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Sconfitta della politica? No, ma di alcuni politici… La versione di Pasquino @formichenews

“Lasciate ogni speranza voi che entrate” nel mondo della cattiva politica e della non-politica. Espressi i dovuti riconoscimenti a Draghi per la sua personale dedizione, sarà il caso di pensare a altri protagonisti per la ricostruzione della Politica. Il commento del politologo Gianfranco Pasquino

Contrariamente a quanto troppo frettolosamente sentenziato da numerosi commentatori, l’incarico conferito a Mario Draghi non sanziona la sconfitta della Politica. Ė, invece, la presa d’atto che alcuni politici riescono a distruggere, ma, poiché sono irresponsabili, non sanno costruire. Che, poi, quegli stessi politici demolitori si buttino a sostegno della scelta del Presidente Mattarella, il quale nel suo messaggio per il 2021 aveva rivolto un appello ai costruttori, è soltanto una conferma ulteriore di superficialità, improvvisazione, cattiva politica. Ciò detto, però, neppure il comportamento del Presidente Mattarella va del tutto esente da critiche. Sì, in democrazia tutte le cariche e tutti i comportamenti possono essere soggetti a critiche purché motivate.

   Primo, non era necessario “incoraggiare” il Presidente del Consiglio Conte a dimettersi poco dopo avere “incassato” due voti di fiducia alla Camera e al Senato. Secondo, preso atto del fallimento dell’esplorazione condotta da Roberto Fico, il Presidente della Repubblica avrebbe potuto rimandare alle Camere Giuseppe Conte, vale a dire il Presidente del Consiglio non sconfitto al quale i sabotatori non avevano saputo prospettare alternative praticabili. In questo modo, pur fra permanenti difficoltà, la politica avrebbe fatto il suo corso evidenziando chi erano coloro che avevano aperto e tenevano aperta la crisi essendo portatori di interessi non limpidamente espressi. Sconfitti, dunque, sono quei piccoli politici e i loro reggicoda anche nel mondo dell’informazione, non è affatto vero che l’incarico conferito a Mario Draghi sia una qualche rivincita della politica (neppure della politica di Mattarella). Quell’incarico è stato possibile in un momento di sospensione della politica (non della democrazia), di resa dei politici alla più alta personalità istituzionale del paese.

   Draghi riuscirà o no nella ardua impresa di costruire un governo decente per affrontare (risolvere è ben altra cosa) i tre problemi indicati da Mattarella: pandemia, economia, NextGenerationEU. Ciò detto, in nessun modo risolverà e sicuramente neppure si curerà di affrontare il compito di ricostruire una politica decente per questo paese. Sarebbe davvero illusorio credere che un autorevole esponente del mondo dell’economia, privo di qualsiasi esperienza politica concreta e delle necessarie relazioni anche di potere, intenda impegnarsi in un compito che i politici italiani non hanno saputo adempiere da un quarto di secolo. “Lasciate ogni speranza voi che entrate” nel mondo della cattiva politica e della non-politica. Espressi i dovuti riconoscimenti a Draghi per la sua personale dedizione, sarà il caso di pensare a altri protagonisti per la ricostruzione della Politica.   

Pubblicato il 4 febbraio 2021 su formiche.net

Mattarella saggio che difende la carta #discorsodifineanno @Quirinale @fattoquotidiano

Dal Colle del Quirinale si vedono, oltre che la sede della Corte Costituzionale, anche i palazzi della politica. Naturalmente, per vedere meglio e capire di più quello che si guarda bisogna avere qualche conoscenza di base, altrimenti si rischiano svarioni e errori di valutazione. Non possono esserci dubbi che il Presidente Mattarella possegga molto di più che semplici conoscenze di base. Parlamentare per diverse legislature, più volte Ministro, per alcuni anni anche giudice costituzionale, Mattarella è persona notevolmente informata dei fatti, dei non fatti e dei malfatti. Inoltre, occupa una carica e svolge un ruolo che è al centro del sistema politico e, al tempo stesso, gli impone e gli consente di continuare a ricevere informazioni.

   Non concepita dai Costituenti come una carica di grande rilevanza politica, la Presidenza della Repubblica italiana ha acquisito una imprevista centralità a partire dall’inizio degli anni Novanta dello scorso secolo in concomitanza nient’affatto casuale con il declino dei partiti politici. Pur ancora scelto dai partiti, il Presidente della Repubblica si è trovato dotato di poteri istituzionali e politici significativi e costantemente sollecitato a utilizzarli anche a fronte delle debolezze e delle carenze dei partiti politici. Comprensibilmente, tanto più il Presidente conosce(va) le istituzioni e, in particolare, il Parlamento (e i parlamentari) tanto meglio è in grado di svolgere tutti compiti che gli affida la Costituzione. Alcuni critici di parte hanno accusato i due Presidenti di più lunga esperienza parlamentare, Oscar Luigi Scalfaro (1992-1999) e Giorgio Napolitano (2006-2013; 2013-2015) di avere ecceduto nell’esercizio dei poteri presidenziali, di avere talvolta operato, certo non contro la Costituzione, ma extra Constitutionem. Dissento, ma capisco che da questa critica possa discendere talvolta la richiesta/proposta che il Presidente venga eletto direttamente da popolo.

   Proprio perché per esperienza istituzionale e per cultura politica, Mattarella è perfettamente attrezzato sia a fare pieno ricorso ai poteri e alle prerogative presidenziali sia a evitare improduttivi scontri con quel che rimane dei partiti, finora la sua Presidenza è stata apprezzata da quasi tutti. Di recente, persino dal quotidiano progressista spagnolo “El Paìs”, ma, inevitabilmente, non è sfuggita alle critiche particolaristiche di coloro fra i politici che preferiscono muoversi in base ai loro interessi e vantaggi particolaristici. Il Presidente Mattarella non ha mai replicato direttamente, ma le sue azioni e le sue decisioni, sempre riferibili in maniera coerente alla Costituzione, parlano per lui. Che si trattasse di nominare il Presidente del Consiglio oppure di procedere o no allo scioglimento del Parlamento, Mattarella ha fatto costante e preciso riferimento alla Costituzione. Nei suoi messaggi di fine anno agli italiani, Mattarella, contrariamente ad alcuni suoi predecessori, non ha mai replicato ai critici, ma ha sempre lasciato trasparire le sue preferenze.

   Il Presidente, “arbitro” si è definito nel discorso di accettazione, ha, per l’appunto, regolamentato il gioco, spesso falloso, delle diverse parti politiche. Lo ha fatto con riferimento a due stelle polari: la rappresentanza dell’unità nazionale che gli compete a norma di Costituzione e l’equilibrio e la stabilità del sistema politico. In questa chiave, è possibile apprezzare appieno alcuni contenuti più propriamente politici del suo messaggio di fine anno. Il richiamo all’Unione Europea e alla sua capacità di imparare e migliorare rispetto a quanto (non) fatto più di dieci anni fa per contrastare la crisi economica e la valutazione positiva della scienza nell’affrontare la pandemia debbono fare fischiare le orecchie ai sovranisti e ai no-vax. L’annuncio tout court che il 2021 è l’ultimo anno della sua Presidenza indica la sua indisponibilità ad accettare una eventuale rielezione. Ricordo che Napolitano si sentì obbligato ad una rielezione a tempo a fronte di enormi pressione di parlamentari incapaci di trovare il suo successore.

   Due punti chiave che Mattarella ha sofficemente inserito nel suo discorso riguardano direttamente il governo e il suo futuro. Da un lato, sta l’invito a “non perdere tempo”. I ritardi e gli errori del passato, ricordati da Mattarella, solo in parte giustificabili, non debbono essere riprodotti. Dall’altro, ed è la frase più forte del suo discorso, “non vanno sprecate energie e opportunità per inseguire illusori vantaggi di parte”. Ciascuno, nella coalizione di governo e nei ranghi delle opposizioni, faccia, ma so che è un appello disarmato, il suo esame di coscienza. Comunque, grazie, Presidente Mattarella. 

Pubblicato il 2 gennaio 2021 su Il fatto Quotidiano

Lecciones que nos va dejando la pandemia @clarincom

Cualquier estrategia de cierre más o menos selectivo de las fronteras nacionales puede lograr cierto éxito, pero si no va acompañada de otras intervenciones importantes, a mediano plazo terminará mostrando fallas y resultará costosísima.

Millones de hombres y mujeres diferentes por todas las características posibles e imaginables, en un orden sin importancia (ya que es probable que cada uno tenga sus propias preferencias): color de piel, religión, nivel de educación, ingresos y patrimonio, edad, clase social, nacionalidad y lugares de residencia, han estado obligados a permanecer encerrados en sus casas (muchos aún lo están).

Durante meses no tuvieron relaciones sociales. Miraban con gran sospecha a quien se les acercaba. Trataron de evitar cualquier contacto físico. Los límites entre precaución, miedo y desconfianza respecto de los demás resultaron extremadamente lábiles. Si la pandemia aparece y se transmite de persona a persona, es necesario pues mantenerse a distancia de cualquier persona portadora potencial de contagio.

Hizo falta cerrar, además de otras fronteras, las puertas de la casa. Algunos, como el Primer Ministro británico Boris Johnson y los gobernantes suecos, creyeron que podían frenar la propagación del contagio esperando la llamada inmunidad de los rebaños.

No funcionó. Por el contrario, fueron los países que procedieron más rápidamente y de manera más drástica al confinamiento y al aislamiento, como Nueva Zelanda, los que obtuvieron los mejores resultados en cuanto a salvar vidas de sus ciudadanos, disciplinados porque tienen gran confianza en su gobierno y en la Primera Ministra.

Los líderes que se jactaron de la libertad que les dejaban a sus ciudadanos, como Trump y Bolsonaro, son quienes cargan en su conciencia con un número elevadísimo y en aumento de muertes. Ambos presidentes deberían haber aprendido de los mismos teóricos de la libertad, los verdaderos liberales, que la libertad de cada uno de nosotros/de todos termina donde se encuentra con la libertad de cualquier otra persona.

Para muchos fue demasiado fácil atribuir la pandemia y la catástrofe socioeconómica que causó a la globalización, a ese fenómeno extraordinario de nuestra época que, directa o indirectamente, involucra a todos, que no sabemos cómo gobernar, que no somos capaces de frenar y mucho menos anular.

Nadie puede considerarse fuera de la globalización, ni siquiera los religiosos, frailes y monjas, relegados a sus conventos, excepto, tal vez, los ermitaños, siempre que vivan realmente solos, logrando mantenerse alejados de todo y de todos: una condición que se aplica a muy pocos. No man is an island, escribió ya en 1624 el poeta inglés John Donne.

Por lo tanto, cualquier estrategia de cierre más o menos selectivo de las fronteras nacionales puede lograr cierto éxito, pero si no va acompañada de otras intervenciones importantes, a mediano plazo terminará mostrando fallas y resultará costosísima.

Los hombres y las mujeres no sólo viven en sociedad, sino que siempre han tratado de mejorar sus oportunidades y condiciones de vida yendo a diferentes lugares e intercambiando ideas, pero también bienes. El libre comercio es un componente importante de la libertad de las personas, quizás esencial. Sin comercio sere(ía)mos todos más pobres. No puede haber comercio sin libertad de movimiento también para las personas.

Podría no existir una solución definitiva a la pandemia, al Covid-19, pero, obviamente, es imperativo avanzar en la búsqueda de una vacuna. Es posible que algunos laboratorios nacionales ya estén por delante de otros, en ocasiones porque han intercambiado información entre ellos, la ciencia es a menudo colaboración, y porque sus investigadores proceden de experiencias de estudio y trabajo en una multiplicidad de países. Algunos estados, como EE.UU., parecen querer restringir el conocimiento, la producción y la disponibilidad de vacunas exclusivamente a sus ciudadanos.

Es muy poco probable que tengan éxito con su nacionalismo o “proteccionismo de la vacuna”, consecuencia lógica de lemas como “America First” (Estados Unidos Primero). Sin embargo, ni siquiera la “salvación” individual de una nación, de un pueblo se encuentra en hacer revivir el aislacionismo y en cerrazones egoístas.

Un día será posible evaluar la acción en conjunto de la Organización Mundial de la Salud. También se puede presuponer y considerar que ha cometido algunos errores de subestimación y diplomacia excesiva, por ejemplo, en relación con la gravísima falta de transparencia de China, que no se atrevió a cuestionar y criticar desde el principio.

Es indudable, no obstante, que sólo una organización internacional supranacional es y será capaz de dar respuestas válidas y coordinadas, acordadas por la organización con los estados miembros en un constante flujo mutuo de información y conocimientos.

Al final de la jornada, aunque el día va a ser muy largo todavía, casi todos deberíamos haber aprendido algunas lecciones fundamentales. La primera lección es que sin una autoridad central, nacional que reconozca el rol de la ciencia y las competencias específicas de los científicos y busque respuestas y remedios colectivos, el Covid-19 habría producido un desastre aún más devastador.

La segunda lección es que sin un acuerdo global entre los estados, un acuerdo que sólo una organización como la OMS (adecuadamente revisada) y similares puede fomentar, proporcionando orientación y control, el mundo seguirá padeciendo consecuencias gravísimas por las emergencias que se produzcan.

A modo de conclusión, en la medida en que gobernantes, representantes y ciudadanos quieran estar preparados para una futura emergencia, se vuelve indispensable reflexionar sobre las modalidades de las relaciones vigentes entre la sociedad civil y el Estado no sólo en cada situación nacional, sino a un nivel superior. Para quienes piensan que es necesario un nuevo contrato social, el material para intentar una primera elaboración es ya abundante.

Gianfranco Pasquino 01/08/2020 Clarín.com  

Traducción: Román García Azcárate

Regionali, cosa mi aspetto dai candidati. Scrive il prof. Pasquino @formichenews

Chi vuole uno Stato delle autonomie deve volere anche e (quasi) subito dimostrare che la sua autonomia la sa esercitare, per esempio, avendo già speso nella sua interezza i vecchi fondi europei, e rendendo meglio preparata, più snella, più efficace la burocrazia regionale. Il commento di Gianfranco Pasquino

Mi pare sia già cominciata in tutte le regioni che voteranno, se confermato, il 20 settembre, una articolata e approfondita riflessione sui temi della campagna elettorale al tempo del Covid-19. Gli acutissimi retroscenisti del Corriere della Sera e de Il Giornale e gli austeri (sic) commentatori de La Stampa e di Repubblica hanno smesso di annunciare la fine del governo Conte. Si sono dedicati da par loro, o mi sbaglio?, a sollecitare i Presidenti che si ricandidano e i loro sfidanti che, come minimo, delineino un progetto di regione. Par condicio: infatti, non c’è nessuna ragione per essere meno esigenti con le autorità regionali di quello che si chiede a Conte e al suo governo. D’altronde, se, finalmente, a livello nazionale, qualcuno, sarà forse proprio il presidente Conte, fra una conferenza stampa e quella successiva?, saprà tirare le somme e fare la sintesi delle proposte formulate agli Stati Generali, vedremo il progetto di rilancio del Paese per i prossimi numerosi anni.

Altruisticamente, Conte lavora per il suo successore a Palazzo Chigi – per i nomi bisogna chiedere ai retroscenisti senza accontentarsi di quello di Mario Draghi e, neppure, di Carlo Cottarelli. Il suo Progetto di Rilancio dovrebbe contemplare la chiarissima individuazione dei settori portanti, l’indicazione degli interventi, dei tempi, dei costi e dei vantaggi e anche del coordinamento con le regioni. Se, infatti, terminata la davvero penosa melina sull’accettazione dei 36/37 miliardi di Euro del Mes si deciderà di investire nelle spese sanitarie dirette e indirette, le regioni dovranno necessariamente essere coinvolte. Dovranno dire quanti fondi desiderano e come li spenderanno, magari investendo non solo in assunzioni e strutture, ma anche nel settore bio-medicale che è un’eccellenza nazionale. Ascolteremo almeno EmilianoToti e De Luca spiegare come stanno rendendo digitale e verde la loro economia? Naturalmente, finita, almeno temporaneamente, la vertenza sulle modalità di riapertura delle scuole, da tutti, uscenti e candidati, saremo prontamente informati delle criticità e dei successi nonché degli obiettivi di miglioramento.

Nella pandemia a molti, me compreso, è parso che lo Stato si sia visto riconoscere quel ruolo centrale nella mobilitazione, nella assegnazione e nella distribuzione di risorse al quale nessun mercato potrebbe mai supplire. Ai candidati alle cariche di governo regionali sembra più che lecito chiedere se vorranno usare il loro potere in chiave interventista e se, all’uopo, sanno già come riformare e rendere più dinamiche le rispettive burocrazie regionali. Non è soltanto la burocrazia “nazionale” a costituire la palla al piede di governi che già non sono vivaci, iperattivi, decisionisti. Chi vuole uno stato delle autonomie deve volere anche e (quasi) subito dimostrare che la sua autonomia la sa esercitare, per esempio, avendo già speso nella sua interezza i vecchi fondi europei, e rendendo meglio preparata, più snella, più efficace la burocrazia regionale. Poi, con gli apporti decisivi di Di Battista e Scalfarotto, di Azione di Calenda, proiettata dai sondaggi di Pagnoncelli ad un irresistibile 2,8%, di marmotte e altri graziosi animali, discuteremo di convergenze e di coalizioni e soprattutto di programmi, classico cavallo di battaglia di chi vuole posti. Faites vos jeux.

Pubblicato il 28 giugno 2020 su formiche.net

La piazza di Salvini e Meloni non aiuta la destra. Pasquino spiega perché @formichenews

Dalle piazze di Roma (no, di Pappalardo non voglio neppure discutere, farei un torto persino a Salvini e Meloni) è venuto un rumoroso messaggio che non è sufficiente per coprire e nascondere un grande vuoto culturale. Alla destra italiana il compito di elaborazione politica, di aggiornamento, di proposta. Il commento di Gianfranco Pasquino

 

Le piazze del 2 giugno hanno messo in mostra il vero volto della destra italiana. Nel giorno della Festa della Repubblica, ammirevolmente “interpretata” dal Presidente Mattarella, i sovranisti, che pure questa Repubblica dovrebbero esaltare, hanno fatto i loro piccoli e meno piccoli sfregi. Peccato che Tajani (Forza Italia) non si sia sentito imbarazzato e non abbia preso le distanze. La libertà di manifestare non è minimamente in discussione. Dopodiché, se gli assembramenti sono vietati, una destra “legge e ordine” non si accalca. Mantiene le distanze. Non si sbraccia e abbraccia. Si mette e conserva le mascherine. Se la destra vuole criticare il governo Conte, lo può fare. Non è un “diritto”, ma una facoltà da esercitare dove e quando vuole, magari in Parlamento (che, lo voglio ricordare solennemente, può essere autoconvocato da un terzo dei parlamentari, art. 62), meglio se non in una ricorrenza nazionale. Almeno la Repubblica dovrebbe essere patrimonio di tutti gli italiani (o quasi), anche di quelli che un tempo non molto lontano facevano un uso improprio (che classe!) del tricolore.

Non ho nessun dubbio che anche il Presidente della Repubblica può, in una democrazia, essere criticato, che non è la stessa cosa del diventare oggetto di insulti e di offese. No, non hanno dato un bello spettacolo la destra e i suoi sostenitori piazzaioli. Con tutta probabilità, non poteva essere diversamente. In quanto predicatore di “buona Politica”, sono costretto a ricordare a chi esibisce il rosario le parole della Bibbia (che stanno sicuramente scritte anche nella Bibbia sventolata dal convertito Trump): “Chi semina vento raccoglie tempesta”. E, aggiungo, perde credibilità.

La destra italiana ha mostrato le sue grandi difficoltà di elaborazione politica, di aggiornamento, di proposta. Si può chiedere di più all’Unione europea, meglio se, per essere appunto credibili, si riconosce quello che ha già fatto, comunque promesso. Naturalmente, “chiedere” all’Unione europea significa prendere atto che l’Italia non ha né perso né ceduto la sua sovranità, ma la condivide con altri Stati, la maggioranza dei quali intende cooperare, coordinare i suoi sforzi per alleviare l’impatto della pandemia e attutirne le conseguenze. Riconoscere questo “stato dell’arte” implica fare esplodere la dottrina (sic) del sovranismo, curiosamente intrattenuta anche da frange di sinistra: i sovranisti convergenti.

No, l’Italia non starebbe meglio se, lo scrivo con un verbo vago, si allontanasse dall’Europa e si ponesse in una condizione di lockdown politico. Privata della carta del sovranismo, che cosa è la destra italiana, più precisamente, che cosa sono la Lega per Salvini premier e Fratelli d’Italia? Personalmente, sono molto “antico” e quindi chiedo: quale cultura politica (non solo rivendicazioni) nutre e sostiene la destra italiana? Dalle piazze di Roma (no, di Pappalardo non voglio neppure discutere, farei un torto persino a Salvini e Meloni) è venuto un rumoroso messaggio che non è sufficiente per coprire e nascondere un grande vuoto culturale. Play it again, Sal.

Pubblicato il 3 giugno su formiche.net

 

¿Se va poder recrear el mundo de antes, a pesar de las restricciones sanitarias? ¿La economía va a ponerse en marcha bajo estas duras condiciones? #entrevista #PostPandemia #Mundo

Corresponsales en Línea

La Once Diez

May 31, 2020 10:28 Created by Juan Martín Leonetti

La post pandemia comenzó lentamente en Francia, Italia y Gran Bretaña. Una cuidada apertura para salvar su economía, su hotelería y no producir mayores daños psíquicos a su población. Lo que han podido, frente el coronavirus, es controlar la velocidad de su propagación. Pero el virus está. Hay que aprender a convivir y trabajar con él. Un nuevo mundo ,donde las costumbres del viejo mundo van a pasar al olvido. Serán una gran nostalgia.
¿Se va poder recrear el mundo de antes, a pesar de las restricciones sanitarias? ¿La economía va a ponerse en marcha bajo estas duras condiciones?

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Coronavirus en el mundo Gianfranco Pasquino. No culpes a la globalización (de propagar la peste) @clarincom

Encerrado en su casa, el notable politólogo analiza la geopolítica del virus que azota Italia, se desparrama por Estados Unidos y está en nuestro país. El sistema global no es el culpable directo, sostiene el profesor.

La globalización no es la causa del coronavirus. En el peor de los casos, la globalización puede ser considerada un factor facilitador en la propagación del virus. A la espera de una respuesta satisfactoria por parte de los académicos, la responsabilidad de la aparición del virus recae en un conjunto de elementos que denomino “condiciones de vida, de trabajo y del medio ambiente”. Aunque el coronavirus no pueda ser definido, como lo hace brutalmente el presidente Trump, como el “virus chino”, tampoco se puede negar que en muchos lugares de China hay condiciones demasiado favorables para la aparición de enfermedades epidémicas. Quizás nunca lo sabremos, y esto ya es un gran inconveniente, pero la existencia del virus parece haber sido reportada al menos un mes antes de que las autoridades políticas chinas lo dieran a conocer. La información fue suprimida, el fenómeno negado. Esto es lo que hacen, lo que pueden hacer, los regímenes totalitarios. Ya hace décadas que el economista indio Amartya Sen señaló que donde no hay libertad de información, la respuesta –ante ante una hambruna, por ejemplo–, es más difícil, fragmentada, lenta y sobre todo evita que se tomen las medidas adecuadas. El resto, por supuesto, tiene que ver con la calidad del liderazgo político, con su credibilidad, la disposición a aceptar las recomendaciones de los expertos, en este caso, médicos e investigadores, e implementarlas. ¿Podría argumentarse, entonces, que en la fase de implementación el poder totalitario es más efectivo que el poder democrático para resolver la crisis? Puede ser. En China el virus ha sido prácticamente derrotado, como afirman las autoridades, pero nadie puede asegurarlo ni verificar la información de las autoridades. Nadie tiene los números necesarios para evaluar cuáles han sido los costos en vidas humanas de las dramáticas demoras iniciales, y los absolutos. Hoy China trata de recuperar credibilidad al otorgar una enorme ayuda a Italia, que, al menos en Occidente, es el país más afectado.

Gianfranco Pasquino en Buenos Aires, 27 de septiembre de 2019. Foto: Juano Tesone

¿Por qué exactamente Italia? La respuesta más simple gira en torno a dos elementos. En primer lugar Italia tiene relaciones intensas con China, especialmente económicas. En segundo lugar, los portadores del virus que se contagiaron en China regresaron a zonas altamente pobladas y económicamente avanzadas de Italia (Lombardía sobre todo, luego Véneto y Emilia-Romaña), por lo que la propagación y el contagio se ha desarrollado muy rápidamente. Las autoridades políticas regionales y nacionales respondieron en la medida de lo posible y conocible. No hay evidencia de que hayan minimizado el peligro ni de que hayan suprimido la información que, en verdad, ha circulado ampliamente y libremente (en todo caso, las críticas deben dirigirse a los periódicos y periodistas de derecha que negaron la emergencia), y nunca han caído en exceso del alarmismo. Sin embargo, empezando por las fluctuaciones y manipulaciones reprobables de Trump y la subestimación cínica del primer ministro Boris Johnson –comportamientos criticados por los medios masivos–, la respuesta de las autoridades ha sido sin duda inadecuada. También se habló de inadecuación en la respuesta de la Unión Europea. La acusación contiene solo una parte de verdad. Desde lo económico, la UE está interviniendo para apoyar a los países afectados por el coronavirus, incluso anticipando cambios importantes en lo que concierne a toda su política económica. Por otro lado, los poderes en materia sanitaria no están en manos de la Comisión Europea, sino de los Estados miembro que, tal vez, aprenderán para el futuro, pero que ahora son responsables de no haber elaborado una respuesta compartida.

Nuevamente el problema de quién decide y cómo. La lección es: una autoridad política supranacional responde más efectivamente frente a una pandemia. Y es correcto preguntarnos sobre la democracia, hoy y mañana. Hasta ahora, los jefes de gobierno, con mayor o menor celeridad, han tomado sus decisiones sin ser “obstaculizados” por sus respectivos parlamentos y ni siquiera por las oposiciones, ninguna de las cuales ha podido ofrecer soluciones técnicas y políticas diferentes y potencialmente mejores que las de sus respectivos gobiernos. Noté una gran disponibilidad y receptividad de los gobiernos a las opiniones de técnicos, expertos y científicos. Sin embargo, no creo que haya surgido el riesgo de un futuro gobierno de tecnócratas. Me preocupan, en cambio, algunas medidas tomadas por los gobiernos, en particular las relacionadas con la restricción de la libertad personal: la invitación a quedarse en casa y las sanciones para quienes no cumplan esta invitación sin razones válidas. Aprenderemos, tal vez, y no solo por lo que concierne a la salud, que la libertad de cada uno de nosotros encuentra, o más bien debe encontrar (y aceptar) como límite insuperable el de la libertad y la salud de los demás. ¿Aprenderemos también que en emergencias, pero quizás en muchas otras circunstancias, la confianza interpersonal es un recurso crucial para la democracia y para una vida mejor?

Después del coronavirus no vamos a ser necesariamente mejores que ahora, si no aprendemos otra lección clara: todos estamos en el mismo barco de la globalización y nuestra vida depende, en un sentido amplio, de la calidad del medio ambiente y las modalidades (debería decir modalidades capitalistas, pero no quiero excluir a China, régimen totalitario de capitalismo de estado) del desarrollo. Al golpear a todos indiscriminadamente, una pandemia también puede reducir las desigualdades, como argumentó Walter Scheidel en un gran libro: El gran nivelador. La violencia y la historia de la desigualdad desde la era de Piedra hasta el siglo XXI. Si este es el caso, no sé en qué medida la satisfacción del resultado nos hará olvidar el dolor del precio que pagamos.

27/03/2020 Clarín.com  Revista Ñ  Ideas

Traducción: Andrés Kusminsky. ©Gianfranco Pasquino, autor del libro Bobbio y Sartori. Entender y cambiar la política (2019), próximamente traducido por Eudeba.