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Bobbio e Sartori: il ruolo pubblico dell’intellettuale @Corriere #BobbioESartori @egeaonline
Di Massimo Rebotti
Corriere della Sera 14/03/2019 pg. 43 ed. Nazionale
«Credo di poter vantare il privilegio unico e irripetibile di essermi laureato con Norberto Bobbio e specializzato con Giovanni Sartori». Inizia così, con un raro riferimento autobiografico, il libro (Bobbio e Sartori, Bocconi editore, pagine 222, € 24) con cui Gianfranco Pasquino si dà il compito di dimostrare come entrambi occupino un posto «di enorme importanza nella cultura politica del XX secolo». L’autore non muove da ragioni, per così dire, personali – dalla stima, finanche dall’affetto, per i suoi «maestri» che pure ovviamente non nasconde – ma da solide argomentazioni basate sull’analisi della loro attività. Ne ripercorre volumi, insegnamenti, prese di posizione, realizzando inevitabilmente, oltre a un tributo, un’ampia riflessione sul ruolo dell’intellettuale nel dibattito pubblico, in un’epoca in cui la parola «intellettuale» viene spesso utilizzata come insulto.
In Politica e cultura (1955) Bobbio scrive: «Il compito degli uomini di cultura è quello di seminare dubbi, non di raccogliere certezze». Ed è da uno dei capisaldi del suo pensiero – «lo sviluppo della ragione» contro «gli inganni della propaganda» – che Pasquino prende le mosse per descrivere il «match» che l’intellettuale torinese, il «liberal socialista», ingaggiò con i comunisti. L’esempio di quel «confronto senza cedimenti» è utile, anche perché Bobbio fu accusato dell’esatto contrario, e cioè di essere stato troppo indulgente nei confronti del Pci. La realtà, secondo Pasquino, è che proprio per la natura del compito che si era assegnato – quella del «filosofo militante» che «parla parole di verità» – Bobbio fosse destinato a essere attaccato da una parte e dell’altra, ma anche a diventare, grazie all’attitudine di pensare liberamente, «una coscienza critica» del Paese. Non è un caso, quindi, se la sua autorità morale cresce con la capacità di sollevare, spesso dalle colonne della «Stampa», i temi più rilevanti per ogni epoca politica: un intellettuale «pubblico», si direbbe ora, che detta «l’agenda», si tratti di riflettere sulle «promesse non mantenute» della democrazia, sulla possibilità di una guerra «giusta», sulle differenze tra destra e sinistra dopo la caduta del Muro di Berlino.
E intellettuale «pubblico» fu anche Sartori. In un modo diverso, più applicato alla «scienza della politica» di cui è uno dei massimi esponenti a livello internazionale, Sartori animò il dibattito, spesso con gli editoriali sul «Corriere». E come per Bobbio, anche per lo studioso fiorentino al centro degli interrogativi c’è la «qualità» della democrazia. Da scienziato della politica, trova le risposte nel funzionamento del sistema: meccanismi di voto, di governo, rappresentanza, equilibrio tra i poteri. Il suo contributo, scrive Pasquino, fu «enorme». Dalle polemiche contro l’indicazione del candidato premier sulla scheda a quelle sui contorti sistemi elettorali italiani, che sbeffeggiava, l’intervento pubblico si sposa con una serie di contributi accademici che ormai sono un classico della scienza politica. E, come per Bobbio, anche rileggendo Sartori il pensiero corre al presente: nella teoria sulla democrazia, per esempio, il populismo non è contemplato, come se, nota Pasquino, il populismo sia sempre «una sfida alla democrazia» che è «pluralista e rappresentativa». Il volume si chiude con il saluto che Sartori scrisse alla morte di Bobbio – «ho avuto la sensazione di perdere una parte di me stesso», «resta il più bravo di tutti noi» – e con quello che Pasquino ha scritto alla morte di Sartori – «molti gli devono essere grati. Io certamente lo sono».
Bobbio e Sartori, ritrovare la politica
venerdì 22 febbraio 2019
Intervista raccolta da Manuela Borraccino
Pasquino: il loro pensiero più attuale che mai
Per decenni hanno incarnato l’espressione del diritto di critica della classe politica in Italia e all’estero: con l’insegnamento e gli scritti Norberto Bobbio (1909-2004) e Giovanni Sartori (1924-2017) hanno dato contributi inestimabili allo studio della politica, della democrazia, dei partiti come si evince dal bellissimo saggio fresco di stampa Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica (Bocconi editore, 232 pagg.; 24 euro) di Gianfranco Pasquino, allievo di entrambi e professore emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna (l’autore lo presenterà il 4 maggio a Borgomanero).
«Con i loro editoriali su La Stampa e sul Corriere della Sera, con le frequenti interviste televisive nel caso di Sartori – ricorda il prof. Pasquino con il nostro giornale – sono stati intellettuali pubblici nel senso che hanno forgiato l’opinione pubblica in Italia: Bobbio lo ha fatto da piemontese, con la sua sobrietà austera non priva di uno humour sottile; Sartori da fiorentino, con un sarcasmo irriverente e sferzante che nulla concedeva ai potenti di turno. Entrambi avevano un’idea di “Stato giusto” e hanno cercato di compiere un’opera molto simile: Bobbio voleva ricostruire un certo pensiero di sinistra, da liberal-socialista mirava a ricostruire quell’insieme di idee che possono cercare di ridurre le diseguaglianze, ovvero quello che per lui doveva essere l’obiettivo primario della sinistra; Sartori aveva per obiettivo quello di far funzionare bene la democrazia attraverso il complesso sistema di equilibri e contrappesi tra istituzioni, partiti e correnti, modelli di governo che regola il funzionamento dello Stato».
Il libro nasce come un omaggio da parte di uno studioso che ha avuto il «privilegio unico e irripetibile» di essersi laureato con Bobbio e specializzato con Sartori, in qualche modo assorbendo il nitore del pensiero e la forza di argomentazione di due fra i maggiori politologi del dopoguerra.
L’autore analizza con passione il contributo di Bobbio sui tre grandi filoni del ruolo degli intellettuali (che doveva esser quello, scriveva il filosofo in Politica e cultura nel 1955, «di seminare dubbi e non di raccogliere certezze»); la ricerca di una teoria generale della politica; le riflessioni sulla democrazia.
Di Sartori ricorda come senza di lui la scienza politica non avrebbe fatto la sua (ri)-comparsa in Italia e soprattutto come «la teoria della democrazia, l’analisi dei partiti e, soprattutto, dei sistemi di partiti e l’ingegneria costituzionale comparata si troverebbero sicuramente a uno stadio di avanzamento nettamente inferiore a quello attuale» nel nostro Paese.
«Rappresentavano entrambi l’élite del pensiero, erano certamente minoritari già ai loro tempi e tuttavia – ricorda Pasquino – entrambi traevano vantaggio dalla sfida di voler migliorare la cultura politica dei loro interlocutori, ovvero della classe dirigente, così come quella dei cittadini». Per Sartori, del resto, non solo il pluralismo era un elemento irrinunciabile della democrazia. Per l’autore de Il Sultanato, ricorda, sarebbe stata inconcepibile la polemica odierna del “popolo contro l’élite”: «chi si candida a guidare un paese, diceva, non poteva che avere una solida preparazione».
LEGGI IN PDF Intrervista Settimanale Diocesano
Quell’antico monito di Bobbio
“Testimonianze”, LUGLIO-AGOSTO 2018, n. 520, pp. 64-68
È arrivata l’ora dell’autocritica non come vezzo degli intellettuali radical-chic, della sinistra al caviale o altre piacevolezze, ma perché una autocritica condotta a fondo è un esercizio pedagogico decisivo. Dagli errori si impara e diventa possibile andare oltre. Se è emersa una crisi della rappresentanza, se è cresciuto il divario fra società e politica, se i populisti attaccano con qualche successo l’establishment, se l’euroscetticismo è diventato più diffuso dell’accettazione, peraltro mai entusiastica, dell’Unione Europea, se sono comparse nuove diseguaglianze, quanti di questi fenomeni gli studiosi avevano previsto, quanti sono giunti del tutto inaspettati, come è possibile cercare di porvi rimedio?
Tre fenomeni di grande respiro e di enorme impatto hanno ridisegnato la storia dell’Europa e del mondo negli ultimi trent’anni: primo, crollo del comunismo che sembrava realizzato nell’Europa centro-orientale e in Unione Sovietica e fine del richiamo della sua ideologia, ma, come Norberto Bobbio mise immediatamente in rilievo, nessuna scomparsa dei problemi e delle ingiustizie alle quali il comunismo aveva inteso porre rimedio, e, oggi sappiamo, ritorno alla superficie di nazionalismi beceri; secondo, allargamento e approfondimento (con qualche limite) del processo di unificazione politica dell’Europa; terzo, affermazione in ogni angolo del mondo, seppure con qualche differenza di intensità, della globalizzazione. Non è facile tenere insieme questi tre fenomeni e offrirne un’analisi e una spiegazione unitari, ma è importante individuare le connessioni e, di volta in volta, gli errori interpretativi. Consapevole della difficoltà di una precisa datazione, comincerò dalla globalizzazione poiché, praticamente per definizione, è il fenomeno più comprensivo.
Fin dall’inizio, vale a dire, dal momento che emerse la consapevolezza che determinati processi, in particolare, economico-finanziari, penetravano sostanzialmente non filtrati e non controllati in tutti i sistemi politici del mondo e altri processi, quelli relativi alla comunicazione, non solo politica, acuivano la sensibilità di governanti e cittadini e accrescevano le informazioni disponibili, seppure in maniera differenziata, un po’ a tutti i protagonisti, la globalizzazione ebbe suoi numerosi. Erano e sono rimasti un gruppo molto composito nel quale sembrano tuttora predominare i protezionisti e i comunitaristi. Le motivazioni dei primi riguardano soprattutto la sfida alle attività economiche del loro paese, alle industrie, all’agricoltura, ai lavoratori dipendenti. Si sono tradotte nell’opposizione al libero commercio che, invece, è considerato dalla maggior parte degli economisti come uno dei motori fra i più potenti della crescita economica. Certo, il libero commercio associato alla globalizzazione ha avuto conseguenze distruttive per alcune attività e creato forti tensioni sociali. I dati mondiali, dal canto loro, rilevano e rivelano una maggiore disponibilità di risorse, ma, solo di recente hanno messo in rilievo che la ricchezza complessiva si è accompagnata alla crescita delle diseguaglianze anche sociali all’interno di molti paesi.
Quanto ai comunitari, quasi tutti loro associano, in larga misura correttamente, la globalizzazione al multiculturalismo, opponendosi ad entrambi. Vogliono proteggere stili e modalità di vita, culture specifiche, identità dei più vari generi. Ne sottolineano l’importanza e, di conseguenza, contrastano visioni e prospettive multiculturali acritiche. No, multiculturalismo non è bello. Anzi, secondo i comunitari il multiculturalismo è una sfida portatrice di tensioni e di conflitti, foriera di perdita di identità e di sfaldamento di comunità che lasceranno/lascerebbero tutti, nient’affatto arricchiti dalle diversità, ma culturalmente più poveri e “spaesati”. A questa sfida, al tempo stesso economica e identitaria, in alcuni paesi coinvolti forse più di molti altri nel processo di globalizzazione poiché vere e proprie società aperte, come la Svezia, come la Gran Bretagna, come gli USA, hanno fatto seguito reazioni sconcertanti. Ne sono testimonianza possente e inquietante il successo elettorale dei Democratici Svedesi, partito sicuramente xenofobo e identitario, la Brexit prodotta dal referendum del giugno 2016, la conquista della Presidenza di Donald Trump nel novembre 2016 all’insegna del motto “America First”.
L’elemento che accomuna queste esperienze è costituito dalla mobilitazione non organizzata di coloro che potrebbero essere definiti i perdenti della globalizzazione o che si ritengono tali. Che i voti decisivi siano venuti da uomini bianchi del Nord dell’Inghilterra, Liverpool, Manchester, Newcastle, mentre Londra ha votato con elevate percentuali per restare nell’Unione Europea; che siano stati migliaia di operai bianchi del Michigan, della Pennsylvania, del Wisconsin, malauguratamente, ma in maniera rivelatrice, definiti deplorable dalla candidata Hillary Clinton; che nella Svezia, da molti giustamente considerata una (social)democrazia di grande successo, più del 10 per cento di elettori dia il suo voto ad un partito deliberatamente anti-europeo e xenofobo non sono accadimenti che possono essere liquidati scrollando le spalle e, nei due casi anglosassoni, sostenendo che quegli elettori hanno semplicemente sbagliato e se ne accorgeranno. Forse se ne accorgeranno, ma a fondamento del loro voto stanno motivazioni che non sono affatto deplorevoli e transeunti.
Non sarà il miglioramento, peraltro non facile e non scontato, delle loro condizioni di vita a produrre il cambiamento delle loro opzioni di voto. Né il cambiamento del voto risolverà problemi che sono identitari e culturali. Nel caso degli USA la capacità di mettere insieme le minoranze, afro-americani, latinos, donne (sic), potrà servire ai Democratici per vincere qualche elezione, persino per tornare alla Presidenza, ma non migliorerà la politica e neppure la società. Il grido Black Lives Matter non perderà il suo significato contro il razzismo persistente e strisciante. La preoccupazione per la crescente presenza di latinos con i loro stili di vita, la lingua, il tipo di legami familiari, non verrà meno. Le varie diseguaglianze, che non hanno soltanto una, importantissima, componente economica, ma che si traducono in una visione di società, non saranno neppure affrontate se non si approntino le politiche opportune. Non saranno certamente i banchieri della City di Londra e i brokers di Wall Street, i signori della tecnologia della Silicon Valley e le donne e gli uomini dell’establishment della East Coast a presentarsi credibilmente come coloro in grado di rappresentare quei settori sociali, di proteggere le identità e di operare per contenere e ridurre le diseguaglianze.
Nessuno riuscirà a sostenere convincentemente la tesi che bisogna dare risposte che riguardano i diritti, di ogni tipo, in particolare quelli riguardanti gli orientamenti sessuali, sottovalutando le diseguaglianze in termini di riconoscimento e di opportunità, di sostenere che prima vengono le diversità, poi le ricompense, di considerare che lo ius soli è più importante e più qualificante del diritto al lavoro. La sinistra che non agisce prioritariamente per ridurre le diseguaglianze ha perduto, sosterrebbe Norberto Bobbio, la sua ragion d’essere, la sua anima. La sinistra continuerà anche a perdere consistenza e rilevanza politica a fronte delle sfide diversamente populiste che hanno fatto la loro comparsa un po’ dappertutto in Europa (e altrove). È fra gli Stati-membri dell’Unione Europea che, a sessant’anni dal Trattato di Roma, i populismi sembrano avere trovato accoglienza migliore e spazi più ampi.
I populisti vanno alla ricerca e alla conquista di coloro che ritengono sia più importante preservare e celebrare l’identità nazionale, se non addirittura quella locale, piuttosto che ottenere quei vantaggi economici, la cui esistenza peraltro negano, che derivano dall’apertura alla globalizzazione e al libero commercio. I populisti mobilitano quello che considerano il “loro” popolo, mai tutto il popolo, contro l’establishment. Lo definiscono e lo ridefiniscono sostenendo di essere i soli in grado di rappresentarlo contro l’Europa dei banchieri e dei tecnocrati. Vogliono offrirgli protezione contro le ondate di migranti che non solo potrebbero rubargli il lavoro, ma che minacciano i loro stili di vita, le loro credenze religiose, le prospettive della loro prole. È stato profondamente sbagliato sottovalutare questi sentimenti, ritenendoli un retaggio del passato in via di superamento e, peggio, criticandoli come segno di arretratezza e deridendoli.
In qualche convegno a Davos, in riunioni ristrette a Bruxelles, a un vernissage parigino, nel foyer di un teatro londinese, ad una prima della Scala, forse anche alla Freie Universität di Berlino è molto facile trovarsi d’accordo sul fatto che l’Unione Europea è un grande progetto di unificazione politica che sta mettendo insieme una pluralità di culture a partire da una base che si dice essere comune (ma, talvolta, mi chiedo che cosa unisca Dante e Shakespeare, Leonardo e Picasso, Miguel de Cervantes e Franz Kafka, Thomas Mann e Albert Camus), da una storia condivisa, ma intessuta di conflitti e di guerre civili, da prospettive ancora adesso nient’affatto precisamente definite. A fronte delle molte irrisolte problematiche economiche, di creazione e di distribuzione della ricchezza che non hanno ridotto vecchie diseguaglianze e ne hanno prodotte di nuove, la risposta in termini di cultura non è finora sembrata adeguata. Ha aperto spazi ai sovranisti che non sono stati contrastati convincentemente facendo notare che è molto improbabile che qualsiasi singolo Stato europeo riesca da solo a risolvere i problemi prima e meglio di quanto faccia l’Unione Europea. È una lezione che persino la pur grande e efficiente Gran Bretagna sta imparando a sue spese, che non saranno controbilanciate in toto dall’accentuazione tutta “culturale” dell’identità: la Britishness.
Il senso complessivo della mia riflessione su globalizzazione, Unione Europea e diseguaglianze può essere condensato in due considerazioni e due conclusioni. La prima considerazione contiene anche una personale autocritica. Ho creduto che tanto la globalizzazione quanto l’Unione Europea fossero processi in grado di produrre e offrire maggiori opportunità senza lasciare indietro nessuno, tranne per poco tempo, che i costi di entrambe sarebbero stati distribuiti in maniera relativamente equilibrata fra tutti i settori sociali, pur implicando vantaggi, sperabilmente non eccessivi, per coloro che già sono privilegiati. Non è stato così. La seconda considerazione ugualmente da accompagnarsi con una modica dose di necessaria autocritica è che, affidate le problematiche economiche alla competitività e al mercato della globalizzazione e dell’Unione Europea, ho creduto che tutti gli aspetti di cultura e di identità fossero, per così dire, da un lato, “privatizzabili”, vale a dire, risolvibili in proprio dai vari gruppi oppure, questo, sicuramente, errore più grave, superabili con l’ascesa del repubblicanesimo delle regole e dei diritti delle persone. Non soltanto alcune delle tematiche identitarie si sono dimostrate irriducibili, ma sono anche risultate non negoziabili e i loro portatori non saranno, almeno nel loro e nel nostro tempo di vita, soddisfatti da nessuno scambio: “più risorse economiche meno accento su identità”, meno che mai se riguarda le loro famiglie e i loro figli.
La prima delle due code riguarda direttamente le elaborazioni e le attuazioni della sinistra ovvero il suo lento graduale, ma apparentemente inarrestabile scivolamento verso posizioni incapaci di comprendere quanto nella vita delle persone contino gli elementi di comunità in senso lato: con chi si vive, con chi si lavora, quali nostalgie legittime si hanno per il passato, quali aspettative di cambiamento prevedibile per il futuro, ma anche quali siano le distanze sociali e le diseguaglianze prodotte dalla globalizzazione. La seconda coda è data dalla constatazione che non sono emerse personalità in grado di elaborare una narrativa di ampio respiro e di profondità della globalizzazione e di svolgere il compito di leadership a livello europeo. La mancanza nelle democrazie europee e negli USA di leadership dinamiche e capaci di disegnare il futuro, innovative e empatiche, è un vero e proprio dramma contemporaneo. Non sono alla ricerca di personalità carismatiche, ma di predicatori appassionati, credibili, capaci di delineare un percorso condiviso per popoli e per persone. Consapevole che quanto ho qui scritto è poco più di un insieme di spunti schematici, suscettibili di una molteplicità di approfondimenti, mi auguro che siano degni di attenzione e mi ripropongo di rivisitarli e ampliarli.
La democrazia è viva #vivalaLettura
“Crisi della democrazia?” Non la pensa così il candidato Chamisa che ha appena perso le elezioni presidenziali in Zimbabwe. Anzi, sostiene che il vincitore ha manipolato le regole democratico-elettorali e che in un quadro effettivamente democratico non sarebbe riuscito a vincere. L’opposizione venezuelana combatte contro il Presidente Maduro proprio per (re-)instaurare uno Stato di diritto e la democrazia politica con la rigorosa osservanza della separazione dei poteri e il ritorno dei militari nelle caserme. Un po’ dovunque nel mondo, dalla Russia alla Turchia, dall’Africa all’Asia, persino in Italia, ci sono uomini e donne che combattono ostinatamente per e in nome della democrazia, sì, proprio quella definita “occidentale”. Sono spesso arrestati e condannati, ma non cessano la loro battaglia. No, per loro non c’è “crisi della democrazia”. Al contrario. Ci sono leader e movimenti autoritari, teocratici, sultanisti, populisti che comprimono e soffocano la democrazia. Tutti i dati disponibili segnalano che mai nel passato sono esistiti tanti sistemi politici che possono essere legittimamente e rigorosamente definiti democratici, nei quali la competizione politico-elettorale è libera e periodicamente conduce all’alternanza al governo, nei quali i diritti dei cittadini sono protetti e promossi, nei quali l’aspettativa di vita è superiore a quella di qualsivoglia regime autoritario.
Nel 2018 è stato conseguito un risultato storico, quello del più alto numero di sempre di persone che vivono in paesi liberi. Con il suo regime chiaramente e totalmente dominato da un partito e da una nomenklatura, è la Cina che fa da massimo contrappeso alle democrazie realmente esistenti. Nessuno dei paesi divenuti democratici dopo quella che Samuel Huntington definì la terza ondata di democratizzazione, dalla metà degli anni settanta dello scorso secolo al post-1989, ha perso le caratteristiche democratiche iniziali fondanti. Certo, dobbiamo preoccuparci dell’involuzione dell’Ungheria e della Polonia. Dobbiamo ritenere l’avanzata e la sfida dei variegati populismi pericolose per la vita democratica di un sistema politico, ma finora di regressi e crolli dovuti a populismi vittoriosi non se ne sono visti (in Venezuela è stata l’implosione del bipartitismo inaridito a aprire la strada a Chavez). Le democrazie “illiberali” sono una ferita all’ideale di democrazia, ma conservano potenzialità di trasformazione positiva. Ciononostante, la cosiddetta crisi della democrazia, non solo disagio e disincanto, è oggetto di seriose conversazioni fra intellettuali, meglio se in qualche ridente località sede di convegni accademici, e di allarmate discussioni nelle redazioni dei giornali.
In generale, la maggioranza dei cittadini sembra pensarla alquanto diversamente, soprattutto nelle democrazie europee, in particolare quelle di più lunga durata. In Italia, la percentuale di insoddisfatti è superiore a quella dei soddisfatti, ma il punto da sottolineare è che le critiche riguardano il “funzionamento”, non la “natura”, della democrazia. Già trent’anni fa Giovanni Sartori tracciò una linea distintiva chiara e netta fra la democrazia ideale e le democrazie reali, quelle realmente esistenti. Ciascuno di noi ha una visione di come vorrebbe che fosse la sua democrazia ideale e ciascuno di noi (e dei nostri concittadini) valuta il rendimento, le prestazioni della democrazia italiana anche alla luce della sua democrazia ideale. Le valutazioni negative non coinvolgono affatto automaticamente la democrazia in quanto insieme di regole, di istituzioni, di comportamenti. Anzi, proprio perché siamo esigenti nei confronti della democrazia diventiamo molto critici delle sue carenze, delle sue inadeguatezze, dei suoi deficit. Allora, meglio sarebbe se, seguendo le indicazioni di Sartori, da un lato, prendessimo atto che la democrazia ideale non è conseguibile, ma merita di continuare a essere l’insieme di criteri con i quali valutare le democrazie realmente esistenti, e, dall’altro, non negassimo che, sì, in effetti, non c’è “crisi della democrazia”, ma nelle democrazie esistono molti problemi di funzionamento che devono essere affrontati e risolti, mentre nuove sfide sorgono proprio perché le democrazie sono società vivaci e aperte.
Chi sceglie questa strada che, a mio parere, non soltanto è quella giusta, ma è anche quella più produttiva, vedrà probabilmente che i problemi di funzionamento, da un lato, affondano le loro radici nelle istituzioni e nelle regole e, per quel che riguarda il caso italiano, clamorosamente nelle leggi elettorali e nei rapporti Parlamento/ governo, ma, dall’altro, dipendono moltissimo dai cittadini stessi. Norberto Bobbio ha scritto che questa è la promessa che la democrazia non ha mantenuto: non è riuscita a educare politicamente i cittadini. I problemi della democrazia, se si preferisce le “crisi nelle democrazie”, sono la conseguenza dell’esistenza di cittadini che non s’interessano di politica, non sono informati sulla politica, partecipano poco alla politica (per i quali il voto è spesso l’unica modalità di partecipazione in tutta la vita) e, magari, se ne vantano, pur godendo di tutte le cose buone, a cominciare dal cambiare idee e preferenze, che solo la democrazia garantisce. Questi cittadini, disinformati e apatici, non sono in grado di innescare e fare funzionare il circolo virtuoso della responsabilizzazione di coloro che ottengono il potere di rappresentarli e di governarli. Non sapranno valutarne qualità e operato. Non manderanno a casa i peggiori. Non riusciranno a imporre la selezione dei migliori fra loro – meno che mai, naturalmente, se esistesse quello tremendamente semplificatrice mannaia burocratica che si chiama “limite ai mandati”. Fuori dalle carenze istituzionali e elettorali , che pure esistono, ma sono riformabili, i problemi delle democrazie contemporanee derivano dall’incompetenza, dalla disinformazione, dal mancato impegno, dal conformismo e dalla bassa qualità dei cittadini. Crisi dei cittadini “democratici”?
Pubblicato il 19 agosto 2018
Generazioni, fallimenti e battaglie da combattere

Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale dentro di me
Sto per andare in vacanza e devo togliermi alcuni pensieri. No, non dirò mai che “la mia generazione ha fallito”. Primo, perché non voglio coinvolgere nessuno nelle mie valutazioni personali. Secondo, perché troppi nella mia generazione non hanno combattuto nessuna battaglia (qualcuno, poi, si è accodato alla carovana degli opportunisti). Terzo, perché, non dal punto di vista della mia carriera (facilmente giudicabile), ma delle idee, ho combattuto di persona molte battaglie giuste spesso perdendole per ottime ragioni, ma le idee e le motivazioni a sostegno di quelle battaglie rimangono vive, vegete, destinate a durare nel futuro e a dare frutti.
Quando Norberto Bobbio diceva con tristezza che la sua generazione aveva perduto (“Chi ha dietro di sé molti anni di speranze deluse, è più rassegnato anche di fronte alla propria impotenza”, Autobiografia, Laterza 1997), mi permettevo di rimproverargli la sua civetteria e gli dicevo che volevo essere da lui considerato, non un “fallimento”, ma un effetto positivo della sua storia di docente e di intellettuale pubblico. Sartori non si è mai identificato con una generazione. Certo, non era contento di quello che vedeva. È sufficiente ricordare il titolo Mala tempora (Laterza 2004) di una raccolta dei suoi editoriali. Però, sapeva bene, e quando, rarissimamente, faceva finta di non saperlo, glielo ricordavo, che i suoi scritti sono imprescindibili.
Lungi da me mettermi sullo stesso piano di Bobbio e Sartori, che, in un paese decente (che è più di un paese “normale”), sarebbero non soltanto ricordati e riveriti, ma tenuti in costante considerazione, tuttavia il nostro impegno per una politica migliore non è stato vano. Una sinistra che sappia ridurre le diseguaglianze, una democrazia che sia liberale (non come quella, molto elastica, degli opinion-makers del Corriere della Sera, spesso anti-parlamentaristi), un paese che sappia diventare europeo: sono obiettivi importanti e mobilitanti. Il vero dramma è che il PD com’è e i suoi dirigenti come sono non c’azzeccano proprio nulla con quegli obiettivi. Certo, non cercano né dialogo né confronto. Hanno portano i loro elettori all’irrilevanza, ma hanno salvato le loro carriere. Do not put the blame on me. Non ho soltanto parlato e salvato la mia anima. Ho anche agito. Confido molto nelle tracce che ho lasciato, non sulla sabbia, non sulla penultima vera spiaggia (quella alla quale mi dirigo), sperando che l’ultima sia ancora abbastanza lontana.
7 agosto 2018
Karl Marx duecento anni dopo #KarlMarx #Marx200 #Marx2018 VIDEO @FondCorriere
Il marxismo è (stato) una ideologia nel senso migliore della parola: una visione del mondo, una prospettiva sul futuro. Ha creato una cultura politica anche nel dibattito/scontro “rivoluzione vs riforme”. Grandi partiti di sinistra si sono formati nella riflessione e nel superamento di quella antinomia, anche senza, inconveniente grave, elaborare una teoria dello Stato. Scomparso il marxismo su quali basi si ricostruisce una cultura politica? È lecito sostenere che il declino dei partiti di sinistra si accompagna, ma forse è anche la conseguenza, della scomparsa della loro cultura politica, e viceversa?
Sala Buzzati
via Balzan 3, Milano
Giovedì 3 maggio 2018In occasione della presentazione di
Karl Marx vivo o morto?
Il profeta del comunismo duecento anni dopo,
a cura di Antonio Carioti, Solferino – I libri del Corriere della Sera
Non c’è traccia di populismo in nessuna variante del marxismo. Non il popolo, non la nazione, ma la classe e il proletariato internazionale occupano il centro del pensiero dei marxisti. Laddove i populisti vogliono dividere il popolo buono e puro, che li sostiene, dai traditori del popolo, ovvero chiunque rappresenta altre preferenze e si oppone a loro, il marxismo vuole offrire ai proletari l’opportunità di liberarsi delle sue catene guardando oltre e fuori i confini delle nazioni. Il populismo non libera nessuno.
La discendenza riformista: successi e crisi della socialdemocrazia* #KarlMarx #Marx200 #Marx2018
*La discendenza riformista: successi e crisi della socialdemocrazia, in A. Carioti (a cura di), Karl Marx. Vivo o morto? Il profeta del comunismo duecento anni dopo, Milano, Solferino, pp. 175-185
Presentazione 3 maggo 2018 ore 18 Fondazione Corriere, Sala Buzzati via Balzan 3 Milano
Il pensiero e gli scritti di Karl Marx, la sua analisi del capitalismo, dello sfruttamento e dell’alienazione dei lavoratori, la prospettiva del superamento dello stadio nel quale la borghesia era/è stata la classe dominante fino alla situazione nella quale non sarebbe più esistito il governo degli uomini sugli uomini in quanto sostituito dall’amministrazione delle cose hanno costituito il patrimonio iniziale di tutti, o quasi, i partiti che si definivano socialdemocratici. Tuttavia, fin dall’inizio delle esperienze socialdemocratiche, già ai tempi di Marx e Engels, si sono prodotti contrasti di non poco conto sulle modalità con le quali fare transitare la teoria di Marx all’azione nella concretezza della lotta politica per conseguire obiettivi che non tutti i socialdemocratici condividevano a cominciare dall’alternativa, a lungo protrattasi, fra riforme e rivoluzione. Se le riforme “di struttura” portassero ad esiti rivoluzionari oppure addirittura rafforzassero il capitalismo in sostanza rimandando e impedendo l’emergere della società socialista è un dilemma che ha attraversato i socialdemocratici in tutti i luoghi fino a tempi relativamente recenti. La rottura più profonda e duratura nel mondo delle socialdemocrazie avvenne quando nel Secondo Congresso della Terza Internazionale Lenin impose ai partiti socialdemocratici e socialisti di accettare 21 condizioni che li avrebbero trasformati in comunisti. Da allora il marxismo fu per molti decenni l’ideologia al tempo stesso sia del maggior numero dei partiti socialdemocratici sia di tutti i partiti comunisti dell’Occidente. Le loro strade si divaricavano, ma per lungo tempo il riferimento a Marx non venne meno né, faccio due soli esempi, per i socialisti italiani guidati da Turati né per i cosiddetti austromarxisti. Nella pure tragica contrapposizione durante la Repubblica di Weimar (1919-1933) fra i socialdemocratici e i comunisti, il marxismo come ideologia e teoria non fu messo in discussione dai primi pure tacciati dai comunisti staliniani di essere diventati socialfascisti.
Ieri. L’abbandono del marxismo da parte dei socialdemocratici tedeschi fu effettuato più di un decennio dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale nel Congresso di Bad Godesberg nel 1959. Quella decisione ebbe un impatto enorme. Aprì la strada ad una molteplicità di richieste, talvolta intimazioni, indirizzate soprattutto ai comunisti, in particolare quelli italiani, di “andare a Bad Godesberg” (ridente cittadina termale) e procedere ad un lavacro di tipo revisionista. Sette anni dopo i socialdemocratici tedeschi arrivarono al governo della allora Germania Ovest, la Repubblica Federale Tedesca, in una Grande Coalizione, per rimanervi poi con i Liberali fino al 1982. Per l’importanza della Germania e della SPD stessa e per le conseguenze politiche irreversibili che Bad Godesberg ebbe, l’avvenimento ha segnato uno spartiacque nella storia delle socialdemocrazie. Tuttavia, i percorsi dei vari partiti socialdemocratici e socialisti europei, dopo Marx, dopo la rivoluzione bolscevica, dopo il fascismo e il nazismo erano già stati molto differenziati. Oserei applicare a tutti quei partiti una famosa frase di Marx sostituendo la parola uomini appunto con partiti, come segue: “i partiti fanno la propria storia, ma non la fanno in modo arbitrario, in circostanze scelte da loro stessi, bensì nelle circostanze che trovano immediatamente davanti a sé, determinate dai fatti e dalle tradizioni”. Anche se già nel 1951 fu fondata l’Internazionale Socialista, che oggi conta circa 150 partiti aderenti, soltanto i pure molto importanti principi generali sono condivisi. Non solo le tattiche politiche contingenti, ma le strategie di lungo periodo dei diversi partiti sono fortemente condizionate dallo stato dei paesi e delle società in cui operano, dalle loro tradizioni e dal contesto partitico stesso.
Per cominciare con il caso in qualche modo ai margini delle socialdemocrazie continentali, più che alla lunga operosa presenza di Marx a Londra, città nella quale morì (nel 1883) ed è sepolto, la storia del laburismo inglese è debitrice di fatti e tradizioni specifiche della Gran Bretagna, della forza del pur variegato e frammentato movimento sindacale, dell’eredità del pensiero illuminista scozzese e liberale, degli intellettuali della Fabian Society e della dinamica complessiva del sistema politico a cominciare dall’estensione graduale, ma significativa, del diritto di voto. Tutto questo plasmò un partito laburista nel quale i marxisti furono sempre una piccola e non influente minoranza, e nel quale la cifra dell’azione politica fu regolarmente il riformismo senza nessuna ambizione rivoluzionaria. Sicuramente i Laburisti britannici debbono essere considerati parte integrante delle socialdemocrazie europee, ma le loro specificità hanno continuato a contare nel corso del tempo e nelle numerose esperienze di governo. Sono state trasferite ovvero recepite e nutrite anche in alcuni paesi della diaspora anglosassone come Australia e Nuova Zelanda dove i partiti laburisti hanno spesso governato dando rappresentanza e potere alle classi popolari.
Sul continente è possibile rilevare tre, forse quattro varianti di socialismi. Le prime due varianti sono relativamente facili da individuare e definire. Sono, rispettivamente, quelle dei partiti – laburisti, socialisti, dei lavoratori – dei paesi nordici e quelle dell’Europa meridionale, più precisamente, della Francia e dell’Italia. Nei paesi nordici i socialisti non hanno dovuto, con l’eccezione parziale della Finlandia, affrontare la sfida di un forte partito comunista alla loro sinistra. Hanno a lungo goduto dell’appoggio ovvero di una relazione stretta e fondamentalmente collaborativa con un forte sindacato unitario. Giunsero al governo del loro paese, in special modo, il Partito Socialista dei Lavoratori svedese, già all’inizio degli anni trenta. Hanno plasmato in maniera indelebile, “nelle circostanze che trova(ro)no immediatamente davanti a sé”, la vita politica, sociale e economica come non è stato possibile in nessun altro sistema politico. Lo hanno fatto procedendo alla virtuosa combinazione fra una politica economica all’insegna del keynesismo e una politica sociale improntata al welfare. Hanno formulato e spesso attuato accordi e addirittura assetti definiti neo-corporativismo basati sulla solida relazione tripartitica fra un governo di sinistra (sorretto dal partito socialdemocratico), il sindacato unitario e le organizzazioni imprenditoriali, sorretta dalla fiducia reciproca che gli impegni presi saranno mantenuti e attuati. Non può suscitare nessuna sorpresa che, come direbbero gli inglesi, at the end of the day, tutte le classifiche internazionali, a cominciare da quella autorevole dell’Indice dello Sviluppo Umano (reddito, livello di istruzione, stato di salute) vedano regolarmente ai primi posti Norvegia e Svezia, Danimarca e Finlandia.
Le esperienze socialdemocratiche di governo nei paesi nordici sono spesso state giudicate in maniera molto severa, comunque considerate non meritevoli di imitazione nei due maggiori paesi latini, vale a dire Francia e Italia. Sia i politici socialisti e, con maggiore acrimonia, comunisti sia i loro intellettuali di riferimento hanno rimproverato a quei socialdemocratici di non avere saputo cambiare, sconfiggere, superare il capitalismo quanto, piuttosto, di averlo “salvato”, rendendolo persino più efficiente e più forte. In seguito, quei politici e quegli intellettuali hanno sostenuto che le esperienze socialdemocratiche si erano logorate ed erano entrate in crisi. Dunque, non valeva la pena né studiarle né, tantomeno, imitarle. Certamente non entrarono in crisi le esperienze socialdemocratiche in Francia e in Italia poiché in Francia non ebbero mai modo di prodursi tranne che, in parte, con la prima presidenza di François Mitterrand (1981-1988), in Italia sostanzialmente mai anche se, forzando un po’ la valutazione e gli esiti, il primo centro-sinistra italiano (1962-1964) costituì una fase di significativo riformismo. La debolezza dei partiti socialisti francese e, soprattutto, italiano a fronte della solidità dei corrispondenti partiti comunisti e della loro rappresentatività della classe operaia costituì l’ostacolo maggiore, ancorché non l’unico (vi si deve aggiungere quantomeno la divisione della rappresentanza sindacale), alla conquista del governo in un paese occidentale nel periodo della Guerra Fredda. La divisione a sinistra e il conflitto socialisti/comunisti hanno finito per rendere impossibile qualsiasi costruzione di un attore partitico unitario in grado di proporre politiche riformiste di stampo socialdemocratico. In nessuno dei due paesi, praticamente scomparsi i partiti che potrebbero richiamarsi alla socialdemocrazia, è ragionevolmente possibile ipotizzare una qualche ripresa di politiche riformiste, rese per di più ancora più difficile dalla dinamica complessiva della globalizzazione e dallo spirito del tempo.
Nei paesi più propriamente mediterranei come Grecia, Portogallo, Spagna, dopo il crollo dei rispettivi autoritarismi, il compito dei partiti socialisti è consistito soprattutto nel creare e mantenere le condizioni di un regime democratico dando rappresentanza ai ceti popolari e guidando lo sviluppo dell’economia ed è stato coronato da sostanziale successo. La democrazia si è consolidata. Non era da quei partiti e da quei paesi che ci si potessero aspettare innovazioni di rilievo nelle politiche socialiste. L’abbandono del marxismo come ideologia e come guida alla prassi fu logica conseguenza dei tempi e, tranne che brevemente per il Partito Socialista Operaio Spagnolo, non implicò nessuna difficoltà né, tantomeno, traumi. Più complessa la situazione prodottasi nei sistemi politici dell’Europa centro-orientale dopo il 1989. Ridotto il marxismo a mero rituale, a ideologia imbalsamata, a catechismo per gli aspiranti a far parte della nomenclatura, il fallimento dei regimi comunisti ha svelato il vuoto di cultura politica. Non poteva che essere bassa o nulla la credibilità dei partiti comunisti che trasformavano il loro nome in socialisti e i cui ceti politici traslocavano armi e bagagli nella neppur troppo nuova botte socialista che avevano in passato largamente screditato. La reazione profonda e di entità inattesa contro il comunismo “realizzato” ha chiuso ogni spazio a eventuali apparizioni di compagini socialiste che, infatti, tuttora, quasi vent’anni dopo la transizione, non esistono, con conseguenze gravi sullo spirito civico e sulla qualità della democrazia di ciascun paese. Non erano, forse, solo i partiti comunisti dominanti l’impedimento alla formulazione e attuazione di politiche riformiste neppure quelle vagamente di stampo socialdemocratico.
La caduta del Muro di Berlino il 9 novembre 1989 cambiò ancora una volta “le circostanze” nelle quali si trovavano ad operare i partiti (e i governi) socialdemocratici. In verità, nell’Europa occidentale quelle circostanze erano già cambiate molto significativamente grazie alla prosperità economica diffusasi nel dopoguerra e soprattutto a mutamenti culturali più irreversibili di qualsiasi benessere economico. Quei vantaggi economici, di lavoro e di guadagno, che l’azione organizzata in partiti e in sindacati aveva consentito di conseguire a milioni di cittadini e che i partiti e i governi socialdemocratici avevano cercato di distribuire in maniera equa, semmai più favorevole ai ceti popolari, potevano oramai, almeno così sembrò ai figli e alle figlie di quei lavoratori, essere conseguiti individualmente, di persona attraverso il perseguimento dell’autorealizzazione (Inglehart 1977). I valori post-materialisti e i loro (giovani) portatori fecero irruzione sulla scena politica scompaginando in particolare la sinistra, le variegate organizzazioni socialdemocratiche nelle quali convivevano padri “materialisti” e figli e figlie che, proprio grazie ai loro genitori, potevano permettersi di avere e applicare valori post-materialisti. Naturalmente, alcuni paesi erano più avanzati sulla scala del post-materialismo e in questi paesi come, ad esempio, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, ma anche i paesi nordici, l’onda del post-materialismo colpì in misura considerevole le socialdemocrazie esistenti e governanti.
Oggi. Curiosamente, nello stesso anno, 1994, in cui Bobbio insisteva sulle ragioni della persistenza di ben distinte posizioni di destra e di sinistra, il sociologo inglese Anthony Giddens argomentava e spiegava perché fosse indispensabile andare Oltre la destra e la sinistra. I tumultuosi anni di governo dei conservatori, Thatcher (1979-1990) e Major (1990-1997), favoriti dalla scissione dei socialdemocratici nel 1981, avevano imposto ai laburisti un agonizing reappraisal (dolorosissima rivalutazione) della loro strategia, della loro stessa visione della Gran Bretagna. Più di altri Giddens contribuì alla formulazione della Terza Via (il sottotitolo inglese del libro omonimo pubblicato nel 1998 è The Renewal of Social Democracy) che divenne la formula con la quale il New Labour di Tony Blair approdò al governo nel 1997. Tra il liberismo estremo dei conservatori e il laburismo obsoleto, Blair e Brown si aprirono una Terza Via che doveva riformare il partito, le modalità di governo, le politiche, la stessa società britannica. È una Via nella quale neppure credono più la maggioranza dei dirigenti laburisti e i loro elettori che premiano il più tradizionale, classico, forse effettivamente socialdemocratico Jeremy Corbyn.
Non credo si possa collocare nella Terza Via l’Ulivo fortunosamente vittorioso alle urne nell’aprile 1996 anche se, indubbiamente, fra le motivazioni di alcuni protagonisti si trovava quella del superamento della socialdemocrazia classica (peraltro, mai concretamente comparsa nel contesto italiano). Con qualche forzatura fu inserita nella Terza Via l’esperienza del governo presidenziale del democratico Bill Clinton (1992-2000). Molto più appropriato è il riconoscimento che quanto volle fare il cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder (1998-2005), ovvero plasmare e ridefinire un nuovo centro (Die Neue Mitte), rappresentò effettivamente la Terza Via secondo modalità tedesche. Tuttavia, da allora è cominciato un significativo e persistente declino elettorale della SPD che, peraltro, è rimasta politicamente la migliore alleata di governo della Democrazia Cristiana tedesca (2005-2009; 2013-2017; ????-????). Infine, l’esperimento iniziato in Italia nel 2007 con la formazione del Partito Democratico è, comunque lo si valuti, la fuoriuscita da qualsiasi possibilità di recupero, di rilancio, di rielaborazione di un esperimento socialdemocratico. Nella vicina Francia, la clamorosa vittoria presidenziale (2017) di Emmanuel Macron ha con tutta probabilità posto fine a quel poco che era rimasto di socialdemocrazia francese trascendendo Parti Socialiste e Rèpublicains gollisti con lo slogan sia destra sia sinistra e relegandoli in un passato che non potrà tornare. Solo nei sistemi politici scandinavi le socialdemocrazie hanno lasciato tracce tanto profonde quanto positive, ma i duri dati elettorali dicono che, sì, potranno, nella logica delle democrazie dell’alternanza, tornare al governo, ma all’orizzonte non si vede nessun rilancio di un’età d’oro socialdemocratica.
Bilancio per il domani. Abbiamo appreso dai bolscevichi la dura lezione della storia che il socialismo in un solo paese non può essere costruito. Non è possibile dimenticare che uno dei cardini del pensiero di Marx era l’internazionalismo sotto forma di solidarietà del proletariato di tutti i paesi: “Proletari di tutto il mondo unitevi”. Invece, ciascuno e tutti i partiti socialdemocratici hanno a partire dagli anni Trenta, ma ancor più nel secondo dopoguerra intrapreso e percorso, con maggiore o minore successo, le loro vie nazionali. Dappertutto c’è da qualche tempo ormai la consapevolezza che nessuna di quelle vie nazionali porta ai traguardi/esiti di mantenimento della prosperità e di riduzione delle diseguaglianze che le socialdemocrazie continuano a ritenere degni di essere perseguiti. Anzi, almeno per quel che riguarda la prosperità la sfida della globalizzazione può essere meglio affrontata in chiave sovranazionale nel quadro offerto dall’Unione Europea. Che le sfide della globalizzazione, del governo dell’economia, delle migrazioni possano essere vinte dai governi nazionali che operino senza accordi reciproci e senza cooperazione è l’illusione dei sovranisti. Che possa riaprirsi quella che, brillantemente analizzando le esperienze scandinave, Esping Andersen (1985) definì La via socialdemocratica al potere caratterizzata dalla capacità della politica di contrapporsi vittoriosamente ai mercati appare piuttosto improbabile.
I primi due punti di quello che circa centocinquant’anni fa era il Programma socialdemocratico minimo: 1. Rimuovere gli ostacoli allo sviluppo del capitalismo; 2. Ampliare le libertà borghesi, democrazia e diritti civili, soprattutto il suffragio, sono stati conseguiti. Il punto 3. Accrescere il ruolo del proletariato industriale di fabbrica deve essere ridefinito con riferimento al ruolo dei lavoratori in un mercato del lavoro caratterizzato da enormi variazioni e squilibri. Il punto 4. Lottare contro i bastioni internazionali della reazione (la Russia zarista) mantiene la sua validità, ma i bastioni della reazione non si trovano all’interno di un solo Stato. Anche se l’Unione Europea non è in alcun modo definibile come socialdemocratica, la lotta contro la reazione non può che partire dalle sue istituzioni che delimitano il più grande spazio di libertà e diritti mai conosciuto. Quest’ultima affermazione mi consente di ricordare le parole di Bobbio che qualche decennio fa (per la precisione nel 1976) concludeva la sua splendidamente sintetica voce Marxismo del Dizionario di politica UTET sottolineando che la socialdemocrazia “ritiene che compito del movimento operaio sia quello di conquistare lo Stato (borghese) dall’interno”, mentre il marxismo afferma la necessità della distruzione dello Stato borghese affinché lo Stato stesso si estingua. Le esperienze dei comunismi realizzati hanno contraddetto l’imperativo marxista riguardante l’estinzione dello Stato potenziandolo e rendendolo totalitario. Le socialdemocrazie hanno di tanto in tanto conquistato non lo Stato, ma il governo di numerosi paesi trasformando in meglio il funzionamento e il rendimento complessivo dei sistemi politici nei quali hanno avuto ruoli importanti. All'”amministrazione delle cose” profetizzata da Marx le socialdemocrazie non sono pervenute, ma, è opinione diffusa che i loro governi hanno avuto successo. Eppure, è il paradosso, sono diventati meno probabili e meno frequenti. In Europa non si aggira lo spettro della socialdemocrazia.
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Riferimenti bibliografici
Bartolini, S. (2000) The Political Mobilization of the European Left, 1860-1980: The Class Cleavage, Cambridge: Cambridge University Press
Bobbio, N. (2016) Marxismo, in N. Bobbio, N. Matteucci, G. Pasquino (a cura di), Dizionario di politica, Novara, De Agostini, pp. 556-562.
De Waele, J.-M., Escalona, F., Vieira, M. (a cura di) (2013) The Palgrave Handbook of Social Democracy in the European Union, New York, Palgrave-Macmillan.
Esping-Andersen, G. (1985) Politics against Markets. The Social Democratic Road to Power, Princeton, Princeton University Press.
Giddens, A. (1994) Oltre la destra e la sinistra, Bologna, Il Mulino.
Giddens, A. (2001) La terza via, Milano, Il Saggiatore.
Inglehart, R. (1977) The Silent Revolution. Changing Values and Political Styles among Western Publics, Princeton, Princeton University Press.
Contro la politica degli analfabeti
Nella sua brillante introduzione alla Antologia di scienza politica da lui curata e pubblicata dal Mulino nel 1970, Sartori affermava senza mezzi termini che la cultura politica italiana soffriva di “analfabetismo politologico”. I suoi bersagli erano chiari: democristiani e comunisti, e lo sarebbero rimasti fino alla loro ingloriosa scomparsa. I democristiani irritavano Sartori per la loro accertata incapacità di andare oltre una cultura giuridica alquanto formalistica e per l’incomprensione dei meccanismi della politica, a cominciare, già allora, dai sistemi elettorali. Ai comunisti rimproverava, nella sua veste non soltanto di politologo, ma di liberale, l’uso della teoria marxista, per quanto ridefinita da Gramsci, inadeguata alla comprensione di tematiche come la Costituzione e lo Stato. Soprattutto, però, la critica che valeva per entrambi riguardava in particolare il cattivo uso dei concetti e la manipolazione talvolta persino inconsapevole che ne facevano gli intellettuali di entrambi i partiti. Soltanto molto tempo dopo mi sono reso conto che fin dalla metà degli anni cinquanta, in chiave e con obiettivi parzialmente diversi, sia Bobbio (Politica e cultura, Einaudi 1955) sia Sartori (Democrazia e definizioni, Il Mulino 1957), avevano sfidato frontalmente la cultura politica “catto e comunista”. Bobbio continuò a farlo apertamente e esplicitamente fino all’ultimo. Destra e sinistra, (Donzelli 2004) ne è una chiara testimonianza. Sartori intraprese un lungo percorso di ricerca nel quale il caso italiano rimaneva un caso e poco più. Anzi, Sartori affermò ripetutamente, anche in polemica con il provincialismo di troppi studiosi, che parlavano dell’Italia DC-PCI come di un’anomalia positiva, che chi conosce un solo sistema politico non conosce neppure quel sistema. Non scrisse mai un libro dedicato a una tematica sostanzialmente italiana anche se divenne un critico severissimo e agguerritissimo di tutte le riforme elettorali e istituzionali italiane che, uomini (e donne) privi di cultura politologica e politica, hanno fatto e rifatto con pessimi esiti. I suoi libri sulla democrazia e sui sistemi di partito restano monumenti della scienza politica della seconda metà del secolo scorso e sono letture imprescindibili, ma Sartori teneva moltissimo a due volumi più recenti e più mirati: Ingegneria costituzionale comparata (Il Mulino, più edizioni, da ultimo 2004) e Homo videns (Laterza 2000).
Ogniqualvolta, specialmente nei pungentissimi editoriali per il “Corriere della Sera” (variamente raccolti Mala tempora, Laterza 2004 e Il sultanato, Laterza 2009) analizzava un qualche fenomeno politico, Sartori metteva grande cura nell’applicare in maniera ovviamente molto concisa il suo metodo comparato e le conoscenze acquisite. La domanda di fondo alla quale rispondeva era sempre quella relativa alle conseguenze prevedibili di interventi, mutamenti, trasformazioni nel sistema, nei partiti, nella leadership, nelle leggi elettorali. Spiegazioni e/o teorie probabilistiche erano i ferri del suo mestiere: “se cambiano le condizioni a, b, e c allora è probabile che cambino le conseguenze x, y, z”. Certo, discutere con chi di volta in volta produceva spiegazioni ad hoc, spesso tanto particolaristiche quanto fragili, era un esercizio che spesso lo irritava e che volgeva sul beffardo, sulla presa in giro.
Spariti i suoi interlocutori democristiani e comunisti i quali, almeno, avevano letto qualche libro e talvolta s’interrogavano effettivamente su riforme e conseguenze, persino sul metodo con il quale analizzare il sistema politico italiano e i suoi partiti, Sartori si trovò costretto a fare i conti con analisti e politici improvvisati. Il liberale che era in lui colse immediatamente l’incongruenza di una rivoluzione liberale di cui, dopo la caduta del Muro di Berlino, avrebbe dovuto farsi portatore e interprete un imprenditore duopolista (nell’importantissimo settore della comunicazione, in particolare televisiva), un imprenditore che (af)fondava la sua politica in un gigantesco conflitto di interessi. Perché mai questo accanimento contro Berlusconi, si chiesero molti commentatori, visto che l’allora Cavaliere aveva “salvato” l’Italia dai comunisti e dai post-comunisti? Eppure, la risposta di Sartori era semplice, lineare, inoppugnabile: liberalismo c’è quando potere economico e potere politico sono e, nella misura del possibile, rimangono nettamente separati. In una democrazia liberale al potere economico non si può consentire di conquistare il potere politico. Il conflitto d’interessi è una ferita permanente nel corpo di quella democrazia. Sartori era tanto più credibile in questa denuncia poiché si era per tempo schierato contro la partitocrazia ovvero quella situazione nella quale il potere politico, più precisamente dei partiti, si annetteva pezzi di potere economico, sociale, culturale.
Il liberalismo di Sartori si rafforzava e raffinava grazie alla sua scienza politica, ad esempio, ricordando che le democrazie liberali sono tali quando garantiscono effettiva rappresentanza politica agli elettori. Dai buoni sistemi elettorali viene buona rappresentanza che esige nella maniera più assoluta l’assenza di qualsiasi vincolo di mandato. Fin dal 1963 Sartori aveva sollevato il quesito se i parlamentari si sentissero maggiormente responsabili nei confronti dei dirigenti di partito, dei gruppi d’interesse, degli elettori? La risposta è, naturalmente, empirica, ma la proposta di Sartori è chiara: bisogna disegnare sistemi elettorali che consentano ai parlamentari di essere effettivamente e essenzialmente responsabili nei confronti degli elettori. A Sartori è stato risparmiato l’obbrobrio tanto dell’Italicum (non ho dubbi che avrebbe fatto notare che i premi di maggioranza Italicum-style c’entrano con la buona rappresentanza come i cavoli a merenda) quanto, ancor più, della Legge Rosato. Ma ha avuto il tempo di bollare la Legge Calderoli con l’epiteto Porcellum. Non gli attribuisco niente che non si possa trovare nei suoi scritti se aggiungo che sarebbe inorridito ad ascoltare fior fiore (sic) di riformatori e di commentatori, neanche analfabeti di ritorno, perché mai alfabetizzati, sostenere la necessità di un’apposita legge elettorale in un sistema partitico diventato tripolare. Tanto per cominciare avrebbe sostenuto che prima di contare i poli si contano i partiti (quindi, il sistema partitico italiano è multipartitico), poi se ne valuta lo stato di consolidamento, davvero molto limitato, infine che alcuni sistemi elettorali forti hanno effetti restrittivi sui partiti e sui sistemi di partiti. Le leggi elettorali si scelgono per dare vita al sistema di partiti preferito, che non è la stessa cosa di favorire o svantaggiare qualsivoglia partito.
Alla morte di Bobbio, il necrologio scritto da Sartori sulla “Rivista Italiana di Scienza Politica” (aprile 2004), intitolato Norberto Bobbio e la scienza politica in Italia, si concludeva con le seguenti parole: “Bobbio è stato per tutti gli studiosi un modello di come si deve scrivere, insegnare, e anche partecipare alla vita pubblica. … Norberto Bobbio è stato, e resta, il più bravo di tutti noi”. Credo di potermi permettere sia di condividere queste parole sia di aggiungere nel primo anniversario della sua morte che Sartori è senza nessun dubbio stato “il più bravo di tutti noi”, ma anche uno dei migliori scienziati politici degli ultimi cinquant’anni.
Pubblicato il 3 aprile 2018
PIETRO INGRAO, MEMORIA Il dubbio, gli interrogativi, la complessità
Pubblicato in
PRESENTE E FUTURO DEL LAVORO UMANO n.8 2018 viaBorgogna3
All’inizio degli anni ottanta mi capitarono due eventi molto fortunati (e fortunosi). Dopo avere letto il mio libro Crisi dei partiti e governabilità (Il Mulino 1980), Pietro Ingrao volle conoscermi. Facemmo una lunga chiacchierata sulla politica, sui partiti, sulle istituzioni e la loro eventuale riforma. Venni da lui invitato a partecipare alle attività del Centro per la Riforma dello Stato e a scrivere sulla rivista “Democrazia e Diritto”. Onorato e gratificato accettai subito (poi partecipai attivamente e scrissi molto). Nel 1983 la mia candidatura al Senato come Indipendente di Sinistra sponsorizzata dal gruppo dirigente del Partito Comunista dell’Emilia-Romagna fu sostenuta in sede nazionale anche da Pietro Ingrao. Nelle frequenti riunioni del Centro, alle quali mi era facile partecipare nei giorni in cui ero a Roma per il Senato, ebbi modo di stabilire con lui un rapporto di stima e collaborazione, soprattutto sulla tematica “bollente” di quei tempi (sic) le riforme istituzionali e la legge elettorale. Nel dicembre 1985 Ingrao venne a Torino a discutere con Norberto Bobbio del mio libro Restituire lo scettro al principe. Proposte di riforma istituzionale (Laterza 1985). Qualche tempo dopo mi chiese di dargli qualche indicazione per presentare un emendamento alle tesi del Congresso del PCI di Firenze nel 1986 (cosa che feci con molto piacere). Quell’emendamento ottenne il 20 per cento dei voti che Ingrao, abituato ad una posizione minoritaria nel partito, ritenne un buon successo, legittimazione di una battaglia che proseguì. Continuando nei nostri scambi di idee e in varie conversazioni approfittai per chiedergli di scrivere la presentazione a un libro a cui rimango molto affezionato: Una certa idea di sinistra (Feltrinelli 19879. Accettò volentieri e prontamente. Il libro fu presentato a Roma in una sala, se ben ricordo, della Camera dei Deputati da lui e da Giuliano Amato (appena uscito dal gravoso compito di Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, cioè di Craxi).
Qui si intreccia il filo del discorso che intendo condurre sul suo libro postumo, Memoria, Roma, Ediesse, 2017. Lo farò con riferimento a tre elementi: il dubbio, gli interrogativi, la complessità. Notoriamente, Bobbio ha molto spesso sostenuto quanto sia difficile, se non, addirittura, sbagliato, avere delle certezze. Gli intellettuali non possono permettersi le certezze, meno che mai nelle faccende politiche (Il dubbio e la scelta. Intellettuali e potere nella società contemporanea, La Nuova Italia Scientifica 1993). Debbono avere e sollevare dubbi, il primo passo di qualsiasi ricerca e anche di qualsiasi analisi dei comportamenti e delle scelte dei detentori del potere politico. Meno chiaro è se Bobbio creda o no che all’uomo politico spetti avere e inculcare certezze nei suoi sostenitori, negli elettori, nella sua azione poiché il dubbio rischia di essere paralizzante. Certo, invece, è che Bobbio crede che l’etica debba avere uno spazio nella politica. DaI canto suo, Ingrao non ha mai fatto mistero di avere e nutrire molti dubbi. Anzi, spesso, se n’è fatto un vanto, personale e comparato, vale a dire nei confronti di politici e di analisti troppo sicuri di sé, incapaci di cogliere la problematicità della realtà di qualunque tipo e degli eventi, superficiali, faciloni, approssimativi. Non mi sorprende, quindi, che Ingrao rivendichi la sua ostinata pratica dubitante (Memoria, p. 115) e neppure che negli “indimenticabili” anni cinquanta non abbia trovato nessun sostegno nel partito.
Mi sorprende moltissimo, invece, che non abbia applicato la sua “pratica dubitante” a quello che non solo per me fu l’avvenimento spartiacque di quegli anni: la repressione armata della ribellione ungherese, effettuata per di più dopo che a tutti coloro che volevano leggere era diventato noto il Rapporto di Chruscev sui “crimini di Stalin e gli errori fatali legati al ‘culto della personalità”. Certo, la categoria era “sommaria” (Memoria, p. 102), ma non ricordo, in quel tempo e non vedo nei capitoli di questo libro un suo superamento ad opera di altre categorie formulate dai comunisti italiani e, neppure, dagli intellettuali, non furono pochi, lieti di definirsi “ingraiani”. Né mi pare sufficiente la frase interrogativa dello stesso Ingrao: “Non dice qualcosa il fatto che lo stalinismo sia caduto dall’interno?” Vuole forse Ingrao comunicarci che il comunismo, anche quello costruito da Stalin, conteneva al suo interno fattori di autocorrezione, autoriforma? Il capitolo sul crollo del comunismo, intitolato Sgretolamento, non offre nessun elemento esplicativo. All’uopo, non posso fare a meno di appoggiarmi a Bobbio, anche lui abile a sollevare interrogativo, ma, per lo più altrettanto abile a formulare una o più risposte. In questo caso specifico, la risposta di Bobbio, che apparve nel libro Quale socialismo? (Einaudi 1976), ha anche il pregio della parsimonia. L’inesistenza nel marxismo di una teoria dello Stato ha aperto la strada al culto della personalità e allo stalinismo. Il rischio delle degenerazioni rimane aperto. Purtroppo, nei saggi e nelle riflessioni contenute in Memoria Bobbio non è un interlocutore di Ingrao.
Credo di non forzare troppo il significato e il campo di applicazione del dubbio (variamente esplorato negli scritti e nelle interviste nel fascicolo della rivista dell’AREL intitolato Dubbio, 2/2016) e specificamente di quello di Ingrao (che sta alla base del libro di R. Vicaretti, La certezza del dubbio, Imprimatur 2015) se lo estendo al dissenso. In molte circostanze, il dissenso deriva dal dubbio che la valutazione di una situazione, la decisione presa, l’azione iniziata non siano le più appropriate e le migliori nelle condizioni date. Il partito nuovo, vale a dire il Partito Comunista di Togliatti, non era certamente il luogo più disponibile all’accoglimento del dissenso e alla sua pratica. In verità, non lo era neppure mai stato il partito “vecchio”! “Per me la costruzione collegiale di una linea politica esigeva in radice la libertà e la pubblicità, direi, la normalità del dissenso”. Nel PCI la normalità riguardava piuttosto il consenso che talvolta, purtroppo, fu conformismo. Più che dalla difficoltà di esprimere il dissenso (da parte di altri poiché certamente lui non era disposto a tacere), Ingrao era preoccupato dalle conseguenze del non-dissenso. “La questione del dissenso finiva per soprastare e cancellare tutto il discorso sulla proposta sociale” (Memoria, p. 120). In questo caso, la proposta riguardava come affrontare complessivamente il Sessantotto: movimento studentesco, autonomia del sindacato e sua qualità di soggetto politico. Il femminismo sarebbe giunto qualche tempo dopo. Pur sensibile alla ampia problematica sollevata dalle donne, qui Ingrao non ne parla.
Resisto alla tentazione di un excursus nel pensiero (liberal-)democratico per il quale è imprescindibile la discussione di Giovanni Sartori (The Theory of Democracy Revisited, Chatham House1987, vol. 1, pp. 86-) concernente la formazione del consenso e del dissenso nell’ambito del conflitto regolato -qualcuno aggiungerebbe lo scetticismo, il dubbio, per l’appunto, sulla bontà dei detentori del potere politico e dei loro comportamenti– che costituiscono il sale della competizione e del pluralismo. Trovo, però, opportuno sottolineare che Ingrao spinge il suo dubbio e il suo dissenso fino a fare quella che lui stesso definisce qui una “battaglia di frazione”. Non volle, però, chiamarla in questo modo quando effettivamente la iniziò nel famosissimo XI congresso del PCI a Roma nel 1966: “non lo dissi alla tribuna del congresso perché, subito, la discussione politica si sarebbe mutata in una secca questione di disciplina” (Memoria, pp. 119-120). Pochissimi anni dopo, in effetti, quella che lo stesso Ingrao definì un’azione “con caratteri frazionistici”, ovvero quanto veniva dicendo e facendo il gruppo del Manifesto, venne trasformata in una secchissima, durissima, senza appello “questione di disciplina”. La “lotta politica contro le posizioni sbagliate e i metodi seguiti dai compagni del Manifesto” (sono le parole del discorso di Ingrao al Comitato Centrale del PCI il 15 ottobre 1969) sboccò quasi — qui lascio un piccolo spazio al mio proprio flebile, dubbio, inevitabilmente nella loro radiazione poco più di un mese dopo. Nessuno dei capitoli della Memoria è dedicato da Ingrao a quello che fu un momento drammatico nella vita del PCI e, immagino, sua personale. I “compagni”, Lucio Magri, Aldo Natoli, Luigi Pintor (e le compagne Luciana Castellina e Rossana Rossanda) non fanno la loro comparsa nel libro, se non, in maniera molto limitata e per altre ragioni diverse da quello che fu, a mio parere, molto più che un semplice episodio di frazionismo, che, dopo il deflusso dei 101 firmatari della lettera di dissenso nel 1956, costituì un fenomeno di enorme importanza e impatto. È sufficiente, ma utile, ricordare che dopo il 1956 non nacque nulla alla sinistra del PCI, mentre dopo il 1969 l’effervescenza fu grande e si tradusse nella formazione di alcuni organismi politici e partitici. Proprio con riferimento a quello che l’Unione Sovietica e il PCUS stavano facendo e nei cui confronti Ingrao aveva da tempo maturato una critica senza scampo, ma, soprattutto, valutando le posizioni del gruppo del Manifesto anche riguardo alle politiche sovietiche, il dubbio, in verità, molto più di un dubbio avrebbe dovuto essere l’atteggiamento logico e consequenziale di Ingrao.
Non saprei dire se i molti interrogativi che Ingrao solleva siano il prodotto della sua inquietudine piuttosto che della sua ricerca di qualcosa che sta oltre, dell’approfondimento della sua analisi della situazione oppure della ricerca di conferma della giustezza delle posizioni da lui maturate. In occasione della discussione di Una certa idea della sinistra, Giuliano Amato mi mise in guardia suggerendomi di vedere nei molti interrogativi sollevati da Ingrao nella sua presentazione, oltre all’interesse suscitato dal mio libro, anche il modo personale di Ingrao di indicare la sua non condivisione, il suo dissenso, la sua differente prospettiva. Mi limito a una citazione lunga poiché contiene il non tanto nascosto suggerimento di Ingrao che bisogna continuare a cercare e non limitarsi a quanto avevo scritto. “Come si determina l’identità di questo attore politico capace di attingere la dimensione del progetto, e di realizzare uno spostamento nella visione sistemica del rapporto fra mercato e Stato, fra capitalismo e democrazia? Come possiamo e dobbiamo pensare il processo, attraverso cui nel ‘progetto’ riformatore si articolano e si intrecciano aggregazioni di interessi e riferimenti a valori? Quali valori, e definiti, come tali, da che cosa? Legittimati e selezionati, come? Da un patrimonio storico, come e dove depositato? O assunti da quali tavole?” (Una certa idea della sinistra, p. XIII). Ingrao intendeva mettere in discussione proprio la mia concezione (e applicazione) della scienza politica chiedendo dove si forma questo sapere: “se al di fuori e al di sopra delle classi e dei ceti o dei gruppi fluenti nella società, o in quali rapporti con essi: e in caso di rapporti con essi, in ragione di quali motivazioni? E se in ragione di opzioni sociali o di valori, come e perché assunti?” (ibidem, pp. XIII-XIV). La risposta, anzi, le molte risposte che avrei desiderato allora e che, indubbiamente, continuano ad essere necessarie, non sono ancora venute, neppure, in seguito, da Ingrao. Forse, sono domande per nessuna delle quali esiste una risposta, un’unica e univoca risposta. Esistono solo approssimazioni, riflessioni e, debbo proprio scriverlo, suggestioni. Tuttavia, scavando nei capitoli del libro, si scopre sia qual è l’ostacolo alla risposta sia qualcosa che è più di un abbozzo di risposta. L’ostacolo è dato dalla complessità variamente definita; l’abbozzo nasce dall’incontro, più o meno conciliabile, fra privato e pubblico (da Ingrao, vedremo, non esplorate in tutte le loro declinazioni).
La risposta possibile, come ho detto, appena abbozzata, si trova nella dilatazione della politica. Non resisto alla tentazione di sottolineare che per Marx il comunismo realizzato avrebbe condotto “dal governo degli uomini sugli uomini [e sulle donne delle quali il non femminista Marx neppure si cura]” “all’amministrazione delle cose” facendo sparire la politica. Per Ingrao la politica sarà vivissima. La dilatazione della politica è stata il prodotto (peraltro, come è oggi evidente, reversibile) della strategia togliattiana del PCI. Anche se segnata “da un noioso, ossessivo spirito ‘pedagogico’ … si è dilatato l’esperire politico fra le grandi masse escluse” (Memoria, p. 77). Quella “dilatazione della politica”, ribadisce Ingrao,”strideva sgradevolmente con la legnosa, rigida struttura gerarchica del Partito comunista”… Eppure anche dentro quella strettoia … si praticarono e si allargarono sentieri di partecipazione all’agire politico. Coinvolgimenti che ruppero barriere” (Memoria, p. 79). In pagine stracolme di punti interrogativi, Ingrao argomenta anche che per le molte forme di partecipazione politica è divenuta necessaria “una trama di regolazione generale: garantita da chi, se non da un potere politico riconosciuto e affermato, addirittura con un connotato di costrizione, di forza?” (p. 179). La spinta alla liberazione del lavoro subalterno “sta attingendo a nuovi livelli e forme sovranazionali che, lungi dal cancellare il momento ‘pubblico’ (e la sua capacità di normare e di costringere), lo sta dilatando” (p. 182) cosicché, conclude Ingrao, “dobbiamo allora mescolare di più le sfere della vita e del produrre, se vogliamo fare i conti con queste complicazioni e oscurità” (p. 184).
La complessità secondo Ingrao si è affacciata in più momenti del dopoguerra. Già “gli scritti gramsciani evocavano i complicati passaggi, le articolazioni, le ‘transizioni’ attraverso cui poteva maturare un mutamento di fase, e anche le nicchie, le specificità nazionali in cui realizzare i sistemi di alleanze, il blocco storico con cui fare avanzare gradualmente il potere della nuova classe” (Memoria, p. 75). Quanto distante ci appare questa “complessità”(si pensi soltanto a “blocco storico”) e quanto inadeguata a comprendere quella che, senza in nessuno modo aderire alla visione complessiva, ma tutt’altro che complessa, del sociologo polacco Zygmunt Bauman, recentemente scomparso, chiamerò “liquida”! In seguito, Ingrao specificherà in maniera più convincente che il “cammino della ‘modernità'” riguarda “l’intrico e l’articolazione delle differenze, delle specificità inassorbibili che alimentano la complicazione delle relazioni sociali e degli strumenti della politica” (Memoria, pp. 172-173).
Mi sono variamente cimentato con il tema (ad esempio, nel volume La complessità della politica, Laterza 1985) e sento l’obbligo di dichiarare che mi ritrovo poco nell’analisi di Ingrao che ha ispirato seguaci meno attrezzati di lui ed è poi rimasta senza seguito. Perché? Da un lato, Ingrao delinea il tema della complessità quasi travolgendo il confine fra privato e pubblico, ma gli eventi dopo il Sessantotto quel confine lo hanno, in una varietà di forme e di modalità, ristabilito oppure reso scavalcabile in avanti e all’indietro: flussi e riflussi, shifting involvements, su cui ha scritto pagine memorabili Albert O. Hirshmann (Felicità privata e felicità pubblica, Il Mulino 1984). Dall’altro, in quasi tutti gli ambiti, forse più che altrove nell’ambito politico, si sono fatti strada (non scriverò mai si sono “affermati”) i terribili semplificatori, coloro che cercano soluzioni alla complessità non nello studio, nella sperimentazione, nella rappresentanza della pluralità di posizioni, di preferenze, di scelte, ma nel ricorso alla spada (che era quella di Alessandro Magno) che spezza il nodo di Gordio oppure nella “narrazione” personalistica di una storia che non conoscono e nella prospettazione di un futuro per la cui costruzione non hanno le conoscenze di base, minime.
Non concluderò scrivendo che negli ultimi anni della sua vita Ingrao si “rifugiò” nella poesia quasi prendendo atto della sua sconfitta in politica. La poesia unitamente al cinema aveva costituito uno dei suoi grandi interessi. Vi si dedicò con notevole successo. Al dubbio, agli interrogativi, alla complessità della politica, la poesia contrappone la verità, le risposte, l’essenzialità. Non a tutti è consentito di tenerle insieme. Pietro Ingrao ci ha provato con l’impegno che è stato uno dei tratti più importanti del suo carattere, della sua vita.










