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Toh, il parlamento non è un passacarte

FQ

“Il Parlamento non è un passacarte”: è l’intuizione folgorante avuta dal Presidente del Consiglio. Le stesse carte della Procura della Repubblica di Trani che tutti i componenti Democratici della Giunta per le Immunità Parlamentari del Senato hanno giudicato convincenti per motivare gli arresti domiciliari (non, si badi, in un carcere di massima sicurezza, ma nella comoda abitazione) del Sen. Azzollini (Nuovo Centro Destra) sono state considerate piene di fumus persecutionis da 189 Senatori. Hanno votato secondo coscienza, sostengono alcuni democratici e qualche benevolo commentatore, senza dirci né che cosa giustifichi il voto di coscienza (non soltanto in questo caso) né se hanno letto le carte. Trattasi, sembra, di una richiesta contenuta in 560 pagine e depositata nella Commissione. Sarebbe, quindi, molto semplice per qualche cronista parlamentare chiedere ai funzionari della Commissione quanti e, soprattutto, quali senatori (certamente, Manconi, Ichino e Tonini che ci faranno rapidamente sapere quando hanno letto le carte Azzollini), hanno chiesto di leggere quelle carte, si sono recati in Commissione, hanno preso in prestito il volume oppure hanno fatto fare le necessarie fotocopie per alimentare le loro coscienze e per diradare il fumus persecutionis. In assenza di questi elementari dati, permane denso e puzzolente il fumus di un voto contrario non soltanto nei confronti della maggioranza della Commissione, ma dei magistrati inquirenti. A nessuno sembra venuto in mente di fare i necessari controlli concernenti gli accessi alle carte.

Lo stesso Parlamento, che non deve “passare” le carte della magistratura, dovrebbe, invece, passare sempre e tacendo le carte del governo. La coscienza deve valere soltanto quando fa comodo ai potenti. Non dovrebbe essere invocata ad esempio in materia di riforme elettorali e costituzionali. Qui le carte le dà il governo che richiama bruscamente il Parlamento a passarle senza fiatare e senza emendare gli strafalcioni. Eppure, non è soltanto quando si vota su persone che è opportuno fare appello alla coscienza magari potenziata da qualche appropriata conoscenza. E’ ancora più giusto farlo quando si discute delle regole elettorali e costituzionali che attengono ai rapporti delicati e complessi che si instaurano fra elettori ed eletti, fra istituzioni, fra governo e parlamento, fra rappresentanza e responsabilità. Sono mesi, invece, che il capo del governo e alcuni suoi ineffabili ministri e collaboratori, non lasciano nessuno spazio alla coscienza dei loro parlamentari. Anzi, comminano reprimende e minacciano sanzioni, salvo poi già pensare a riformare per manifesti guai la legge elettorale approvata a maggio e non sapere quali pesci prendere e quali pesci lasciare andare per una riforma decente del Senato.

Inutile appellarsi alla coscienza dei governanti non nutrita da conoscenze che non hanno, ma almeno si noti l’incoerenza fra carte che non debbono essere passate e carte che dovrebbero essere approvate senza critiche e senza leggere altre, migliori, carte. L’unico conforto viene dalla consapevolezza che il governo va avanti, non si lascerà fermare, ha fretta, cercherà di trovare altri slogan. Il governo non è un passacarte, ma è proprio colui che fabbrica e dà le carte. Qualche volta fa anche carte false.

Pubblicato il 1° agosto 2015 su FuturoQuotidiano.com

Il lusinghiero e graditissimo apprezzamento dal Presidente emerito Giorgio Napolitano per il fascicolo di Paradoxa sulla sua “Storia presidenziale” (2006-2015)

Mercoledì 20 maggio 2015 è stato presentato a Palazzo Giustiniani, sotto il Patrocinio del Senato della Repubblica

UNA STORIA PRESIDENZIALE (2006 – 2015)
Paradoxa, ANNO IX – Numero 1 – Gennaio/Marzo 2015 

a cura di Gianfranco Pasquino

Questa la lettera che Giorgio Napolitano ha consegnato, ricevendoci privatamente,  a me, agli autori del numero e alla direttrice della rivista 

(clicca sull’immagine per espanderla)

Lettera Napolitano

 

Desidero porgere un sentito ringraziamento al  Presidente del Senato Pietro Grasso sia per l’ospitalità sia per le gentili e efficaci parole di introduzione alla tavola rotonda.

Straordinario e senza precedenti il dibattito fra tre ex-Primi ministri: Giuliano Amato, Massimo D’Alema, Enrico Letta, che desidero ringraziare sinceramente. Hanno saputo coniugare passione politica e competenza con le loro, per me molto condivisibili, preoccupazioni, per il futuro del sistema politico italiano e per il ridimensionamento del potere costituzionale e del ruolo del Presidente della Repubblica. L’Italicum, ne hanno convenuto tutti, con toni diversi, ma enfasi simili, è più di una “semplice” (e cattiva) legge elettorale. Incide sulla forma di governo dilatando il potere del capo del governo, a scapito del Presidente della Repubblica, del Parlamento e della Corte Costituzionale. Non si addiverrà, come ho scritto nel fascicolo e come Napolitano ha subito colto e gradevolmente apprezzato, ad un semipresidenzialismo, malgré lui. Invece, si scivolerà verso un governo del Primo ministro senza freni e che ha dimostrato di non avere ancora adeguate capacità di guida. Ahi ahi ahi. Scherzosamente, se non conoscessi i tre ex-Primi ministri e il loro impegno politico, che certamente non si arrende, potrei concluderne: meglio fare il giudice costituzionale, il viticultore, il professore di Relazioni Internazionali. Però, non finisce qui, non così

Le sentenze si applicano e non si manipolano

Le sentenze della Corte Costituzionale si applicano, non si manipolano. Poi, un governo capace provvede rapidamente a modificare, senza violare la Costituzione, le disposizioni di legge che hanno dato origine a inconvenienti, nel caso del blocco delle pensioni, di enorme impatto sul bilancio dello Stato. Restituire ai pensionati 2 miliardi di Euro su un totale stimato di 18 miliardi significa sicuramente evadere quanto scritto dalla Corte ed esporre il governo a probabili sconfitte in caso di ricorsi. Dovrebbe anche seguirne, a meno che la Corte abbia “scherzato”, una replica immediata ad opera degli stessi giudici che hanno il dovere di difendere il loro operato e di imporne la completa osservanza. Hanno forse i giudici la coda di paglia poiché la loro sentenza potrebbe non essere ineccepibile? Non sarebbe ora che la Corte trovasse il modo di informare i cittadini e l’opinione pubblica delle diverse posizioni assunte dai giudici e delle diverse motivazioni? La trasparenza potrebbe spingersi fini alla pubblicazione delle opinioni dissenzienti dalle quali capiremmo anche la qualità dei giudici e grazie alle quali potrebbe emerge una giurisprudenza alternativa.

E’ giusto sollevare criticamente alcune obiezioni alla sentenza emessa. Primo, quasi quattro anni per emettere la loro valutazione appare un termine troppo lungo soprattutto su una tematica che riguarda il benessere dei cittadini e il cruciale rapporto fra Stato e cittadini. Secondo, la rottura del pareggio fra giudici a favore del risarcimento e giudici contrari è stata determinata dal Presidente il quale, forse inevitabilmente, ha ritenuto che una decisione dovesse essere comunque presa. Attendere il giudice indisposto sarebbe stato possibile. Lo si è evitato magari conoscendo la sua posizione, in questo caso probabilmente contraria al risarcimento? Però, esistono anche molte altre responsabilità. In particolare vi sono le responsabilità del Parlamento e dei partiti di non avere proceduto sollecitamente alla nomina dei due giudici costituzionali mancanti. Qualche tempo fa, la cattiva scelta dei candidati alla Corte portò a uno stallo di lungo periodo e a più di venti inutili votazioni. Qualcuno continua a credere che la Corte funzionerebbe meglio se vi fossero rappresentanti di stretta osservanza della loro area politica: centro-destra, democratico, leghista e dovrebbe arrivare anche il momento del pentastellato. Renzi ha già fatto filtrare la sua cattiva intenzione di nominare un “fedelissimo”. I giudici costituzionali dovrebbero essere “fedelissimi” soltanto della Carta costituzionale, evitando, cosa che molti di loro non hanno fatto, di “posizionarsi” per cariche da ottenere alla scadenza del loro mandato di nove anni. Comunque, una Corte senza plenum configura una ferita alla Costituzione e impone che Parlamento e partiti si assumano le loro pesanti responsabilità.

Naturalmente, ci sono anche le responsabilità dei ministri e dei parlamentari. E’ oramai da più di un decennio che ferve il dibattito e si moltiplicano gli interventi sul sistema pensionistico. Possibile che né i ministri e i loro staff né i parlamentari e i loro consulenti, quando non sono semplici “portaborse”, non abbiano sentito la necessità di verificare se il blocco delle pensioni non fosse di dubbia costituzionalità? Sarebbe interessante sapere se neanche i funzionari di Camera e Senato hanno segnalato i rischi di incostituzionalità e, se lo hanno fatto, perché i loro pareri non sono stati adeguatamente recepiti.

Nel complesso, sia dalla sentenza in sé sia dai tempi e dalle modalità con i quali vi si è giunti sia dalle responsabilità dei soggetti coinvolti: giudici, ministri e staff, parlamentari e consulenti, partiti, emerge lo spaccato di un sistema che complessivamente funziona male e risulta inadeguato. In un modo o nell’altro, il costo lo pagheranno i cittadini. Non saranno né la riforma elettorale né la trasformazione del Senato in assemblea numericamente più piccola e non elettiva a produrre miglioramenti. La produzione legislativa tanto del governo quanto del Parlamento deve essere meglio congegnata senza fretta, con maggiore competenza. Questo è il vero significato di governabilità. A questo compito dovrebbero prioritariamente dedicarsi i riformatori consapevoli.

Pubblicato AGL 19 maggio 2015

Ancora sull’Italicum

Larivistailmulino

L’Italicum è un mostriciattolo, ma sicuramente appartiene alla categoria dei sistemi proporzionali con una correzione maggioritaria. La correzione può essere molto sostanziosa, ma, a meno di una drammatica perdita di consensi del Partito Democratico e del Movimento Cinque Stelle, non riuscirà mai a sovvertire la proporzionalità complessiva dell’esito. Anche qualora il premio di maggioranza fosse attribuito ad un partito che ha ottenuto il 25 per cento dei voti, l’esito rimarrebbe largamente proporzionale. Infatti, dal 25 per cento del voto sincero al primo turno, il partito vittorioso passerebbe al 54 per cento di seggi con un guadagno del 29 per cento. Tutti gli altri seggi, vale a dire, precisamente il 71 per cento, sarebbero assegnati in maniera proporzionale. Per di più, la bassa soglia di accesso al Parlamento consente e addirittura incoraggia la frammentazione dei partiti e più partitini in Parlamento non equivale a più rappresentatività né a migliore rappresentanza politica. Soprattutto, l’Italicum è un unicum. Non ha nulla in comune con i sistemi elettorali maggioritari in collegi uninominali né con quelli di tipo inglese neppure nella variante, detta majority, australiana, né con il doppio turno francese con clausola di accesso al secondo turno. Andare alla ricerca della disproporzionalità degli esiti fra sistemi proporzionali e sistemi maggioritari è un’operazione che non ha alcun senso scientifico. Per di più, come l’ha effettuata D’Alimonte, utilizzando in maniera inaspettatamente “creativa” i risultati delle elezioni inglesi (nelle quali, incidentalmente, c’è stato un vincitore chiaro e immediatamente individuato al termine dello spoglio), è semplicemente un’operazione sbagliata. Di più: è una vera e propria manipolazione. Infatti, queste operazioni non possono essere contrabbandate come “comparazioni”. Debbono essere condotte come simulazioni, vale a dire vanno costruite intorno a una pluralità di ipotesi in competizione. Se cambiano alcune regole del gioco elettorali allora in che modo e quanto gli elettori ne terranno conto? Per qualsiasi ballottaggio bisogna, ad esempio, tenere conto di chi presumibilmente andrà a votare e delle probabilità degli elettori di votare in maniera strategica.

Nulla di tutto questo si riscontra nelle semplicistiche analisi prodotte non con obiettivi conoscitivi, ma a sostegno pregiudiziale dell’Italicum. Si aggiunga che nei collegi uninominali contano anche le personalità dei candidati, il loro radicamento, la loro campagna elettorale. Quanto ai sistemi proporzionali, tutti i partiti cercano di adattarsi a ciascuno di loro tenendo conto sia dell’eventuale esistenza di una clausola di accesso al Parlamento, che può influenzare più o meno negativamente molti elettori non disposti a votare per partiti che potrebbero non ottenere rappresentanza parlamentare, sia dell’esistenza o meno del voto di preferenza che, sarà opportuno ricordarlo a coloro che vorrebbero eliminarlo come anomalia italiana (ma, l’Italicum non è un’anomalia italianissima?) esiste con diversificate modalità in sedici dei ventotto stati membri dell’Unione Europea.

Al momento, sarebbe preferibile che, soprattutto i non propriamente attrezzatissimi sostenitori dell’Italicum, dei quali, francamente, non conosco le credenziali in materia di studi e di pubblicazioni sui sistemi elettorali, non aggiungessero altre discutibilissime motivazioni. Resta soltanto da vedere se, come, su che cosa potrà farsi ricorso a sacrosanti referendum elettorali (dai quali, in un passato non esattamente remoto, nacquero buone leggi elettorali): abrogazione totale o abrogazioni parziali? La prima strada sembrerebbe possibile se, come molti dicono, il testo rimanente dopo la sentenza della Corte, ovvero il consultellum, è immediatamente applicabile. La seconda dovrebbe essere in grado di ritagliare facilmente i capilista bloccati e le candidature multiple. Potrebbe anche giungere fino a rendere il ballottaggio sempre e comunque obbligatorio. Meno Italicum rimarrà meglio sarà.

Pubblicato il 19 maggio 2015

La Corte a gamba tesa

La terza Repubblica

Vizi e virtù della sentenza sulle pensioni che crea una voragine nei conti pubblici

Concorrere con la Corte e dissentire a viso aperto: è ora. Custode della costituzionalità delle leggi o artefice, in ultima istanza, della legislazione? La Corte costituzionale, come direbbero coloro che non sanno inventare metafore illuminanti, è entrata a gamba tesa sul risanamento finanziario dell’Italia, pure malamente condotto dai governi e dai Parlamenti che si sono succeduti. Non so se è stata la gamba destra della Corte a imporre, per imbarazzare il governo Renzi, la restituzione del maltolto ai pensionati italiani non proprio poveri. Con la sua gamba sinistra, la Corte aveva un anno e cinque mesi fa cancellato il Porcellum facendo un assist decisivo allo stesso Renzi e alle sue allora non proprio note tendenze di riformatore elettorale. Poiché non disponiamo né delle opinioni concorrenti con le quali persino i giudici che formano la maggioranza possono motivare il loro voto né, tantomeno, delle opinioni dissenzienti, sulle quali è possibile, senza scandalo, costruire decisioni future anche contraddicendo quanto sentenziato nel passato, non ci resta che valutare il noto, congetturare, eventualmente criticare.

Il noto è duplice. Primo, dodici giudici, dividendosi a metà, hanno deciso grazie al voto, ebbene, sì’, decisivo del Presidente. Mancavano tre giudici; uno impossibilitato, due perché il Parlamento (ovvero i partiti e i gruppi parlamentari) non ha fatto il suo dovere di eleggere i due giudici di sua spettanza. Abbiamo già assistito a ritardi insopportabili, a veti su candidati non propriamente impeccabili, a mercanteggiamenti squallidi. Adesso sembra che Renzi abbia deciso che la qualifica essenziale di uno dei prossimi giudici debba essere quella di suo “fedelissimo”. Davvero una brillante motivazione che, indubbiamente, contribuirà a migliorare la qualità delle sentenze costituzionali. Il secondo elemento noto è che i giudici costituzionali trovano spazi come praterie grazie alla cattiva legislazione prodotta dal Parlamento italiano. Forse, però, anche ne approfittano in maniera non esente da critiche. In materia elettorale, per esempio, non sono ancora giunti a una giurisprudenza certa. Li attendiamo al varco quando, sperabilmente presto, dovranno valutare quel mostriciattolo chiamato Italicum (sfuggito troppo rapidamente dalle non acuminate grinfie del Presidente Mattarella).

In materia di pensioni, in attesa di leggere la sentenza, si possono formulare alcune ipotesi e, gioco di parole, ipotizzare una possibile lettura alternativa. Come al solito ingiustamente criticato, il giudice costituzionale Giuliano Amato è stato costretto a dichiarare, in maniera irrituale, di avere espresso voto contrario. Questa è un indizio di cui tenere conto. Non soltanto Amato è un autorevolissimo costituzionalista, ma è anche stato un governante con i fiocchi, due volte Presidente del Consiglio e Ministro del Tesoro. Ecco, i sei giudici del pareggio sbloccato dal Presidente hanno probabilmente votato tenendo conto soltanto del principio di eguaglianza (quanto sia stato effettivamente violato non saprei dire). Non hanno in alcun modo contemperato quel principio con quello della progressività, che riguarda la tassazione, e con l’articolo 81 della Costituzione che impone il pareggio di bilancio. Sono due considerazioni sicuramente presenti nel voto contrario di Amato.

Ristabilire un’equità eventualmente violata aprendo nel bilancio dello Stato una voragine che finirebbe per colpire i meno abbienti potrebbe avere/avrà conseguenze negative per tutto il paese e in maggiore misura per i ceti meno avvantaggiati. Adesso, il governo deve comunque procedere senza trucchi, senza furbizie, senza procrastinamenti a dare attuazione alla sentenza della Corte. Il Parlamento deve, a sua volta, procedere all’elezione dei due giudici mancanti, non scegliendoli fra i fedelissimi di nessuno tranne che della Costituzione, l’unica parte dalla quale bisogna stare “senza se senza ma”. I cittadini dovrebbero, invece, chiedere che siano selezionati parlamentari e governanti con qualche competenza legislativa e che la Corte proceda a una riforma che renda ciascuno dei giudici chiaramente responsabile di come vota e di come motiva il suo voto: sanissime opinioni dissenzienti, ma, come accennato sopra, anche concorrenti. Questa è davvero una buona riforma “costituzionale”.

Pubblicato il 15 maggio 2015 su terzarepubblica.it

 

Resistenza e memoria offuscata

La Resistenza ha compiuto 70 anni, o sono 70 giorni? Sì, il 25 aprile è la data ufficiale in cui si celebra la liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Appunto, lo si fa ogni anno in quel giorno. Il resto dell’anno è solo silenzio. I testimoni di quel tempo e i partigiani scompaiono inesorabilmente e inevitabilmente la memoria si offusca. La storia non s’insegna cosicché sempre meno italiani conoscono il significato di quella data. Non sanno che cosa precedette il 25 aprile; non hanno imparato che cosa seguì il 25 aprile. Di tanto in tanto, qualcuno formula un auspicio per la costruzione di una memoria condivisa. E’ un auspicio assolutamente vano per i troppi che di memoria non ne hanno affatto, che hanno soltanto, nel migliore dei casi, ricordi di famiglia, nel peggiore, pregiudizi che sarebbe persino troppo lusinghiero definire ideologici.

Nessuna memoria condivisa può essere costruita senza una conoscenza adeguata della storia d’Italia, del fascismo e dell’antifascismo, della Repubblica di Salò e della Resistenza. I fatidici “programmi di storia” nelle scuole italiane raramente giungono al fascismo, quasi mai alla Resistenza e all’Italia repubblicana. Quando qualche insegnante si avventura nella nient’affatto oscura selva del fascismo e dell’antifascismo, le probabilità che qualche genitore non gradisca quello che gli viene riportato dai figli diventano altissime. Ne consegue uno scontro che i docenti imparano presto a evitare tralasciando la storia contemporanea. Ognuno si terrà i suoi ricordi, con le sue preferenze, le sue superficialità, i suoi errori, anche clamorosi. Qualcuno potrà anche far finta di credere, o credere davvero, che coloro che si unirono, volontariamente oppure perché coartati, alle bande nazifasciste, meritano di essere messi sullo stesso piano, nel giudizio storico e morale, di quelli che diedero vita alle brigate partigiane. I primi, volenti o, più raramente, nolenti combattevano per mantenere/restaurare il dominio nazifascista sull’Italia. I secondi volevano contribuire a cacciare lo straniero, ma anche eliminare quei fascisti che avevano oppresso l’Italia e l’avevano portata in guerra. Opportunamente e molto chiaramente, il Presidente della Repubblica Mattarella ha detto che né i repubblichini né i ragazzi di Salò possono essere equiparati ai partigiani. Naturalmente, non ne consegue che i partigiani tutti siano stati esenti da errori, da eccessi, talvolta da crimini. Qualsiasi guerra abbrutisce, ma il suo obiettivo può fare capire gli errori anche senza condonarli.

Forse non riflettiamo abbastanza su una domanda che il grande filosofo torinese Norberto Bobbio ci ha lasciato: “e se avessero vinto i nazisti?” Se avessero vinto i nazisti, non avremmo avuto la Repubblica democratica e la sua Costituzione che per molti italiani continua a essere un oggetto misterioso, da riformare, sull’onda di qualche campagna propagandistica artificiosa, senza necessariamente conoscerla. Anche se fra i conservatori costituzionali si trovano posizioni di mummificazione degli articoli della Costituzione che neppure i Costituenti riterrebbero accettabili, tantomeno condivisibili, almeno un punto dovrebbero essere chiaro e fermo: la Costituzione democratica è uno dei prodotti, quasi sicuramente il più importante, della Resistenza. Senza l’antifascismo e senza la Resistenza non sarebbe stata scritta nessuna Costituzione. Di più, i valori della Resistenza sono stati tradotti nei principi fondamentali della Costituzione, ma non di ogni soluzione istituzionale relativa al governo, al Parlamento, alla Presidenza della Repubblica, alla magistratura e, ancor meno, alla legge elettorale che neppure si trova nella Costituzione. Onorare la Resistenza in maniera non retorica, ma fortemente pedagogica, significa insegnare quei principi, nelle scuole e nel Parlamento della Repubblica, e praticarne le conseguenze. Qualcuno ha sicuramente tradito la Resistenza, nei suoi comportamenti e nelle sue omissioni. Troppi la celebrano soltanto una volta l’anno. La maggioranza degli italiani non sa, forse non vuole, coniugare i due valori centrali della Resistenza: la libertà e l’eguaglianza. Il 25 aprile serve a ricordare coloro che, in Italia e in Europa, combatterono per la libertà e per l’eguaglianza.

Pubblicato AGL 26 aprile 2015

“Pasticci di Democrazia”: Pasquino, Carlassare e le riforme targate Renzi #BDEM15 @BIENNALEDEMOCR

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“Pasticci di Democrazia”: Pasquino, Carlassare e le riforme targate Renzi
di Gianluca Palma (Master in giornalismo “Giorgio Bocca” Torino) pubblicato sul sito biennaledemocrazia.it

“Un Paese è governabile non solo grazie a una buona legge elettorale, ma se c’è il consenso sociale dei cittadini. Per questo oggi sono qui a parlare con voi, ma con il cuore a Roma alla manifestazione di Maurizio Landini”. Lapidario il commento della costituzionalista Lorenza Carlassare, intervenuta questa mattina al seminario “Passaggi di Repubblica e Passaggi di Democrazia”, al cui tavolo dei relatori erano presenti anche il politologo Gianfranco Pasquino e Marco Castelnuovo, giornalista de La Stampa, che moderava il dibattito. “Il governo dovrebbe ricordarsi di applicare l’articolo 3 della Costituzione, che promuove l’uguaglianza sostanziale dei cittadini, dando allo Stato il compito di rimuovere ogni ostacolo alla partecipazione di tutti i lavoratori alla vita politica, sociale ed economica del Paese”. Ciò che spaventa di più sia Pasquino che Carlassare sono le riforme in atto: da una parte quella della Costituzione che, sostengono, mira a stravolgere l’intero assetto istituzionale, e, dall’altra l’Italicum, la legge elettorale con la quale ritengono che si punti a creare un bipolarismo poco democratico, con premi di maggioranza ai partiti che non rappresentano, però, la maggioranza della popolazione. L’Italicum prevede “un meccanismo assurdo – ha aggiunto Pasquino – perchè il premio si dà a qualsiasi partito che prenda la maggioranza dei voti, anche se ha ottenuto il 20-25%. Ciò è fatto apposta per regalare al Partito Democratico, che ora chiamano Partito della Nazione, la maggioranza in Parlamento”. “Allora bisogna chiedersi, i premi di maggioranza servono a inventarla quando quest’ultima nei fatti non c’è o a rinforzare quella esistente?”. Altro problema sono i capilista bloccati. “Un meccanismo – ha spiegato Carlassare – con cui si vuole assicurare il ‘posto’ in Parlamento a dei candidati che non verrebbero mai eletti in alcuni territori”. “Più che di Passaggi di Democrazia –hanno ribadito i relatori– nel caso di questo governo si tratta di Pasticci di Democrazia”. “E ci vuole una forte opposizione sociale – ha concluso la costituzionalista – per questo esprimo massima solidarietà alla manifestazione dei lavoratori

Lezioni per il governo Renzi

Non è indispensabile che un Presidente del Consiglio sia un’autorità in materia di sistemi elettorali né un noto studioso di regimi democratici. Però, in un paese nel quale la società che ama definirsi civile continua a conoscere molto poco di politica e di costituzione, quel Presidente del Consiglio dovrebbe predicare bene (e, se mai ci riuscisse, a razzolare meglio) proprio come ha tentato di fare l’ex-Presidente Napolitano. Invece, forse trascinato dal luogo, la School of Government (ma Renzi, tranquillizzatevi, non ha parlato in inglese) della Luiss, il capo del governo italiano si è fatto, inconsapevolmente e azzardatamente, politologo e giurista, un misto fra Montesquieu e Kelsen. Prima ha affermato con sicurezza (sicumera?) che “fra cinque anni mezza Europa si doterà dell’Italicum”, legge elettorale che, incidentalmente, non è neppure ancora stata approvata in Italia, alla faccia della “velocità” a più di undici mesi dal suo ingresso nelle aule parlamentari. Poi, ha argomentato quello che qualcuno, i professori non pigri (i pigri gli rimproverano una “deriva autoritaria”, mentre è soltanto una deriva confusionaria), definirebbe decisionismo. Le affermazioni di Renzi meritano di essere citate: “Il sistema in cui non decide nessuno si chiama anarchia, quello in cui uno può decidere si chiama democrazia. Il diritto/dovere di rispettare l’esito del voto e consentire al partito che ha vinto le elezioni di realizzare il programma, è la banalità, l’abc di un sistema di governance: senza non c’è possibilità per l’Italia di essere credibile”.

Per valutare la correttezza della previsione che le altre democrazie europee cambieranno i loro sistemi elettorali in vigore da decine d’anni per sceglierne uno mai collaudato, è sufficiente lasciare passare il tempo. Sulla teorizzazione del decisionismo che, affidato ad una sola persona, si chiamerebbe “democrazia”, si possono, invece, fare molte osservazioni accompagnate dal dovuto rimprovero ai politologi della Luiss di non avere rispettosamente, ma fermamente, corretto il Presidente del Consiglio. Primo, il sistema nel quale decide uno solo non si chiama democrazia, ma potrebbe essere autoritarismo (qualora alcune poche associazioni mantengano un po’ di potere, di veto e non di decisione politica) oppure totalitarismo, quando esiste un leader massimo. Anche quando quel presunto decisore singolo è stato eletto direttamente dal popolo — che non è il caso di Renzi–, per esempio, nelle democrazie presidenziali o semi-presidenziali, gli tocca decidere insieme con altri, come Obama (non come Putin) che deve tenere conto dei potenti Senatori e Rappresentanti ciascuno eletto in collegi uninominali. Democrazia è quando decidono le maggioranze che hanno avuto un mandato elettorale e lo fanno sempre rispettando i diritti delle minoranze, mai schiacciandole né cercando di spezzettarle. Semmai, l’abc della governance democratica è che chi decide, oltre a rispettare gli spazi di autonomia delle altre istituzioni, Parlamento, Presidenza della Repubblica, Corte Costituzionale, si assume la responsabilità (parola che non appare nel discorso politologico di Renzi) delle decisioni.

Quanto alla credibilità dell’Italia, nessuno in Europa l’ha mai valutata sulla base della velocità di decisioni prese da una sola persona, chiunque egli/ella fosse, tutti essendo consapevoli della irriducibile complessità della politica e della vita democratica. Il criterio fondamentale che tuttora applicano gli altri capi europei di governo, nessuno dei quali è preoccupato dal non avere l’Italicum né impegnato a formularne uno a suo uso e consumo, è che le decisioni promesse e prese siano davvero applicate. Con pazienza, con precisione, con l’impegno a riformare le politiche che non funzioneranno. Questo, non soltanto in Europa, si chiama democrazia più riformismo. Questa una buona Scuola di Governo e un bravo (e informato) Presidente del Consiglio dovrebbero volere e sapere insegnare agli italiani, studenti, docenti, cittadini.

Pubblicato AGL 27 marzo 2015

Necessaria un’etica in politica

Inevitabili, le dimissioni del Ministro Lupi. Persino un po’ tardive. Sicuramente non impeccabili. Le dimissioni, a maggior ragione visto che era prevista una sua “informativa” al Parlamento, si annunciano in Parlamento, dal quale il ministro, tutti i ministri, compreso il capo del governo, hanno avuto la fiducia. Le dimissioni non si danno con gesto quasi spettacolare in televisione, anche se, certo, la televisione ha dato visibilità ad un politico altrimenti noto quasi esclusivamente per i suoi, forse fin troppo estesi e solidi, rapporti con Comunione e Liberazione. Verrebbe voglia di sottolineare l’esistenza di ragioni di opportunità per le dimissioni di un ministro, di qualsiasi ministro anche quando viene appena sfiorato da fatti ed episodi che implicano richieste di favori e di concessioni di qualche genere, in questo caso, edilizie, di scambi nient’affatto virtuosi. Mentre il Parlamento non riesce ad approvare, non soltanto per colpa sua, ma per specifiche e notevoli responsabilità del governo, in ritardo sulla presentazione di indispensabili emendamenti, un decente disegno di legge sulla corruzione, per tre giorni il Ministro Lupi è rimasto in una trincea indifendibile.

Seppure in maniera meno proterva del solito abbiamo ascoltato parecchi uomini politici (e qualche donna politica) ripetere la solita insopportabile litania che non esisteva nessuna incriminazione. Se non fossero arrivate le dimissioni era pronto il seguito della litania, vale a dire la richiesta di attendere almeno il rinvio a giudizio. Qualcuno ha fatto notare che le intercettazioni contenevano elementi sufficienti a dimostrare l’esagerata acquiescenza del ministro di fronte a alti burocrati troppo potenti e di troppo lungo corso che avrebbero dovuto essere sostituiti già tempo fa. In quelle intercettazioni risultavano anche richieste e scambi di favori. Si sentiva una eccessiva familiarità in quei frequentissimi rapporti che certo andavano a discapito dell’autorità di un ministro. Ovviamente, è giusto sostenere che, fino alla scoperta di prove giuridicamente inoppugnabili, il ministro non risulta avere commesso reati. Tuttavia, lentamente sembra fare la sua comparsa anche in Italia, nell’opinione pubblica e un po’ a fatica nel mondo politico, l’idea che, anche laddove non esistono reati palesi, può esserci un problema serio.

Esistono comportamenti eticamente riprovevoli e deplorevoli. Questi comportamenti esibiti da persone che non soltanto hanno cariche di governo a tutti i livelli, ma esercitano considerevole potere, debbono implicare assunzione piena e immediata di responsabilità. Per dirla con un principio anglosassone, esistono “cose che semplicemente non si debbono fare”. Non violano leggi scritte, ma vanno contro il comune senso del dovere e della giustizia la cui esistenza è nota, persino, agli uomini politici. Sarebbe esagerato fare del Ministro Lupi un caso esemplare. Appare, invece, opportuno mettere in bella evidenza che dal punto di vista dell’etica in politica, le sue dimissioni erano dovute. E’ sperabile che altri si comportino allo stesso modo e che i partiti si dotino di un codice con il quali valutino quanto fanno e non fanno i loro rappresentanti. Per sconfiggere tutte le fattispecie di corruzione sotto qualsiasi forma compresi i favoritismi e i privilegi, buone leggi costituiscono la premessa indispensabile, l’etica ne è un complemento irrinunciabile e decisivo.

Pubblicato AGL 21 marzo 2015

Partiti che vanno e Riforme che vengono

logo leg

Sembra un modo provocatorio di porre la questione ma in realtà forze politiche sull’orlo della scissione ed elette in Parlamento con una legge elettorale delegittimata si stanno affannando e affrontando in un’ansia riformistica che sconvolgerà il quadro istituzionale.
Verrebbe sommessamente da suggerire: ma perché non eleggiamo un nuovo Parlamento con la legge elettorale proporzionale con sbarramento sopravvissuta ai tagli della Consulta e lasciamo a questa nuova compagine, dotata di ben altra legittimazione, il compito di se e cosa riformare?
Qualcuno è convinto che non ce lo possiamo permettere: la governabilità…gli impegni con l’Europa…

23 gennaio 2015 ore 18

Bologna – Sala Marco Biagi, Conservatorio del Baraccano via S.Stefano 119

intervengono

Sandra Bonsanti, presidente di Libertà e Giustizia e
Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica

Invito(clicca per ingrandire)

L&G