Home » Posts tagged 'paradoxaforum'
Tag Archives: paradoxaforum
Quel che so sul voto di preferenza #ParadoXaforum

Nelle elezioni tenutesi il 26 giugno 1983, candidato indipendente nelle liste del Partito Comunista Italiano nella circoscrizione Bologna-Ferrara-Ravenna -Forlì, ottenni 14.566 preferenze risultando l’ultimo degli eletti- Però, eletto anche al Senato (sì, era possibile essere candidati in entrambi i rami del Parlamento e in più circoscrizioni) nel collegio di Portomaggiore Ferrara, optai per il Senato. Grazie al PCI avevo fatto una intensa campagna elettorale sul territorio distribuendo un numero notevole di cartoncini, me li ricordo, grigi e dimessi, che portavano due nomi: Renato Zangheri (già notissimo sindaco della città di Bologna, capolista) e il mio. Per ragioni politiche, il capolista doveva fare il pieno di preferenze trascinando il “prestigioso” professore che con la sua candidatura “legittimava” il PCI e avrebbe portato in Parlamento le sue importanti (aggettivo mio, e ci credo) conoscenze politologiche. Gli analisti comunisti del voto giunsero alla ragionevole conclusione che un migliaio o poco più di quei voti di preferenza erano di elettori/elettrici attratti dalla mia presenza in una lista che altrimenti non avrebbero votato.
La legge elettorale allora vigente per la Camera dei deputati consentiva agli elettori di esprimere, a seconda della dimensione della circoscrizione, valutata con riferimento al numero dei deputati da eleggere, fino a tre o quattro preferenze scrivendo semplicemente il numero di lista del candidato oppure il suo (nome e) cognome. Per curiosità e per interesse professionale, ho più volte fatto lo scrutatore e anche il presidente del seggio di Torino dove votavo negli anni sessanta del secolo scorso. Il numero di schede contestabili e contestate era minimo. Gli elettori arrivavano preparati. E la percentuale di preferenze espresse erano regolarmente intorno al 30, quelle comuniste precise, ordinate, rispettando un pattern di quartiere. Quelle socialiste erano piuttosto variegate. Quelle democristiane riflettevano la popolarità locale del candidato già in parlamento, consigliere comunale, sindacalista. Non ci furono brogli né accordi sottobanco.
Altrove, sì. Nel 1987 nella circoscrizione Napoli-Caserta successe di tutto. Su ricorso di un candidato democristiano che denunciò lo scippo di preferenze espresse sul suo nome, la Giunta per le elezioni della Camera rilevò una pratica molto truffaldina di accordi fra gli scrutatori e i rappresentanti di lista. Nelle schede elettorali nelle quali gli elettori non avevano espresso voti di preferenza veniva consentito di farlo agli scrutatori di quel partito che chiudevano gli occhi su pratiche simili effettuate dagli scrutatori di altri partiti, apparentemente con la sola eccezione del PCI, il cui capolista era Giorgio Napolitano. I capolista di alcuni partiti del pentapartito, più precisamente il Ministro degli Interni Antonio Gava (DC), il vice segretario Giulio Di Donato (PSI), il Ministro della Sanità Francesco Di Lorenzo (PLI), avevano un fortissimo interesse e bisogno di gonfiare il loro bottino di preferenze come prova di grande sostegno popolare da tradurre in potere politico nel rispettivo partito e nel governo.
Da qualche anno era cominciato, mi permetto di aggiungere anche per merito mio, un dibattito intenso e aspro sulla eventualità di una riforma della legge elettorale. Alla (legge) proporzionale nella sua variante italiana si imputava, non senza più di un fondo di verità, di rendere molto difficile l’alternanza. La soluzione suggerita era quella di ridurne la proporzionalità, se non, addirittura sostituirla con una legge maggioritaria: l’uninominale inglese oppure, con meno sostenitori, il doppio turno francese. Nel parlamento eletto con quella proporzionale, nonostante qualche malcontento, non esisteva nessuna maggioranza riformatrice. Anche con la partecipazione di alcuni parlamentari, me compreso, si formò un Comitato per la Riforma Elettorale che intraprese la via del referendum abrogativo. Era una via perseguibile poiché la legge elettorale non sta nella Costituzione. Però, venne subito sbarrata dalla Corte Costituzionale. No all’abrogazione della legge nella sua interezza poiché nessun organismo costituzionale, in questo caso il Parlamento, può rimanere privo della legge che gli ha dato vita. I proponenti si trovarono costretti a procedere ad un delicato e raffinato ritaglio di alcune parole per sottoporre un quesito che riguardava il voto di preferenza. L’esito fu il quesito referendario che riduceva le preferenze esprimibili a una soltanto scrivendo il cognome del prescelto, quindi rendendo impossibili i troppo facili brogli con la manipolazione dei numeri.
La campagna elettorale dei proponenti fu improntata alla grande opportunità offerta ai cittadini di scegliere il loro rappresentante in Parlamento quasi come se si stesse andando verso un sistema maggioritario in collegi uninominali: una felice ambiguità. Divenuti consapevoli del significato della sfida pericolosissima alle loro rendite di posizione, i dirigenti dei partito, ad eccezione dei comunisti per lo più non desiderosi di esprimersi in materia, tentarono in ordine sparso, di fare fallire il referendum per mancanza di quorum ovvero il raggiungimento della maggioranza assoluta dei votanti. Ancora oggi le indicazioni di cosa fare invece di recarsi alle urne appaiono rivelatrici. La più nota fu quella del segretario socialista Bettino Craxi: andare al mare. A ruota arrivarono il leghista Umberto Bossi: fare una passeggiata nei boschi padani; il ministro democristiano che sovrintendeva alle elezioni Antonio Gava: stare a casa con gli amici; il leader democristiano Ciriaco De Mita: giocare a carte, tressette.
Invece, il 9 giugno 1991, sorprendendo tutti gli osservatori e gli stessi proponenti, 29.609.635 italiani, il 62,5 percento (quorum abbondantemente superato) si recarono alle urne, Il 95, 57 per cento di loro, 26.896.979 votarono “sì” (1.247.908, 4, 43 per cento “no”) aprendo la via ad una riforme elettorale in senso maggioritario. Prima, però, si tennero le ultime elezioni politiche con “la proporzionale”, le uniche con la preferenza unica, sufficienti a produrre conseguenze tanto inattese quanto di grande impatto sui partiti. Commissionate appositamente, le analisi dell’uso e delle conseguenze della preferenza unica in cinque circoscrizioni raccolte nel volume da me curato e introdotto: Votare un solo candidato. Le conseguenze politiche della preferenza unica (Bologna, il Mulino, 1993) rivelano che gli elettori non ebbero nessuna difficoltà nell’avvalersene. Più importante è che non si produssero fenomeni di scambi impropri, brogli e corruzione. In seguito, poiché su possente spinta dei referendum elettorali del 1993, il Parlamento procedette alla redazione ad opera dell’on. Sergio Mattarella di due nuove leggi che assegnavano tre quarti dei seggi in collegi uninominali, di voto di preferenza non si dovette discutere.
La legge Calderoli (2005), con la quale Berlusconi sostituì la legge Mattarella, contemplava unicamente liste bloccate. Soltanto se le liste erano bloccate, diventava possibile fare entrare in Parlamento esponenti della società civile, altrimenti surclassabili nella raccolta dei voti dai politici di mestiere e dalle loro reti di relazioni e di affari. Inoltre, i nominati o cooptati dal leader, consapevoli di dovergli il seggio e ancor più qualsiasi eventuale ambita rielezione, sentivano l’obbligo della disciplina di voto. Si spiega anche così la vergognosa votazione che riconobbe a Ruby la qualifica di nipote del dittatore egiziano Mubarak. L’ostilità alle preferenze da parte di Forza Italia continua oggi manifestata dal leader Antonio Tajani che già esercita scarso controllo sui suoi gruppi parlamentari, meno che mai ne avrebbe se fossero molti gli eletti grazie alle preferenze guadagnate sul campo.
Meglio chiarire subito che l’alternativa sulla quale i partiti della maggioranza di destra si dividono non è propriamente limpida. Vero è che, da un lato, stanno i sostenitori delle liste bloccate, ma, dall’altro, non si trovano coloro che vogliono consentire agli elettori di esprimere liberamente almeno una preferenza, Infatti, i capilista, in non pochi casi gli unici eletti per partiti medio-piccoli, sarebbero comunque bloccati. Inoltre, verrebbero predefiniti i candidati preferenziabili, fra i quali gli elettori potrebbero assegnare i loro voti, presumibilmente con alternanza di genere. Stupisce e rattrista notare che molte donne politiche si sono schierate contro il voto di preferenza che le svantaggerebbe. Al contrario, il ripescaggio della preferenza unica, argine alla formazione di pericolose “cordate”, consentirebbe alle donne di fare appello al voto di tutti coloro, oramai sperabilmente molti, che sono giunti alla convinzione che in generale e in Parlamento il punto di vista delle donne meriti di essere espresso e rappresentato, confortato e potenziato da un solido bottino di voti di preferenza. Inoltre, vale per entrambi, gli uomini e le donne, la competizione per le preferenze con la possibilità di votare la candidatura più gradita può riportare alle urne una parte di astensionisti. Ragionamento: “Sono tutti eguali, ma la mia candidata è molto preferibile, non è paracaduta, ma enfant du pays, una di noi, ci conosce e la conosciamo, potremo raggiungerla facilmente, lamentarci con lei, spronarla e decidere, a sua ‘saputa ‘, se rivotarla o bocciarla”. Insomma, un (unico) voto di preferenza può servire a cambiare non poco la brutta politica (dei capilista bloccati e dei loro sponsor).
Pubblicato il 27 luglio 2026 su PARADOXAforum
No democrazia no pace #ParadoXaforum

Ne “La Lettura” (12 luglio 2026), il supplemento libri del “Corriere della Sera”, l’articolo di apertura di Maurizio Ferrera, Difesismo. Né pacifismo né bellicismo. La terza via, è dedicato ad un importantissimo tema di politica internazionale: come mantenere/ottenere la pace. Per garantirsi la pace (si vis pacem) tra i pacifisti, che pagherebbero qualsiasi costo per preparare la pace (para pacem), e i realisti, attrezzati per la guerra (para bellum), tertium “incomodo” datur. Infatti, sostiene Ferrera, sono arrivati, espressione mia, “armi e bagagli”, i difesisti. Scoperta epocale: si vis pacem, para difesam. La mia semplicistica e, lo confesso, poco fantasiosa interpretazione, è “procedi a armarti con quantità e qualità”. Sento acutamente che c’è più di qualcosa che non va.
Ferrera e gli autori, i cui libri dello scorso decennio costituiscono il riferimento della sua amichevole analisi, sembra non abbiano mai sentito parlare di “dissuasione”. Negli anni sessanta del secolo scorso furono pubblicati non pochi volumi su questo argomento. Bisognava che gli stati, in particolare, gli stati occidentali si dotassero di armamenti tali da sconsigliare qualsiasi eventuale tentativo dell’Unione Sovietica di lanciare una guerra di attacco e di conquista. Questa linea di pensiero si tradusse in molte analisi, fra le quali citerò soprattutto quelle del grande studioso francese Raymond Aron, intelligentemente discusse da Luigi Bonanate, La politica della dissuasione (Torino, Giappichelli, 1991).
Discutere del difesismo senza segnalare i punti di convergenza e di divergenza con la dissuasione non consente di individuare ciò che è vecchio e caduco e ciò che è nuovo e utile. In maniera tranciante affermo che il vecchio contiene tuttora elementi solidi di grande importanza e che il nuovo, almeno come appare nella discussione di Ferrera, è davvero scarso e non in grado di ispirare svolte analitiche né politiche risolutive.
Anzitutto, enucleo le due componenti centrali della dissuasione: capacità di difesa e potenzialità di risposta. Entrambe servono, per l’appunto, come deterrente nei confronti di possibili aggressori che debbono sapere non soltanto che non riusciranno nei loro intenti, ma che potrebbero venire puniti, obbligati a pagare un prezzo elevato per la loro aggressione. In secondo luogo, l’elemento comune alla dissuasione e al difesismo è costituito dalla necessità, mi spingerei fino a definirlo un imperativo categorico, di armarsi con armi abbondanti, moderne, di qualità.
Non soltanto negli anni sessanta, si è detto che chi si arma innesca una corsa al riarmo. Questo riarmo accelerato talvolta è un po’ come la bellezza che, secondo una nota espressione anglosassone, “sta negli occhi di chi guarda”. Mi pare molto improbabile che il difesismo riesca a sfuggire a quegli occhi. Non promette affatto di riuscire a fare meglio della dissuasione che, ricordo, non a me stesso, ma a voi, lettori preoccupati, si dimostrò in grado di garantire quarant’anni di pace, meglio, di assenza di guerra.
La strada, come da qualche tempo vado ripetendo, è un’altra. Grazie a Immanuel Kant e con lui sostengo che si vis pacem, para democratiam, che, se la guerra la fanno gli stati abbiamo imparato e verificato che gli stati democratici non si fanno reciprocamente la guerra. Quanto più ampia è l’area delle democrazie tanto più probabile diventa che non vi saranno guerre. Un giorno, poi, elaborerò più a fondo. Nel frattempo, coerentemente, sosterrò che se fosse esistito uno stato palestinese democratico (vastissimo programma), Hamas sarebbe stato esautorato. E se la Russia non riuscirà a conseguire gli obiettivi della sua orwelliana “operazione militare speciale” contro la democratica Ucraina ci saranno conseguenze negative sull’autoritarismo putiniano. Forse ci sono già.
Pubblicato il 16 luglio 2026 su PARADOXAforum
La questione della legge elettorale. Sintesi di un’audizione #ParadoXaforum

Credo sia opportuno e utile mettere a disposizione dei lettori la estrema sintesi di quanto ho detto alla Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati martedì 5 maggio 2026 (ore 12.30-13.00).
Dopo aver premesso che molto di quello che so l’ho scritto nelle letture consigliate già consegnate alla segreteria della Commissione, non ho discusso il disegno di legge Bignami e Milani, Disposizioni in materia di elezioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica, per due ragioni. La prima è che, facendolo, avrei accettato il terreno di gioco, impervio, sconnesso, squilibrato, dei presentatori; la seconda è che, nella peggiore tradizione parlamentare italiana, da tempo da molti invano criticata, il disegno è ‘costruito’ per emendamenti, aggiunte e sottrazioni, sul testo della vigente legge che porta il nome dell’on. Ettore Rosato. Ho quindi sostenuto, per punti, quanto segue.
Nessun sistema elettorale ha mai eletto il governo in un qualsiasi sistema/regime politico parlamentare, presidenziale, semipresidenziale, direttoriale, democratico, autoritario, teocratico etc.
Nessun governo, in un qualsiasi sistema/regime politico, è mai stato eletto direttamente dagli elettori, dal popolo.
Nelle democrazie parlamentari i governi nascono, agiscono, si trasformano, vengono democraticamente sostituiti in Parlamento, nella e dall’assemblea rappresentativa.
Una buona rappresentanza politica costituisce la premessa fondamentale del buon governo. Comunque, rimane cruciale la separazione delle istituzioni: origine, formazione, competenze, pur nella condivisione di poteri.
Governabilità è stabilità politica più efficacia decisionale. La prima si può ottenere con, ma, come dimostra il governo Meloni, anche senza, particolari meccanismi elettorali/istituzionali. La seconda richiede capacità e qualità. Altrimenti si rischiano stallo, immobilismo, degenerazioni.
Il criterio dominante per valutare la bontà di un sistema elettorale consiste nel potere che conferisce agli elettori. Esprimere una preferenza è potere.
Lo spauracchio del pareggio è scongiurabile in un Parlamento che abbia seggi dispari (1973/1978).
Buone coalizioni ricompongono una società frammentata, rappresentano più preferenze e più interessi e moderano le posizioni estreme.
Sono favorevolissimo a tutto quello che facilita l’espressione del voto, a cominciare da quanto indicato nel ddl Magi et al. Auspico il ritiro del ddl primo firmatario Bignami.
Pubblicato il 10 maggio 2026 su PARADOXAforum
Referendum: brutta informazione #ParadoXaForum

Il referendum costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati è giustamente destinato ad occupare molto spazio, informativo e manipolativo, a preoccupare molti commentatori e, chissà, a tentare di interessare il maggior numero possibile di elettori. Poiché, come dovrebbe oramai essere notissimo, i referendum costituzionali non necessitano di quorum per essere validi (i Costituenti vollero premiare i partecipanti, loro decidono e chi sta casa non deve contare), trovare argomenti originali e efficaci per convincere gli elettori ad andare alle urbe può risultare decisivo.
Non mi pare convincente l’argomento del Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, “la politica deve riconquistare un ruolo superiore a quello della magistratura”. Anzi, pericoloso. Nelle democrazie liberal-costituzionali nessuna istituzione deve sottomettere le altre. Né mi pare mobilitante sostenere, come fanno i più accesi sostenitori del “NO” che la separazione delle carriere metterebbe a repentaglio la democrazia in Italia. Anche se la maggioranza degli italiani si lamenta a ragione della bassa qualità della loro democrazia, ci vuole molto più e ben altro per produrne il crollo. La Costituzione che ha costretto, prima, i comunisti, poi i fascisti e i loro eredi ad agire nel quadro democratico, ha mostrato di avere gli anticorpi contro qualsiasi forma di governo dei giudici. Resisterà anche impedendo che il governo “addomestichi” e riesca a asservire i giudici.
Piuttosto, quello che a 45 giorni dal voto dovrebbe impensierirci e irritarci è la bassa qualità del dibattito, dei confronti, delle previsioni. Non è nei poteri del Presidente Mattarella riportare tutto ad un livello accettabile, ma almeno ricordiamo quanto il Presidente ritenga importante il dovere civico dell’esercizio del voto. Più in generale, sostiene Luca Telese in un lungo post intitolato “Effetto Quirinale” e pubblicato on line negli Appunti di Stefano (Feltri) il 9 febbraio, il Presidente, custode della Costituzione, interviene coerentemente per impedire che “sul tema dei diritti e delle garanzie costituzionali” si vada al ridisegno “in modo radicale [del] la cartografia della politica italiana”. Peggio, poi, se il ridisegno cominciasse con questo referendum pure al momento in bilico fra “Sì” e “No” secondo il sondaggista Roberto Weber. Fa, però, malissimo Telese a sintetizzarne una lunga intervista mettendo fra virgolette una frase che non vi si trova e che riflette molto malamente quanto da Weber detto: “Per motivi diversissimi, si uniscono nel No al referendum tre categorie di elettori molto distanti tra di loro. I giovani, spaventati dall’America di Trump vista a Minneapolis [sic], gli ex elettori comunisti che oggi votano Pd, e gli ex elettori democristiani che oggi votano Meloni [sic]”.
I due “sic” stanno a segnalare il mio profondo disaccordo in attesa di essere argomentati in un’occasione futura. Ma il punto più importante consiste nel mettere in rilievo quanto hanno diversamente sbagliato due giornalisti, Telese fantasticando e Feltri evidentemente trascurando la lettura, pure capaci e competenti, su una tematica di notevole importanza politica e costituzionale. Grande è lo spazio per un’informazione migliore.
In cauda venenum. Però, il veleno non è mio. Lo diffondono molti degli interessati. Qui, poiché parlo di disinformazione, vorrei biasimare lo spot, immagino prodotto dal governo, probabilmente dal Ministero degli Interni, peggio s approvato dalla Commissione di Vigilanza, trasmesso frequentemente dalla Rai, inteso a ricordare che il 22 e 23 marzo si tiene un “Referendum popolare confermativo”. NO, e poi NO. È un referendum costituzionale, punto. Popolare o impopolare, da nessuna parte nella Costituzione il referendum è definito confermativo. Il suo esito potrebbe esserlo. Ma, se vincono i “No”, parleremo di referendum dismissivo che ha dismesso quella revisione costituzionale? Spero di no. Continuerà semplicemente e correttamente ad essere ricordato e menzionato per quello che è: un referendum costituzionale.
Pubblicato il 16 febbraio 2026 su PARADOXAforum
Alla ricerca dell’ordine politico internazionale perduto #ParadoXaforum

Ho sempre avuto molti dubbi sulla effettiva esistenza di un ordine internazionale liberale nel periodo tra il 1945, fondazione delle Nazioni Unite, e il 1989, crollo del comunismo sovietico e, secondo Fukuyama, Fine della storia. In effetti, la storia della contrapposizione delle democrazie liberali e dei regimi comunisti era finita, proprio come scrisse lui stesso, con la vittoria delle democrazie liberali. Finiva anche, non l’ordine liberale internazionale, ma, più propriamente, l’equilibrio del terrore nucleare fra USA e URSS. Gli USA diventarono per almeno un decennio la superpotenza ”solitaria”, nella intelligente e acuta interpretazione datane da Huntington, mentre sullo sfondo si annunciava “lo scontro delle civiltà”. Dunque, trent’anni fa il grande politologo di Harvard non prevedeva nessuna (ri)comparsa di un qualsiasi (nuovo) ordine politico.
Il prezzo del vecchio “ordine”, che non fu mai liberale, era stato molto alto. Lo avevano pagato anzitutto i coreani, poi con le loro rivolte, i cittadini di Berlino Est (1953), dell’Ungheria (1956), della Cecoslovacchia (1968) e della Polonia (1956, 1968, 1980), ma anche i molti dissidenti sovietici da Sacharov a Solgenitsin. Lo avevano pagato molto caro i latino-americani schiacciati dalle dittature militari, i vietnamiti non domati neppure dal napalm, i sudafricani dell’apartheid. Solo noi europei occidentali, cittadini di regimi democratici (non, quindi gli oppositori dell’autoritarismo del Generalissimo Francisco Franco e del Prof Antonio Salazar) possiamo davvero rimpiangere les Trente Glorieuses, cioè, gli anni di grande sviluppo economico e di assenza di conflitti armati. Tutti gli stati entrati gradualmente a far parte di quella che è oggi l’Unione Europea hanno goduto di pace e acquisito prosperità come non mai.
Molto è cambiato nel mondo, ma, soprattutto, nei sistemi politici più potenti: nella Cina, nella Russia e negli USA. Trovata la stabilità interna che un partito totalitario come quello comunista cinese può garantire, sopprimendo l’opposizione e castigando duramente gli oppositori (Tien an Men, prima, giugno 1989, e Hong Kong, dopo, oramai da qualche anno, sono le tragiche prove), la Cina opera agilmente e abilmente in un sistema internazionale senza regole. Non sembra essere interessata, né opporsi, in linea di principio, ad un nuovo ordine internazionale. La sua leadership è consapevole che nessun tipo di ordine, quand’anche nascesse senza di lei o addirittura contro di lei, potrà dare stabilità al sistema internazionale. Nel frattempo, silenziosa e apparentemente inarrestabile, la sua espansione prosegue grazie e attraverso la via della seta.
Con la volutamente plateale aggressione all’Ucraina, Vladimir Putin perseguiva due grandi obiettivi: conquistare e sottomettere un paese importante e democratico come tardiva rivincita su quanto era andato perduto dopo il 1989/91, e fermare, se non addirittura capovolgere il declino della Russia, riverniciando e rilanciando il passato imperialista. In subordine, ha voluto mandato il segnale che nessun nuovo ordine internazionale può essere costruito senza riconoscere alla Russia un ruolo molto importante. Possiamo già constatare e affermare non solo che Putin non sembra in grado di conseguire i suoi obiettivi, ma che è diventato debitore di Trump che l’ha omaggiato in Alaska e di Xi Jinping senza il cui aiuto non potrebbe continuare l’aggressione. Non avrà mai più la forza per mettersi allo stesso tavolo di Trump e di Xi e si illude se crede che il prossimo ordine politico internazionale sarà tripolare.
Probabilmente sarebbe piaciuta anche al tycoon di Mar-a-Lago, terribile semplificatore dalle propensioni autoritarie, la comparsa di un sistema tripolare con la Russia a fare almeno in parte da contrappeso alla Cina e a tenere impegnati gli europei esigenti e decadenti che non saprebbero difendersi dai quali vorrebbe un cospicuo rimborso per tutte le spese militari effettuate dagli USA in ottant’anni. Nel frattempo, Trump procede a riaffermare il suo controllo sull’America latina. Deciderà lui la politica del Venezuela. Per Cuba si limita ad aspettare, poi se la riprenderanno gli esuli e la invaderanno i turisti USA e le loro piccole e grandi empresas: Viva la Coca Cola e le high tech! Il Canada deve fare molta attenzione a quel che dice e a quel che fa, e anche il Messico deve comportarsi meglio. Quanto alla Groenlandia, Trump dice che ne ha bisogno. Gli serve, presto. La può comprare oppure anche solo occupare. Se i suoi comportamenti, che non sono soltanto quelli di un mercante senza scrupoli, ma soprattutto di un imperialista senza freni, offendono la Danimarca e gli altri europei e affondano la NATO, peggio per loro. L’irrequietezza del Presidente USA e il servilismo competitivo dei suoi collaboratori che corteggiano i suoi favori e ambiscono i suoi elogi) non fanno escludere svolte, ma la strada del Make America Great Again è tracciata e lastricata. Comunque vada, la meta non sarà un ordine non sarà liberale. Sarà una tripartizione imposta dai rapporti di forza: USA, Cina, quel che può la Russia. Una stabilizzazione voluta da tre massime autorità ultrasettantenni che non si scambiano nessun impegno reciproco che non potrebbero e non vogliono rispettare.
Tutti i dati disponibili sui diritti, sulle libertà, sul commercio, sulla distribuzione del potere e della ricchezza dicono alto e forte che i 400 e più milioni di cittadini dell’Unione Europea vivono in prosperità, in democrazia, in pace. Hanno imparato le durissime lezioni della storia e, come direbbe Niccolò Machiavelli, con un po’ di fortuna e molta virtù sono diventati dei veri e propri privilegiati. Hanno vissuto la loro intera vita protetti dallo scudo grande e semi gratuito offerto dalla Nato. Con pochissime, ma notevoli, eccezioni (il francese Raymond Aron e l’italiano Altiero Spinelli) gli studiosi e i politici europei non si sono preoccupati del ritorno della guerra sul loro continente e neppure della costruzione e della manutenzione dell’ordine liberale internazionale. La pace, per parafrasare, criticandone una tesi centrale, il generale prussiano Carl von Clausewitz (1780-1836), era (è!) la continuazione della politica nei sistemi politici democratici e nei rapporti fra di loro. Con un altro grande tedesco, il filosofo illuminista Immanuel Kant (1724-1804), siamo in grado di affermare si vis pacem, para democratiam (chi vuole la pace deve preparare la democrazia). Le democrazie non si fanno la guerra fra di loro. Le loro opinioni pubbliche lo impedirebbero.
Faro del liberal-costituzionalismo, quanto più si allarga tanto più l’Unione Europea aumentava la portata del suo fascio di luce. Il presidente francese François Mitterrand (1981-1995) già auspicava che l’Europa si estendesse dall’Atlantico agli Urali. Lascio Immaginare lo shock, la preoccupazione e l’irritazione nelle stanze del Cremlino. Comunque, l’Unione ha continuato ad ampliarsi anche nei Balcani e fra i paesi candidati all’adesione si trovano altri sistemi politici ex comunisti. In ottica diversa, ma molto promettente, si situa l’accordo commerciale di grande portata recentemente raggiunto fra i paesi del Mercosur e l’Unione Europea. Più problematico è il Piano Mattei proposto da Giorgia Meloni per rapporti di cooperazione e scambi con molti paesi africani altrimenti corteggiati e influenzati dalla Cina. Allargamento non significa automaticamente maggiori capacità politiche; anzi, significa maggiori difficoltà decisionali. Significa anche maggiori responsabilità sulla scena internazionale mondiale.
Nessuna di queste operazioni è stata pensata avendo come obiettivo esplicito, se non la creazione di un nuovo ordine internazionale, quanto meno la riduzione dell’attuale disordine bellicoso e belligerante. Ma, opportunamente orientate, con impegno e con fatica, gli accordi commerciali, mai solo tali, potrebbero andare nella direzione giusta. Questione di leadership, politica e culturale. Quando questi tipi di leadership mancano prende il sopravvento la leadership burocratica che, lo sappiamo, non è ma disposta a rischiare. Meglio conservare quello che abbiamo costruito è anche il pensiero dei molti burocrati negli alti ranghi del Partito Comunista Cinese. Nell’attuale disordine, mentre Putin cerca di schiacciare l’Ucraina e Trump di azzannare la Groenlandia, pochi si scandalizzeranno se la Cina lancerà una sua “operazione militare speciale” contro i cinesi di Taiwan.
Concludo. Sono abitualmente contrario alle contrapposizioni retoriche rigide, ma in questo caso sento la necessità di essere molto netto. Nel futuro, da un lato, vedo un molto difficoltoso processo, neppure ancora concretamente iniziato, di costruzione di un nuovo ordine politico internazionale. Dall’altro, mi appare più probabile l’affermarsi di un duopolio autoritario USA/Cina con sparse frange di resistenza. Una di queste frange sarà probabilmente rappresentata dall’Unione Europea purché non indebolita e non frenata dai sovranismi di destra inclini al compromesso anche al ribasso. Nel frattempo, continueranno molti conflitti armati e, almeno in parte, impareremo a vivere, disegualmente male, nel disordine internazionale. Non è il futuro che auguro ai giovani.
Pubblicato il 12 gennaio 2026 su PARADOXAforum
Un bella domenica italiana al Corriere #ParadoXaForum

Il “Corriere della Sera” di domenica 26 ottobre 2025 nelle pagine della Cultura con risalto riferisce annuncia che una giuria presieduta da Aldo Cazzullo, che cura la pagina quotidiana “Lo dico al Corriere” e molto altro molto spesso scrive, ha premiato un libro scritto da Massimo Gramellini, responsabile per il “Corriere” della rubrica di prima pagina “Il Caffè”. Sabato 25 ottobre Aldo Cazzullo è stato ospite della trasmissione “In altre parole” condotta da Massimo Gramellini per rete televisiva La7. Urbano Cairo è il presidente del Gruppo Cairo Communication, proprietario de La7, e di RCS MediaGroup che controlla diverse testate giornalistiche fra le quali il “Corriere della Sera”.
Soltanto facendo mostra di molta ipocrisia, di cui, più che un merito, è un semplice fatto, non sono possessore, potrei limitarmi a dire: primo, sono tutti bravi e si meritano premi e partecipazioni; secondo, si tratta di coincidenze casuali. Ho citato alcuni pochi casi perché si sono presentati tutti insieme in nemmeno quarant’otto ore. Da attento lettore del “Corriere” sono in grado di assicurare che nel corso dell’anno questo fenomenale incrocio di scambi è frequentissimo. Comporta come prima tangibile conseguenza che per vincere un premio letterario bisogna fare in qualche modo parte di quello che un giornalista del “Corriere” definisce “circoletto”. Sarebbe utile, forse doveroso esplorare le presenze, contarle, classificarle. Compito tanto importante quanto deprimente.
Seconda considerazione: i giornalisti del “Corriere” si recensiscono a vicenda e le loro reciproche recensioni occupano grande spazio, qualche volta hanno addirittura il richiamo in prima pagina. Non ricordo di avere mai letto recensioni critiche né, meno che mai, stroncature dei libri dei componenti il “circoletto”. Più in generale, la regola che mi è stata autorevolmente riferita è che le firme del Corriere debbono astenersi nella maniera più assoluta dal criticarsi l’un altro. Persino, Giovanni Sartori a malincuore vi si uniformò. Quelle recensioni elogiative a piena pagina costituiscono spesso il biglietto da visita per gli inviti ai Festival dei libri nonché l’anticamera dei premi. Vale a dire che fanno parte integrante del problema dello strapotere del quotidiano di Via Solferino.
Non sta a me, comunque, non in questa sede, trovare soluzioni a problemi di etica professionale che, evidentemente i giornalisti del “Corriere” non considerano per niente tali. Mi limito a suggerire che, quantolmeno nel caso delle recensioni incrociate, si potrebbe operare diversamente. I recensori dei libri delle firme del Corriere siano tutti esterni, non collaboratori e non aspiranti a diventare tali.
Coda. Nel 50esimo anniversario dell’uccisione di Pier Paolo Pasolini, l’attuale direttore del “Corriere” Luciano Fontana scrive nelle pagine de La Lettura con grande vanto che scandalo non fu l’arrivo di PPP (“reclutato” dall’allora direttore Piero Ottone). “Lo scandalo è considerare il giornale come un fortino in cui si ospitano soltanto le opinioni che si condividono”. Già.
Pubblicato il 27 ottobre 2025 su ParadoXaforum
State-building in Palestina, pace per la democrazia, e viceversa #ParadoXaforum

Nonostante molte critiche, più o meno fondate e saccenti, il Piano di Pace di Donald Trump ha posto, almeno finora, termine al conflitto Israele-Hamas e consentito lo scambio fra circa duemila detenuti palestinesi e 48 ostaggi israeliani vivi e morti. Poi, è certamente opportuno e doveroso porre nel mirino delle critiche quello che risalta, l’impianto affaristico della ricostruzione a Gaza, e quello che viene progettato, una fase di indefinita durata di un governo «tecnocratico e apolitico». Non entrerò nei dettagli, pure importantissimi, poiché voglio giungere all’elaborazione del punto che ritengo decisivo. Premetto che due elementi mi hanno colpito molto sfavorevolmente. Il primo è che nessuno dei quattro firmatari del documento: il presidente egiziano El-Sisi, il presidente turco Erdogan, l’emiro del Qatar Hamad al-Thani e, per dirla tutta, neppure il Presidente americano Trump, è un «sincero democratico». Il secondo elemento è la sfilata ossequiosa dei leader a stringere, uno per uno, in poco splendida solitudine e distanziati, la mano di Trump con relativa foto di rito. Apprezzabile la ritrosia di Giorgia Meloni, visibile nelle sue espressioni facciali e nel suo body language. La celebrazione ostentata è andata fuori misura e pone gran parte dell’onere dell’attuazione degli accordi sulle spalle del Presidente USA.
Il problema cruciale dell’attuazione è che esiste una controparte, ma non l’altra. Anche se cambiasse, come è possibile, per scaramanzia non scrivo probabile, il primo ministro di Israele, ci saranno altri governanti a garantire che lo Stato di Israele manterrà fede agli impegni presi. Al momento, i palestinesi di Gaza sono privi non soltanto di qualsiasi rappresentanza politica, ma di voce in capitolo. L’Autorità Nazionale Palestinese, vecchia, screditata e da molti accusata di alto tasso di corruzione, non controlla il territorio e, soprattutto, non dispone di milizie armate in grado di controllare Hamas. Nel documento manca qualsiasi riferimento alla necessità che i palestinesi abbiano/si dotino/ottengano uno Stato (la cui «esistenza» è incredibilmente già riconosciuta da più di 150 Stati sui 190 facenti parte dell’ONU).
Proprio perché sono assolutamente consapevole delle enormi difficoltà dei processi di State-building, l’assenza nel documento di indicazioni e linee guida che vadano oltre il ricorso ad un comitato «tecnocratico e apolitico» (costruire uno Stato è un compito di enorme complessità e politicità), forse presieduto da Tony Blair, la cui fama mediorientale non è propriamente elevatissima, è decisamente grave.
Si è aperta una grande finestra di opportunità per uno Stato palestinese in grado di mantenere l’ordine politico e di sfruttare le ingenti risorse che affluiranno per la ricostruzione di Gaza e, perché no?, anche per il lancio su scala internazionale del turismo balneare sulla striscia. Infine, per chi crede con me, e con una significativa «striscia» di ricerche e di analisi, e come me che gli Stati democratici non si fanno la guerra fra di loro, uno Stato palestinese democratico sarebbe un attore decisivo per la pace duratura nel Medio-oriente. Mi fermo qui senza procedere a speculazioni, pure possibili e plausibili, sul perché i governanti autoritari degli altri sistemi politici medio-orientali non vedrebbero con favore, vero e sincero understatement, la nascita nei loro dintorni di uno Stato democratico. Avremo modo, temo presto, di tornarci.
Pubblicato il 15 ottobre 2025 su PARADOXAforum
Democrazie, non fragili, ma complesse #paradoXaforum

Fra pochi giorni sarà in libreria il primo importante libro di Giovanni Sartori, Democrazia e definizioni, pubblicato dal Mulino nel 1957. Come avrebbe poi teorizzato, Sartori scriveva contro, vale a dire criticando le definizioni di democrazia date dai comunisti e dai benpensanti non solo a sinistra negli anni quaranta e cinquanta del secolo scorso. Quel contesto era particolarmente significativo. Quelle definizioni, spesso accompagnate da aggettivi distorcenti, democrazia “guidata”, pleonastici e fuorvianti, democrazie “popolari”, erano spesso strumento di lotta politica e ideologica. Forse oggi c’è bisogno di dire e sottolineare che Sartori riteneva e argomentava che la democrazia liberale era la forma migliore di democrazia. Condivido, sapendo che Sartori fu sempre attento alle possibili declinazioni pratiche delle democrazie liberali. Qui sta il punto che merita un approfondimento.
Le democrazie, a partire da quelle liberali, sono, come, senza fantasia ripetono non pochi commentatori, “fragili“? Quest’aggettivo non compare negli scritti di Sartori et pour cause, cioè non per caso. Infatti, né le democrazie liberali né la democrazia di Sartori possono mai essere definite fragili, castelli di carte. Quell’insieme di diritti, civili e politici, talvolta anche sociali, e di istituzioni separate (merci, Montesquieu), che è costitutivo delle democrazie, non è affatto fragile. Merita, anche quando non è accompagnato da una società, uso gli aggettivi preferiti dagli americani, ”robusta e vibrante”, l’aggettivo complesso. Poi, caso per caso, si potrà indagare se complesso implica anche e a quali condizioni vulnerabile. Non necessariamente.
Certamente, la democrazia di Weimar (1919-1933), alla quale nessuno ha mai attribuito l’aggettivo fragile, fu politicamente e istituzionalmente molto complessa e si dimostrò anche vulnerabile. In quanto drammaticamente tale continua a essere oggetto di una molteplicità di analisi anche ottime sulle cause del suo crollo. Ma, fermo restando che si contano sulle dita di una mano le democrazie apparse e cresciute dopo il 1945, dopo il 1974 e dopo il 1989 (le ondate di democratizzazione di cui ha convincentemente scritto nel 1991 Samuel P. Huntington), quali sarebbero di grazia le democrazie “fragili”?
Soltanto di una democrazia del secondo dopoguerra è possibile affermare con certezza che è “caduta”: il Venezuela. Gli analisti sono concordi che la causa principale, il fattore scatenante fu l’implosione dei due partiti che garantivano la politica democratica e competitiva, non la fragilità delle istituzioni venezuelane. Quel che è sicuro è che l’autoritarismo di Maduro è tutt’altro che solido. Tuttavia, il discorso su presunta fragilità, complessità e vulnerabilità delle democrazie non deve essere abbandonato. Insieme a molti errori definitori e talvolta, più gravi, analitici (non è vero che le democrazie “muoiono”, accertabile è che vengono assassinate, per lo più dalle elites politiche, economiche, militari, persino religiose), alcuni studiosi hanno finalmente colto i punti più importanti, spesso decisivi. Erosione e backsliding, scivolamento all’indietro, retrocessione sono i due fenomeni più preoccupanti.
Quando i diritti dei cittadini vengono limitati e cancellati e l’autonomia di ciascuna delle istituzioni, in particolare quella del sistema giudiziario, viene ferita e ridimensionata, allora comincia un procedimento pericolosissimo che colpisce prima la qualità di quella democrazia, poi, la sua funzionalità, infine, la sua esistenza. Niente di questo risulta comprensibile a chi lo guarda dalla finestra della fragilità, meno che mai sapendo come bloccarlo. Mantenere la complessità suscitando pluralismo è, Sartori approverebbe, la ricetta dei difensori della/e democrazia/e.
Pubblicato il 4 settembre 2025 su PARADOXAforum
L’essenza di quel che è imperativo sapere su pace e guerra #Paradoxaforum

Si vis pacem, para bellum. Crediamo tutti di sapere che cosa significa questa farse latina. È il chiaro invito ad armarsi per rendere noto e evidente a tutti i potenziali aggressori che il nostro paese, pardon, la nostra Nazione è pronta, forse non solo militarmente, a difendersi. Qualcuno pensa, a mio parere correttamente, che prepararsi alla guerra non voglia dire preparare la guerra, che la difesa richieda non solo armamenti, ma convinzioni, condivisioni e motivazioni, che, concretamente, più di quarant’anni (1946-1989) di preparazione alla guerra sul continente europeo abbiano garantito la pace. Certo, l’equilibrio del terrore fu il prodotto della (rin)corsa agli armamenti fra le due superpotenze: USA e URSS, e anche della consapevolezza di entrambe che un bellum nucleare avrebbe significato il loro reciproco annientamento. Insomma, in qualche modo, prepararsi alla guerra in maniera visibile contribuì a mantenere la pace (almeno sul continente europeo). Che in materia di preparazione attiva e consapevole si possa scrivere molto altro è pacifico (sic), another time another place. Ma queste considerazioni mi paiono sufficienti a delineare in maniera non fumosa problema e soluzione
Si vis pacem, para pacem è quel che, senza nessuna elaborazione, alcuni politici e intellettuali italiani contrappongono a chi indica la strada della preparazione alla/della guerra. Credo che sarebbe opportuno soffermarsi a pensare non soltanto quale pace dovremmo preparare, ma soprattutto come, delineando i tempi, i modi, i passi. “Svuotare gli arsenali e colmare i granai”, come suggerito da Sandro Pertini nel suo primo discorso da Presidente della Repubblica italiana (1978-1985), è una bella frase ad effetto che riecheggia quanto auspicato dal profeta Isaia: “spezzare le spade per farne aratri, trasformare le lance in falci”. Con la stessa logica, ma non vorrei proprio essere blasfemo, chi sostiene, in Italia sono molti a sinistra, che le spese per le armi vanno a scapito di quelle per la sanità, dovrebbe volere trasformare i carri armati e i droni in autoambulanze e agire affinché, condizione essenziale, lo facessero tutti gli Stati. Rimane più che lecito chiedere a chi non vuole che l’Italia partecipi al riarmo dell’Unione Europea quale contributo alternativo la nostra Nazione dovrebbe impegnarsi a dare per la difesa europea.
Preparare la pace significa anche, preliminarmente, riflettere sulle cause delle guerre, proporre spiegazioni storico-comparate, segnalare le modalità con le quali un certo numero di guerre sono state prevenute e impedite. Non vedo nulla di tutto questo nei discorsi di coloro che dicono di voler preparare la pace.
Si vis pacem, para democratiam. Nelle relazioni internazionali una generalizzazione molto robusta e finora non smentita è che le democrazie non si fanno la guerra fra di loro. È vero che le democrazie sono entrate e continuano a entrare in guerra per una pluralità di motivi, ma l’avversario, il nemico è regolarmente, provatamente uno Stato, una Nazione non democratica. Qui fa la comparsa in tutta la sua pregnanza e lungimiranza la lezione del grande filosofo illuminista tedesco Immanuel Kant (1724-1804). La sua tesi è che la pace perpetua è conseguibile ampliando l’area delle Repubbliche, termine usato allora per definire i paesi governati, non nell’oppressione e nella repressione, ma con il consenso, e procedendo alla costruzione di una Federazione di Repubbliche. L’Unione Europea ne è un ottimo esempio.
Qui si pone il problema di come preparare la democrazia. Troppo facile sostenere che non è possibile esportare la democrazia chiavi in mano. Piuttosto le democrazie e i democratici, soprattutto coloro che vogliono la pace, hanno il dovere politico e morale di favorire e incoraggiare tutti quei molti comportamenti che nei differenti paesi vanno nel senso della protezione e promozione dei diritti civili e politici, sostenendo coloro che se ne fanno portatori e difensori. La diplomazia, vigorosa, insistente e generosa, delle idee e delle risorse è il modo migliore per fare sbocciare i fiori democratici.
Ne concludo che chi vuole la pace deve operare per portare, piantare, innaffiare quei fiori democratici a cominciare dai paesi responsabili di operazioni militari più o meno speciali e affini. Hic et nunc.
Pubblicato il 30 giugno 2025 su PARADOXAforum
Non genocidio, ma crimini di guerra #ParadoXaForum

Non ho nessuna ragione specifica, personale, famigliare, amicale, di tipo culturale, neppure politica nel senso di appartenenza, per sentire, continuare a provare un profondo senso di colpa per le leggi razziali e, soprattutto, in maniera dolorosa per l’olocausto. Quel binario 21 della stazione di Milano dal quale intere famiglie di ebrei furono deportate ad Auschwitz e le pietre di inciampo che si trovano anche Bologna per ricordare alcuni di loro colpiscono costantemente le mie emozioni più profonde. In maniera non del tutto spiegabile razionalmente. Nessuno della mia famiglia e dei progenitori è stato ebreo. Non ho avuto compagni di scuola riconoscibilmente ebrei, non professori al liceo e all’Università, e neppure colleghi identificabili come ebrei. I miei scrittori italiani preferiti Cesare Pavese, Beppe Fenoglio, Italo Calvino non hanno nulla a che vedere con l’ebraismo e di ebraismo non hanno scritto. Certo, Lessico familiare di Natalia Ginzburg è un romanzo che ho amato, ma il ricordo ammirevole e ammirato che Bobbio ha fatto di Leone Ginzburg sta su un altro piano. Il mio Pantheon degli antifascisti mette in ordine Piero Gobetti, Giacomo Matteotti, i fratelli Carlo e Nello Rosselli. Quando lessi Se questo è un uomo di Primo Levi mi ero già fatto un’idea di che cosa era stato l’olocausto. La foto dell’ingresso al campo di Auschwitz si era già stampata nella mia mente.
No, non riesco proprio a equiparare il genocidio programmato dai nazisti come “soluzione finale del problema ebraico” e da loro eseguito fino al 27 gennaio 1945 a nessun altro, per quanto grave, sterminio di massa. Pertanto, sono più che riluttante, nettamente contrario ad accusare gli ebrei in blocco e il governo di Netanyahu specificamene di genocidio dei palestinesi. Invece, colgo le sembianze di un possibile genocidio nello slogan From the river to the sea Palestine will be free, non so quanto inconsapevolmente pronunciato da molti, da troppi. Comunque lo ritengo ignobile e pericolosissimo. Non aggiungo controproducente poiché è evidente che quello slogan non agevola e non avvicina nessuna soluzione della rappresaglia, legittima, ma diventata enormemente sproporzionata, del governo israeliano contro Hamas. Vorrei che, da un lato, fossero continuamente segnalate le responsabilità in questo conflitto di Hamas e dei suoi sostenitori e finanziatori, e dall’altro, fosse e rimanesse chiaro che nessuna soluzione potrà diventare duratura fintantoché i terroristi di Hamas godranno di agibilità politica. La eliminazione di una potente organizzazione terroristica è un obiettivo bellico giustificabile. Non significa certamente genocidio del popolo palestinese. Però quello che va detto a chiare lettere è che anche nei confronti di Hamas e dei suoi sostenitori debbono valere alcuni principi relativi alla proporzionalità della risposta e alla salvaguardia nella più alta misura possibile dei diritti e della vita della popolazione civile. Da questo punto di vista, non solo è opportuno porre l’interrogativo se il governo Netanyahu abbia commesso crimini di guerra. Tenendo quei crimini nettamente distinti dalle accuse di genocidio, è assolutamente doveroso perseguirli imputandoli a chi ne sarà individuato come responsabile sia fra i governanti israeliani sia fra i dirigenti di Hamas.
Pubblicato il 22 maggio 2025 su ParadoXaforum