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Non genocidio, ma crimini di guerra #ParadoXaForum

Non ho nessuna ragione specifica, personale, famigliare, amicale, di tipo culturale, neppure politica nel senso di appartenenza, per sentire, continuare a provare un profondo senso di colpa per le leggi razziali e, soprattutto, in maniera dolorosa per l’olocausto. Quel binario 21 della stazione di Milano dal quale intere famiglie di ebrei furono deportate ad Auschwitz e le pietre di inciampo che si trovano anche Bologna per ricordare alcuni di loro colpiscono costantemente le mie emozioni più profonde. In maniera non del tutto spiegabile razionalmente. Nessuno della mia famiglia e dei progenitori è stato ebreo. Non ho avuto compagni di scuola riconoscibilmente ebrei, non professori al liceo e all’Università, e neppure colleghi identificabili come ebrei. I miei scrittori italiani preferiti Cesare Pavese, Beppe Fenoglio, Italo Calvino non hanno nulla a che vedere con l’ebraismo e di ebraismo non hanno scritto. Certo, Lessico familiare di Natalia Ginzburg è un romanzo che ho amato, ma il ricordo ammirevole e ammirato che Bobbio ha fatto di Leone Ginzburg sta su un altro piano. Il mio Pantheon degli antifascisti mette in ordine Piero Gobetti, Giacomo Matteotti, i fratelli Carlo e Nello Rosselli. Quando lessi Se questo è un uomo di Primo Levi mi ero già fatto un’idea di che cosa era stato l’olocausto. La foto dell’ingresso al campo di Auschwitz si era già stampata nella mia mente.

No, non riesco proprio a equiparare il genocidio programmato dai nazisti come “soluzione finale del problema ebraico” e da loro eseguito fino al 27 gennaio 1945 a nessun altro, per quanto grave, sterminio di massa. Pertanto, sono più che riluttante, nettamente contrario ad accusare gli ebrei in blocco e il governo di Netanyahu specificamene di genocidio dei palestinesi. Invece, colgo le sembianze di un possibile genocidio nello slogan From the river to the sea Palestine will be free, non so quanto inconsapevolmente pronunciato da molti, da troppi. Comunque lo ritengo ignobile e pericolosissimo. Non aggiungo controproducente poiché è evidente che quello slogan non agevola e non avvicina nessuna soluzione della rappresaglia, legittima, ma diventata enormemente sproporzionata, del governo israeliano contro Hamas.   Vorrei che, da un lato, fossero continuamente segnalate le responsabilità in questo conflitto di Hamas e dei suoi sostenitori e finanziatori, e dall’altro, fosse e rimanesse chiaro che nessuna soluzione potrà diventare duratura fintantoché i terroristi di Hamas godranno di agibilità politica. La eliminazione di una potente organizzazione terroristica è un obiettivo bellico giustificabile. Non significa certamente genocidio del popolo palestinese. Però quello che va detto a chiare lettere è che anche nei confronti di Hamas e dei suoi sostenitori debbono valere alcuni principi relativi alla proporzionalità della risposta e alla salvaguardia nella più alta misura possibile dei diritti e della vita della popolazione civile. Da questo punto di vista, non solo è opportuno porre l’interrogativo se il governo Netanyahu abbia commesso crimini di guerra. Tenendo quei crimini nettamente distinti dalle accuse di genocidio, è assolutamente doveroso perseguirli imputandoli a chi ne sarà individuato come responsabile sia fra i governanti israeliani sia fra i dirigenti di Hamas.

Pubblicato il 22 maggio 2025 su ParadoXaforum

Quelli che l’Europa di Ventotene #ParadoXaforum

“L’Europa di Ventotene”, ha affermato la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, “non è la mia Europa”. Non avrebbe certamente potuto esserlo poiché lei non si sarebbe mai trovata fra i confinati a Ventotene, ma certamente a Roma fra i confinatori fascisti. Perché gli alleati del regime fascista che metteva in galera e confinava i suoi oppositori erano proprio i nemici dell’Europa di Ventotene. A nome del Führer sovranista, Adolf Hitler: Deutschland über alles (traduzione MAGA, Make Alemania Great Again), il suo ministro degli Esteri von Ribbentrop firmava un patto di non belligeranza e di spartizione della Polonia con il ministro degli Esteri sovietico, Molotov che agiva in nome del suo capo sovranista (“socialismo in un solo paese”) Josif Stalin. Allontanatosi del PCI e critico severissimo di quel Patto, Spinelli veniva evitato dai comunisti persino nelle passeggiate quotidiane nella piccola isola.

No, Meloni non avrebbe mai potuto condividere un Manifesto scritto da esponenti delle culture politiche impegnate con il pensiero e le azioni in una verticale opposizione al fascismo e al suo nazionalismo aggressivo: Ernesto Rossi, radicale della componente di Giustizia e Libertà. Eugenio Colorni socialista nel solco tracciato da Giacomo Matteotti. Altiero Spinelli, es-comunista, poi azionista, infine, battitore libero, enfasi su entrambe le parole, di sinistra. Sono tre culture minoritarie nell’Europa di oggi e ancor più nell’Italia di Meloni che, comunque, non è culturalmente in grado di contrapporre nessun Manifesto alternativo. Certo, Spinelli, Rossi e Colorni desideravano che la proprietà privata fosse anche politicamente controllata e posta al servizio di obiettivi pubblici. Certo, Spinelli, Rossi e Colorni erano convinti che la spinta alla mobilitazione dell’opinione pubblica a favore dell’Europa dovesse venire dall’alto, da chi si impegnava per l’unificazione politica federale: gli Stati Uniti d’Europa. Era e rimane un problema di leadership la cui mancanza è fortemente sentita nell’Europa di oggi.

Quell’Europa di Spinelli, Rossi e Colorni avrebbe dovuto portare pace e prosperità, lo ha fatto, ma anche sapere difendersi. Dissentendo ancora una volta dal Partito Comunista Italiano, che pure lo aveva fatto eleggere come indipendente al Parlamento europeo nel 1979, Spinelli sostenne la necessità dell’installazione dei missili americani Pershing come difesa nei confronti dei missili posizionati dai sovietici. Con lui stava il Cancelliere tedesco socialdemocratico Helmut Schmidt, e oggi starebbe il gruppo parlamentare europeo Alleanza Progressista dei Socialisti e Democratici che ha approvato il progetto di difesa militare comune presentato dalla Presidente von der Leyen.

Non stupisce che Giorgia Meloni abbia una visione dell’Europa diversa da quella di Spinelli, Rossi, Colorni. Anche mascherato il non solo suo sovranismo è l’opposto dell’europeismo. Stupisce, invece, che metà degli europarlamentari del Partito Democratico si siano espressi con l’astensione su un voto importante. Lo Spinelli del Manifesto di Ventotene, che ho conosciuto, ho letto, ho seguito nella sua indefessa battaglia politica, e i suoi co-autori, avrebbero risposto con un chiaro e argomentato voto a favore. Poi avrebbero contribuito a migliorare quel progetto, da dentro, non soltanto con la retorica.

Pubblicato il 24 marzo 2025 su ParadoXaforum

Democrazia, non melassa #paradoXaforum

Gli editorialisti del “Corriere della Sera” continuano a inquietarmi, anzi, ad irritarmi. Lo fanno con grande nonchalance. Spesso annunciano solennemente grandi verità, ad esempio, contrariamente a quel che (non) ha (mai) scritto Francis Fukuyama “la storia non è finita”. Avessero mai letto il libro! Qualche volta, poi, le enunciazioni sono non solo fattualmente sbagliate, ma pericolose poiché annegano differenze cruciali e conducono in melasse e paludi dalle quali non si esce più (e, infatti, lì rimangono a dibattersi).

“L’obiezione [alle critiche ai suoi comportamenti balordi] che Trump sia stato democraticamente eletto (come del resto Putin o Xi Jinping o Orbán o Erdogan, sorvolando sull’affidabilità di certe votazioni) non sposta di un millimetro che [la democrazia] sia entrata in una fase clinica delicatissima” (Carlo Verdelli, La democrazia archiviata, “il Corriere della Sera”, 6 marzo 2025, p. 1 e 36).

Questa frase, il cui tenore è simile a molte altre che vengono periodicamente pubblicate da “il Corriere” più spesso che da altri, è assolutamente diseducativa, nei fatti e nelle implicazioni. In primo luogo è sbagliato “sorvolare sull’affidabilità di certe votazioni”. Elezioni libere, segrete, periodiche stanno al cuore delle democrazie, ma le democrazie si fondano su diritti e Costituzioni. Si può discutere del quantum di manipolazione venga effettuato in crescendo in Ungheria, Turchia e Russia, ma di elezioni politiche democratiche in Cina non è proprio il caso di parlare. Secondo, chi scrive di politica ha l’obbligo di documentarsi, di controllare i fatti, di fare riferimenti verificabili e verificati. Il fact-checking non è un gioco di società; è un esercizio utilissimo, pedagogicamente importante, altamente democratico. Consente di aprire e svolgere dibattiti e confronti in pubblico combinando dati e interpretazioni, facendo crescere la quantità e la qualità delle conoscenze, affinando le spiegazioni.

Chi andasse, come dovrebbero sempre fare i giornalisti, gli opinionisti e, naturalmente, gli studiosi, ad analizzare le migliori serie statistiche sulle democrazie, Freedom House, Economist Intelligence Unit, V-Dem, riscontrerebbe un notevole aumento del numero dei sistemi politici democratici nel secondo dopoguerra e troverebbe traccia di alcune difficoltà e problemi di funzionamento spesso seguiti da soluzioni, e nessun crollo, tranne il Venezuela Nessun ingresso dei regimi democratici attualmente esistenti in, qualsiasi cosa significhi, “una fase clinica delicatissima”. A qualche affannato commentatore, mi sento di dire: Medice cura te ipsum.

   In giro per il mondo, dall’Iran al Myanmar, sono molti gli oppositori, uomini, donne, studenti, intellettuali, che mettono regolarmente consapevolmente continuativamente a rischio la loro personale salute proprio per conquistare i fondamenti della democrazia. Questa, dove, quando, chi e come, lottano proprio per la democrazia, sarebbe una bella ricerca. Ho molte idee in materia. Quanto alla morte della/e democrazia/e non avviene per cause naturali, ma per mano di sicari e criminali. Le democrazie non muoiono. Vengono uccise, per lo più dalle elite, economiche, militari, politiche, burocratiche, religiose. Proprio mentre completo questo sintetico post, l’autorevole, come si usa dire, “New York Times”, riferendosi ad una serie di improvvisate decisioni del Presidente Trump (e del consigliere Musk), titola Democracy Dies in Dumbness: “nessun presidente è stato così ignorante delle lezioni della storia, così incompetente nell’attuare le sue proprie idee”. Ma, molto resiliente, la democrazia tollera anche la stupidità del Presidente USA. Chi vivrà vedrà.

Pubblicato il 7 marzo 2025 su ParadoXaforum

Le strette di mano contano. La Sharia conta molto di più, troppo #ParadoXaforum

Grande attenzione è stata data alla sequenza di immagini relative all’incontro fra i ministri degli esteri della Francia, Jean-Noël Barrot, e della Germania, la verde Annalena Baerbock e il nuovo capo della Siria Al Jolani. Giustamente. Però, troppi commentatori, fra i quali segnalo Antonio Polito (Le strette di mano contano, in “Corriere della Sera”, 4 gennaio 2025) non hanno saputo “leggere” correttamente e “comprensivamente” quelle immagini finendo per darne un’interpretazione gravemente distorta. L’immagine che è circolata di più ritrae Al Jolani che stringe la mano di Barrot, ma non quella di Baerbock. Tuttavia, è importante sottolineare che, primo, non c’è nessun suo rifiuto perché Baerbock non ha dato il minimo segnale di stendere la sua mano con una qualche aspettativa. Secondo, e di conseguenza, la Ministra tedesca, alla guida dei Verdi quanto mai sostenitori della parità di genere, non manifesta nessuna delusione. Al contrario, mentre, terzo, guardandola Al Jolani si porta la mano destra sul cuore, Baerbock congiunge le sue mani a mo’ di saluto. Nessuno sgarbo e nessun risentimento, ma un interrogativo: come si salutano uomini e donne nei contesti islamici?

Concludo sul punto suggerendo di allargare la sequenza e di notare che non c’è nessuna premessa di un’accoglienza meno che formale e nessun seguito di comportamento scortese, infatti, Al Jolani fa cenno a Baerbock di sedersi alla sua destra. Chi ricorda la sedia platealmente e deliberatamente negata dal presidente turco Erdogan alla presidente della Commissione Europea, von der Leyen, certamente un atto offensivo, deve prendere atto della notevole diversità di comportamenti.

Le immagini rivelano e il body language ha un suo pregnante significato. Accusare Al Jolani di un comportamento che sminuisce la donna in quanto tale mi sembra sbagliato, prematuro e controproducente. Sbagliato perché, visibilmente, non è stato così e tale non intendeva essere. Prematuro perché almeno finora non hanno fatto la loro comparsa disposizioni discriminatorie di stampo afghano. Controproducente perché le critiche “occidentali” potrebbero essere interpretate come espressioni preconcette di ostilità ai nuovi governanti. Invece, mi parrebbe politicamente più saggio offrire un’apertura di credito politico a Al Jolani e ai suoi collaboratori più moderati (qualsivoglia significato possa avere questo aggettivo non solo nel mondo islamico).

Negli stessi giorni, Al Jolani ha dichiarato “Cristiani parte integrante della Siria, ammiro il Papa”, ma sullo sfondo quasi preannunciata sta la possibilità(/probabilità?) della introduzione in Siria, paese finora “laico”, della sharia. Naturalmente, la sharia farebbe strame di qualsiasi riconoscimento e qualsiasi concessione dei basilari diritti civili e politici. Opportunisticamente, Al Jolani potrebbe provvedere a eccezioni mirate per le comunità cristiane. Comunque, verrebbe posto un pesantissimo ostacolo alla transizione della Siria, non alla democrazia, ma ad una situazione nella quale le diversità non siano represse, negate, oppresse e neppure ghettizzate. La risposta a Al Jolani deve essere una sola: riconosca e accetti il pluralismo, non soltanto religioso, ma anche sociale. Se ne seguirà pluralismo politico potremo ragionarne. Sarà un bel giorno.

Pubblicato il 9 gennaio 2025 su PARADOXAforum

La vittoria di Trump. Difficile da credere, ma è una questione di “cultura” #Paradoxaforum

I numeri attestano che la vittoria di Donald Trump è stata epocale. Segna un’epoca che, forse, a causa dell’età, non sarà lui a guidare, ma che è uno spartiacque nella storia USA. Troppo spesso il “suo” elettorato è stato fatto coincidere quasi esclusivamente con la grande maggioranza degli uomini bianchi di mezz’età (e le loro famiglie), con limitato livello di istruzione e redditi medio-bassi. Per tutti costoro le tematiche di genere, gli scontri sul politicamente corretto, le riscritture della storia dell’uomo bianco colonizzatore e oppressore, non erano semplicemente riprovevoli e sbagliate. Politicamente e culturalmente colpivano il loro status sociale. In gioco era la loro stessa identità di americani, osteggiati, isolati, circondati. Certo, i latinos portano via posti di lavoro, ma c’è di più. Portano con sé una cultura di organizzazione familiare, di vita sociale, di musica e di cibo, di forme di svago che non si incontra e non si mescola con quella degli americani “come noi”. Anzi, che la vuole più o meno inconsapevolmente sostituire sotto gli occhi amichevoli e beneaguranti degli intellettuali e dei divi, delle grandi università dedite al multiculturalismo e dei quotidiani delle gradi città, come se davvero le culture potessero essere messe tutte sullo stesso livello, dimentiche che “e pluribus unum” (il motto del federalismo USA) indica l’obiettivo dell’integrazione, non la conservazione della separatezza.

Tutti, o quasi, affermano che l’Occidente è in declino tanto quanto, e viceversa, gli USA. Non è accettabile nessuna rassegnazione a quell’esito. Make America Great Again è un compito che restituisce l’orgoglio, la consapevolezza di potere fare quanto altri non riuscirebbero neppure a immaginare. Da un lato, una componente non trascurabile, forse persino crescente dei latinos, si fa coinvolgere: saranno parte attiva del ritorno alla grandezza, prova provata della loro integrazione riuscita; dall’altro, fenomeni simili attraversano non pochi sistemi politici europei: i sovranisti variamente declinati come Veri Finlandesi, Democratici Svedesi, Fratelli d’Italia et al. Vecchi e nuovi americani non chiedono autocritiche, ma desiderano pieno riconoscimento di dignità storica e di cittadinanza. Suggeriscono come (ri)conquistarle perché il loro tempo non è passato, ma futuro.

Che un uomo bianco possa fare tutto questo meglio di una donna di colore, vista con sospetto persino dagli stessi uomini di colore, appare addirittura scontato. Quell’elettorato trumpiano non attendeva nient’altro che l’offerta credibile di riscatto. Madornale è l’errore di credere che la sua motivazione prevalente fosse la paura e che i Democratici offrissero speranza, che, invece, era contrizione per i misfatti dell’uomo bianco e della potenza egemone. Unico sollievo per la leadership democratica è che Trump durerà per un solo mandato. Però, se i Democratici non trovano quel (weberiano) imprenditore politico che sappia delineare una strategia di attrazione attorno al credo americano (opportunità per tutti) e ai valori costituzionali troppo spesso disattesi nei confronti dei cittadini di colore, lo scontro culturale continuerà a premiare i repubblicani trumpiani post-Trump.

Pubblicato il 11 novembre 2024 su PARADOXAforum

Proteste, rappresentanza, verità “alternative” #ParadoxaForum

In quanto (ex)Professore di chiara, ancorché un po’ obsolescente, fama, vengo periodicamente da più parti intervistato sugli studenti che protestano in nome, per conto, a favore dei palestinesi. Spesso mi si vuole fare dire che sono degli ignoranti, faziosi, da deprecare. E lo si vuole sentire da me, uomo di sinistra che ha un limpido pregiudizio, che non abbandono, a favore degli israeliani, del diritto ad esistere dello Stato d’Israele (trovo lo slogan “from the river to the sea Palestine will be free”, assolutamente efferato) e del suo diritto alla rappresaglia proporzionata. Da mesi, Netanyahu si è consapevolmente e deliberatamente esibito in una reazione sproporzionata, deprecabilissima, da sanzionare.

La mia risposta alle domande è che gli studenti hanno tutto il diritto di protestare, di fare assemblee, di sfilare in cortei, di organizzare dibattiti, meglio se invitando, non solo palestinesi e simpatizzanti. Lo possono fare anche nelle sedi universitarie, meglio senza interferire con il diritto degli altri studenti a frequentare le lezioni che desiderano e con il diritto/(dovere) dei docenti a tenere quelle lezioni. Però, aggiungo subito senza esitazioni, ci sono tre limiti invalicabili al diritto di parola degli studenti, e dei professori e dei più o meno cattivi, nei diversi significati dell’aggettivo, maestri: i) nessun incitamento alla violenza; ii) nessuna affermazione di odio razziale, sì, questo è l’aggettivo più appropriato; iii) nessuna discriminazione di religione e di genere, accostamento non banale, come ci ricorderebbero le donne dall’Iran all’Afghanistan.

Poi, spingo l’analisi più in là. Quegli studenti non sono isolati, privi di retroterra, meno che mai marziani. A casa con i parenti, fra i loro amici, nelle loro reti di relazioni, in Italia, incontrano consenso e sostegno. Insomma e purtroppo, quegli studenti attivisti sono per una molteplicità di ragioni, piuttosto rappresentativi di un’opinione pubblica o di bolle di opinioni pubbliche che neanche troppo in fondo la pensano come loro. Rappresentano anche una zona grigia più ampia, quella dei sedicenti pacifisti.

Non mi contengo e, grazie alle mie innegabili e innascondibili esperienze e conoscenze internazionali, guardo fuori dal paese dello stivale. È molto facile vedere proteste studentesche non dissimili, in qualche caso anche peggiori dal punto di vista dell’ordine pubblico, in special modo nelle prestigiose università USA: da Harvard a Berkeley, e inglesi: Oxford e Cambridge, ma non solo. Per di più, non sembrano pochi neppure i docenti giustificazionisti.

Cerco di capire senza nessuna intenzione di giustificare. Ribadisco il no all’incitamento e alla pratica della violenza, all’odio politico, sociale, culturale, alle discriminazioni in tutte le sfumature possibili. Ma non mi basta e sono certo che non basta neanche a chi gentilmente mi sta leggendo. Dove e come riprendere il bandolo della matassa? Veritas vos liberabit. Già, ma, in quanto convinti e forse troppo compiaciuti democratici, abbiamo lasciato troppo spazio alle “verità alternative”. Da dove ricominciare?

Pubblicato il 27 settembre 2024 su ParadoXaforum

Dove vanno i vicepresidenti USA? Qualche rara volta persino alla Casa Bianca #ParadoxaForum

La domanda è: se e quanto sono stati avvantaggiati i vicepresidenti USA che hanno cercato di succedere ai loro Presidenti? Restringo l’analisi al periodo post-1945 cosicché inevitabilmente dispongo di pochi casi (ma pochissimi furono i precedenti) che, però, mi consentono di dare una risposta precisa. Il successo è arriso ad una sola successione. Nel 1988 il repubblicano George H. Bush ha conquistato la Casa Bianca dopo essere stato per due mandati Vicepresidente di Ronald Reagan. Nel 1960 questa operazione non riuscì Richard M. Nixon che era stato vicepresidente del repubblicano Dwight Eisenhower (1952-1960). Nel 2000 non riuscì neppure al democratico Al Gore che era stato vicepresidente di Bill Clinton (1992-2000).

   In circostanze tragiche il Vicepresidente prima entrato in carica per completare il mandato del suo Presidente defunto, rispettivamente Franklin D. Roosevelt e John F. Kennedy, poi ne vince uno in proprio: i democratici Harry Truman (1945-1948; 1948-1952) e Lyndon Johnson (1963-1964; 1964-1968). Il vicepresidente di Truman, il poco noto Alben Barkley, non cercò la nomination alla presidenza; quello di Johnson, il noto e apprezzato Hubert H. Humphrey, la ottenne e perse l’elezione del 1968. Dick Cheney, potente vicepresidente di George W. Bush (2000-2008), falco senza cedimenti e senza compassione, venne considerato impresentabile dagli stessi repubblicani. In estrema sintesi, i vicepresidenti, vi aggiungo il pur competente Walter Mondale, vice del Democratico Jimmy Carter, hanno avuto vita grama.

Le circostanze sembrano più promettenti per Kamala Harris. Rimasta sostanzialmente nell’ombra, incapace di trovarsi una tematica caratterizzante, fino a domenica 14 luglio Harris sembrava, ed era, fuori gioco anche nella campagna elettorale, inutile. La rinuncia del Presidente Baden a cercare il secondo mandato (le) ha aperto una prateria di opportunità, di sfide, di incognite. In quanto vicepresidente è obbligata a rivendicare i successi, che ci sono, del suo Presidente. Però, non può giocare in difesa, tralasciando il non fatto e il malfatto (immigrazione). Al contrario deve portare l’attacco sul fronte di quello che sulla scia di Baden può essere esteso e completato. Soprattutto ha l’opportunità di cambiare il gioco. Non più due uomini bianchi anziani dai quali non può venire nessuna novità, come grandi maggioranze di elettori si lamentavano nei sondaggi lasciando intendere un notevole rifiuto delle urne a prevalente scapito dei democratici. Una ambiziosa donna di colore neppure sessantenne contro un uomo bianco quasi ottantenne con problemi giudiziari e privo della immaginazione politica per andare oltre il vacuo slogan Make America Great Gain: it is another game. La sfida si è spostata sul terreno della mobilitazione di un elettorato molto segmentato, in special modo sul versante progressista. Là Kamala Harris potrà cercare di sfruttare le sue qualità: competenza giuridica, energia politica, biografia anche professionale. Il duello non è più vicepresidente contro ex-presidente alla ricerca della vendetta, uomo bianco con la sua America del passato, che i giudici della Corte Suprema da lui nominati cercano di far rivivere, contro donna di colore, che rappresenta l’America che già c’è, ma sbrindellata e perplessa alla quale offrire una prospettiva. Almeno l’alternativa è crystal clear, cristallina. Il resto è il bello della politica democratica competitiva. 

Pubblicato il 25 luglio 2024 su PARADOXAforum

Giustizialisti buoni e garantisti cattivi: a ognuno il suo (e qualcosina di più) #paradoXaforum

“C’è un tempo per essere giustizialista e c’è un tempo per essere garantista”. Sto con l’Ecclesiaste, ma aggiungo: “ci sono casi che richiedono giustizialismo e casi che meritano garantismo”. E, allora, bisogna sapere distinguere e riuscire a convincere gli altri che la mia distinzione ha valore.

    Partirò con la notazione che il garantismo a campo largo è fatto apposta per salvare tutti i propri compagni di merende al prezzo, ritenuto largamente sopportabile, spesso atto pagare ad altri, di lasciare esenti da qualsiasi intrusione della legge anche i compagni delle altrui merende. Da un lato, questo garantismo comunica la possibilità della tolleranza/immunità per comportamenti probabilmente scorretti, spinti in una zona grigia nella quale è meglio non guardare, fino a dare l’idea di un permissivismo/lassismo che si diffonde a permeare la società, l’economia, la cultura giungendo a troppe manifestazioni di religiosità. Dall’altro, inevitabilmente, difficile dire quanto consapevolmente, questo garantismo erode l’autorità dello Stato e delle istituzioni. Le loro procedure e le loro regole possono essere violate senza conseguenze. Sono elastiche. Possono essere interpretate con notevole discrezionalità che talvolta sfiora l’arbitrio.

   Nel giustizialismo si trovano, invece, coloro che danno un’interpretazione inflessibile e immutabile dei principi fondamentali che regolano i rapporti fra le persone e fra quelle persone e le istituzioni. La legge eguale per tutti, “giustizialmente” interpretata, colpisce malamente tutti coloro che sono diseguali per una varietà di elementi sempre esistenti, in particolare, per assenza di risorse economiche, culturali, di visibilità (troppa che potrebbe giustificare il dare loro una lezione; poca che potrebbe consentire un trattamento esagerato senza che vada agli onori/disonori della cronaca), di relazioni sociali. Chi viene lasciato solo è più esposto ai rigori della legge.

   Trattare i diseguali in maniera diseguale richiede un legislatore in grado di individuare almeno le più importanti fattispecie di diseguaglianza disturbante e delineare i trattamenti specifici. Vale la pena tentare tenendo a bada gli sconfinamenti garantisti e le esagerazioni giustizialisti. Tuttavia, nell’ottica di un sistema politico, che può anche essere sovranazionale come l’Unione Europea, ’è un elemento che richiede maggiore attenzione e più approfondita considerazione di altri: il potere, più precisamente il potere politico. Non che il potere economico, il potere sociale, il potere culturale, il potere religioso non si accompagnino anch’essi alla probabilità di elargire favoritismi, ma solo il potere politico è in grado di incidere su tutti i cittadini. Solo il potere politico si estende e si spande su tutto il sistema politico intervenendo anche nei confronti degli altri poteri, assegnando vantaggi e/o sottraendo risorse.

   Chi ha più potere ha, volente o nolente, più responsabilità. Deve accettare più responsabilità, politiche, sociali, giudiziarie. Nessuno dei suoi comportamenti scorretti può essere condonato. Con il potere politico può meglio difendersi dai giudici e dai giustizialisti. Con quel potere politico può anche, a (in)determinate condizioni, continuare nel reato. No, i detentori di potere politico, di governo e di rappresentanza, non sono cittadini come gli altri. Pertanto, non debbono essere trattati come cittadini qualsiasi (i quali, peraltro, sono un insieme molto variegato). Il potere politico non deve essere usato per giustificare l’irresponsabilità, per sfuggire dalle responsabilità. Non è giustizialismo esigere che chi occupa cariche politiche le liberi per difendersi senza sfruttare quel plus che il potere politico inevitabilmente comporta. Si può esigerlo; si può farlo.

Pubblicato il 22 Aprile 2024 su PARADOXAforum

Lavorare con le idee; le idee per lavorare #paradoXaforum

Nessun lavoro intellettuale si svolge in vitro e neppure in laboratori chiusi al mondo. Quando passeggiamo con Socrate che ci inquisisce, quando ci ingaglioffiamo (il verbo è suo) con Machiavelli, quando seduti su una panchina aspettiamo che l’orologio del campanile batta le 15 per correre incontro a Kant e chiedergli come possiamo diffondere la pace perpetua, quando ascoltiamo la conferenza di Weber su Il lavoro intellettuale come professione, non siamo mai soli. Abbiamo idee ricevute, intratteniamo interrogativi, ci godiamo i ricordi di tante buone letture, costruiamo proposte di soluzione tentando ripetutamente e faticosamente di salire sulle spalle dei giganti leggendo e rileggendo i loro testi. Spesso e, in tempi recenti, molto più spesso, siamo colpiti dalla faciloneria, dalla approssimazione, dalla superficialità degli altri. “L’enfer”, nella famosa frase di Jean-Paul Sartre, “c’est les autres”. Potremmo lasciarli lì, gli altri, con le loro citazioni sbagliate, spesso di seconda mano e plagiate, con riferimenti fuorvianti, con dimenticanze colpevoli, con il loro estremismo e narcisismo. Potremmo, invece, scegliere una alternativa apparentemente delicata, molto costosa e rischiosa che consiste nel pensare e nel provare che lavoro intellettuale è anche, regolarmente confrontarsi avec les autres. Il confronto con e la citazione del lavoro degli altri non risponde a nessun bisogno di guadagnarsi/procurarsi scambievolmente confronti e citazioni gratificanti. Risponde, invece, ad una certa idea di ricerca scientifica, sbagliando s’impara, trial and error, ovviamente per chi non è nato imparato e rimane a ballonzolare senza grazia ai piedi dei giganti.

Nel mio libro Il lavoro intellettuale. Cos’è, come si fa, a cosa serve (UTET 2023) ho cercato, schematicamente, ma non sacrificando nulla, di spiegare in che modo ho svolto il mio lavoro e come ho capito le modalità seguite da altri studiosi dei quali ho grande stima. Le tappe, tutte interconnesse, talvolta con qualche inevitabile e voluta sovrapposizione, sono: Leggere, Recensire, Ricercare e scrivere, Insegnare, Predicare (le due ultime sono separate da una linea sottile, ma reale, appena elastica). Non approfondisco, ma “condisco” con due osservazioni che mi paiono molto importanti. La prima è che ciascuna delle attività che ho evidenziato può innervare necessari criteri di valutazione. La seconda, acquisizione per me recente, in un dibattito triangolare su “L’Europa verso il mondo di domani”, è che il lavoro intellettuale non può mai esimersi dal citare, anche se apparentemente irrilevanti, le argomentazioni dei dibattenti. L’arroganza narcisistica non è neppure manovalanza intellettuale. Per lo più è sgarbo sgradevole. Va denunciata, sul posto. Chiedere quale libro letto sta a base di quale espressione, quali elementi utili e suggestivi emergono da libri recensiti, quali lacune mira a soddisfare un libro, un saggio, un articolo, quali testi sono preferibili per una buona trasmissione del sapere agli studenti, infine, quale è il contenuto, quale è lo stile, quale il luogo (mai la cattedra secondo Max Weber) per la predicazione, sono tutte domande legittime le cui risposte possono condurre a domande migliori e all’avanzamento di scienza e conoscenza. Il peccato mortale nel lavoro intellettuale si chiama plagio. Vale, naturalmente, anche per i giornalisti ai quali spesso tocca il compito o se ne appropriano, con altalenante (in)successo di diffondere le più recenti e nuove conoscenze specialistiche. I divulgatori bravi contribuiscono alla formazione dell’opinione pubblica. Quando quell’opinione pubblica si nutre, sostiene, incoraggia il lavoro intellettuale appare probabile che si sia fuorusciti dagli angusti confini dello stivale.    

Pubblicato il 4 marzo 2024 su PARADOXAforum

Pace e definizioni* #paradoxaforum

Che il 2024 sia l’anno della pace è tanto auspicabile quanto improbabile.  I due conflitti attualmente in corso: l’aggressione della Russia all’Ucraina e la risposta di Israele all’attacco terroristico di Hamas, non appaiono destinati a terminare in tempi brevi. E, poi, quale pace? Troppi parlano di pace avendo in mente e di mira la semplice cessazione dello scontro armato. Tacciano le armi. Ma, no. La pace che i generali di Napoleone gli comunicarono avere insediato a Varsavia era eretta sulle ceneri e sulle macerie di quella città. No, nessuno ha diritto alla sua definizione di pace.

   Talvolta, alcuni commentatori e persino, non sempre, il Papa aggiungono al sostantivo pace l’aggettivo giusta. Purtroppo, quasi nessuno si esercita nel dare contenuto a quell’importante, decisivo aggettivo, a definirlo con precisione. Però, la storia della riflessione su guerra e pace ha ricompreso anche come e quando una pace possa e debba considerarsi giusta. Neppur troppo paradossalmente, sembra molto più facile stabilire/definire quando la pace raggiunta è ingiusta. Chi vince impone le sue condizioni: controllo del territorio, dei perdenti e delle loro attività almeno per un certo periodo di tempo; risarcimento dei costi e dei danni di guerra; creazione di un governo amico, vassallo. Pace pagata a caro, spesso eccessivo prezzo da chi è stato sconfitto. Alcuni ricordano che il grande economista inglese John Maynard Keynes criticò nel suo libro Le conseguenze economiche della pace per l’entità irragionevole delle sanzioni economiche imposte ai tedesche. La rivolta contro quelle sanzioni costituì uno dei punti di forza del nazismo nel mobilitare e espandere i suoi sostenitori. Nel caso che riguarda Ucraina e Russia, la richiesta di non pochi “pacifisti” che gli ucraini accettino di cedere parte del loro territorio ai russi in cambio della fine delle ostilità configurerebbe certamente, non solo a mio modo di vedere, una pace ingiusta. Darebbe corpo e modo a un pericolosissimo precedente di cui si farebbero forti altri potenziali aggressori, in primis, la Cina di Xi riguardo a Taiwan.

Chiarita una delle possibili manifestazioni/definizioni di pace ingiusta, rimane da interrogarsi più a fondo sulle qualità indispensabili a configurare e conseguire una pace giusta (gli aggettivi, “giustificata” e “giustificabile” meriterebbero un approfondimento qui non possibile). Sarò assolutamente drastico: giusta può essere la pace che gli aggrediti sono liberamente disposti ad accettare. Comunque, qualsiasi compromesso deve partire dalle esigenze espresse dagli aggrediti e tenerle in grandissimo conto. Quella pace faticosamente conseguita deve essere tale da proiettarsi nel futuro, da diventare, secondo la memorabile espressione di Immanuel Kant, una pace perpetua.

Nel dibattito contemporaneo troppo spesso non vi è sufficiente attenzione al regime politico dei paesi che scatenano le guerre. Da almeno una cinquantina d’anni, gli studiosi di relazioni internazionali hanno accumulato abbastanza dati e prodotto riflessioni sufficienti a suffragare la generalizzazione che “le democrazie non si fanno la guerra fra loro”. Certo, anche le democrazie combattono guerre che non sono giustificabili, guerre coloniali e neo-coloniali. Però, risolvono le differenze di opinione, valutazione, aspettative e prospettive che intercorrono fra loro, non con le armi, ma con i negoziati. Dunque, l’implicazione è cristallina: per ridurre le probabilità che si proceda a conflitti armati è imperativo ampliare l’area delle democrazie. La pace perpetua di Kant comincia e si fonda sull’esistenza di Repubbliche (il termine allora prevalente per designare regimi “democratici”) che vogliono “federarsi” e sanno come farlo. Operando per la costruzione di regimi democratici in Russia e in Palestina si agisce anche per la comparsa e l’affermazione di quella pace che, sola, offre la garanzia di durare. Il resto sono vane parole, malvagia retorica.  

 *Il riferimento al titolo del libro di Giovanni Sartori, Democrazia e definizioni (Bologna, il Mulino, 1957) è del tutto consapevole e voluto.

Pubblicato il 8 gennaio 2024 su PARADOXAforum