Negli scritti di Weber sta anche una visione del mondo e si trova una grande preoccupazione per l’affermarsi e l’estendersi della gabbia d’acciaio della burocrazia che potrebbe imprigionare e schiacciare tutte le società. Se classico è lo studioso che solleva domande e problemi che durano ben oltre il suo tempo, Weber è il classico per eccellenza.
Pubblicato il 13 giugno su huffingtonpost.it
Coscienza di classe, da remoto #FormicheRivista #Orwell2020 @formichenews
Da Rivista Formiche n. 158/maggio 2020 Orwell 2020, il virus della sorveglianza, pp. 54-55
Niente tornerà come prima. Molto rischia di essere peggio di prima. Dall’uomo di Aristotele, animale politico, poiché viveva con altri uomini (e donne) nella polis, ai simposi romani nei quali si gozzovigliava insieme, dall’ecclesia, comunione di persone, di credenze, di speranze, ai salotti illuministi, dagli americani osservati da Tocqueville che si associavano ogniqualvolta dovessero risolvere un problema, alle rumorose birrerie bavaresi dove si lanciavano putsch, dagli amici e colleghi di via Panisperna e oltre (lascio deliberatamente incompleto questo elenco), uomini e donne hanno sempre, nel bene e nel male, cercato di rapportarsi reciprocamente. L’arte di associarsi ha accompagnato la civilizzazione e civilizzato la politica, ha fatto uscire dalla condizione di homo homini lupus, e di foemina foeminae lupior. Ha costruito comunità nelle quali (quasi) tutti sono consapevoli della loro interdipendenza e molti sanno che la fiducia reciproca è una componente essenziale del capitale sociale che arricchisce tanto la comunità quanto i singoli.
Quella fiducia si crea nelle interazioni fra persone, negli approcci e nelle conversazioni. Con gli avvicinamenti si intessono rapporti. Il distanziamento sociale, che nasce dal timore che gli altri siano portatori di pericoli, inevitabilmente conduce alla diffidenza, al sospetto, alla disintegrazione sociale e politica. Qualcuno potrà anche vantarsi di avere contenuto possibili catastrofi economiche attraverso forme di smart working, peraltro, non estensibili a tutte le attività. Certo, lo smart working non creerà coscienza di classe, ma neppure sentimenti e orgogli di appartenenza. Altri si rallegreranno della capacità di docenti e studenti di proseguire le lezioni online. Non ne seguirà mai quella identità di gruppo che si formò negli anni Venti e Trenta fra classi diverse, ma con gli stessi professori, al Liceo D’Azeglio di Torino. E nessuno avrà più il privilegio, che traggo dai mie personali ricordi, dei seminari all’Istituto di Scienze Politiche di Torino, condotti da Norberto Bobbio e Alessandro Passerin d’Entrèves. Quando gli sguardi d’intesa, di perplessità, di desiderio di saperne di più si incrociavano fra gli studenti e fra loro e i docenti. Ovvieremo con qualche piattaforma, semplice da usare, alle rumorose riunioni nelle quali si progettano i fascicoli di Formiche e la newsletter? La sera andremo in Via Veneto oppure ci parleremo attraverso Skype? Compreremo libri da Amazon dopo averne letto una stringata scheda grazie a Google oppure avremmo preferito discuterne con il libraio e magari con qualche amico/a al bar? Come faremo in quei pomeriggi troppi lunghi e azzurri sapendo che sì, il prete per chiacchierar ci sarebbe pure, ma è impegnato a dire messa per i parrocchiani che si sono abituati a “riceverla” a casa, sul loro divano, inginocchiati sul loro tappeto?
“There is no such thing as society” affermò perentoriamente il Primo Ministro Margaret Thatcher (peccato che John Locke non riuscì a replicare a causa della sua scarsissima dimestichezza con il computer). Medici, infermieri, personale sanitario di tutte le qualifiche e le mansioni dimostrano, invece, che ci sono donne e uomini che hanno senso sociale, del dovere verso gli altri, che ci credono. Abbiamo già iniziato a cercare di sostituirli con allegri robottini meno fragili emotivamente, forse meno costosi, ma anche più efficienti? Ma la carezza affettuosa, l’ultimo sguardo come saranno trasmessi? Dobbiamo essere preoccupati sia da coloro che ripetono che tutto tornerà come prima sia, forse più, da coloro che pensano di andare oltre grazie alla tecnologia applicata come se fosse sostitutiva dei rapporti fra persone e superiore alle (nostre) capacità di apprendere, di cambiare, di creare una società migliore nella quale ciascuno di noi guardando negli occhi gli altri li tratterà come fini e non come mezzi e in quegli occhi vedrà fiducia e reciprocità. Tutto da (ri)costruire.
Le eguaglianze nella democrazia #InCircolo
La democrazia promette due tipi di eguaglianze: di voto e di fronte alla legge. One person one vote. Isonomia. Uso appositamente l’inglese e il greco perché queste sono le due lingue della democrazia: quella dei moderni e quella degli antichi. L’eguaglianza economica non sta fra le promesse della democrazia individuate da Norberto Bobbio (Il futuro della democrazia, Einaudi, 1984) e viene deliberatamente e ragionatamente tenuta ai margini della democrazia da Giovanni Sartori (The Theory of Democracy Revisited, CHatham House, 1987). Potrei facilmente trovare molti altri autori a sostegno della mia tesi così come potrei criticare facilmente coloro che fanno un polpettone combinando la democrazia politica con l’eguaglianza economica. Another place another time.
Gli uomini e le donne, contrariamente a quello che fu scritto nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America*, non nascono affatto uguali. Tuttavia, in una democrazia debbono godere degli stessi inalienabili diritti: alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità. L’impegno della democrazia, per rimanere nella Dichiarazione d’Indipendenza, il compito del governo che ottiene i suoi poteri dal consenso dei governi, è di assicurare l’esistenza dei succitati diritti. Non v’è nessuna menzione dell’eguaglianza come un obiettivo che i governi democratici abbiano l’obbligo di perseguire. Nella famosa triade francese sicuramente rivoluzionaria “Liberté, égalité, fraternité” (oggi, probabilmente, solidarité) è molto dubbio, se non del tutto improbabile che égalité si riferisca alle condizioni economiche. Direi piuttosto che si riferisce allo status dei cittadini. Non più aristocrazia e plebe, ma, per l’appunto, tutti citoyens che fu, appunto, il modo con il quale i francesi dovevano rivolgersi l’un l’altro.
Non posso non segnalare che mentre negli USA uomini e donne di colore non nascevano affatto liberi, in Francia (come nel resto dell’Europa e altrove) i diritti delle donne erano molto meno che eguali a quelli degli uomini. Ultimo esempio: il giustamente famoso e molto spesso menzionato art. 3 della Costituzione italiana riguarda nel primo comma l’eguaglianza di fronte alla legge, nel secondo comma pone a carico della Repubblica, vale a dire dei cittadini, governanti e rappresentanti, il compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese”. Vorrei effettuare una fine distinzione fra la democrazia in quanto tale e la Repubblica, una delle possibili forme di organizzazione democratica del sistema politico. Comunque, un “compito” non è una promessa. Il suo inadempimento non significa affatto che il sistema politico non è democratico, se mantiene le due caratteristiche che sopra ho indicato come costitutive e decisive. Significa che il sistema politico ha una rendimento inadeguato, è di bassa qualità, anche se, proprio perché democratico, mantiene aperte tutte le opzioni.
Da Norberto Bobbio (Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica, Donzelli, 2004, 5a edizione) abbiamo imparato (o dovremmo avere imparato) che la differenza fondamentale fra destra e sinistra è che la prima considera le diseguaglianze, da un lato, naturali, dall’altro,la conseguenza delle preferenze dei cittadini, quindi del tutto accettabili. Invece, la seconda pensa che molte diseguaglianze dipendono da fattori prodotti dagli uomini stessi e ritiene compito della politica, della sinistra stessa, ridimensionarle nella più ampia misura possibile. Oggi, di fronte alla crescita enorme/abnorme delle diseguaglianze di ricchezza, di guadagno, di reddito nelle democrazie qualcuno afferma che è un problema democratico. Alcuni arrivano addirittura a sostenere che sono le democrazie occidentali le responsabili dell’aumento delle diseguaglianze. A smentire questa seconda tesi sono sufficienti i molti dati disponibili in materia di distribuzione/concentrazione della ricchezza in due regimi che, per quanto molto diversi fra loro, sono entrambi sicuramente non-democratici: la Russia e la Cina. Quanto alle democrazie contemporanee esistono comunque molte diversità all’interno dei diversi sistemi politici con gli Stati Uniti che esibiscono il più alto grado di diseguaglianze economiche.
Il punto, però, rimane. Lo espliciterò in forma interrogativa: la democrazia è compatibile con un alto livello di diseguaglianze economiche? Viceversa, un alto livello di diseguaglianze economiche incide negativamente sulla democrazia, al limite può provocarne la fine? Rispondo affermativamente senza esitazioni alla prima domanda, ma mi affretto a sottolineare che quella democrazia dei ricchi, per i quali già i greci avevano la definizione precisa: plutocrazia, è da giudicarsi sicuramente di qualità inferiore con riferimenti alle politiche pubbliche e alla accountability dei governanti e dei rappresentanti rispetto alle democrazie con distribuzione meno diseguale delle risorse e della ricchezza. Rispondo negativamente alla seconda domanda. Nessuna democrazia è crollata a causa dell’eccessiva concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi detentori. Vedo un rischio, ma al tempo stesso ritengo che i plutocrati non hanno nessun interesse a trasformare una democrazia che ne ha consentito/favorito l’arricchimento in un regime autoritario. Da temere, semmai, sarebbe la reazione di coloro che sentono la privazione e che potrebbero volere buttare a mare la bambina democrazia con l’acqua sporca di arricchimenti enormi che quasi sicuramente sono fatti pesare più o meno direttamente sulla sfera politica e sui processi decisionali.
Bisogna concluderne che la democrazia e i democratici non si debbono preoccupare delle diseguaglianze, massimamente di quelle economiche? Dal mio sintetico inquadramento di un discorso molto complesso, trarrei due conclusioni, due insegnamenti. Senza dubbio la democrazia si accompagna ad un tipo di eguaglianza, quello segnalato non tanto implicitamente nell’art. 3 della Costituzione italiana. La rimozione degli ostacoli significa la creazione di eguaglianza di opportunità che, poi, ciascuno utilizzerà secondo le sue preferenze: per fare il cacciatore di mattina, il pescatore o il pastore di pomeriggio, il critico d’arte la sera, oppure qualunque altra cosa desideri in alternativa. Aggiungo che l’eguaglianza di opportunità deve essere perseguita e data non soltanto all’inizio del percorso vitale delle persone, ma in ogni momento di svolta: dagli asili nido fino all’università. Questa è l’eguaglianza chele migliori fra le democrazie hanno saputo concedere con conseguenze socialmente, politicamente e economicamente molto apprezzabili. La seconda conclusione è che fissare l’attenzione unicamente sulla distribuzione del reddito e della ricchezza, con l’eguaglianza economica che scivola, dubito comunque che questo sarebbe l’esito, in una sorta di livellamento, sarebbe deleterio per lo spirito d’iniziativa, per le aspettative, per le ambizioni delle persone. Per la grande maggioranza delle donne e degli uomini, il perseguimento della felicità ha molto poco a che fare con la redistribuzione delle ricchezze, con la riduzione delle diseguaglianze economiche, con il ridimensionamento del numero e delle risorse dei ricchi (qua, forse, ci starebbe bene il termine capitalisti, magari, però, differenziando fra gli imprenditori e i rentiers). C’è molto di più sotto il cielo della democrazia.
*“We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness.–[81]That to secure these rights, Governments are instituted among Men, deriving their just powers from the consent of the governed,
Pubblicato in In Circolo n.8 dicembre 2019 – L’attualità di Spinoza
*”We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness.–[81]That to secure these rights, Governments are instituted among Men, deriving their just powers from the consent of the governed,
Le promesse e le scommesse @Mondoperaio #Craxi
Per Bettino Craxi
Giunto improvvisamente a guidare un partito chiaramente sconfitto nelle elezioni del 1976 (precipitato al punto più basso del suo consenso elettorale nel dopoguerra e diviso in correnti “ideologiche” che si spartivano malamente le poche risorse disponibili), Bettino Craxi si trovò ad affrontare la sfida delle sfide: sopravvivere e crescere in un contesto bipolarizzato dominato da due rivali agguerriti e che sembravano in ottima salute politica. Le due “chiese” – come il sociologo Francesco Alberoni, allora socialista, bollò la Democrazia cristiana e il Partito comunista), erano in condizione di schiacciare un partito i cui dirigenti e militanti avevano forse perso la fede: vale a dire che non riuscivano ad attrarre iscritti, simpatizzanti e elettori in chiave fideistica, ovvero sulla fiducia in un domani migliore. Soprattutto, non erano riusciti a formulare una posizione e un’offerta politica nettamente distinta da quella comunista e non subalterna a quella democristiana (e viceversa). Dove portassero e dove potessero effettivamente arrivare gli “equilibri più avanzati” indicati dal segretario sconfitto Francesco De Martino non era possibile dire: ma certamente quegli equilibri non erano risultati una prospettiva stimolante e realistica agli elettori.
Mondoperaio s’interrogava con una molteplicità di articoli anche pregevoli su come riuscire a capire e a imitare l’esperienza di Mitterrand, il cui Parti socialiste mieteva successi elettorali ed era addirittura sulla strada che lo avrebbe condotto all’Eliseo nel 1981. In verità molto di quello che scrivemmo allora è rimasto lì a testimoniare del pensare di ciascuno dei collaboratori, non della loro/nostra capacità complessiva di influenzare la politica della leadership del Psi. In maniera certamente non sistematica, nello spazio di un paio d’anni il segretario Craxi sembrò promettere tre importanti cambiamenti: nel partito, un nuovo Psi; nella strategia politica, l’alternativa socialista; nel sistema istituzionale, la “Grande Riforma”. Queste tre promesse potevano e dovevano essere perseguite congiuntamente. Stavano insieme: il conseguimento di una promessa avrebbe avuto effetti positivi sulla possibilità di conseguire anche le altre; e di converso, nella sequenza, un Psi debole non sarebbe arrivato da nessuna parte.
Per quanto riguarda il partito, in pochi anni, Craxi sgominò tutte le opposizioni interne, emarginò i concorrenti, conquistò una posizione dominante. Il Partito socialista divenne il partito di Craxi, e in quanto tale fu apprezzato e attaccato (tema che merita approfondimenti qui impossibili). Credo di potere legittimamente sostenere che la sua rielezione per acclamazione (voluta o no, ma non ricusata) alla segreteria del Psi nel Congresso di Verona (maggio 1984) costituisca il punto di non ritorno. Naturalmente, non mancarono le critiche sia alla procedura sia ad alcune conseguenze. In un durissimo commento sulla Stampa Norberto Bobbio stigmatizzò l’acclamazione come un esempio criticabilissimo di “democrazia dell’applauso”. Craxi replicò evocando “filosofi che hanno perso il senno”, ma repliche altrettanto sferzanti furono da lui indirizzate a critiche simili formulate dal sociologo Francesco Alberoni e dallo storico del pensiero politico Luigi Firpo.
Per acquisire ancora maggiore controllo sul partito, Craxi aprì le porte dell’Assemblea nazionale ad una pluralità di figure di varia provenienza, praticamente nessuna con precedenti esperienze di impegno politico-partitico o dotate di conoscenze politiche. Memorabilmente, Rino Formica parlò di “nani e ballerine”, espressione che è rimasta nel linguaggio politico. Senza entrare nei particolari, è facile constatare che la promessa di Craxi di costruire un partito socialista effettivamente nuovo non fu da lui mantenuta. Sicuramente una novità rilevantissima fu data dalla sua leadership e dalle sue modalità “decisioniste” di esercizio del potere politico e di governo. In quanto a distribuzione del potere nel partito, Craxi si accontentò del sostegno che gli portavano coloro che controllavano il potere nelle loro rispettive aree di influenza: La Ganga in Piemonte; De Michelis in Veneto; Lagorio in Toscana; Di Donato in Campania; Marzo (e per qualche tempo Signorile) in Puglia; Andò in Sicilia.
Negli anni ottanta il Psi di Craxi fu una struttura che, al vertice e nella politica nazionale, dipendeva dalla personalità del suo leader
Il Psi divenne un partito dalla doppia immagine: quella nazionale espressa da Craxi e quelle locali dei rispettivi baroni regionali. Chi aveva suggerito di seguire, almeno in parte, il percorso che aveva portato al Parti socialiste di Mitterrand, stabilendo rapporti flessibili ma costanti con una varietà di gruppi e associazioni di tipo riformista attive nella società italiana, fu inevitabilmente deluso. Quello che poteva essere un modo di drenare sostegno ed energie dalle associazioni vicine al Pci, e quindi di riequilibrare i rapporti di forza, non fu mai tentato con convinzione. Né Craxi né gli altri dirigenti socialisti vollero (o seppero) apprendere un’altra grande lezione che aveva portato all’esito felice del Parti socialiste: suscitare luoghi di aggregazione e di confronti sotto forma di club, di circoli, di sedi. Il punto più alto di elaborazione culturale (non seguito dalla declinazione di politiche sociali adeguate e coerenti) fu opera, non di una sintesi di quanto fosse stato pensato e prodotto in una molteplicità di luoghi, ma della riflessione che Claudio Martelli affidò al suo intervento sui meriti e sui bisogni alla conferenza programmatica di Rimini del 1982.
In sostanza e nella pratica, negli anni ottanta il Psi di Craxi fu una struttura che, al vertice e nella politica nazionale, dipendeva dalla personalità del suo leader: e che nelle aree locali di una qualche importanza, ad eccezione della Lombardia, era nelle mani di uno specifico dirigente, con suo personale radicamento, il quale, fatto salvo il “dovuto” omaggio al leader, perseguiva anche sue politiche personali. Noterò en passant che il Psi di Craxi non fu comunque mai un partito personalista del tipo di quelli che abbiamo visto in Italia nell’ultimo decennio: ma non riuscì neppure a diventare un partito effettivamente rinnovato, coeso e effervescente.
Soltanto un partito profondamente rinnovato avrebbe potuto perseguire con qualche ragionevole aspettativa di successo quella che allora su Mondoperaio molti, compreso chi scrive, definivano “alternativa”. L’uso di questo termine offrì a molti raffinati interpreti il destro per esibirsi in sottili, ma inadeguate, distinzioni fra alternativa e alternanza, non tenendo conto delle premesse, dei processi e delle implicazioni dell’espressione “alternativa”[1]. Mi pare opportuno sottolineare che si trattava proprio di costruire una alternativa alle coalizioni imperniate sulla Democrazia cristiana: in assenza di quella possibile alternativa in nessun modo si sarebbe giunti all’alternanza. Non so se “dalla forza delle cose” sarebbe scaturita “l’alternativa socialista”, tema del Congresso Psi di Torino (fine marzo-aprile 1978). Sono tuttora convinto che quell’alternativa andava costruita, ed era possibile farlo, a sinistra, con il Pci. Naturalmente, quel Pci che perseguiva la politica del compromesso storico al tempo stesso negava la possibilità di un’alternativa di sinistra, e contraddiceva uno dei cardini della politica democratica: vale a dire che la alternanza al governo di un paese deve essere sempre considerata un esito incombente e praticabile della competizione politico-elettorale.
Senza tentennamenti criticai per tempo tanto il compromesso storico, che poco aveva a che vedere con un accordo effettivamente consociativo che avrebbe dovuto di necessità includere anche il Psi, quanto la prospettiva che un eventuale governo di compromesso storico avrebbe dovuto durare per un periodo di tempo indefinito. Sarebbe inevitabilmente diventato una cappa di piombo su una società che doveva cambiare liberando energie e non comprimendole. Non fui affatto il solo a avanzare forti riserve e formulare serie critiche. Rispetto alla maggioranza dei critici, la mia posizione si caratterizzava per porre avanti a tutto una certa idea di sistema politico nel quale nessuna maggioranza potesse mai considerarsi sicura e insostituibile, e tutte le maggioranze fossero costrette a comportarsi come se la possibilità di una loro sconfitta stesse costantemente dietro l’angolo.
Sarebbe di grande utilità un approfondimento sulle modalità con le quali operavano i socialisti nelle varie organizzazioni economiche, sociali e culturali condivise con i comunisti
Nel corso degli anni Ottanta dello scorso secolo Craxi semplicemente abbandonò qualsiasi prospettiva di alternativa socialista. I fischi del Congresso di Verona a Berlinguer, almeno in parte giustificabili come disapprovazione della incerta e malferma politica del Pci, furono la premessa di un altro percorso che all’alternativa non avrebbe potuto mai portare e approdare. Il solco nella sinistra si approfondì non soltanto con la decisione di “tagliare” la scala mobile, ma soprattutto di accettare di andare al voto sul referendum chiesto dal Pci. Lascio da parte qualsiasi discorso sulla necessità – per la costruzione di un’alternativa alla Dc – di avere il pieno, esplicito, convinto sostegno dei sindacati (anche e soprattutto, della Cgil), perché mi pare da sottolineare con apprezzamento la dichiarazione di sfida di Craxi. “Un minuto dopo la vittoria degli abrogazionisti il capo del governo si dimetterà”. Dopo avere esitato fino ad intrattenere l’idea – di provenienza radicale – di invitare all’astensione, Craxi rivendicò la sua responsabilità e ottenne una significativa vittoria.
Purtroppo non ne seguì una indispensabile politica di concertazione con i sindacati, dimenticando anche in questo caso l’esperienza del Parti socialiste di Mitterrand e il rapporto strettissimo intessuto con la CFDT di Jacques Delors. Qui sarebbe di grande utilità un approfondimento, del quale non sono capace, sulle modalità con le quali operavano i socialisti nelle varie organizzazioni economiche, sociali e culturali condivise con i comunisti. Certamente, ancora oggi capire dove e come situarsi fra la deleteria disintermediazione e la deplorevole “cinghia di trasmissione” che, lo sottolineo, va avanti e indietro fra sindacati e partiti, appare problematico. Tuttavia nessuna alternativa politica può essere costruita con successo e tradotta efficacemente in pratica senza porsi il compito di offrire rappresentanza, confronto e interlocuzione alle associazioni.
Il successo quarantennale della Democrazia cristiana è spiegabile quasi esclusivamente con riferimento alla capacità delle sue correnti di stabilire, mantenere, fare funzionare le relazioni stabilite con numerosi interlocutori sociali dei più vari tipi. Non vorrei ridurre tutto questo a qualche slogan, ma la politique d’abord fa poca strada senza il sostegno sociale: anche se mi affretto ad aggiungere che nessun sistema politico è o sarebbe in grado di funzionare all’insegna della société d’abord. Oggi, a trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, m’interrogherei piuttosto sulla culture d’abord: vale a dire quali principi e quali valori, sentendomi di sottolineare la quasi assoluta inadeguatezza della cultura politica con la quale i comunisti giunsero a quell’imprevisto appuntamento, ma anche l’incapacità di Craxi e dei socialisti di trarne insegnamenti per i rapporti da intrattenere con i comunisti italiani e per formulare a loro volta una cultura politica che tenesse conto della nuova situazione. Quali bisogni, quali meriti? Quale riflessione sul richiamo di Bobbio, immediatamente criticato da molti e dai socialisti certamente non difeso, per il quale “caduto il comunismo rimangono i problemi che ne hanno costituito il fondamento, la motivazione”? Invece mi parve che Craxi pensasse che il Psi sarebbe quasi automaticamente riuscito ad attrarre/ereditare i voti, molti, in uscita dal Pci, entrato nel tunnel della sua forzata trasformazione: fino a svuotarlo e assorbirlo quasi completamente anche senza procedere a nessun cambiamento nella cultura politica socialista.
Rimanendo nella linea interpretativa che mi sono dato con riferimento alla notevole esperienza del Parti Socialiste di Mitterrand, concludo la mia analisi e valutazione dell’opera di Craxi con la sua proposta di Grande Riforma sorprendentemente annunciata nell’autunno 1979[2]. Chiunque dimentichi che Mitterrand si trovò ad operare in un sistema istituzionale drasticamente diverso da quello italiano – vale a dire in una Repubblica semipresidenziale con sistema elettorale maggioritario a doppio turno in collegi uninominali per l’elezione del Parlamento – non può capire quanto le regole istituzionali e elettorali abbiano influenzato la strategia del Parti socialiste, che seppe sfruttarne tutte le opportunità. Anche se quelle istituzioni “non erano state fatte per lui”, avrebbe dichiarato il neo-eletto Presidente, “se ne sarebbe servito”: in maniera, mi permetto di aggiungere, che fu eccellente. In una pluralità di articoli pubblicati da Mondoperaio non mancarono i riferimenti positivi alla struttura istituzionale della Quinta Repubblica francese (ma vi furono anche non poche riserve e critiche). La tematizzazione più completa e più brillante della necessità di una riforma costituzionale arrivò con il volume di Giuliano Amato, Una Repubblica da riformare (Bologna, Il Mulino, 1980).
Se la legge elettorale proporzionale era da ritenersi responsabile del mantenimento del bipolarismo Dc-Pci e della limitata e lenta crescita del Psi, allora la sua riforma e il suo superamento avrebbero di conseguenza dovuto costituire una priorità dei socialisti
Senza nessuna concessione a coloro che pensano che la Costituzione italiana fosse già allora datata e persino di ostacolo a cambiamenti politici significativi (non lo era e non lo è tuttora), certamente le democrazie parlamentari con leggi elettorali proporzionali e quindi con sistemi multipartitici sono più flessibili e maggiormente in grado di accogliere e smussare le preferenze degli elettori: mentre i semipresidenzialismi di tipo francese sono più sensibili ai mutamenti di quelle preferenze e le leggi elettorali maggioritarie, oltre a spingere verso un’effettiva competizione bipolare (già facilitata dall’elezione popolare diretta del Presidente della Repubblica) ne potenziano l’impatto. In estrema sintesi, il “bipolarismo” Dc/Pci era favorito dagli assetti istituzionali e elettorali italiani. Spaccarlo richiedeva un intervento mirato e di grande respiro. Peraltro, quasi inesorabilmente, una legge elettorale a doppio turno come quella francese (l’ho ripetutamente argomentato) da un lato svantaggia i partiti, dall’altro favorisce la formazione di coalizioni che gli elettori scelgono di votare nella prospettiva di conferire un mandato di governo.
Né l’impianto complessivo della Grande Riforma né i suoi cruciali dettagli furono mai elaborati soddisfacentemente da Craxi. Neppure ad opera dei parlamentari socialisti fecero seguito proposte precise e significative. Al contrario, nelle sedi ufficiali – a partire dalla Commissione Bozzi, istituita nel novembre 1983 e giunta al termine dei suoi lavori il 1 febbraio 1985 – i socialisti operarono sostanzialmente per impedire il conseguimento di qualsiasi accordo. Per tutto quel periodo Craxi fu Presidente del Consiglio. La sua comprensibile priorità era la permanenza in carica. Il suo “interesse” istituzionale consisteva nel rafforzamento dei poteri del capo del governo, ma le modalità con le quali pervenire a questo esito non furono mai delineate. Non è questo il luogo dove procedere a puntigliose esplicazioni: ma, ad esempio, il voto di sfiducia costruttivo alla tedesca è una di quelle modalità fra le più apprezzabili e in pratica fra le più efficaci per chi desideri la stabilità di governo. Germania docet. La battaglia istituzionale più incisiva Craxi la condusse contro il ricorso al voto segreto in Parlamento, strumento sul quale i parlamentari, ma soprattutto le correnti democristiane, facevano frequente affidamento. Fu una battaglia sostanzialmente vittoriosa, ma che rimase confinata in quell’ambito: mentre avrebbe potuto estendersi alle modalità di funzionamento interno dei partiti e di elezione dei candidati. Proprio a questo proposito la parabola non riformatrice di Craxi si concluse con un errore strategico e con una grande decisiva sconfitta.
Se la legge elettorale proporzionale era da ritenersi responsabile del mantenimento del bipolarismo Dc-Pci e della limitata e lenta crescita del Psi, allora la sua riforma e il suo superamento avrebbero di conseguenza dovuto costituire una priorità dei socialisti, poiché andava anche nel senso di rispondere ad un’opinione pubblica inquieta e irritata dai comportamenti parlamentari dei franchi tiratori. Invece Craxi schierò il Psi contro qualsiasi riforma elettorale (tralascio la sua idea di soglia di sbarramento in tutte le circoscrizioni per la Camera, pensata palesemente contro l’avanzata della Lega). Fatidico fu l’invito ai cittadini elettori ad “andare al mare” per fare fallire per mancanza di quorum il primo referendum elettorale, quello sulla preferenza unica. Il 9 giugno 1991 fu certo in una qualche misura, se non una vera e propria sconfitta della partitocrazia italiana, quantomeno il segnale forte della crescente insofferenza nei suoi confronti della maggioranza degli italiani.
Date le condizioni di partenza, Craxi fu obbligato a comportarsi come un giocatore d’azzardo
Fu anche il segnale che il Psi di Craxi non aveva capito quei sentimenti e non riusciva a rappresentarli modernamente. Qualsiasi Grande Riforma avrebbe potuto giovarsi di una iniziale “riformetta” che toccava in radice il rapporto dei parlamentari con l’elettorato. Quel giorno del giugno 1991 nel quale Craxi privilegiò quello che considerava l’interesse (di cortissimo respiro) del suo partito alla sfida di un mutamento positivo per il sistema politico italiano segna una svolta negativa alla quale nessuno nel Psi si oppose e seppe, in seguito, porre rimedio.
È tempo di concludere. Lo farò ricorrendo all’analisi effettuata da Bobbio sulle “promesse non mantenute della democrazia” (Il futuro della democrazia, Torino, Einaudi) pubblicata proprio nell’anno, 1984, in cui il presidente Pertini lo nominò senatore a vita e aderì come indipendente al gruppo dei senatori socialisti. A proposito della traiettoria politica di Craxi sono giunto alla convinzione che si possa e si debba parlare di “scommesse perdute”. Date le condizioni di partenza, Craxi fu obbligato a comportarsi come un giocatore d’azzardo. Dovette tenere alta la posta del rinnovamento del Psi: ma anche se ebbe qualche buona carta da giocare non riuscì davvero a dare al suo partito una strutturazione solida a sostegno del suo leader e di una politica limpidamente definita. Sconfitte le correnti interne, parte non piccola del potere politico confluì nelle mani di baroni locali la cui politica e la cui immagine non furono di giovamento al partito nazionale. Craxi scommise sulla sua capacità di obbligare i comunisti a incamminarsi sulla strada dell’alternativa alla Democrazia cristiana, ma lui stesso, preferì “giocare” con la Dc piuttosto di andare a vedere la carte del Pci e dei suoi dirigenti. Quelle carte non volle vederle neppure quando, trattandosi della possibilità di una Grande Riforma che avrebbe rimescolato tutto, a veri e convinti riformatori istituzionali si sarebbero aperte notevoli opportunità. Contrariamente alle promesse non mantenute della democrazia (che secondo Bobbio non si potevano mantenere), le scommesse di Craxi, se avesse voluto rischiare fino in fondo, avrebbero potuto risultare vincenti. Invece, a triste conclusione della sua parabola durata più di quindici anni, il segretario del Partito socialista lasciò il suo partito in condizioni di grande debolezza e il sistema politico scalfito, irriformato ed esposto agli avventurieri istituzionali che non tardarono ad arrivare e stanno tuttora qui fra e con gli italiani.
note
[1] Per ampi chiarimenti e opportuni esempi mi fa piacere rimandare alle analisi contenute nel volume da me curato insieme a Marco Valbruzzi, Il potere dell’alternanza. Teorie e ricerche sui cambi di governo, Bologna, Bononia University Press, 2011).
[2] Il testo intitolato La grande riforma si trova nell’utilissimo volume curato da G. Acquaviva e L. Covatta, La “grande riforma” di Craxi, Venezia, Marsilio, 2010, pp. 185-189. Per ragioni di spazio, ma soprattutto di contenuti, ciascuno dei quali richiederebbe riflessioni puntuali e estese, non posso confrontarmi, e me ne dispiaccio, con quanto scritto dagli autori dei singoli capitoli. Mi limito a sottolineare che le due opzioni di riforma del modello italiano di governo, vale a dire, il neo-parlamentarismo e il presidenzialismo, alle quali dedica la sua attenzione Giuliano Amato, non possono essere messe sullo stesso piano. La prima approderebbe nel migliore dei casi (cioè se accuratamente elaborata nei dettagli), ad una razionalizzazione del parlamentarismo: ma è solo la seconda (nelle sue varianti: Repubblica presidenziale/Repubblica semi-presidenziale, tutt’altro che assimilabili) che meriterebbe la qualifica di Grande Riforma. Aggiungo che, preso atto delle difficoltà in cui versano i partiti politici italiani, a chiunque intenda prospettare riforme istituzionali più o meno “grandi” è oggi indispensabile chiedere anche su quali strutture politiche si reggerebbero quelle riforme.
Pubblicato su Mondoperaio gennaio 1/2020
Capire per cambiare la politica. La lezione di Bobbio e Sartori #17novembre @BOOKCITYMILANO #BCM19 @egeaonline
17 novembre ore 10.30
ISPI – Palazzo Clerici
Sala Corte
Via Clerici 5, MilanoCapire per cambiare la politica. La lezione di Bobbio e Sartori
Antonio Carioti
Luciano M. Fasano
Gianfranco PasquinoCon i loro insegnamenti e i loro scritti, Norberto Bobbio (1909-2004) e Giovanni Sartori (1924-2017) hanno dato contributi inestimabili allo studio della politica, della democrazia e dei partiti. Con i loro incisivi editoriali, hanno interpretato gli avvenimenti politici italiani, europei e mondiali rendendoli più comprensibili a centinaia di migliaia di lettori. Con le loro critiche, puntuali e argomentate, colte ed efficaci, hanno tentato, di migliorare la politica italiana parlando ai potenti senza nessuna concessione e nessun cedimento. Attraverso i loro scritti, continuano a comunicare con tutti noi, cittadini d’Italia e d’Europa, con parole che non perdono di significato e di rilevanza.
Bobbio e Sartori
Capire e cambiare la politica
L’ombra di Craxi #Italia89 #mondoperaio
da mondoperaio 9 – settembre 2019
Italia ’89
L’ombra di Craxi
Prima di cominciare questo lungo commento al testo di Petruccioli (n.d.r. C. Petruccioli, Il tabù dell’alternanza, mondoperaio 9 – settembre 2019), mi sono chiesto a che cosa può servire riflettere sul passaggio cruciale che portò dal PCI al PDS. Dopo non poche esitazioni e contorsioni mi sono risposto che, dato il ruolo svolto dal PCI nel sistema politico italiano dal 1946 al 1989 e poi dal PDS e i suoi successori nella fase successiva, qualche notazione, qualche approfondimento e molte critiche hanno senso. D’altronde, seppure in maniera tutt’altro che lineare, il Partito Democratico di oggi (domani non so) porta sulle spalle un fardello di eredità comunista, ex-comunista, post-comunista nient’affatto lieve. Provare a fare chiarezza sulle modalità della svolta dell’89-91, sulle sue inadeguatezze, su quello che non avrebbe mai potuto essere serve in qualche modo per indicare la necessità di una svolta contemporanea il prima possibile e, forse, a non rifare errori simili, molti dei quali già ampiamente commessi, addirittura ripetuti più volte.
Dal resoconto di Petruccioli, dalla mia condizione di allora (ero Senatore della Sinistra Indipendente), da quanto avevo letto e studiato, da quello che sapevo, direi, senza falsa modestia, molto e, comparativamente, moltissimo (!), sui partiti e sulle loro trasformazioni, credo di potere sostenere che quel Partito Comunista Italiano era sostanzialmente non riformabile. Vale a dire che non sarebbero bastati aggiustamenti nelle modalità di comportamento del gruppo dirigente, cambiamenti cosmetici nel pensiero politico, riforme nella struttura organizzativa. Ci voleva di tutto e di più. Non ho nessuna difficoltà a concordare con Petruccioli che critica coloro che hanno concepito e trattato la “svolta come evento improvviso, indotto nel Pci dall’esterno, sostanzialmente avulso dalla vicenda originale [qui qual è il significato di “originale”? GP] di quel partito”. Tutto questo, però, è un’aggravante essendosi poi rivelata enorme l’impreparazione ad affrontare una svolta ritenuta insita nella storia “originale” del partito.
L’occasione per cominciare era andata perduta nel giugno del 1984 subito dopo la morte di Enrico Berlinguer. Scegliere come segretario Alessandro Natta aveva significato rimandare sine die, ma il giorno fatidico arrivò presto, la trasformazione di un grande partito, di massa, popolare, rappresentativo che aveva iniziato il suo declino elettorale e culturale (più precisamente, di perdita dell’egemonia di tipo gramsciano). Potremmo anche fare dell’ironia sull’affollarsi di molti bene intenzionati medici al capezzale del PCI, troppi dei quali neppure lo ritenevano “sufficientemente” ammalato. Proliferavano Le lettere al Partito comunista e suggerimenti sotto forma di altri generi letterari. Probabilmente, il gruppo dirigente si sentiva lusingato da cotanta attenzione. Certamente, alla base giungevano scarsi echi di un dibattito che mi pareva spesso ovattato e occasionale, cioè dettato da qualche occasione (terremoto, scala mobile, etc.). Molta della base, però, pur attraversata da una pluralità di linee divisorie, manifestava notevole interesse per tutte quelle idee che suggerissero come andare oltre le caute posizioni ufficiali. Anche se è vero che, spesso, in non pochi partecipanti, affiorava un grumo di emozioni, sentimenti e risentimenti, che rendeva alcuni incapaci di guardare indietro e di fare i conti con il passato al tempo stesso che li impossibilitava a guardare a vanti, a progettare il futuro. In quelle occasioni ho imparato che, comunque, in politica bisogna tenere conto anche delle emozioni, non semplicemente scansarle.
Mi limiterò a due esempi personali, non per narcisismo, ma perché ne ho conoscenza diretta. Primo, all’invito del segretario del PCI di San Giovanni Valdarno, fra la fine del 1984 e la primavera del 1985, ad andare a discutere della riforma elettorale e. specificamente, della proposta che avevo presentato in Commissione Bozzi (4 luglio 1984), risposi chiedendo quali erano le posizioni degli iscritti. Risposta: metà favorevoli a quanto sostenevo, metà contrari. Mi precipitai. Ne scaturì un dibattito di rara intensità e qualità con le preferenze personali e politiche che si intrecciavano con il desiderio di acquisire il massimo di informazioni possibili sui sistemi elettorali e sulle loro conseguenze sui partiti, sulle coalizioni e, naturalmente, sul PCI. Nella primavera del 1986, in preparazione del Congresso del PCI di Firenze, fui invitato a Reggio Emilia, dall’allora segretario della sezione alla quale erano stati iscritti alcuni che negli anni settanta erano diventati brigatisti. I dirigenti desideravano una mia conferenza di respiro che, certo, consentisse di riflettere sulle tematiche dell’imminente congresso, ma anche di guardare avanti, molto avanti. Convenimmo sul titolo “Sopravviverà il PCI fino al 2000?”. A fronte di un centinaio di compagni, la mia risposta, non respinta pregiudizialmente, ma ampiamente, direi, appassionatamente, discussa, fu: “probabilmente, no”. Non sono un indovino, ma mi vanto di sapere applicare le conoscenze della scienza politica a tutti fenomeni politici (Giovanni Sartori sarebbe orgoglioso di me).
Dalle mie numerose escursioni sul territorio, che scherzosamente definivo turismo politico, frequentando non poche Federazioni e sezioni del PCI, dove non ero mai andato in precedenza, con la sola preclusione del PCB (Partito Comunista di Bologna) pervicacemente per nulla interessato a discutere con me (non lo fece mai), traevo regolarmente quella che era molto più che una impressione, vale a dire, la preoccupazione degli iscritti, dei simpatizzanti e dei militanti nel vedere che al cambiamento, in Italia, nell’Europa centro-orientale, nel mondo, il gruppo dirigente del partito non sapesse/non volesse/ non riuscisse a rispondere. Sembrava che, ad eccezione di Pietro Ingrao, nessuno di quel gruppo dirigente si interrogasse. Naturalmente, non solo sarebbe stupido negarlo, ma anche controproducente per qualsiasi comprensione di quanto stava succedendo, sui cambiamenti possibili e auspicabili, forse indispensabili, su tutto si stagliava l’ombra lunga e minacciosa di Bettino Craxi.
Un punto va chiarito subito, in maniera definitiva. La da molti temutissima socialdemocratizzazione del PCI (da anni chiamato a fare la sua Bad Godesberg in seguito alla quale i socialdemocratici tedeschi arrivarono rapidamente al governo), dopo il crollo del PCUS e del suo sistema, non era resa impraticabile dal socialdemocratico Craxi. A determinate condizioni, con una adeguata elaborazione, non sarebbe stata interpretabile come una improponibile resa a Craxi, un cedimento totale. La socialdemocratizzazione non era praticabile perché, nonostante qualche neppure troppo timido tentativo effettuato da alcuni studiosi comunisti di approfondire le esperienze, al plurale, socialdemocratiche, nel PCI la loro liquidazione politica e culturale era già avvenuta da tempo. La convinzione che le socialdemocrazie erano “in crisi”, “logore”, “superate”, non in grado di sconfiggere il capitalismo, quindi non erano una prospettiva da perseguire, era diffusissima nel partito, molto più che maggioritaria. Non vi erano dubbi che la terza via si trovava o doveva comunque essere cercata nella spazio fra i comunismi realizzati e le socialdemocrazie a loro volta realizzate. I lettori e gli interlocutori si faranno una o molte ragioni del mio silenzio su quegli studiosi e commentatori comunisti che, nello stesso periodo, per superare quel loro comunismo (sic), oppure forse solo per farsi pubblicità sulla stampa “borghese”, recuperavano il decisionismo attribuendolo al pensiero di Carl Schmitt, loro giurista, già nazista, di riferimento. Quella storia, però, la lascio scrivere a loro, anche a quelli poi diventati in maniera rivelatrice renziani. Il fatto è che per andare oltre le esperienze socialdemocratiche bisogna non soltanto averle studiate e conoscerle, ma avere la capacità di scegliere quello che è imperativo conservare e quello che bisogna valorizzare per costruire una situazione più avanzata. Nel frattempo, abbiamo capito, trent’anni dopo, che anche le conquiste socialdemocratiche sono reversibili. Peccato che molti pensino che la ripresa di un pensiero di sinistra debba passare attraverso il neo-liberalismo.
Da quanto leggo nel molto (fin troppo?) lungo documento di Petruccioli, quasi nulla di quello che ritenevo allora importante per trasformare un Partito comunista, con tutte le sue peculiarità italiane, fu davvero oggetto del dibattito. Cito “si sarebbe dovuta sviluppare una critica chiara e argomentata delle posizioni tradizionali del PCI che si volevano superare, delle radici ideologiche che ne erano all’origine e che motivavano, a ben vedere [si vedevano benissimo, GP], anche i residui [sic, !] ma tenaci legami con ‘il socialismo reale’.” Sarei alquanto più drastico su quello che i comunisti avrebbero dovuto chiedersi. Che cosa era fallito? L’Unione Sovietica aveva perso la Guerra Fredda sostanzialmente dal punto di vista economico? Dunque, era il modello di pianificazione, se non più precisamente il rapporto fra apparato politico-statale e società, che non aveva funzionato mentre il neo-liberismo investiva le maggiori democrazie anglosassoni,guidate da Reagan e da Thatcher, con uno tsunami liberatorio di potenzialità, risorse, energie?
In una società, inesorabilmente diventata “plurale”, –non scrivo “pluralista” poiché questo aggettivo chiama in causa non solo il numero dei soggetti, ma la realtà della competizione fra loro–, era già diventato evidente che il partito unico non era in grado di suscitare trasformazioni, di accogliere i trasformatori, di dare loro anche fette di potere politico. Quindici anni prima Norberto Bobbio (Quale socialismo. Discussione di un’alternativa, Torino, Einaudi, 1976) aveva sfidato i comunisti, ma non solo loro, chiedendo se esistesse una “dottrina marxistica dello Stato”, ricevendone verbose e inconcludenti risposte. La domanda mantiene tutta la sua attualità. Tuttavia, la risposta non è affatto scontatamente negativa. In qualche modo i cinesi stanno facendo i conti relativamente ai rapporti fra il Partito e lo Stato e il modo come li risolveranno avrà comprensibilmente un impatto enorme.
Nonostante si sapesse molto su che cosa era il Partito comunista italiano e sulle motivazioni ideologiche, programmatiche, di carriera politica che motivavano milioni di aderenti e migliaia di dirigenti, nella svolta l’unica “motivazione” presa seriamente in considerazione fu quella del nome della cosa (rossa). Petruccioli tenta, invano, per quel che mi riguarda, di convincerci che il problema era governare. Davvero? con il prevedibile 20 per cento circa dei voti? Mi pare, invece, che il problema fosse molto diverso. Se, dopo il crollo del muro di Berlino, comunisti proprio non si poteva più rimanere e socialdemocratici non si voleva diventare, e, probabilmente, neanche si sarebbe riusciti, quale opzione praticabile rimaneva? Democratici di Sinistra, quasi a significare due “cose” egualmente non sostenibili. Da un lato, che c’era una Sinistra evidentemente non democratica (honni soit qui pense à Craxi) e, dall’altro, che fino ad allora il PCI era stato di Sinistra, ma non Democratico. Con il senno di poi è facile notare che, nel corso della trasformazione, molti se ne andarono a sinistra e, più tardi, un numero forse persino maggiore decise che gli bastava l’aggettivo democratico –la cui specificità contenutistica continua a eludermi, non a illudermi.
A lungo ho insegnato ai miei studenti dei corsi di Scienza politica che “un partito è un’organizzazione di uomini e donne che presentano candidati alle elezioni,ottengono voti, conquistano cariche”. Regolarmente un certo, ma piccolo, numero di studenti dichiarava di essere insoddisfatto della mia definizione e mi chiedeva di integrarla facendo riferimento ad una ideologia. La mia replica è sempre stata che l’ideologia è certamente utile, ma non è una componente essenziale della definizione minima di partito. Epperò, nel caso del PCI non era proprio possibile transitare senza nessuna mediazione da un partito fortemente ideologico ad un partito post-ideologico. Incidentalmente, non vedo quasi nulla di tutto queste nelle note di Petruccioli che, quindi, ritiene che il PCI già fosse oppure avrebbe dovuto e potuto facilmente diventare un partito “programmatico”. Lo dirò meglio. Abbandonare, perché non di andare oltre si trattava, l’ideologia comunista (marxista, gramsciana) era, in qualche misura, indispensabile, ma rimanere privi di qualsiasi riferimento culturale era la peggiore delle soluzioni possibili. Una riflessione sui due cardini del pensiero e dell’azione delle socialdemocrazie realizzate avrebbe dovuto essere posta all’ordine del giorno, magari chiamando a riflettervi coloro che a quei due cardini, stato del benessere e keynesismo, e alla loro feconda combinazione, avevano già dedicato attenzione e riflessione scientifica.
Naturalmente, la mia non è in nessun modo una rivendicazione postuma di un contributo che non mi fu mai chiesto. Avevo, fra l’altro, anche scritto della assoluta necessità per un partito di sinistra, anche questa era una lezione socialdemocratica, di tenere rapporti intensi e frequenti, anche dialettici, con i sindacati e non solo con gli intellettuali per intenderci, del tipo Anthony Giddens, il quale andando Oltre la destra e la sinistra, (Il Mulino 1997), si è trovato alla Camera dei Lords! Rimando alla molto interessante analisi storico-comparata di Svezia Germania Stati Uniti svolta da Stephanie L. Mudge, Leftism Reinvented. Western Parties from Socialism to Neoliberalism, Cambridge, Mass-London, Harvard University Press, 2018, anche se non ne condivido alcune rigidità interpretative. Non fu, non dico fatto, ma neppure intrattenuto, nulla di tutto quello che riguardava la cultura politica. Nessuna discussione “culturale” su che cosa poteva cercare di essere un Partito che non poteva/non doveva rimanere comunista. Curiosamente, nell’Europa centro-orientale quasi tutti i partiti comunisti hanno traslocato armi e bagagli sotto l’etichetta socialista, godendo, almeno temporaneamente, di qualche relativo successo. Niente da imitare, ovviamente, tranne, forse, che un partito comunista ha/aveva il dovere di riflettere più a fondo sul suo tasso di socialismo oppure nel PCI proprio non ce n’era?
Comunque, dal 1991 quel che si era faticosamente (non certo per sola responsabilità di D’Alema: Petruccioli davvero esagera finendo anche per omaggiare D’Alema attribuendogli un potere politico enorme), ricomposto nel solco della vecchia organizzazione si è trovato in mare aperto senza bussola. La mia tesi, argomentata nel fascicolo La scomparsa delle culture politiche in Italia (“Paradoxa”, Ottobre/Dicembre 2015, pp. 13-26) è che, per l’appunto, è andato perduto qualsiasi appiglio, qualsiasi riferimento, qualsiasi elemento di cultura politica che abbia attinenza al disegno di un futuro che un partito progressista si impegna a costruire contenendo e riducendo le diseguaglianze sia sociali sia di opportunità. Al proposito, è imperativo (ri)leggere Bobbio, Destra e sinistra (Donzelli 1994).Di questo non parlarono allora coloro che stavano tentando di traghettare un nuovo partito lasciando la sponda del comunismo, ma che non possedevano la bussola del percorso e sembrarono assolutamente non interessati a cercarla. Né fu fatto in seguito.
Tutto questo ha avuto conseguenze pesantissime, userò un aggettivo caro a Pietro Ingrao, il quale, sia chiaro, fu parte del problema, “epocale”. Quelle conseguenze sono ancora qui con noi e da sole non promettono affatto di andarsene. Quelle conseguenze hanno un nome: Partito Democratico. Era inevitabile che, mai intessuto di significati e di contenuti, il termine Sinistra appassisse e fosse destinato a sparire anche grazie al davvero notevole, ma non proprio encomiabile, sforzo di alcuni intellettuali per negare l’utilità stessa della categoria sinistra: What is left? Sono gli stessi che, poi, con rara coerenza hanno sostenuto pancia a terra l’opera, sono molto riluttante a scrivere “riformatrice”, del due volte ex-segretario del Partito Democratico. Quanto al PD, la sua nascita non fu affatto preceduta da una approfondita elaborazione culturale, da uno scontro/incontro/confronto di idee e di prospettive. Al massimo, si arrivò a “narrazioni”, oggi meritatamente dimenticate, e a un catalogo di parole: Partito Democratico. Le parole chiave ( a cura di M. Meacci, Editori Riuniti 2007). Forse già dice qualcosa che la parola Riformismo abbia due trattazione: la prima, mia, la seconda opera di Iginio Ariemma. Non esiste praticamente nessuno disposto a negare che il Partito Democratico sia stato una spregiudicata operazione di addizione di ceti politici già democristiani e già comunisti. Quanto alla raccolta, fusione proprio no, ma neppure ibridazione, delle migliori culture progressiste e riformatrici del paese, fu solo propaganda smentita da due fatti. Avvenne i) quando quelle culture praticamente non esistevano più da una quindicina d’anni; ii) senza che la cultura socialista, sicuramente progressista e provatamente riformatrice, fosse neppure chiamata a dare un qualsiasi contributo.
Rimanendo nella narrazione politico-istituzionale che troppi hanno voluto dare della nascita del PD, non sono riuscito a capire quando sia davvero esistita “la condizione ideale perché i due soggetti [immagino uno conservatore, grande apertura di credito a Forza Italia, e l’altro lo stesso PD, a meno che Petruccioli si riferisca al Popolo delle Libertà e all’Ulivo e allora dovremmo fare un discorso alquanto diverso] incardinassero un bipolarismo politico di tipo europeo, con una alternanza di tipo europeo”. A scanso di equivoci, sottolineo che queste fantomatiche alternanze di tipo europeo, tranne che in Gran Bretagna, di recente con qualche eccezione, non contemplano che molto raramente la sostituzione di un governo con un altro governo del tutto diverso (G. Pasquino e M. Valbruzzi (a cura di), Il potere dell’alternanza. Teorie e ricerche sui cambi di governo ,Bologna, Bononia University Press 2011). Nella maggior parte dei casi si tratta di semialternanze assolutamente in linea con la storia delle coalizioni multipartitiche che caratterizzano tutte le democrazie parlamentari.
Inoltre, anche se, per fortuna, l’idea e la sostanza del partito della nazione sono già tramontate, neppure l’escamotage di Petruccioli tiene: due partiti della nazione in competizione fra di loro al massimo rappresenterebbero un po’ più e un po’ meno della metà della nazione. Fra l’altro, chi siamo noi per decidere che i partiti della nazione debbano essere soltanto due? Infine, sono in totale disaccordo sul contenuto del “programma riformista per un governo della sinistra”: “i cittadini devono poter scegliere il governo. Il governo deve governare. Il Parlamento deve fare le grandi leggi e controllare l’attività del governo”. Sarà anche chiaro, ma è, da un lato, sbagliato: da nessuna parte al mondo i cittadini scelgono il governo. Da nessuna parte al mondo il Parlamento fa le “grandi leggi”. Le fa il governo che dagli elettori ha ricevuto un mandato per tradurre le sue proposte in politiche. Dall’altro, il programma riformista è tanto vago quanto banale: “il governo deve governare”.
Non ricordo che nulla di tutto questo fosse all’ordine del giorno della trasformazione del PCI. So che chi perde di vista la rappresentanza e pretende di limitarla per ottenere governabilità sbaglia alla grande e sacrifica entrambe a suo totale discapito. Petruccioli proietta un passato da lui interpretato in un futuro che, in parte, è già stato sconfitto e superato. Ho scritto molto in materia. Approfondirò soltanto su richiesta esplicita del Direttore di “Mondoperaio”, ma, che sia chiaro, non ripartiremo da zero.
Mi è persin troppo facile concludere, ma è perché la conclusione me la sono costruita molto abilmente, che il compito del Partito Democratico, che al governo non è e il cui programma riformista è sparito, deve essere espresso in questi semplicissimi e esigentissimi termini primum philosophari deinde governare. Nelle condizioni attuali, filosofare richiede prioritariamente smontare in maniera ragionata quello che c’è, un enorme macigno per qualsiasi nuova partenza, e lasciare la porta aperta a tutti coloro che hanno qualcosa da offrire in termini di idee e energie. La storia della trasformazione del PCI, letta non soltanto con gli occhi di Petruccioli, ha molto da dire. Non è ancora troppo tardi.









