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La politica domani. A latere della discussione

 

 

 

A latere della discussione/confronto con Enrico Letta su La politica domani, mi fa piacere aggiungere alcune, poche, ma precise considerazioni. Senza scherzare, anzi, con non poca preoccupazione, ripeto che, purtroppo, la politica ‘domani’ è già largamente pregiudicata dall’oggi. Sarà, e mi rivelo seguace di von Clausewitz, la politica di oggi perseguita con altri mezzi. Enrico Letta ha dichiarato che almeno uno di quegli altri mezzi lo sta già utilizzando: Instagram. Lo ha imparato insieme ad altre cose di cui ha scritto nel suo libro. Non mi chiedo che cosa ci sarà ancora nella politica di dopodomani che è il mio orizzonte (anche se probabilmente non arriverò a vederla!). Sono preoccupato da quello che non ci sarà (mai) più: contenuti e stile. Per capire e prevedere dovremmo interrogarci ancora più a fondo su come cambia la comunicazione politica e su come le persone si rapportano fra loro, socialmente e politicamente. Esiste ancora questa distinzione? C’è molto da imparare.

Di frequente viene ripetuta una frase famosa: «un politico guarda alle prossime elezioni; uno statista guarda alla prossima generazione. Un politico pensa al successo del suo partito; lo statista a quello del suo paese» (attribuita al teologo americano James Freeman Clarke 1810-1888). Quando guardo la politica italiana e lo faccio, inevitabilmente, tutti i giorni, pur tenendola a distanza, mi rendo immediatamente conto, ma non è una grande scoperta, che gli statisti non abitano qui. Né mi sembra di scorgere fra le leve emergenti alcuni statisti in the makingin fieri. Per questa ragione parlo della politica di dopodomani.

Il declino dei partiti, avvenuto e certificato, anche se i Cinque Stelle stanno cercando di ri-organizzarsi, senza dirlo, come, fra enormi contraddizioni e inadeguatezze, partito, rende difficilissima, anzi improbabile, la comparsa di statisti. Nessuna preparazione politica nessuna competenza nessuna pazienza (virtù rivoluzionaria secondo Gramsci): nessuna possibilità che uomini e donne interessati alla prossima generazione e al sistema politico (qui aggiungerei all’Europa) siano espressi dall’Italia, in Italia.

Sempre ci diciamo che è un problema che trova il suo inizio di soluzione nella scuola – dove, però, scopriamo che la storia è oramai un insegnamento residuale e troppi pensano che la Costituzione debba essere inquadrata sotto Diritto, mentre è Storia più Politica (dirò, più precisamente, ‘scienza politica’). Gettiamo quindi la responsabilità di migliorare la politica sui giovani che non sono responsabili della mala politica e che possono difendersi dicendo che nella mala politica proprio non ci vogliono entrare. Il fascicolo di «Paradoxa» dedicato ai millennials (Giovani e futuro della politica. Oltre il disincanto, 4, 2018), non li colpevolizza, ma neppure li blandisce né chiede loro, ipocritamente, di farsi carico del futuro, quel futuro preparato colpevolmente dai loro genitori dall’inizio degli anni Ottanta. Comunque, il futuro arriverà per loro. Meglio che si attrezzino con tutti gli strumenti che capitano loro per le mani, A politici come Letta, rarissimi di questi tempi in Italia, e a chi se la sente (sugli intellettuali il video già contiene quel che penso) è inesorabilmente affidato il compito prima di disboscare la giungla politica italiana, poi di piantare e fare crescere gli esili steli della buona politica. Una cosa è certa: sarà necessario l’impegno di molti comunicatori, di molti insegnanti, di molti predicatori (non saprei dove collocare il mio maestro Norberto Bobbio, ma so interpretarne il rammarico per l’Italia incivile, degli incivili) per alimentare e sostenere la buona politica. E per sapere quale direzione intraprendere consiglio di guardare sempre, anche criticamente, a quello che succede in Europa. Where else?

Pubblicato il 28 febbraio 2019 su PARADOXAforum

Dialogo “La politica domani. Vai alla voce formazione” #hoimparato #GiovanieFuturo @EnricoLetta

Enrico Letta e Gianfranco Pasquino dialogano su giovani e formazione politica prendendo le mosse dal libro di Enrico Letta “Ho imparato” (Il Mulino, 2018) e dal fascicolo “Giovani e futuro della politica. Oltre il disincanto” (Paradoxa 4, 2018) curato da Gianfranco Pasquino.

Roma 25 febbraio 2019 Istituto Luigi Sturzo
Evento organizzato dalla Fondazione Nova Spes
Riprese video a cura di Radio Radicale

INVITO La politica domani. Vai alla voce formazione #Roma #25febbraio #hoimparato #GiovanieFuturo

Enrico Letta

Gianfranco Pasquino

modera Andrea Bixio

ROMA, 25 febbraio – ore 14,30
Istituto Luigi Sturzo – via delle Coppelle 35

La scomparsa delle culture politiche in Italia: note non troppo a margine

Ho pensato e ripensato a quel che, forse, avrei dovuto dire a commento degli interventi alla Tavola Rotonda (9 marzo, Biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini” Sala degli Atti parlamentari. Ne hanno discusso con il curatore Nicola Antonetti, Rosy Bindi, Mario Morcellini e Antonio Polito. ndr) e degli articoli pubblicati nel fascicolo di «Paradoxa» ottobre/dicembre 2015 sulla scomparsa delle culture politiche in Italia.

Mi ci provo in queste note a margine.

Come già perspicacemente rilevato da Laura Paoletti nella sua introduzione al fascicolo, è vero che, in modi e con intensità diverse, tutti i collaboratori “pur nell’unanime riconoscimento di una profonda crisi” si sono opposti a “controfirmare la scomparsa effettiva e definitiva del patrimonio culturale di cui sono rispettivamente chiamati a farsi interpreti”. In un modo o nell’altro, tutti hanno cercato di negare che la cultura loro affidata è scomparsa. Gli aggettivi si sprecano: offuscata, ridefinita, rispolverata, riorientata, magari aggiornata e quant’altro. Premetto che nessuno degli autori aveva letto il mio articolo. Quindi, non ne erano stati influenzati in nessun senso. A ciascuno degli autori, ad eccezione di Dino Cofrancesco (“formatosi” nella critica ad una versione dell’azionismo), era stato consegnato il compito di discutere della loro specifica cultura politica, nella quale si erano formati e della quale sono stati e tuttora si considerano esponenti di rilievo.

Non entro nei particolari di un discorso comunque molto complesso che, in un paese nel quale esistessero luoghi e spazi di dibattiti pubblici su tematiche che attengono alla vita organizzata, sarebbe destinato a attirare l’attenzione, a continuare intensamente e accanitamente e a diventare molto approfondito. Sottolineo, però, almeno una assenza che mi pare rivelatrice. Pur difendendo quello che resta della “loro” cultura fino a suggerire la possibilità, persino la necessità, di una sua riaffermazione, nessuno dei nostri collaboratori ha indicato nomi di riferimento, di uomini di cultura né, tantomeno, di politici, in grado di produrre e di guidare un rinascimento politico-culturale. Nessuno. Qualche nostalgia per il passato si è accompagnata a due critiche fondamentali. Sono scomparsi i luoghi di formazione delle élites. Non esiste un processo di selezione delle élites, in particolare, di quelle politiche. Credo di potere dedurne che i luoghi di formazione delle élites politiche che non esistono più sono quelli che per decenni erano stati approntati e fatti funzionare dai partiti, dalle loro sezioni e organizzazioni, dalle loro comunità (Francesco Alberoni inventò il fortunato termine “chiese” per le più solide di quelle comunità; per altre, la parola “sette” funziona più che soddisfacentemente).

Stendo un velo tutt’altro che pietoso sulla riemersione di cosiddette scuole di politica che, a cominciare da quelle del Partito Democratico, non hanno nessun intendimento pedagogico, ma sono passerelle per ministri e per politici che raramente hanno qualcosa da insegnare. In altri casi riunioncine di due o tre giorni, in un fine settimana servono quasi esclusivamente a rendere visibile l’esistenza di correnti e nulla più. D’altronde, e questo prova la mia argomentata tesi che le culture politiche in Italia sono scomparse, che cosa potrebbero insegnare in quei luoghi se loro stessi, improvvisati docenti, di cultura politica non ne hanno, se di personalità di valore non se ne trovano, se di autori di riferimento, italiani, europei, americani, “globali”, non ne sentono neppure il bisogno (ma, soprattutto, non ne conoscono), se il massimo della loro apertura culturale consiste nel lodare il Papa venuto da molto lontano? Dunque, quelle sedicenti scuole di politica sono, nel migliore dei casi, luoghi di incontro e di socializzazione per apprendere i voleri delle leadership politiche e promuovere e propagandare le azioni di una parte politica. Nulla di comparabile ai dotti convegni di San Pellegrino, a scuole come le giustamente mitiche Frattocchie, ai dinamici seminari di Mondoperaio, ma neppure ai campi Hobbitt. Questo per la formazione.

Quanto alla selezione, nella consapevolezza che i partiti di un tempo usavano una molteplicità di criteri, diversi da partito a partito e che contemplavano anche la fedeltà alla linea politica, i criteri attuali non sono certamente basati in maniera prioritaria su meriti in senso lato politici e culturali, ma su appartenenze di corrente, talvolta sull’anzianità nella struttura e quindi sul riconoscimento di progressione nella carriera, sulla capacità di sgomitamento per la quale qualche citazione colta, di libri letti, di acquisizioni culturali, di riferimenti a ideologie e idee potrebbero addirittura risultare controproducenti. In politica la migliore selezione avviene, da un lato, nella sperimentazione delle capacità amministrative e gestionali, dall’altro, attraverso la competizione che sistemi elettorali come il Porcellum e, in misura appena minore, l’Italicum non consentono affatto, essendo stati disegnati apposta per non consentire la competizione che, hai visto mai, farebbe persino emergere qualche personalità. I parlamentari nominati non debbono dare prova di avere una solida cultura politica, ma di essere graniticamente obbedienti e pappagallescamente ossequienti. Dunque, non ci saranno più scontri istruttivi fondati su visioni del mondo diverse, su strategie culturalmente attrezzate, sull’Italia che vorremmo nell’Europa dei nostri desideri.

A mio modo di vedere, la scomparsa delle culture politiche in Italia è dovuta anche alla povertà dell’insegnamento della storia e della Costituzione e all’impossibilità di discutere di politica, delle ‘cose che avvengono nella polis’, nelle scuole di ogni ordine e grado della Repubblica. Molto ambiziosa, ma assolutamente importante, sarebbe una ricerca a tutto campo su quello che è avvenuto nelle scuole italiane negli ultimi due o tre decenni. Non possiamo aspettarci che “La buona scuola” recuperi il tempo perduto né che riesca a formare cittadini politicamente consapevoli, ma, almeno, salviamoci quel che resta dell’anima, evidenziando la carenza di base: l’inesistenza di senso civico, con tutte le conseguenze relative, uso un termine per tutto, alla corruzione della Repubblica.

Ognuno ha le sue nostalgie. Ne analizzo due non perché sono mie, ma perché mi paiono in misura maggiore di altre particolarmente significative e, più o meno consapevolmente, abbastanza diffuse. La prima è la debolissima nostalgia della (cultura di) destra per la Nazione. Inabissatasi Alleanza Nazionale, alcuni dei successori hanno dato vita a Fratelli d’Italia. Meglio che niente, ma l’idea di nazione non sembra proprio il fulcro della loro azione politica. Come controprova si pensi a quanto è importante il riferimento alla Nazione per il Front National francese che, incidentalmente, non dovrebbe mai essere assimilato ad un qualsiasi movimento o partito populista. Il FN ha anche componenti populiste, ma la sua forza e la sua presa si spiegano sopratutto con il riferimento alla Nazione e allo Stato che, grande errore il dimenticarlo, figuravano prepotentemente nella ideologia del Movimento Sociale Italiano. Azzardo che chi avesse una forte idea di nazione e dei suoi valori potrebbe anche trovarsi attrezzato per esigere che a coloro che in questa nazione vogliono venire a vivere e a fare crescere i propri figli, venga richiesto di accettare, imparare e rispettare i valori della nazione. Poi, discuteremo anche se qualsiasi cultura politica non debba avere a fondamento i valori della nazione come formulati ed espressi nella Costituzione. Nel mio saggio, la risposta è inequivocabilmente affermativa.

La seconda nostalgia, quella per l’Ulivo, è tanto plateale quanto surreale. L’Ulivo non ebbe il tempo di creare una nuova cultura politica. La sua fu un’aspirazione non accompagnata da nessuna realizzazione. Non ricordo cantori della cultura politica dell’Ulivo né interpreti efficaci. Ricordo il rappresentante politico di vertice dell’Ulivo, Romano Prodi, che mai si curò della sua cultura politica. Ricordo che coloro (Piero Fassino e Francesco Rutelli, certamente non noti operatori culturali) che affrettarono la fusione fredda fra due culture politiche evanescenti, quella comunista e quella cattolico-popolare, se non già sfuggite, ponevano l’accento sulla necessaria contaminazione fra le migliori culture politiche del paese, aggiungendovi quella, già in disarmo, ecologista, e mai menzionando quella socialista (che, infatti, rimase totalmente esclusa). Debolissima, se non inesistente, fu la parte propriamente di “cultura”, mentre visibile e concreta fu la parte effettivamente “politica”, quella cioè interessata al problema che, sinteticamente, in omaggio a Roberto Ruffilli e a Pietro Scoppola, definirò con le parole che entrambi attribuivano ad Aldo Moro, il politico da loro più ammirato: una democrazia compiuta.

I principi cardine della democrazia compiuta, ciascuno con solide radici nella teoria democratica europea, sono tre: costruzione di coalizioni rappresentative (non a caso nella Commissione Bicamerale Bozzi e nei suoi numerosi scritti Ruffilli argomentò la necessità di una “cultura della coalizione”), competizione bipolare, pratica dell’alternanza al governo ovvero predisposizione dei meccanismi che la consentano e la rendano sempre possibile. Questo è quello che di istituzionalmente rilevante rimane dell’Ulivo, ed è molto importante. È davvero azzardato sostenere che qualcosa della visione e della cultura istituzionale dell’Ulivo sia tracimato e si ritrovi, non a parole, ma nei fatti e nelle riformette (che ho discusso e criticato da capo a fondo nel libro Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate, Milano, Egea-Bocconi 2015) del governo Renzi. Le troppe conversioni renziane di ex-ulivisti sono una prova non di fedeltà alle idee del passato, ma della scomparsa di qualsiasi intenzione di ricostruire, in meglio, l’Ulivo che non fu mai realizzato. In pratica, la classe dirigente del renzismo ha due punti di partenza: la Leopolda e la critica, spesso la cancellazione, del passato. Difficile sostenere che le riunioni della Leopolda fossero e siano luoghi e modalità di formazione di una cultura politica condivisa. Furono passerelle per aspiranti politici, con non pochi di loro che hanno avuto successo, ma certo non per l’originalità della loro elaborazione culturale. La critica del passato ha avuto effetti dirompenti. La rottamazione di coloro che avevano costruito l’Ulivo e partecipato ai governi di centro-sinistra ha riscosso grande successo e ha certamente aperto la strada a volti nuovi. Quanto alla ripulsa delle culture politiche del passato ha mirato a colpire quelle che molto spesso venivano definite “ideologie ottocentesche”, accomunandovi liberalismo e socialismo, in parte anche il cattolicesimo democratico. L’interrogativo più che legittimo che rivolgono a coloro che negano la scomparsa delle culture politiche in Italia pertanto è il seguente. Buttate nella pattumiera della storia le ideologie ottocentesche, con quali modalità potrebbero essere recuperate, rilucidate, riformulate? Se ciò non fosse possibile, quali sono le fondamenta della cultura politica del Partito Democratico di Renzi?

C’eravamo tanto amati. La scomparsa delle culture politiche in Italia

9 marzo, ore 17
Biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini”
Sala degli Atti parlamentari
Piazza della Minerva, 38 Roma

Con il Patrocinio del Senato della Repubblica

C’eravamo tanto amati
La scomparsa delle culture politiche in Italia

Presentazione di
Paradoxa, ANNO IX – Numero 4 – Ottobre/Dicembre 2015
La scomparsa delle culture politiche in Italia
a cura di Gianfranco Pasquino

Ne discutono

Nicola Antonetti
Rosy Bindi
Gianni Cuperlo
Mario Morcellini
Antonio Polito

Modera
Gianfranco Pasquino

 

paradoxa

Paradoxa, ANNO IX - Numero 4 - Ottobre/Dicembre 2015 La scomparsa delle culture politiche in Italia a cura di Gianfranco Pasquino

Paradoxa, ANNO IX – Numero 4 – Ottobre/Dicembre 2015
La scomparsa delle culture politiche in Italia
a cura di Gianfranco Pasquino

 

L’accesso alla sala è consentito fino al raggiungimento della capienza massima
Per comunicare la propria adesione rivolgersi aFondazione internazionale Nova Spes
Piazza Adriana 15 00193 Roma Tel./Fax 0668307900
nova.spes@tiscali.it http://www.novaspes.org

Perché sono scomparse le culture politiche in Italia

Brano tratto da La scomparsa delle culture politiche in Italia Paradoxa, Numero 4 – 2015

“…Una cultura politica contiene una visione della società e dello Stato, come sono e come dovrebbero diventare. Attribuisce diritti e doveri, ruoli e compiti ai governanti, ai rappresentanti e ai cittadini. Si fonda su criteri precisi di rappresentatività e di responsabilizzazione. Cerca di tenere insieme tutto questo nella maniera più coerente possibile. Negli articoli del fascicolo che seguono ciascuno degli autori esplora e valuta i molti aspetti delle diverse e specifiche culture politiche italiane e delle ragioni che hanno portato alla loro eclissi.
Qui, desidero anzitutto rilevare alcune delle più significative conseguenze della scomparsa delle culture politiche in Italia. La prima conseguenza è la destrutturazione dei partiti esistenti, allora, fra il 1992 e il 1994, e gli scomposti tentativi di ristrutturazione-accorpamento-riaggregazione con ulteriori divisioni, scissioni, decomposizioni. È un meandro nella cui tortuosità è difficilissimo nonché, francamente, non particolarmente utile e gratificante cercare di districarsi. Non ne è ipotizzabile nessuna utile acquisizione cognitiva. Ovviamente, la destrutturazione dei partiti ha effetti negativi anche sulla stabilità dei governi e, qualora i governi riescano a mantenere una qualche stabilità, che spesso costeggia l’immobilismo e la stagnazione, neppure sulla loro operatività. Infine, laddove non esistono più culture politiche che richiedano adesione a principi e impegno a perseguire una visione di società e di Stato, transitare da un partito ad un altro, da un gruppo parlamentare ad un altro non implica nessuno sforzo doloroso, nessun agonizing reappraisal, nessuno stravolgimento di principi (magari soltanto il “tradimento” dei rappresentati, ma anche questo effetto, con la legge elettorale del 2005 e con quella del 2015, è discutibile). Insomma, il trasformismo italiano, sul quale Marco Valbruzzi ha scritto pagine importanti, non trova ostacoli in culture politiche inesistenti, ma, al massimo, suscita qualche, purtroppo ininfluente, critica moralistica.
La scomparsa delle culture politiche classiche ha portato con sé, travolgendole, anche culture politiche i cui elementi portanti erano trasversali, vale a dire che avevano penetrato e arricchito ciascuna di quelle culture, ma che, da sole, hanno dimostrato di non potere sopravvivere. Tutti o quasi europeisti sembravano gli italiani, accomunati dalla speranza che l’Europa riuscisse ad obbligare la democrazia italiana a diventare migliore. Eppure, anche se, qua e là, nei partiti sono esistiti, pochissimi, federalisti, la cultura politica del federalismo rimase per l’appunto confinata a nicchie (e alla straordinaria combattività di Altiero Spinelli). Qualcuno, soprattutto i radicali, talvolta in maniera deliberatamente provocatoria, ha esaltato i diritti dei cittadini, delle persone, non confondendoli, succede di frequente anche questo, con le rivendicazioni, addirittura accompagnandoli con il richiamo ai doveri (sic) da adempiere. Comunque, da sole, né una cultura dei diritti, per intenderci alla Ronald Dworkin (1931-2013), né una cultura basata sui principi della società giusta alla John Rawls (1921-2002) sono in grado da sole, isolatamente,di contribuire in maniera decisiva alla formulazione di una cultura politica. Nel caso italiano, poi, nella non grande misura in cui entrambe le culture, diritti e giustizia sociale, sono presenti, troppo spesso vengono brandite contro i governi e contro lo Stato quasi che entrambe fossero culture alternative sempre all’opposizione. Certamente, né gli scritti di Dworkin né quelli di Rawls autorizzano questa interpretazione. Tuttavia, elementi sia dell’una che dell’altra sono indispensabili per la formulazione di qualsiasi cultura politica liberal-democratica. Infine, anche se affascinante nella sua concezione, il patriottismo costituzionale non sembra orientato a dare vita ad una cultura politica autosufficiente e autonoma. Ciononostante, costituisce un’importante componente trasversale a molte culture politiche. Elaborato dal filosofo politico tedesco Jürgen Habermas con l’obiettivo preminente di sventare in maniera anticipata qualsiasi propensione di superiorità nazionale/istica tedesca, all’insegna della frase Deutschland über alles, un tempo contenuta nell’inno, il patriottismo costituzionale ha trovato un’infelice traduzione italiana nell’espressione “la Costituzione più bella del mondo”. Più o meno “imbruttita” da riforme nient’affatto apprezzabili dal punto di vista della sua architettura complessiva, la Costituzione non può stare a fondamento di nessuna cultura politica, ma dovrebbe essere variamente presente in tutte. Per completezza, aggiungerò che sottolineare, com’è giusto, che la Costituzione nata dalla Resistenza è fondata sui valori dell’antifascismo non significa affatto che una cultura politica possa nascere e mantenersi esclusivamente sul pure essenziale richiamo all’antifascismo, per di più, variamente declinato e interpretato.
Non è, naturalmente, questa la sede nella quale delineare le componenti e le caratteristiche di culture politiche competitive che, nel contesto italiano, conducano al miglioramento della qualità della democrazia. Qualcuno potrebbe anche rifugiarsi dietro lo schermo della società liquida alla Zygmunt Bauman e sostenere che nelle società contemporanee che non sono riuscite a preservare le loro culture politiche, la liquidità ne impedisce qualsiasi resurrezione e creazione. Altri potrebbero affidare la rinascita ovvero la comparsa di nuove culture politiche ad un mix di europeismo e di globalizzazione: act local, think global. In conclusione, molto realisticamente, non si vedono le minime premesse che nel mondo della politica, fra gli intellettuali, nell’opinione pubblica italiana si stia facendo strada la richiesta di cultura politica e ne stiano emergendo, seppure agli stadi preliminari, attrezzati portatori. Le implicazioni e le conseguenze per la democrazia italiana di questa triste situazione sono sotto gli occhi di tutti.”

Gianfranco Pasquino

Paradoxa, ANNO IX - Numero 4 - Ottobre/Dicembre 2015 La scomparsa delle culture politiche in Italia a cura di Gianfranco Pasquino

Paradoxa, ANNO IX – Numero 4 – Ottobre/Dicembre 2015
La scomparsa delle culture politiche in Italia
a cura di Gianfranco Pasquino

Sommario
Editoriale Caveat  di Laura Paoletti

Contributi
Perché sono scomparse le culture politiche in Italia                                                             Gianfranco Pasquino
La scomparsa della cultura socialista in Italia                                                                       Giuliano Amato
Il tramonto della cultura cattolico-democratica                                                                   Agostino Giovagnoli
Necessità e debolezza della cultura politica comunista                                                         Achille Occhetto
La sconfitta della cultura di destra (e la sua eventuale rinascita)                                       Marcello Veneziani
La dispersione della cultura giuridico-politica del Partito d’Azione                                    Stefano Merlini
Il tramonto delle culture politiche liberali in Italia                                                                 Giorgio Rebuffa
L’offuscamento della cultura federalista europea                                                                   Pier Virgilio Dastoli
Le propaggini della cultura “gramsciazionista”                                                                       Dino Cofrancesco
Cinque tesi sull’assenza di culture partitiche in Italia                                                              Marco Valbruzzi
La stanchezza della cultura imprenditoriale                                                                             Enrico Cisnetto

Chi vuol essere giudice costituzionale?

Cattura

“Sono almeno una decina le persone che aspirano alla nomina alla Corte, almeno quelle a mia conoscenza. C’è chi vuol mettersi al servizio del paese. Chi non sta bene nel posto che occupa. Chi vuol prolungare l’attività lavorativa con il novennio alla Corte. Chi pensa di occupare una posizione ai piani alti. Chi sopravvaluta l’attività della Corte. Perché tante persone, specialmente professori universitari, hanno così scarsa vocazione per la ricerca e l’insegnamento?” (p. 227). Questa è la fotografia scattata da Cassese nel settembre 2013, Sono sempre molti gli aspiranti alla carica di giudice costituzionale. Alcuni, sia i cinque aspiranti alla nomina presidenziale sia i cinque che pensano di potere essere eletti dal parlamento si preparano per tempo. Si agitano con modalità di vario tipo che, naturalmente, includono la presenza sui quotidiani, meglio come editorialisti, ma anche con dichiarazioni del più vario genere, e il sostegno alla linea e soprattutto ai dirigenti dei partiti designatori. Grandi manovre sono già in corso da qualche tempo (mentre scrivo, fine maggio 2015), soprattutto dopo che il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha fatto filtrare, senza smentite, che intende nominare un “fedelissimo”, magari uno di coloro che hanno sostenuto, pancia a terra, in udienze parlamentari, in dichiarazioni varie, in articoletti, persino con molti tweet, il suo amato Italicum. Certo disporre di un giudice costituzionale pregiudizialmente favorevole all’Italicum sarebbe un vantaggio non da poco se e quando il testo venisse sottoposto alla Corte per le sue troppe similarità allo smantellato, dalla Corte, Porcellum oppure se qualcuno ne chiedesse un referendum abrogativo, totale o parziale. Infatti, come rileva il giudice emerito Sabino Cassese, sulle leggi elettorali, sia sul Porcellum sia sulla eventuale reviviscenza del Mattarellum (“la Corte non ha avuto coraggio e si è fermata a metà”, p. 233 e, comunque, “per riformare la legge elettorale, la Corte non è il medico giusto”, p. 173) in seguito ad un referendum, la Corte ha manifestato notevoli incertezze e la sua giurisprudenza appare tutto meno che salda e consolidata.

Ho già toccato due elementi sui quali le considerazioni, i ricordi, meglio gli appunti del giudice Cassese sono interessantissimi e creano una molteplicità di curiosità: “chi ha detto che cosa, perché, con quali preoccupazioni e quali obiettivi?”. La maggior parte di queste curiosità sono destinate a rimanere deliberatamente insoddisfatte poiché Cassese ha preferito non fare nessun nome. Questo è davvero un diario personale, ma su molte “cose”, Cassese non è affatto riluttante e riservato. Anzi, è spesso abrasivo. Dal suo diario è possibile imparare molto, più che sulle sentenze e la loro sostanza, sulla struttura della Corte, sul suo funzionamento, sulle sue procedure e sui moltissimi aspetti che Cassese ritiene da cambiare il prima possibile, ma che, appare evidente, difficilmente cambieranno.

Nel corso del mandato di Cassese (2005-2014), la settimana lavorativa alla Corte Costituzionale italiana è andata progressivamente riducendosi: dal lunedì al venerdì è diventata dal lunedì al mercoledì. Non si sono, invece, ridotte né le spese di funzionamento della Corte né i compensi che i giudici hanno protetto da par loro nei confronti di qualsiasi taglio ad opera del Parlamento e a favore della finanza pubblica. Ad esempio, Cassese cita con parole di rimprovero il fatto che quasi tutti i giudici godano di una indennità comparativamente alquanto elevata che cumulano con una pensione da “servitori dello Stato”: ex-magistrati, ex-professori universitari, ex-parlamentari. Inoltre, molto denaro viene speso per gli assistenti dei giudici costituzionali. Non è chiaro come e da chi gli assistenti sono (stati) reclutati. Spesso si tratta di magistrati: 109 su 140 nei sessanta anni di vita della Corte. “Molti hanno fatto alla Corte costituzionale una vera e propria carriera parallela, con doppio stipendio. 28 dei 109 sono rimasti al Palazzo della Consulta più di nove anni, anzi 7 sono rimasti più di vent’anni, con punte di ventisette anni” (p. 197). La loro lunga durata appare poco giustificabile agli occhi di Cassese che ritiene gli assistenti complessivamente di bassa qualità. Per quel non molto (ma abbastanza) che so della Corte Suprema degli USA, i giudici possono contare sulla qualità degli assistenti qualche volta “ereditati”, qualche volta da loro stessi selezionati. Non sono affatto rari i casi di assistenti che hanno poi fatto splendide carriere nell’accademia e nella magistratura.

Cassese fa spesso riferimenti ad altre Corti costituzionali e al Conseil constitutionnel francese, ma soprattutto alla Corte suprema USA sulla quale disponiamo di molto materiale di ottima qualità: memorie dei giudici, loro biografie, saggi, indagini giornalistiche, ricerche anche di scienza politica e, last but not least, le sentenze firmate. Come è noto, negli USA, persino i giudici che contribuiscono alla approvazione delle sentenze della maggioranza hanno la facoltà di chiarire la loro posizione con quella che è definita concurring opinion. Molto opportunamente Cassese fa notare che la traduzione corretta deve essere non opinione, ma parere. Ed è proprio al parere in dissenso, dissenting opinion, che Cassese dedica ripetutamente la sua attenzione. Complessivamente, mi sembra che non ne auspichi l’introduzione nelle procedure decisionali della Corte italiana. Infatti, afferma recisamente che la dissenting opinion “ha il grande svantaggio di consentire di individuare l’opinione di questo e di quello, e di etichettarlo” (p. 79. Negli USA, però, dove il Presidente che nomina praticamente già appone la sua “etichetta”, i giudici che firmano dissenting opinions possono in questo modo affermare la supremazia della loro conoscenza e interpretazione della Costituzione sull’origine della loro nomina. Più rivelatrice è una sua apposita “Lezione sulla cosiddetta ‘opinione dissenziente'” collocata in appendice. Cassese affida conclusione della sua argomentazione alla citazione di una lunga frase di Georges Vedel, da lui lodato come “uno dei grandi maestri del diritto costituzionale francese. E’ una stroncatura dell’opinione dissenziente, e non solo: “a coloro che vogliano danneggiare gravemente il Conseil constitutionnel offro due ricette infallibili: la prima è quella di affidare alla Corte stessa l’elezione del suo presidente, l’altra è quella di ammettere l’opinione dissenziente, questa sarebbe ancora più efficace della prima” (p. 285). In via di principio, ma anche fortemente influenzato dall’esperienza della Corte Suprema nella quale spesso le dissenting opinions, scritte sotto forma di brevi trattarti di altissima cultura giuridica e politica,hanno avuto il merito di consentire la costruzione di una giurisprudenza alternativa e migliore, personalmente riterrei utili i pareri dissenzienti. Credo che avrebbero una duplice funzione positiva. Aprirebbero la strada al miglioramento delle sentenze e, anche alla luce di quanto Cassese scrive, obbligherebbero i giudici a studiare di più e a prepararsi meglio.

Nei suoi nove anni alla Corte, Cassese non deve essersi fatto molti amici. I suoi giudizi sui “compagni di viaggio” non sono mai lusinghieri; anzi, sono per lo più molto critici, persino, e questo aggettivo non è una esagerazione, devastanti. La citazione di quelli che Cassese chiama weberianamente “tipi ideali” merita di essere lunghetta: “–conosce due argomenti e su quelli interviene regolarmente. Il resto non gli interessa. … –Si appisola durante le udienze. Buon uomo, studia poco, fa proposte, ma è pronto ad accettare l’altrui punto di vista. E’ ferrato su un solo argomento. … –Di poche parole, coglie i problemi, se la cava sempre con poco, ma ciò che è peculiare di una Corte costituzionale gli sfugge. … –Ha preso la sua nomina alla Corte come l’attribuzione di una onorificenza. Non si prepara, i suoi assistenti mandano in giro appunti sciatti, non interviene. E, in più, ha un pessimo carattere e risponde piccato a ogni piccola osservazione o domanda. … –Pontifica, ma studia poco, quasi solo le sue questioni. … –Ha passione per una o due materie, e su quelle si impunta. E’ capace di ingaggiare battaglie infinite che sfiancano la Corte. … –Attento e preparato, ma non ha capito quale sia il ruolo della Corte costituzionale. … –Ha un alto concetto di se stesso, che manifesta spesso con voce adirata e solenne, anche se pretende di avere humour. Legge quello che gli preparano” (pp. 235-237). Ho cercato di indovinare quali ritrattino riguardino Sergio Mattarella, che fu compagno di viaggio dall’ottobre 2011 al gennaio 2015 e di Giuliano Amato, eletto nel settembre 2013. Forse è Mattarella la “mente fine, ottima preparazione, molto buon senso, ma tendenza a dar ragione al legislatore, nel tentativo di lasciare le cose come stanno”. Quanto ad Amato, non avrei dubbi: “la miglior mente della Corte, colto, sottile, analitico, ascoltato. Le sue esperienze precedenti gli fanno spesso superare il limite fra argomenti forti e ragionamenti avvocateschi”, ma proprio non lo conosco e non riesco ad immaginarmelo, come conclude Cassese, “infiammabile”.

Mi sono limitato a citare questi nove sintetici profili, ma Cassese ne ha tracciati più del doppio. Non ho visto aggettivi femminili e mi chiedo se le donne giudici siano davvero immuni dai difetti che Cassese rileva negli altri. Riassumendo direi che Cassese avrebbe desiderato compagni di viaggio dotati di tre caratteristiche ovvero, almeno disponibili ad impegnarsi per acquisirle: primo, studiare e imparare per operare a tutto campo; secondo, non subordinare la Corte né ai potenti in politica ovvero alla politica dei potenti né al Parlamento; terzo, sapere combinare cultura, non soltanto giuridica, con rigore analitico ed espositivo. Dopodiché, non riesco a resistere alla tentazione, provocatami dall’autore, di chiedermi che cosa avrebbero scritto di Cassese i suoi compagni di viaggio se avessero avuto voglia di lavorare un po’ di più. Forse: “grande lavoratore, ma spesso in giro per convegni e occasioni di vario genere in Italia e all’estero; eccessivamente meticoloso al limite dell’azzeccagarbugli anche se preparatissimo; un po’ spocchioso, troppo sicuro di sé, talvolta arrogante, convinto, a torto, di potere cambiare l’andazzo”. Certamente, Cassese non è riuscito a cambiare l'”andazzo” né nel modo di lavorare della Corte (si veda il documento a uso interno datato 2008: “Sul funzionamento della Corte costituzionale”) né quanto alle modalità di selezione del Presidente della Corte.

Da tempo, con pochissime eccezioni, abituati a eleggere Presidente il loro collega più vicino alla scadenza, i giudici costituzionali hanno perseverato in questa pratica, che consente uno scatto di indennità e una pensione più elevata, oltre, naturalmente, al prestigio per tutta la vita di Presidente Emerito. E’ una prassi frequentissima (sei presidenti già nei primi sette anni di Cassese alla Corte) che ha incontrato severe e ripetute obiezioni anche di funzionalità da parte sua: “un organo costituzionale non può cambiare presidente ogni pochi mesi” (p. 208) e “è un presidente vero chi sia eletto e resti in carica sei mesi o meno?” (p. 225). Con ammirevole coerenza, quando era oramai arrivato il suo turno per anzianità di servizio e vicinanza alla scadenza, Cassese si è chiamato fuori dalla corsa spiegando le sue ragioni in una lettera che riporta nel diario. Imperterriti i giudici hanno eletto chi, Giuseppe Tesauro, sarebbe rimasto in carica per circa tre mesi, dal 30 luglio al 9 novembre 2014. Presiedette una sola Camera di Consiglio e certamente non sarebbe stato in grado di garantire nessuna continuità di indirizzo né proporre cambiamenti al modo di lavorare, ma ha dovuto passare rapidamente la carica al più anziano dei potenziali successori. Come si dice? I giudici costituzionali non si fanno mancare niente.

I nove anni alla Corte costituzionale sono sicuramente stati un’esperienza interessante, ma altrettanto sicuramente, dal diario di Cassese, appare che debbono essere stati anche molto frustranti. “Non c’è dubbio che il lavoro della Corte consista in un grande esercizio di logica e di retorica, la prima usata per analizzare e capire, la seconda per convincere. La Corte è, invece, la prigione della fantasia e dell’intuizione, in cui pure consiste il lavoro scientifico” (p. 132). Per sua grande fortuna e virtù, nei suoi nove anni Casese ha saputo fare moltissime altre cose poiché aveva la capacità, il prestigio, le conoscenze (non soltanto di persone e di tematiche, ma anche linguistiche), la voglia di confrontarsi con altri giudici, altri professori, altre Corti. Cassese cita, sempre con compiacimento, la sua partecipazione a seminari internazionali, soprattutto a quello annuale, molto importante, di Yale, ma anche alla Columbia University, in Francia, in Gran Bretagna, in Germania. Affiora in qua e in là anche un po’ di nostalgia per la perduta attività accademica: lezioni, seminari, incontri con studenti, mentoring.

Non so come reagiranno i giudici ex-colleghi di Cassese al suo pungentissimo diario. I meno capaci, che sembrerebbero la maggioranza, passeranno oltre. Sarebbe molto utile, un vero servizio alle nostre conoscenze sulla Corte e sui suoi rapporti con le altre istituzioni, che i pochi giudici capaci decidessero di confrontarsi almeno con le tesi di Cassese sulla necessità di riformare il lavoro della Corte, di ridefinire i suoi interventi, di segnare i confini con il Parlamento e il governo. Una cosa so, per certo. Nella Corte è arrivato un giudice dotato di tutte le qualità di Cassese, come conoscitore della Costituzione, come capacità di lavoro, come prestigio e rapporti internazionali, e di molto maggiore esperienza politica. Attendo per tempo debito, senza fretta, ma con enorme curiosità, il suo diario.

Sabino CASSESE, Dentro la Corte. Diario di un giudice costituzionale, Bologna, Il Mulino, 2016, pp. 319 Euro 22,00

Pubblicato su Paradoxa, ANNO IX – Numero 2 – Aprile/Giugno 2015