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La vittoria di Trump. Difficile da credere, ma è una questione di “cultura” #Paradoxaforum

I numeri attestano che la vittoria di Donald Trump è stata epocale. Segna un’epoca che, forse, a causa dell’età, non sarà lui a guidare, ma che è uno spartiacque nella storia USA. Troppo spesso il “suo” elettorato è stato fatto coincidere quasi esclusivamente con la grande maggioranza degli uomini bianchi di mezz’età (e le loro famiglie), con limitato livello di istruzione e redditi medio-bassi. Per tutti costoro le tematiche di genere, gli scontri sul politicamente corretto, le riscritture della storia dell’uomo bianco colonizzatore e oppressore, non erano semplicemente riprovevoli e sbagliate. Politicamente e culturalmente colpivano il loro status sociale. In gioco era la loro stessa identità di americani, osteggiati, isolati, circondati. Certo, i latinos portano via posti di lavoro, ma c’è di più. Portano con sé una cultura di organizzazione familiare, di vita sociale, di musica e di cibo, di forme di svago che non si incontra e non si mescola con quella degli americani “come noi”. Anzi, che la vuole più o meno inconsapevolmente sostituire sotto gli occhi amichevoli e beneaguranti degli intellettuali e dei divi, delle grandi università dedite al multiculturalismo e dei quotidiani delle gradi città, come se davvero le culture potessero essere messe tutte sullo stesso livello, dimentiche che “e pluribus unum” (il motto del federalismo USA) indica l’obiettivo dell’integrazione, non la conservazione della separatezza.

Tutti, o quasi, affermano che l’Occidente è in declino tanto quanto, e viceversa, gli USA. Non è accettabile nessuna rassegnazione a quell’esito. Make America Great Again è un compito che restituisce l’orgoglio, la consapevolezza di potere fare quanto altri non riuscirebbero neppure a immaginare. Da un lato, una componente non trascurabile, forse persino crescente dei latinos, si fa coinvolgere: saranno parte attiva del ritorno alla grandezza, prova provata della loro integrazione riuscita; dall’altro, fenomeni simili attraversano non pochi sistemi politici europei: i sovranisti variamente declinati come Veri Finlandesi, Democratici Svedesi, Fratelli d’Italia et al. Vecchi e nuovi americani non chiedono autocritiche, ma desiderano pieno riconoscimento di dignità storica e di cittadinanza. Suggeriscono come (ri)conquistarle perché il loro tempo non è passato, ma futuro.

Che un uomo bianco possa fare tutto questo meglio di una donna di colore, vista con sospetto persino dagli stessi uomini di colore, appare addirittura scontato. Quell’elettorato trumpiano non attendeva nient’altro che l’offerta credibile di riscatto. Madornale è l’errore di credere che la sua motivazione prevalente fosse la paura e che i Democratici offrissero speranza, che, invece, era contrizione per i misfatti dell’uomo bianco e della potenza egemone. Unico sollievo per la leadership democratica è che Trump durerà per un solo mandato. Però, se i Democratici non trovano quel (weberiano) imprenditore politico che sappia delineare una strategia di attrazione attorno al credo americano (opportunità per tutti) e ai valori costituzionali troppo spesso disattesi nei confronti dei cittadini di colore, lo scontro culturale continuerà a premiare i repubblicani trumpiani post-Trump.

Pubblicato il 11 novembre 2024 su PARADOXAforum

Proteste, rappresentanza, verità “alternative” #ParadoxaForum

In quanto (ex)Professore di chiara, ancorché un po’ obsolescente, fama, vengo periodicamente da più parti intervistato sugli studenti che protestano in nome, per conto, a favore dei palestinesi. Spesso mi si vuole fare dire che sono degli ignoranti, faziosi, da deprecare. E lo si vuole sentire da me, uomo di sinistra che ha un limpido pregiudizio, che non abbandono, a favore degli israeliani, del diritto ad esistere dello Stato d’Israele (trovo lo slogan “from the river to the sea Palestine will be free”, assolutamente efferato) e del suo diritto alla rappresaglia proporzionata. Da mesi, Netanyahu si è consapevolmente e deliberatamente esibito in una reazione sproporzionata, deprecabilissima, da sanzionare.

La mia risposta alle domande è che gli studenti hanno tutto il diritto di protestare, di fare assemblee, di sfilare in cortei, di organizzare dibattiti, meglio se invitando, non solo palestinesi e simpatizzanti. Lo possono fare anche nelle sedi universitarie, meglio senza interferire con il diritto degli altri studenti a frequentare le lezioni che desiderano e con il diritto/(dovere) dei docenti a tenere quelle lezioni. Però, aggiungo subito senza esitazioni, ci sono tre limiti invalicabili al diritto di parola degli studenti, e dei professori e dei più o meno cattivi, nei diversi significati dell’aggettivo, maestri: i) nessun incitamento alla violenza; ii) nessuna affermazione di odio razziale, sì, questo è l’aggettivo più appropriato; iii) nessuna discriminazione di religione e di genere, accostamento non banale, come ci ricorderebbero le donne dall’Iran all’Afghanistan.

Poi, spingo l’analisi più in là. Quegli studenti non sono isolati, privi di retroterra, meno che mai marziani. A casa con i parenti, fra i loro amici, nelle loro reti di relazioni, in Italia, incontrano consenso e sostegno. Insomma e purtroppo, quegli studenti attivisti sono per una molteplicità di ragioni, piuttosto rappresentativi di un’opinione pubblica o di bolle di opinioni pubbliche che neanche troppo in fondo la pensano come loro. Rappresentano anche una zona grigia più ampia, quella dei sedicenti pacifisti.

Non mi contengo e, grazie alle mie innegabili e innascondibili esperienze e conoscenze internazionali, guardo fuori dal paese dello stivale. È molto facile vedere proteste studentesche non dissimili, in qualche caso anche peggiori dal punto di vista dell’ordine pubblico, in special modo nelle prestigiose università USA: da Harvard a Berkeley, e inglesi: Oxford e Cambridge, ma non solo. Per di più, non sembrano pochi neppure i docenti giustificazionisti.

Cerco di capire senza nessuna intenzione di giustificare. Ribadisco il no all’incitamento e alla pratica della violenza, all’odio politico, sociale, culturale, alle discriminazioni in tutte le sfumature possibili. Ma non mi basta e sono certo che non basta neanche a chi gentilmente mi sta leggendo. Dove e come riprendere il bandolo della matassa? Veritas vos liberabit. Già, ma, in quanto convinti e forse troppo compiaciuti democratici, abbiamo lasciato troppo spazio alle “verità alternative”. Da dove ricominciare?

Pubblicato il 27 settembre 2024 su ParadoXaforum

Dove vanno i vicepresidenti USA? Qualche rara volta persino alla Casa Bianca #ParadoxaForum

La domanda è: se e quanto sono stati avvantaggiati i vicepresidenti USA che hanno cercato di succedere ai loro Presidenti? Restringo l’analisi al periodo post-1945 cosicché inevitabilmente dispongo di pochi casi (ma pochissimi furono i precedenti) che, però, mi consentono di dare una risposta precisa. Il successo è arriso ad una sola successione. Nel 1988 il repubblicano George H. Bush ha conquistato la Casa Bianca dopo essere stato per due mandati Vicepresidente di Ronald Reagan. Nel 1960 questa operazione non riuscì Richard M. Nixon che era stato vicepresidente del repubblicano Dwight Eisenhower (1952-1960). Nel 2000 non riuscì neppure al democratico Al Gore che era stato vicepresidente di Bill Clinton (1992-2000).

   In circostanze tragiche il Vicepresidente prima entrato in carica per completare il mandato del suo Presidente defunto, rispettivamente Franklin D. Roosevelt e John F. Kennedy, poi ne vince uno in proprio: i democratici Harry Truman (1945-1948; 1948-1952) e Lyndon Johnson (1963-1964; 1964-1968). Il vicepresidente di Truman, il poco noto Alben Barkley, non cercò la nomination alla presidenza; quello di Johnson, il noto e apprezzato Hubert H. Humphrey, la ottenne e perse l’elezione del 1968. Dick Cheney, potente vicepresidente di George W. Bush (2000-2008), falco senza cedimenti e senza compassione, venne considerato impresentabile dagli stessi repubblicani. In estrema sintesi, i vicepresidenti, vi aggiungo il pur competente Walter Mondale, vice del Democratico Jimmy Carter, hanno avuto vita grama.

Le circostanze sembrano più promettenti per Kamala Harris. Rimasta sostanzialmente nell’ombra, incapace di trovarsi una tematica caratterizzante, fino a domenica 14 luglio Harris sembrava, ed era, fuori gioco anche nella campagna elettorale, inutile. La rinuncia del Presidente Baden a cercare il secondo mandato (le) ha aperto una prateria di opportunità, di sfide, di incognite. In quanto vicepresidente è obbligata a rivendicare i successi, che ci sono, del suo Presidente. Però, non può giocare in difesa, tralasciando il non fatto e il malfatto (immigrazione). Al contrario deve portare l’attacco sul fronte di quello che sulla scia di Baden può essere esteso e completato. Soprattutto ha l’opportunità di cambiare il gioco. Non più due uomini bianchi anziani dai quali non può venire nessuna novità, come grandi maggioranze di elettori si lamentavano nei sondaggi lasciando intendere un notevole rifiuto delle urne a prevalente scapito dei democratici. Una ambiziosa donna di colore neppure sessantenne contro un uomo bianco quasi ottantenne con problemi giudiziari e privo della immaginazione politica per andare oltre il vacuo slogan Make America Great Gain: it is another game. La sfida si è spostata sul terreno della mobilitazione di un elettorato molto segmentato, in special modo sul versante progressista. Là Kamala Harris potrà cercare di sfruttare le sue qualità: competenza giuridica, energia politica, biografia anche professionale. Il duello non è più vicepresidente contro ex-presidente alla ricerca della vendetta, uomo bianco con la sua America del passato, che i giudici della Corte Suprema da lui nominati cercano di far rivivere, contro donna di colore, che rappresenta l’America che già c’è, ma sbrindellata e perplessa alla quale offrire una prospettiva. Almeno l’alternativa è crystal clear, cristallina. Il resto è il bello della politica democratica competitiva. 

Pubblicato il 25 luglio 2024 su PARADOXAforum

Giustizialisti buoni e garantisti cattivi: a ognuno il suo (e qualcosina di più) #paradoXaforum

“C’è un tempo per essere giustizialista e c’è un tempo per essere garantista”. Sto con l’Ecclesiaste, ma aggiungo: “ci sono casi che richiedono giustizialismo e casi che meritano garantismo”. E, allora, bisogna sapere distinguere e riuscire a convincere gli altri che la mia distinzione ha valore.

    Partirò con la notazione che il garantismo a campo largo è fatto apposta per salvare tutti i propri compagni di merende al prezzo, ritenuto largamente sopportabile, spesso atto pagare ad altri, di lasciare esenti da qualsiasi intrusione della legge anche i compagni delle altrui merende. Da un lato, questo garantismo comunica la possibilità della tolleranza/immunità per comportamenti probabilmente scorretti, spinti in una zona grigia nella quale è meglio non guardare, fino a dare l’idea di un permissivismo/lassismo che si diffonde a permeare la società, l’economia, la cultura giungendo a troppe manifestazioni di religiosità. Dall’altro, inevitabilmente, difficile dire quanto consapevolmente, questo garantismo erode l’autorità dello Stato e delle istituzioni. Le loro procedure e le loro regole possono essere violate senza conseguenze. Sono elastiche. Possono essere interpretate con notevole discrezionalità che talvolta sfiora l’arbitrio.

   Nel giustizialismo si trovano, invece, coloro che danno un’interpretazione inflessibile e immutabile dei principi fondamentali che regolano i rapporti fra le persone e fra quelle persone e le istituzioni. La legge eguale per tutti, “giustizialmente” interpretata, colpisce malamente tutti coloro che sono diseguali per una varietà di elementi sempre esistenti, in particolare, per assenza di risorse economiche, culturali, di visibilità (troppa che potrebbe giustificare il dare loro una lezione; poca che potrebbe consentire un trattamento esagerato senza che vada agli onori/disonori della cronaca), di relazioni sociali. Chi viene lasciato solo è più esposto ai rigori della legge.

   Trattare i diseguali in maniera diseguale richiede un legislatore in grado di individuare almeno le più importanti fattispecie di diseguaglianza disturbante e delineare i trattamenti specifici. Vale la pena tentare tenendo a bada gli sconfinamenti garantisti e le esagerazioni giustizialisti. Tuttavia, nell’ottica di un sistema politico, che può anche essere sovranazionale come l’Unione Europea, ’è un elemento che richiede maggiore attenzione e più approfondita considerazione di altri: il potere, più precisamente il potere politico. Non che il potere economico, il potere sociale, il potere culturale, il potere religioso non si accompagnino anch’essi alla probabilità di elargire favoritismi, ma solo il potere politico è in grado di incidere su tutti i cittadini. Solo il potere politico si estende e si spande su tutto il sistema politico intervenendo anche nei confronti degli altri poteri, assegnando vantaggi e/o sottraendo risorse.

   Chi ha più potere ha, volente o nolente, più responsabilità. Deve accettare più responsabilità, politiche, sociali, giudiziarie. Nessuno dei suoi comportamenti scorretti può essere condonato. Con il potere politico può meglio difendersi dai giudici e dai giustizialisti. Con quel potere politico può anche, a (in)determinate condizioni, continuare nel reato. No, i detentori di potere politico, di governo e di rappresentanza, non sono cittadini come gli altri. Pertanto, non debbono essere trattati come cittadini qualsiasi (i quali, peraltro, sono un insieme molto variegato). Il potere politico non deve essere usato per giustificare l’irresponsabilità, per sfuggire dalle responsabilità. Non è giustizialismo esigere che chi occupa cariche politiche le liberi per difendersi senza sfruttare quel plus che il potere politico inevitabilmente comporta. Si può esigerlo; si può farlo.

Pubblicato il 22 Aprile 2024 su PARADOXAforum

Lavorare con le idee; le idee per lavorare #paradoXaforum

Nessun lavoro intellettuale si svolge in vitro e neppure in laboratori chiusi al mondo. Quando passeggiamo con Socrate che ci inquisisce, quando ci ingaglioffiamo (il verbo è suo) con Machiavelli, quando seduti su una panchina aspettiamo che l’orologio del campanile batta le 15 per correre incontro a Kant e chiedergli come possiamo diffondere la pace perpetua, quando ascoltiamo la conferenza di Weber su Il lavoro intellettuale come professione, non siamo mai soli. Abbiamo idee ricevute, intratteniamo interrogativi, ci godiamo i ricordi di tante buone letture, costruiamo proposte di soluzione tentando ripetutamente e faticosamente di salire sulle spalle dei giganti leggendo e rileggendo i loro testi. Spesso e, in tempi recenti, molto più spesso, siamo colpiti dalla faciloneria, dalla approssimazione, dalla superficialità degli altri. “L’enfer”, nella famosa frase di Jean-Paul Sartre, “c’est les autres”. Potremmo lasciarli lì, gli altri, con le loro citazioni sbagliate, spesso di seconda mano e plagiate, con riferimenti fuorvianti, con dimenticanze colpevoli, con il loro estremismo e narcisismo. Potremmo, invece, scegliere una alternativa apparentemente delicata, molto costosa e rischiosa che consiste nel pensare e nel provare che lavoro intellettuale è anche, regolarmente confrontarsi avec les autres. Il confronto con e la citazione del lavoro degli altri non risponde a nessun bisogno di guadagnarsi/procurarsi scambievolmente confronti e citazioni gratificanti. Risponde, invece, ad una certa idea di ricerca scientifica, sbagliando s’impara, trial and error, ovviamente per chi non è nato imparato e rimane a ballonzolare senza grazia ai piedi dei giganti.

Nel mio libro Il lavoro intellettuale. Cos’è, come si fa, a cosa serve (UTET 2023) ho cercato, schematicamente, ma non sacrificando nulla, di spiegare in che modo ho svolto il mio lavoro e come ho capito le modalità seguite da altri studiosi dei quali ho grande stima. Le tappe, tutte interconnesse, talvolta con qualche inevitabile e voluta sovrapposizione, sono: Leggere, Recensire, Ricercare e scrivere, Insegnare, Predicare (le due ultime sono separate da una linea sottile, ma reale, appena elastica). Non approfondisco, ma “condisco” con due osservazioni che mi paiono molto importanti. La prima è che ciascuna delle attività che ho evidenziato può innervare necessari criteri di valutazione. La seconda, acquisizione per me recente, in un dibattito triangolare su “L’Europa verso il mondo di domani”, è che il lavoro intellettuale non può mai esimersi dal citare, anche se apparentemente irrilevanti, le argomentazioni dei dibattenti. L’arroganza narcisistica non è neppure manovalanza intellettuale. Per lo più è sgarbo sgradevole. Va denunciata, sul posto. Chiedere quale libro letto sta a base di quale espressione, quali elementi utili e suggestivi emergono da libri recensiti, quali lacune mira a soddisfare un libro, un saggio, un articolo, quali testi sono preferibili per una buona trasmissione del sapere agli studenti, infine, quale è il contenuto, quale è lo stile, quale il luogo (mai la cattedra secondo Max Weber) per la predicazione, sono tutte domande legittime le cui risposte possono condurre a domande migliori e all’avanzamento di scienza e conoscenza. Il peccato mortale nel lavoro intellettuale si chiama plagio. Vale, naturalmente, anche per i giornalisti ai quali spesso tocca il compito o se ne appropriano, con altalenante (in)successo di diffondere le più recenti e nuove conoscenze specialistiche. I divulgatori bravi contribuiscono alla formazione dell’opinione pubblica. Quando quell’opinione pubblica si nutre, sostiene, incoraggia il lavoro intellettuale appare probabile che si sia fuorusciti dagli angusti confini dello stivale.    

Pubblicato il 4 marzo 2024 su PARADOXAforum

Pace e definizioni* #paradoxaforum

Che il 2024 sia l’anno della pace è tanto auspicabile quanto improbabile.  I due conflitti attualmente in corso: l’aggressione della Russia all’Ucraina e la risposta di Israele all’attacco terroristico di Hamas, non appaiono destinati a terminare in tempi brevi. E, poi, quale pace? Troppi parlano di pace avendo in mente e di mira la semplice cessazione dello scontro armato. Tacciano le armi. Ma, no. La pace che i generali di Napoleone gli comunicarono avere insediato a Varsavia era eretta sulle ceneri e sulle macerie di quella città. No, nessuno ha diritto alla sua definizione di pace.

   Talvolta, alcuni commentatori e persino, non sempre, il Papa aggiungono al sostantivo pace l’aggettivo giusta. Purtroppo, quasi nessuno si esercita nel dare contenuto a quell’importante, decisivo aggettivo, a definirlo con precisione. Però, la storia della riflessione su guerra e pace ha ricompreso anche come e quando una pace possa e debba considerarsi giusta. Neppur troppo paradossalmente, sembra molto più facile stabilire/definire quando la pace raggiunta è ingiusta. Chi vince impone le sue condizioni: controllo del territorio, dei perdenti e delle loro attività almeno per un certo periodo di tempo; risarcimento dei costi e dei danni di guerra; creazione di un governo amico, vassallo. Pace pagata a caro, spesso eccessivo prezzo da chi è stato sconfitto. Alcuni ricordano che il grande economista inglese John Maynard Keynes criticò nel suo libro Le conseguenze economiche della pace per l’entità irragionevole delle sanzioni economiche imposte ai tedesche. La rivolta contro quelle sanzioni costituì uno dei punti di forza del nazismo nel mobilitare e espandere i suoi sostenitori. Nel caso che riguarda Ucraina e Russia, la richiesta di non pochi “pacifisti” che gli ucraini accettino di cedere parte del loro territorio ai russi in cambio della fine delle ostilità configurerebbe certamente, non solo a mio modo di vedere, una pace ingiusta. Darebbe corpo e modo a un pericolosissimo precedente di cui si farebbero forti altri potenziali aggressori, in primis, la Cina di Xi riguardo a Taiwan.

Chiarita una delle possibili manifestazioni/definizioni di pace ingiusta, rimane da interrogarsi più a fondo sulle qualità indispensabili a configurare e conseguire una pace giusta (gli aggettivi, “giustificata” e “giustificabile” meriterebbero un approfondimento qui non possibile). Sarò assolutamente drastico: giusta può essere la pace che gli aggrediti sono liberamente disposti ad accettare. Comunque, qualsiasi compromesso deve partire dalle esigenze espresse dagli aggrediti e tenerle in grandissimo conto. Quella pace faticosamente conseguita deve essere tale da proiettarsi nel futuro, da diventare, secondo la memorabile espressione di Immanuel Kant, una pace perpetua.

Nel dibattito contemporaneo troppo spesso non vi è sufficiente attenzione al regime politico dei paesi che scatenano le guerre. Da almeno una cinquantina d’anni, gli studiosi di relazioni internazionali hanno accumulato abbastanza dati e prodotto riflessioni sufficienti a suffragare la generalizzazione che “le democrazie non si fanno la guerra fra loro”. Certo, anche le democrazie combattono guerre che non sono giustificabili, guerre coloniali e neo-coloniali. Però, risolvono le differenze di opinione, valutazione, aspettative e prospettive che intercorrono fra loro, non con le armi, ma con i negoziati. Dunque, l’implicazione è cristallina: per ridurre le probabilità che si proceda a conflitti armati è imperativo ampliare l’area delle democrazie. La pace perpetua di Kant comincia e si fonda sull’esistenza di Repubbliche (il termine allora prevalente per designare regimi “democratici”) che vogliono “federarsi” e sanno come farlo. Operando per la costruzione di regimi democratici in Russia e in Palestina si agisce anche per la comparsa e l’affermazione di quella pace che, sola, offre la garanzia di durare. Il resto sono vane parole, malvagia retorica.  

 *Il riferimento al titolo del libro di Giovanni Sartori, Democrazia e definizioni (Bologna, il Mulino, 1957) è del tutto consapevole e voluto.

Pubblicato il 8 gennaio 2024 su PARADOXAforum

EXPO 2030 all’Arabia Saudita: riflessioni, consolazioni, illusioni #paradoXaforum

La pesantissima sconfitta della candidatura di Roma a Expo 2030 intitolata al “L’era del cambiamento: insieme per un futuro chiaro” suscita non solo inutili rimpianti, ma utili riflessioni. Dei 165 Stati votanti Riad ha ottenuto 119 voti (tecnicamente un’enormità poiché molti osservatori ipotizzavano un ballottaggio)), la coreana Busan 29, Roma 17. Ovviamente non si deve affatto scartare l’ipotesi che il progetto saudita fosse/sia il migliore. Al tempo stesso, è indispensabile riflettere su quanto il denaro, promesso sotto forma di regali e favori dei più vari tipi, talvolta al limite della corruzione (l’Arabia Saudita si trova a metà della classifica fra i paesi più e quelli meno corrotti), di investimenti, di prestiti, riesca a essere molto influente, soprattutto quando è molto.

   Il fatto che l’Arabia Saudita è un regime autoritario con forti componenti teocratiche, il cui maggiore esponente, Mohammed bin Salman è accusato di avere fatto uccidere Jamal Kashoggi, giornalista oppositore del regime, che nel 2022 vi siano state eseguite 147 condanne a morte, che la condizione delle donne sia miserevole, non ho scoraggiato il voto a suo favore da parte di non pochi sistemi politici democratici, ad esempio, pubblicamente la Francia. Almeno altri nove Stati-membri dell’Unione Europea, che considera la pena di morte ostativa all’adesione al suo consesso, non hanno comunque scelto l’Italia. Sappiamo che l’Albania, il cui Primo Ministro Edi Rama qualche settimana fa è stato visto recentemente a braccetto con Giorgia Meloni, non ha sostenuto l’Italia, come pure tutti gli Stati dei Balcani, la Moldovia, l’Ucraina.

   Ricorriamo pure al detto latino “pecunia non olet” e aggiungiamo eventuali gravi errori di presentazione e presunzione della candidatura italiana. Certo, l’Expo non costituisce il bottino di un duello fra democrazie e autoritarismi. Tuttavia, è evidente che moltissimi Stati ritengono sostanzialmente irrilevante ai fini della loro scelta la natura politica di un regime. Non si pongono neppure il quesito se in questo caso un successo serva/irà anche a rafforzare quell’autoritarismo, addirittura quasi a legittimarlo.

Sicuramente, nel mondo arabo il prestigio dell’Arabia Saudita è cresciuto, la sua leadership è più ammirata e nessuno potrà permettersi di chiederle un allentamento della sua presa oppressiva e repressiva sulla società, a partire dall’applicazione della sharia. Tuttavia, qualsia riflessione sull’autoritarismo non può dimenticare che talvolta fanno capolino elementi inaspettati che influiscono sul regime. Il turismo di massa, che si attiva in occasione di eventi come l’Expo (22 milioni e 200 mila nel caso di Milano 2015) ha caratteristiche tali da iniettare germi di cambiamento.

   Milioni di turisti uomini e donne, che si muovono liberamente, vestiti non certo come il regime impone alle “sue” donne, che si abbracciano e baciano anche per strada, che portano e leggono libri proibiti molti dei quali in occasione della loro partenza regaleranno ai sauditi/e che hanno conosciuto e, seppur brevemente, frequentato, potrebbero essere germi di un cambiamento al quale immagino molti giovani e donne saudite aspirano da tempo. Come magra consolazione almeno rimaniamo sul filo dell’illusione e alimentiamola.

Pubblicato il 30 novembre 2023 su PARADOXAforum

Una cultura politica, anche libresca, per il Partito Democratico

Apprendiamo che Nicola Zingaretti, le cui benemerenze culturali non sono note né al grande pubblico né a me, sostituirà Gianni Cuperlo alla Presidenza della Fondazione del Partito Democratico. Dovrà, nelle parole della segretaria, avere quello sguardo “lungo e largo” necessario al partito. Quando ascolto queste banalità, mi intristico. Hanno quasi tutti smesso di studiare tempo fa, pochi lo avevano fatto e ancora meno, fra questi Cuperlo, hanno continuato.

Il mio tic di Pavlov consisterebbe nel chiedere a Zingaretti quale libro sta leggendo, chiedo scusa, quale è l’ultimo libro che ha letto (la domanda vale anche per Schlein). So che verrei sbeffeggiato. Non sanno i sbeffeggiatori che la loro reazione rafforza la mia convinzione che da tempo la cultura non abita più nel Partito Democratico. Anzi, probabilmente, nonostante le roboanti affermazione sulla raccolta delle migliori culture riformiste del paese, comunque giunte esauste e al capolinea nell’anno 2007 dopo Cristo, il PD di cultura politica praticamente non ne ha (ne ho discusso nel fascicolo di Paradoxa: La scomparsa delle culture politiche in Italia .

Cuperlo faceva del suo meglio, ma certamente era consapevole che quel suo partito frastagliato in correnti dedite alla riproduzione di posti, di cultura politica produrne non poteva, ma il galleggiamento garantiva che in qualche modo circolassero idee. Era, poi, nella sua, immagino piena, consapevolezza, la sua personale non centralità politica, a impedire che fossero le idee a guidare l’azione politica. La movimentista Schlein coerentemente si agita e agita alcune idee che, per quel che conta, spesso coincidono con alcune mie preferenze. Ma lo sguardo non mi pare né lungo né largo, abbastanza sbilenco e centrato sui dintorni, su coloro che l’attorniano. Da movimento a istituzione, poi, come hanno brillantemente scritto Max Weber e Francesco Alberoni, il passo è talmente lungo che, spesso, proprio non riesce.

Provocatoriamente, adesso subito, desidererei che Zingaretti suggerisse e/o si facesse suggerire quei cinque-sei libri non solo di autori contemporanei, ma anche di classici, non solo utile per la citazione ad effetto, ma per l’impostazione di una strategia riformista, progressista, pluralista, europeista. No, non mi sono dimenticato “pacifista”; l’ho omessa deliberatamente. Non ho l’aggettivo per giustizia sociale, ma questo obiettivo è la stella polare della cultura progressista. Se non lo fosse, un dibattito aperto, non per linee correntizie, dovrebbe costituire la prima attività lanciata da Zingaretti, magari con l’invito a Cuperlo a tenere una delle relazioni introduttive,

Come? Mi state dicendo che non funzionano così i partiti? Che questo tipo di dibattito non sta nel DNA del Partito Democratico? Mi piace avere ragione, ma sarei ancora più contento di averla a ragion veduta. A dibattito consumato. Realismo della ragione.

Pubblicato il 24 luglio 2023 su PARADOXAforum

Per una Presidenza di qualità #Quirinale #Elezione

Toto nomi? No, grazie. Enough is enough. Cambiamo il paradigma e facciamo il toto qualità. Non debbono essere qualità a caso che riflettano le preferenze e i pregiudizi di chi le formula. Propongo che si individuino le qualità presidenziali facendo riferimento a due fonti diverse, ma entrambe autorevoli. La prima è la Costituzione. Art. 87: . Il Presidente “rappresenta l’unità nazionale”. Art. 54: “i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”. La seconda fonte è un Presidente stesso. Nel suo discorso di fine anno (e fine mandato), Mattarella ha detto che il Presidente deve “spogliarsi della sua appartenenza”; perseguire l’interesse nazionale; tutelare ruolo, prerogative, poteri della Presidenza. Se la Costituzione fosse un documento adeguatamente noto ai politici e ai commentatori, potrei limitarmi ad affermare “a buon intenditore poche parole”. Invece, mi sento costretto a fare qualche essenziale chiosa. Per rappresentare l’unità nazionale è decisivo che il Presidente abbia dato prova di non perseguire pervicacemente i proprio interessi politici e personali.

   Soltanto se riesce a combinare la sua visione con quella di altri in una sintesi virtuosa la sua “rappresentanza” diventerà effettivamente nazionale. Assurgerà allo stadio di patriota e sarà tanto più efficace se consapevole che il patriottismo non è autarchia, non è nazionalismo, non è sovranismo, ma è volontà e capacità di collaborare con i patrioti di altri paese per assicurare “la pace la giustizia fra le Nazioni” (art. 11). Sicuramente, una volta eletto il Presidente non dovrà più avere nessuna appartenenza partitica e politica. Però, Mattarella non ha, credo deliberatamente, aggiunto l’aggettivo “politica” nel suo riferimento all’appartenenza. Il Presidente non dovrà essere condizionato dalla sua appartenenza religiosa, ma neanche da sue appartenenze economiche, dalle attività che svolgeva prima dell’elezione e che debbono cessare immediatamente. Solo così potremo ragionevolmente pensare che le dichiarazioni e le azioni presidenziali saranno sempre, sistematicamente e esclusivamente, improntate al perseguimento di interessi politici nel senso di attinenza alla polis, al sistema politico.

   La Presidenza della Repubblica italiana non è un premio alla carriera. Non è un risarcimento. Non è una carica cerimoniale. Il Quirinale è il vertice di un triangolo composto con il Governo e con il Parlamento. In una democrazia parlamentare come quella italiana le istituzioni interagiscono, si controllano a vicenda, entrano in competizione per l’esercizio dei poteri di rappresentanza e di governo (qualcuno, oggi, aggiungerebbe di comunicazione). Chi pensa che è giusto che gli equilibri siano dinamici e che nessuna istituzione, e neanche i partiti, possa prendere il sopravvento, deve desiderare che alla Presidenza venga eletta una persona capace per cultura, autorevolezza, prestigio, di usare al meglio tutti i poteri della carica. Deve, dunque, essere qualcuno che ha competenza e esperienza politica. Non aggiungo altro se non la raccomandazione ovvero, per richiamare il titolo del libro pubblicato dal Presidente Luigi Einaudi al termine del suo mandato (Prediche inutili 1955), la predica, che spero utile, di valutare le oramai molte candidature con riferimento, non agli “equilibri” di potere, ma alle indispensabili qualità presidenziali.

Pubblicato il 10 gennaio 2022 su PARADOXAforum     

Democrazie illiberali

In linea di massima a Giovanni Sartori gli aggettivi appiccicati al sostantivo democrazia piacevano poco. Per nulla, poi, se quegli aggettivi servivano a definire (Democrazia e definizioni 1957) regimi, come le “democrazie popolari”, che erano (quasi) tutto tranne che democrazie. Nel recente passato ho già variamente trattato l’argomento (“Paradoxa” 3/2019, Democrazie fake), ma data la sua importanza continua a meritare approfondimenti specifici e mirati. Hic et nunc. Concentrerò l’attenzione sulle democrazie illiberali. Con la sua abituale franchezza, quel terribile semplificatore di Putin qualche tempo fa affermò che la democrazia liberale è finita. Punto. Più manovriero per necessità, il Primo ministro ungherese Orbán, a fronte delle critiche europee alla sua manipolazione dei mass media e della magistratura, delle scuole e delle Università (chiusura e espulsione di quella, importante e ottima, sede a Budapest, fondata e finanziata dall’ebreo di origine ungherese George Soros) ha dichiarato che l’Ungheria è una democrazia illiberale. Semplicemente, non può essere così. Le democrazie contemporanee, che Sartori preferiva definire liberal-costituzionali, si basano su due pilastri: i diritti dei cittadini e la Costituzione che stabilisce la forma di governo (parlamentare, presidenziale, semipresidenziale, direttoriale) e il tipo di Stato (accentrato/federale/semifederale etc.).

Per quel che riguarda lo Stato, democratico non è se non mantiene la separazione dei poteri e delle istituzioni, se non esistono freni e contrappesi, se non la accountability, la responsabilizzazione dei governanti e dei rappresentanti a tutti livelli, non è all’opera. I democratici illiberali sostengono che nei loro regimi governanti e rappresentanti sono effettivamente eletti e, sottoposti al vaglio degli elettori, anche rieletti. Alcuni studiosi occidentali ritengono in questi casi che esistono democrazie elettorali. Certo, in assenza di elezioni, non è mai possibile parlare di democrazia. Ma, da sempre, la democrazia è molto di più che una serie di competizioni elettorali ripetute nel tempo. Comunque, è decisivo valutare il grado di libertà e equità delle elezioni non soltanto nel momento del voto, ma tanto a monte quanto a valle del voto. A monte, se i diritti dei cittadini a candidarsi, a organizzare gruppi e partiti, a fare campagna elettorale, a esprimere le loro opinioni soprattutto politiche con l’accesso ai mass media non sono né protetti né promossi, non c’è modo di considerare libere quelle elezioni. Sono elezioni foglie di fico. A valle, se la legge elettorale è tale da conferire enormi vantaggi ai detentori delle cariche di governo e di rappresentanza, distorcendo la traduzione dei voti in seggi, non è accettabile che si parli di democrazia elettorale. Per quanto blando, siamo di fronte ad un caso di autoritarismo elastico che si attiva ogni qualvolta i detentori del potere politico vengono sfidati e sentono di doversi difendere.

Vero è che le elezioni possono produrre sorprese, che i detentori del potere politico si logorano, che nuove generazioni hanno l’opportunità di esprimersi in maniera difforme. Finché, però, il cambiamento non si produce quei regimi non sono democrazie elettorali. Rimangono sistemi politici non competitivi e non liberali, effettivamente illiberali. La difficoltà di trovare un termine che ne colga la sostanza non significa che dobbiamo accettare le manipolazioni non soltanto lessicali dei potenti. Nella confusione è difficile combattere battaglie politiche trascinanti. Nella confusione si rischia di perdere di vista le promesse della democrazia: libertà e diritti, inscritti nella Costituzione e garantiti dalle istituzioni apposite. Anche nell’ambito dell’Unione Europea dove molti sovranisti sembrano avere incomprimibili pulsioni illiberali.

Pubblicato il 4 novembre 2021 su PARADOXAforum