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Le distorsioni di Marx #rivista Formiche @formichenews

Marx. Due secoli tra sogni e incubi
giugno 2018

“Salvare” Marx dalle applicazioni fatte del suo pensiero in pratica politica non è difficile, ma non esime poi dal criticare quel pensiero. La prima, clamorosa distorsione è avvenuta con la rivoluzione bolscevica. Quella rivoluzione doveva avvenire nel punto più alto dello sviluppo capitalistico. Dunque, in Inghilterra oppure, in subordine, in Germania. Lenin “saltò” lo stadio della rivoluzione borghese e neppure il brillante Trotsky riuscì a salvare con la sua proposta di rivoluzione permanente il “socialismo in un solo paese”, voluto e attuato da Stalin, che divenne tragedia. L’errore di Marx consistette nell’interpretare la storia in maniera unilineare e deterministica quasi che lo sviluppo capitalistico contenesse al suo interno gli elementi che avrebbero condotto al socialismo. A questo errore si aggiunse una grave carenza nel pensiero di Marx. Come più di quarant’anni fa mise polemicamente in rilievo Norberto Bobbio, sfidando i comunisti italiani, Marx non elaborò mai una teoria dello Stato socialista. In effetti, non poteva farlo in quanto, dopo una presumibilmente breve dittatura del proletariato (comunque, della maggioranza), il passaggio al socialismo sarebbe stato accompagnato e caratterizzato dalla sostituzione del governo degli uomini sugli uomini con l’amministrazione delle cose. Non ne sarebbe conseguito nessun bisogno dello Stato e delle sue strutture, ma neanche della politica: altro che socialismo scientifico, pura indomabile utopia. Neppure Lenin, nonostante la scrittura di Stato e rivoluzione, elaborò una teoria dello Stato socialista e del suo governo. Fu interessato a come conquistare lo Stato, non a come costruire uno Stato socialista: “Soviet più elettrificazione” appare una terribilmente ingenua semplificazione. La soluzione di Stalin fu, invece, “partito unico più burocrazia”. Ciò detto, Marx ne sapeva di più come dimostrò nella sua eccellente analisi sul campo in Il XVIII Brumaio di Luigi Bonaparte (1852) nel quale molti e acuti sono gli spunti che consentirebbero di abbozzare una teoria dello Stato nel conflitto fra classi. Anche la rivoluzione cinese (1949) fuoriesce dagli schemi marxiani, ma la Lunga Marcia ebbe almeno il merito di temprare una classe dirigente. Mao comprese presto che se il Partito doveva mantenere uno spirito rivoluzionario era indispensabile combattere la burocratizzazione che aveva attanagliato il regime sovietico, già con Stalin e molto di più con i suoi mediocri successori. La Grande Riyoluzione Culturale Proletaria (1966-1969) alla quale, fra l’altro, fu affidato il compito di “sparare sul quartier generale”, doveva mantenere alto lo spirito del cambiamento. Fu un disastro non soltanto politico, ma anche economico. Non aveva nessun fondamento teorico né poteva costruirlo affidando il potere politico a contadini, operai e soldati e alle Guardie Rosse. Ancora una volta e, da allora, in seguito, il Partito si dimostrò organismo flessibile e resiliente, come Marx mai avrebbe pensato, in grado di farsi e mantenersi struttura portante dello Stato cinese.

Che un’occasione rivoluzionaria potesse essere prodotta da un piccolo gruppo di uomini di diversa estrazione sociale, come i barbudos cubani, che potesse caratterizzarsi come un’avanguardia che porta la rivoluzione dalla sierra alla città e che instaura i primi elementi di socialismo come avvenne a Cuba dal 1959 per opera di Fidel Castro e di Ernesto Che Guevara è un’altra distorsione della linearità rivoluzionaria tracciata da Marx. In verità, anche altrove, come in Vietnam, la rivoluzione poteva venire dalle campagne. Anche altrove, sostennero alcuni studiosi post-marxisti, il comunismo poteva fungere da ideologia dello sviluppo più che da filosofia della storia. Anche altrove, Cuba compresa, l’assenza di una teoria marxista dello Stato significò che il ruolo centrale nella politica e nell’economia fu acquisito dal Partito. Quello doveva essere il partito della classe operaia, non il partito degli intellettuali o dei funzionari. L’ultima distorsione, della quale Marx è responsabile sì, ma solo in parte, ha ancora una volta portato alla burocratizzazione e, in definitiva, al crollo dei comunismi realizzati.

Pubblicato sulla rivista Formiche giugno 2018


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