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Le sinistre sparpagliate non vincono

Mettere insieme le sparse membra delle sinistre, al plurale, è un po’ dappertutto (Francia e Spagna insegnano) operazione tanto ambiziosa, qualche volta velleitaria, e difficile quanto, se le sinistre vogliono vincere le elezioni (che non succede abbastanza spesso), necessaria. Negli anni settanta del secolo scorso, soprattutto i socialisti italiani furono affascinati dalla sinistra plurale che con ostinazione e furbizia François Mitterrand riuscì a costruire e che lo portò alla Presidenza della Repubblica. In Italia, oggi, si menziona talvolta, come grande riferimento positivo, l’esperienza, in verità, durata pochissimo tempo, dell’Ulivo. Non è un riferimento appropriato. Sdegnate, le vestali dell’Ulivo respingono l’idea che, neanche nel suo tentativo di diventare il Partito della Nazione, il Partito Democratico di Renzi, non disposto e incapace di aprirsi alla società, riesca a trasformarsi in un Ulivo. Invece, in un certo modo, la sinistra plurale francese fu un’anticipazione dell’Ulivo avendo saputo costruirsi, oltre che su un’aggregazione di partiti deboli, anche ascoltando e interagendo con preziosi rappresentanti della società civile, i clubs, e valorizzandone presenza e attività. Forse non guidato con polso fermo dagli inesperti prodiani e da un leader anche lui neofita, l’Ulivo, divenne rapidamente preda dei partiti e cadde per opera di un pezzo di sinistra, la Rifondazione Comunista guidata da Fausto Bertinotti.

La strada che, adesso, sembra perseguire l’ex-sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, curiosamente ex-deputato proprio di Rifondazione Comunista, dovrebbe condurre le sinistre in un “campo progressista” poi in grado di confrontarsi/trattare con il Partito Democratico. Nel migliore dei casi, quella strada è stata finora percorsa per meno della metà. Da un lato, il Partito Democratico sostiene fin troppo orgogliosamente che, comunque, a lui spetta la rappresentanza del centro-sinistra e che il tentativo di Pisapia dovrà prendere pienamente atto che senza il PD, le sinistre non vanno da nessuna parte. Dall’altro lato, Pisapia vuole dal PD discontinuità nelle politiche, in particolare quelle del lavoro e per i giovani, ma c’è chi vuole di più. Sostanzialmente, gli ex-PD di Art. 1 Movimento Democratico Progressista vogliono che la discontinuità investa anche il segretario del PD, Matteo Renzi, responsabile, come capo del governo, proprio di quelle politiche.

Inevitabilmente, la discussione, implicita ed esplicita, qualche volta fatta di troppe riserve e di improduttive impuntature, oscilla fra le politiche sulle quali trovare un accordo al fine di proporle in campagna elettorale e le personalità. Il quesito riguarda, almeno in parte, qualora Pisapia non voglia assumersi il ruolo di capo di tutto lo schieramento, la scelta del candidato alla carica di capo del governo. L’altra parte del quesito si riferisce alle candidature al Parlamento. Difficile tenere fuori dalle scelte figure come Bersani e il molto controverso D’Alema, ma se le politiche camminano sulle gambe degli uomini (e delle donne) è innegabile che le capacità dei due leader debbano essere tenute in grande conto –anche perché sicuramente superiori a quelle dei componenti del non tanto più magico giglio che avvolge Renzi. Saranno ancora settimane di alti e bassi nei rapporti sia fra Pisapia e le sinistre che lui desidera fare entrare nel Campo Progressista sia fra questo Campo in via di definizione, sperabilmente senza paletti e senza esclusioni, e il Partito Democratico. Le elezioni siciliane dell’inizio di novembre, per le quali le sinistre il PD non hanno ancora trovato nessun accordo, saranno scrutate attentamente per trarne lezioni, ma fin da subito mi pare di potere concludere che, senza una chiara e solida convergenza fra “la cosa” di Pisapia e il PD, le sinistre italiane e lo stesso PD avranno vita grama (e i loro elettori rimarranno tristemente insoddisfatti).

Pubblicato AGL il 18 settembre 2017

“Avanti”, ma anche Vade retro sinistra

Di tanto in tanto, gli estimatori di Matteo Renzi discettano sul modello di partito che l’ex-segretario ritornato segretario sull’ondina di un consenso più ristretto starebbe costruendo. Per un po’ di tempo, questi estimatori, quando i numeri sembravano promettenti, si erano appassionati all’idea del Partito della Nazione. Suonava, il termine, molto potente. Era quasi un programma, non è mai stato chiarito di cosa, forse di un’ipertrofica aggregazione al centro, con tutti gli altri contro “la nazione”. Poi, di tanto in tanto, ma senza troppa convinzione, il Partito di Renzi avrebbe rappresentato il nuovo Ulivo, ma, in tutta sincerità né le premesse né le azioni di Renzi giustificavano una qualsiasi costruzione di un qualsiasi Ulivo che avesse qualche riferimento al vecchio. L’assenza più evidente nella discussione, peraltro mai centrale, del nuovo partito (sì, dell’ultimo partito ancora esistente in Italia), era relativa proprio alla motivazione con la quale i DS e i Popolari della Margherita avevano troppo rapidamente proceduto a quella che fu criticata come “fusione fredda” e che ebbe come esito il Partito Democratico. Che dovesse contenere il meglio delle culture riformiste del paese fu detto troppe volte, ma, al di là del non coinvolgimento dei socialisti che, in fondo, non poca cultura riformista avevano formulato, avuto e espresso, le altre culture politiche erano già declinate, se non esauste al momento della fusione. Per questa assenza di fondo di qualsiasi cultura politica divenne fin troppo facile flirtare con definizioni di partiti immaginari, mai sostenuti da idee, quindi sempre mobili quanto serviva, per esempio, ad attrarre il riformista Verdini, sul continuum destra/sinistra.

La prima segreteria di Renzi non diede alcuno spazio a riflessioni di cultura politica. La grande occasione delle riforme costituzionali non fu neppure presa in considerazione per andare ad una esplicitazione della cultura, non solo costituzionale, che le sottintendeva, ma per aggiungervi anche quei principi e quei valori che esprimono e danno corpo ad una cultura più specificamente politica. Respinta la richiesta delle minoranze per una conferenza programmatica che precedesse le votazioni per il segretario tenutesi alla fine d’aprile 2017, il discorso sembra definitivamente chiuso. Il Partito Democratico è un partito vote and office-seeking, che cerca voti e cariche. Punto e basta. Qualche volta, però, un libro potrebbe essere il luogo dove riflettere sulla cultura di un partito, quello che si guida e quello che si vorrebbe. Invece, no. Non lo fece Veltroni nella sua cavalcata del 2007 (La nuova stagione. Contro tutti i conservatorismi, Rizzoli 2007) che delineò non un partito nuovo, ma un programma di governo, se non del tutto alternativo a quello del già traballante Prodi, sicuramente competitivo. Non lo fa affatto il libro di Renzi che il suo autore presenta come segue: “Questo libro non è solo un diario personale, una riflessione sulla sinistra o il programma del governo che verrà. Più di tutto, è la condivisione di idee, emozioni e speranze che spesso si sono perse nel racconto della comunicazione quotidiana. I risultati ottenuti e gli errori commessi. Il viaggio tra passato e futuro di un’Italia che non si ferma. Che vuole andare avanti.” Niente, dunque, che possa riguardare la cultura politica del PD di Renzi il quale si esprime semmai soltanto in critiche, talvolta offensive, a tutti coloro che si muovono nella sinistra e dintorni.

Per fortuna, ma certo non per virtù, i commentatori politici renziani, politologi (che sarebbe un’aggravante), e no (che è molto più di un’aggravante!), dalle Alpi alla Sicilia, l’hanno trovata loro la cultura politica del partito renziano. Certo, bisogna aguzzare la vista, cogliere anche gli indizi più labili, tuffarsi in un linguaggio che proprio non facilita la scoperta di elementi culturali appena malamente abbozzati. Soltanto ai, “diciamo”, meglio attrezzati apparirà allora che Renzi sta costruendo un partito di “sinistra liberale”. Gli opposti essendo sicuramente due: un partito di destra liberale (che non può certamente essere quello di Berlusconi in conflitto d’interessi permanente) e un partito di sinistra illiberale (quello del passato, di D’Alema e Bersani?, quello del futuro, nel campo di Pisapia?) Naturalmente, il paese attende di essere istruito sia sul sostantivo “sinistra”, secondo Renzi e non solo secondo Michele Salvati, che è il non-politologo che auspica instancabilmente la vittoria definitiva di Renzi, sia sull’aggettivo liberale per il quale, però, non ritengo che sia Salvati lo studioso meglio in grado di illuminarci. Peccato che nel libro di Renzi e nelle quarantasette anticipazioni non si trovi nulla né relativo alla sinistra né relativo al liberalismo.

Pubblicato il 15 luglio 2017

Il populismo nei giochi di coalizione

Nelle elezioni amministrative succedono molte cose che non necessariamente si ripeteranno nelle elezioni politiche. Però, qualche lezione se ne può trarne in maniera piuttosto chiara. Le propongo in un ordine d’importanza diverso da quello delle prime analisi, spesso influenzate da pregiudizi e tese a definire la situazione in modo favorevole a una specifica parte politica. Prima lezione, sia il sistema elettorale per l’elezione dei sindaci sia, più in generale, la politica delle democrazie, anche locali, spingono verso la formazione di coalizioni. Smentendo affermazioni propagandistiche campate in aria, questo voto amministrativo dice che le coalizioni sono il modo preferibile di fare politica. Un buon leader, ma Berlusconi dovrebbe ricordarsi del suo esordio vincente nel 1994, quando costruì due coalizioni, smussa le differenze, raggiunge accordi, unifica posizioni. Chi sa costruire coalizioni in modo adeguato a sostegno di una candidatura decente viene giustamente premiato dall’elettorato (in Italia e altrove). Dunque, non è corretto sostenere che è “tornato” il centro-destra. Esiste un elettorato di centro-destra al quale, in molti contesti, Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d’Italia hanno fatto una buona offerta di rappresentanza e di governo delle città, risultandone premiati. Se troveranno un accordo simile a livello nazionale, più difficile a causa delle posizioni sovraniste della Lega e di Fratelli d’Italia e del conflitto sulla leadership, il centro-destra sarà competitivo con qualsiasi sistema elettorale. Anche il Partito Democratico, nonostante l’idiosincrasia altalenante del suo segretario, ha variamente costruito coalizioni persino con gli scissionisti pure, spesso, definiti “traditori” dai collaboratori più stretti di Renzi. Dopo il voto e in vista del ballottaggio, quegli stessi collaboratori aggiungono buffamente che il PD si alleerà con i movimenti civici di sinistra, ma anche con quelli di centro. Insomma, alcuni piddini stanno ancora sulla prospettiva del Partito della Nazione. Anche nel loro caso, però, dovrebbe valere la lezione che le coalizioni bisogna cercarle e saperle fare non solo per motivi elettorali.

Il primo turno delle elezioni amministrative ha uno sconfitto sicuro: Beppe Grillo, forse due: Luigi Di Maio. Non è soltanto che gli elettori di Genova, come tutti sanno la città di Grillo, gli hanno risposto che no, non si fidano di lui e del cambio in corsa della candidata che aveva vinto le primarie (una violazione della democrazia sotto tutte le latitudini), ma anche che coloro che Grillo aveva spinto fuori dal Movimento, come il sindaco di Parma (ben piazzato per il ballottaggio) e il sindaco di Comacchio (che ha già rivinto la carica), hanno dimostrato di non avere bisogno di lui (né di Di Maio). Per chi guida un Movimento verticistico questa è più che una sconfitta elettorale. È una sconfessione abbastanza plateale. Tuttavia, le liste del Movimento nel loro insieme non vanno malissimo. Anzi, le elezioni amministrative sono state una buona occasione per continuare il radicamento sul territorio. Il resto l’hanno fatto, in maniera evidentemente non convincente, le candidature.

Gli elettori erano perfettamente consapevoli che stavano votando il potenziale sindaco e che centro-destra e centro-sinistra offrivano alternative talvolta sperimentate e credibili. Qui si apre il problema del reclutamento delle Cinque Stelle per risolvere il quale non potrà bastare un pugno di votanti come quelli che si sono espressi nelle apposite consultazioni. Tuttavia, fanno male i commentatori che scrivono che ha perso il populismo. Tanto per cominciare quello di Salvini, accompagnato dalla presenza sul territorio, è vivo e vegeto e, in secondo luogo, il consenso per le Cinque Stelle a livello nazionale proviene più che da toni e stile populisti, dalla critica dei politici e del loro modo di fare politica. È uno zoccolo che i non buoni risultati nelle elezioni amministrative sfiorano, ma non scalfiscono. Il resto ce lo diranno fra due settimane, con la forza del loro voto, che sanno usare in maniera efficace, gli elettori dei ballottaggi.

Pubblicato AGL 13 giugno 2017

Il ritorno delle coalizioni

“Sconfitto il populismo” annunciano trionfanti le prime pagine di alcuni quotidiani e i titoli dei telegiornali. Chini sui dati alcuni pensosi commentatori dicono che sì, è vero, il populismo è stato pesantemente colpito. Fermo restando che nessun populismo deve mai darsi per soccombente in seguito al voto di cinque milioni o poco più di italiani, il fatto è che non tiene l’identificazione assoluta fra Movimento Cinque Stelle e populismo. Da un lato, il populismo abita anche nei toni, nei modi, nello stile di fare politica di Matteo Salvini, della Lega e di non pochi suoi candidati. Fa anche la sua comparsa nelle proposte renziane di rottamare e tagliare poltrone e senatori. Dall’altro, l’affermazione fondante del Movimento Cinque Stelle: “uno vale uno”, primo è sbagliata; secondo è stata rapidamente sostituita nei fatti da “uno vale uno, ma c’è uno che vale di più”. Infatti, quell’uno, cioè Beppe Grillo, è il vero sconfitto del primo turno delle elezioni amministrative. A Genova il candidato da lui imposto (con una frase inquietante:”fidatevi di me” -con il non detto: “che ne so più delle regole democratiche”) contro la vincitrice di regolari primarie è andato malissimo. I due sindaci da lui osteggiati e ostracizzati, quello di Comacchio ha ri-vinto al primo turno; quello, più noto, di Parma arriva al ballottaggio con il vento in poppa. Altrove, nei pure sgangherati raggruppamenti italiani qualcuno chiederebbe un rendiconto. Invece, il verticistico Movimento Cinque Stelle rimane consegnato a Grillo e a Casaleggio figlio. C’è la loro convinzione, non del tutto malposta, che, andate male queste elezioni, rimane uno zoccolo duro sul quale ricostruire il consenso in vista delle elezioni politiche. Quello zoccolo di voti, intorno al 25 per cento, è costituito dai molti italiani, prevalentemente giovani, che accettano e condividono la critica radicale della politica e dei politici. Sull’antipolitica Grillo ha costruito il suo successo. Cercherà di rivitalizzarlo e, poiché è improbabile che a livello nazionale ci siano impennate di miglioramenti (a cominciare dall’elaborazione di una legge elettorale quantomeno decente), il tesoretto, poco populista, molto antipolitico, dei voti grillini non sarà dilapidato.

Grillo non è mai stato l’unico “uomo solo al comando”. Prima di lui Berlusconi, che il comando non intende mollarlo e che di successori ne ha già bruciati non pochi, e, naturalmente Renzi. Andato a sbattere contro il muro dei no al referendum del 4 dicembre, Renzi non ha affatto rinunciato, almeno a parole, alla sua idea centrale, la riverniciatura della “vocazione maggioritaria”. Tuttavia, clamorosamente, gli esiti del primo turno, le cui propaggini arriveranno fino al secondo turno, dicono alto e forte che è tornata la politica delle coalizioni. Dappertutto, il centro-destra si rivela competitivo perché, nel silenzio di Brerlusconi, riesce a mettere insieme le sue sparse e, spesso, anche conflittuali, membra. Il “sogno” maggioritario del Partito Democratico annega in una varietà quasi infinita di liste civiche di sinistra, di centro, di quant’altro a suo sostegno. Altro che correre da soli. Invece di costruirlo dal governo, grazie ad offerte di posti e di (ri)candidature, il Partito della Nazione si materializza sul territorio dove sono state confezionate liste persino con i tanto bistrattati scissionisti, i quali, da soli, ovviamente, non sarebbero andati da nessuna parte, meno che mai nei consigli comunali in lizza.

La coerenza renziana e piddina svanita per ineludibili considerazioni di bottega dovrebbe spingere a rivalutare le coalizioni, la modalità più diffusa con la quale si fa politica nelle democrazie parlamentari. Dovrebbe anche fare riflettere i tuttora improvvisati apprendisti stregoni delle riforme elettorali buone per una sola stagione. La legge per i sindaci, approvata dal Parlamento nel 1993 sotto una possente spinta referendaria, è ottima e funziona poiché fu pensata per dare potere, non a qualche partito o leader, ma agli elettori. Così dev’essere anche per la necessaria legge elettorale nazionale. Il resto ce lo diranno i ballottaggi.

Pubblicato il 13 giugno 2017

Il Lingotto degli sbadigli

C’era una volta un partito, autodefinitosi «democratico», il cui segretario aveva subito tre gravi sconfitte una dietro l’altra: le elezioni amministrative in giugno, un importante referendum in dicembre, un pezzo di dirigenti e militanti alla fine di febbraio. Il segretario, dimessosi dalla presidenza del Consiglio, come aveva promesso parecchio tempo prima, ma non ritiratosi dalla vita politica, come aveva egualmente promesso, lanciò il procedimento statutariamente previsto per l’elezione del nuovo segretario. Da posizione di forza, in quanto segretario uscente, organizzò la sua convention in un luogo simbolo (dove una volta c’erano gli operai metalmeccanici) all’insegna dello slogan «Tornare a casa per ripartire insieme». Trattandosi del lancio della candidatura a segretario di un partito organizzativamente disastrato (giungevano anche rumori di tesseramenti truffaldini e invalidati, di blocchetti di tessere comprate, fenomeni, peraltro, non nuovi), qualcuno si aspettava legittimamente un serrato dibattito sullo stato del partito, sulla sua conduzione, sulla sua presenza sul territorio, sul suo funzionamento, sul suo futuro. Fra gli «attendisti» non si trovavano i commentatori scafati e i giornalisti retroscenisti, troppo difficile per loro chiedersi che cosa è, può essere, dovrebbe diventare un partito in termini di strutture e di personale politico. Ancora più difficile andare a raccogliere numeri, magari in una anche corta serie storica (dal 2007 al 2017? oppure soltanto nel periodo renziano), relativi agli iscritti e al loro andamento, alle loro fasce d’età, alle loro attività lavorative. Quel che non fanno giornalisti e commentari faranno certamente, in un partito decente, i dirigenti, meglio se sono quelli «responsabili dell’organizzazione». Almeno così funzionava un partito predecessore, quello comunista. Talvolta, messi alle strette anche i dirigenti dell’altro partito predecessore, la Democrazia cristiana, raccoglievano e davano i numeri. Nei loro congressi entrambi parlavano dello stato del partito, consapevoli che le politiche sono variabili dipendenti dalla capacità di un’organizzazione di formularle, farle procedere nelle sedi opportune, a cominciare dal Parlamento, portarle ai loro iscritti e militanti che le pubblicizzino, non con uno/cento/mille tweet e like, ma discutendo con altre associazioni e con gli elettori.

Tecnicamente, anche dopo la scissione, il Partito democratico è l’unico organismo che merita in Italia l’etichetta di partito. Toccava al candidato segretario e ai suoi sostenitori cogliere l’occasione del Lingotto per disegnare, in un confronto di idee e di proposte, quale modello di partito desiderano costruire nel prossimo, vicino futuro. Sì, una riflessione autocritica sarebbe stata utile. Qualcosa, o molto, è andato storto proprio nelle attività del partito. Capire che cosa e sapere chi sono i responsabili servirebbe a evitare errori simili e a rimuovere dalle loro posizioni chi li ha commessi. Dopo tanti discorsi e annunci su Partito della Nazione e Partito di Renzi, ascoltare i pro e i contro di ciascuna opzione, magari aggiungendone altre, non già sorpassate, come il partito «leggero», e sentirle discutere, sarebbe stato doveroso. Infine, per tutti coloro che pensano, sulla base di buone letture e di analisi comparate, che un partito diventa e rimane tanto più solido quanto più si basa su una cultura politica condivisa in grado di interpretare la società e il mondo, ascoltare di quale cultura è fatto il Pd, che non è riuscito ad amalgamare le fatiscenti culture cattolico-democratica e comunista, e neppure altri riformismi deboli, sarebbe stato confortante.

Invece, al Lingotto si è eseguita l’unica operazione che Renzi conosce: combinare, sul facsimile delle Leopolde, proposte programmatiche con la passerella per ministri nessuno dei quali ha parlato né di partito né di cultura politica né di come ristrutturare, anche con l’apporto di una legge elettorale adeguata, il sistema dei partiti e le modalità della competizione, né di come dotarsi di un sistema di riferimenti e di valori che ricompattino una società slabbrata, confusa, corporativa: altro che ipocritamente lodata come più veloce della politica! Insomma, al Lingotto sono mancate tutte le riflessioni indispensabili sia per «tornare a casa» sia «per ripartire»: con quale veicolo? «Insieme» a chi? Con quale visione? Non resisto a non citare le parole conclusive del racconto di Marco Imarisio pubblicato sul «Corriere della Sera» (12 marzo, p. 6): «E pazienza per gli sbadigli».

Pubblicato il 15 marzo 2017 su la rivista il Mulino

Sotto il Lingotto, niente

Il ritorno di Renzi alla kermesse torinese e il vuoto programmatico del Pd

Però, no, non sono disposto a “perdonare” coloro che stanno andando all’elezione del segretario di un partito senza dire nulla su che tipo di partito desiderano, se quei candidati abbiano un’idea di partito, se la democrazia italiana abbia o no bisogno di partiti organizzati, di un sistema di partiti decentemente strutturato e di una sana competizione, non collusione, fra coalizioni di partiti. No, il segretario dimissionario Matteo Renzi non deve affatto delineare in questa fase un programma di governo neppure se, come è giusto e opportuno, intende poi, ma solo poi, essere il candidato del suo partito alla carica di capo del governo. A quella carica, infatti, potrà ambire e pervenire proprio in quanto segretario del partito. Aggiungo che logica vorrebbe che, persa la carica di capo del governo, il segretario lasciasse definitivamente la carica di capo del partito, come avviene ed è avvenuto in tutti i casi europei (David Cameron, giugno 2016, è l’ultimo in ordine di tempo) ai quali, selettivamente, Renzi e i renziani fanno riferimento. Le tre grandi sconfitte subite da Renzi, elezioni amministrative del giugno 2016, referendum del dicembre 2016, scissione del marzo 2017, hanno poco a che vedere, con il governo, ma moltissimo sono dipese proprio dal partito, dalla sua gestione dell’organizzazione del PD, della sua presenza sul territorio, della valorizzazione del personale politico democratico che non è fatto, come ha sostenuto Renzi, né da eredi né da reduci, ma da persone che desiderano fare politica per perseguire obiettivi di miglioramento della vita dei loro concittadini e della qualità della democrazia. Fare politica non contro coloro che non la pensano come loro e come il loro segretario, che, comunque, non debbono essere né emarginati né irrisi, ma convinti, bensì a favore di cambiamenti che vengono argomentati in maniera tanto più rigorosa (non necessariamente vigorosa fino all’insulto) quanto più sono controversi.

Il ruolo degli iscritti, le modalità di funzionamento degli organismi, locali: i circoli, e nazionali: l’Assemblea e la Direzione (forse anche la segreteria e la sua composizione), i criteri di selezione e di promozione, il reclutamento dei rappresentanti nelle assemblee elettive, non da ultimo per la Camera dei deputati e per il Senato (essendo alquanto obbrobrioso il sistema dei capilista bloccati) sono tutti elementi di cruciale importanza per coloro che si candidino alla guida di un partito, soprattutto se quegli elementi, ciascuno e tutti, sono stati negletti o piegati agli interessi e alle ambizioni di un uomo, non proprio solo, ma, sicuramente e provatamente male accompagnato. Non c’è stata quasi nessuna discussione in materia. Non s’è udita, non dico nessuna autocritica (affari del candidato e dei suoi sostenitori), ma praticamente nessuna riflessione su quanto la trascuratezza del partito come associazione di uomini e donne che perseguono fini condivisi abbia pesato sugli insuccessi.

Nell’ultimo triennio in alcune episodiche circostanze hanno fatto capolino, seppure regolarmente in maniera tanto impropria quanto confusa, tre, forse quattro, modelli di partito. Il modello del partito di centrosinistra a vocazione maggioritaria è stato il modello iniziale, mal formulato e rapidamente disatteso. Gli è rapidamente subentrato il modello del Partito della Nazione che mirava ad occupare il centro e non a trovare alleati, ma ad assorbirli, inglobarli, fino a considerare nemici (della nazione) tutti coloro che non convergessero, ovviamente in maniera subalterna. Il terzo modello, non propriamente di partito, forse mai compiutamente delineato, ma oggetto di culto dei prodiani rimasti in politica, è stato quello dell’Ulivo, irripetibile e inimitabile da chi, trattando con le associazioni, proponeva la prassi della disintermediazione. Innegabile cardine dell’Ulivo delle origini fu, invece, proprio l’offerta di riconoscimento e di inclusione fatta alla società civile e alle sue associazioni per dare ampia rappresentanza e per riequilibrare il peso dei professionisti della politica (che è esattamente e comprensibilmente l’elemento che non piacque a Massimo D’Alema).

Infine, non solo chi ha vissuto l’epoca della competizione e della selezione sulla base di competenze e esperienze, non della rottamazione fondata sull’età e sull’ostilità, ha anche visto (e potuto studiare)la possibilità di un quarto modello, quello della sinistra plurale. La differenziazione inevitabile degli schieramenti di sinistra un po’ in tutta Europa (ma Hillary Clinton e Bernie Sanders dicono che qualcosa di molto simile caratterizza i Democratici negli USA) richiede che donne e uomini di sinistra accettino le loro diversità e cerchino di ricomporle in un campo ampio, non recintato, in costante trasformazione. La sinistra plurale è essa stessa luogo di alleanze che richiede un coordinatore in grado di conversare con tutte le componenti e di trovare di volta in volta il punto di equilibrio più avanzato non per opera di un uomo solo al comando, ma di qualcuno che si mette all’ascolto e alla ricerca sincera dell’accordo. Al Lingotto, niente di tutto questo.

Pubblicato il 13 marzo 2017

 

PD, non serve una nuova ribollita

L’ex-segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi lancerà la campagna per la sua possibile ri-elezione da un luogo simbolo: il Lingotto di Torino. Da lì il 27 giugno 2007 partì in maniera vertiginosa la corsa di Walter Veltroni all’insegna di un manifesto programmatico “Un’Italia unita, moderna e giusta” che aveva molto poco a che vedere con il partito nascituro, ma fin troppo con il governo del paese. L’esito che quasi nessuno, meno che mai Veltroni e Dario Franceschini, il suo accompagnatore nel ticket come imprevisto (la carica non sta nello Statuto) vice-segretario, volle vedere, fu l’inevitabile indebolimento del già traballante governo Prodi II. Con la sua vocazione maggioritaria e il rifiuto di fare coalizioni, Veltroni avrebbe poi perso alla grande le elezioni del 2008. È del tutto evidente che Renzi ha intrapreso lo stesso, sbagliato e pericoloso, percorso. Del partito, in realtà, gliene importa poco o nulla, se non come veicolo per raccogliere voti. Tuttavia, il problema da affrontare, che qualcuno, a cominciare dai suoi concorrenti, se non cadono nello stesso errore, dovrebbe ricordare a Renzi, è come (ri)costruire il Partito Democratico.

Dopo anni di gestione verticistica e personalistica, con una maggioranza che ha irriso e schiacciato le minoranze interne, che non si è mai curata né degli iscritti né delle organizzazioni locali del PD né della formazione di un cultura politica del partito (le passerelle dei ministri alla Scuola di politica sono state esercizi di non brillante propaganda), è venuto il tempo di una vera svolta. Per usare un lessico della vecchia “ditta” del passato, la “rivoluzione copernicana” si avvererebbe se i candidati alla segreteria, a cominciare da Renzi, narrassero sia agli iscritti sia a chi si prepara ad andare a votare, per lui o per gli altri, sia a coloro che se ne sono andati sia, più in generale, agli italiani che si occupano di politica, che tipo di partito sarà il PD prossimo venturo. Sarà ancora un partito di centro-sinistra, disposto a cercare alleati? Oppure si sposterà di più verso il centro inseguendo il cosiddetto Partito della Nazione? Accetterà al suo interno posizioni diversificate, aperto al dissenso e al flusso di idee diverse, seppur non divergenti? Vorrà caratterizzarsi come contenitore di una sinistra inevitabilmente, ma spesso anche fecondamente, plurale? Sarà il partito del leader che comunica al popolo, all’Italia e al mondo (chiedo scusa: all’Europa) oppure promuoverà la partecipazione degli iscritti, si doterà di chiari criteri per la selezione dei dirigenti, degli amministratori, dei rappresentanti e valorizzerà le personalità, le loro esperienze, le loro competenze, le loro ambizioni?

Lo spazio di elaborazione politica originale è enorme. È anche esigente poiché se il prossimo segretario del Partito Democratico non si sforzerà di dare finalmente vita e corpo a un partito come comunità di persone che vogliono cambiare la politica italiana, sarà impossibile ristrutturare il sistema dei partiti (anche grazie a una legge elettorale che dia potere ai cittadini e offra rappresentanza), vera garanzia di buon funzionamento e di qualità in tutte le democrazie nelle migliori delle quali costituisce l’argine più solido contro l’antipolitica e il populismo. Snocciolare un elenco di riforme fatte, più o meno bene, di riforme da fare, più o meno credibilmente, di nemici da sconfiggere, non serve a tonificare il PD. Soltanto un Partito davvero democratico al suo interno può raccogliere le istanze di cambiamento, anche con la rivalutazione di scelte fatte nel passato, e riuscirebbe a governare in maniera decente l’Italia. Dal Lingotto bisogna pretendere sopra tutto la risposta su che tipo di partito deve diventare il PD (di Renzi oppure di Orlando oppure di Emiliano). Altrimenti, si udirà solo propaganda, come direbbero i toscani, “ribollita”.

Pubblicato AGL il 10 marzo 2017