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Coerenza, vo cercando ch’è sì cara…

Dove sta la linea divisoria fra coerenza e opportunismo? Ho sempre pensato che i due grandi paesi anglosassoni, capostipiti, rispettivamente delle Repubbliche presidenziali e delle democrazie parlamentari, offrissero gli esempi migliori della coerenza in politica, di politici coerenti che maturano una posizione, la mantengono nelle avversità, ne accettano la totale responsabilità. Di recente, ho visto queste qualità in Robert Kennedy e in John McCain, ma anche, pur ritenendo le sue politiche sbagliate, in Margaret Thatcher (troppo facile citare Winston Churchill). Poi, brutto segno dei tempi, sulla scena politica USA ha fatto irruzione Donald Trump e, più di recente, sulla scena londinese si è affermato Boris Johnson. Entrambi esemplari di opportunismo, che non definirò mai “puro”, per i quali l’unica coerenza è la ricerca del potere, la soddisfazione del narcisismo, lo sberleffo.

La politica, l’ho imparato da tempo, è l’arte di costruire le condizioni del possibile, pongo l’enfasi sul verbo costruire, quindi di afferrare le opportunità, di utilizzarle, piegarle, indirizzarle. Chi si chiama fuori è perduto. Chi è senza una bussola di valori ondeggia, oscilla, diventa preda di altri. C’è un solo modo, weberiano, di chiamarsi fuori rimanendo coerenti: accettare la sconfitta e ricominciare da capo. Senza sostenere di avere comunque avuto ragione e che i tempi non erano maturi. Sono sempre stato in disaccordo con l’affermazione che si meritano la sconfitta coloro che hanno ragione in anticipo sui tempi, troppo presto sostengono gli opportunisti. Non ritengo affatto geniali i comportamenti di coloro che contraddicono platealmente quanto hanno affermato poco tempo prima senza neppure curarsi di offrire una spiegazione. Neppure l’affermazione che solo le persone stupide non adattano i loro comportamenti alle mutate situazioni mi ha mai convinto pienamente. Certo, cambiare i comportamenti è possibile e spesso auspicabile, ma lo si deve fare riconoscendo gli errori insiti nei comportamenti precedenti, magari chiarendo le motivazioni dei comportamenti sbagliati e quelle dei nuovi comportamenti.

Non sono in grado di valutare le ragioni (non può essere quella da lui addotta “sterilizzare l’aumento dell’IVA”, sarebbe banale e preoccupante per povertà di visione) che hanno spinto Matteo Renzi a chiedere quel governo con le Cinque Stelle che lui aveva fermamente rigettato dopo la sua pesante sconfitta elettorale del marzo 2018. Qui, non scenderò in nessun particolare poiché in quanto a coerenza anche il gruppo dirigente delle Cinque Stelle ha molto su cui riflettere. Invece, il Presidente del Consiglio Conte, attraverso errori e ripensamenti e soprattutto apprendimenti accelerati, sembra essere riuscito a capire e a fare capire come sono maturate le sue posizioni che ne giustificano la permanenza a Palazzo Chigi seppure con una compagine governativa molto diversa, oppure proprio per questo.

Adesso, il discorso sulla coerenza si sposta sulle politiche del governo e soprattutto sui rapporti con l’Unione Europea. Coerenza è mantenere gli impegni presi dall’Italia, molti dei quali si trovano nei Trattati, in particolare in quello di Lisbona. Coerenza è credibilità delle posizioni che i Ministri italiani prenderanno e delle responsabilità che si assumeranno. Coerenza, infine, è spiegare agli italiani che il problema non è riacquisire quella sovranità che condividiamo con gli altri stati-membri dell’Unione, ma procedere e approfondire affinché diventi presto possibile sentirsi e essere al tempo stesso concretamente italiani e europei-europei perché italiani. Allora coerenza è insegnare l’educazione civica in chiave di patriottismo europeo e praticarla nella speranza che gli operatori dei massa media sappiano (e vogliano) “narrarla” senza stravolgimenti. Amen.

Pubblicato il su paradoxaforum.com

La egemonia della Destra

La Destra, in particolare nella versione che ne offre costantemente Matteo Salvini, ha acquisito una egemonia anche, forse, soprattutto culturale nell’Italia contemporanea? Lasciando, per una volta, da parte le responsabilità, che pure ci sono e grandi, del Partito Democratico, politiche e culturali, di persone e di proposte, a quali fenomeni/fattori bisogna guardare? La nuova Lega e il suo Capitano hanno soltanto saputo sfruttare una onda alta di insoddisfazione (peraltro, in competizione con le Cinque Stelle) e stanno facendo operazioni da abili surfisti oppure c’è qualcosa di più profondo nella cultura e nella politica in particolare italiana che la Lega interpreta meglio di chiunque altro?

Davvero si tratterebbe di una nuova manifestazione del fascismo? Perché, a mio modo di vedere di un “ritorno”, non potremmo assolutamente parlare, dal momento che il fascismo, notoriamente, in Italia non è mai andato via perché mai gli italiani hanno voluto fare i conti con se stessi e sempre hanno cercato di fare dimenticare le loro colpe spingendo sotto il tappeto quelli che Renzo De Felice chiamò Gli anni del consenso (1929-1936)? La  mia risposta è negativa, discutibile, ma solo da chi conosce non solo il fascismo italiano, ma anche come giunsero al potere i movimenti autoritari in Europa e America latina.

Due tematiche hanno finora fatto la fortuna politica di Salvini: l’immigrazione e la sicurezza. Sono anche legate fra di loro, ma non così strettamente come Salvini e diverse frange della sua Lega vorrebbero fare credere. In termini tecnici: agenda setting e issue ownership, da un lato, Salvini ha dettato l’agenda, dall’altro, si è impadronito saldamente di entrambe le tematiche. È presumibile che le due tematiche durino nel tempo, ma da sole certamente non garantiscono una egemonia culturale, anche se scomparse, snervate e sfibrate, le culture politiche del XX secolo (Paradoxa, La scomparsa delle culture politiche in Italia, Ottobre/Dicembre 2015 documenta il possibile), non esiste nessun argine.

Sull’onda del trumpismo, Salvini continua a dire “prima gli italiani” e questa sì è una tematica che ha radici profonde e durature. Fare leva sull’identità in una fase in cui pare sfidata sia dagli immigranti che da coloro che predicano accoglienza e solidarietà dalle loro comode abitazioni cittadine nelle zone a traffico limitato lasciando che quell’accoglienza e quella solidarietà la forniscano gratis et amore dei gli abitanti delle periferie è un’operazione che fa acquisire molti consensi. Può anche essere sfruttata come sfida all’Unione Europea le cui politiche sui migranti non sono state coronate da successi spettacolari. L’identità nazionale può essere utilizzata contro le sinistre da sempre e, almeno in parte correttamente, accusate di debole identità nazionale e di esagerato europeismo “mentale”, non politicamente argomentate. Che, poi, nella sinistra facciano outing anche i non pochi sovranisti è una scoperta soltanto per coloro che la sinistra la frequentano poco e la idealizzano molto. Non è qui che si troveranno gli anticorpi al “corpo” del leader Salvini.

Da ultimo, sta in Salvini e nel suo ampio seguito leghista la mentalità, che non vorrei mai chiamare “cultura”, del cittadino libero e produttivo contro lo Stato impiccione e sprecone. Dovremmo ricordare che è questa mentalità che si è ritrovata d’un sol colpo unita dentro la Forza Italia delle origini, che è stata blandita e remunerata dai governi di Berlusconi, che ha sempre dimostrato di essere molto diffusa, quasi fosse la mentalità italiana, degli italiani. Ed è questa mentalità con le sue radici profonde che può effettivamente costituire il sostrato di lungo periodo dell’egemonia di Salvini della destra. Voi chiamatela se volete “populistica” poiché implica la delega piena al Capitano, cioè al leader. Aggiungete il sovranismo e la miscela è quasi completa. Comunque, funziona e soprattutto rappresenta una parte cospicua degli italiani. Parte di questa miscela circola anche dentro il Movimento Cinque Stelle con una spruzzatina di democrazia diretta che, in verità, è una forma di delega mascherata. Parte, infine, ma in dosi molto minori si trova in quasi tutti gli Stati-membri dell’Unione Europea, ma molti di loro non hanno alle spalle un’esperienza fascista di impronta duratura.

Per concludere, non piangerò neppure una lacrima furtiva sul paese che ha dato i natali a Dante e Leonardo, a Cavour e a Garibaldi, a Spinelli e a De Gasperi. Nelle mentalità della Destra e dei suoi elettori sono quasi tutti dei Carneadi anche se qualcuno fra loro i voti li aveva, eccome. I successori non ne hanno fatto buon uso. Recuperarli richiede, cominciando subito, almeno una generazione (anche su questo “Paradoxa”, Giovani e futuro della politica. Oltre il disincanto, Ottobre/Dicembre 2018).

Pubblicato il 24 giugno 2019 su PARADOXAforum

La politica domani. A latere della discussione

 

 

 

A latere della discussione/confronto con Enrico Letta su La politica domani, mi fa piacere aggiungere alcune, poche, ma precise considerazioni. Senza scherzare, anzi, con non poca preoccupazione, ripeto che, purtroppo, la politica ‘domani’ è già largamente pregiudicata dall’oggi. Sarà, e mi rivelo seguace di von Clausewitz, la politica di oggi perseguita con altri mezzi. Enrico Letta ha dichiarato che almeno uno di quegli altri mezzi lo sta già utilizzando: Instagram. Lo ha imparato insieme ad altre cose di cui ha scritto nel suo libro. Non mi chiedo che cosa ci sarà ancora nella politica di dopodomani che è il mio orizzonte (anche se probabilmente non arriverò a vederla!). Sono preoccupato da quello che non ci sarà (mai) più: contenuti e stile. Per capire e prevedere dovremmo interrogarci ancora più a fondo su come cambia la comunicazione politica e su come le persone si rapportano fra loro, socialmente e politicamente. Esiste ancora questa distinzione? C’è molto da imparare.

Di frequente viene ripetuta una frase famosa: «un politico guarda alle prossime elezioni; uno statista guarda alla prossima generazione. Un politico pensa al successo del suo partito; lo statista a quello del suo paese» (attribuita al teologo americano James Freeman Clarke 1810-1888). Quando guardo la politica italiana e lo faccio, inevitabilmente, tutti i giorni, pur tenendola a distanza, mi rendo immediatamente conto, ma non è una grande scoperta, che gli statisti non abitano qui. Né mi sembra di scorgere fra le leve emergenti alcuni statisti in the makingin fieri. Per questa ragione parlo della politica di dopodomani.

Il declino dei partiti, avvenuto e certificato, anche se i Cinque Stelle stanno cercando di ri-organizzarsi, senza dirlo, come, fra enormi contraddizioni e inadeguatezze, partito, rende difficilissima, anzi improbabile, la comparsa di statisti. Nessuna preparazione politica nessuna competenza nessuna pazienza (virtù rivoluzionaria secondo Gramsci): nessuna possibilità che uomini e donne interessati alla prossima generazione e al sistema politico (qui aggiungerei all’Europa) siano espressi dall’Italia, in Italia.

Sempre ci diciamo che è un problema che trova il suo inizio di soluzione nella scuola – dove, però, scopriamo che la storia è oramai un insegnamento residuale e troppi pensano che la Costituzione debba essere inquadrata sotto Diritto, mentre è Storia più Politica (dirò, più precisamente, ‘scienza politica’). Gettiamo quindi la responsabilità di migliorare la politica sui giovani che non sono responsabili della mala politica e che possono difendersi dicendo che nella mala politica proprio non ci vogliono entrare. Il fascicolo di «Paradoxa» dedicato ai millennials (Giovani e futuro della politica. Oltre il disincanto, 4, 2018), non li colpevolizza, ma neppure li blandisce né chiede loro, ipocritamente, di farsi carico del futuro, quel futuro preparato colpevolmente dai loro genitori dall’inizio degli anni Ottanta. Comunque, il futuro arriverà per loro. Meglio che si attrezzino con tutti gli strumenti che capitano loro per le mani, A politici come Letta, rarissimi di questi tempi in Italia, e a chi se la sente (sugli intellettuali il video già contiene quel che penso) è inesorabilmente affidato il compito prima di disboscare la giungla politica italiana, poi di piantare e fare crescere gli esili steli della buona politica. Una cosa è certa: sarà necessario l’impegno di molti comunicatori, di molti insegnanti, di molti predicatori (non saprei dove collocare il mio maestro Norberto Bobbio, ma so interpretarne il rammarico per l’Italia incivile, degli incivili) per alimentare e sostenere la buona politica. E per sapere quale direzione intraprendere consiglio di guardare sempre, anche criticamente, a quello che succede in Europa. Where else?

Pubblicato il 28 febbraio 2019 su PARADOXAforum

Dialogo “La politica domani. Vai alla voce formazione” #hoimparato #GiovanieFuturo @EnricoLetta

Enrico Letta e Gianfranco Pasquino dialogano su giovani e formazione politica prendendo le mosse dal libro di Enrico Letta “Ho imparato” (Il Mulino, 2018) e dal fascicolo “Giovani e futuro della politica. Oltre il disincanto” (Paradoxa 4, 2018) curato da Gianfranco Pasquino.

Roma 25 febbraio 2019 Istituto Luigi Sturzo
Evento organizzato dalla Fondazione Nova Spes
Riprese video a cura di Radio Radicale

INVITO La politica domani. Vai alla voce formazione #Roma #25febbraio #hoimparato #GiovanieFuturo

Enrico Letta

Gianfranco Pasquino

modera Andrea Bixio

ROMA, 25 febbraio – ore 14,30
Istituto Luigi Sturzo – via delle Coppelle 35

La scomparsa delle culture politiche in Italia: note non troppo a margine

Ho pensato e ripensato a quel che, forse, avrei dovuto dire a commento degli interventi alla Tavola Rotonda (9 marzo, Biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini” Sala degli Atti parlamentari. Ne hanno discusso con il curatore Nicola Antonetti, Rosy Bindi, Mario Morcellini e Antonio Polito. ndr) e degli articoli pubblicati nel fascicolo di «Paradoxa» ottobre/dicembre 2015 sulla scomparsa delle culture politiche in Italia.

Mi ci provo in queste note a margine.

Come già perspicacemente rilevato da Laura Paoletti nella sua introduzione al fascicolo, è vero che, in modi e con intensità diverse, tutti i collaboratori “pur nell’unanime riconoscimento di una profonda crisi” si sono opposti a “controfirmare la scomparsa effettiva e definitiva del patrimonio culturale di cui sono rispettivamente chiamati a farsi interpreti”. In un modo o nell’altro, tutti hanno cercato di negare che la cultura loro affidata è scomparsa. Gli aggettivi si sprecano: offuscata, ridefinita, rispolverata, riorientata, magari aggiornata e quant’altro. Premetto che nessuno degli autori aveva letto il mio articolo. Quindi, non ne erano stati influenzati in nessun senso. A ciascuno degli autori, ad eccezione di Dino Cofrancesco (“formatosi” nella critica ad una versione dell’azionismo), era stato consegnato il compito di discutere della loro specifica cultura politica, nella quale si erano formati e della quale sono stati e tuttora si considerano esponenti di rilievo.

Non entro nei particolari di un discorso comunque molto complesso che, in un paese nel quale esistessero luoghi e spazi di dibattiti pubblici su tematiche che attengono alla vita organizzata, sarebbe destinato a attirare l’attenzione, a continuare intensamente e accanitamente e a diventare molto approfondito. Sottolineo, però, almeno una assenza che mi pare rivelatrice. Pur difendendo quello che resta della “loro” cultura fino a suggerire la possibilità, persino la necessità, di una sua riaffermazione, nessuno dei nostri collaboratori ha indicato nomi di riferimento, di uomini di cultura né, tantomeno, di politici, in grado di produrre e di guidare un rinascimento politico-culturale. Nessuno. Qualche nostalgia per il passato si è accompagnata a due critiche fondamentali. Sono scomparsi i luoghi di formazione delle élites. Non esiste un processo di selezione delle élites, in particolare, di quelle politiche. Credo di potere dedurne che i luoghi di formazione delle élites politiche che non esistono più sono quelli che per decenni erano stati approntati e fatti funzionare dai partiti, dalle loro sezioni e organizzazioni, dalle loro comunità (Francesco Alberoni inventò il fortunato termine “chiese” per le più solide di quelle comunità; per altre, la parola “sette” funziona più che soddisfacentemente).

Stendo un velo tutt’altro che pietoso sulla riemersione di cosiddette scuole di politica che, a cominciare da quelle del Partito Democratico, non hanno nessun intendimento pedagogico, ma sono passerelle per ministri e per politici che raramente hanno qualcosa da insegnare. In altri casi riunioncine di due o tre giorni, in un fine settimana servono quasi esclusivamente a rendere visibile l’esistenza di correnti e nulla più. D’altronde, e questo prova la mia argomentata tesi che le culture politiche in Italia sono scomparse, che cosa potrebbero insegnare in quei luoghi se loro stessi, improvvisati docenti, di cultura politica non ne hanno, se di personalità di valore non se ne trovano, se di autori di riferimento, italiani, europei, americani, “globali”, non ne sentono neppure il bisogno (ma, soprattutto, non ne conoscono), se il massimo della loro apertura culturale consiste nel lodare il Papa venuto da molto lontano? Dunque, quelle sedicenti scuole di politica sono, nel migliore dei casi, luoghi di incontro e di socializzazione per apprendere i voleri delle leadership politiche e promuovere e propagandare le azioni di una parte politica. Nulla di comparabile ai dotti convegni di San Pellegrino, a scuole come le giustamente mitiche Frattocchie, ai dinamici seminari di Mondoperaio, ma neppure ai campi Hobbitt. Questo per la formazione.

Quanto alla selezione, nella consapevolezza che i partiti di un tempo usavano una molteplicità di criteri, diversi da partito a partito e che contemplavano anche la fedeltà alla linea politica, i criteri attuali non sono certamente basati in maniera prioritaria su meriti in senso lato politici e culturali, ma su appartenenze di corrente, talvolta sull’anzianità nella struttura e quindi sul riconoscimento di progressione nella carriera, sulla capacità di sgomitamento per la quale qualche citazione colta, di libri letti, di acquisizioni culturali, di riferimenti a ideologie e idee potrebbero addirittura risultare controproducenti. In politica la migliore selezione avviene, da un lato, nella sperimentazione delle capacità amministrative e gestionali, dall’altro, attraverso la competizione che sistemi elettorali come il Porcellum e, in misura appena minore, l’Italicum non consentono affatto, essendo stati disegnati apposta per non consentire la competizione che, hai visto mai, farebbe persino emergere qualche personalità. I parlamentari nominati non debbono dare prova di avere una solida cultura politica, ma di essere graniticamente obbedienti e pappagallescamente ossequienti. Dunque, non ci saranno più scontri istruttivi fondati su visioni del mondo diverse, su strategie culturalmente attrezzate, sull’Italia che vorremmo nell’Europa dei nostri desideri.

A mio modo di vedere, la scomparsa delle culture politiche in Italia è dovuta anche alla povertà dell’insegnamento della storia e della Costituzione e all’impossibilità di discutere di politica, delle ‘cose che avvengono nella polis’, nelle scuole di ogni ordine e grado della Repubblica. Molto ambiziosa, ma assolutamente importante, sarebbe una ricerca a tutto campo su quello che è avvenuto nelle scuole italiane negli ultimi due o tre decenni. Non possiamo aspettarci che “La buona scuola” recuperi il tempo perduto né che riesca a formare cittadini politicamente consapevoli, ma, almeno, salviamoci quel che resta dell’anima, evidenziando la carenza di base: l’inesistenza di senso civico, con tutte le conseguenze relative, uso un termine per tutto, alla corruzione della Repubblica.

Ognuno ha le sue nostalgie. Ne analizzo due non perché sono mie, ma perché mi paiono in misura maggiore di altre particolarmente significative e, più o meno consapevolmente, abbastanza diffuse. La prima è la debolissima nostalgia della (cultura di) destra per la Nazione. Inabissatasi Alleanza Nazionale, alcuni dei successori hanno dato vita a Fratelli d’Italia. Meglio che niente, ma l’idea di nazione non sembra proprio il fulcro della loro azione politica. Come controprova si pensi a quanto è importante il riferimento alla Nazione per il Front National francese che, incidentalmente, non dovrebbe mai essere assimilato ad un qualsiasi movimento o partito populista. Il FN ha anche componenti populiste, ma la sua forza e la sua presa si spiegano sopratutto con il riferimento alla Nazione e allo Stato che, grande errore il dimenticarlo, figuravano prepotentemente nella ideologia del Movimento Sociale Italiano. Azzardo che chi avesse una forte idea di nazione e dei suoi valori potrebbe anche trovarsi attrezzato per esigere che a coloro che in questa nazione vogliono venire a vivere e a fare crescere i propri figli, venga richiesto di accettare, imparare e rispettare i valori della nazione. Poi, discuteremo anche se qualsiasi cultura politica non debba avere a fondamento i valori della nazione come formulati ed espressi nella Costituzione. Nel mio saggio, la risposta è inequivocabilmente affermativa.

La seconda nostalgia, quella per l’Ulivo, è tanto plateale quanto surreale. L’Ulivo non ebbe il tempo di creare una nuova cultura politica. La sua fu un’aspirazione non accompagnata da nessuna realizzazione. Non ricordo cantori della cultura politica dell’Ulivo né interpreti efficaci. Ricordo il rappresentante politico di vertice dell’Ulivo, Romano Prodi, che mai si curò della sua cultura politica. Ricordo che coloro (Piero Fassino e Francesco Rutelli, certamente non noti operatori culturali) che affrettarono la fusione fredda fra due culture politiche evanescenti, quella comunista e quella cattolico-popolare, se non già sfuggite, ponevano l’accento sulla necessaria contaminazione fra le migliori culture politiche del paese, aggiungendovi quella, già in disarmo, ecologista, e mai menzionando quella socialista (che, infatti, rimase totalmente esclusa). Debolissima, se non inesistente, fu la parte propriamente di “cultura”, mentre visibile e concreta fu la parte effettivamente “politica”, quella cioè interessata al problema che, sinteticamente, in omaggio a Roberto Ruffilli e a Pietro Scoppola, definirò con le parole che entrambi attribuivano ad Aldo Moro, il politico da loro più ammirato: una democrazia compiuta.

I principi cardine della democrazia compiuta, ciascuno con solide radici nella teoria democratica europea, sono tre: costruzione di coalizioni rappresentative (non a caso nella Commissione Bicamerale Bozzi e nei suoi numerosi scritti Ruffilli argomentò la necessità di una “cultura della coalizione”), competizione bipolare, pratica dell’alternanza al governo ovvero predisposizione dei meccanismi che la consentano e la rendano sempre possibile. Questo è quello che di istituzionalmente rilevante rimane dell’Ulivo, ed è molto importante. È davvero azzardato sostenere che qualcosa della visione e della cultura istituzionale dell’Ulivo sia tracimato e si ritrovi, non a parole, ma nei fatti e nelle riformette (che ho discusso e criticato da capo a fondo nel libro Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate, Milano, Egea-Bocconi 2015) del governo Renzi. Le troppe conversioni renziane di ex-ulivisti sono una prova non di fedeltà alle idee del passato, ma della scomparsa di qualsiasi intenzione di ricostruire, in meglio, l’Ulivo che non fu mai realizzato. In pratica, la classe dirigente del renzismo ha due punti di partenza: la Leopolda e la critica, spesso la cancellazione, del passato. Difficile sostenere che le riunioni della Leopolda fossero e siano luoghi e modalità di formazione di una cultura politica condivisa. Furono passerelle per aspiranti politici, con non pochi di loro che hanno avuto successo, ma certo non per l’originalità della loro elaborazione culturale. La critica del passato ha avuto effetti dirompenti. La rottamazione di coloro che avevano costruito l’Ulivo e partecipato ai governi di centro-sinistra ha riscosso grande successo e ha certamente aperto la strada a volti nuovi. Quanto alla ripulsa delle culture politiche del passato ha mirato a colpire quelle che molto spesso venivano definite “ideologie ottocentesche”, accomunandovi liberalismo e socialismo, in parte anche il cattolicesimo democratico. L’interrogativo più che legittimo che rivolgono a coloro che negano la scomparsa delle culture politiche in Italia pertanto è il seguente. Buttate nella pattumiera della storia le ideologie ottocentesche, con quali modalità potrebbero essere recuperate, rilucidate, riformulate? Se ciò non fosse possibile, quali sono le fondamenta della cultura politica del Partito Democratico di Renzi?

C’eravamo tanto amati. La scomparsa delle culture politiche in Italia

9 marzo, ore 17
Biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini”
Sala degli Atti parlamentari
Piazza della Minerva, 38 Roma

Con il Patrocinio del Senato della Repubblica

C’eravamo tanto amati
La scomparsa delle culture politiche in Italia

Presentazione di
Paradoxa, ANNO IX – Numero 4 – Ottobre/Dicembre 2015
La scomparsa delle culture politiche in Italia
a cura di Gianfranco Pasquino

Ne discutono

Nicola Antonetti
Rosy Bindi
Gianni Cuperlo
Mario Morcellini
Antonio Polito

Modera
Gianfranco Pasquino

 

paradoxa

Paradoxa, ANNO IX - Numero 4 - Ottobre/Dicembre 2015 La scomparsa delle culture politiche in Italia a cura di Gianfranco Pasquino

Paradoxa, ANNO IX – Numero 4 – Ottobre/Dicembre 2015
La scomparsa delle culture politiche in Italia
a cura di Gianfranco Pasquino

 

L’accesso alla sala è consentito fino al raggiungimento della capienza massima
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